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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    05 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Mag, 2021
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Mi scuso con Freddie Wolf, cantante dei Princess, per il ritardo con il quale arriva questa recensione. I Princess sono una band nata a Roma nel 1994 e scioltasi nel 2003. Con la reunion del 2016 le cose hanno preso una piega diversa e il gruppo ha cominciato a produrre musica con l’intenzione di farla uscire in formato fisico. Sino ad ora sono usciti tre lavori che ho avuto l’opportunità di recensire per Allaroundmetal. il primo omonimo del 2017 l’avevo valutato 3,5/5. Il secondo dal titolo “Lovely Heaven Crazy Band”, aveva ricevuto un punteggio di 3/5 e ora è la volta di “The Dark Side of God” uscito nel 2020 per Swan Edition. Con questo terzo lavoro il gruppo segna un passo in avanti dal punto di vista della produzione; ciò ha permesso alle canzoni di avere una maggior fluidità e ha consentito agli strumenti e alla voce di emergere nella giusta maniera. La barra del timone si mantiene sul versante dell’Hard Rock ma, come accadeva nei dischi precedenti, non mancano incursioni nei mari del Folk e dell’Epic Metal. Gli undici pezzi hanno un tratto d’unione così forte che sembra di essere all’ascolto di un concept album. Questa sensazione mi ha riportato alla mente quel capolavoro che è “Streets (A Rock Opera) ” dei Savatage. Ovviamente non siamo di fronte alla qualità e alla perizia tecnica che i fratelli Oliva hanno dispensato con quell’album ma come termine di paragone può andare bene. Se volete entrare nell’ottica di “The Dark Side of God” lo potete fare andando a cercare il video del singolo uscito, l’unico per ora, dal titolo “The Night of Evil (Halloween) ”. Il clip di questo brano (il primo del C.D. n.d.a.) vede la figura di Michael Myers: il personaggio protagonista di Halloween, inseguire una ragazza. Freddie Wolf somiglia moltissimo a Sammi Curr (vedi il film Trick or Treat n.d.a.) e la sua voce ha come contraltare quella di Tim “ Ripper” Owens; ex Judas Priest. Non vi svelo il finale a sorpresa del video; personalmente l’ho trovato bello e originale. Se nel primo pezzo avevamo preso confidenza con l’Hard Rock roccioso e tambureggiante con “Melancholy of The Devil” troviamo una leggera deviazione verso il suono duro, ma melodico, americano. In “Dreamless” le tastiere di Mauro Manzoni prendono il potere e svolgono un ruolo predominante. Vi ho parlato dei Savatage e “Hiroschima (The City That Cried Blood) ” è la canzone giusta per riflettere su ciò che ho scritto poche righe sopra. “Syd (The Dark Side of a Mind) ” suppongo sia un omaggio al mondo di Syd Barret; d’altra parte i Princess, nel C.D. precedente avevano tributato Freddie Mercury quindi… Il pezzo, dall’incedere lento e/o cadenzato, vede un buon lavoro alle chitarre da parte di Max Brodolini. “The Cross I’ ll Bring No More”procede sulla strada del Rock duro suggellato da un solo di chitarra epico e pomposo. “Argos”semina nel terreno germogli di Folk e Flamenco. La lenta “Never Ever” non mi ha esaltato più di tanto anche se gode di buone armonizzazioni della voce. Freddie e i suoi musicisti si rifanno alla grande nella successiva “Only One God”. Il pezzo, pur non essendo eccessivamente complicato, mi ha convinto grazie al suo andamento vagamente epico e “dondolante” e ai suoi cori ben strutturati, a dimostrazione del fatto che il Rock può elargire calma e far ritrovare una tranquillità dell’anima. Piano e tastiere, assieme a delle belle fasi orchestrali, tornano alla ribalta in “ Vlad III – Voievod of Christ”. Quasi a volere chiudere il cerchio di una storia iniziata in maniera alquanto inquieta, I Princess ci lasciano con una nota di speranza affidata alla serafica “The Silence of God”. Non sarà facile per Freddie e soci fare breccia in un panorama affollato e frazionato come quello dell’Hard & Heavy italiano ma, se fossi in voi, una chance gliela darei; siamo pur sempre di fronte a un “signore” che suona musica da decenni e, per questo, merita rispetto.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    22 Aprile, 2021
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Con il passare del tempo ho maturato la convinzione che, per conoscere a fondo una città particolare come Napoli, bisogna affidarsi a chi vi è nato e cresciuto. Per favorire il percorso esplorativo è altrettanto utile seguire la cultura che scaturisce da testi e musiche. E’ così che, dopo avere ascoltato da adolescente Edoardo Bennato, Teresa De Sio e Pino Daniele, a inizio 2021 mi sono imbattuto nei Nebra. Sgombriamo il campo da ogni dubbio: il quartetto napoletano, in attività dal 2006, non propone un genere cantautorale nel senso stretto del termine e neanche una musica neomelodica. Quello che ascolterete in “Cuore Colpevole”, C.D. uscito per L.M. Records nel 2018 è un misto di Rock italiano: per brevi tratti mi ha ricordato i Marlene Kuntz, contaminato fortemente con l’Hard Rock e, in maniera più leggera, con il Progressive. Il perché del mio lungo preambolo è spiegato dal fatto che i testi: spesso in italiano, altre volte in napoletano e altre ancora in inglese, tendono a trasportare l’ascoltatore in un mondo che è situato tra il reale, il fantastico, lo storico e il “verace”. Un mondo dove la città partenopea ha un ruolo preponderante e, per certi versi, primigenio. Per avere riprova di ciò che ho detto basta addentrarsi nel primo pezzo dal titolo “Janare”. Pur non toccando l’ossianicità dei Black Sabbath o dei primi Death SS la litania cantata da Aurora Pelosi, corroborata da una musica Hard, ci porta a spasso in un bosco di Benevento, paese delle streghe, dove si svolge un nero Sabba. Se siete scettici a riguardo dell’uso della lingua italiana associata alla metrica delle canzoni, ascoltate “Il Drago Di Wavel” e vi ricrederete. Il Surf Punk “divertente” che scaturisce dai solchi è impreziosito dal suono della chitarra di Gianni Gargiulo che contribuisce a donare al pezzo una buona energia. “Fuoco al Fuoco” possiede riffs ossessivi e marcati, un bel cambio, voci armonizzate e un solo libero. Per dimostrare l’attaccamento, ma anche la denuncia di certe pratiche che affliggono la Campania, i Nebra “legano” il testo con il triste e nocivo fenomeno della Terra dei fuochi. In “Cuore Colpevole (la Barchetta Fantasma) ” l’atmosfera iniziale è rarefatta grazie al ritmo Flamenco/Gitano. La successiva fase votata all’indurimento l’avrei resa più “corposa” e marcata a livello di suono mentre reputo buoni la trasformazione al Rock duro e il soo scatenato. “‘O Munaciello 37” è uno dei pezzi che preferisco. Il dispettoso spiritello della tradizione napoletana viene ben rappresentato da un testo ad Hoc e da un riff di chitarra a spirale dal taglio Progressive. Il ritmo a scatti e la cadenza fanno si che la canzone diventi una sorta di tormentone che si piazzerà nella vostra testa per giorni e giorni. “Parthenope” affonda le sue radici nella storia e la racconta, oltre che nel testo, con una musica improntata alla lentezza, alla cadenza e alla meloodia. “Jack o’ Lantern”, cantata in inglese, è ascrivibile allo stile del compianto Ronnie James Dio. Naturalmente la voce di Aurora non è simile a quella del piccolo folletto ma si destreggia bene lo stesso. “Accort’ a Serpe” è un pezzo dal taglio Rock italiano che mi ricorda fortemente un altro motivo… Ma non ricordo quale. Con ”The Glamis Castle’s Ghost” torna l’idioma inglese. In questo caso la commistione fra più stili, e ritmi, viene espressa da un quartetto che ci lascia prima basiti per una certa leggerezza e calma e che poi si lancia in una fase fra il Prog Rock e la Tarantella: lo so; sembra impossibile, ma questa è stata la mia sensazione. La voce di Aurora, per il modus operandi nei vocalizzi, mi ha riportato alla mente un vecchio pezzo di quell’eclettica artista che è stata Nina Hagen (il pezzo è “African reggae” n.d.a.). Avrei agito sui cursori del mixer aumentando l’eco: la similitudine tra le due voci sarebbe stata veramente interessante da comparare. “Vico Pensiero” poggia le fondamenta su un Rock di buona fattura dove gli strumenti sono a loro agio. Fra fraseggi lenti e veloci, In un passaggio, mi è venuto alla mente il modo di scrivere di Pino Daniele. “Friends”, a dispetto del titolo, ha un testo intrigante e per certi versi “misterioso” per chi non è abituato al colorito linguaggio campano. Un giro Funk lascia lo spazio al Rock duro e, anche in questo caso, lo sfogo di chitarra rabbiosa risulta vincente. A chiudere il tutto ci pensa il remix di “Jack O’ Lantern” effettuato dall’artista, scultrice e D.J. Cristabel Christo. A mio avviso il lavoro svolto non aggiunge molto se non un’anima più eterea e “cosmica”, ad un brano che era buono già in partenza ma, si sa, l’arte non ha confini e la voglia di sperimentare è sacrosanta. A dire il Vero “Jack O’ Lantern” non è l’ultimo pezzo del C.D. visto che i Nebra ci salutano con una ghost track/divertissement dove si sente la band che prova più e più volte un brano smettendo e riattaccando. Lo vedo come un modo per dire che i Nebra sono così: veraci come il cuore di Napoli e pronti a stupirci fregandosene degli stereotipi o della perfezione a tutti i costi. Nel frattempo la band ha sostituito il bassista Lucio D’arrigo con Francesco Fiordellisi e sta lavorando al terzo full lenght. Io la terrò d’occhio aspettando l’ora di riassaporare il profumo di zolfo e caffè che arriverà dalla zona dei Campi Flegrei.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    09 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Aprile, 2021
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Mi scuso con Daniele Liverani per il fortissimo ritardo con il quale arriva questa recensione. Il nome di Daniele Liverani non si trova quasi mai nei blog dedicati all’Heavy Metal italiano eppure, il contributo dato da questo polistrumentista alla nostra scena musicale è enorme. Possiamo trovare la chitarra o le tastiere del musicista in gruppi come Empty Tremor, Twinspirits , nella trilogia da lui composta “Genius – A Rock Opera” e in altre realtà oltre che, ovviamente, nei suoi dischi da solista. Non è mai facile approcciarsi a un lavoro di Daniele e nel caso di “Worlds’s Apart” lo è ancora meno. In primo luogo bisogna apprezzare il suono e il tipo di composizioni dei Guitar Heroes in più, questa volta, bisogna anche essere dei grandi appassionati di musica classica. I primi tre pezzi non aggiungono molto a ciò che già conosciamo dal punto di vista compositivo e tecnico di Daniele. Riffs di chitarra, divagazioni pirotecniche sul tema portante, chitarre sommate le une alle altre, il tutto assemblato con un’operazione di missaggio certosina. L’unica cosa che “stona” all'orecchio è il suono della batteria di Simon Ciccotti che appare secco e legnoso: un “neo” che si nota anche negli altri pezzi. Probabilmente il lavoro da studio ha richiesto alcuni passaggi attraverso programmi del computer come si fa al giorno d’oggi: soprattutto quando si lavora a distanza. Con il quarto pezzo (“A Kingdom Without Thorns”) le cose cambiano in maniera radicale. Dopo un’introduzione maestosa entrano in scena strumenti come oboe, viola e violino, suonati da musicisti in carne e ossa, che danno vita a una piece di musica classica divisa in diversi movimenti che vanno dall’adagio all’andante con brio. Come se non bastasse, nell’arco della durata di otto minuti, compaiono un flauto tenue, un piano a cascata e una sezione di corni. Un vero e proprio colpo gobbo per chi si aspettava uno sviluppo orientato al Metal. Con “Scratchy” Torna la tipica verve incentrata su più chitarre. Dopo una fase iniziale volta a creare pathos veniamo catapultati in un mondo dove riffs legati al brano precedente, si integrano con suoni di chitarre che contrappuntano ogni sorta di movimento. “Abnormal” vede come ospite il chitarrista Alberto Bassi. Il suo strumento e quello di Daniele vanno d’amore e d’accordo dimostrando un’intesa perfetta. Gli otto minuti e quarantadue secondi di “Magic Encounters” calcano di nuovo e in maniera pesante, il terreno della musica classica. Nella fase più onirica si è palesata davanti a me l’immagine di due unicorni in tutta la loro bellezza e magnificenza, che s’incontrano in una foresta incantata. Esiste però una fase più malinconica e introspettiva. “Confortably” ha il suo punto di forza nella chitarra tesa ad evocare uno stile Barocco. “Meatball Struggle” mostra chiaramente il dualismo e i diversi stili di Liverani e dell’ospite Jordan Steel. In “Everything Ends” ad essere ospite è Edoardo Taddei. Inutile dire che lo strapotere dei due strumenti fa passare in secondo piano tutto il resto. Con “Love Rose” si tira di nuovo il fiato grazie alla viola che suggella l’atmosfera ispirata nuovamente al Barocco. Nell’ultimo pezzo dal titolo “A Walk With The Giants” oboe e corni tornano ad allietarci e ci accompagnano alla fine di un viaggio, quello di “World’s Apart”, che consiglio di percorrere solo agli amanti degli Shredders, di Joe Satriani, Di Grieg: il compositore del celebre “Il Mattino” e di Mussorgsky. Se vi mancano questi “requisiti” passate oltre oppure, sfidate la sorte inoltrandovi in qualcosa di difficile ma suggestivo.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    16 Marzo, 2021
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Mi scuso con i The Strikes per l’enorme ritardo con il quale arriva questa recensione. La band calabrese si è formata nel 2016 e nel 2018 ha rilasciato il primo singolo “Out of Here”. Alla fine dello stesso anno è pronto l’E.P. autoprodotto dal titolo “The Capital” ma il lavoro vedrà ufficialmente la luce solo nel maggio 2019. Registrati con l’aiuto di Mattia Migaldi, i sei brani di “The Capital” hanno un range che varia dall’Hard Rock alla N.W.O.B.H.M. fino a toccare, con le debite proporzioni di tecnica, alcuni fraseggi delle chitarre tipici della coppia Smith/ Murray. Il disco è fortemente derivativo e la band ce la mette tutta per renderlo accattivante ma ci riesce solo in parte. Non sto parlando tanto dello stile o dell’originalità: quelli, per essere di fronte a un debutto, vanno bene così. Sto parlando dell’autoproduzione in quanto si sente che il tutto è stato fatto in economia e, forse, con troppa fretta lasciando parecchi errori per ciò che riguarda i volumi delle chitarre e l’assemblaggio. Dell’omonima “The Capital” salvo il secondo solo di chitarra che è bello e ruvido mentre il resto è da rivedere e risistemare. “War Criminal” è un Rock duro che annovera parecchi cambi. Il pezzo in se non è male ma i volumi delle chitarre nella seconda fase avevano bisogno di un migliore bilanciamento. “Iron Shield” si snoda attraverso ritmi trascinati e accelerazioni. Anche in questo caso, fra stacchi e riprese, c’era bisogno di una maggiore accuratezza tuttavia, nella fase che ricorda gli Iron Maiden, si sente la buona volontà del combo. Con “Nebula” entriamo in pieno territorio Doom. Lo spettro dei Black Sabbath più oscuri si palesa e ci accompagna per un lungo tratto di strada. Bella la partenza scatenata che spiazza l’ascoltatore. “Run Over Time” è una tipica “cavalcata” con un inaspettato break rallentato e un successivo potenziamento in crescendo. Il sesto e ultimo pezzo, “Out of Here”, ricorda molto da vicino l’Hard Rock degli anni settanta e mostra una buona intelaiatura. Un’ultima nota positiva la voglio dedicare ai cori. Le due voci di Andrea Dieni e Chiara Cerri, quando interagiscono, mostrano una buona intesa; questo potrebbe essere un buono spunto da usare nell’eventuale prossimo disco. E’ difficile dare un voto a “The Capital” dato che precisione, cura dei suoni e accuratezza nel mix e mastering, al giorno d’oggi, sono basilari per una buona riuscita e si ottengono abbastanza facilmente. Sono convinto che i The Strikes possano fare di più e meglio.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    06 Marzo, 2021
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Ecco, siamo alle solite! Ogni volta che esce una sorta di antologia o di “Best of”, chiamatelo come volete, la domanda che mi pongo è sempre la stessa: “Devo giudicare la band e la proposta musicale, già nota, o la confezione e l’interesse per la stessa?” Sapete tutti chi sono i Magnum e cosa rappresentano all’interno della scena Hard Rock/A.O.R. mondiale. “Dance Of The Black Tattoo” è composto da quattordici pezzi che, se siete dei fans della band, avete già ascoltato in varie versioni. Dove sta la novità? Nel fatto che sono stati tutti rimasterizzati e attualizzati nel suono che è stato reso più carico e avvolgente. Inoltre sono usciti come radio edit, pezzi dal vivo pescati dall’enorme archivio in possesso dei Magnum o come bonus tracks. La qualità, inutile dirlo, è alta e la voce di Bob Catley, se pur “rotta” dall’età, dal vivo regge ancora. Le tastiere di Rick Benton ammantano il tutto e aiutano non poco a riempire il tutto ma lo fanno con sapienza e senza sovrastare troppo i compagni d’avventura. Difficile tirar fuori dal cilindro dei brani che svettano su altri: ce n’è per tutti i gusti a partire dall’iniziale “Black Skies” che ci porta in un mondo fatato fatto di Rock e melodia. Il Progressive e il Pomp Rock sono ben rappresentati da “On Christmas Day” il cui testo si schiera contro la guerra. Ancora più Progressive è la successiva “Born To Be King” (disponibile solo su vinile o in digital download n.d.a.) dall’andamento medio e dalle tastiere che contrappuntano la melodia. A volte, come nel caso dell’omonima “Phantom of Paradise Circus”, si capisce perché alcuni pezzi finiscono per essere bonus tracks: in questo caso di “Sacred Blood”. Clarkin si è detto felice di aver potuto donare maggior visibilità al pezzo che, per inciso, non è affatto male. Se è stato “scartato” suppongo sia stato a causa della voce veramente “fioca” rispetto agli standard qualitativi di Catley, e per un risibile tocco della batteria fuori tempo: roba da puristi dell’ascolto. “Show Me Your Hands” era, e rimane, un piccolo gioiello impreziosito da sublimi tocchi di tastiera. Ho deciso! Do a “Dance Of The Black Tattoo” un voto alto. I Magnum se lo meritano per ciò che riescono a comunicare all’ascoltatore attraverso brani che, come detto, sono di classe e di qualità. Siete abbastanza grandi da poter decidere da soli se vale la pena acquistare questo disco, magari nella versione doppio L.P. color magenta, oppure aspettare il prossimo lavoro da studio con pezzi inediti.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Marzo, 2021
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Sono passati all’incirca trentun anni da quando la stampa inglese, Kerrang in primis, additava The Almighty come la “next big sensation” musicale. Gli Almighty erano una band proveniente da Glasgow in Scozia e non dall’Inghilterra, ma questo è ininfluente ai fini della recensione . Ciò che conta è che Un disco come “Blood, Fire & Love” (1989), trainato da brani quali “Wild & Wonderful”, “Destroyed” e “Full Lovin’ Machine” era foriero di bordate Hard and Heavy veementi e grezze. Il suo successore: “Soul Destruction” del 1991, rimarcava le caratteristiche salienti della band e ne faceva salire le quotazioni mentre “Powertrippin’” (1993) vedeva The Almighty raggiungere un pieno consenso grazie anche a un tour che li vedeva di spalla agli Iron Maiden. Dopo questi fasti la band virò decisamente verso un suono più duro e inviso a molti ascoltatori e, perlomeno in Italia, l’interesse verso Ricky e soci scemò velocemente. In realtà Ricky Warwick non ha mai smesso di cavalcare le strade dell’Hard Rock facendo degli album da solista e entrando nei Black Star Riders: una nuova incarnazione dei Thin Lizzy dati i musicisti coinvolti. Febbraio 2021 vede il cantante/chitarrista tornare in veste solista con “When Life Was Hard And Fast”. Il disco è uscito in vari formati e, in caso di acquisto, sarebbe bene comprare la versione doppia con un secondo C.D. fatto di cover (“Stairwell Troubadour”). I files che mi sono arrivati contenevano solo il disco singolo ed è su di esso che si basa la recensione. Gli undici brani di “When Life Was Hard And Fast”, per stessa ammissione del gallese, sono stati registrati in modalità più aderente possibile al suono dal vivo. Devo dire che a parte una batteria abbastanza monotematica suonata da Xavier Muriel (ex Buckcherry) il resto del disco è abbastanza godibile. Certo: non tutto è soddisfacente; come si fa a registrare una canzone (“Clown Of Misery”) cantandola e suonandola mentre si è al telefono con Keith Nelson, produttore del lavoro, e pubblicarla così com’è? Il resto dei pezzi è rappresentato da un’alternanza di Hard Rock, brani semimelodici e accelerazioni marcate. Se volete capire quanto erano avanti alcuni “scomodi” personaggi ascoltate per prima la cover di “Gunslinger”: l’originale uscita nel 1977 era di Willy Deville. Vi troverete di fronte a un Rock sporco, tirato, ed efficace come pochi. Se volete pescare qualcosa di veloce e “cazzuto” affidatevi a “Never Corner a Rat” il cui testo è mutuato da una conversazione avuta da Ricky con un Marine statunitense. Molto belle anche “Still Alive” che adotta un ritmo alla “Rebel Yell” (Billy Idol) mischiandolo con i tratti cari a The Almighty e “You’re my Rock n’ Roll con uno stile che richiama i Ramones più grezzi e diretti. Tra i tanti ospiti presenti un valido contributo lo offre la chitarra di Andy Taylor (Duran Duran e Power Station) presente nella dura e pura “I’d Rather be Hit” dedicata alla presa in giro perpetrata dalla politica nei confronti dei cittadini. Warwick aveva detto di volersi avvicinare allo stile di Tom Petty (and the Heartbreakers) e lo ha fatto in parte con “I Don’t Feel at Home”. Ho detto in parte perché i più attenti fra voi troveranno tra i solchi anche tracce di Bruce Springsteen e del Bon Jovy di “New Jersey”. “When Life Was Hard and Fast” è un disco sincero e questo è il suo valore intrinseco.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Febbraio, 2021
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Michael Schenker, a sessantacinque anni, sembra essersi lasciato alle spalle i vizi che lo avevano portato su una strada pericolosa. Rimane un uomo dal carattere difficile e con un ego pronunciato ma, dal punto di vista musicale, gli va riconosciuto uno standard qualitativo di buon livello. La mia convinzione deriva dal fatto che seguo la produzione di Schenker dall’epoca del doppio L.P. “One Night At Butokan” (1981) e, da allora, non sono mai rimasto deluso.Per festeggiare i cinquant’anni di carriera, quaranta dei quali da solista, il chitarrista teutonico ha rispolverato la vecchia sigla MSG e di sicuro non è un caso se fra i cantanti (R. Scheepers, J.L.Turner, Ronnie Romero, Michael Voss) troviamo Gary Barden. Le dieci tracce di “Immortal” vedono schierata una pletora di ospiti che si alternano e/o collaborano fra loro. Queste riunioni di nomi altisonanti, spesso, rappresentano un’arma a doppio taglio perché rischiano di deludere le aspettative dell’ascoltatore. Non è questo il caso dato che ad ogni ospite, sono stati dati spazi adeguati allo strumento suonato. Per ciò che riguarda i cantanti, invece, sono stati cuciti loro addosso i brani adatti ai rispettivi stili. “Drilled To Kill” garantisce una partenza al fulmicotone. La voce di Ralph Scheepers dei Primal Fear ci fa compagnia mentre scorrono le note di un pezzo battente e “corazzato” come è tradizione del miglior Power Metal. Una cosa che non ci si aspetta da uno come Schenker ma che risulta ben riuscita. Con “Don’t Die On Me Now” si rientra nelle classiche coordinate del MSG ovvero la coniugazione del genere Hard con la melodia. “Knight Of The Dead” è un brano che non mi ha particolarmente colpito dal punto di vista vocale però dal punto di vista musicale, grazie anche alla sua velocità, è apportatore della voglia di fare un furioso headbanging. ”After The Rain” è un semilento trascinato e dondolante. “Devil’s Daughter” possiede un riff a scale dal tenore Boogie n’Roll ma non disdegna la melodia supportata da una chitarra che ha un ampio spazio per esprimersi. “Sail In The Darkness” ricorda molto da vicino la famosissima “Holy Diver” di Dio ma ha anche le caratteristiche dei pezzi del MSG del primo periodo. La fase intermedia è molto buona e la Flying V diventa la grande protagonista pur non seguendo pedissequamente il ritmo. “The Queen Of Thorns And Roses” è un Hard “ristretto” semplice e scorrevole. “Come On Over” si piazza fra le migliori canzoni di “Immortal” grazie alla sua grinta e alla sua cattiveria. Riff semplici e incisivi, preparano il terreno a una chitarra che spadroneggia e cambia più volte il tenore durante l’esecuzione delle fasi soliste. “Sangria Morte” ha dei piccoli innesti che vogliono ricordare il maestro Ennio Morricone e, pur non brillando per originalità, ha un ritornello che risulta vincente. La conclusiva “In Search Of The Peace Of Mind” fa confluire la melodia in una fase oscura piazzata oltre i centosessanta secondi, per poi procedere con una marcia semilenta. Ancora una volta la possente Flying V di Schenker si erge a protagonista facendo intuire che la pace della mente è tale solo in apparenza. Il lavoro di registrazione ai Kidroom studios, così come quelli di mix al Kidwood studio e mastering al CS mastering di Vienna, non deve essere stato affatto semplice visto il cospicuo numero di ospiti ma, tutto sommato, il risultato globale è più che soddisfacente. “Immortal” è un disco che incarna alla perfezione il motto: “Volere è potere” e questo vale sia per il Michael Schenker musicista che per l’uomo.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    28 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2021
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Prima di iniziare la recensione voglio ringraziare Enio Nicolini per l’enorme pazienza che ha dimostrato nell’attesa di poterla leggere. Per chi come me ha visto nascere l’Heavy Metal italiano il nome di Enio è legato agli UT o, se preferite, agli Unreal Terror. Era il 1985 e io, che all’epoca avevo 22 anni, andavo in un negozio della mia città e mi “perdevo” tra i dischi. Sugli scaffali, assieme a tanti L.P. di ogni genere, si trovavano anche i primissimi dischi di metallo italiano: è così che la copertina dell’E.P. “Heavy & Dangerous” è entrata a fare parte della mia gioventù. Enio Nicolini ha prestato la sua opera come bassista, oltre che negli Unreal Terror, anche negli Akron e con Mario “The Black” Di Donato. In occasione della composizione di “Cyberstorm”: disco uscito per Buill2Kill nel 2019, sono stati coinvolti gli Otron ovvero un gruppo formato da Ben Spinazzola (voce), Sergio Ciccoli (batteria: già con Scala Mercalli) e Former Lee Warner (elettronica). Dall’assenza della chitarra nella line up possiamo intuire che “Cyberstorm” non è un lavoro come gli altri presenti sul mercato del Rock & Metal italiano. La particolarità della proposta è consolidata attraverso così tanti generi musicali che ho paura di dimenticare nomi e specie. Fate conto di salire su una navicella spaziale che solca il cielo seguendo una via maestra poi, man mano che prosegue il viaggio, il velivolo incontra pianeti e turbolenze che ne deviano il percorso. La rotta principale è data dal tratto comune delle dieci canzoni mentre i pianeti e le turbolenze sono rappresentati dai vari generi. Datemi pure del visionario ma, durante l’ascolto, io ho trovato echi di Electro, Goth e Wave, Psichedelia alla Hawkwind, cambi alla Voivod, Dark Sound e Kyuss. Tutte queste componenti vengono amalgamate e trovano sbocco in un suono avvolgente che va dal fortemente marcato e “marziale”, all’etereo. Il disco non è particolarmente difficile da digerire e apprezzare ma lo consiglio a chi ha una mente aperta dato il suo “sperimentalismo”. Seguendo le mie emozioni vi indico qualche tratto del tortuoso percorso nel quale mi ha portato “Cyberstorm”. Il basso di Enio è ben presente e caratterizza le canzoni. Per apprezzarlo a modo vi basterà puntare il lettore C.D. sulla spaziale “Ramses W 45”. Se volete provare l’ebbrezza della fase di avvicinamento alla meta potete mettere la marcia faticosa e “arrancante” rappresentata da “Planet X”. “ISS Armada”, con la voce femminile dell’ospite Tiziana Radis (Secret Tales), è un trip completato da un riff a spirale nella seconda fase. “Night of The Hunt” rappresenta il lato più oscuro e “criptico” del viaggio ma, sorprendentemente, dopo 195 secondi prende una velocità forsennata. Quando vi siete abituati a viaggiare spediti preparatevi all’ennesimo cambio di rotta con un ritorno a sonorità rallentate. Un’ultima nota la voglio spendere per il ritornello bello e ossessivo di “Nanoids In My Head”: il giusto momento di follia quando il periplo sembra non portare da nessuna parte e la mente umana vacilla. In un mondo musicale dove molti preferiscono non osare per non deludere i fans fa piacere vedere che esiste qualcuno in grado di sperimentare frontiere inusuali. Non ci resta che aspettare per vedere se il viaggio di Enio e degli Otron continuerà e ci porterà da qualche altra parte nel cosmo o chissà dove.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    10 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio, 2021
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I Little Villains erano balzati agli onori della cronaca musicale perché nel loro primo disco “Philthy Lies” del 2019, da me recensito con il voto 3,5/5, sedeva dietro le pelli Philthy Taylor: ex drummer dei Motorhead. Nel 2020 l’etichetta Cleopatra Records aveva fatto uscire il C.D. “Taylor Made” passato decisamente in sordina qui in Italia. Anche in quel caso erano state riesumate vecchie registrazioni fatte da Philthy con una formazione che vedeva James Childs (vc e ch), Owen Childs (ch), il bassista Alan Davey (ex Hawkwind) (bs e vc) e Chris Fielden (cori). Il 23 settembre 2020 è uscito il C.D. “Achtung Minen” e la line up si è assestata in questa maniera: James Childs (Vc e Bs), Owen Childs (Ch e Vc) e Chris Fielden (Bt e Vc). Non pensate a “Achtung Minen” come un disco Heavy Metal. Pensate piuttosto a un’immaginaria colonna sonora per un documentario sugli Hells Angels degli anni ’70, oppure a un film di Russ Meyer: il regista delle signorine “grandi forme”, con Tura Satana o Kitten Natividad. Se invece siete più giovani pensate a qualche scena retrò e soft di qualche film di Quentin Tarantino. In definitiva l’aria che si respira ascoltando le canzoni del disco è quella del Rock dalle ampie sfaccettature suonato in maniera onesta da tre persone che vivono on the road, arrivano, attaccano gli ampli e fanno la loro performance. Le sensazioni in un disco di se semplice, sono molteplici. Ci sono brani che mi hanno lasciato interdetto come “Doodlebug”. Altri non li ho capiti: parlo della quasi spoken word “On the Fields of Cleckhuddersfax” (bonus track del C.D.) Ci sono altresì pezzi interessanti come l’Hard intriso di anni ’70 simil Zeppelin – iano di “Napalm Rising”. Altre volte il Rock si contamina con l’Alternative/Wave come su “Jitter Juice”. Se “Feelin’ Alrite” si riallaccia al discorso fatto su Russ Meyer, “Hawker Hurricane” si piazza tra lo Psycho Rock e i Devo: geniale gruppo di Akron (Ohio). Tanto per mischiare le carte in tavola la seguente “Big Ben” passa dal Rock and Roll al Glitter Rock di gruppi come i T. Rex dello scomparso Marc Bolan. La fase di chitarra del solo di “Motorhead”; qualcosa a ricordo di Philthy doveva pur rimanere, mi ha riportato alla mente “Rebel Yell” di Billy Idol. L’omonima “Achtung Minen”, invece, è acida e psichedelica tanto da portare a sognare con la mente. Siamo di fronte a un disco controverso che suscita sentimenti contrastanti per cui, prima dell’acquisto, date un ascolto e un’occhiata ai clips che circolano su Youtube.

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voto 
 
3.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    02 Dicembre, 2020
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Phil Campbell ha una sorta di doppia responsabilità. Da una parte, essendo rimasto l’unico dei Motorhead a proporre musica originale, ha un nugolo di appassionati che attendono i suoi dischi. Dall’altra, avendo coinvolto nell’avventura i suoi figli, assieme al cantante Neil Starr, deve agire come un buon padre di famiglia. A mio avviso non si può chiedere molto di più di ciò che è fra solchi di “We’re The Bastards” a un chitarrista che è passato attraverso la NWOBHM con i Persian Risk e che, in seguito, ha riscosso un successo planetario con i Motorhead. Dopo la morte di Lemmy “Wizzo” si è impegnato, e divertito, a portare in giro il verbo del Rock and Roll assieme alla sua famiglia e questo è quanto. Le tredici canzoni del secondo disco dei “bastardi” appartengono al filone del Rock espresso attraverso varie forme e ritmi. Riffs semplici; a volte classici, fanno da cornice o da propulsore, a seconda, a pezzi che spaziano dall’Hard stoppato di “Promises Are Poison”al Rock duro e desertico simile al Grunge: la voce di Neil da questa sensazione, di “Born to Roam”. Naturalmente il ricordo dei vecchi tempi passati con i Motorhead è tutt’altro che svanito ed è lì che porta “Animals”: almeno fino al cambio di ritmo con tanto di coro, per poi riprendere la sua corsa. Anche “Keep Your Jacket On” è strettamente imparentata con il vecchio Snaggletooth così come lo è il solo di chitarra della rallentata e “dondolante” “Desert Song”: se ascoltate “Just ’Cos You Got The Power (retro del 12” “Eat The Rich”) ve ne renderete conto. “Hate Machine” va via a una velocità pressante ed è uno dei pezzi migliori del lotto. La seguente “Destroyed”, invece, mi ha lasciato parecchi perplesso. Il pezzo vorrebbe aderire ai canoni del Punk ma, per dichiararsi tali, non bastano una sfilza di “vaffa” e una chitarra che possiede il suono di una zanzara. In finale troviamo una sorpresa a nome “Waves”. Siamo di fronte a un brano sognante e melodico che, dopo un solo siderale e per certi versi romantico, si indurisce e incrementa la velocità in maniera inaspettata. Ho voluto lasciare per ultime le note tecniche: la registrazione curata da Todd Campbell e il mix e mastering effettuati da Soren Anderson hanno lasciato qua e la alcune “pecche” come i soli di chitarra troppo bassi nell’omonima “We’re The Bastards” e in “Bite My Tongue”. Anche l’amalgama sonoro nella seconda fase di “Promises Are Poison” avrebbe avuto bisogno di qualche ritocco ma che ci volete fare? Così è il Rock! Se siete dei fan del chitarrista gallese non devo dirvi altro mentre a chi è più titubante, consiglio l’acquisto della versione del disco con quattro vecchi brani eseguiti dal vivo. In tal caso la spesa sarà più giustificata.

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