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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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Se il nome Dan Lucas non vi dice un granché il consiglio è di procurarvi il suo leggendario disco “Canada” pubblicato nel 1992 e considerato una gemma assoluta nel mondo del West Coast AOR, al quale fece seguito “2000!” nel 1995. Il suo è un passato ricco di musica durante gli anni '80 nella sua Germania con band come GDR e Karo.
L'artista tedesco torna in pista dopo diversi anni con questo “The Long Road”, lavoro di Rock ricco di pathos e melodie intense. La partenza è degna di nota con la calda e melodica “1985” ma la tracklist disegnata dalla sua voce calda e vigorosa, è colorata dalla più ariosa e frizzante title-track e dalla lenta e malinconica “Memories” duettando con il sax. Il tocco Funky Blues di “Forget You” gira che è una meraviglia così come l'altra lenta che risponde al nome di “ Somebody Loves You”, mentre subito dopo arrivano gli arrangiamenti magistrali che accompagnano “What's Left” registrando così una notevole prima parte dell'ascolto. Meno convince il proseguo con le poche vibrazioni che arrivano da brani come “Can’t Leave It” e “Sunshine”. Certamente meglio la ballata acustica “A Place In My Heart” ed il violino che accompagna la road track “In The Save Harbour”.
Un disco vario, intenso, personale. “The Long Road” è un viaggio intimo all'interno del mondo musicale di Dan Lucas. Speciale.

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

Heavy Metal moderno con una new entry in campo musicale, gli Oceanhoarse! Con una formazione navigata e formata da Ben Varon (ex-Amoral) alle chitarre, il bassista Jyri Helko (Warmen, ex-For The Imperium), Oskari Niemi alla batteria ed il singer Joonas Kosonen, il gruppo è pronto a riempire di energia le casse di molti stereo sparsi per il globo. Chitarre dinamiche e dal suono pieno e potente delineano un sound dai tratti moderni, in cui la sessione ritmica picchia con decisione e la voce di Joonas può muoversi con disinvoltura alternando momenti melodici a passaggi grintosi, quasi growl. La band finlandese parte decisa con “Locks” ma esplode con tutta la propria rabbia grazie all'esplosiva “One With The Gun”, brano esemplare per intendere la proposta musicale del gruppo. Le grida rabbiose del vocalist scandinavo lasciano spazio ad un ritornello melodico, il tutto supportato da riff ricchi di mordente. Più rapida corre via la veloce “Reaching Skywards”, brano però capace di cambiare registro al suo interno con variazioni dinamiche che lo rendono altamente invitante. Ed è grazie a brani come questi che gli Oceanhorse dimostrano di avere ottime capacità, non solo tecniche ma anche compositive. La grintosa “The Intruder” lascia spazio al tocco quasi Power Metal di “Fight For Tomorrow” costruita, quest'ultima, su riff aggressivi ed un ritornello iper-catchy. Mentre la collera sonora di “REW” e di “The Damage” ha il compito di chiudere le danze.
Un lavoro interessate questo “Dead Reckoning”; è chiara la sensazione, all'ascolto, che il gruppo abbia capacità degne di nota, quindi se amate il Metal moderno, dateci un ascolto!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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Heavy Metal grezzo e ruvido; è subito questa la sensazione che arriva chiara e decisa nel momento in cui viene premuto il tasto 'PLAY' di questo “Wanton Attack”, disco di debutto dell'omonima band. In arrivo dalla Svezia ed editi dall'ormai esperta No Remorse Records, il duo formato da Micael Zetterberg (voce e batteria) e Niklas Holm (chitarra e basso) ci propone un Heavy Metal che prende ispirazione da act come Venom e Mercyful Fate, sonorità ben evidenti nei soli ventotto minuti che compongono questo disco di sette brani. A partire dalle note demoniache e sinistre di “Demonic Forces Prevail” e passando attraverso l'andatura decisa della title-track e ai ritmi più scoppiettanti dell'eroica “His Master's Voice”, i Wanton Attack mostrano tutti i lati del loro sound. Una produzione sporca che ben si incastra con le sonorità rozze che incontriamo all'ascolto. Coretti in stile Heavy/Thrash ed un buon lavoro con le chitarre che trovano equilibrio intrecciandosi tra riff stoppati (esaltanti quelli di “The Beast Will Be Tamed”) e armonie intriganti. Ci sarebbe piaciuta comunque un po' di personalità in più per una band al debutto, ma questo è certamente un disco dedicato ai cultori di queste sonorità, i quali potranno subito osannare il Metal oscuro e sudicio della band nordica. Per tutti gli altri meglio girare su altri lidi.

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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Groove/Alternative Metal da Toronto con un quartetto ricco di carica ed energia che prende il nome di Valyear. La band canadese inizia la sua avventura nel 2014 quando il cantante Chad Valyear insieme al chitarrista Geoff Wilson, il bassista Joe Petralia ed il batterista Nick Mavroukas iniziano a girare vari locali con show infuocati e successivamente a comporre musica. Un Heavy Metal moderno che si delinea attraverso gli otto brani (più una traccia live) che compongono questo "Revolution Fear", un lavoro che potrebbe piacere ai fan di Volbeat, Alterbridge e Limp Bizkit. Il tocco groove dell'opener “Beneath The Machine” mostra momenti ricchi di carica lasciando spazio ai ritmi più decisi e ruvidi di “Feed My Pain”, con la voce graffiante del frontman Chad che esplode tra passaggi tranquilli ad esplosioni più grintose. E se probabilmente un paio di pezzi risultano fin troppo scontati come “Dirty” e “Fall Too Far”, quest'ultima costruita su ritmi controllati e voci filtrate che esplodono in un ritornello fin troppo lineare, il tocco moderno di “Like A Zombie” e la vivace “I Hate Your Face” riaccendono l'elettricità di questo disco.
Un buon Groove Metal per tutti gli appassionati di queste sonorità, i Valyear sono da tenere d'occhio!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

Tra Hard Rock ed Heavy Metal si muovono i dieci brani che compongono “Game of Souls”, settimo disco firmato dai veterani svedesi Black Rose. Il loro impatto cerca di essere deciso grazie a riff rocciosi accompagnati da linee vocali abbastanza lineari, rifacendosi al sound ottantiano di band come Dokken, Fifth Angel e Riot. La tracklist presenta momenti più cadenzati come l'opener “Fall” e “Queen Of The Night” e passaggi più sostenuti come nei ritmi veloci di della title-track e di “Love Is The Start”. E il disco si lascia ascoltare piacevolmente, se non fosse per qualche situazione spiacevole dove troviamo il singer Jakob “Jacke” Sandberg in grosse difficoltà; se già il suo timbro fatica a lasciare il segno - chiara la cosa ad esempio durante la già citata “Queen Of The Night” - dovrebbe almeno evitare di spingersi su note troppo alte dove, è evidente, rischia di diventare fastidioso (emblematica in tal senso “Sacrifice”). Ed è un peccato, perché canzoni come “Omen” dimostrano quanto la band sia valida con Thomas Berg che viaggia rapido sulle sei corde della sua chitarra regalando un brano davvero elettrizzante.
Per gli amanti delle sonorità più classiche questo “Game of Souls” potrebbe essere un disco valido, ma la nostra sensazione è che con un singer di livello dietro al microfono cambierebbe tantissimo per i Black Rose ed il loro sound.

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

Arrivano dal Belgio con questa loro seconda release in carriera (che segue il debutto del 2017 “Seeing Red, Seeing Dead”); parliamo dei Rebel's End e del loro Sleazy Hard Rock/Heavy Metal ricco di carica ed energia. Una brevissima ed inutile intro apre la via alle chitarre ruvide, suonate da Rutger, ed alla voce grintosa di Jeff che subito caratterizzano l'opener “Evil Eye”. “Sing To The Devil” prosegue per quaranta minuti scarsi regalandoci sprazzi di carica solida grazie ai ritmi scoppiettanti e riffoni ricchi di veemenza come dimostra il tocco Heavy/Thrash di “Rawhead” e con i cori possenti di “Death & Destruction”, song dal tocco più moderno. Altro esempio di buon Heavy Metal di stampo ottantiano arriva con la grintosa “Outlaw”, spinta da ritmi medio alti, esplosioni di chitarre durante l'assolo ed un ritornello d'impatto immediato o con la diretta “Inferno” dove è il basso a dettare i tempi. Meno riusciti e probabilmente fin troppo scontati, i momenti più rockeggianti, che presentano qualche influenza Punk come “Blood from a Stone”.
Mica male questi Rebel's End; pur senza inventare nulla, la loro proposta sonora è ricca di energia e l'ascolto di questo “Sing To The Devil” potrebbe regalare diverse soddisfazioni ad ogni metalhead.

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

Interessante release per gli amanti delle sonorità neoclassiche; questo “Beyond The Veil” firmato dal musicista svedese Sammy Berell è un lavoro ricco di passione e tecnica, che non può certo vantare chissà quale produzione, ma che, proprio per questo, ci fa respirare un'aria più rustica e casereccia. Spinto dalla passione – che esce lampante in ogni nota - verso il maestro Yngwie Johann Malmsteen, Sammy si tuffa nel suo progetto musicale arrivato al secondo appuntamento con questo disco (dopo il debutto del 2017 "Passion Dreams"). Brani raffinati, melodie di chitarra che lasciano il segno e la voce affidata ad un grandissimo come Mark Boals; gli ingredienti giusti per ottenere un disco di livello ci sono. Dalle strumentali “Angel Of Mercy” e “Sonata Beyond the Veil Andante”, passando per la ballatona “Pure” e ad i classici uptempo “Devil Dance” e “Night and Day”, la breve tracklist scorre con fluidità.
Manca ancora qualcosa per poter veramente esplodere con vigore; qualche hit capace di far esaltare e certamente una registrazione più potente e chiara, ma “Beyond The Veil” è un lavoro piacevole che ci conferma le qualità tecniche e compositive di Sammy Berell.

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Ottobre, 2021
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Disco di debutto autoprodotto per i My Haven, band che atterra dalla Finlandia per regalarci cinquanta minuti di Metal melodico e dalle atmosfere timidamente moderne, conditi dalla buona ugola della frontwoman Teija Sotkasiira. Una proposta trita e ritrita da decine di altri act negli ultimi tempi, ma bisogna ammettere che in questo “Until” non troviamo alcun filler e incontriamo altresì un gruppo che riesce a comporre brani spontanei che si lasciano ascoltare con piacere. Nessuna esagerazione sinfonica o divagazioni ultra-moderne alla Amaranthe; il lato canzone qui viene rispettato attraverso dieci song valide, nessun filler.
L'opener "Blood of Hope" colpisce con un buon tiro, le melodie calde di “Slowest Death In Life” e “Beginning And The End” si stampano subito in testa e sono supportate da ottimi spunti da parte di Kimmo Pitkänen alla chitarra – sempre bravo a muoversi con equilibrio mostrando gran gusto melodico -. La più massiccia e powereggiante “The Hell I Died For” mostra riff più profondi ed arrangiamenti orchestrali con la voce di Teija che diventa man mano più graffiante fino alla ballata finale, quella “Forever” che disegna dolcemente le note finali di questo lavoro.
“Until” è un disco altamente piacevole ed i My Haven sono una band da tenere in considerazione; sinceramente questo loro debutto è superiore a diverse uscite molto più pompate e pubblicizzate.

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Opinione inserita da Celestial Dream    06 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Ottobre, 2021
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Altra band in arrivo da Cleveland e ancora sotto le ali dell'etichetta tedesca Pure Steel Records, che stavolta si spinge su territori più moderni con i Lower 13, powertrio con tre studio album all'attivo che getta sì le basi del proprio sound nell'Heavy più classico e di scuola americana, ma con influenze attuali molto evidenti che si spingono fino ad atmosfere moderne, sia per quanto riguarda la produzione che per qualche passaggio estremo accompagnato dalla voce growl; autentiche sfuriate in stile Metalcore che incontriamo ad esempio con “Hollowed”, pezzo rabbioso che colpisce con vigore. Insomma nei quaranta minuti, poco più, di musica all'interno di questo "Embrace The Unknown" si spazia tra qualche sonorità classica ad altre (la maggioranza) altamente aggressive, con suoni che niente hanno a che fare con le tipiche produzioni degli anni Ottanta e Novanta. Il cantato caratterizza molto questa release alternando momenti melodici ma dal tocco “Alternative” - alla Alter Bridge per intenderci - ad esplosioni violente fino a qualche raro momento più classic.
Un disco non per tutti quindi visto che i veri metaller vecchio stampo potrebbero storcere il naso sulle divagazioni Pop-Metalcore di “Darker Days Ahead” o incontrando i riff distorti della massiccia “Self Sabotage”, ma ci sono diversi motivi per ascoltare un disco come questo, apprezzandolo. Dall'energia che riesce a trasmettere (ascoltare per credere la song d'apertura!) senza dimenticare le buone melodie, eleganti nel caso della lenta “Continue On”, che chiude le danze nel finale.
Felice di essere smentito, ma dubito che i Lower 13 venderanno milioni di copie nella loro carriera; quel che è certo è che il terzetto dall'Ohio sa il fatto suo e se amate le sonorità più moderne che comunque lanciano sempre un timido sguardo al classico, allora gettatevi senza troppi timori su questo disco.

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Opinione inserita da Celestial Dream    06 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

Gli Hell and Back arrivano dall'Ohio - e più precisamente da Cleveland - per regalarci quarantacinque minuti di US Metal vibrante e potente che prende a mani basse da Iced Earth, Helstarr, Metal Church e Flotsam and Jetsam. Suoni corposi e possenti che vengono delineati da riff profondi e da un cantato esplosivo caratterizzando un debutto certamente interessante. Manca forse un pizzico di personalità nella proposta del quintetto americano, ma brani come la bellicosa title-track o il mid-tempo dinamico e fumante che risponde al nome di “Soar”, ci mostrano un gruppo capace ed in grado di disegnare una tracklist abbastanza varia che passa agevolmente da momenti più aggressivi, vedi “Atomic Ascending” - spinta dall'ugola graffiante di mister Chris Harn - a passaggi più ricercati ed elaborati che si muovono tra gli arpeggi malinconici di “A Thousand Years” e l'epico incedere ricco di carica metallica di “Scissors”. A mettere il punto esclamativo finale a questa release ci pensa la riproposizione di “See You In Hell”, storico brano firmato Grim Reaper.
Tecnica, potenza e passione non mancano agli Hell and Back che grazie all'ottima prova dietro al microfono del già citato Chris e ad un buon lavoro di tutti i suoi compagni di avventura agli strumenti, confezionano un lavoro maturo ed esplosivo.

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