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Marianna

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Drakhen ci parla del suo progetto Bloodshed Walhalla

Domenica, 11 Luglio 2021 18:58 Pubblicato in Interviste

Carissimi lettori, quando tra le mani ti capita un interessante progetto made in Italy, è sempre un piacere poterne approfondire la storia, lo spirito ed il grande lavoro che vi sta dietro. Oggi faremo quattro chiacchiere con la vera “essenza” di Bloodshed Walhalla: Drakhen; è in lui che la one man band trova la sua nascita e genesi musicale. 

Passato, presente e futuro di Bloodshed Walhalla racchiuso in una lunga ed esaustiva intervista. 

Buona lettura! 

 

AAM: Partendo dall’inizio, sappiamo che Bloodshed Walhalla nasce nel 2006 come cover band dei Bathory, per poi “mutarsi” e dare alle stampe una corposa discografia improntata su materiale proprio. Quello di cui ancora non siamo a conoscenza (a parte la tua vera identità ndr.), è cosa ti ha spinto a questo cambio di rotta; a tal proposito, ci piacerebbe che parlassi del tuo progetto.

 

Drakhen: Vorrei innanzitutto salutare tutti voi di All Around Metal e ringraziarvi per avermi dato questa opportunità di rispondere alle vostre domande.

Sì, partiamo dall’inizio: da quando appunto il progetto iniziale era quello di formare una vera e propria cover band che suonasse le canzoni dei Bathory. Era il 2005 quando ebbi questa intuizione. Quorthon ci aveva lasciato da poco tempo e dato conoscevo tutto dei Bathory, amavo la loro musica più di tutte le band che a quei tempi ascoltavo, volevo a tutti i costi omaggiare il maestro suonando la sua musica con una mia band. Cercai in tutti i modi di reclutare ragazzi che avessero il mio stesso pensiero, ma dato che vivo una piccola città e all’epoca andava di moda il Death Metal, non riuscì nel mio intento. Il Viking dalle mie parti non piaceva a nessuno; fu così che decisi con determinazione di voler fare tutto da solo: imitare Quorthon che effettivamente era l’unico membro stabile dei Bathory. Comprai un po di strumenti, il minimo indispensabile, compreso un registratore digitale. Io fondamentalmente sono chitarrista ma mi adattai ad imparare a suonare un po' di tutto. Nel 2006 registrai la prima cover (la splendida One rode to Asia Bay), venne benissimo ed iniziai a crederci seriamente. Seguirono altre cover, sempre Bathory Era viking, intanto gli anni passavano. Nel frattempo il mio pensiero fisso era quello che non avrei potuto più ascoltare un inedito dei Bathory, dato che la band con la morte di Quorthon si era sciolta definitivamente, così mi chiesi se quegli inediti li avrei potuti comporre io. Conoscevo tutto dei Bathory, mi immedesimavo in Quorthon, mi chiudevo al buio o mi isolavo nel completo silenzio e componevo. L’ispirazione era tantissima. Sfornai tre demo sotto il moniker "Bloodshed" che in seguito perfezionai in "Bloodshed Walhalla". Il terzo demo fu devastante perché qualcuno lo notò e volle assolutamente tramutarlo in album vero e proprio, così com’era: nudo e crudo, selvaggio. Era una registrazione fatta in casa e, sinceramente, rimasi molto stupito quando il lavoro fu recensito da tutte le testate mondiali in maniera eccezionale. "Quorthon era tornato",così mi dicevano."Lo spirito di Quorthon vive in te…" Ed io ero estasiato ed incredulo. Molto probabilmente non me ne rendevo conto che con "Legends Of A Viking" avevo composto un super album.

 

AAM: Un full-length davvero notevole per qualità compositiva: il clima è sempre suggestivo sia negli scenari Fantasy, che in quelli più cupi. Ciò crea anche una varietà stilistica spesso contrastante; come riesci a “bilanciarle”? Questa commistione di generi, unita alla lunga durata delle tracks, lo rendono un disco per un pubblico ristretto. Come fare per non renderlo di “élite” ma apprezzato da più persone amanti del genere?

 

Drakhen: La caratteristica fondamentale di Second Chapter è quella che musica e parole devono fare lavoro di squadra. Quando scrivo un brano non parto mai da zero, ho già in mente che caratteristiche dovrà avere in base al testo che sarà trattato. Le nostre non sono canzoni per tutti, hai fatto bene a sottolinearlo nella domanda, ma questo è proprio quello che vogliamo. Noi vogliamo un pubblico specifico: chi ci ascolta ci ama proprio per quello che suoniamo e proponiamo. Gli "occasionali" ben vengano, ma non ci ameranno mai come vorremmo.

I racconti di "Second Chapter" non li ho inventati io ma sono elaborati in base a ciò che scrisse Snorri Sturluson nella sua "Edda in Prosa". Ogni brano è ricco di colpi di scena, battaglie, ricordi, viaggi, speranze e dettagli che non possono essere trascurati, ad esempio: in "Reaper (Baldr’s dreams)" si parla dei sogni premonitori del Dio Baldr, i suoi presagi di morte e come viene ingannato da Loki. Il racconto è lungo, non può in nessun modo ridursi a quattro o cinque minuti di canzone, per me sarebbe un sacrilegio. Per questo, in base al testo elaborato, ci sono (nella completa estensione della canzone) diversi episodi della vicenda. Niente è ripetitivo e sicuramente non ci si annoia! Se l’ascoltatore seguisse il brano, leggendone anche il testo, si accorgerebbe di star vivendo questa esperienza come un film. Non voglio peccare di presunzione, ma io vedo tali canzoni come vere e proprie opere, le quali portano a scoprire un mondo lontano nel tempo; come dici tu Fantasy (magari quando si sta descrivendo un determinato luogo), oppure cupo quando qualche testa sta "saltando" e ci si immedesima nella parte. Attenzione, si sta parlando pur sempre di Viking Metal, quindi non c’è "pulizia" nelle nostre song, ma tanta grinta e strumenti veramente "incazzati". 

AAM:Non pensi che, prima o poi, i tuoi lavori possano seguire una sola direzione musicale? 

 

Drakhen: Penso che all’inizio della nostra carriera musicale siamo partiti con le idee chiare. I primi Bloodshed Walhalla, infatti, hanno suonato tre album di puro Viking Metal;provare per credere! Successivamente è cambiato qualcosa: con Ragnarok abbiamo intrapreso questa via abbastanza pericolosa, senza però mai snaturare il nostro sound. Troppe persone ci dicevano che eravamo i cloni dei Bathory (Era Viking Metal) e, a dirla tutta, a noi faceva tantissimo piacere! Come ho sempre dichiarato, a quei tempi, il mio sogno era proprio sostituire la band svedese, con la consapevolezza che non avrei mai più ascoltare un loro inedito. Naturalmente era un sogno utopico, così è stato spontaneo "tirar fuori dal cilindro" due album che poco hanno a che fare con i Bathory, se non per appunto il sound Viking.

Molti ancora,specialmente con le ultime recensioni, ci accostano a loro ed io rifletto seriamente. A mio avviso, i "Bloodshed Walhalla, stanno assumendo una loro identità. Abbiamo le idee chiare e lo noterete ancor di più con l’uscita del terzo ed ultimo album della trilogia sul Ragnarok; attualmente è in ottimo stato di avanzamento.

 

AAM: In una tua intervista leggevo che i testi traggono spunto dalla mitologia norrena: quale è il vero “filo conduttore” che lega “Ragnarok” ed il nuovo lavoro?

 

Drakhen: È un po diverso: i testi di "Ragnarok" e "Second Chapter" sono racconti rielaborati su storie epiche norrene, che potete leggere sull' Edda in Prosa di Snorry Sturluson. Nel Gylfaginning, ("L’inganno di Gylfi"), vengono raccontate queste vicende sul Ragnarok. Quando all’epoca lessi questi versi ne fui attratto e mi venne così l’idea di rielaborarli, componendo delle canzoni, tutto qui.

In "Ragnar ok" si parla della fine del mondo, secondo la mitologia norrena, vista però in maniera personale. Nelle storie, infatti, viene raccontato da un mortale immaginario, il quale resce ad entrare in contatto con il Dio Odino che lo guiderà in tutte le vicende.

In "Second Chapter" si va sullo specifico; sono quattro testi che "contornato" la fine del mondo e raccontano anche cosa ci sarà nell’universo dopo la caduta degli Dei. Nel terzo ed ultimo lavoro della saga, la linea compositiva sarà più o meno la stessa; ma questo è il futuro.

 

AAM :“Second Chapter” è un disco nato e pubblicato in piena pandemia, limitandone la diffusione soprattutto per quanto riguarda i live. A tal proposito, ho visto che sul palco ti fai accompagnare da altri musicisti, raccontaci di loro e del vostro rapporto. Quanto è difficile esprimere e far capire la propria Arte attraverso altri?

 

Drakhen: "Second Chapter" è decisamente un album sfortunato. Purtroppo come tutti ci siamo fermati agli inizi del 2020, per quanto riguarda la scena live; pensate che, fine Dicembre, prima dello scoppio della pandemia, eravamo a Milano in concerto di spalla ai Dark Funeral. Eravamo convinti di aver raggiunto tantissimo dopo quello show ma ci siamo fermati, ahimè, sul più bello. A quei tempi "Second Chapter" era in ottimo stato di avanzamento, avevamo programmato la sua uscita nei primi di Agosto del 2020, cosa che purtroppo non è avvenuta. Avremmo voluto dargli una degna pubblicazione, contornata da esibizioni sul palco. A Gennaio avevamo anche firmato con la Morrigan Promotion che avrebbe curato quest’aspetto. Abbiamo atteso qualche mese per poi pubblicare l’album, a fine Mazo di quest’anno. Non potevamo più attendere anche perché, come spiegato prima, siamo ancora in studio per il terzo ed ultimo capitolo della saga. Sicuramente saremo una delle ultime band a riprendere a suonare dal vivo; è impensabile per noi ricominciare con tavolini e distanziamento. La nostra musica necessita di calca e caos, ci sentiremmo pesci fuor d’acqua a suonare davanti a gente immobile e distanziata; purtroppo è così è dovremo avere un altro po' di pazienza. Come sapete I Bloodshed Walhalla sono una one-man-band, per quanto riguarda le pubblicazioni, mentre una vera e propria band dal vivo. Premesso ciò, la la direzione che stiamo prendendo, è quella di ingaggiare i ragazzi che mi seguono sulla strada, anche in studio. È un passo importante che necessita riflessione da parte di tutti; ci tengo troppo a questo progetto e non voglio rovinare il "giocattolo che ho creato" con fatica. Loro sono dei bravissimi ragazzi, oltre che ottimi musicisti; il bassista è anche mio fratello. Mi seguono in tutto ciò che propongo loro e mi danno la forza di continuare a stupire i nostri fans. Per questo non ho difficoltà ad esprimere tutto ciò che voglio trasmettere attraverso loro. Finalmente stiamo provando costantemente, continuando a crederci giorno per giorno. Avanti così, allora! 

 

AAM: Ora che la situazione di sta “sbloccando”, vi state già organizzando per qualche concerto?

 

Drakhen: Siamo ritornati in sala prove nei primi di Maggio di quest’anno, dopo quasi otto mesi di digiuno totale. Penso che ci vorrà qualche mese per rimettere la band in carreggiata, comunque per poter organizzare qualcosa di decente per noi, bisognerà aspettare aperture più significative. Qualcuno, con le restrizioni vigenti, si sta già esibendo in pubblico, sinceramente, suonare Viking Metal con tavolini e distanziamento non fa per noi. Si spera che con il nuovo anno questa mledetta pandemia ci avrà lasciato definitivamente, dandoci la possibilità di ritornare alla normalità che ci meritiamo.

 

AAM: Parlando del futuro: cosa ci puoi svelare delle tue idee o “progetti in cantiere”?

 

Drakhen: Come detto prima, sono in studio (nel mio Firesword Studio che ho allestito già tempo fa), ormai costantemente, per preparare l’ultimo capitolo della trilogia sul Ragnarok. Nell’immediato futuro, "grossi stravolgimenti" non ce ne saranno. Il terzo capitolo sarà l’apoteosi finale per quella che, per me, è stata una cavalcata trionfale in questo mondo un po’ bastardo. Essere intervistato da voi o recensito ovunque, per me è una vittoria che non mi sarei mai immaginato. "Con niente" sto realizzando i miei sogni e, fortunatamente, sono circondato da belle persone che mi vogliono un mondo di bene, vedi: i componenti della band, Daniele della Hellbones Records, Fabrizio (alias Mister Folk) , Ivan della Morrigan Promotion. Quello che ho fatto e che continuerò a fare con I Bloodshed Walhalla, lo devo e lo dedicherò sempre a tutti coloro che mi danno forza, mi incitano e mi contattano costantemente; non siamo nessuno, ma c'è qualcuno che mi fa sentire davvero importante. 

 

AAM: Grazie per il tempo dedicatoci! Ti lasciamo la parola per i saluti e qualche riflessione finale.

 

Drakhen:Immensamente grazie per questa bella chiacchierata. La nostra musica è disponibile ovunque su: web, social, digital store, ecc.. Su bandcamp abbiamo anche una pagina dove poter supportare le nostre fatiche.

Ora vorrei solamente augurare a tutti i vostri lettori un pronto ritorno alla normalità ed alla vita di tutti i giorni che tanto amiamo. Vi auguro il meglio.

 

Sono nove i “passi pesanti” che ci portano al distacco definitivo dai nostri amici bergamaschi: la data del 23 Ottobre all'Alcatraz è il quarto di questi. Un “amore” durato quindici anni, che è stato celebrato a Milano con tutti gli onori del caso. 
Questo live report non vuole soffermarsi su i singoli brani proposti, bensì, sulle emozioni vissute nel corso della serata e della carriera dei Folkstone.

 

Il locale apre le porte alle 19.30 e vede un lento affluire di spettatori, sempre più “carichi” ed in trepida attesa dell'evento; il culmine si ha solo pochi minuti prima dell'inizio dello show: 21.30 circa. La scaletta è un mix perfetto che ripercorre tutta la lunga carriera artistica della band, tralasciando solo “Sgangogatt” (album perfetto per qualche interludio musicale ed ormai appartenente al passato ndr.). La partecipazione dei fans è sempre stata corale, costante ed ai massimi livelli; nonostante lo show cada infrasettimana (Mercoledì' ndr.), l'affluenza è massiccia e la “carica” è sempre alta. Ad ogni canzone si canta a squarciagola, stretti l'uno contro l'altro, stipati, ma con la voglia di fare festa; sudore, lacrime ed emozioni, sono queste le componenti che rendono unico e memorabile ogni live dei Folkstone. Ho vissuto questa data sia nel pit fotografi che tra la folla, nelle “retrovie”a causa dell'eccessiva “calca” creatasi, ma posso assicurarvi che nell'aria si respirava una “magia” incomparabile. Era tangibile e ben “stampata” nelle menti di tutti i presenti che questa sarebbe stata l'ultima data a Milano ed una delle poche restanti che precedono la fine, pertanto la commozione sia sopra che sotto al palco era tanta, così come il desiderio di fare festa per un'ultima notte. I brani scelti sono stati il sunto perfetto di questo “lungo amore”: da “Diario di un Ultimo”, a “Nebbie”, “Mare Dentro”, “Terra Santa” (inserita di recente in scaletta per accontentare i fans, ndr.), fino a “Non Sarò Mai”, e così via. Ventisei canzoni, una dopo l'altra, procedendo con “passo spedito”, quasi come a non voler perdere nemmeno un minuto, tenendo sempre elevata la qualità dello show. Rapidi saranno i passaggi tra un brano e l'altro, nei cambi di strumenti o di voce a dimostrazione che la “macchina Fokstone” ha raggiunto l'apice della perfezione. Proprio in questa perfetta sintonia artistica e musicale, si ineriscono le due “nuove leve”: Marco Legnagni e Giancarlo Percopo, ultimi “acquisti” che si mostrano ben integrati nel gruppo e capaci di eseguire pezzi anche del repertorio meno recente.
Poco più di due ore di spettacolo in cui l'Alcatraz “trasudava” (anche nel vero senso della parola ndr.) energia, forza, rammarico, nostalgia, voglia di divertirsi ed un forte legame che da sempre unisce il pubblico alla band. Varie sono state le dimostrazioni di affetto, non solo attraverso la partecipazione attiva dei fans durante le canzoni, ma anche mediante striscioni dapprima esposti in transenna e, successivamente, mostrati sul palco. Un rapporto fatto di stima reciproca e profonda fiducia, è quello che li lega alla gente, così “solido” che, immancabile, sarà il crowd surfing di Lorenzo; voi, se non vi fidaste, vi lancereste tra le braccia di perfetti sconosciuti?

 



I Folkstone sanno di essere stati sempre accompagnati da persone che li amano non solo per la loro musica, ma anche umanamente, disposti a seguirli ovunque, “macinando” chilometri pur di far sentire loro l'affetto che meritano. Sebbene l'addio per alcuni sia stato duro da accettare (a volte quasi impossibile ndr.), siano state fatte molteplici illazioni o millantato le più strambe teorie, la partecipazione a questo “tour finale” è stata sempre “alta” in tutte le date finora svolte.

La serata milanese, insieme a quella capitolina, rappresentano le due tappe più importanti, volte a coprire e riunire Nord e Sud, pertanto ci si aspettava un'affluenza sì abbondante, ma non a questi livelli. I “numeri” e le “ammaccature” nel pogo parlano chiaro: i Folkstone non hanno lesinato sul divertimento! Cercando di accontentare un po' tutti i gusti, ripercorrendo la propria storia con anche qualche piccola sorpresa: l'arrivo sul palco di Mario Monzani. Il cantante è ospite speciale sul brano “Con Passo Pesante” (memori del Druso ndr.), offrendo una versione rivisitata in chiave Growl del brano. L'emozione è palpabile e riesce a “colpire” anche lui che al termine della sua esibizione, con fare commosso, ringrazia i Folkstone e tutti i presenti.
Uno show, come già detto, altamente emotivo, da “occhietti lucidi” e sentimenti contrastanti: la voglia di far festa se la “gioca” duramente con il pensiero di esser di fronte ad un tour di addio. Sebbene non siano mancati gli attimi di goliardici, fatti di canti “popolani” e “sfottò” vari, più volte abbiamo sentito la voce di Lorenzo “rompersi” per la commozione.
Sono sicura che tutte quelle “goccioline” che ho visto sul viso della gente in sala, non fossero solo sudore ma, anche, qualche lacrima.
La serata si conclude presto, alle 23.30 (regola del locale o dell'amministrazione? Ndr.), orario abbastanza insolito e che fa un po' “storcere il naso”. Informato il pubblico (in evidente disaccordo ndr.), Lorenzo decide di tornare sul palco improvvisando un vecchio classico della band: Luna. Un brano raro in sede live e che, per l'occasione, viene riproposto un po' “a braccetto” in versione acustica. Chitarra alla mano, faro puntato e tutti gli sguardi puntati sulla sua figura, l'Alcatraz si riempie di magia. 
C'è quasi silenzio, solo qualche tenue accenno in bergamasco dalla platea e un “timido” battere di mani a tempo, ma l'atmosfera si fa rarefatta; sento i brividi e ho la pelle d'oca per quanto tutto ciò risulti splendido. La degna chiusura di una serata stupenda e ricca di emozioni.

In conclusione, sotto la Madonnina, in una piovosa serata d'autunno, si è ripetuto l'incanto chiamato Folkstone. Passo dopo passo ci si avvicina alla conclusione di un progetto che, nel corso dei suoi tanti anni, è entrato nei cuori di tutti noi, segnando molteplici momenti di vita. Come recita Omnia Fert Aetas (e diventato un po' il “sottotitolo” di questo tour): “Certo che tutto andrà, senza me”.
Siamo tutti consapevoli dell'abbandono delle scene da parte dei Nostri ma, anche, che saremo sempre accompagnati dalla loro musica. Un indiscutibile corollario che vede una massiccia partecipazione e molteplici stime di affetto in ogni tappa, segno che questa “favola”, sebbene non avrà un lieto fine, resterà sempre parte di noi.
La setlist proposta a Milano è stata una esplosione di emozioni e sudore da parte di tutti i fans, generando un'energia sopra e sotto al palco, davvero unica nel suo genere! La “chiusa unplugged” scelta per l'occasione è risultata perfetta: una sorta di dedica di amore da parte dei Folkstone a tutti i presenti.
Non ci resta che salutarli ed augurare loro il meglio, sperando di vederli in una ultimissima data italiana last minute, dopo Monaco. 
Non dimenticheremo mai questa serata all'Alcatraz e tutti i live vissuti insieme a loro.
Lunga vita ai Folkstone!

 

Avete presente quando eravate bambini e Babbo Natale vi portava davvero il regalo che tanto desideravate e non la “chinesata” tarocca? Siete felici, saltellate, vi fate prendere dagli spasmi che quasi rischiate una sincope? Ecco, io uguale!

Non ho mai ricevuto il mio “Emiglio Robot” o la Jeep della Peg Perego, ma ho esaudito un grande sogno nel cassetto: intervistare i Folkstone!

 

Ci troviamo al Pegorock di Pegognaga (MN) per la settima data di questo: “Diario... di un Ultimo Tour”, in compagnia dei Folkstone. Una lunga (e divertente! Ndr.) intervista pre-show in compagnia di: Lorenzo Marchesi , Roberta Rota, Luca Bonometti, Marco Legnani e Giancarlo Percopo. Faremo il punto della situazione sul loro nuovo lavoro, il tour, il pubblico ed il cambio di line-up.

Una chiacchierata (assolutamente poco formale) tra battute e risate.... Come se fossimo tra amici.

Buona lettura!

 

AAM: Ciao ragazzi! Innanzitutto grazie per l'intervista concessa ad AllAroundMetal.. Le formalità! Cominciamo subito a parlare del vostro ultimo lavoro Diario di Un Ultimo, il quale nasce da un'idea solista di Lorenzo Marchesi.. (e qui vengo subito interrotta; parte il delirio)

Lore: Ma sai già tutto te!

AAM: Ovvio! Sono sempre sotto al palco a rompervi!

Gianca: Allora le facciamo noi le domande, non sappiamo nulla di te.

AAM: Ricomponiamoci e facciamo i seri. Vi va di riassumerci la nascita della vostra “ultima fatica”?

Lore: Tutto nasce da una mia idea, che pensavo non potesse rispecchiare lo stile del gruppo, così sono partito a scrivere testi “un po' a sé”. Durante la composizione, però, aggiungendo la cornamusa, sentendoli registrati e con la mia voce, mi sembravano un “Folkstone 2.0”. Ho deciso di fare ascoltare i brani agli altri dicendogli: “Ragazzi, cosa ne facciamo di sta roba? Trasformiamola in un nuovo album dei Folkstone!”. Loro hanno accettato. Contribuendo alla creazione di nuovi testi, il lavoro si è completato con tante e diverse influenze, arrivando, così, alla creazione di Diario di Un Ultimo.

AAM: Questo è il vostro settimo album, cosa è cambiato rispetto ai lavori precedenti?

Lore: I primi testi di Diario di Un Ultimo li ho scritti con l'aiuto del mio amico Angelo Berlendis, nonché primo chitarrista dei Folkstone, notando fin da subito che erano fortemente improntati sul sociale. Si parlava di “rinuncia”, rabbia e critica al nichilismo che pervade la nostra società; questa “impronta” stilistica, unita alla collaborazione con una nuova componente esterna (Berlendis ndr.) alla band, hanno fortemente influenzato i testi ed il “carattere” dell'album. Se pensi a brani come “Astri”, “Diario di Un Ultimo” o “La Maggioranza”, ti rendi conto che questo è un disco, rispetto ai lavori precedenti, più di denuncia sociale ma senza una connotazione politica; nulla a che vedere, ad esempio, con lo stile di bands come i Modena City Ramblers. Alla base c'è un bisogno interiore di “sfogo” contro la società attuale, pervarsa da questo forte senso di nichilismo ed odio verso chi vediamo come “ultimo”.

AAM: A proposito di ciò, spesso nei vostri testi e sul palco, dite le cose senza “peli sulla lingua”, in modo schietto e diretto. Non temete un giudizio o pesanti critiche da parte del pubblico?

Lore: No, ci sta tutto. Quando tu dici qualcosa e prendi posizione su un determinato tema, devi aspettarti le critiche da parte della controparte; noi diciamo quello che pensiamo. Se io insulto la “maggioranza”, ci sta che questa mi mandi a fanculo! (ride ndr.).

AAM: Fra le varie sperimentazioni di questo album, notiamo come Roberta abbia avuto una vera e propria crescita nel ruolo di cantante, acquisendo più “spazio” . Ti va di raccontarci brevemente questo tuo percorso?

Roby: In realtà non c'è stato nulla di studiato, è stato tutto molto casuale. Ho sempre avuto spazio come cantante ma, in questo album in particolare, scrivendo le linee vocali e registrandole, abbiamo notato come “girassero” bene e ci siamo detti: “va bé teniamole!”.

AAM: Sappiamo che c'è molto di te nella stesura dei testi, anche se queste nuove canzoni partivano da un'idea iniziale di Lorenzo, è stata dura mettere d'accordo entrambe le “teste” o vi siete “scornati”?

Roby: In realtà, fin dal primo disco, ho sempre collaborato alla scrittura dei pezzi “mettendoci del mio”, quindi è avvenuto tutto in modo normale, non è stata affatto dura.

AAM: Luca, veniamo a te. Abbiamo notato come la chitarra abbia un ruolo fondamentale, spesso quasi decisivo, in alcune tracks; ti va di raccontarci il tuo punto di vista?

Luca: In realtà le idee, dalla musica ai testi, provengono tutte da Lorenzo; chitarre più “oriented” o riffs più Metal, sono idee sue e di Maurizio: di prettamente mio, c'è qualcosa in “Escludimi”. Per quanto riguarda il discorso “volumi-suoni” o far emergere di più la chitarra rispetto agli altri strumenti come possono essere le cornamuse, è stato deciso in fase di registrazione; se pensiamo a brani come “Astri” o “La Maggioranza”, questi si “reggono” sulla chitarra. Il discorso di “farla uscire” di più, è tutta una questione di mixaggio ed equalizzazione in studio ad opera di Maurizio.

AAM: Quindi, ricollegandomi proprio a lui: sappiamo che ha curato la produzione di Diario di Un Ultimo, come mai avete deciso di affidargli questo compito?

Lore: Penso non sia stato facile per Mauri ricoprire più ruoli: ha scritto, suonato, prodotto e mixato, ma siamo certi di aver fatto la scelta giusta. Lui sapeva come era nato l'album, il suo filo conduttore ed, inoltre, nei miei “provini” dei pezzi da solista, collaboravo con lui, quindi era conscio di quale fosse la mia idea. Siamo sicuri di aver fatto la scelta giusta.

Luca: Infatti gli ho detto: “Registra tu con la chitarra, che cazzo sto a venire?” Poi hanno voluto me e va bé.. Son venuto. (Tutti ridono ndr.)

AAM: Bene, parliamo delle due new entry. Come mai la scelta è ricaduta su di loro?

Lore: Mah in realtà lui (indicando Marco ndr.) era in offerta all' Eurospin (ride ndr.)

Marco: Ero il cartonato!

Lore: In verità, girando su Youtube, abbiamo trovato qualche suo video e sentendolo ci siamo detti:”Proviamo!”. Lo abbiamo contattato, fatto delle prove e siamo giunti alla decisione che “ci stava”, sia come personaggio che come musicista; è stata una scelta molto “naturale”

Gianca lo conoscevamo già da tempo, in quanto suona nella Barbarian Pipe Band.

Gianca: Ci si conosceva dal bar!

Lore: In realtà avevamo suonato insieme durante un live acustico, finito malissimo (ride ndr.) a Gradara; suonare e bere, puoi immaginare. All'inizio doveva essere solo un guest nella data di Trezzo Sull'Adda per il release party, poi abbiamo visto che la cosa funzionava e gli abbiamo chiesto di rimanere.

AAM: Quindi voi (Marco e Gianca ndr.), come state vivendo questa “nuova avventura”?

Marco: Io sono “gasatissimo”! Mi sento “arrivato a casa” e mi trovo benissimo, spero che per loro sia altrettanto. Ci conoscevamo già di vista ed una decina di anni fa gli avevo pure organizzato un concerto; da lì abbiamo mantenuto i rapporti ed, una volta che mi hanno chiamato, l'inserimento è stato facile.

Gianca: Sono stato l'ultimo chiamato; ho dovuto lavorare molto in fretta ed in poco tempo, ma sono contentissimo! Quando Elia (manager dei Folkstone ndr.) mi ha mandato i primi messaggi di contatto, ero a casa con la mia compagna e mi sono sentito soddisfatto per tutto l'impegno profuso. Negli ultimi anni ho “spinto l'acceleratore” sugli studi, la tecnica ecc.. Quindi essere arrivato qua, penso faccia parte di ciò “che uno semina”.
Mi sento soddisfatto, divertito e ripagato per tutti i miei sforzi e spero che vada avanti il più a lungo possibile.

AAM: Siamo arrivati alla fine. L'album è uscito ormai da Marzo, accompagnato dal dvd registrato lo scorso Novembre presso la Latteria Molloy. Ci sono state delle “spaccature” con Ossidiana, pertanto vi chiedo: come pensate stia reagendo il pubblico? Personalmente, durante i live, vedo tutti molto partecipi.

Lore: Sai ogni album è a sé stante: può piacere o non, c'è chi ti segue e chi ti abbandona, ma in generale penso ci sia stata una “buona risposta”. Vedo che il pubblico canta i nuovi pezzi, c'è un ottimo feeling e quindi credo che sia stato ben accolto.

AAM: Siamo arrivati all'ultima domanda. Stasera sarà la settima tappa di questo tour, altre date per questa estate? Ci svelate qualcosa “in anteprima”?

Lore: Ormai il calendario è completo, abbiamo “in ballo” solo alcune date: un Luglio davvero fitto ed impegnativo, penso che potrebbe ancora esserci “qualcosina” in più ad Agosto e Settembre. Vedremo!

AAM: Va bene ragazzi abbiamo finito! In bocca al lupo per stasera e grazie mille per la disponibilità.... Ci si vede dopo sotto al palco!

Folkstone: Speriamo che stasera vada tutto bene, sembra un posto figo! Grazie a voi per l'intervista ed il tempo riservatoci.
Un abbraccio a tutti i lettori di AllAroundMetal.

 

Quant'è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza!”

 

Trionfo di Bacco e Arianna (o Canzona di Bacco)

Lorenzo il Magnifico (Lorenzo de' Medici)

 

 

Una strofa che riassume a pieno lo spirito del live dei Folkstone.
Passano gli anni, anagrafici e musicali, ma la voglia di far festa rimane!

Quello che racconteremo qui di seguito, è (probabilmente) uno dei più importanti release party e concerti della band bergamasca; nuovo album, stile più maturo, sonorità ricercate e cambi di line-up importanti, incidono anche sulla resa dal vivo.

 

La data scelta è quella del 30 Marzo 2019 e, come vuole la tradizione, la presentazione del nuovo lavoro si è tenuta presso il Live Music Club (MI). Diario di Un Ultimo, uscito l'8 Marzo 2019 e licenziato via Folkstone Records, ha riscosso fin da subito pareri positivi sia dal pubblico che da una buona parte della critica musicale (qui trovate la nostra recensione ndr.). Il “primo impatto” è stato positivo: la crescita musicale, testuale e di contenuti, è stata notata ed apprezzata da entrambe le parti. Non essendo un lavoro dal “facile ascolto”, necessitante di più riflessione per quanto concerne la comprensione di testi e significati intrinsechi, si pensava che sarebbe stato davvero ostico da rendere live: nulla di più sbagliato.


 La setlist proposta, consta di ben venticinque brani, dà vita ad uno spettacolo coinvolgente, emozionante e con qualche piccola “sorpresa” inaspettata. I pezzi nuovi si “incastrano” magnificamente con quelli vecchi, riuscendo a mantenere costante l'adrenalina del momento. La serata si apre con due Live premiere: “Diario di Un Ultimo” ed “I Miei Giorni”; davvero “azzeccatissima” la scelta di quest'ultima, già divenuta “inno ufficiale” del pubblico. Durante la prima parte del concerto le “novità” si alternano di due a due” ai vecchi classici tant'è che, successivamente, verranno proposte “Nebbie” e “Frerì”. Questa “mossa strategica” risulta davvero l'asso vincente della serata, non solo perché in grado di presentare buona parte del nuovo materiale, ma anche perché permette di mantenere sempre alto il livello di interesse e partecipazione del pubblico. Una scaletta studiata ad hoc, dove nulla è lasciato al caso: ben congeniata e volta sia a presentarsi a nuovi fans sia ad accontentare la “vecchia guardia”. I brani citati pocanzi sono alcuni tra i “cavalli di battaglia” dei Folkstone, immancabili in qualunque scaletta e che, probabilmente, costituiscono l' “ossatura” dei live. A questi seguiranno :“Escludimi” e “Simone Pianetti”, due canzoni di forte denuncia sociale; essi esprimono musicalmente la “libertà di essere” di ognuno di noi, spesso, fortemente osteggiata da chi vede “diverso” colui che si distacca dalla massa. Nel corso della serata, tratti da Diario di Un Ultimo, troveremo: “Astri”, “La Maggioranza” (quest'ultima diventa il pretesto per un concitato monologo di Lore contro il “Family Day” di Verona ed il suo retrogrado pensiero ndr.), “Elicriso (C'era un Pazzo)”, “Naufrago” e (la bellissima ndr.) “Fossile”. La scelta è ricaduta su brani dalla forte presa musicale e che, spulciando online, risultano essere anche quelli che più hanno colpito il pubblico; “Elicriso (C'era un Pazzo), ad esempio, in sede di live, rende tangibile (ancora più che su disco) l'azzeccato duetto tra Lorenzo Marchesi e Roberta Rota. La serata procede tra i classici e scanzonati discorsi, momenti “scherzosi” e canzoni del vecchio repertorio come: “Non sarò Mai” e “Mercanti Anonimi”, fino a quelli tratti da Ossidiana come: “Scntilla” e “ Dritto al Petto”. La vera sorpresa della serata è stata la presenza sul palco di Andrea Locatelli; guest tanto apprezzata su “Un'Altra Volta Ancora”, ha fatto rivivere fasti e fervori del tour passato. La parte finale dello show è tutta “sudore e pogate”: il pubblico si scalda con “Omnia Fert Aetas”, voga su “Prua Contro il Nulla”, si “legna” con “Anime Dannate” e, l'abbraccio finale, è lasciato a “Con Passo Pesante”. Nel mezzo di questa splendida chiusa, troviamo la nuova “Fossile”; l'atmosfera si fa accorata, tanto da stringersi gli uni agli altri. La sensazione è quella di essere avvolti da un invisibile abbraccio che, metaforicamente, traspare dal toccante duetto di Lore e Roby; ad accompagnarli troviamo, in veste del tutto eccezionale, Luca Bonometti alla chitarra acustica. Il coro alla frase: “E quindici milioni di miliardi” degli astanti, è la conferma che Diario di Un Ultimo ha già fatto breccia nei cuori del fans.

 

 

In conclusione, possiamo affermare che questo release party sia stato l'ennesimo grande successo targato Folkstone. La risposta del pubblico è stata ben oltre le aspettative e, nonostante il cambio di line up che ha visto l'uscita di due membri storici, la qualità non risulta intaccata. Il nuovo arrivato Marco Legnani e l'ospite della serata Gianka (Barbarian Pipe Band ndr.), sebbene un po' sommessi e distaccati con il pubblico (probabilmente per timidezza), si sono rivelati degli ottimi polistrumentisti, capaci di affrontare questa nuova avventura.
La nuova formazione in sede di live sì è mostrata in grado (musicalmente) di reggere il paragone con la precedente anche se, forse, pecca di un mancato affiatamento con le nuove figure; tutta questione di “rodaggio”. Lo show è stato emozionante, ha visto partecipi i fans accorsi in massa e tecnicamente quasi ineccepibile; qualche problema al microfono, non ha scoraggiato la band. Ottima la prova canora di Roberta Rota che mostra un sempre più deciso impegno e miglioramento nello studio canoro, il quale le ha permesso di acquisire maggiore spazio sia in duetti che in solo.

Dopo quindici anni di attività e decine di concerti, i Folkstone riescono ancora a calcare il palco con maestria, coinvolgendo i fans non solo attraverso la loro musica ma, soprattutto, mediante il contatto diretto con essi. Se Diario di Un Ultimo racconta di una società moderna votata all'odio ed alla emarginazione, nei live la sensazione è tutt'altra: la percezione di inclusione, amicizia e divertimento, fanno sì che, come cantano i Nostri, “nessuno indietro mai!”.
Il peregrinare di ognuno, simile ad un naufrago in balia della tempesta chiamata vita, trova la propria quiete approdando nella musica della band bergamasca.
Come detto all'inizio: non c'è età che tenga, quando arrivano i Folkstone è sempre ora di “fare baracca”!

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