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Opinione scritta da Federica Fraschini

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Opinione inserita da Federica Fraschini    25 Gennaio, 2016
Ultimo aggiornamento: 25 Gennaio, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

A quattro anni di distanza da "Samsara" tornano con il settimo album i finlandesi To/Die/For e la formula, purtroppo, è sempre la stessa.
In passato, con album come "All Eternity" ed "Epilogue", è stato un gruppo che ho apprezzato abbastanza ma, col passare degli anni, sono diventati un po' troppo ripetitivi.
In questo nuovo lavoro poco si salva; la prima "In Black", però, è una di queste. Molto vecchio stile ed orecchiabile, risulta estremamente piacevole; purtroppo le successive "Screming Birds" ed "Unknow III", che risultano quasi noiose, non convincono per niente.
"Mere Dream" ricorda un po' troppo "The Sacrament" degli HIM, ma il risultato non si avvicina neanche lontanamente a quello del suddetto brano.
"You" è più movimentata della precedente ma, a parte un discreto assolo di chitarra, non ha nient'altro di positivo.
Scelta imbarazzante per una band come i To/Die/For è la cover del brano pop "Straight Up" durante il quale, per l'appunto, sembra di ascoltare una boyband, quindi mi asterrò da ulteriori commenti.
Ci avviciniamo alla fine del disco e "Let It Bleed" non è così pessima come le altre, può andare nel mucchio di quei brani che non sono male, ma che non ha quel qualcosa che colpisce particolarmente.
L'ultima "End Of Tears" ci porta delle atmosfere molto pesanti, quasi soffocanti, ma è l'unico altro brano che mi sento di salvare quasi a pieni voti. Non approvo la scelta della voce così ruvida, ma sembra che ormai sia l'unica che riescano a proporci.
E' davvero un dispiacere recensire in questo modo una band come i To/Die/For, ma purtroppo sembra che siano fermi in un limbo tra il loro vecchio stile e il volersi rinnovare, senza però ottenere buoni risultati.

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Opinione inserita da Federica Fraschini    11 Agosto, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

I Graveworm sono una delle band italiane più conosciute a livello europeo e non c'è da stupirsi: "Ascending Hate" è il titolo del nuovo lavoro ed è un disco estremamente carico e ben registrato.
La prima "Death Heritage" ha un intro abbastanza lungo, ma molto bello e coinvolgente e il brano al completo è carico e ben legato con la parte iniziale che si presenta ben diversa da tutto il resto.
"Buried Alive" è un brano ottimo, mentre la successiva "Blood Torture Death" risulta a mio parere un pò meno interessante rispetto alle precedenti, ma rimane comunque un bel pezzo.
Neanche "To The Empire Of Madness" mi fa impazzire ma, nonostante questo, mi piace invece molto il modo in cui il brano è stato costruito e le alternanze che vi sono all'interno di esso e nel finale.
"Downfall Of Heaven" lo faccio rientrare nella categoria del non è brutto, ma non mi esalta, mentre "Stillborn" ha la parte strumentale molto bella ed è, nel complesso, un pò meno carico rispetto ai brani precedenti, ma queste differenze lo rendono un brano degno di nota.
"Liars To The Lions" irrompe con la sua potenza e stupisce per la bellissima parte strumentale a metà del brano, dopodichè lasciatevi trasportare dalla melodia e dalla potenza di "Rise Again" e di "Son Of Lies".
Come spesso accade, i brani di chiusura sono molto melodici o solo strumentali, ma non è il caso di "Nocturnal Hymns Part II (Death's Anthem)"; niente parti melodiche (o quasi), ma solo pura carica ed energia per chiudere un disco che non ha nulla da invidiare alle più famose band nord europee!

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Opinione inserita da Federica Fraschini    24 Giugno, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Band tedesca al loro terzo album da studio, che ripropone due brani ("Zerrissen" e "Eifersucht") presi dal primo "Eifersucht" più otto inediti, un radio edit e un dance remix.
Vengono presentati come simil Rammstein o Oomph! ma, in realtà, il loro sound è un hard rock con contaminazioni metal e niente di più.
"Zerrissen" è un brano abbastanza carico ma che, a mio parere, si rovina un pò sul ritornello e sui cambi circa a metà e a fine brano. I brevi assoli di chitarra svuotano quasi del tutto la parte strumentale e non sono niente di esaltante.
"Leben" è il primo inedito, è più lineare rispetto al precedente e il ritornello risulta meglio riuscito, ma l'uso di una sola chitarra purtroppo continua a non pagare bene nelle parti soliste.
La successiva "Verloren" segue la linea della precedente, ma questa volta le parti vuote, per fortuna, sono meno marcate. La cosa negativa in questo brano è l'uso di accordi in alcune parti troppo "allegri" che strizzano più l'occhiolino al glam che al metal.
Siamo al secondo e ultimo brano ripreso dal loro primo lavoro "Eifersucht" e come "Zerissen" presenta lo stesso difetto: un ritornello non troppo convincente. La parte strumentale però risulta più piena e anche più stile industrial.
In "Gefangen" troviamo il contrario di quello ascoltato finora, ritornello molto orecchiabile e ben riuscito, ma strofa che non cattura assolutamente l'attenzione.
"Ein Leben Lang" e "Verlorenes Spiel" non sono niente di che ma perlomeno, per quanto riguarda la prima, il riff sul finale è più complesso e più pieno rispetto ai precedenti.
Da questa "Im Angesicht", che è molto più lenta rispetto agli altri brani, e dalla precedente "Verlorenes Spiel", viene fuori una batteria molto piatta e priva di profondità che rende l'ascolto quasi fastidioso.
Se fossi in voi "Schein-Tod" la passerei tranquillamente, nonostante all'inizio possa sembrare un brano nella norma, anche se non dei migliori, a un certo punto compaiono queste sonorità strambe (Jazz?Blues?) che neanche io so definire che fanno letterealmente rabbrividire.
"Vorbei" chiude gli inediti ma, anche se la parte strumentale non è per niente male, il brano non convince sulla parte cantata.
Infine, il dance remix di "Ein Leben Lang", rende il brano meno noioso, ma se ne poteva fare anche a meno.
Diciamo che avendo un confronto diretto con due lavori presi dal primo album, di progressi ne sono stati fatti, ma purtroppo non c'è una canzone che mi sento di definire particolarmente interessante o che sia convincente dall'inizio alla fine.

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Opinione inserita da Federica Fraschini    07 Mag, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Per quanto io di solito nelle recensioni analizzi pezzo per pezzo, questa volta sarò più riassuntiva, perchè in realtà non è che ci sia molto da dire.
Decimo album da studio per la band svedese capitanata da Joke Berg che dal 1998 ha riportato il glam sulla cresta dell'onda. Negli ultimi anni le sonorità sono cambiate e, sebbene all'inizio i lavori fossero comunque apprezzabili e con uno stile ben preciso, indicativamente dal 2009/2010 con "Beg For It" e "Split Your Lip" i brani ben riusciti hanno cominciato a contarsi sulla punta delle dita.
Avevo già recensito il precedente "C'mon Take On Me" e non mi aveva infatti entusiasmato per niente, con questo "Hcss" devo purtroppo confermare la mia delusione.
Per questo lavoro hanno detto di essersi ispirati al loro demo del 1994 e di aver voluto ritrovare quella carica e quelle sonorità ma io, dell'unico brano che sono riuscita a sentire di quel demo, non ci rivedo assolutamente niente, se non i suoni un pò più ruvidi rispetto agli altri lavori.
"Don't Mean Shit", "Party Till I'm Gone" e "The Cemetary" passano senza lasciare traccia, con sonorità trite e ritrite senza essere neanche troppo orecchiabili da rimanere un pò impresse. "Off With Their Heads" è già meglio, ma sicuramente non lascerà il segno.
La quasi ballad "Fly" non decolla e, anche se la parte strumentale mi piace molto, nel complesso non riesce a convincermi.
"The Ocean" e "Touch The Sky" le potete skippare serenamente.
"Growing Old" è l'unica che nel mucchio riesce a difendersi discretamente, mentre "Glue" e "Messed Up For Sure" rientrano nel gruppo iniziale del "non sono male, ma se non ci fossero state non ne avremmo sentito la mancanza".
Conclusione? Attendo speranzosa un reale ritorno alle vecchie sonorità.

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Opinione inserita da Federica Fraschini    23 Aprile, 2015
Ultimo aggiornamento: 23 Aprile, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

All'alba dell'ottavo disco e dopo ventidue anni di carriera, gli Apocalyptica propongono un lavoro completamnete diverso dai precedenti sia a livello strumentale che vocale; questa volta infatti, i brani non sono cantati da vari guest, ma da un unica persona che li seguirà anche per tutto il tour, ovvero l’ex chitarrista degli Scars On Broadway, Franky Perez.
Già con il precedente "7th Symphony" si poteva avvertire una sorta di cambiamento, con brani più rock o più metal e con la riduzione dei brani puramente strumentali, ma il vero sound degli Apocalyptica, ovvero i violoncelli molto forti e molto presenti, ancora esisteva.
Con questo "Shadowmaker" il cambiamento è stato completo e, a mio avviso, senza apportare alcun beneficio. Quasi completamente cantato e ridotta di molto la parte "classica", il risultato è un disco rock e nulla di più.
Niente da togliere alla voce di Franky Perez che è molto bella, scordiamoci gli Apocalyptica che abbiamo conosciuto fino ad ora e questo non è un bene. I vecchi fans come me dubito che troveranno interessante questo cambiamento così radicale.
La prima "I-III-V Seed Of Chaos" è un intro molto cupo e ambient, ma dopo si passa a brani come "Cold Blood", "Shadowmaker" e "Slow Burn" che prendono la suddetta svolta troppo rock. " Reign Of Fear" già ricorda le vecchie sonorità ed è totalmente strumentale, ma gli effetti sui violoncelli assolutamente non convincono.
"Hole In My Soul" è una ballad (che quasi rasenta il pop) con gli strumenti classici un po' più presenti, ma ciononostante non me la sento proprio di salvarla dando un giudizio positivo.
Dopo la parentesi lentone, si riprende con "House Of Chains" e il copione si ripete. Il problema di questo disco è che sono stati inseriti anche molti synth che vanno a creare dei pastoni senza capo nè coda e lo allontanano maggiormente dallo stile della band.
La successiva "Riot Lights" è quasi da brivido (non in senso buono naturalmente): altro brano strumentale con base al limite tra l'elettronica e l'industrial..io inizio a non avere più parole..
Dopo "Come Back Down" arriva "Sea Song (You Waded Out)", un'altra sorta di ballad un pò ritmata che, a livello strumentale e vocale non è per niente male, ma non riesce comunque a farmi pensare a un brano degli Apocalyptica.
E finalmente arriva "TIll Death Do Us Apart" che alterna parti lente e struggenti con altre più ritmate ed heavy, tutto strumentale, capace di far dimenticare tutto quello ascoltato finora; questi sono finalmente gli Apocalyptica che conosciamo. Peccato che siamo alla penultima traccia.
Infatti con la conclusiva "Dead Man's Eyes" abbiamo un'altra ballad che, purtroppo, non ha niente a che fare con la precedente.
A questo punto non ci resta che tirare le somme: non mi sento di dare un voto troppo basso a questo disco per vari motivi; uno di questi è che si tratta comunque di una band che ha cambiato la percezione del rock, del metal e della musica classica e che, con questo disco, ha provato a reinventarsi, anche se, come capita a molti, ha forse commesso un passo falso.
Inoltre, se non si pensa a "Shadowmaker" come un disco degli Apocalyptica, risulta un lavoro comunque molto ben fatto e scorrevole, nonchè di facile ascolto; in più, come già detto prima, il brano " Till Death Do Us Part" è veramente eccezionale.
A questo punto non mi sento nemmeno di sconsigliare l'ascolto, almeno per togliersi la curiosità.

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Opinione inserita da Federica Fraschini    22 Aprile, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

In concomitanza con l'uscita del Best of celebrativo, sono stati ristampati anche alcuni album più o meno datati, in special edition, tra cui, appunto, "Paris Kills" del 2002.
Con questo lavoro i 69 Eyes continuano la scia gothic metal del precedente "Blessed Be" e il risultato è ottimo.
Nonostante non tutti i brani, personalmente parlando, catturino l'attenzione, è un disco che si apprezza nel tempo; se al primo ascolto si viene trascinati dai singoli "Crashing High", "Betty Blue" e dalla bellissima "Dance D'amour", successivamente verrete colpiti invece da brani come "Forever More", "Radical" e "Don't Turn Your Back On Fear", che sono altrettanto belli, ma sono meno immediati dei precedenti.
Quelli che ho citato finora sono, a mio giudizio, i migliori in assoluto di questo disco, ma risultano molto piacevoli anche "Grey" e "Still Waters Run Deep".
Per quanto riguarda i rimanenti "Stigmata", "Dawn's Highway" e "You're Lost Little Girl" ritengo che non siano brani top, ma rimangono comunque gradevoli da ascoltare anche se a tratti possono risultare un pò noiosi.
In questa special edition sono presenti anche due bonus track, entrambi remix, uno di "Crashing High" e uno di "Stigmata"; del primo brano io, sinceramente, non sono riuscita a carpire le differenze con la versione originale, forse sono stati resi i suoni più compressi, ma al di là di questo non ho notato altri cambiamenti. Per quanto riguarda "Stigmata" invece, alla base sono stati aggiunti synth che rendono la parte strumentale quasi EBM, mentre la parte vocale è stata ridotta. Versione alternativa che non porta miglioramenti e che comunque era già presente sia nel singolo di "Crashing High" che nella raccolta "Goth 'N' Roll".
Anche se, come già detto in precedenza, questo disco è fatto un pò di alti e bassi, rimane comunque un lavoro da apprezzare, ascoltare e riascoltare fino alla fine e 100% gothic metal finlandese!

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Opinione inserita da Federica Fraschini    16 Aprile, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Per festeggiare 25 anni di carriera i 69 Eyes escono con un best of composto da due cd, con un totale di 28 brani, che ripercorre tutta la loro carriera...o quasi.
In realtà i primi lavori "Bump 'N' Grind" e "Savage Garden", rispettivamente del 1992 e 1995, sono stati completamente trascurati, mentre dei successivi "Wrap Your Troubles In Dreams" (1997) e "Wasting The Dawn" (1999) ritroviamo solo un brano ciascuno.
Poco spazio è stato dato al periodo gothic con "Blessed Be" del 2000 e "Paris Kills" del 2002, mentre la maggior parte del disco si occupa del cambio genere che parte dal 2004 con "Devils" e continua tutt'ora fino al più recente "X" del 2012 (anche se quest'ultimo rimane un pò a sè rispetto ai precedenti).
In realtà anche se "Wasting The Dawn" è un disco di transizione tra il rock degli anni precedenti e il goth di quelli successivi, è più facile ricollocarlo nella seconda parte, così come "Devils", che ancora contiene tracce di "Paris Kills", rientra più nel cambio di bandiera successivo.
Vi dico subito che per me è inevitabile non essere di parte perchè non disprezzavo i primi lavori, ho adorato il periodo goth e non riesco proprio a farmi piacere gli ultimi dischi (a parte i brani che richiamano le sonorità passate), quindi ritengo che questo best of non sia stato concepito proprio nel migliore dei modi.
Sicuramente una persona che non li conosce bene può apprezzare la varia alternanza tra i brani, ma io sono dell'idea che sia stato dato poco spazio ai loro vecchi lavori prima dell'ultimo cambio di genere quindi, dire che questo disco racchiude 25 anni di carriera, non è propriamente corretto.
Per non farci mancare nulla, la traccia numero 4 è un inedito e si chiama "Lost Without Love" ed è decisamente da bypassare! Accendete la radio, ascoltate la prima canzone super pop di qualsiasi "band" del momento e avrete questo inedito...il problema è che sono i 69 Eyes, il che è abbastanza intollerabile per le mie orecchie.
In conclusione, un best of ricco di tracce, ma scarno di "contenuti", per chi vuole farsi un idea su questa band sappiate che in realtà c'è molto di più da ascoltare!

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Opinione inserita da Federica Fraschini    08 Aprile, 2015
Ultimo aggiornamento: 08 Aprile, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Primo full lenght autoprodotto dalla band tedesca Withania che spazia tra il dark metal e il black metal melodico.
Il primo brano "Erinnerungen" presenta subito delle sonorità più dure e più black, mentre la successiva "Weidenharz" ha già un orientamento un po' diverso, anche se rimane troppo scarna per essere catalogata come dark metal. In entrambi, il cantato pulito non mi convince particolarmente.
Conferma di come sia gli arrangiamenti e sia le scelte strumentali che vocali siano ancora da rivedere sono "Der Wein Der Verzweifelten" e "Entfremdung"; nonostante siano molto diversi tra loro, ovvero il primo molto lento e il secondo invece più simile in stile a "Erinnerungen", presentano gli stessi difetti.
"Der Winter Naht" è un po' meglio rispetto alle precedenti, ma la parte vocale pulita e quella solo strumentale gli fanno perdere parecchi punti.
Le varie mancanze e pecche di questo disco si ripetono anche in "Wenn Die Würfel Fallen" e in "Der Tod Und Der WInd", quindi non mi soffermerò per non essere ripetitiva anche se, in quest'ultima, la parte quasi finale pulita è miracolosamente ben riuscita.
Purtroppo, all'interno di questo lavoro, i problemi non sono solo legati alla struttura, equalizzazione e scelta degli strumenti, ma non c'è neanche un brano che colpisca particolarmente o spicchi in mezzo a tutto il resto, perchè in qualche modo arriva sempre qualcosa che rovina il tutto.
Un esempio di quello che ho appena detto è "Mit Der Flut" che poteva avere una sorta di contaminazione medievale che viene rovinosamente travolta dal cantato e dalla scelta di accordi e chitarre pessime.
Arriviamo infine, e direi quasi finalmente, alla conclusione con "Blütenstaub Und Weidenharz" un brano strumentale di quasi dieci minuti che, tutto sommato, non è così male, ma se ne poteva anche fare a meno, soprattutto per i dieci minuti di durata...

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Opinione inserita da Federica Fraschini    18 Marzo, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Per celebrare i 15 anni di carriera, la band tedesca Ewigheim, ha deciso di uscire con un disco di undici tracce composto da cinque inediti, un remix e cinque cover di loro brani più vecchi eseguiti da band più o meno famose tra cui spiccano soprattutto i Laibach.
"Tanz Um Dein Leben" è ricca di atmosfere molto da brivido e durante l'ascolto è come se ti portasse in mezzo a una foresta avvolta nella nebbia con qualche mostro che ti insegue, tipico scenario di un film horror dei bei tempi andati.
"Nicht Mehr" è molto più elettronica, come se i Kraftwerk avessero incontrato i Rammstein e gli Ewigheim gli avessero aggiunto le atmosfere gotiche che li contraddistinguono. Personalmente preferisco il brano precedente, ma anche questo si lascia ascoltare.
"24/7" è quella che colpisce meno; è in sostanza un connubio meno ritmato delle due precedenti, invece, la successiva "Wir, Der Teufel Und Ich ", riprende atmosfere molto cupe e gotiche e, anche se è un brano abbastanza lento rispetto agli altri, risulta molto ben riuscito.
Con "Gloria", che presenta un ritmo molto più orecchiabile rispetto allo standard degli Ewigheim, si concludono gli inediti di questo disco e partiamo con il remix di "Schneemann", un brano presente nel ep del 2012 "Dürrer Mann". Non cambia molto dalla versione originale, ma è stata risistemata sia a livello di suoni che di registrazione e riadattata alla stile attuale della band. Un tentativo assolutamente riuscito e personalmente preferibile all'originale.
"Heimweg" e "Tanz Der Motten" risalgono invece all'album "Heimwege" del 2004; originariamente un brano molto lento e cupo il primo, e più elettronico e meno lento il secondo, sono stati rivisitati rispettivamente da Laibach e da Sun Of The Sleepless.
"Heimweg" è stata accorciata e resa più ritmata con l'aggiunta di strumenti e di parti elettroniche, in realtà nella sua diversità, non si discosta poi così tanto dalla versione originale.
"Tanz Der Motten" ha invece subito la trasformazione contraria: molto più lenta rispetto all'originale e con sonorità molto ambient e cupe; in questo caso preferisco la versione del 2004.
La successiva "Die Augen Zu" viene dal penultimo lavoro "Nachruf" del 2013 e in questa versione è stata privata delle atmosfere gotiche e horror che la caratterizzano, quindi viene da sè che la scelta non è stata sicuramente delle più felici.
"Morgenrot" è dell'album del 2012 "Bereue Nichts" e, già di per sè, è un brano abbastanza particolare rispetto alla maggior parte di quelli degli Ewigheim. Nonostante in questa versione sia stata tolta praticamente tutta la parte melodica e amplificata quella elettronica già presente, anche in questo caso non vi è una differenza abissale con la versione originale ma, anche in questo caso, continuo a preferire quella del 2012.
L'ultimo brano è preso sempre da "Nachruf" del 2013 e, già in origine, era un brano senza troppe pretese: carino da ascoltare e abbastanza orecchiabile e tale è rimasto anche dopo le poche modifiche apportate.
Anche con questi cinque brani nuovi gli Ewigheim si confermano come una band che segue sempre più o meno lo stesso stile, che riesce però a farsi ascoltare sempre e non risultare quasi mai noiosa. Il resto del disco prendiamola come una parentesi di omaggi da altre band al loro lavoro, ma non vi lascerà sicuramente a bocca aperta.

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Opinione inserita da Federica Fraschini    10 Febbraio, 2015
Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Quarto album da studio per questa metal band tedesca che, a due anni dal precedente "Dogma", fa ancora un passo avanti e cambia stile presentandoci un nuovo mix di generi che continua sicuramente il lavoro fatto in precedenza, ma presenta anche molte varianti.
La prima "Gottskrieger" ricorda i Cradle Of Filth di "Dusk And Her Embrace", con sonorità black metal e sinfoniche ben amalgamate tra loro, la successiva "Wien 1683" si lascia tutto alle spalle con una parte strumentale molto medievale e più orecchiabile; un brano che a mio avviso merita molto.
"Wie Gott Sein" cambia ancora rispetto alle precedenti e troviamo sonorità industrial e symphonic mixate insieme in modo abbastanza convincente, ma il brano non è dei migliori.
La linea industrial continua in modo più marcato con "Kalt Wie Ein Grab" che richiama alla mente, in modo molto chiaro, i Rammstein.
La successiva "Und Immer Wenn Die Nacht Anbricht" ha sonorità prettamente gothic molto in stile Lacrimosa, sia vecchi che nuovi, perchè presenta una prima parte solo piano e qualche synth mentre, andando avanti con l'ascolto, vengono aggiunte anche chitarre e varie parti sinfoniche; un brano più che piacevole che non dispiace affatto.
Con "Schwarz" ricompaiono le sonorità al limite con il black metal della prima traccia, anche se i riff sono più tendenti all'heavy che al black e non manca naturalmente la parte symphonic con atmosfere molto gothic.
"Dort Wo Die Krähen Im Kreise Fliegen" riprende un mix di industrial e symphonic che però questa volta è un pò più morbido rispetto allo stile Rammstein e richiama invece di più quello dei Deathstars.
Continua il filone industrial più pesante "Märchen", mentre ritorniamo allo stile quasi black con "Töte Mich" e con la conclusiva "Chimonas" che chiude alla grande un disco mai noioso e che riesce ad amalgamare brani molto differenti tra loro senza far torcere il naso e senza creare pastoni senza capo nè coda.
Ci tengo a precisare che i vari paragoni con altri gruppi fatti in questa recensione non stanno assolutamente a significare che i Nachtblut siano fotocopie di essi, ma semplicemente per rendere l'idea dei brani in quanto sono realmente molto variegati tra loro.

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