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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    28 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Aprile, 2021
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Son passati ben sei anni dal terzo disco dei Vexillum intitolato “Unum”, che vide accanto ai nostri diversi special guest a duettare con il bravo Dario Vallesi: Hansi Kursch, Mike Boals, Chris Bay e Maxi Nil. Da allora è passato così tanto che avevo pensato che i toscani si fossero purtroppo persi, e sarebbe stato davvero un brutto colpo per la scena power folk italiana. Invece i Vexillum firmano per la Scarlet Records, rendono la propria immagine più accattivante, il sound a tratti più oscuro, i propri arrangiamenti più vari e curati. Flauti e cornamuse, che son sempre stati parte integrante del sound dei nostri, vengono suonate, come già successo in passato dal guest Nick MacVicar. La ottima produzione dei suoni, ci fa subito sentire a nostro agio e pronti per salpare insieme ai canti dei Vexillum con questo “When Good Men Go to War”.
Già la title-track è un vero portento di power folk moderno, con un refrain corale che ci si pianta subito in testa. Il secondo singolo “Sons Of A Wolf” ha quel tono più oscuro, aggressivo e drammatico che spunterà diverse volte durante il disco, figlio del migliore Blind Guardian sound.
L’apertura del tutto è però affidata alla lunga “Enlight The Bivouac”, più di 10 minuti di musica che da sola vale l’acquisto del disco, e che riassume perfettamente ciò che ci aspetta durante l’ora in cui ci intratterranno i Vexillum, tra momenti speed, cavalcate metalliche, momenti acustici, e momenti corali, tutto ben bilanciato tra strumenti etnici ed elettrici. Il viaggio continua tra i cadenzati ritmi e malinconici cori di “Voluntary Slaves Army”, o quelli più incalzanti di “The Deep Breath Before the Dive”, le sfumature prog di “Prodigal Son”. “Flaming Bagpipes” sembra uscita dall’ottima penna degli Elvenking ed i continui ribaltamenti di approcci sonori tra heavy/power metal e folk fa di “When Good Men Go to War” un ennesimo ottimo lavoro della discografia dei nostri, dove la compattezza del sound ma anche la varietà dello stesso, riesce ad accompagnarci senza mai stancarci dall'inizio alla fine, facendoci canticchiare fin da subito gli undici episodi del disco, che si chiudono con la bella acustica ed italianissima “Quel che Volevo”, che fa molto Modena City Ramblers.
Un ottimo ritorno quindi, sperando di non dover aspettare così tanto per il prossimo disco, alziamo i calici e diamo un gradito bentornato ai Vexillum.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    14 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Aprile, 2021
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Ci siamo occupati dei serbi Nùmenor poco tempo fa per l’uscita dell’EP “Make The Stand”, con l’ospite d’onore alla voce, Hansi Kursch, dei Blind Guardian. Vediamo adesso come i Nùmenor se la sono cavata con il full-length “Draconian Age”. Abbiamo già parlato della buona e tirata opener, che rimane tra le migliori proposte del disco, così come abbiamo accennato a “Where Battle Rages On”, quindi concentriamoci sulle altre tracce. Interessante la versione metal di “Hall Of The Mountaing King”, tratta dal “Peer Gynt” del compositore Edward Grieg. Non eccezionali le strofe, ma il piano che riprende la famosa opera, unita alle chitarre ed allo screaming di Miranovic merita, anche perché ci mostra la perizia tecnica dei musicisti serbi.

A livello di testi è sempre Tolkien al centro dell’attenzione dei nostri, tanto che anche l’artwork è ripreso dalla versione serba del 1984 de “Il Signore degli anelli”, disegnata da Dobroslav Bob Zivkovic. Abbiamo un’ottima cavalcata tra power e symphonic black intitolata “Feanor”. Rispetto ai precedenti lavori, la parte più estrema della musica dei Nùmenor sembra voler essere più protagonista questa volta, tanto da donare a "Draconian Age" un’aura più oscura del solito, ottime in questo senso “The Days Of Final Frost” e “The Last Of The Wizard”, entrambe ispirate molto alla musica dei Dimmu Borgir. Nonostante questo, ogni pezzo, dove più, dove meno, ha il suo momento heavy/power. “Arkenstone” ha persino un andazzo hard rock, nonostante non sia mai messo da parte lo screaming di Miranovic. “Mirror mirror” non ha niente a che fare con l’inno power per eccellenza dei Blind Guardian, il mix musicale tra classico ed estremo dei Nùmenor rimane inalterato, tra cavalcate e momenti epici.

“Draconian Age” è scorrevole, anche perché dieci brani alla fine hanno una durata di poco più di mezz’ora di musica, quindi niente dilungamenti, ma canzoni essenziali, che si lasciano ascoltare con piacere. Non ci sono infatti momenti sotto la sufficienza, ma qualche problema a livello di produzione rimane che non ci fa godere a pieno il disco dei nostri, insieme a qualche interpretazione un po’ troppo dilettantistica, prendete i cori ed alcune parti del cantato di “Twilight Of The Gods” ad esempio, che ci lasciano un po' interdetti. Queste imperfezioni troppo marcate non ci permettono di alzarci oltre la sufficienza, ma parliamo comunque di una sufficienza più che meritata. Dopotutto i Nùmenor non hanno mai deluso, ma continuano a portarsi appresso alcune piccole cadute di stile, che a questo punto si potrebbero tranquillamente scrollare da dosso, per poter volare più in alto.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Aspettando il nuovo vero disco di una delle folk metal band più irriverenti della storia, i Trollfest ci deliziano con questo simpaticissimo EP di quattro brani, di cui solo uno originale, “Happy Heroes”, ottimo come singolo, bel refrain, una folk-metal song, con tutta la spavalderia che ci si aspetta da un brano del genere. Ovviamente lontani dalle più interessanti composizioni che abbiamo sentito negli album dei nostri eroi, ma un gran bella sferzata di folk metal da osteria che ci fa sorridere e scapocciare a dovere.

Poi si passa alle tre cover, ovviamente rigurgitate per bene in versione folk metal/punk, dai nostri beniamini norvegesi. La prima è la famosa hit dance degli Aqua, “Cartoon Heroes”, perfetta, con la Miriam Renvag Mulleraka Sfinx a donare la sua ugola e tirare avanti il pezzo, qualche screaming qui e lì, tante chitarre e finale con doppia cassa. Ma potremmo dire: “Ok facile così, un po’ di chitarre distorte, un po’ di batteria forsennata, alla fin fine si metallizza tutto”.

Ok allora passiamo alla super famosa “Don’t Worry Be Happy” di McFerrin. Capolavoro vero! Sembra quasi aderire all’originale, con quel ritmo in levare, poi i Trollfest ubriaconi hanno la meglio, comincia il blast beat, e potete immaginarvi tipo le immagini dei Gremlins che mettono a soqquadro la piccola provincia americana del primo film, dandosi alla pazza gioia. Ovviamente al posto dei Gremlins, ci sono i nostri i nostri Trolls fuori di testa.

Finiamo con “Happy” di Pharrel Williams, non interessante come la precedente, ma anche qui ci possiamo godere un bel coro stralunato sul finale e gli inserti di sax, che riescono a rendere un brano vietato ai diabetici, come un qualcosa di estremamente divertente e che si sa prendere poco sul serio, nonostante la bravura dei musicisti.

E' un periodo duro per tutti, ma i Trollfest nel giro di un quarto d’ora vi riusciranno a far dimenticare con un sorriso, il disastro che si sta consumando li fuori nel mondo, accompagnandovi nel loro di mondo, ubriacone, pazzo, fuori da ogni logica.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    27 Marzo, 2021
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Breve antipasto del nuovo album dei serbi Nùmenor che si intitolerà “Draconian Age”, questo “Make The Stand” ci presenta come piatto principale, non so se lo avete riconosciuto dalla copertina????? Spero di si, la power metal song che dà il nome al disco, soprattutto perché c’è l’ospite d’onore Hansi Kursch a duettare con il gruppo.
Vi ricordiamo, che i Nùmenor, non sono certo una band che ha mai voluto nascondere i suoi riferimenti musicali e non, dalla letteratura fantasy, al power symphonic dei Blind Guardian e Rhapsody, fino al symphonic più estremo, stile Dimmu Borgir. Queste sono le coordinate in cui si sono sempre mossi, e così continua il loro cammino.
La title-track è molto stuzzicante, unione tra il growling ed il metal estremo con l’inconfondibile voce di Hansi e le melodie a la Blinds sono azzeccatissime. Tra i brani troviamo anche una discreta cover proprio di “Valhalla” dei Blind Guardian, che va a chiudere il dischetto, meno irruente dell’originale, con un arrangiamento che dà più respiro alle melodie sinfoniche che allo speed dell’originale, ma davvero ben fatta, con un ottimo finale pianistico che non ti aspetti.

“Where Battle Rages On” lascia il tempo che trova, mentre i nostri ci ripropongono la loro bella “Dragon Of Erebor”, contenuta originariamente in “Sword And Sorcery”, in una versione svecchiata e una produzione migliorata.

Purtroppo proprio la produzione però, sicuramente più professionale rispetto al passato, non riesce ancora a stare al passo con i tempi. Ma tutto sommato non possiamo lamentarci, chissà che “Draconian Age” non ci stupisca con qualche altra manciata di brani nel più classico stile fantasy della band, tra black e power sinfonico. Staremo a vedere.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2021
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Prendete il concept “1755” è mettetelo da parte. I Moonspell ci hanno ormai insegnato che da parte loro è tutto più che lecito, una volta luciferini, una volta così estremi da non riuscire a ricordarci neanche i loro primissimi lavori a quel livello di cattiveria. Poi rigirano le carte come se niente fosse, scimmiottano l’alternative rock, e ritornano ancora su coordinate che sembrano essere più pop che metal. Ecco, il concept “1755” ci aveva fatto rivedere una metal band che tra alti e bassi, sembrava volersi riprendere il proprio trono nell’extreme metal, come ci avevano già provato anni primi del buonissimo “Extinct”. Invece, niente di più sbagliato, ai Moonspell non frega niente di queste cose, e quindi se ne escono con un singolo che ammetto mi ha lasciato molto freddo, esteticamente ineccepibili, una sorta di Pink Mode, o Depeche Floyd se vi aggrada di più, una canzone super melodica, super soffusa, piena di ottimi assoli a la Gilmour, semi acustica, troppo prolissa, se “Hermitage” fosse stato tutto così, mi sarei addormentato sicuramente.
E’ vero, “Hermitage” è un album indiscutibilmente melodico, poco metal, attento al decadentismo musicale, alla sofferenza, alla malinconia, una musica rarefatta nella quale i Moonspell non scordano che dopotutto sono i fautori di “Irreligious”, quindi accanto all’eterne clean vocals, talvolta un po’ piatte, accanto alle chitarre acustiche, percussioni, i portoghesi qualche growling azzeccatissimo te lo sbattono in faccia, qualche coro gotico di quelli belli pompati te li mettono e ti solleticano il palato, ti dicono: “Si "Hermitage" non sarà un album metal, ma noi siamo ancora i Moonspell”. E quindi noi ce lo godiamo questo disco, perché a parte qualche calata di tono, a parte qualche sonnecchiata qua e la, di qualità ce n’è tanta, all’altezza proprio di quel “Extinct” che non mi dispiacque affatto, lontano da quell’ “Alpha Noir” che invece lasciò il tempo che trovava per la voglia di dividere l’anima della band in due parti ben distinte, che toglievano un po’ di qua e di la, senza riuscire a puntare al centro. “Hermitage” non sarà il disco dell’anno, ma ascoltatevi l’opener, “Common Prayers”, la stessa title-track, fino alle sperimentazioni elettroniche ma ben equilibrate verso la fine del disco. I Moonspell le cose le sanno fare dopo tutti questi anni di carriera, “Hermitage” sarà un disco dark rock e non metal? Ok, ma migliore del durissimo “1755” che aveva degli ottimi strali ma anche delle bruttezze inaudite.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    14 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio, 2021
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Dalla Polonia arrivano I Kromheim, in realtà una one man band del musicista Mikolak Poplavski, che si occupa di tutto in questo EP omonimo di quattro tracce. Poplavski fonda i Kromheim proprio nel 2020 e, lo stesso anno, fa subito uscire questo breve lavoro autoprodotto.

Tematiche e musiche di chiara ispirazione scandinava, quello dei Kromheim è un viking metal, ben suonato e ben interpretato, che presenta quattro brani, potenti e melodici quanto basta, dosando entrambe le caratteristiche senza eccedere, Poplavski riesce ad essere vario e interessante, passando da tirate ed epiche canzoni come “Prayer” e “Revenge” (in quest’ultima i toni si fanno anche più oscuri), rientrando in atmosfere epic black, fino ad arrivare ad un brano folk e “festaiolo” come “Freedom”.

Non parliamo di spiccata originalità, gli Amon Amarth sono dietro l’angolo, ma certamente questo breve lavoro è un buonissimo biglietto da visita se amate il melodic death più epico e guerresco. Di fronte alla varietà dei brani, il growling iper cavernoso (e un pochino effettato?) di Poplavski mi è sembrato un filo monocorde e talvolta mal si sposa con la musica, ma c’è tempo per migliorare anche questo aspetto. Per ora un dischetto più che discreto per i Kromheim.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    14 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio, 2021
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I norvegesi Gaia Epicus del 2020 sono ormai, o comunque per il momento, una one man band: dietro tutti gli strumenti è rimasto il membro fondatore, Thomas Hansen. Egli avviò il progetto già all’inizio degli anni ’90, cambiando stili, nomi e loghi, passando dal thrash al power, fino ad arrivare al nuovo millennio ufficializzando la propria passione musicale con il moniker Gaia Epicus. Fin dall’inizio la band ha sofferto di continui cambi di line up, e difficoltà nel portare avanti il progetto musicale, tra dispute con la ex label, e la tragica perdita in un incidente stradale del bassista Yngve Hanssen nel 2005.
La creatura di Hansen, nonostante qualche soddisfazione personale, tra tour europei e ed ottimi special guests nei vari album, ha risentito di tutte le difficoltà del caso, tant’è che il chitarrista al momento pubblica i dischi della sua creatura con la Epicus Records, piccola label indipendente creata da lui stesso. Insomma tutto ciò che ruota intorno ai Gaia Epicus è a nome Thomas Hansen.

Da un punto di vista strettamente musicale, nonostante diverse buone idee, che troveremo anche in quest’ultimo lavoro, i dischi non sono sempre stati irresistibili dall’inizio alla fine. Gli amori musicali di Thomas sono chiari, dal thrash dei Metallica, al power degli Helloween e dei Gamma Ray, fino all’heavy dei Judas Priest, ma purtroppo in ogni disco non si è insistito su una buona amalgama dei vari sottogeneri, piuttosto l’ascoltatore ha sempre il senso di assistere ad un continuo tributo verso le varie band ispiratrici, con esiti altalenanti.

Il settimo sigillo della discografia dei Gaia Epicus, “Seventh Rising”, non si discosta molto da questo modus operandi, tanti brani in puro power metal style made in Germany, e qualcosa direttamente accostabile ai Metallica, con tanto di impostazione vocale alla Hetfield.
“Seventh Rising” è dotato di ottimi riff, Hansen è un bravo polistrumentista, ma soprattutto un bravo chitarrista, purtroppo non è un altrettanto buon cantante e, nella maggior parte dei casi, sembra non riuscire a rendere bene le linee vocali di pezzi che si presentano altrimenti molto buoni, anche se non originalissimi. “Like A Phoenix” inizia con un bel fraseggio di piano per poi esplodere in una tiratissima e melodica power metal song, “Rising” ne segue le orme, poi si cambia stile e si finisce in canzoni dall’approccio più duro e scuro, cominciano i brani melodic thrash a tenere banco, accettabili “Mr. Madman” o “Invisible Enemy”, ma per la maggiore sembrano carenti di vero mordente, né carne e né pesce, come si suol dire.
Si trotta così così fino all’anthemica “Gods Of Metal”, ed a fianco di Hansen si riconosce subito l’inconfondibile voce di Tim Owens, l’altro guest è Mike Terrana alla batteria. Il brano è convincente, la produzione non tanto, la voce di Owens non è trattata al meglio, in quanto a volumi non ci siamo. Ultimo assaggio positivo del disco è “Eye Of RA”, a parte le solite linee vocali non all’altezza, è l’unico brano che riesce a fondere al meglio le anime dei Gaia Epicus, il power, l’heavy ed il thrash, in quello che si presenta un buonissimo ed epico finale, tellurico quanto basta, con un bel ritornello che ti si ficca subito in testa.

Le idee continuano a scorrere a corrente alternata per la band norvegese, la produzione non è il massimo, una buona metà dell’album è buona, l’altra lascia il tempo che trova, e soprattutto Hansen dovrebbe trovare almeno un buon cantante che lo affianchi. Se ci fossero state almeno delle linee vocali più decise, parleremo di una sufficienza, ma così non è, “Seventh Rising” non è certo da buttare, c’è del buono, ma ha anche qualche problema di troppo.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    05 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 05 Febbraio, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Undicesimo album per i Korpiklaani, a tre anni esatti dal precedente lavoro "Kulkija"; non c’è pandemia che tenga, i nostri, pur con tutte le difficoltà del caso, hanno deciso di osare e il risultato è “Jylhä”, un disco decisamente meno ostico del precedente da cui però ne riprende le sperimentazioni in atto, anche se i nostri, questa volta, non hanno voluto fare un forzato e solenne lungometraggio musicale, come è successo con “Kulkija”, ma hanno cercato un compromesso tra pezzi più ricercati, altri dai bpm più sostenuti e mood più allegri, aggiungendo anche un po’ di melodie - per così dire - "paracule", mi scuserete il termine.

“Jylhä” significa maestoso, ma l’album non lo è nel senso stretto del termine, qualche cedimento tutt’altro che maestoso purtroppo lo ha, ma sicuramente la band ha saputo giocare bene le carte di questo suo “nuovo corso”, lontano da quei lontani e memorabili inni all’alcol tout court.
Come al solito i finlandesi non hanno badato a spese sia per il bell’artwork, sia per i cinque video realizzati, nonché ovviamente per la produzione stessa del disco. I Korpiklaani del 2021 toccano un po’ tutto, dai ritmi mezzi reggae di “Leväluhta”, a riff più rockeggianti che metal, strizzando l’occhio a melodie che potrebbero fronteggiare le hit da classifica come succede con “Sanaton maa”, ma anche tornando ad atmosfere più classiche da pub come in “Pidot” o addirittura più cupe e rabbiose come “Nieni”, che riprende i ben noti fatti di cronaca nera accaduti al lago di Bodom, nonostante per noialtri Bodom è più che altro, il moniker dei famosi "Children" del compianto Alexi Laiho.

Alcuni passaggi del disco, sinceramente passano con una certa difficoltà e rischiano di farci rimanere indifferenti, ma i Korpiklaani sanno mettere a bada anche i momenti più sonnacchiosi, grazie a degli arrangiamenti sempre più ricercati, dove la strumentazione popolare, non solo si presenta a suonicchiare le classiche frasi melodiche dal gusto folk, ma intraprende degli ottimi ed interessanti assoli, ritagliandosi uno spazio ancor più centrale nell'economia musicale della band. Il punto forte del disco sta anche nella sua varietà ritmica, e forse di questo dobbiamo ringraziare anche il nuovo batterista Samuli Mikkonen, nonché nei mood che cercano di diversificarsi di brano in brano. Ma come è già successo per gli ultimi dischi, non tutti apprezzeranno, e guarderanno con sempre più nostalgia ai primi album dei finlandesi. Oggettivamente, sento un gran lavoro dietro “Jylhä”, minuzioso, calcolato, non sempre pienamente ispirato, ma tra i pro ed i contro, devo dire che la band ha saputo mantenersi a livelli più che soddisfacenti.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    07 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Gennaio, 2021
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A pochi mesi di stanza da “Blood Over Intent”, i Celtic Hills, guidati sempre dal cantante e chitarrista Jonathan Vanderbilt, ci propongono un ulteriore Ep di 5 brani, intitiolato “Schräge Musik”, che non è solo il nome dato ad un tipo di mitragliatore, ma precedentemente veniva usato additando qualsiasi musica uscisse fuori dai canoni classici di questa.

Il disco viene infatti presentato come un lavoro un po’ fuori dagli schemi della musica dei Celtic Hills, un’operazione corale, piena di ospiti, tra cui gli ex membri della band, insieme a un plotone di amici di Vanderbilt, che hanno dato il loro contributo al disco.

In realtà, sebbene le due ultime tracce propongano un approccio leggermente diverso dal più classico songwriting dei Celtic, i primi 3 pezzi rappresentano esattamente ciò che ci si aspetta dai friulani. Uno speed/power metal di ispirazione teutonica e fortemente legato agli anni ’80. Messe un po’ da parte certe tematiche più epiche e vichinghe di “Blood Over Intent”, veniamo subito aggrediti dalla buona “The Guardian Of 7 Stars”, un brano dall’ottimo tiro ed un gran bel refrain, sebbene le strofe siano un po’ troppo scolastiche. Il tutto arricchito da un’intro di violino molto coinvolgente. “Warpriest” ha un incedere cupo e più priestiano, “Freewill” torna su coordinate fortemente helloweeniane, ed ancora torniamo a goderci un gran bel refrain che colpisce fin dal primo ascolto. “Acustica” non è altro che una ballata, e questa si, esce un po’ dagli schemi del metal più classico, molto semplice nel suo incedere, ha un arrangiamento minimale ma ben fatto, ed in qualche modo si rifà agli stilemi di certo rock d’annata, mentre “Big Totem” è quadrata e mischia passato e moderno, quest'ultimo dato da alcuni samples elettronici. Una bell’idea tutto sommato. Buona la prova dei musicisti e la voce graffiante e da vecchio rocker del buon Vanderbilt, sebbene alcuni passaggi vocali in simil growling tendano ad essere ancora troppo forzati e innaturali. Peccato per la produzione, che di nuovo risulta essere piuttosto casareccia, ma sicuramente migliore di “Blood Over Intent”, qui le chitarre suonano decisamente più potenti ed amalgamate al resto degli strumenti, tra i quali il basso è ben delineato e possente, soprattutto nell’opener. Complessivamente abbiamo un sound meno slegato e punkettoso rispetto ai suoni del precedente disco. L'ep non è un gioiello di innovazione, né tanto meno così "strano", ma anzi molto più compatto rispetto a “Blood Over Intent”, nel quale c'erano delle buone idee power, ma anche una certa voglia di viking alla Amon Amarth, che però risultava, per quel che mi riguarda, fuori luogo e sopratutto fuori dalle corde della band. Ecco, quello si che era abbastanza strano.
Se nel precedente disco avevo dato una sufficienza di incoraggiamento, perché i Celtic Hills, nonostante alcuni difetti da limare, sanno bene come comporre brani potenzialmente buoni, qui direi che la sufficienza è piena e meritata.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    21 Dicembre, 2020
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Gli statunitensi Isenmor si presentano come band dedita al “Gewyrdelic Folc Metal” (in inglese antico: Folk metal storico), insomma ci tengono ad essere storicamente ma anche etimologicamente precisi, infatti usano l’inglese antico per descrivere il proprio folk metal band con testi che narrano storie e leggende anglosassoni e germaniche.
“Shieldbrother” è il loro primo full-lenght, e musicalmente, nonostante siano americani, sono esplicitamente votati all’extreme metal di stampo europeo, dagli Eluveitie ai primi Ensiferum. Quindi tanto melodic death, tanto folk, tanto screaming e growling, che controbilanciano l’attenzione alle clean vocals che esplodono nei bridge e nei refrain, sempre molto armonizzate e corali, quasi tutti e 7 i musicisti del gruppo infatti sono anche cantanti. La più grande particolarità degli Isenmor però è il fatto di avere ben due violinisti, che si inseguono e duettano splendidamente durante tutti i brani, spesso e volentieri rovistando nel bagaglio etnico, altre volte sostituendosi alle classiche twin guitars di matrice Maideniana, ma sparati ad alte bpm.
Talvolta più solenni, altre più goliardici (quant’è bella “Drink To Glory”!), gli Isenmor si divertono a girare continuamente intorno ad un epicentro fatto di ritmiche serrate e blast beat, donandoci sostanzialmente un album dal bel sapore epico e folkeggiante. Qualche esagerazione di troppo che non funziona c’è, l’ultima suite di più di un quarto d’ora risulta un po’ prolissa e non riesce a mantenere l’attenzione dell’ascoltatore per tutta la sua durata, anche dopo diversi ascolti. Ed il narrato della title-track, che nelle intenzioni vorrebbe dare ancor più epicità al brano, in realtà è malamente interpretato, ed in qualche modo un po’ smonta un pezzo altrimenti altamente gratificante. Ma rimaniamo comunque ad alti livelli, uno dei migliori lavori folk metal di quest’anno direi, con qualche scelta artistica un po’ imprudente, ma niente che non si possa migliorare con l’esperienza.

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