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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    23 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2022
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Una base US Power abbastanza riconoscibile ed imponente ma anche delle spruzzate di purissimo Heavy classico in questo “The Black Watch”, disco che vede impegnato il cantante americano Ronny Munroe conosciuto principalmente per la sua militanza nei Metal Church. Un concept album che segue la storia dell'ex regina di Scozia Maria Stuart ambientato nel 1500. Un sound possente dove le chitarre viaggiano spedite come dimostra la title-track, brano che apre il disco dopo una brevissima intro. Echi di Savatage e Vicious Rumors che si abbattono sull'ascoltatore con la vibrante “Awaken The Fire” con ritmi controllati ed il cantato profondo di Munroe. La presenza delle tastiere aiuta a creare atmosfere epiche (ma al contempo in alcuni casi la loro presenza appare un po' forzata come succede con la conclusiva “The Executioner”), ma sono le chitarre a farla da padrone con assoli che esplodono con destrezza. La maideniana “Gray Hall” scalpita con riff frizzanti che scorrono fino ad un buon refrain. La band alterna momenti più rilassati come tra le note calde di “Brace For The Night”, con il suo arpeggio sognante, ad esplosioni sonore maggiormente vigorose come troviamo in “Echoes Of The Dead” dove la batteria di BJ Zampa corre rapida e precisa. Un disco suonato bene – e che supera la sufficienza, sia chiaro - questo “The Black Watch”, ma al quale manca qualche pezzo in grado di condurre le danze andando a prendere nel profondo l'ascoltatore.

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3.5
Opinione inserita da Celestial Dream    23 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2022
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Ruvido come una roccia ed oscuro come una buia notte invernale, il nuovo album firmato Ruxt intitolato "Hell’s Gate" si abbatte sull'ascoltatore con veemenza già dall'opener, la title-track "Hell's Gate", con ritmi lenti, chitarre cupe e la voce roca di Davide Dell’Orto (Drakkar) a far vibrare le casse. Il gruppo attivo ormai dal 2016 e con quattro dischi già alle spalle, si dimostra più diretto e possente rispetto al recente passato. Batte con energia il nuovo arrivato Maurizio De Palo alla sua batteria, dando gas ad un pezzo come “The Mask I Live In”, in cui i Ruxt continuano a graffiare. Ritmi controllati che continuano con la più melodica “I’ve Been Losing You”, pezzo che potrebbe essere definito come una ballata anche se, quando si ha a che fare con questi Ruxt, anche una lenta può diventare corposa e pungente. Si spinge (finalmente) un po' sull'acceleratore con i ritmi leggermente più alti della buona “Free”, anch'essa caratterizzata da un refrain maggiormente impattante sul quale trovano spazio dei buoni spunti chitarristici firmati da Stefano Galleano. Si continua sulla linea tracciata fin qui con le resistenti e vigorose “Pegasus” e “What Will It Be”. E' infine la duratura e dinamica “Vikings” a chiudere il discorso con una lunga parte iniziale strumentale che prosegue con sfuriate metalliche alternate a passaggi più delicati, il tutto superando gli undici minuti di durata.
Manca probabilmente un pizzico di varietà in questa proposta sonora firmata Ruxt ed all'interno della tracklist di "Hell’s Gate", disco ruvido e graffiante capace di trasmettere una buona dose di adrenalina.

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Opinione inserita da Celestial Dream    22 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2022
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Se stavate stilando la lista delle migliori uscite del 2022 il consiglio è di lasciare un posticino vuoto, procurarvi il nuovo disco dei Doomocracy e lasciarvi trasportare dall'arte che il quintetto di Creta riesce a trasmettere con la propria musica. Epic Doom Metal con influenze progressive importanti ed una dose di tecnica notevole; lungo i cinquanta minuti che compongono questo terzo disco in studio dei Doomocracy, intitolato “Unorthodox”, troviamo composizioni articolate e ricche di pathos grazie a cori possenti ed atmosfere epiche il tutto esaltato dalla prestazione fenomenale di un singer stratosferico come Michael Stavrakakis. La sua è una di quelle voci che si sentono di rado, capace di fare elevare la bellezza di ogni singolo brano presente del disco. I riff possenti dell'opener “Eternally Lost” scavano a fondo prima che l'ugola del frontman greco prenda il proscenio mostrando tutto il proprio talento. Colpisce con vigore ed epiche atmosfere la gemma sonora di “Prelude to the Apocalypse” aprendo la strada alle atmosfere progressive e raffinate di “The Spiritualist”. La tracklist continua incollando l'ascoltatore allo stereo; “Novum Dogma” è un'ulteriore sfoggio di classe che si manifesta con un sound drammatico che si abbatte con chitarre profonde ed un refrain che si stampa in testa. Ritmi controllati che con “Our Will Be Done” mostrano il lato più malinconico della band prima che si arrivi al finale dove la dinamica “Catharsis” mette in chiaro ancora una volta la capacità del gruppo ellenico nel pennellare bordate di puro metallo con scintillanti melodie vocali attorniate da epicità sempre ben presente.
Complesso ma allo stesso tempo capace di appassionare fin dal primo ascolto; fantastico lavoro questo “Unorthodox”, vero capolavoro firmato Doomocracy!

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Opinione inserita da Celestial Dream    22 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2022
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Sotto le ali dell'attenta Pure Steel Records arrivano alla pubblicazione del loro secondo disco in studio i tedeschi Unchained Horizon. Influenze piuttosto chiare verso i grandi Maiden che escono senza timidezza alcuna durante l'ascolto, in particolare in alcuni momenti del disco come in “Beneath the Ice”, in cui le chitarre corrono rapide disegnando armonie ben supportate dal cantato non certo eccelso, ma certamente positivo di Sascha Heese (più alla Blaze Bayley che alla Dickinson per intenderci). Il quintetto teutonico punta su coretti coinvolgenti ed atmosfere epiche con l'uso di arpeggi che fanno in modo che il pathos cresca durante l'ascolto. Lo dimostra la strumentale “Lost Words” nei suoi tre minuti di durata e poco dopo con il possente incedere di “The Marksman”, in cui è il basso suonato da Andreas Bauer a condurre i tempi di un pezzo circondato da atmosfere oscure che mostra i muscoli grazie a riff profondi. Tra i momenti migliori non possiamo che menzionare la più articolata "Beast Within" che dopo un arpeggio parte con ritmi sostenuti ed un bel lavoro con le chitarre che si intrecciano accompagnando il bel refrain. Meno bene nel finale la conclusiva "Bridge To Nowhere", con passaggi che copiano fin troppo spudoratamente la magnifica "Hallowed be thy Name" di Harris e soci.
Ci sono dei passaggi interessanti all'interno di questo disco, ma la sensazione generale è che gli Unchained Horizon abbiano molte più potenzialità di quelle che attualmente riescono a mettere in musica, ma che speriamo possano mettere in risalto nel prossimo futuro.

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Opinione inserita da Celestial Dream    15 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2022
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AOR e Svezia sembra ormai un connubio indissolubile, ma stavolta ci spostiamo nella vicina Norvegia per incontrare l'ispirato impatto melodico di Satin, progetto solista di un polistrumentista scandinavo che, dopo cinque anni dal secondo lavoro in studio, "It's About Time", ora si rifà sotto con questo “Appetition” e dieci nuove composizioni raffinate e ultra melodiche. Potrebbero risultare zuccherose per qualche ascoltatore, certo, ma è altresì chiaro che brani come le spensierate e coinvolgenti “Going Your Way”, “Looking At You” e “Waiting For Another Man” sapranno far canticchiare e mettere di buon umore molti degli appassionati di queste sonorità. L'elegante “Angels Come, Angels Go” si stampa subito in testa con un refrain catchy al quale è difficile resistere mentre è da applausi la splendida ballata “A Dream Coming True” in cui la chitarra acustica disegna atmosfere dalle soffuse influenze orientali. L'ispirato Satin si dimostra capace di creare buoni arrangiamenti e anche dietro al microfono non fa pentire la scelta di non essere andato alla ricerca di qualche altro cantante. La sua prestazione è convincente e si accende durante i momenti più intimi e rilassati come dimostrano ad esempio le note dolci e raffinate della celestiale “Still Waiting”, durante la quale si diletta anche in un indovinato assolo di chitarra, mentre sono i ritmi più sostenuti e potenti di “Fight Again” a chiudere la tracklist.
Un buon lavoro questo “Appetition”, soprattutto per gli appassionati delle melodie coinvolgenti e canticchiabili.

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Opinione inserita da Celestial Dream    14 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 2022
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E' un Heavy primordiale quello che propongono i Sordid Blade, un duo le cui redini sono in mano a mister Niklas Holm. Formati solamente un anno fa, il full-length a nome “Every Battle Has Its Glory” è già pronto. E' un viaggio epico sui campi di battaglia quello del gruppo nordico che intraprende un percorso tetro e sofferto con composizione articolate, in cui mai si viaggia su velocità sostenute. Più spesso sono ritmi lenti a condurre le danze, con la voce drammatica del singer a costruire melodie cupe. Dopo la breve intro “Mordian Winds” - che ci aiuta ad entrare all'interno delle tenebrose atmosfere del disco - la partenza di “Unbreakable Bonds” è lenta e spinta da riff dinamici. L'ugola di Holm non è certo tra quelle da ricordare tra i migliori interpreti del genere, ma si adatta alla situazione e si muove con disinvoltura mentre il basso, sempre suonato da lui, si fa notare e spicca tra le righe. Echi di Bathory, Manilla Road e Warlord sono piuttosto evidenti durante l'ascolto che prosegue con la più metallica “Hidden Enthronement”, in cui i riff si fanno più possenti e la batteria suonata da Micael Zetterberg maggiormente dinamica, così come le melodie più incisive che corrono sulla strofa fino ad un buon refrain. La massiccia e quadrata “Halfway to Heaven” continua sulla buona strada mostrando il meglio del disco proprio in questa fase centrale della tracklist. Si corre finalmente con “My Guarded Home”, song dalle partiture più sostenute, prima che la title-track con influenze doom ed una epicità importante si abbatta sull'ascoltatore.
“Every Battle Has Its Glory” non è un disco memorabile, ma un buon debutto per i Sordid Blade che, ne siamo sicuri, sapranno continuare per la loro strada con ancora maggior convinzione in futuro.

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Opinione inserita da Celestial Dream    13 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 2022
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Con “Radiance” i Pearls & Flames piazzano subito un buon debutto di educato e raffinato AOR attraverso dodici brani melodici e dal buon appeal dove Markus Nordenberg (ex Lion's Share), cantante e mastermind della band, assieme agli amici e compagni di avventura ovvero il chitarrista Sven Larsson (Street Talk, Coastland Ride, Groundbreaker, Fergie Frederiksen) ed il tastierista Tomas Coox, mostra tutta la sua passione per le vie più ricercate di questo stile musicale. Ritmi frizzanti e linee melodie zuccherose che fanno presto a stamparsi in testa, ma il rischio di risultare a banali scompare presto visto che la struttura di questi pezzi è tutt'altro che ordinaria e presenta arrangiamenti sempre ben pensati. Pezzi come l'elegante “Love Can Heal Your Heart” oppure la successiva “We will Meet Again (Cross My Fingers)” dal flavour che ci porta agli esordi di questo sottogenere del Rock (tra la fine degli anni '70 e la decade successiva), mostrano il talento dei Nostri; sonorità che restano esaltanti sulle noti progressive di “Goodbye”, dove è uno splendido coro a regalare ottime soddisfazioni. Echi di Toto e, perché no?, di Airplay che si colgono qua e là come nella dinamica e ricercata “It Never Took Away Your Smile” prima che sia la vivace “Secret Love” ad innalzare il grado di coinvolgimento con melodie dall'impatto immediato. Le sonorità diventano più intime con la lenta dall'alto grado di emozione che risponde al nome di “(I Don’t Know Who I Am) Anymore”, dove l'ugola di Markus si fa calda e profonda e la chitarra di Sven Larsson sempre pronta a muoversi con disinvoltura. Dimenticavamo di menzionare l'ombra di Tommy Denander (Prisoner, Radioactive, Alice Cooper, Paul Stanley) che ha messo il suo zampino su songwriting e registrazione. Un disco di classe altamente riuscito e consigliato a tutti gli amanti della buona musica. Un debutto riuscito questo “Reliance” dei Pearls & Flames,

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Opinione inserita da Celestial Dream    08 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Novembre, 2022
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A solamente un anno di distanza da uno dei dischi di debutto migliori usciti nel 2021, tornano gli Stranger Vision con questo nuovo “Wasteland”. Il Melodic Power Metal del quartetto italiano mantiene una certa ispirazione e colpisce con buone dosi di tecnica e melodia anche durante le dodici nuove composizioni che vengono presentate in questo full-length, un concept album che celebra, a cento anni esatti dalla sua prima pubblicazione, l'omonimo poema di Thomas Stearns Eliot, pubblicato nel 1922 e considerato uno dei grandi capolavori della poesia moderna. Sono poche, in effetti, le novità che incontriamo durante l'ascolto, ma a sorprenderci subito in partenza, dopo la brevissima introduzione di “At The Gates”, è la voce corposa di Hansi Kürsch (Blind Guardian) durante la title-track. La partecipazione del singer tedesco è dovuta alla vittoria della band all'Imagination Song Contest organizzato dai Blind Guardian. Il pezzo apre il disco con convinzione e buone bordate di Power Metal. In effetti rispetto all'esordio notiamo delle composizioni più corpose e meno barocche; lo dimostra poco dopo l'impatto massiccio di “The Road”, buon pezzo che si apre su un ritornello niente male. L'impatto sinfonico di “Anthem For Doomed Youth” ci riporta su binari più orchestrali ed il ritornello appare come un omaggio ai grandi Savatage. Un pezzo che all'interno dei suoi sette minuti abbondanti di durata non disdegna qualche passaggio più massiccio. Tra i momenti migliori del disco è d'obbligo menzionare “Desolate Sea” brano quadrato e dall'impatto immediato con chiare influenze teutoniche. L'intensa ballata “Under Your Spell” risulta forse fin troppo scontata ma ci pensano poco dopo i riff stoppati che conducono la più oscura e progressiva “Fire” a far riprendere con decisione l'ascolto. Funziona il duetto tra Ivan Adami e l'altro ospite del disco, Tom S. Englund (Evergrey, Redemption), su "The Deep", pezzo intenso e malinconico che apre la via, avvicinandosi alla chiusura, al Power più ruvido di “The Thunder”, dove Riccardo Toni può dar sfoggio di tutta la sua eleganza alla chitarra ed alle tastiere durante una parte strumentale barocca ben riuscita. Ottimo infine il lavoro in fase di arrangiamenti nella sognante e breve outro “Peace: The Mad Jester and the Fisher King” che conclude con eleganza la tracklist mostrando tutte le capacità compositive della band.
E' un ritorno convincente per gli Stranger Vision che han deciso di battere il ferro finché è caldo, forti dei consensi ricevuti lo scorso anno. La sensazione è però che la spontaneità più sinfonica e melodica che caratterizzava il disco d'esordio potesse avere un appeal maggiore.

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Opinione inserita da Celestial Dream    28 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre, 2022
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Per chi sente la mancanza dell'AOR più puro e classico, ecco arrivare una band sensazionale, i Captain Black Beard, che già avevamo apprezzato un paio di anni fa con il buonissimo “Sonic Forces ”. Ma chi si immaginava che la crescita del quintetto nordico sarebbe continuata fino ad arrivare ad ottenere un ispiratissimo nuovo full-length? All'interno di “Neon Sunrise” si celano dodici brani uno più bello dell'altro, in un un mix pazzesco che unisce la scena ottantiana di band come Foreigner, Survivor, Journey e quella più attuale di Eclipse, Brother Firetribe e The Night Flight Orchestra. Il gruppo svedese può vantare un songwriting cristallino – anche se a dir il vero poco personale - ed un livello di tecnica individuale degna di nota a partire dall'ottima voce del cantante Martin Holsner.
Le tastiere iniziali, che danno il via a “Flamenco”, hanno subito il compito di farci capire dove siamo capitati; un mood ottantiano che ci accompagna fin da subito con i ritmi scroscianti di questa indovinata opener. Si viaggia ancora spinti da sonorità sostenute con “We’re The Forgiven” e “Moment Of Truth”, brani che conquistano grazie a melodie indovinate ma è l'accoppiata formata dalla vibrante e iper catchy “Night Reaction” e l'elegante “Chains Of Love”, dalle linee vocali celestiali con tastiere dal flavour settantiano, ad innalzare il livello dell'ascolto. Si continua senza soste e alcun filler, ed un altro momento da non perdere è senza dubbio “Invincible” con il suo equilibrio perfetto tra raffinatezza e decisione, ultimo highlight di un disco che lascia davvero soddisfatti.
“Neon Sunrise” entra di pieno diritto tra le uscite imperdibili, in ambito AOR e Melodic Hard Rock, dell'anno in corso. Complimenti Captain Black Beard!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2022
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Il Power/Prog dei canadesi Borealis si è sempre fatto riconoscere per la qualità delle proprie composizioni che si basano su riff possenti, un sound bombastico e dalla voce ruvida e potente del bravo singer Matt Marinelli. Questo nuovo “Illusions”, quinto episodio in carriera, continua su questa via con probabilmente una maggiore attenzione sulle orchestrazioni, che diventano ancora più presenti attorno ai brani. Il motivo è presto detto: la band ha deciso di avvalersi dell'aiuto di Vikram Shankar (Silent Skies, Redemption, Lux Terminus) per occuparsi degli arrangiamenti ed il risultato è evidente sin dai primi ascolti. “Ashes Turn to Rain” apre le danze spinta da chitarre possenti e la seguente “My Fortress” mostra sonorità più studiate e controllate, ma entrambe faticano ad accendersi. Decisamente meglio la fase centrale del disco: con “Pray for Water” troviamo un mood malinconico che molto ricorda i maestri svedesi Evergrey, che assieme ad arrangiamenti bombastici e chitarre possenti, confezionano un brano davvero ben riuscito. E così anche la successiva “Burning Tears”, in cui troviamo il duetto con la voce femminile di Lynsey Ward, una lenta raffinata e dalle tinte moderne, spinta dai synth, che convince grazie a melodie intense. Si corre su territori più abituali per i Borealis con i riff tritaossa di “Believer”, brano davvero potente e grintoso ma nel finale si torna a battere su composizioni che faticano a decollare in primis con le le sperimentazioni di “Light of the Sun”, in cui elementi elettronici ed un sound ovattato ne rendono fin troppo confusionario l'ascolto, e poi con le poco originali “Face Of Reality“ e “Bury Me Alive ”. La lunga suite “The Phantom Silence”, che supera gli undici minuti, conduce le ultime note del disco alternando riffoni stoppati a chitarre armoniche. Le voci maschile e femminile che ben si amalgamano, rallentamenti e ripartenze fulminee; un buon brano ma che non si farà ricordare nei secoli a venire.
“Illusions” è un disco che suona più malinconico rispetto al passato della band, ricordando molto da vicino – in alcuni passaggi – gli Evergrey. Un utilizzo maggiore di orchestrazioni ed un'ispirazione che va e viene: i Borealis rimangono nel limbo tra le realtà interessanti ma ancora incapaci di esplodere!

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