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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    17 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Mag, 2022
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Uno dei gruppi italiani più prolifici degli ultimi anni, i Celtic Hills, tornano nuovamente, a solo un anno dal precedente buon album intitolato “Mystai Keltoi”, sempre sotto la guida del buon Michele Guaitoli (cantante Temperance, Vision Of Atlantis) per quel che riguarda la produzione, con questo “Huldufolk”. L’album, grazie al lavoro di Guaitoli, ripropone la bontà dei suoni già sentiti nel lavoro precedente, la band in parte cerca soluzioni melodiche più accattivanti, sempre e comunque presentandosi con la propria ricetta diretta in particolar modo verso il Power/Speed Metal, ma regalandoci anche delle aperture più sinfoniche e corali del solito, così come momenti che cercano di toccare le aggressività del Metal più estremo. I Celtic Hills sono legati al Metal di vecchia scuola, quindi riff, irruenza ritmica e le linee vocali graffianti di Jonathan Vanderbilt, sono figlie del sound anni ’80, impreziosito però da tastiere e synth che conducono i brani verso il nostro presente, riuscendo anche questa volta a ricreare quell’equilibrio tra il passato di un Metal stradaiolo e dal sound europeo che impazzava anni or sono, con quello più patinato e calcolato di oggi, ma senza esagerare ne diventare eccessivamente “plasticoso”.
“Huldufolk” inizia con una triade che ci lascia a bocca aperta ed a cui non possiamo non dare il voto massimo, le anthemiche “The Secret of the Grail” e “Metal Message” insieme ad “After the Earthquake”, quest’ultima oltre ad essere una buonissima composizione musicale, ha un testo molto sentito e ci racconta del devastante terremoto del ’76 che colpì il Friuli. Tutti e tre i brani sono a tutti gli effetti le tre perle del nuovo lavoro dei nostri, violente e melodiche al punto giusto, sia per gli amanti del Metal più thrashy, sia per quelli del Power tedesco più vicino agli Helloween. Ci sono accenni Folk qui e lì per tutta la durata dell’album, ma il tutto esplode con la propria forza danzereccia in “Villacher Kirktag”, in cui i Celtic Hills si lasciano andare e sembra di stare di fronte ad una riuscita canzone dei Trollfest, ascoltata in qualche bettola di montagna. Come sempre, abbiamo momenti più acidi in puro Metal 'priestiano', anche questi promossi, ma purtroppo, anche questa volta qualche intoppo prima del finale ci sta. Infatti “The Hammer of Thor” così come “Gate of Hollow Heart” (anche se in quest’ultima il refrain sinfonico e corale diventa protagonista e salvatore della traccia), come già anticipato, vanno a ricercare ispirazione nel Viking Metal più estremo, tra melodie più oscure e blast beat. Devo dire che se parlassimo strettamente della parte musicale, potremmo essere d’accordo che anche in questo caso i Celtic Hills abbiano trovato un proprio centro per esprimersi al meglio, ma le linee vocali ancora non funzionano: come già successo nel disco di debutto “Blood Over Intents” difettano proprio nella mancanza di tecnica nel cantato estremo. Quindi o si trova un bravo guest se si vogliono inserire nel repertorio tali parti, o ci si deve adoperare per imparare quel tipo di canto. Jonathan Vanderbilt è un singer bravissimo con le clean, che sono comunque aggressive e ruvide, ma il cantato estremo rimane fuori dalle sue corde e non dà giustizia ai due pezzi, il che è un peccato. Abbiamo infine due bonus track: la buona “Living…”, ricantata dal batterista Cescutti, e la frizzante “Words In Out”, contenuta già nella demo “Horns Helmet Fighters”, ma che adesso trova finalmente dei suoni adatti che vanno a donare la giusta potenza ad un brano semplice ma riuscitissimo, che ci ricorda i Gamma Ray di una volta.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 2022
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I danesi Svartsot tornano a fare capolino nel mercato discografico dopo ben sette anni di silenzio, e quattro album pubblicati tra il 2007 e il 2015. Rigorosamente in lingua madre, “Kumbl” significa “Memoriale”, e le dodici tracce contenute sono un vero e proprio omaggio della band alla propria terra madre ed al proprio folklore, infatti sono musiche tradizionali nordiche, ri-arrangiate nello stile della band, nell’ormai collaudata formula tra Folk e Metal estremo, soprattutto di stampo Melodic Death con qualche eccesso Black qui e lì. Insomma "Kumbl", sembra a tutti gli effetti un vero disco degli Svarstot, con tutte le loro peculiarità a cui ci hanno abituati, dalle rocciose ritmiche che fanno da tappeto al growling cavernoso del vocalist, fino alle melodie date dai duetti delle chitarre, dai chorus da pub, e dai tanti strumenti etnici che la band inserisce nel proprio repertorio, tra fisarmoniche, mandolini e fiati di ogni sorta.
“Kumbl” scivola via per bene, gli Svarstot effettivamente vanno fin troppo sul sicuro, e forse la scelta è data proprio da una certa stanchezza sentita negli ultimi lavori mai troppo convincenti, il tutto dopo un inizio carriera più che promettente, tanto che vennero all'epoca subito assoldati dalla Napalm Records, così come pochi anni più tardi vennero licenziati dalla stessa.
“Kumbl” in questo senso potrebbe rappresentare un nuovo inizio per il gruppo danese. Forse qualche melodia nel contesto la riconoscerete, ma in generale l'album non dà l’idea di essere un disco di “cover”, è tutto dosato nel migliore dei modi, e ci ricorda gli Svartsot più frizzanti ed energici dei primi due album. Dodici momenti musicali piacevoli che rispolverano un po’ tutto ciò che ci si aspetta da una Folk Metal band di stampo nordico ed estremo, dal growling sostenuto da melodie etniche, accelerazioni telluriche, cori da stadio, o da ubriaconi, a seconda delle circostanze, il tutto intervallato da momenti acustici e intimistici. Adesso però dobbiamo aspettare e vedere se gli Svartsot sono davvero pronti a tornare in grande stile, o se il songwriting dei nostri si sia compromesso irrimediabilmente come è sembrato negli ultimi dimenticabili lavori della band. Per ora più che promossi ovviamente.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    19 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2022
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Primo full-length dei canadesi Lutharö, che arriva dopo tre EP, ad otto anni dalla fondazione del gruppo, perlomeno sotto questo moniker, perché la prima fase della band risale al 2012 quando si facevano chiamare ancora Incarnadine, che poi usarono come titolo per il primo EP, cambiando il proprio nome in quello di oggi. Mi sono imbattuto nei Lutharö nel 2020, recensendo in modo molto positivo il loro EP “Wings Of Agony”: immaginateli come un misto tra Arch Enemy, ma non quelli alla canna del gas, e The Agonist, che poi sono le due band che accomunano la cantante Alissa White-Gluz, a cui immagino si ispiri anche la vocalist della band, Krista Shipperbottom.
I Lutharö del 2021, per la prima volta alle prese con un full-length, non sono malaccio, ma sulla lunga distanza, per quel che mi riguarda, non sembrano reggere come nel lavoro precedente. Intendiamoci, i musicisti sono tecnicamente ineccepibili, e le canzoni incamerano il meglio che ci si possa aspettare tra Melodic Death Svedese tecnico, ed un Hardcore non scontato: twin guitars, ritmiche serrate, melodie, riff taglienti, breakdown improvvisi, se dovessimo valutare “Hiraeth” solo per questo saremmo vicini al voto massimo, perché strumentalmente funziona tutto. Sono le clean vocals della Shipperbottom che questa volta vanno a corrente alternata. Non so se su “Wings Of Agony”, essendoci meno materiale, era tutto meglio dosato, ma qui mi sembra che i Lutharö abbiano fin troppo esagerato con le clean vocals, anch’esse mai banali, ma dopo le buone prove su “To Kill Or To Crave” e “What Sleeps In Your Mind”, si ha la sensazione che indeboliscano il più delle volte i brani invece di esaltarne la bellezza. Inoltre anche la prestazione propriamente tecnica in clean della vocalist non è quella che ho sentito sul precedente CD, ed a questo punto non so se ci fosse più aiuto all’epoca da parte dell'altro singer, il chitarrista Victor Bucur o meno, rimane il fatto che la voce di Krista, perfetta negli screaming ed in generale, in ogni parte del canto estremo, perda grinta ogni volta che punta alle clean, troppo acute in alcuni momenti da farle risultare esili per supportare l’ottimo lavoro fatto dagli altri strumentisti. Peccato, perché la verità è che qui ci sono continui ottimi spunti, dall’epicità di “Valley Of The Cursed” alle sinistre contorsioni tecniche di “In Silence We Reign”, fino all’ultima ottima “Lost In A Soul”. Se fosse stato cantato tutto in screaming, o se fosse stato dosato meglio il lato melodico, “Hiraeth” avrebbe avuto un valore aggiunto e se la sarebbe giocata su voti ottimi, così tentenniamo, sicuramente sufficiente, ma con un po’ di amaro in bocca.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    08 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2022
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La Steel Shark Records ci propone una ristampa di questo esplosivo debutto dei francesi Hellrock, quintetto dedito al Heavy Metal più classico e anni ’80, ma con dei buoni suoni moderni, sebbene qualche sfumato finale qui e li sembra sia sempre tagliuzzato in maniera un po’ artigianale. Ma è la musica che ci interessa. Il disco vira decisamente verso un il target della vecchia guardia del Hard’n’Heavy: se amate la voce tagliente ed i riff alla Judas Priest, le twin guitars alla Irons, una certa epicità e tamarragine tipo i Manowar più antemici, questo è un dischetto niente male che sicuramente vi renderà gioiosi. Gli Hellrock ripropongono la scuola musicale dei grandi nomi e lo fanno con brani di grande effetto, a partire dalle partiture veloci della title-track, passando per “The Wanderer”, divenendo epici nel ritornello dell’ottima “Sailing To Atlantis”, facendovi scapocciare con brani quali la marziale “Blood Red Line” e “The Savage…”. E' vero che qualche coro sembra un po' troppo sempliciotto e troppo anacronistico, ed avrei fatto di più per quel che riguarda alcuni i riff, troppi power chords aperti tendono ad appiattire qualche parte dei brani, ma rimaniamo sul fatto che siamo d’accordo con gli Hellrock che "Questo è metal". In “This Is Metal”, non troverete melodie rubate al Pop, niente compressioni all’inverosimile, synth o quant'altro, ma del sano Rock/Metal come quello di una volta. Se vi intriga l’idea sappiate che siamo di fronte ad un bel dischetto, che si poggia stilisticamente sui maestri del genere senza inventare nulla, ma non fa sfigurare quanto già appreso dalle loro lezioni.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 2022
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Gli spagnoli Incursed tornano alla grande con il disco “Baskavigin”, che sicuramente renderà felici gli amanti del Viking/Folk Metal di stampo nordico, tra Metal estremo e aperture corali in clean. Già mi sono occupato del gruppo negli anni precedenti, e devo dire che ad ogni lavoro ho notato un miglioramento da parte del quintetto di Bilbao. Ancora non mi convincono a pieno quando le clean vocals sono solitarie (ma momenti tali ne troviamo per fortuna molto pochi), questo perché nessuno della band possiede un timbro o un’impostazione da cantante solista che potrebbe reggere troppo senza stancare i momenti più melodici, ma quando partono i cori epici e gli inni da stadio, che si fronteggiano con il possente growling, allora ci lasciamo facilmente sommergere dalla musica degli Incursed. Si inizia con un'intro sinfonica e cinematica in crescendo che esplode con la diretta title-track. Da li in poi si passa tra brani incalzanti come “The Black Hunter”, a quelli dall’incedere marziale come “Colossal”, ad altri più goliardici come “Eusko Troll Label”, fino alla solennità della seconda parte di “Saltus Eta Ager” che in realtà fa parte di una suite di 10 minuti, che in sé riunisce tutte le sfaccettature della band, dalle parti acustiche fino ai blast beat. Poco da ridire, non ci sono brani minori o skippabili questa volta, “Baskavigin” viaggia bene, supportato da una buonissima produzione moderna, e mostra una band sempre più sicura delle proprie possibilità.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    06 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2022
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Già mi ero imbattuto in questi melodic deathers tedeschi, per i loro due album precedenti: “The Elder’s Realm” e “Dawn of the Five Suns”. Entrambi ottimi dischi, massicci quanto basta, epici, melodici, un misto tra un certo tipo di Power roccioso ed un Extreme Metal alla Ensiferum e simili. Cosa cambia nel quinto album per i Kambrium? Il vestiario sicuramente, e tutte le ambientazioni, che dal fantasy e/o avventuroso storico dei precedenti dischi, si spostano verso un certo tipo di sci-fi che si inebria visivamente di distopie in stile Blade Runner, e musicalmente ritorna ad un certo tipo di musica anni '80, senza per questo intaccare la musicalità fin oggi ascoltata dalla band. Su tutto si nota l’introduzione massiccia dei synth, un qualcosa di molto vicino a ciò che fanno i Beast In Black, ma meno tamarro e scanzonato. Forse molti storceranno il naso a leggere queste cose, ma i tempi cambiano e le band si adattano, o semplicemente vogliono sperimentare qualcosa di nuovo e diverso. In realtà il sound dei tedeschi rimane saldo alle proprie radici, tanto Melodic Death, aperture sinfoniche, cori epici, ma questa volta arricchiti da più di qualche azzardo cibernetico, che però i Kambrium hanno saputo dosare ed inserire per bene nel proprio sound. Sia “Cybernetic Overload” che “Shadow Construct” sono le tracce che più si legano al proprio passato, come a fare da ponte tra ciò che fu e ciò che sarà, almeno in questo disco, del futuro non ci è dato sapere. Ma tutto funziona molto bene a mio parere, forse gli unici momenti che sfuggono al controllo dei nostri sono “Nature, Error: 404”, che vede la partecipazione della vocalist dei Snow White Blood, Ulli Perhonen, e che risulta fin troppo melodica e leziosa, senza riuscire a proporre quei particolari accattivanti che ne dovrebbero fare la traccia per eccellenza che ti entra in testa fin dal primo ascolto. Anche la strumentale e danzereccia “To The Core” non credo possa interessare persino al più aperto tra i metallari. Ma per il resto "Synthetic ERA" funziona bene, insomma non siamo di fronte all’orrore di album come “Renegades” degli Equilibrium, quello si che è stato un grande buco nell’acqua. Al contrario hanno saputo darsi un tono un po' diverso senza snaturare quel che sono stati fino ad oggi, il disco sa dire la sua e si fa voler bene. Ovviamente non è un disco per i true metallers, se odiate i Beast In Black, se non sopportate “Turbo” dei Judas Priest, se non ammettete che una band Metal possa inserire arrangiamenti con synth che fanno tanto anni ’80 e tanto nerd, lasciate perdere, ma in questo caso forse sarebbe un vero peccato.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    22 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2021
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Dalla Repubblica Ceca, i Rosa Nocturna, symphonic/folk metallers di Brno, insieme dal 2007, arrivano al quarto album autoprodotto. Il cantato è soprattutto in madre lingua ed hanno avuto anche la possibilità di avere un guest d’eccezione come Heri Joensen dei TYR durante la loro carriera. Detto questo, è difficile capire se dietro ai Rosa Nocturna ci sia una vera band, che può al momento esibirsi anche dal vivo o ci sia un nucleo ristretto di musicisti che si avvalgono di esterni: ho trovato line-up discordanti. Sicuramente abbiamo su “Andělé A Bestie” tanti artisti dediti al progetto, due female vocals, Viktorie Surmová e Aneta Zatočilová, che accompagnano il growling (non indimenticabile) del chitarrista Petr Vosynek, destreggiandosi tra estrazioni più classiche ed altre più vicine alla musica contemporanea. All’altra ascia abbiamo Tonda Buček, ed alla sessione ritmica Koudela al basso e Havránek alla batteria.
A livello di songwriting il disco si presenta molto bene, grazie a dei refrain epici ed evocativi, uniti a melodie folkeggianti che sanno entrarti subito in testa. I Rosa Nocturna sanno tessere diverse atmosfere, dalla malinconia dell’acustica “Až Jednou”, a quelle più eroiche come l’opener, passando per momenti più sinistri e orrorifici di un pezzo come “Strach”. “Andělé A Bestie” è in breve un buon caleidoscopio di stili e mood, se ci fosse stato un produttore o un arrangiatore dietro la band con più esperienza parleremo di un disco più che discreto, perché potenzialmente le canzoni ci sono, ma gli arrangiamenti rimangono scolastici e qualche volta traballano fin troppo a causa di scelte che forse vogliono dare un tocco “sperimentale”, ma in realtà ci lasciano quanto meno spiazzati, come esempio vale quella sorta di trombetta su “Lékárník” che sbuca all’improvviso, rovinando una buonissima canzone. Stessa sorte va alla produzione del disco: purtroppo è un po’ troppo artigianale, le voci femminili escono bene, le chitarre però non hanno la giusta pompa, la batteria è debole - tanto che neanche sembra una batteria vera -, il basso quasi non si sente, e le tastiere, su cui in realtà si dovrebbe poggiare l’intera produzione del disco, che per sonorità va dietro ad act come Nightwish ed Epica, unendo a questo l’accattivante Folk dalle radici nordiche e slave, hanno molte volte dei suoni terribilmente finti, ed il loro volume si alza senza preavviso soffocando il resto della strumentazione.
“Andělé A Bestie” è in breve un album dalle due facce, un songwriting sicuramente ispirato e che non ha paura di mischiare le proprie carte, presentandosi con una buona tavola di colori emotivi e approcci musicali sempre diversi, ma a mancare è tutta la parte più tecnica. Fatta eccezione per le cantanti, davvero brave, il resto dei musicisti si accontenta di fare il minimo sindacale con i propri strumenti, talvolta arrangiando soluzioni slegate che non funzionano molto bene.
E’ il quarto album, e al momento la band sembra stia lavorando ad una versione in inglese di questo. Solo da qualche anno i Rosa Nocturna dicono di aver preso sul serio la loro strada musicale, adesso sarebbe opportuno fare un altro passo: entrare in studio e farsi aiutare da qualche professionista, perché le idee ci sono e sono per la maggiore molto buone, ma serve quella marcia in più per portare il risultato ad uno step da band professionale, che non lasci quel senso di fatto in casa.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2021
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Melodic Death dalla Finlandia, i Thy Kingdom Will Burn debuttano quest'anno con il proprio omonimo disco per la Scarlet Records. Un po' Amorphis ("The Black River"), un po' Sentecend, ottima la finale epicità di "Season Of Sorrow", un po' Wolfheart nei brani più serrati (qualitativamente li seguono forse alla lontana ma i primi indiziati a livello di sound sono loro), il quartetto originario di Kouvola, riprende tutti i classici stilemi del Melodic Death finnico, unito a qualche giusta reminiscenza del Gothenburg Sound degli anni '90 (ascoltatevi l’intro seguita da "Alone I Stand" che ricorda tanto il riffing dei primi Dark Tranquillity, uniti ai chorus degli In Flames dell’era "Colony"/"Clayman"), e ce li ripropone in quello che reputo in ogni caso un lavoro riuscito, tra tanto growling, bei riff e assoli, ottime ritmiche, e qualche momento più atmosferico con voce pulita e malinconici fraseggi pianistici. Ciò che manca è un po' più di originalità, e già il moniker ce ne dà conferma. Ma ci sta, i musicisti son giovani, ma bravi tuttavia ad unire quegli elementi che amano della musica, regalandoci un disco dalle tante sfaccettature, molto dinamico, che scorre abbastanza bene lungo il suo percorso. Ci sono parti più acide come "In Company of Wolves" ed altri momenti più catchy, talvolta forse fin troppo catchy, le strofe di "Follow the Fallen" son tutto sommato ben costruite, ma purtroppo a queste segue un bridge troppo gridato fino al ridicolo, che sfocia in un chorus che potrebbe uscire da un disco degli Alestorm, e che sinceramente sembra fuori sintonia rispetto al resto della canzone e del disco in toto.
Fatti i giusti appunti nel bene e nel male, il debutto dei Thy Kingdom Will Burn, è sicuramente promosso, trova i suoi punti forza negli estremi della sua proposta musicale, quelli più introspettivi e quelli più tellurici, peccato per qualche sbandata qui e lì.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    07 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Luglio, 2021
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Dopo aver trollato i propri fans per qualche mese, intorno al periodo sanremese, sul drastico cambio di rotta musicale, pubblicando due singoli come sempre molto sarcastici a livello di testo, abbastanza indecorosi a livello musicale, ma comunque migliori di quasi tutto ciò che capita di sentire nelle radio nostrane dalla mattina alla sera, i Nanowar Of Steel tornano al proprio sound di sempre e ci servono, freschi d’approdo alla Napalm Records, questo “Italian Folk Metal”.

Il disco è stato preceduto da tre singoli che possono essere considerati già dei classici del repertorio dei Nanowar: “La maledizione di Capitan Findus”, “La Polenta Taragnarock” con l’ormai amico Giorgio Mastrota a presentarla, e l’anti buonista “Gabonzo Robot”, il villain eroe robot, la cui sigla da cartone animato farebbe gola a Giorgio Vanni.
Come sempre l’artwork fumettoso è un riassunto di tutte le tematiche toccate dalle canzoni del disco, i Nanowar Of Steel spernacchiano usi e costumi dell’Italia più trash, lo fanno sempre con grande perizia tecnica, intelligenza, talvolta in modo bonario, altre volte con un dente più avvelenato, "Sulle Aliquote..." ne è un fine esempio, e questo non può che piacerci.

Insieme ai tre singoli proposti, a pari qualità aggiungiamo “L’Assedio a Porto Cervo” con le strofe in growling cantate dal poderoso Francesco Paoli, voce dei Fleshgod Apocalypse, ma il brano è fortemente Rhapsodiano, sinfonico ed epico, come sapevano fare i Rhapsody ed almeno la loro prima variante, (Of Fire).
Decisamente più scanzonata “La Mazurca del Vecchio che Guarda i Cantieri”, in cui troviamo come guest Alessandro Conti dei Trick Of Treat, un vero e proprio 3/4 da balera Romagnola in versione metallica, molto divertente. I Nanowar Of Steel tornano a cantare in napoletano con “Scugnizzi Of The Land Of Fires”, anche qui trasformando il neomelodico napoletano più mondano, con tanto di tonnellate di riverbero, in un brano metal, l’inserimento poi di “Oh Mia Bela Madunina” in versione partenopea, per contrasto dà un effetto esilarante.
Passando per "Rosario" dove questa volta presta la voce la brava Jade dei Frozen Crown, una ballata molto vicina a quelle che abbiamo imparato a conoscere grazie ad Elio E Le Storie Tese, si arriva alla divertentissima “Il signore degli Anelli dello Stadio” con un riff iniziale che ti illude, facendoti pensare ad un altro bel brano epico, almeno finché non vieni sovrastato da una miscellanea dei più rinomati cori da stadio, ma in salsa nerd, ambientati nella Terra Di Mezzo ovviamente, e devo dire che a “Bilbo Baggins Carabiniere” ho rischiato di perdere un polmone dalle risate.
Le novità finiscono con l’ottima Taranta Metal di “Sulle Aliquote della Libertà”, poi la band romana ci ripropone “La Maledizione…” in tedesco e “La Mazurka…” in spagnolo, cantate dal poliglotta GattoPanceri666.
Nelle canzoni ci sono anche diverse incursioni sia a livello di testo che di melodie, nella musica italiana più conosciuta, da quella più nazional popolare tipo Pupo, fino ai cantautori De Gregori, De André, accennando anche “Teorema” di Ferradini. Ma di spoiler ve ne ho già dati troppi.

Per quel che mi riguarda i Nanowar Of Steel hanno fatto un altro centro, regalando ai propri fans molti nuovi pezzi da canticchiare e con cui sorridere. “Italian Folk Metal” non è ai livelli del precedente signor album “Stairway To Valhalla”, qui c’è almeno un brano, non dico minore, ma di quelli da una botta e via, “La Marcia Su Piazza Grande” dedicata al “Duce” Magalli, con tanto di sonorità e ottusità proprie del ventennio fascista, che ok fa sorridere, ma poi la si skippa senza troppi patemi, cosa che mi riusciva difficile con qualsiasi traccia di "Stairway...".
Siamo in ogni caso di fronte ad un ottimo lavoro, che farà felici i fans, e farà odiare ancora di più i poveri Nanowar Of Steel da tutti i detrattori che pensano che il metal debba essere un qualcosa di solenne serio e drammatico, insomma una cosa tipo le spade di plastica ed i mutandoni pelosi dei Manowar. Io sono di altro avviso, molti di questi brani, così come è già successo nei precedenti lavori, potrebbero essere degli ottimi pezzi power metal, ma i Nanowar Of Steel sono un po' come Elio E Le Storie Tese, non hanno bisogno di prendersi sul serio per far vedere di essere dei bravi musicisti, ma dimostrano di volta in volta di affrontare tutta questa “becera” sfrontatezza, in modo molto serio e curato fino ai minimi dettagli.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    24 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 2021
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I croati Manntra, originari di Umag (Istria) sono attivi da diversi anni ormai ed hanno alle spalle altri quattro album, un discreto successo, tanto da aver partecipato in patria alle selezioni per l’Eurofestival, ed un buon seguito soprattutto in Germania. Il loro è un folk metal battagliero che si sposa con arguzia al rock/metal moderno, con richiami all’industrial ed al gothic, il loro vestiario dopotutto dà proprio la sensazione di essere di fronte a dei musici guerrieri provenienti da un mondo dove passato e futuro si sono compressi in un unico momento.
Quindi cornamuse, flauti e gli echi di vocalizzi della brava bassista Maja Kolaric che danno quel tocco nordico e slavo al sound, si sposano con synth e chitarre compresse, una produzione pulita, ordinata, che riesce però a conferire un’ottima potenza al sound dei nostri.
Il roco e teatrale vocalist Marko M. Sekul, così come la suadente voce femminile, non vengono lasciati quasi mai da soli dagli altri compagni, che tra cori e controcanti li accompagnano in tutti i brani.

Attenzione parliamo di brani che mi aspetterei di ascoltare anche su Virgin Radio, sono orecchiabili, cantabili fin dal primo ascolto, perfettamente radiofonici, talvolta pure troppo, resi però nella grande maggioranza degli episodi molto interessanti proprio grazie a questo interessante connubio tra folk e industrial che dona loro quel quid in più, che può incantare anche gli ascoltatori come me, i cui gusti non si sposano perfettamente con l’attitudine della band, che dimostra di voler più andare dietro al mondo musicale dei Lacuna Coil o al limite degli Eluveitie di "The Call Of The Mountains", piuttosto che degli Arkona o degli Ensiferum.
La parentesi è dovuta, ma a parte questo, il disco conta diversi brani davvero riusciti, da “Heathens”, l’inno di guerra “Ori Ori”, passando per la furbissima “Voices Of The Sea”, fino alla corale e folkettosa “Barren King”. La title-track e “I Want To Eat You” danno più spazio alla parte moderna e gotica dei nostri, ed anche quella che si lascia ascoltare senza sussulti di sorta, mentre un brano da bardi come “Let’s Invite The Storm” rappresenta al suo meglio la miscela tra passato e futuro di cui parlavo prima.

Il disco si chiude con “Lipa”, cantata in croato, un testo che si rifà ad una leggenda popolare tedesca, e che ben si sposa, senza alcuna forzatura nella metrica, alla musica.
I Manntra dicono di aver voluto incidere un disco che potesse piacere a tutti, ed in parte si è rivelato un esperimento riuscito. Certo, se vi aspettate ritmiche serrate, assoli o folk metal da pub in stile primi Korpiklaani, “Monster…” non sarà tra i vostri lavori preferiti.
Personalmente devo dire che, nonostante abbia ad ogni ascolto quella netta impressione che sia tutto troppo pulito e costruito a tavolino per far presa su più gente possibile, questo disco non è niente male, e da croato son felice di sentire dopo tanto tempo che una band del mio paese sia riuscita ad uscire dall’eterno limbo underground con un buon prodotto.
Aspettiamo quindi il seguito, sperando in più coraggio da parte della band, non bisogna per forza piacere a tutti, e non è detto che ogni brano debba essere per forza una hit da cantare fin dal primo ascolto, i Manntra son sicuramente abbastanza bravi da poter metter su anche qualche passaggio più interessante e particolare, anche se lo dovessimo ascoltare più di una volta per apprezzarlo a pieno.

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Böllverk, troppo eterogenei
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