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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    13 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 2024
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"Between the Shadows" è il titolo del nuovo lavoro firmato King Zebra, band che arriva dalla Svizzera cercando di colpire con un sound a metà strada tra un tocco retrò stile anni '80, anche un pizzico sci-fi, e sonorità più moderne. Un Hard Rock melodico molto catchy e spensierato sulla scia degli ultimi Treat e Vega, ma che cade spesso – o meglio precipita - su territori scontati, come si evince fin da subito con l'opener “Starlight”. Il gruppo mostra poca inventiva e si affida a coretti e melodie zuccherose, ma che risultano già in partenza molto scolastiche. L'ascolto si salva con un paio di pezzi più avvincenti come “Children of the Night”, dove si fanno sentire riff di chitarra abbastanza decisi, o la componente sci-fi che si esalta sulle note spensierate di “Dina”. Ma il songwriting del quintetto d'Oltralpe finisce spesso sul ricadere in canzoni scontate e banali; “With You Forever” ricorda qualcosa dei The Nightflight Orchestra - ma osserva col binocolo la classe dell'act nordico - e la successiva “Love Me Tonight” è di una noia mortale e non basta qualche coretto per risollevare un brano insipido. Così come accade nel finale con i cori che si ripropongono per accompagnare una banalissima - quasi sconcertante - “Restless Revolution”. Non ci siamo proprio; non capiamo se i King Zebra cercano la canzonetta facile per far breccia nel pubblico attuale seguendo un sound che va un po' di moda ultimamente o se proprio hanno dei grossi limiti di songwriting. Fatto sta che questo “Between the Shadows” è un disco da lasciare sullo scaffale, perché in questo genere c'è molto di meglio in giro!

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Opinione inserita da Celestial Dream    12 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 12 Aprile, 2024
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Tornano gli Opera Magna con un full-length nuovo di zecca. Diciamocelo chiaramente: sono pochissime le band che sono riuscite a suonare Symphonic Power Metal sulla scia dei nostri grandi Rhapsody con la qualità del gruppo spagnolo, che dopo aver debuttato rompendo il ghiaccio con “El Ultimo Caballero” nel 2006 e aver mostrato la propria classe con “Poe”, si è dedicata ad alcuni EP che sono poi stati racchiusi nel recente “Of Love and Other Demons”, nella versione in inglese. Con questo nuovo “Heroica” il gruppo torna a suonare la propria musica in lingua madre, senza nessun stravolgimento ma accompagnando gli appassionati tra le raffinate sonorità neoclassiche e sinfoniche che dopo l'introduzione orchestrale di “Obertura 1895” si scatenano con la power song dai ritmi sostenuti di “El Momento Y La Eternidad”, con clavicembali ad esplodere accompagnando le chitarre di Javier Nula, prima di mostrare il lato più elegante e controllato con “Volver”. Si torna a pestare sull'acceleratore ed il bravo José Broseta può alzare i decibel del proprio cantato nell'appassionante e tumultuosa “La Muerte de un Poeta”, e se la parentesi con la teatrale “Aquello Que Importa” non riesce ad emozionare come dovrebbe, ci pensa la title-track tra cori ed arrangiamenti orchestrali ad alzare il livello di pathos. Le chitarre si lanciano in assoli vorticosi con la batteria di Adrián Perales a spingere senza sosta. Le influenze Folk di “Historia” ricordano qualcosa dei Nightwish, ma appassionano con un ritornello favoloso in stile Mago de Oz ed un incedere ricco di carica. La lenta - a mo' di filastrocca - “La Mitad del Cielo” è uno struggente intermezzo di un minuto e mezzo interpretato alla grande da Broseta e che apre la via alla trionfante “Hannibal Ad Portas” ed alla rapidissima “Que el Amor, la Vida y la Muerte Así Te Encuentres”, che oltre a poter vantare uno dei titoli più lunghi della storia (non conosce i Tetragrammaton evidentemente, n.d.r.), corre su ritmi sostenuti cavalcando le classiche sonorità Power. Ci pensa la lenta e malinconica “Si Este Mundo Ya No Es Nuestro” a far partire i titoli di coda. Un'altra prova di classe per gli Opera Magna; la band valenciana dimostra di essere al top quando si parla di Power Metal sinfonico, ma in questo “Heroica” sono spesso i momenti più controllati a restare impressi maggiormente, segno della maturità compositiva del quintetto iberico!

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Opinione inserita da Celestial Dream    11 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 2024
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Secondo lavoro per gli indiani About Us, band poliedrica a dir poco che miscela influenze ed ottimi spunti che passano agevolmente - forse anche troppo – da sonorità AOR e Melodic Rock a momenti più Heavy e moderni, questi ultimi molto più frequenti in questo nuovo lavoro. "Take a Piece" è quindi un disco molto dinamico, capace di catturare con le raffinate melodie dell'opener “Come To You” la quale sembra dare il benvenuto ad un classico disco di Rock radiofonico, salvo lasciar subito spazio ai riff potenti e graffianti di “Endure”, dove compare un cantato scream di stampo Modern Metal che prende foga spinto da riff rabbiosi. Un'aggressività sonora che si ripresenta subito dopo sui ritmi scoppiettanti di “Legion”, grazie anche all'ugola versatile di Sochan Kikon; un brano che scorre su assoli di chitarra ben congeniati, arrangiamenti sinfonici ed un gran bel refrain. Il sestetto orientale colpisce con le melodie avvolgenti di “Fire with Fire” e dopo la parentesi catchy di “Evh”, dove si torna a solcare il sound ottantiano di Survivor e Bad Company, si torna a pestare con la possente power song “Reels for Eternity”. Un paio di brani forse meno riusciti come “Far Away” e “Hope”, fin troppo moderne, ma nel finale si torna a pestare con le influenze quasi Metalcore di “Beautiful Misery” e poi la conclusiva “Fortitude”, con di nuovo un cantato aggressivo e un bel incedere che si aprono su un ritornello canticchiabile. Un approccio quindi più potente per gli About Us che stavolta tirano fuori le unghie e graffiano lungo una tracklist che potrebbe far storcere il naso a qualcuno e certamente mischia molto le carte in tavola senza seguire un genere preciso. Pregio o difetto? Dipende dai punti di vista, quel che è certo è che la band non ha paura di osare e secondo noi porta a casa un lavoro di qualità.

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Opinione inserita da Celestial Dream    08 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 08 Aprile, 2024
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E' stata davvero lunga l'attesa dopo quel gran bel disco che fu “Shehili” dato alle stampe nel 2019; i tunisini Myrath però non si sono mai messi fretta nel produrre nuova musica e forse ciò è anche parte del segreto della loro costante qualità. Il Power/Progressive Metal dalle tinte arabeggianti ha reso fin da subito il gruppo nordafricano altamente interessante e stavolta, pur forse lasciando da parte qualche atmosfera tradizionale, il gruppo riesce a confezionare un disco che ascolto dopo ascolto saprà conquistarvi. Almeno così è successo a noi! Difficile trovare momenti di noia all'interno di una tracklist che piazza tante composizioni ricche di pathos. Il sound dei Myrath si è commercializzato? No, piuttosto si è reso più diretto ed immediato, con brani che spesso si mantengono sotto i cinque minuti di durata. Meno fronzoli, questo apparentemente sì, anche se poi gli arrangiamenti che accompagnano ogni brano sono tutt'altro che banali. Così come la cura dei suoni, dei cori, delle melodie vocali e delle parti strumentali. Stiamo parlando di una band dal talento superiore e brani come la tumultuosa “Let It Go”, che colpisce con un refrain tutto da cantare, e l'elegante incedere della meravigliosa “Words Are Failing” sono esempi di quanto affermato. Ma la stessa opener che nei suoi quattro minuti scarsi mostra tante sfaccettature. L'orchestrale “Into the Light” conquista con un break centrale di rara bellezza prima di esplodere su un ritornello raffinato, per poi tuffarsi sulle sonorità arabeggianti di “Child of Prophecy”, con il suo incedere ricco di personalità. Certo forse un paio di pezzi meno riusciti li incontriamo con “The Empire”, alla quale sembra mancare il guizzo vincente, o con l'esperimento piu moderno di “Candles Cry”, riuscito fino ad un certo punto. “Heroes” invece esalta con un riffing continuo e melodie vocali appassionanti che esplodono su un gran ritornello, per poi finire sulle note teatrali di “Carry On”. “Karma” ha fatto storcere il naso a qualche ascoltatore, ma l'impressione è che forse ci si è accontentati di qualche ascolto superficiale. Questo è un disco capace di conquistare e di continuare a presentarsi girando in testa per giorni e settimane. La sensazione è che anche questa volta i Myrath abbiano date alle stampe uno dei migliori dischi dell'anno, almeno in ambito Melodic Power Metal con uno stile, il loro, che rimane unico ed inconfondibile!

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Opinione inserita da Celestial Dream    06 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2024
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Impresa non facile catalogare questo “Dark of the Night”, disco dei Lokheira, band che nasce nel 2022 dalla passione musicale della cantante Irene Mavroudis e del bassista George Mavroudis. La sua voce si unisce ad un growl pieno e aggressivo all'interno di sonorità gotiche, a tratti moderne, con chitarre pesanti che fanno il loro ingresso in alcuni momenti con echi di Black Sabbath e Pantera. Ma è la registrazione per prima a dare un cattivo presentimento fin dall'inizio, inoltre l'ugola di Irene spesso – ed in particolare quando deve prendere le note più alte - sembra andare fuori giri e stonare un po' e questo è evidente fin dalla partenza con “In the Dark of the Night”. Oltre a questi difetti piuttosto pesanti, anche il songwriting risulta troppo confusionario; questo mix di musica aggressiva - a tratti al limite del Thrash/Death - con sonorità Gothic fa fatica a trovare un equilibrio accettabile. Prendiamo “Battle of the Hot Gates (Gluttony)” ad esempio, con i suoi riff possenti che sono accompagnati da orchestrazioni sinfoniche e poi linee vocali che non riescono ad appassionare, ma che anzi risultano fredde e distaccate per poi perdersi su arpeggi che ci portano ad influenze malinconiche alla The Gathering. Pezzi che si dilungano per anche sette minuti senza alcun momento in grado di attirare l'attenzione, come succede nella sconclusionata “Undying Hubris (Pride)”, durante la quale ci si perde facilmente desiderando di premere il tasto 'next'. Questo nonostante, ad esempio, le chitarre siano suonate davvero bene; il lavoro di Rob Ramaglino è ciò che si salva durante l'ascolto tra riff e assoli ben congeniati. Qualche influenza psichedelica tra le note di “Wasting Away (Wrath)” funziona il giusto, prima di rituffarsi nei riff granitici della conclusiva “Malignancy (Envy)” con le due voci ancora pronte ad alternarsi stavolta forse con un impatto maggiore. Ciò non basta per portare a galla un prodotto deficitario che ci mostra una band che ancora deve trovare una strada. C'è da migliorare sotto ogni aspetto per i Lokheria, ma abbiamo già trovato in passato gruppi in grado di risollevarsi dopo una brutta partenza. Speriamo sia questo il caso anche per il terzetto ellenico.

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Opinione inserita da Celestial Dream    06 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2024
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Hard'n'Heavy che ci riporta al classico sound lucente degli anni '80 con questi svedesi sotto il monicker Smoking Snakes. Possente e aggressivo debutto discografico ricco di energia che ci riporta un po' alle sonorità di Steeler, W.A.S.P. e via dicendo. Le undici tracce che compongono questo lavoro non fanno mai mancare la giusta dose di energia fin dalla partenza con la ruvida “Angels Calling”, ciò che forse potrebbe non convincere del tutto è l'ugola stridula di Brett Martin, ben lontana da ciò che al giorno d'oggi va per la maggiore. Ma a nostro avviso il suo modo di cantare si adatta bene al sound che gli Smoking Snakes vogliono creare, un po' alla Mötley Crüe e Silent Rage per capirsi. Coretti che non mancano durante i ritornelli e chitarre, che sono ovviamente le protagoniste principali come dimostra l'hit da classifica – se fossimo nel 1988 - “Sole Survivors”! Un refrain tutto da cantare che anche dal vivo promette sfracelli, ma non è da meno la grintosa “Run For Your Life”, che scorre via con un'adrenalina avvolgente tra chitarre fumanti. La spensierata “Lady Lucky” passa via senza lasciare troppo il segno, ma già con “Excited” si riparte con il motore roboante pronto ad esplodere con un coretto tutto da cantare e poi con la trascinante “Sorrow, Death And Pain”, vera mazzata sui denti che unisce il cantato grintoso del nostro Brett ad un drumming deciso e a coretti ricchi di carica in pieno stile Sleaze Rock. Infine riff infuocati che si divorano “There Is No Tomorrow”, prima che la canticchiabile “We Are Alive” con il suo coretto zuccheroso chiuda degnamente l'ascolto. Gli Smoking Snakes ci fanno fare un bel tuffo direttamente negli 80's con il loro Hard'n'Heavy dalle tinte Sleaze Rock! Poca personalità? E chi se ne frega onestamente.

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3.5
Opinione inserita da Celestial Dream    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
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Hanno debuttato nel 2015 i Corvus con “Chasing Miracles”, ma hanno atteso ben nove anni per ritornare in pista e lo fanno con questo “Immortals”, buon disco a cavallo tra Melodic Hard Rock e AOR. Undici pezzi più un paio di bonus tracks - che non sono altro che versioni alternative degli stessi brani presenti nella tracklist -, il tutto condito da melodie subito molto calde, la band inglese prova a colpire nel segno con linee vocali accattivanti che hanno il pregio di fissarsi subito in testa a partire da “Hero”, che apre l'ascolto con decisione, ritmi alti e tastiere protagoniste, la vivace “Immortals” che esplode in un refrain altamente canticchiabile, senza dimenticare le tinte sci-fi della super hit “Battle Cry”, che mostra tutte le doti di questi musicisti che piazzano un brano degno dei migliori nomi della scena AOR. Non fa impazzire la voce del cantante Ciaran James, che assieme ad una produzione un pochino fiacca, sono certamente ciò che meno convince durante l'ascolto. Bisogna dire che alle composizioni manca forse anche un pizzico di grinta e di personalità per quanto riguarda la chitarra, ma a salvare il tutto e piuttosto bene sono come già detto delle melodie vocali assai calde ed ispirate. Come nelle atmosfere settantiane di “Black Magic”, che mostrano un bel impatto retrò, e se l'accoppiata “ Satellite” - “You Make Me Live Again” può risultare piuttosto banalotta, l'ariosa e scoppiettante “If You Want It” e poi la strumentale “Stardust” - davvero ben fatta - chiudono una tracklist che soprattutto nella prima metà mostra ottimi spunti. Un disco piacevole che a volte si perde in momenti di fiacca, ma che mostra anche passaggi melodici interessanti. Per gli amanti del genere un disco interessante!

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Opinione inserita da Celestial Dream    29 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2024
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Chissà se il chitarrista e compositore Tony Hernando – con trascorsi anche negli storici Saratoga - si sarebbe mai immaginato una carriera così lunga per i suoi Lords of Black, partiti ormai dieci anni fa con l'omonimo debutto e arrivati con questo nuovissimo "Mechanics of Predacity," a pubblicare il sesto disco della loro carriera. Ancora con l'immancabile presenza di Ronnie Romero, con il suo cantato ruvido e frizzante, per interpretare queste dieci composizioni. Difficile colpire più di tanto in termini di sorprese sonore; qui si punta dritti all'obbiettivo con riff potenti, atmosfere cupe (in particolare nell'aggressiva “Let It Burn”, che presenta tinte Thrash) e assoli di chitarra fulminei. E così i brani di questo lavoro si dimostrano più contenuti nella durata e decisamente diretti come l'opener ”For What Is Owed to Us”, a dire il vero forse fin troppo lineare, la già citata “Let It Burn”, che con la sua carica fiammante entra a far parte dei pezzi più riusciti, con l'unica composizione più dinamica che troviamo con la lunga suite “A World That's Departed ”, intrigante ma non eccezionale. “Can We Be Heroes Again” prova a colpire con melodie più catchy e dirette e ci riesce fino ad un certo punto; meglio fa di certo il ruvido mid-tempo “Crown Of Thorns”, certamente tra i brani col maggior impatto durante l'ascolto assieme alla successiva “Obsessions of the Mind” con il suo incedere progressivo che porta ad un refrain elegante. Decisamente più piatta “Build the Silence” e la conclusiva e powereggiante “Born Out of Time” e così resta l'accoppiata iniziale con “Let the Nightmare Come” e “I Want the Darkness to Stop” a rimanere impressa, grazie a interessanti spunti melodici che trovano buon equilibrio con la potenza della parte strumentale e qualche guizzo vincente nella penna di Tony Hernando, che mostra di avere ancora un certo talento in fase di songwriting.
"Mechanics Of Predacity" sembra voler essere un disco più diretto rispetto al passato, sia nella durata delle canzoni (tutti i brani si aggirano sui cinque minuti ad eccezione della lunga suite), che nel songwriting, certamente più compatto. I Lords Of Black portano così a casa un risultato positivo ma non eccelso.

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Opinione inserita da Celestial Dream    28 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Marzo, 2024
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Secondo disco per i Social Disorder, band che unisce musicisti di una certa esperienza nella scena svedese: Anders La Rönnblom (X-Romance), Tracii Guns (LA Guns), Leif Ehlin (Perfect Plan), Shawn Duncan (LA Guns), David Stone (Rainbow), Thomas Nordin e via dicendo. Il debutto "Love 2 Be Hated" (2021), era stato accolto con pareri positivi da critica e fan ed allora ecco tornare questo progetto con il titolo “Time to Rise”. Dieci brani che si muovono tra Hard Rock e Metal neoclassico con echi di Whitesnake, Rainbow, Malmsteen e Talisman per un impatto sonoro elegante dove le tastiere e l'hammond suonati da Leif Ehlin e Dave Stone accompagnano chitarre profonde, il tutto ben interpretato dall'ugola ruvida e piena di Thomas Nordin. Anders Rönnblom come principale compositore, mostra la sua carica con l'opener, la title-track "Time to Rise", che con coretti ben assestati conquista fin dai primi ascolti. Si passa all'Hard Rock più classicheggiante di “High on Fire” e di “Last Call” intervallato dalla profonda ed intensa “Stardust in Mirrors”, capace di appassionare con un ritornello davvero elegante, per poi viaggiare sulle note neoclassiche che ci riportano a sonorità alla Rising Force di “Going Blind”, senza dimenticare la lenta “Free Your Spirit”. Tinte Blues si affacciano con decisione su “Can’t Get You Out Of My Head”, mentre la meravigliosa lenta “Dancing In The Rain” mette in mostra le enormi doti vocali del cantante svedese ed un songwriting attento ed ispirato, regalandoci un pezzo davvero sublime. Difficile trovare difetti a questo lavoro, capace di presentare una tracklist ricca di ottimi spunti. “Time to Rise” è un gran bel disco che si muove a cavallo tra Hard Rock e Heavy Metal con un tocco neoclassico e per gli amanti delle sonorità ottantiane. Ignorarlo sarebbe un grosso errore!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2024
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La Power Metal band più estrema del pianeta torna in pista con un attesissimo nuovo lavoro intitolato “Warp Speed Warriors”. Non sono più dei giovinotti pronti a sorprendere la scena musicale, ormai i DragonForce possono vantare una carriera ventennale che col tempo – dal nostro punto di vista – è cresciuta in termini di capacità nel creare brani maggiormente vari e diretti, senza cadere in interminabili sfoggi di tecnica e velocità di esecuzione. Anche qui troviamo diversi pezzi sparati a tutta velocità che ci riportano ai fasti del passato – e a dischi storici per il Power Metal europeo come “Valley Of The Damned” e “Sonic Firestorm”, lavori che hanno ispirato tantissimi musicisti -, alternati a momenti decisamente più controllati, costruendo così una tracklist ben bilanciata e piacevolmente ascoltabile. E così tra le tumultuose e rapide “Astro Warrior Anthem” e “The Killer Queen”, quest'ultima pronta a tuonare con arrangiamenti elettronici e ritmi indiavolati, troviamo le note intense e canticchiabili di ”Kingdom Of Steel”, power ballad capace di attirare l'attenzione fin dai primi ascolti, e la frizzante “Space Marine Corp”, una versione moderna e 'spaziale' del Pirate Metal, rivisto qui in una simpatica interpretazione in stile DragonForce con cori pirateschi uniti ad arrangiamenti moderni. Herman Li e Sam Totman confezionano i loro classici assoli sparati a tutta velocità ma si contengono sulla durata, mentre Marc Hudson appare sempre più a suo agio nel muoversi su linee vocali squillanti. “Burning Heart” non potrà che scatenare la carica più possente con il drumming furioso di Gee Anzalone e le note vocali altissime toccate dal cantante inglese. Con “Doomsday Party” si torna indietro alle sonorità 80's con influenze Sci-fi Pop, per poi chiudere sulle note inafferrabili - ma anche fin troppo scontate - dell'esplosiva power song “Pixel Prison” e, con risultati certamente più convincenti, con la cover di “Wildest Dream”, pezzo di Taylor Swift. “Warp Speed Warriors” è un lavoro piacevole anche per la presenza di qualche nuova sfumatura nel songwriting dei DragonForce. Sono infatti un paio di momenti “classici”, ovvero i brani sparati a tutta velocità, a risultare troppo ripetitivi rispetto al passato della band, ma è anche vero che è ciò che molti fan vogliono ascoltare quando inseriscono nel lettore – o più probabilmente direttamente (ahimè) da Spotify e simili - un nuovo disco firmato da Herman Li e soci!

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