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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2021
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Sono sicuro che il nome di Jason Payne risulterà sconosciuto alla maggior parte dei lettori di Allaroundmetal. La biografia dice che Jason Payne è stato il cantante e chitarrista dei Louzada, gruppo con un solo EP all’attivo, dal 2017 al 2020 e che dopo lo scioglimento si è dedicato al suo progetto. Jason Payne & The Black Leather Riders sono una formazione mista composta da due uomini e due donne e “The Abyss” è il loro EP d’esordio contenente sei brani. Una cosa è certa: il Nostro deve essere in qualche modo un personaggio famoso, dato che il disco è stato mixato da Alex Robinson (Bullet For My Valentine) e masterizzato da Andrew Hippy Baldwin (Oasis, Faith No More). Nomi del genere, da soli, non bastano come garanzia di successo ed è qui che la band entra in gioco mettendo del suo dal punto di vista compositivo. Ciò che viene fuori è un gusto nell’accostare stili diversi come Thrash, Nu Metal ed altri, condendoli con ritornelli facilmente memorizzabili. La versatilità del combo si può notare sin dall’apripista “The Dark”, pezzo nel quale si passa agevolmente dal Power al Thrash al Nu Metal. Non so dirvi quanto abbia influito in fase compositiva la bassista Daisy Pepper, ospite nel brano, ma sono andato a “spulciare” dei video sul profilo Facebook ed ho visto una ragazza giovane che si diletta a suonare in modo semplice, ma efficace. “Breathing Rage” è dura e massiccia e vede come ospite alla chitarra Andrea Martongelli degli Arthemis. Le chitarre risaltano sia durante i soli che con un lavoro costante e “sotterraneo” nella seconda fase del pezzo. Con “The Purge” il vento del Thrash - e dei Metallica - soffia forte, ma è solo una delle componenti che variano dai controtempi al melodico. “Vicious” sembra voler proseguire il discorso musicale intrapreso nel brano precedente: in questo caso il vento ispiratore a nome Metallica si fa ancora più forte ed è affiancato al Rock di maniera e ad un certo gusto per la melodia. So che sembra impossibile far collimare generi così diversi fra loro, ma il quartetto ci riesce molto bene. “Lost” - pezzo che ho ascoltato in modo parziale perché non presente nel presskit - mi ha portato sulla strada dell’Hard Rock melodico americano ma potrebbe contenere molto altro. A chiudere il disco arriva la semi ballata “Thoughtless”, che incastona un bel solo di chitarra appoggiato ai fianchi di un pianoforte che infonde dolcezza. “The Abyss” faticherà a trovare spazio nel mercato prediletto dal pubblico Metal italiano, soprattutto quello composto da puristi e oltranzisti. Per tutti gli altri può rappresentare un ascolto piacevole, e un modo per scoprire attraverso i testi il mondo di Jason Payne.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    09 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Novembre, 2021
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Non sono molti i gruppi che fuoriescono dai patri confini del Canada e riescono ad avere successo. Non so se ci riusciranno i CroMagnum da Montreal, Quebec, ma è giusto dar loro una possibilità. Nato nel 2013 come duo composto da Maximum Reg (voce, chitarra e tastiere) e Gino LaPosta (basso), il gruppo ha pubblicato un omonimo EP nel 2014. Oggi, a distanza di sette anni, torna a farsi vivo con l’EP di cinque pezzi “Born Free”. I CroMagnum proclamano di volere una rivoluzione delle idee nel pensare umano. Per far ciò si avvalgono di una musica Heavy Metal che, a tratti, vira verso componenti epiche; cosa che, personalmente, ho riscontrato in parecchie band provenienti dalla Russia. Il disco è genuino e ciò fa sì che le caratteristiche, siano quelle positive e negative che troviamo in uscite del genere. La produzione non è sempre all’altezza e il mixaggio e la registrazione, in parte, ne risentono. Altra cosa che non convince a pieno è la voce di Maximum Reg che, a volte, è veramente sguaiata. Fortunatamente ci sono anche tanti bei momenti nei quali si è trascinati da un ritmo e da un’energia contagiosi che rilasciano buone vibrazioni e che portano in dote dei cambi ben pensati. Pezzo di punta è “Tunguska” del quale è stato fatto un video, ma anche l’omonima “Born Free” si difende bene nonostante la registrazione delle fasi fra i soli di chitarra non renda al meglio. Nel complesso il disco si ascolta con facilità e il mio giudizio è sufficiente. “Born Free” potrebbe riscuotere l’approvazione di chi ascoltava Heavy Metal negli anni ottanta quando la tecnologia non era ancora entrata a pieno negli studi di registrazione. Da segnalare l’uscita di un fumetto dal titolo Bigg Baby disegnato da Max Rex. Sa mai che i due numeri pubblicati, vi facciano capire meglio la filosofia dei CroMagnum e vi accompagnino durante l’ascolto del disco.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    04 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 05 Novembre, 2021
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Possiamo discutere quanto volete ma un fatto è certo: se le etichette, in questo caso la BMG Records, continuano a saccheggiare la discografia dei Motörhead per proporre delle raccolte o “Greatest Hits”, vuol dire che c’è chi le compra. E’ ovvio che, quando siamo di fronte a questo tipo di uscite, vadano precisate alcune cose. “Everything Louder Forever” ha una bella copertina e contiene 42 canzoni riversate su due CD o, se preferite, quattro dischi (esiste anche una versione ridotta con due LP, N.d.A.). Il suono è bello “cazzuto”, e risalta anche se si ascoltano i dischetti ottici (nel mio caso i files MP3 forniti dalla label) con delle normali casse da computer. Il fatto è che non c’è una canzone inedita, una rarità, o qualcosa che faccia propendere per un acquisto a scatola chiusa, a meno che non vi siate assicurati un’edizione limitata con maglietta. Sono il primo a dire che i Motörhead hanno lasciato un vuoto pazzesco fra gli estimatori dell’Heavy Metal ma talvolta vanno fatte delle scelte, anche economiche, e non è possibile possedere tutto anche perché, di Lemmy e compagni, stanno uscendo veramente tante cose. Detto ciò è stato bello (ri)ascoltare pezzi che non ricordavo più quali “Queen Of The Damned” (da “Aftershock" del 2013) o l’oscura “Choking On Your Screams” (da "Bad Magic" del 2015). Per chi non ha la discografia completa del gruppo inglese c’è da segnalare un fattore positivo: le canzoni vanno a toccare le differenti epoche nelle quali il gruppo è stato in attività, ed è quindi possibile ascoltare tutte le formazioni e “respirare” un briciolo di ogni disco. Sono proposti i soliti classici come “Ace Of Spades”, “Bomber” eccetera, e i brani che tributano altri gruppi come “R.A.M.O.N.E.S.” e “God Save The Queen”, ma c’è molto altro ancora. Il voto che do a questa raccolta è alto perché voglio premiare il percorso di un gruppo che ho seguito sin dal 1980 e che mi ha accompagnato, e mi accompagna, in tutte le fasi della vita. Se siete dei fans ortodossi e dei completists le mie parole non vi faranno alcun effetto dato che avrete già opzionato una copia di “Everything Louder Forever”. In caso contrario riflettete su ciò che ho detto e decidete se vale la pena spendere i vostri soldi per una compilation che, di sicuro, non sarà l’ultima.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    30 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Novembre, 2021
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I cultori del metallo italiano, almeno quelli che sono più vecchi, si ricorderanno di un pezzo intitolato “Oltrisarco In The Night”. Oltrisarco – Aslago è una delle circoscrizioni di Bolzano, base operativa dei veterani Skanners, e il pezzo citato lo potete trovare sia nel demo autoprodotto del 2004 che nella riedizione su CD di “Dirty Armada” (My Kingdom Music – 2006). Claudio Pisoni (voce) e Fabio Tenca (chitarra) sono gli unici superstiti della formazione originale e dopo 39 anni di carriera e 35 dall’uscita del primo disco, “Dirty Armada” appunto, fanno uscire grazie all’etichetta Music For The Masses, questo “Greatest Hits”. Quindici pezzi sono stati presi dai sette full-length usciti fino ad oggi mentre il sedicesimo, “Under The Grave”, è nuovo di pacca. Che gli Skanners fossero preparati e destinati a propagare il verbo dell’Heavy Metal duro e puro era scritto sin dagli esordi. Basta ascoltare le prime tre canzoni della raccolta, quelle estrapolate da “Dirty Armada”, per capire quanta energia fosse in grado di riversare sull’ascoltatore il quintetto: “TV Shock” e “Starlight”, con la loro dose di Heavy “sparato”, lo testimoniano. Certo, la registrazione delle tre tracce non è impeccabile ma, vi ricordo, stiamo parlando del 1986 e in quell’epoca si trovava di molto peggio. Con le tre canzoni estratte da “Pictures Of War” le cose cambiano: la registrazione è più professionale e gli Skanners ci deliziano con un sound che strizza l’occhio all’America votata all’Hard Rock melodico con l’orecchiabile “Turn It Louder Now”. Se volete un pezzo che coniuga durezza e dolcezza vi consiglio “Wild”. Con le due canzoni tratte da “ The Magic Square”, ovvero “Undertaker” e “Metal Party”, il suono si fa più cupo. Non conoscendo il disco azzardo l’ipotesi che il combo, nel 1994, stesse cercando sentieri più ruvidi da battere. A seguire tocca a due pezzi estratti da “Flagellum Dei”: il brano omonimo è fra i pezzi più belli di questo “Greates Hits”, Heavy duro e roccioso che viene forgiato a meraviglia attorno alla voce di un Claudio Pisoni che osa un poco più del solito “alzando” il tono della voce, mentre i soli delle chitarre sono di stampo normale ma innestati in maniera efficace. Due sono i pezzi tratti da “Serial Healer”: di questi voglio mettere in risalto “Welcome To Hell”, Heavy scatenato, cambi ben fatti e soli grintosi. Anche “Factory of Steel” è rappresentato da due pezzi, il primo, omonimo, si assesta fra il Power Metal melodico e certe cose degli Helloween, mentre il secondo, “Hard and Pure”, risente dell’influenza dei Judas Priest e sfoggia un coro che è impossibile non cantare a squarciagola, soprattutto dal vivo. “The Eye”, tratta da “Temptation”, si piazza fra le tracce più melodiche e “oniriche” del disco. In chiusura, come detto, c’è l’inedita “Under The Grave”. Il tratto non cambia di molto rispetto alla linea produttiva tenuta dai bolzanini: riff d’assalto, sentore di Judas Priest e un solo che, per certi versi, è inusuale rispetto al ritmo. Se avete tutti i dischi degli Skanners questa raccolta potrebbe risultare inutile ma, se ve ne siete perso qualcuno, rimediate acquistando “Greatest Hits”.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2021
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Gli Airbus si sono formati a Portishead (U.K.) nel 1988 e attualmente stanno componendo i brani che finiranno nel loro quarto CD dal titolo “Imperial Gunpowder”. Nel frattempo il quartetto ha deciso di ripescare tredici canzoni registrate nei primi anni novanta e le ha riversate nel CD “You”. Se il nome degli Airbus e quello del loro fondatore Nick Davidge (compositore e cantante N.d.A.) vi dicono poco o nulla, solletico la vostra curiosità dicendo che a completare la line up, oltre al bassista Simon Hedges, ci sono James Childs (ch) e Chris Fielden (bt) dei Little Villains, gruppo che ha visto coinvolto il compianto Phil Taylor dei Motorhead. ”You” è un disco abbastanza semplice per ciò che riguarda la stesura dei pezzi. La registrazione, avvenuta in presa diretta in un antico cottage chiamato “The Grange” dove vive Nick Davidge, è stata riversata su CD con un suono grezzo e genuino. Non è facile inquadrare il tipo di musica e le influenze che si trovano nelle diverse canzoni. A mio avviso si riscontra una fortissima e preponderante componente Grunge. Visto il periodo dell’incisione, successivo all’uscita di lavori come “Nevermind” dei Nirvana e dell’omonimo capolavoro dei Temple of The Dog, entrambi del 1991, il paragone ci sta tutto. Oltre al “fattore Seattle”, in alcuni pezzi, si respira un’aria di decadenza che rimanda a sigarette penzolanti dalle labbra e bottiglie di whisky mezze vuote poggiate sul tavolo di qualche bar di provincia. Come se non bastasse gli Airbus sono capaci di passare da melodie care ai Beatles unite al Beat Rock anni settanta, al ritmo dei Red Hot Chili Peppers più lenti e ciondolanti, fino ad arrivare all’Alternative “sporcato” dal Punk & Roll. Se pensate che tutti questi generi creino un gran caos vi sbagliate. Il tutto viene riversato su chi ascolta a piccole dosi e in brani diversi fra loro. La cosa difficile, semmai, è trovare un pubblico capace di apprezzare così tanta carne al fuoco in pochi minuti (poco più di 44 N.d.A). Non vi dico che siamo di fronte ad un capolavoro della musica, ma ascoltate “If There's an Angel” con i suoi intrecci di chitarre, e godete della sua miscela di generi suonati con passione. In alternativa potete puntare su un certo ipnotismo seventies alternato ai momenti più intimi e acustici di Kurt Cobain e soci rilasciato in “Nothing's For Free”. Se siete di quelli che vivono attimi di schizofrenia con fasi up and down provate a curarvi, o devastarvi del tutto, ascoltando la conclusiva “The Ghost”. Vista la maturità dei componenti della band e il tipo di proposta, “You” farà breccia negli ascoltatori più grandi di età. I più giovani, almeno quelli che vivono in maniera veloce e con grinta, faticheranno a capirlo.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    29 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Settembre, 2021
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Dalle parole di Doro Pesch si apprende come l’entusiasmo per il disco “Triumph and Agony” dei Warlock, l’abbia portata a proporlo interamente dal vivo con la sua “nuova” band allo Sweden Rock Festival del 2017 e su altri palchi nello stesso tour. Come darle torto? Il quarto album del gruppo tedesco, uscito in origine nel 1987, è un concentrato di pezzi energici: fra tutti spiccano “All We Are” e “Three Minutes Warning”, e melodia (“Fur Himmer”). La recensione del disco proposto da Doro e dai suoi compagni di avventura non è affatto facile. Trattandosi di un live (la scaletta è stata rivoluzionata rispetto all’originale), uscito in parecchie versioni atte ad accontentare tutti i tipi di fan, non si sa se concentrarsi sulla proposta commerciale o sulla musica vera e propria. Come al solito si ripropone l’eterna domanda: c’era veramente bisogno di un ennesimo live, per altro già disponibile da tempo sui canali video? Ovviamente gli scatenati supporter dell’affascinante bionda teutonica diranno di sì. Per ciò che mi riguarda il mio dovere è quello di mettervi in guardia da facili entusiasmi e dare un giudizio imparziale. La carica di Doro è ben udibile così come tanta è la sua voglia di coinvolgere il pubblico che viene arringato a suon di: “Eh eh eh!” a più riprese ma nel fare ciò, a volte, affiora una certa stanchezza vocale. Chi se ne importa direte voi. La cantante è nata nel 1964 e alla sua età - è più giovane di me di un anno - ha un’energia invidiabile. Sapere che gli strumentisti, talvolta, emergono poco rispetto alla voce, oppure che si limitano a fare un compitino abbastanza facile, vi creerà pochi scompensi (nota: vi segnalo che ho recensito dei file in MP3). Dopotutto la star rimane Doro: una delle poche donne dell’Heavy Metal di altri tempi, che ha saputo portare avanti una carriera fra alti e bassi, e che ha avuto fede in ciò che proponeva. Se i primi quattro brani mi avevano fatto dubitare della buona riuscita, dal quinto in poi le cose si sono messe decisamente meglio. Il gruppo, e il banco di regia, hanno trovato il giusto assetto sonoro: cosa non facile in un festival dove si esibiscono molte band. Fra i pezzi migliori vi segnalo “Cold Cold World”. In questo caso tutto gira al meglio e la chitarra si prende il giusto spazio: cosa che in un contesto Heavy Metal è d’obbligo. Se riuscite a passare sopra agli aspetti parzialmente negativi che ho elencato correte a fare vostro “Warlock: Triumph and Agony Live”; magari nella versione box piena di gadget. In caso vi vengano dubbi sull’acquisto aspettate il prossimo lavoro da studio perché Doro, sicuramente, non ha nessuna intenzione di smettere.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    17 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 2021
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Così come in un minestrone ci sono molte verdure, nel Rock underground ci sono molte componenti ma alcune sono fondamentali. Bisogna saper suonare, avere voglia di sbattersi per raggiungere degli obbiettivi che ci si sono prefissati, e avere voglia di macinare chilometri su un furgone che, a volte, ti lascia a piedi nel bel mezzo del nulla. I Dobermann, trio piemontese formatosi nel 2011 possiedono le caratteristiche che ho elencato e ce le fanno conoscere attraverso la musica racchiusa nelle undici tracce di “Shaken to the Core”. La produzione del disco, affidata ad Andrea del Vecchio, risulta essere di ottima fattura tanto che non c’è una nota fuori posto. Paul Del Bello (bs e vc), Valerio “Ritchie” Mohicano (ch) e Antonio Burzotta (bt), poi, dimostrano di saperci fare sia con gli strumenti che in fase di composizione piazzando qua e là dei ritornelli di facile presa e vincenti. La tentazione di sistemare il disco dei Dobermann nello scaffale dedicato allo Street Rock è fortissima ma la versatilità dei tre è tanta e mi porta a rivedere tale scelta. Intendiamoci bene: chi ha ascoltato centinaia di dischi di Hard e Street Rock americano avrà parecchi flashback che lo riporteranno indietro nel tempo visto che, ad esempio, in “Over the Top” è presente un Funk n’ Roll con echi di R.H.C.P., Living Colour, e Jane’s Addiction miscelati a dovere. Se “Rock Steady” con il suo ritmo spezzato fa il verso a “Superstition” di Stevie Wonder (album “Talking Break” – 1972 n.d.a.), “Run for Shade”: un Rock/Boogie scatenato, richiama “Hot for Teacher” dei Van Halen. Vista la buona qualità dei brani non è facile trovarne uno che svetta sugli altri. A chi ama lo Street consiglio “Dropping Like Flies”. A chi preferisce situazioni più lente e “sinuose” consiglio “Talk to the Dust”. In questo caso i Dobermann spiazzano l’ascoltatore che aspettava il solo di chitarra inserendo un break e posticipando l’intervento “multiplo” di Valerio, per poi portarci a un finale orientato verso l’Hard. Se questa recensione non vi ha convinto della bontà di “Shaken to the Core”e non vi ispira ad acquistare il disco andate su Youtube e ascoltate il pezzo omonimo e “Staring at the Back Road” che, guarda caso e con giusta ragione, sono stati messi in apertura del CD. A mio avviso, come si suole dire, il gioco vale la candela.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Settembre, 2021
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Il nome dei Trance mi ha riportato indietro nel tempo all’anno 1983 quando su una rivista italiana, credo fosse Tuttifrutti mensile, lessi la recensione del secondo disco del combo intitolato “Power Infusion”. La vita dei Trance è stata travagliata ed è passata attraverso cambi di formazione, scioglimenti e un passaggio al nome Trancemission. Il chitarrista Markus Berger, unico superstite della formazione originale, porta avanti il suo progetto affiancato da musicisti preparati e navigati ma, ve lo anticipo, il CD “Metal Forces”, uscito nel 2021, vive di alti e bassi. In genere il primo pezzo è quello che funge anche da traino per i seguenti ma, “The Fighter”, pur godendo di un ritmo battente, possiede un primo solo di chitarra geometrico confuso e uno stacco “vuoto”: cosa che da parte di professionisti di alto livello, non è accettabile. “Troublemaker” ha una fase di stasi fino al minuto e venti poi arriva il classico coro: “oh oh oh” piazzato su un ritmo che ricorda i Deep Purple vitaminizzati. “Death Machine” è la prima canzone che ho apprezzato a pieno: massiccia, corroborata da bei soli di chitarra, e ben costruita. “Deep Dance” è un pezzo cadenzato con armonizzazioni nella voce e qualche infusione di suoni russi e orientali che conducono a una fase Epic Metal: promosso a pieni voti. Tenendo ben a mente gruppi come Scorpions e Accept i Trance ci propongono “Believers”. In questo caso possiamo ascoltare un Heavy classico con strumenti che producono validi giri mentre il ritornello è messo lì apposta per essere ricordato e cantato a squarciagola. Perdonatemi ma non ho capito il senso di “The Horns Of Jericho”: il pezzo è corto e inutile visto che non provoca nessuna emozione e nessun sussulto oltre che, a mio avviso, essere fuori contesto. Con “As Long As I Live” torniamo nell’ambito dell’Heavy classico ma il tutto sa di già sentito troppe volte. Per “The Drums Of Waterloo” vale il discorso fatto per “The Horns Of Jericho”. In “Metal Forces” troviamo un tempo medio paragonabile a quello dei Running Wild, ma rallentato: da un lato abbiamo una chitarra che lavora a dovere mentre il pre-solo è mal eseguito; va un poco meglio con il solo, che strappa la sufficienza. ”Ballad For A Group” soffre di parecchie pecche dal punto di vista della produzione: probabilmente l’inserimento di troppi cambi ne ha snaturata l’essenza. Nella versione digipack del CD è stata inserita la bonus track “Unstoppable” che è stata registrata dal vivo in studio. A parte alcune imprecisioni e una registrazione volutamente grezza e non rifinita, le potenzialità del pezzo sono buone. Il guaio dei Trance è quello di essere capitati sotto le grinfie del sottoscritto che di Heavy Metal ne ha ascoltato a pacchi per 45 anni su 58; qualsiasi altro recensore credo che avrebbe dato loro la sufficienza.

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3.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    19 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 2021
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La band dei Lycanthro si è formata nel 2016 a Ottawa, Canada. Nel corso degli anni sono usciti un demo (2017) e il full length “The Four Horsemen Of The Apocalypse” (2018). Nel giugno 2021 la band ha siglato un contratto con l’etichetta greca Alone Records e ha rilasciato il CD “Mark Of The Wolf”. Nella scheda di presentazione del disco sono riportate le parole di apprezzamento dello stesso da parte di Joe Comeau (cantante dei Liege Lord; ex Overkill e Annihilator) e quelle ancora più entusiaste di John Ricci (chitarrista degli Exciter). Per confermare o smentire queste esternazioni basta premere il tasto play e tenere le orecchie ben aperte. Detto che, stranamente, le formazioni dei Lycanthro sono due: una che ha registrato il CD e una che agisce dal vivo, mi addentro nei meandri delle otto tracce. Il quintetto dimostra di avere assimilato alla perfezione i riff classici e taglienti dell’Heavy Metal e li ripropone “attualizzandoli” con una robusta dose di Speed e Thrash. Dal punto di vista delle idee non ho nulla da eccepire. La miscela creata è veramente interessante e durante i 43:02 minuti di durata non c’è tempo per annoiarsi. Per ciò che riguarda il lavoro in studio, invece, qualche lieve errore sui volumi degli strumenti si nota: basta ascoltare ad esempio l’entrata del pianoforte in “Fallen Angels Prayers”. Peccato perché il brano è fra quelli meglio riusciti grazie ai suoi molteplici cambi e ad un buon assemblaggio. Mi rendo conto del fatto che ciò che ho segnalato può sembrare una piccolezza ma quando ci sono quattro persone impiegate fra produzione, registrazione, mix e mastering, il tutto dovrebbe scorrere in maniera perfetta. Se dal punto di vista musicale si cerca di accontentare la vecchia guardia, dal punto di vista dei testi ci sono argomenti adatti a molteplici tipi di ascoltatori visto che si passa dai videogiochi (“Mark Of The Wolf” e “Ride The Dragon” ispirate a The Elders scrolls V: Skyrim n.d.a.), alla serie anime Neon Genesis Evangelion (“Evangelion”). C’è anche spazio per un testo dedicato al “Gobbo di Notre Dame” (nella citata “Fallen Angels Prayers” n.d.a.) o per uno più “strano” ispirato a un fungo chiamato “Zombie fungi” in “Into Oblivion”. Sono andato a cercare in rete la spiegazione di cosa è questo fungo e vi esorto a fare altrettanto; la conoscenza non è mai troppa. Come detto alcune righe sopra “Mark Of The Wolf” è un disco che si basa principalmente su riff Heavy Metal e “Crucible”, piazzata furbamente come traccia numero uno, conferma in pieno tale affermazione. Il gruppo gira a meraviglia e ci fa capire quanto tenga al genere poi, a sorpresa, ci spiazza con un bridge in pieno stile Metallica che incuriosisce e invita a proseguire nell’ascolto del disco. Date le premesse potevano mancare riferimenti al Power Metal? Certo che no ed è così che nella seconda fase di “Mark Of The Wolf” dopo due bei soli energici (ben distinguibili) delle chitarre di David Shute e Forrest Dussault, troviamo una velocizzazione di tal forgia. Per ribadire il concetto, in “Enchantress” è palese il riferimento agli Iron Maiden ma, tanto per non faci mancare nulla, la band si impegna in un finale Hard Rock. Se vogliamo trovare qualcosa di veramente classico ed immortale, non possiamo non pensare a Ronnie James Dio. E’ proprio a lui che James Delbridge, chitarrista e voce dei Lycanthro, ha fatto riferimento nel comporre “Evangelion”. Avendo nominato Dio voglio soffermarmi un attimo proprio sulla voce di Delbridge. In alcuni pezzi ci sono dei cali di tono mentre in altri si ha la sensazione che l’ugola non regga lo sforzo (ad esempio su “In Metal We Trust”). Fortunatamente gli strumentisti fanno scudo e, con la loro perizia, attutiscono un poco questi difetti. Se la recensione ha smosso la vostra curiosità andate su Youtube e ascoltate qualche brano di “Mark Of The Wolf”; potreste trovarlo intrigante e decidere per l’acquisto del CD.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    03 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Agosto, 2021
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Erano parecchi anni che non ascoltavo un disco partorito dalla mente di Dee Snider quindi non so dirvi se, come è scritto nel presskit allegato a “Leave a Scar”, lavoro uscito il 30 luglio 2021 per Napalm Records, ci sono delle similitudini e una continuità musicale con il precedente “For The Love Of Metal” del 2018. Quello che posso dirvi è di non cercare le atmosfere sonore care ai Twisted Sister; le trovereste solo a sprazzi e ben mimetizzate. Così come il suo predecessore, “Leave a Scar” è stato prodotto da Jamey Jasta ma, questa volta, il cantante degli Hatebreed è stato aiutato dal batterista di Dee Snider, Nick Bellmore, che oltre a co-produrre l’album, lo ha anche mixato e masterizzato. Il lavoro svolto dai due è più che soddisfacente e il suono che si è sprigionato dalle casse del mio computer, contando il fatto che ho ascoltato le canzoni in streaming, è stato veramente potente. L’assalto all’arma bianca portato da “I Gotta Rock (Again)” è basato su un Heavy Metal aggressivo destinato a lasciare il segno e a far “soffrire” le vostre orecchie se ascoltate il lavoro in cuffia con il volume a cinque. Con “All or Nothing” arriva la prima sorpresa. Il Mosh degli Anthrax e il Thrash dei Testament vengono fusi in un crogiolo nel quale vengono addizionati i classici soli a due chitarre dallo stile e dal suono differente. “Down But Never Out” poggia le fondamenta su cori - anthem che si alternano a cambi che variano dal claustrofobico, alla cadenza, alla velocità. “Before I Go” tende la mano allo stile compositivo tanto caro ai Judas Priest. “Open Season” sfrutta il buon vecchio espediente delle chitarre divise equamente nei canali per poi proseguire con un ritmo Hard n’Heavy supportato da cori e riff intrecciati. “Silent Battles” mi è parsa un poco sotto tono rispetto agli altri pezzi; la definirei come un Heavy cadenzato privo di mordente. Siamo giunti al settimo pezzo e con un titolo come “Crying For Your Life” è lecito aspettarsi un pezzo lento e melodico. Ecco, ci siamo, parte l’arpeggio e arriverà una canzone strappalacrime. Sbagliato! Arriva un Heavy pesante che segue le orme lasciate da Ronnie James Dio e dai Black Sabbath. Naturalmente la voce di Dee non è simile a quella del piccolo elfo ma, così come accade per tutti i pezzi, l’ex Twisted Sister se la cava alla grande. Con “In For The Kill” si torna nel campo dell’Heavy dal ritmo medio. Il solo di chitarra è bello e “tonico”, ma il break posto a metà canzone non è del giusto calibro. Con “Time To Choose” arriva un altro pezzo inaspettato dato che, oltre alla velocità spinta al massimo in un circuito dai contorni Thrash, ci sono le voci di Snider e George “Corpsegrinder” Fisher (Cannibal Corpse) che si contrappongono con furia. La pesantezza e la durezza di “S.H.E.” trovano un buon alleato nel velocissimo solo di chitarra. “The Reckoning” fa della sua ossessiva velocità alla Nuclear Assault un vessillo da portare con fierezza. La conclusiva “Stand” non calca la mano e mantiene un certo tratto melodico; in questo modo ci lascia il tempo di ripensare a ciò che abbiamo appena ascoltato. In un mondo musicale dove molti artisti preferiscono fare un compitino facile e sicuro per non stravolgere il proprio pubblico, è un piacere trovare un personaggio che ha saputo rinnovarsi e lo ha fatto con classe, veemenza e stile.

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Autoproduzioni

Rosa Nocturna: un buon progetto ma con qualche difetto di troppo
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Jason Payne & The Black Leather Riders: una band da tenere d'occhio
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Debutto assoluto per gli italianissimi Spiral Wounds
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Per gli appassionati di Gothic con voce maschile ecco i Basement's Glare
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Album di debutto per gli Athemon, frutto della collaborazione di un duo anglo-brasiliano
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Un live che potrebbe aprire ad un futuro interessante: disco dal vivo per i CRΩHM!
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