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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    09 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio, 2023
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Il voto questa volta è troppo severo lo ammetto;"Deceivers", ultimo lavoro degli Arch Enemy, uscito ormai da qualche mese, non è un disco mediocre, ma non riesce nell'intento di accaparrarsi una sufficienza piena. Se lo avessimo tra le scelte di voto, avrei dato un 6-. Dopotutto, al contrario del precedente “Will To Power”, quello si davvero mediocre, gli Arch Enemy ci hanno risparmiato quasi del tutto le melodie tristemente scontate e commercialotte. Persino l’opener, nella quale la singer Alissa inserisce abbondanti dosi di clean vocals, riesce a convincere. E sappiamo quanto io trovi odiose tutte le decine e decine di giovani band “Hardcore” e/o “Melodeath” che con poca autostima passano da strofe con groove e perenni breakdown, a ritornelli con coretti e voci da Pop band adolescenziali. Gli Arch Enemy di “Handshake With Hell” invece si ricordano di avere anche una certa età per rischiare di ridicolizzarsi così tanto, quindi rimangono ancorati tra le trame dell'Heavy Metal, e con una pennellata finale dai toni dark, ottimizzano quella che si presenta come una buona opener. La title-track poi spazza via anche le melodie accattivanti della precedente, con un’aggressività che non si sentiva da tanto nella band di Amott. Anche i brani più diretti e semplici funzionano: “The Watcher” e “Poisoned Arrow” sono sostenute da due semplici melodie, come lo era “Pilgrim”, ricordando la notte dei tempi degli Arch Enemy, eppure sono quei brani che ti va di riascoltare continuamente. Ci sono altri momenti che sicuramente meritano nel corso di “Deceivers”, gli Arch Enemy cercano di rendersi interessanti, con passaggi serrati e articolati che ritornano spesso, e con riff abbastanza graffianti e più elaborati di ciò che si è sentito nell'ultimo periodo della storia della band. Purtroppo, non sempre le cose funzionano, e verso il finale Amott ed i suoi non riescono a tener testa al buono presentato nella prima metà del disco. "Deceivers", nonostante i buoni propositi, scivola via in modo anonimo. Un plauso agli Arch Enemy per averci almeno provato questa volta a fare qualcosa di meno ovvio, un po’ più oscuro e più accattivante anche per i metalheads che hanno amato i loro primi album. Parliamo di un piccolo passo in avanti, la miglior prova del periodo Alissa White-Gluz, ancora non sufficiente perché troppi momenti risultano freddi e fini a se stessi, nonostante i tentativi tecnici con cui sono stati costruiti, ma sicuramente in "Deceivers" qualche pezzo lo possiamo considerare all’altezza di un nome importante e dei grandi musicisti che lavorano dietro questo progetto.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    27 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2022
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Uscito ormai da qualche mese, il nuovo “The Great Heathen Army” è sicuramente migliore della sua orribile copertina, ma di fatto, nonostante le premesse di essere un album più cupo o duro o quant’altro, è solo un ennesimo lavoro che segue nel bene e nel male le ultime uscite della band: una manciata di brani buoni, qualche filler e qualcosa di decisamente piatto e non riuscito, questa volta tocca proprio alla title-track il premio per il brano più bruttarello. Tutta roba che serve alla band per ripartire a far faville con i suoi tour, quelli sì, sempre più spettacolari da ogni punto di vista. Gli Amon Amarth non hanno più fame, il grande successo lo hanno ottenuto e da quel momento sembrano essere stati inglobati dalla Marvel (di cui sono comunque un grande fan), quindi tanti effetti speciali, piacevoli, avvincenti, divertenti, ma per usare un parallelismo cinematografico, gli Amon Amarth sono ormai una “band per famiglie”: cattiva il giusto, melodica il giusto, accattivante il giusto, cercando di non scontentare nessuno, dal bimbo al nonno, non che ci sia niente di male. Nuovamente ritroviamo molti riff già ascoltati in una sorta di eterna autocitazione, “Get In The Ring”, “Find A Way Or Make One” ne sono la rappresentazione più emblematica, melodie telefonate che già sai dove vogliono arrivare ancor prima che comincino a suonare sul serio. Poi c’è la parte più folkettara e battagliera con “Heidrun” ed i suoi cori da stadio, un simpatico featuring con i Saxon. Chi altri poteva suonare se no un brano intitolato “Saxon And Vikings”? Devo dire che il risultato non è niente male. Sembra si faccia un po’ più sul serio con la tiratissima “Oden Owns You All”, quasi a voler rimarcare il più lontano passato. Tra il mediocre ed il sufficiente, tra il bello ma scontato, tra gli episodi più riusciti, arrivano due pezzi da novanta: “Dawn Of Norsemen”, e la conclusiva “The Serpent’s Tail”, melodie rabbiose e atmosfere eroiche e drammatiche. Come è già successo ultimamente, “The Great Heathen Army” sarà odiato da chi ha idolatrato la band prima che si potesse permettere di andare in giro con gigantesche navi vichinghe di cartapesta e fuochi pirotecnici, probabilmente sarà amato dai più giovani, oggettivamente è un ennesimo album sufficiente. Se poi questa sia una cosa positiva o negativa sta a voi deciderlo.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2022
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Contrariamente a quanto asserito su queste pagine dalla mia collega, ad essere sincero, ho considerato il precedente “Course of the Crystal Coconut”, il fondo del barile degli Alestorm, che con il tempo hanno elevato la parte grottesca e ironica della loro musica, a protagonista principale del proprio modo di proporsi, dimenticandosi di essere amati sì per la loro stravaganza, ma anche per saper costruire delle belle canzoni. Se mancano le idee, allora si può essere simpatici quanto vogliamo, ma rimaniamo pur sempre musicisti e non commedianti. Il precedente disco per quel che mi riguarda è stata una mezza delusione, dopo un primo brano buono e qualche sperimentazione lontana dal Metal tipo “Tortuga” che è stata comunque un qualcosa d’interessante, ho trovato l’intero lavoro debole e pieno di filler.
Cosa cambia con questo “Seventh Rum Of Seventh Rum”, titolo che chiaramente rimanda al noto album degli Iron Maiden? Semplicemente che gli Alestorm hanno fatto un passo indietro, hanno livellato meglio tutti gli ingredienti da sempre proposti, e la gran parte delle canzoni è perfettamente riuscita. Non sono certo gli Alestorm dei primi album, come succede un po’ anche ai migliori musicisti del mondo, un po’ di autocitazioni ci sono, un po’ di paraculate anche, ma non parliamo di cose tipo il primo singolo “P.A.R.T.Y”, gonfie di bit danzerecci e discotecari, che comunque non è neanche a male, ormai siamo abituati ai super synth anni '80/'90, vedi i Beast in Black. In questo settimo lavoro la band di Christopher Bowes ci sa portare di nuovo tra scorribande di pirati, dal sapore videoludico e fumettoso, tanta epicità, durezza, cori e così via. E’ stato davvero un piacere ascoltare “Seventh Rum…” dall’inizio alla fine, forse annoierà subito “Under Blackened Banners” perché ha il solito giro di accordi ormai abbondantemente ridondanti, tipo qualsiasi hit estiva concessaci a forza dal mainstream italico, ma per il resto, si respira tanto rum, battaglie epiche e si sente la salsedine dei mari in tempesta con una gran bella dosa di ironia, giusto in tempo per il ritorno di Monkey Island. Ben fatto.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    23 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2022
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Nono lavoro in studio per i TrollfesT, che ha tutti gli ingredienti del disco con cui si cerca di imbarcare nuovi adepti a bordo della propria nave musicale. I TrollfesT abbandonano l'idioma di fantasia creato da loro stessi, il "trollspråk": “Flamingo Overlord” è il primo album completamente cantato in inglese, è anche il meno estremo ed il più melodico. I blast beat e lo screaming rimangono presenti un po' dovunque ma sono molto più limitati del solito. Non è un caso che proprio l’opener sia stata usata per provare ad intrufolarsi all’Eurovision Festival in rappresentanza della Norvegia, assalto fallito proprio in finale, quando la Norvegia ha scelto, invece della goliardica bravura dei TrollfesT, un’artista più seriosa e mainstream come Maria Mohn.
“Dance Like A Pink Flamingo” rimane però una buona canzone che si destreggia con un refrain che ti rimane subito in mente, per poi passare ad un accenno dei TrollfesT più classici, con lo screaming di Trollmannen dietro al microfono, tornando per un attimo indietro nel tempo, con synth e il Pop elettronico anni ’80, prima di riproporci l'accattivante ritornello. Forse qualcuno storcerà il naso per queste scelte stilistiche di più ampio respiro, ma il grottesco, lo si nota già dalla copertina, così come la varietà stilistica che ha da ormai molti album contraddistinto la band, rimane intatta, non sai mai cosa aspettarti da un brano ad un altro. In una visione d’insieme possiamo dire che “Flamingo Overlord” vuole essere un lavoro dal sapore estivo, una risposta ed una presa in giro neanche troppo velata dei tormentoni estivi, con la maggioranza dei brani che mira a ritmi latini e musiche dalle tonalità tropicali.
Se con “All Drinks On Me” si ritorna al Folk Metal più classico dei nostri, che vede anche come guest il buon Jonne Jarvela dei Korpiklaani, “Flamongous” ripropone ancora synth alla Giorgio Moroder, ma anche degli ottimi inserimenti di sassofoni. Tolte le parti più dure, anche questa canzone poggia su dei bei corali e cambi ritmici, tanto che a tratti potrebbe essere scambiata per un bel brano dei Diablo Swing Orchestra. “Twenty Miles an Hour” è uno dei momenti più folli dell'album, ed ovviamente deve essere presa per quella che è, una vera e propria presa in giro sia dell’Hardcore moderno, così come del Rap e di certo Funky da classifica. I TrollfesT creano una miscela strana, in cui riescono comunque a inserire i loro strumenti più etnici ed il sassofono a tessere interessanti melodie, pazzia e maestria che vanno a braccetto. Si continua con la circense “The Flamingorilla”, per poi tornare alle atmosfere tropicali con “Flamingo Libre”. Al Reggaeton Metal “Piña Colada” preferiamo sinceramente “Norwegian Reggaeton” dei nostrani Nanowar Of Steel, molto più sagace nel testo e varia. Qui i TrollfesT rendono solo quel dannato giro di quattro accordi, ritmicamente tirato, creando una versione più che Metal, vicina al Punk, conservando giustamente tanto tanto autotune, come è giusto che sia, se si vuol ridicolizzare questo tipo di tormentone. “Rule The Country” accenna qualche fraseggio Jazz prima di presentare interessanti melodie mediorientali, mentre il finale del disco è forse quello che piacerà di più ai fan della prima ora dei Trollfest. “Overlords Have Feelings” suona molto Finntroll, il primo amore dei TrollfesT, e “Bob Venke” rallenta i ritmi, crea un mood gotico, una melodia scandita da singole note di piano che giocherellano come fossimo di fronte ad una sorta di musical Disneyano ma dai toni indemoniati, per poi esplodere più volte con degli azzeccati e rabbiosi blast beat. Un ottimo modo per finire un disco ben fatto, un po’ diverso dal solito, che cerca palesemente di allargare il bacino di utenza della band, ma che gioca sapientemente su quella linea sottile e pericolosa in cui molti sono cascati, ma dove invece abbiamo trovato una band abbastanza preparata da riuscire a non snaturare la propria immagine, e nel contempo creare brani-calamita per chi fino ad oggi non conosceva questi musicisti norvegesi. Non sempre sono andati a colpo sicuro, ma il risultato rimane ottimale.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    17 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Mag, 2022
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Uno dei gruppi italiani più prolifici degli ultimi anni, i Celtic Hills, tornano nuovamente, a solo un anno dal precedente buon album intitolato “Mystai Keltoi”, sempre sotto la guida del buon Michele Guaitoli (cantante Temperance, Vision Of Atlantis) per quel che riguarda la produzione, con questo “Huldufolk”. L’album, grazie al lavoro di Guaitoli, ripropone la bontà dei suoni già sentiti nel lavoro precedente, la band in parte cerca soluzioni melodiche più accattivanti, sempre e comunque presentandosi con la propria ricetta diretta in particolar modo verso il Power/Speed Metal, ma regalandoci anche delle aperture più sinfoniche e corali del solito, così come momenti che cercano di toccare le aggressività del Metal più estremo. I Celtic Hills sono legati al Metal di vecchia scuola, quindi riff, irruenza ritmica e le linee vocali graffianti di Jonathan Vanderbilt, sono figlie del sound anni ’80, impreziosito però da tastiere e synth che conducono i brani verso il nostro presente, riuscendo anche questa volta a ricreare quell’equilibrio tra il passato di un Metal stradaiolo e dal sound europeo che impazzava anni or sono, con quello più patinato e calcolato di oggi, ma senza esagerare ne diventare eccessivamente “plasticoso”.
“Huldufolk” inizia con una triade che ci lascia a bocca aperta ed a cui non possiamo non dare il voto massimo, le anthemiche “The Secret of the Grail” e “Metal Message” insieme ad “After the Earthquake”, quest’ultima oltre ad essere una buonissima composizione musicale, ha un testo molto sentito e ci racconta del devastante terremoto del ’76 che colpì il Friuli. Tutti e tre i brani sono a tutti gli effetti le tre perle del nuovo lavoro dei nostri, violente e melodiche al punto giusto, sia per gli amanti del Metal più thrashy, sia per quelli del Power tedesco più vicino agli Helloween. Ci sono accenni Folk qui e lì per tutta la durata dell’album, ma il tutto esplode con la propria forza danzereccia in “Villacher Kirktag”, in cui i Celtic Hills si lasciano andare e sembra di stare di fronte ad una riuscita canzone dei Trollfest, ascoltata in qualche bettola di montagna. Come sempre, abbiamo momenti più acidi in puro Metal 'priestiano', anche questi promossi, ma purtroppo, anche questa volta qualche intoppo prima del finale ci sta. Infatti “The Hammer of Thor” così come “Gate of Hollow Heart” (anche se in quest’ultima il refrain sinfonico e corale diventa protagonista e salvatore della traccia), come già anticipato, vanno a ricercare ispirazione nel Viking Metal più estremo, tra melodie più oscure e blast beat. Devo dire che se parlassimo strettamente della parte musicale, potremmo essere d’accordo che anche in questo caso i Celtic Hills abbiano trovato un proprio centro per esprimersi al meglio, ma le linee vocali ancora non funzionano: come già successo nel disco di debutto “Blood Over Intents” difettano proprio nella mancanza di tecnica nel cantato estremo. Quindi o si trova un bravo guest se si vogliono inserire nel repertorio tali parti, o ci si deve adoperare per imparare quel tipo di canto. Jonathan Vanderbilt è un singer bravissimo con le clean, che sono comunque aggressive e ruvide, ma il cantato estremo rimane fuori dalle sue corde e non dà giustizia ai due pezzi, il che è un peccato. Abbiamo infine due bonus track: la buona “Living…”, ricantata dal batterista Cescutti, e la frizzante “Words In Out”, contenuta già nella demo “Horns Helmet Fighters”, ma che adesso trova finalmente dei suoni adatti che vanno a donare la giusta potenza ad un brano semplice ma riuscitissimo, che ci ricorda i Gamma Ray di una volta.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 2022
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I danesi Svartsot tornano a fare capolino nel mercato discografico dopo ben sette anni di silenzio, e quattro album pubblicati tra il 2007 e il 2015. Rigorosamente in lingua madre, “Kumbl” significa “Memoriale”, e le dodici tracce contenute sono un vero e proprio omaggio della band alla propria terra madre ed al proprio folklore, infatti sono musiche tradizionali nordiche, ri-arrangiate nello stile della band, nell’ormai collaudata formula tra Folk e Metal estremo, soprattutto di stampo Melodic Death con qualche eccesso Black qui e lì. Insomma "Kumbl", sembra a tutti gli effetti un vero disco degli Svarstot, con tutte le loro peculiarità a cui ci hanno abituati, dalle rocciose ritmiche che fanno da tappeto al growling cavernoso del vocalist, fino alle melodie date dai duetti delle chitarre, dai chorus da pub, e dai tanti strumenti etnici che la band inserisce nel proprio repertorio, tra fisarmoniche, mandolini e fiati di ogni sorta.
“Kumbl” scivola via per bene, gli Svarstot effettivamente vanno fin troppo sul sicuro, e forse la scelta è data proprio da una certa stanchezza sentita negli ultimi lavori mai troppo convincenti, il tutto dopo un inizio carriera più che promettente, tanto che vennero all'epoca subito assoldati dalla Napalm Records, così come pochi anni più tardi vennero licenziati dalla stessa.
“Kumbl” in questo senso potrebbe rappresentare un nuovo inizio per il gruppo danese. Forse qualche melodia nel contesto la riconoscerete, ma in generale l'album non dà l’idea di essere un disco di “cover”, è tutto dosato nel migliore dei modi, e ci ricorda gli Svartsot più frizzanti ed energici dei primi due album. Dodici momenti musicali piacevoli che rispolverano un po’ tutto ciò che ci si aspetta da una Folk Metal band di stampo nordico ed estremo, dal growling sostenuto da melodie etniche, accelerazioni telluriche, cori da stadio, o da ubriaconi, a seconda delle circostanze, il tutto intervallato da momenti acustici e intimistici. Adesso però dobbiamo aspettare e vedere se gli Svartsot sono davvero pronti a tornare in grande stile, o se il songwriting dei nostri si sia compromesso irrimediabilmente come è sembrato negli ultimi dimenticabili lavori della band. Per ora più che promossi ovviamente.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    19 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2022
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Primo full-length dei canadesi Lutharö, che arriva dopo tre EP, ad otto anni dalla fondazione del gruppo, perlomeno sotto questo moniker, perché la prima fase della band risale al 2012 quando si facevano chiamare ancora Incarnadine, che poi usarono come titolo per il primo EP, cambiando il proprio nome in quello di oggi. Mi sono imbattuto nei Lutharö nel 2020, recensendo in modo molto positivo il loro EP “Wings Of Agony”: immaginateli come un misto tra Arch Enemy, ma non quelli alla canna del gas, e The Agonist, che poi sono le due band che accomunano la cantante Alissa White-Gluz, a cui immagino si ispiri anche la vocalist della band, Krista Shipperbottom.
I Lutharö del 2021, per la prima volta alle prese con un full-length, non sono malaccio, ma sulla lunga distanza, per quel che mi riguarda, non sembrano reggere come nel lavoro precedente. Intendiamoci, i musicisti sono tecnicamente ineccepibili, e le canzoni incamerano il meglio che ci si possa aspettare tra Melodic Death Svedese tecnico, ed un Hardcore non scontato: twin guitars, ritmiche serrate, melodie, riff taglienti, breakdown improvvisi, se dovessimo valutare “Hiraeth” solo per questo saremmo vicini al voto massimo, perché strumentalmente funziona tutto. Sono le clean vocals della Shipperbottom che questa volta vanno a corrente alternata. Non so se su “Wings Of Agony”, essendoci meno materiale, era tutto meglio dosato, ma qui mi sembra che i Lutharö abbiano fin troppo esagerato con le clean vocals, anch’esse mai banali, ma dopo le buone prove su “To Kill Or To Crave” e “What Sleeps In Your Mind”, si ha la sensazione che indeboliscano il più delle volte i brani invece di esaltarne la bellezza. Inoltre anche la prestazione propriamente tecnica in clean della vocalist non è quella che ho sentito sul precedente CD, ed a questo punto non so se ci fosse più aiuto all’epoca da parte dell'altro singer, il chitarrista Victor Bucur o meno, rimane il fatto che la voce di Krista, perfetta negli screaming ed in generale, in ogni parte del canto estremo, perda grinta ogni volta che punta alle clean, troppo acute in alcuni momenti da farle risultare esili per supportare l’ottimo lavoro fatto dagli altri strumentisti. Peccato, perché la verità è che qui ci sono continui ottimi spunti, dall’epicità di “Valley Of The Cursed” alle sinistre contorsioni tecniche di “In Silence We Reign”, fino all’ultima ottima “Lost In A Soul”. Se fosse stato cantato tutto in screaming, o se fosse stato dosato meglio il lato melodico, “Hiraeth” avrebbe avuto un valore aggiunto e se la sarebbe giocata su voti ottimi, così tentenniamo, sicuramente sufficiente, ma con un po’ di amaro in bocca.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    08 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2022
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La Steel Shark Records ci propone una ristampa di questo esplosivo debutto dei francesi Hellrock, quintetto dedito al Heavy Metal più classico e anni ’80, ma con dei buoni suoni moderni, sebbene qualche sfumato finale qui e li sembra sia sempre tagliuzzato in maniera un po’ artigianale. Ma è la musica che ci interessa. Il disco vira decisamente verso un il target della vecchia guardia del Hard’n’Heavy: se amate la voce tagliente ed i riff alla Judas Priest, le twin guitars alla Irons, una certa epicità e tamarragine tipo i Manowar più antemici, questo è un dischetto niente male che sicuramente vi renderà gioiosi. Gli Hellrock ripropongono la scuola musicale dei grandi nomi e lo fanno con brani di grande effetto, a partire dalle partiture veloci della title-track, passando per “The Wanderer”, divenendo epici nel ritornello dell’ottima “Sailing To Atlantis”, facendovi scapocciare con brani quali la marziale “Blood Red Line” e “The Savage…”. E' vero che qualche coro sembra un po' troppo sempliciotto e troppo anacronistico, ed avrei fatto di più per quel che riguarda alcuni i riff, troppi power chords aperti tendono ad appiattire qualche parte dei brani, ma rimaniamo sul fatto che siamo d’accordo con gli Hellrock che "Questo è metal". In “This Is Metal”, non troverete melodie rubate al Pop, niente compressioni all’inverosimile, synth o quant'altro, ma del sano Rock/Metal come quello di una volta. Se vi intriga l’idea sappiate che siamo di fronte ad un bel dischetto, che si poggia stilisticamente sui maestri del genere senza inventare nulla, ma non fa sfigurare quanto già appreso dalle loro lezioni.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 2022
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Gli spagnoli Incursed tornano alla grande con il disco “Baskavigin”, che sicuramente renderà felici gli amanti del Viking/Folk Metal di stampo nordico, tra Metal estremo e aperture corali in clean. Già mi sono occupato del gruppo negli anni precedenti, e devo dire che ad ogni lavoro ho notato un miglioramento da parte del quintetto di Bilbao. Ancora non mi convincono a pieno quando le clean vocals sono solitarie (ma momenti tali ne troviamo per fortuna molto pochi), questo perché nessuno della band possiede un timbro o un’impostazione da cantante solista che potrebbe reggere troppo senza stancare i momenti più melodici, ma quando partono i cori epici e gli inni da stadio, che si fronteggiano con il possente growling, allora ci lasciamo facilmente sommergere dalla musica degli Incursed. Si inizia con un'intro sinfonica e cinematica in crescendo che esplode con la diretta title-track. Da li in poi si passa tra brani incalzanti come “The Black Hunter”, a quelli dall’incedere marziale come “Colossal”, ad altri più goliardici come “Eusko Troll Label”, fino alla solennità della seconda parte di “Saltus Eta Ager” che in realtà fa parte di una suite di 10 minuti, che in sé riunisce tutte le sfaccettature della band, dalle parti acustiche fino ai blast beat. Poco da ridire, non ci sono brani minori o skippabili questa volta, “Baskavigin” viaggia bene, supportato da una buonissima produzione moderna, e mostra una band sempre più sicura delle proprie possibilità.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    06 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2022
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Già mi ero imbattuto in questi melodic deathers tedeschi, per i loro due album precedenti: “The Elder’s Realm” e “Dawn of the Five Suns”. Entrambi ottimi dischi, massicci quanto basta, epici, melodici, un misto tra un certo tipo di Power roccioso ed un Extreme Metal alla Ensiferum e simili. Cosa cambia nel quinto album per i Kambrium? Il vestiario sicuramente, e tutte le ambientazioni, che dal fantasy e/o avventuroso storico dei precedenti dischi, si spostano verso un certo tipo di sci-fi che si inebria visivamente di distopie in stile Blade Runner, e musicalmente ritorna ad un certo tipo di musica anni '80, senza per questo intaccare la musicalità fin oggi ascoltata dalla band. Su tutto si nota l’introduzione massiccia dei synth, un qualcosa di molto vicino a ciò che fanno i Beast In Black, ma meno tamarro e scanzonato. Forse molti storceranno il naso a leggere queste cose, ma i tempi cambiano e le band si adattano, o semplicemente vogliono sperimentare qualcosa di nuovo e diverso. In realtà il sound dei tedeschi rimane saldo alle proprie radici, tanto Melodic Death, aperture sinfoniche, cori epici, ma questa volta arricchiti da più di qualche azzardo cibernetico, che però i Kambrium hanno saputo dosare ed inserire per bene nel proprio sound. Sia “Cybernetic Overload” che “Shadow Construct” sono le tracce che più si legano al proprio passato, come a fare da ponte tra ciò che fu e ciò che sarà, almeno in questo disco, del futuro non ci è dato sapere. Ma tutto funziona molto bene a mio parere, forse gli unici momenti che sfuggono al controllo dei nostri sono “Nature, Error: 404”, che vede la partecipazione della vocalist dei Snow White Blood, Ulli Perhonen, e che risulta fin troppo melodica e leziosa, senza riuscire a proporre quei particolari accattivanti che ne dovrebbero fare la traccia per eccellenza che ti entra in testa fin dal primo ascolto. Anche la strumentale e danzereccia “To The Core” non credo possa interessare persino al più aperto tra i metallari. Ma per il resto "Synthetic ERA" funziona bene, insomma non siamo di fronte all’orrore di album come “Renegades” degli Equilibrium, quello si che è stato un grande buco nell’acqua. Al contrario hanno saputo darsi un tono un po' diverso senza snaturare quel che sono stati fino ad oggi, il disco sa dire la sua e si fa voler bene. Ovviamente non è un disco per i true metallers, se odiate i Beast In Black, se non sopportate “Turbo” dei Judas Priest, se non ammettete che una band Metal possa inserire arrangiamenti con synth che fanno tanto anni ’80 e tanto nerd, lasciate perdere, ma in questo caso forse sarebbe un vero peccato.

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