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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    02 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Dicembre, 2022
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Nella recensione del precedente EP dei Rebel Priest (“Lost In Tokyo”: voto 3/5), avevo messo in evidenza il fatto che il lavoro possedeva numerosi spunti presi dall’Hard e dal Glam di stampo americano. Nell’EP “Lesson In Love” (quattro tracce per complessivi 14:08) il terzetto canadese ha cambiato le carte in tavola. Questa volta le basi, sia per il suono grezzo che per l’energia profusa, sono quelle che appartenevano alla NWOBHM. Il disco rilascia sensazioni positive date appunto dalla grande energia e dalla potenza dei pezzi. Ci sono però troppe falle sia nel comparto mix/mastering a cura di Renè Garcia, che nell’autoproduzione svolta dallo stesso Garcia assieme alla band. Stiamo parlando di un gruppo nato nel 2014 che, oramai, dovrebbe avere acquisito un approccio professionale. “Lesson In Love” chiama in causa i Tygers Of Pan Tang e lo fa attraverso il suo ritmo potente e graffiante ma le aritmie di metà pezzo e al rientro dal solo, peraltro ben riuscito e a velocità supersonica, ne inficiano il valore. “Dive Bomber” è un Heavy Rock martellante con cambio in progressione e break prolungato. “Coat Check Girl” (canzone già edita come singolo nel 2016) è un Heavy Metal anthem che ricorda qualcosa dei primi brani degli Iron Maiden. “Bonfire” è un Heavy cadenzato di 105 secondi dedicato a Bon Scott. Se volete tornare ai tempi che vi vedevano sfrecciare in macchina con il vostro stereo a cassette con il volume a palla, ascoltate “Lesson In Love” e decidete se vale la pena acquistarlo. Se siete cultori della precisione e della perfezione a tutti i costi, potete tranquillamente passare ad altri dischi.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    22 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2022
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Prima di partecipare alla quinta edizione del Porkettone Fest, evento annuale di musica estrema che si svolge a Reggio Emilia, avevo ascoltato la proposta musicale dei Black Ancestry. Due brani tratti dal demo avevano suscitato in me qualche dubbio ma un clip girato dal vivo, mi aveva convinto di avere a che fare con un gruppo valido. Validità confermata dalla breve e intensa performance fornita dal combo al suddetto festival. Black Ancestry si sono formati nel 2018 e nel 2019 hanno rilasciato il demo “The Ritual of Blood and Candles”. Nel 2021 il batterista Sakar (ora adotta lo pseudonimo Black Angel) ha rivoluzionato completamente la line up inserendo Goat Fucker (basso), Cerberus (chitarra) e Hell Child (voce). A scanso di equivoci vi dico che il demo “Rise”, uscito come autoprodotto ad aprile 2022, ha una registrazione molto artigianale quindi nei quattro pezzi, sei se consideriamo anche le brevi intro e outro, non cercate l’accuratezza nei volumi o la precisione a tutti i costi. Ciononostante questo demo, che personalmente considero come un “fermo immagine” nel cammino dei Black Ancestry, è abbastanza godibile e dà l’idea della strada perseguita dal quartetto. Copertina, foto e titoli non lasciano dubbi. Black Ancestry suonano Black Metal e lo fanno seguendo i parametri imposti da gruppi come Venom, Destruction e primi Celtic Frost oppure, per chi è più ferrato in materia, Hadez (Perù) e Blasphemy (quelli canadesi). Si inizia con “Intro (L'Arrivo del Terrore)” che è un semplice dialogo estrapolato dal film Horror degli anni ’80 Le Notti del Terrore. Leggete le poco lusinghiere recensioni: roba da cultori dei film di serie Z. “Rise Again” ha come gruppi di riferimento Venom e Celtic Frost. Da notare la batteria che galoppa veloce, come un cavallo a briglia sciolta. “Demon Sultan” ha un fastidioso sbalzo nel volume della registrazione rispetto ai due pezzi precedenti e questo infastidisce non poco. Il pezzo trova riscatto nella cadenza, nel dipanarsi in cambi spezzati e nel piazzare fra capo e collo di chi ascolta un break mortifero e catacombale, lasciando il finale in balia della velocità. “Evil… In March with Satan” ha una registrazione molto impastata ma le sue movenze stile primi Destruction, mi hanno catturato. Per un’eventuale riproposta su CD consiglio a Hell Child di sforzare meno la voce mentre, per ciò che riguarda la resa sonora, consiglio di accorciare il pezzo sfumandolo, per renderlo più incisivo. “Master of the Earth” possiede una registrazione veramente underground e va via di Black Metal tosto e battente, alternato a tempi medi con partenze dettate dalla chitarra. “Outro (La Vendetta di Mechlet)” è in pratica la risata di un caro amico dei Black Ancestry defunto tempo fa, sovra incisa sul rumore di un tuono. Sono sicuro che alcuni recensori e ascoltatori stroncherebbero questo demo uscito sia su CD che su cassetta. Chi invece come me, è cresciuto ascoltando i demo tapes degli anni ’80 ed ha apprezzato il suono grezzo dei Venom e le registrazioni “aleatorie” dei primi Bathory, potrebbe trovare spunti interessanti. Con il mio voto sufficiente voglio premiare l’assemblaggio, il ritmo delle canzoni e l’energia profusa ma, dal prossimo disco, mi aspetto molto di più.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    06 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Novembre, 2022
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A più di tre anni di distanza dall’ottimo “Cyberstorm” (voto su AAM 4/5) Enio Nicolini, bassista e figura storica del metallo italiano, torna a proporre la sua musica nelle dieci tracce di “Hellish Mechanism”. Rivoluzionata la formazione degli Otron, Elio riprende il discorso musicale intrapreso nel disco precedente tornando a parlare di tematiche spaziali e fughe dal mondo controllato dai poteri forti. Pur venendo a mancare l’effetto sorpresa suscitato da “Cyberstorm” e tenendo saldi i punti di riferimento, in “Hellish Mechanism” c’è tanta carne al fuoco: ed è di qualità. Il viaggio inizia con le atmosfere siderali e parzialmente decadenti di “Celestial Armada”. Anche questa volta nella line-up degli Otron non è presente la chitarra e, a mio avviso, è stato aumentato l’apporto del sintetizzatore suonato da Gianluca Arcuri. Questo fattore, unito ad un’accordatura del basso su toni diversi dal solito, fa si che in alcuni pezzi ci sia un maggior apporto di sonorità Elctro/Goth/Wave alla Sisters Of Mercy/Swans. Ascoltate “Cogwheel” e capirete cosa intendo dire. A proposito di temi spaziali poteva mai mancare la psichedelia ispirata ai suoni “cosmici” degli Hawkwind? Certo che no! La trovate nel Rock ipnotico di “The Dream”. Altro caposaldo della struttura del disco sono le ossessioni “devianti” e spaziali dei Voivod. Le potete ascoltare nell’omonima “Hellish Mechanism” o trovarle in certi accordi di “The Prophecy”. Il connubio tra elettronica e Voivod sound raggiunge l’apice in “The Old Lady”. A tal proposito vi consiglio di ascoltare il sintetizzatore che, lavorando in sordina, raggiunge un buon grado di riempimento del suono tessendo atmosfere da film Horror. “Single Higher Thought” è un Rock dissonante che non si discosta dalle influenze sonore citate in precedenza. “A Brand New World” è alquanto strana. In questo caso il Rock dissonante viene contaminato in un tratto da una sorta di Beat inglese moderno. Dirò una fesseria ma ho ravvisato un suono tipo Beatles che incontrano i Muse oppure gli Oasis. “L’osservatorio” è un Rock oscuro permeato da cambi, con un interessante testo in italiano: l’unico di tutto il lavoro. A volte nei dischi viene lasciata per ultima una traccia “fiacca” o non troppo riuscita. Non è questo il caso. “Final Crash” è un buon brano che permette agli strumentisti di sparare le ultime cartucce, mostrando una volta di più la validità del combo. Se l’opera del basso, dei sintetizzatori e della batteria suonata da Damiano Paoloni mi è sembrata più che valida, una piccola riserva la esprimo sulla voce di Luciano Palermi (Unreal Terror e una carriera di tutto rispetto fra radio e mondo del cinema N.d.A). Avrei preferito un timbro più avvolgente oppure “asettico” in stile ultimo Steve Sylvester: visti ritmi e tematiche ci stava bene, o Denis Bèlanger (Voivod). Fate vostro ”Hellish Mechanism” e perdetevi nei meandri della vostra mente.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    22 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Ottobre, 2022
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Disco d’esordio per i brasiliani RF Force. Il quintetto dichiara di ispirarsi all’Heavy Metal di Dio, Judas Priest, Saxon e altri gruppi degli anni ottanta. La scarna bio inclusa nel presskit non riporta l’anno di formazione né le esperienze pregresse dei musicisti ma, dopo una breve ricerca in rete, ho scoperto che Ricardo Flausino (basso) e Marcelo Saracino (voce) hanno fatto parte degli Heaven And Hell: una tribute band dei Black Sabbath. Lucas Emidio (batteria) e Rodrigo Flausino (chitarra), invece, hanno fatto parte dei Groove metallers Hatematter. RF Force sanno suonare bene anche se una delle chitarre, durante i soli, tende ad andare un poco per i fatti suoi e si prende troppa libertà. Il disco (omonimo) presenta alcune pecche per quel che riguarda il punto di vista della produzione ed il lavoro al banco di regia ma, tutto sommato, risulta abbastanza godibile. Come detto, fra i nomi che più hanno influenzato i RF Force c’è quello di Ronnie James Dio e l’iniziale “Fallen Angel” lo dimostra ampiamente. Ci sono anche altri pezzi che hanno il marchio di fabbrica del compianto cantante a partire da “The Beast And The Hunter”, un caratteristico mid tempo cadenzato con un break e una fase di “ricarica”. “Fighter”, una delle canzoni migliori del blocco, sprizza energia e possiede un primo solo di chitarra ispirato, mentre la secondo chitarra si produce in un solo semplice ma efficace. In “Beyond Life And Death” la voce di Marcelo Saracino è molto simile a quella di Dio, anche se più arcigna. Se vi piace l’Heavy Metal duro e roccioso stile Judas Priest/Accept “Old School Metal” vi riporterà indietro nel tempo oppure, se siete giovani, vi insegnerà la strada nella quale siamo cresciuti noi “boomer”. Tra i brani più energici e, vista la resa delle due chitarre, più vicini agli Iron Maiden, vi segnalo “Flying Dogs”. Chitarre e cambi sono il motore di forza di “M.O.A.B.”, peccato che nel pezzo siano presenti alcune inesattezze nel mixaggio. La bonus track “Fight Witout a Fist”, a mio avviso, è poco più che un abbozzo di pezzo per l’incertezza del sound e dell’esecuzione perciò non aggiunge nulla al valore del disco.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Ottobre, 2022
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Se si chiede a un ascoltatore medio di musica Rock chi sono i Motörhead è molto probabile che ci risponda: “Quelli di Ace Of Spades”. Un vero appassionato della band inglese, invece, sa che almeno due terzi della discografia offrono spunti interessanti per un dibattito sia che si parli di cambi di formazione, di testi, vedi “Don’t Let Daddy Kiss Me” (“Bastards” -1992) dedicata all’abuso sui minori, dell’aggiunta di un violoncello (album “1916” –del 1991) o altro. Prendiamo “Iron Fist”: i motivi di interesse in questo caso sono molteplici. E’ il canto del cigno della formazione classica, la più longeva, ed è stato prodotto dal chitarrista Eddie “Fast” Clarke in maniera non soddisfacente (secondo le interviste dell’epoca rilasciate da Lemmy N.d.A.). In occasione del quarantesimo anniversario dalla pubblicazione la BMG ripropone il platter “ampliato” in versione 2CD e 3LP. Se siete dei veri collezionisti delle uscite dei Motörhead o degli “smanettoni” di internet nel box, di interessante, troverete veramente poco. Sulla versione potenziata e spacca orecchie del disco originale non mi dilungo oltre. Le canzoni presenti le dovreste già conoscere, e bene. Aggiungo come nota che è stato inserito in più il singolo “Remember Me I’m Gone”, che era il retro del singolo “Iron Fist”. Le cinque canzoni seguenti - vi sto parlando della versione doppio CD - provengono da un demo inciso al Jackson’s Studio nell’ottobre 1981 e proprio per questo meritano un esame più attento. “The Doctor” presenta una chitarra troppo in sottofondo tanto che, a tratti, sembra assente. Il pezzo risulta più lungo dell’originale. “Young & Crazy” è la variante impazzita: è sparata alla velocità della luce, di “Sex & Outrage”, con tanto di alcune parole cambiate nel testo e nel ritornello. Anche “Loser” presenta modifiche nel testo e, in più, possiede un basso che gira a mille, una fase d’improvvisazione nel solo di chitarra, e un’estrema velocizzazione nel finale. “Iron Fist” è strana: ha una linea di basso appiattita e mi è sembrata meno incisiva rispetto alla sua forma originale. “Go To Hell” ci regala la batteria del preciso Philthy Taylor in controtempo, un rallentamento e una ripresa, il tutto “condito” con cori alquanto sguaiati. Il successivo lotto di canzoni, sono sette, è la parte più incisiva e interessante del boxset. E’ possibile ascoltare bonus tracks della versione CD e digitale che ci restituiscono la giovinezza perduta grazie ad un ritmo incalzante e un’incisione veramente tosta. Tra versioni alternative come la bellissima “Lemmy Goes To The Pub”, la versione sparatissima di “Heart Of Stone” (anche qui il testo è stato cambiato) e strumentali tipo “Ripsaw Teardown” - un ibrido fra “No Class” e “We Are The Road Crew” - c’è di che godere. Peccato che questi brani siano già stati pubblicati assieme ad altri in “Motörhead – Over The Top: The Rarirties”, quindi se avete già quel disco risultano praticamente inutili. A chiudere il boxset ci pensa il CD dal vivo del live tenuto dai Nostri all’Apollo di Glasgow il 18-03-1982, concerto trasmesso da Radyo Clide. Ovviamente si tratta di una sorta di bootleg, quindi non aspettatevi il massimo come resa sonora. In questo caso la rete è arrivata prima e ha “bruciato” la sorpresa visto che il live set comprendente diciannove canzoni è reperibile come bootleg su alcuni siti. Ovviamente il tutto è corredato con un libretto abbastanza “massiccio” per cui, ancora una volta, se si vuole avere tutto dei Motörhead l’acquisto è obbligatorio. Quindi, riepilogando, sì all’acquisto se non avete tutti i brani nella discografia dei Motörhead e vi manca il live, o anche solo per possedere il libretto. No in tutti gli altri casi.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    28 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Settembre, 2022
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Se non ci fosse stato nel 2005 l’incontro fortuito fra James Alexander Childs e Phil Taylor non sarebbero esistiti i Little Villains. Dopo due album che avevano portato alla luce in maniera postuma il materiale suonato dai due musicisti con l’aiuto del bassista Owen Street in “Philthy Lies” (2019) e di Alan Davey, ex-Hawkwind, in “Taylor Made” (2020) la formazione è mutata. Dopo “Achtung Minen” del 2020 è ora la volta di “Battle Of Britain”. Il terzetto capitanato da Childs vede alla batteria Christopher Fielden e alla chitarra Owen Childs (nipote di James) mentre, come ospiti, ci sono Nick Davidge e Simon Edeges degli Airbus. Passano gli anni ma l’essenza dei Little Villains rimane la stessa. Si piazzano gli strumenti e si dà libero sfogo alle idee partorite. Idee riversate con uno spirito sanguigno senza badare troppo alle apparenze né alle sottigliezze. Dieci canzoni per un totale di 35 minuti. Questo dato la dice lunga sull’immediatezza della quasi totalità dei pezzi. La registrazione effettuata allo Stujo di Los Angeles sembra per molti versi effettuata in presa diretta. Questo fatto, se da un lato preserva la genuinità di “Battle Of Britain”, dall’altro denota alcune “frammentazioni” e rende l’ascolto ostico per quelli che sono dei puristi abituati al suono preciso e moderno. Come da prassi per gli americani, siamo di fronte a un album che offre scorci che vanno a toccare generi diversi. Dite la verità: dopo che ho nominato Phil Taylor vi siete chiesti se in questo lavoro c’è un sentore di Motorhead. State tranquilli: l’iniziale “Messerschmitt” e la conclusiva “Spitfire” (qualcuno ha pensato a “Bomber”?) scorrono ad una velocità tipica del gruppo di Lemmy e, nel secondo caso, è possibile anche riscontrare una componente Punk elevata. Nel background di James Childs un posto speciale è occupato dagli anni '70 e dalla psichedelia ed è ovvio che questi movimenti musicali influenzano alcune delle composizioni del cantante, in questo caso anche bassista, dei Little Villains. Per confutare ciò che ho detto vi propongo l’ascolto di “Butcher Bird”: un brano stile 70's “modernizzato”, oserei definirlo Grunge, decadente e acido. Un influsso ancora più marcato è riscontrabile nell’ottima “The Last”. Qui gli Hawkwind vengono imparentati con i Monster Magnet e danno origine a un figlio legittimo di nome Lords Of Altamont (band statunitense nata nel 2000 a Los Angeles). Decisamente interessante il connubio fra il Rock e l’Hard Progressive di “In His Blood”, così come è valido lo pseudo Dark pesante e duro di “Crying Out For More”: un pezzo che gode di un’inaspettata velocizzazione. Se devo suggerirvi un altro brano da ascoltare punto su “Watching You”, che è sì un Hard semplice stile anni '70 (vedete che tutto torna) ma con una chitarra che entra di prepotenza lasciando il segno. Se per essere felici vi basta battere il piede ed essere trasportati dal ritmo del Rock ad ampio respiro, “Battle Of Britain” potrebbe essere di vostro gradimento.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    14 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2022
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Questa recensione arriva con notevole ritardo e mi scuso con Daniele Liverani. Le avvisaglie sul fatto che “Incomplete” fosse un album diverso dalla produzione degli ultimi dieci anni del polistrumentista, c’erano tutte. Daniele, infatti, nei mesi precedenti l’uscita aveva ricominciato a comporre con quello che è stato il primo strumento che ha imparato a suonare: il pianoforte. Il disco, per la precisione il concept, vede le tastiere e il pianoforte come grandi protagonisti mentre alla chitarra, è stato affidato un ruolo di secondo piano (soli esclusi, ovviamente). A marcare ancor di più le differenze ci pensano i testi scritti da Daniele e cantanti dall’americano Jack Seabaugh, e il concerto per violino e orchestra in RE maggiore n.1 in tre movimenti. Nei dieci brani “canonici” le lancette dell’orologio sono state spostate ad un periodo che si può collocare fra gli anni ’70 e la metà della decade successiva. Provate ad ascoltare “How I Feel” e “I Won’t Cry” e ditemi se, assieme a squarci di musica Progressive, non ravvisate echi dei Queen. D’altra parte i confini musicali, un tempo, non erano rigidi come lo sono oggi e si poteva sperimentare toccando vari generi. “Get Out Of My Way”, a dispetto del titolo “arcigno”, infonde una certa spensieratezza, e lo fa attraverso un suono ispirato al Rock Progressivo sullo stile della P.F.M. Tra i pezzi migliori vi segnalo “I’ll Change My Life”: una canzone che passa dal dinamismo al rallentamento, per poi lasciare spazio dopo cinque minuti, a una chitarra che dona ancor più corpo al suono. Come emblema del cambiamento palesato in “Incomplete” mi piace citare la splendida “I’m Gonna Move On”. Potete sbizzarrirvi e divertirvi nel cercare le band che vengono evocate nella vostra mente dalla canzone; io ho trovato come attinenti Toto, Beggars Opera e Focus, ma ognuno ha un background diverso. A chiudere, come detto, troviamo il concerto per violino e orchestra in RE maggiore n.1 con i tre movimenti che vedono come protagonista il violino suonato dal tedesco Tonio Geugelin e le orchestrazioni di Daniele Liverani. Se siete degli amanti della musica classica andrete in brodo di giuggiole ascoltando questo terzetto di brani ma, se avete gusti lontani e non sopportate i Capricci di Paganini e cose simili, avrete difficoltà nel tenere la mano lontana dal tasto “skip”. Se volete tuffarvi in un mare di note e dare credito all’ultima avventura di Daniele Liverani; un musicista spesso trascurato anche se ha contribuito non poco alla causa del Metal italiano, fatevi sotto.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    22 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 2022
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Avete nostalgia di gruppi al femminile come Vixen e Crucified Barbara? La vostra “fede” nell’Hard Rock vacilla? Se ancora non le conoscete date un ascolto alle Thundermother. La band di Stoccolma, nata nel 2010 e con quattro ragazze nella line-up, è arrivata con “Black And Gold” alla quinta prova discografica. Le svedesi hanno assimilato in pieno la lezione impartita dai gruppi Hard e Glam più “ruffiani” e l’hanno riversata nelle dodici tracce del loro nuovo disco: tracce scelte da amici e colleghi e tratte da un demo di venti pezzi. Linee melodiche abbastanza semplici e cori ad effetto sono garanzia di successo ma c’è un aspetto che desta qualche perplessità. Chi è nato e cresciuto con i generi che ho citato prima, riscontrerà in alcune canzoni di “Black And Gold” una totale mancanza di originalità e fantasia. Strano perché, a sentire le parole della chitarrista Filippa Nassil, questo dovrebbe essere "il disco dell’evoluzione e della maturità", almeno per il momento. Gli appassionati del Glam Rock saranno felici di ascoltare l’omonima “Black And Gold”, una canzone con un buon ritornello e dal solo di chitarra semplice, ma valido. Chi è alla ricerca del classico riff che fa battere il piede e scuotere il sedere, troverà pane per i suoi denti ascoltando “Wasted”. In questo caso la voce di Guernica Mancini vola su tonalità altissime tanto che, se sarà così anche dal vivo, vi consiglio di portare dei tappi per le orecchie. Le ragazze sanno essere grintose e lo dimostrano mediante i controtempi e le velocità accorpate nell’ottima “Watch Out” e nell’Hard “cattivo”, modello Crucified Barbara, di “All Looks No Hooks”. Pescando fra i rimanenti brani vi segnalo “I Don’t Know You” con il suo riff portante alla AC/DC e la variegata e validissima “Try With Love”. Se volete passare quarantatré minuti scarsi in pieno disimpegno e relax fate vostro “Black And Gold”. Se avete aspettative diverse e ambite a un maggior livello di creatività cercate altrove.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    16 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2022
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I Colossus si formano a Raleigh, North Carolina, nel 2005. Nel 2016, causa omonimia con un altro gruppo, il nome viene mutato in Mega Colossus. Nel 2021 è uscito il sesto disco del quintetto americano dal titolo “Riptime”, contenente sette tracce per complessivi 40:48. Il raggio d’azione dei Mega Colossus è abbastanza ampio e va dall’Heavy Metal al Power per poi approdare allo Speed/Thrash. I nomi di riferimento più vicini al sound adottato sono Metallica, Exciter, Helloween e, grazie a certi ritmi e all’uso delle due chitarre soliste di Bill Fisher e Chris Milard, Iron Maiden. Proprio l’uso delle due chitarre che imperversano in lungo e in largo all’interno dei pezzi, talvolta in maniera inaspettata, è la caratteristica principale degli statunitensi. A questa vengono uniti cambi repentini che da un lato rendono il lavoro molto interessante e dall’altro, soprattutto nella seconda parte dove la produzione mi è sembrata meno accurata, tendono a destabilizzare l’ascoltatore. Certo, se fra i gruppi che preferite ci sono band come i Watchtower non troverete molto innovativa la proposta, ma il tecnicismo non viene mai a mancare. “Razor City” è Speed Metal sparato a mille con una fase battente, dal tratto melodico, a contraddistinguere la seconda parte. ”Midnight Zone” vede all’opera delle chitarre che si sfogano a dovere su ritmi di diverse fatture. “Vigilo Confido” è uno dei pezzi migliori del lotto e prende apertamente spunto dagli Iron Maiden di “Fear Of The Dark”, alternando il ritmo con intervalli veloci. “Tinker Tanner” mostra qualche incertezza: probabilmente il gruppo ha voluto mettere troppa carne al fuoco, comprese le armonizzazioni vocali, e si è perso per strada. “Run To The Fight” alterna ritmi cari agli Iron Maiden con altri simili ai Metallica di “Nothing Else Matters” ma, anche in questo caso, si trovano alcune ingenuità. “Boiling Seas” è basta su tematiche Power e tutto sommato, visto anche l’ottimo lavoro delle chitarre, risulta valida. In “Iron Rain” torna a farla da padrone il Power. La canzone è la degna chiusura di un lavoro che per lo più soddisfa e che, per certi versi, sorprende. Detto che la voce di Sean Buchanan è migliore sui toni alti piuttosto che su quelli bassi, un eventuale riscontro dal vivo saprà dirci se è la verità. Chiudo questa recensione consigliandovi l’ascolto di “Riptime” prima di un eventuale acquisto.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    05 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 05 Agosto, 2022
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A volte ci sono degli avvenimenti che contribuiscono a “lanciare” una nazione nel firmamento musicale e agevolano il successo, spesso a mo di meteora, di una band. Se non ci fossero stati i danesi Mercyful Fate, nati nel 1981 e autori dell’EP omonimo del 1982 edito dalla Rave–On Records, probabilmente non avremmo sentito parlare dei connazionali Evil. Gli Evil, formatisi nel 1982 sotto il nome di Never Mind nascono ufficialmente nel 1983 e sfornano l’EP “Evil’s Message” per la Rave-On Records nel 1984 raggiungendo un effimero successo anche in Italia. Il mini era di buona fattura e il gruppo dimostrava di avere le idee chiare tanto che, in un’intervista rilasciata al magazine Metal Forces nel 1985, il cantante Freddie Wolf si smarcava dal satanismo di band coeve come Venom e gli stessi Mercyful Fate dicendo che Evil era semplicemente il nome della ragazza sulla copertina del disco e che nell’aprile sarebbe uscito un nuovo lavoro. Dopo quell’intervista il gruppo si sciolse. Nel 2015 Freddie Wolf riprese in mano il progetto e fece uscire “Shoot The Messenger”, poi degli Evil si sono perse le tracce fino al 2022 quando, con una line up nuova di zecca capitanata sempre da Wolf, è uscito “Book Of Evil”. Con l’apporto di personaggi navigati quali il cantante Martin Steene e il bassista Jakob Haugaard, entrambi negli Iron Fire, e con il mixaggio e la coproduzione di Tue Madsen (Meshuggah, Artillery etc) Wolf è riuscito a dare alle stampe un album interessante che, grazie a una variegata scelta di generi di Metal toccati, può piacere a varie tipologie di ascoltatori. Gli Evil sono in grado di coniugare Heavy Metal di stampo oscuro, epico e melodico in canzoni come “Divine Conspiracy” ma, al contempo, sono capaci di riprendere temi cari ai Metallica più grezzi (“Future Denied”) o di richiamare alla mente gli Slayer di “South Of Heaven” (“Kings Of The Undead”). Se state pensando che “Book Of Evil” è un disco “clone” e non vi serve, vi sbagliate. Tutti abbiamo ascoltato e apprezziamo i classici del nostro genere; ma gli Evil hanno la capacità di sorprendere l’ascoltatore variando il ritmo all’interno dei pezzi. Heavy massiccio e cadenza si alternano con fasi veloci in “Beyond Mind Control”. Toni cadenzati enfatici si alternano con velocità e aperture in “Sanctuary”. Se volete riscoprire il passato ascoltate l’ottima versione di “Evil’s Message”, prima traccia del mini d’esordio, suonata dalla formazione attuale. Pensate quanto erano avanti i danesi nel 1984. Nei 7:24 di durata del pezzo è possibile notare sia le basi musicali dell’epoca, che i ritmi che ascoltiamo tutt’ora. E’ vero: c’erano già gruppi veloci come Metallica e Venom, ma l’alternare i tempi non era nella mente o alla portata di tutti. Se devo puntare il dito contro un brano che non mi ha particolarmente soddisfatto indico “Storm Warning”. Una voce non appropriata e una produzione non ottimale ne inficiano il valore. “Book Of Evil” mi è piaciuto e ve lo consiglio. Per i collezionisti segnalo che ne esistono anche delle versioni limitate a 300 copie ognuna in vinile crystal e golden.

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Neptune, direttamente dagli anni '80
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