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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    13 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2024
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Quando si parla di Hard Rock elettrizzante il nome dei Kissin' Dynamite deve per forza saltare fuori. Da diversi anni l'act tedesco delizia i padiglioni auricolari degli appassionati delle sonorità più rockeggianti e anche questo nuovo “Back with a Bang” - che segue il buon “Not the End of the Road” del 2022 - si dimostra un disco capace, nelle sue dodici tracce, di colpire con melodie canticchiabili ed un'energia sempre presente. E pensare che erano partiti nel 2007 come una band di teenager con solamente tanta passione. E' un urlo di Hannes Braun ad aprire le danze con la robusta title-track; le sonorità sono le classiche per la band tedesca con chitarre roboanti, melodie facili e un assolo compatto e diretto. Ovviamente non mancano i pezzi più festaioli e Party Rock, uno messo subito lì all'inizio che risponde al nome di “My Monster” e più avanti con “The Devil Is a Woman”, ma anche in questi brani le chitarre non arretrano di un millimetro e rimangono rocciose. Sono l'impatto Pop/Rock dell'accoppiata “The Best Is Yet to Come” - “I Do It My Way” a mostrare un lato catchy ed avvolgente, che a nostro parere fa pieno centro. E se “More Is More” è il classico inno da stadio con un tocco moderno sulla produzione delle chitarre, la pomposa “Learn to Fly” è tutta da cantare e infine la lenta “Not a Wise Man”, posizionata nel finale, non sarà ricordata come la ballata del secolo, ma funge da buon brano di chiusura. Un disco di mestiere probabilmente, ma è ovviamente impresa ardua riuscire a sorprendere restando ancorati a queste sonorità ed i Kissin' Dynamite svolgono alla grande il proprio compito e faranno certamente felici i fan. Otto album in studio non sembrano scalfire più di tanto la voglia di rockeggiare per il quintetto tedesco che si conferma ancora una volta band di assoluto valore!

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Opinione inserita da Celestial Dream    10 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 2024
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Potremo certamente inserire i Maverick nella lista delle band più sottovalutate del pianeta, almeno restando all'interno degli act più recenti, e parlando di ciò che accade nella nostra Penisola dove il gruppo sembra passare sempre nell'ombra nonostante ormai quattro release di assoluto interesse. Il gruppo di Belfast, che certamente possiamo inquadrare nelle fila di band come Eclipse ed H.E.A.T, possiede da sempre qualche segno distintivo non da poco. L'Hard Rock melodico dei Nostri ha un bel tiro e colpisce sia con melodie ricche di adrenalina, ma anche con qualche passaggio decisamente più possente. E questo nuovo "Silver Tongue" non cambia di certo le coordinate stilistiche, anche se sembra osare meno rispetto al recente passato e 'accontentarsi' un po' di un sound più classico. Non a caso la formazione è tornata quella degli esordi (e del debutto "Quid Pro Quo"), con il ritorno nel 2021 del batterista Mike Ross, dopo l'abbandono per problemi personali del chitarrista Ric. Il basso echeggia con carattere nelle note iniziali di "Puppet Show", prima che la melodica e possente "Sweet Surrender" irrompa con decisione mostrando il lato catchy della band. Coretti e riff si muovono a braccetto sulle tinte Glam alla Skid Row di "Daywalker". Impresa non facile restare distaccati da un brano 'in your face' e classico nello stile della band come "Halfway To Heaven", dove troviamo chitarre che corrono sfrecciando ed un refrain da cantare, il tutto spinto da un bel drumming energico. Riff penetranti che continuano con il mid-tempo fumante "Bloody Mary", mentre "Time" resta impressa per melodie vocali altamente canticchiabili. A chiudere ci pensa invece la party-song "Cheyenne", con il suo mood festaiolo e spensierato. Il quinto album in studio dei Maverick è un altro must-have per ogni seguace delle sonorità rockeggianti, anche se, soprattutto nella seconda meta della tracklist, non tutti i brani riescono a risultare trascinanti. Di certo melodia ed adrenalina sono due ingredienti che non mancano mai nelle composizioni del quintetto di Belfast.

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2.5
Opinione inserita da Celestial Dream    10 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 2024
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Nuova fatica discografica per i Millennial Reign, autori di un Power Metal abbastanza diretto e compatto che presenta la voce femminile della cantante Tiffany Galchutt, che va a sostituire il fenomenale ma partente Travis Willis, entrato nei Crimson Glory e che aveva donato alla grande la sua ugola nel buon "The Grand Divide", dato alle stampe 2018. Un approccio moderno sin dalla produzione, decisamente bombastica con riff possenti ed arrangiamenti che esplodono vigorosi; la band statunitense, con questo "World on Fire”, cerca di farsi notare, ma purtroppo c'è ben poco che funziona. Vuoi per la voce - dove la brava Tiffany fa un discreto lavoro, ma alla quale manca un po' di sentimento e di interpretazione -, vuoi per un songwriting che appare appannato fin dalle prime battute con la fin troppo scontata "Bring Me to Life", sia per quanto riguarda le linee vocali - che si limitano spesso a passaggi scontati –, ma anche dal punto di vista strumentale; insomma tanti piccoli difetti che segnano inesorabilmente questa produzione. Ai Millennial Reign va riconosciuta la volontà di provare ad inserire qualche elemento extra, come succede tra le note orientaleggianti che circondano il Power/Prog di "Wandering", e i rimandi ai Kamelot dell'era "Fourth Legacy" sono abbastanza presenti, ma manca sempre quel brano in grado di conquistare e il susseguirsi della piacevole e melodica "Trust" e di “Tongues of Fire” somigliano ad un bolide che, arrivato ad innescare la terza, non riesce mai poi a salire in quarta e quinta marcia facendosi così superare da tanti altri concorrenti. Nell'up-tempo "We Follow On" le orchestrazioni sono esagerate e quasi fuori tempo con il resto della musica e la soporifera "Eternity" è davvero anemica, tanto che le chitarre di Dave Harvey - che invece si fanno possenti nella successiva "Crack In the Eastern Sky", che ahimè pecca di linee vocali anonime - sembrano andate in pensione. E appena prima che la coscienza ti ordini di togliere le cuffie e di passare al prossimo disco, un minimo di sollievo per le orecchie arriva prima con la piacevole title-track, poi con la partenza finalmente sanguigna ed elettrizzante della buona "Onward to Victory", a testimoniare che questi americani poi non sono così scarsi come a volte vogliono farci credere. E che la scarsa riuscita di questo disco non ricada interamente sulle spalle della povera Tiffany, che certo non brilla di talento, ma che non può certo fare i miracoli su composizioni concepite abbastanza male. Non dico che avevamo chissà quali aspettative su questo ritorno discografico dei Millennial Reign, ma ci aspettavamo un lavoro almeno valido e ben suonato. "World on Fire" si rivela invece un autentico buco nell'acqua, uno di quei passi falsi che può davvero minare l'intera carriera di una band.

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Opinione inserita da Celestial Dream    10 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 2024
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E rieccoli i Sunburst, talentuosa band greca che ci aveva appassionati con il precedente disco in studio, datato ormai 2016 e intitolato “Fragments of Creation”. È vero, il gruppo ellenico cercava di copiare senza alcun ritegno il sound che i Kamelot avevano plasmato in dischi come "Karma" ed "Epica", ma lo facevano con grandi effetti. In questo nuovo lavoro, va detto, il gruppo greco prova almeno a far sembrare il tutto più personale. Ci riesce? Anche sì! A partire dalla voce del bravissimo Vasilis Georgiou, che qui ci mette del suo senza sembrare la versione ellenica fatta con la carta carbone di Roy Khan. E poi i pezzi sono davvero notevoli e supportati da tecnica individuale elevata da parte di tutti i musicisti. Un album che si spinge su territori più progressivi e orchestrali, quasi cinematici in qualche passaggio, ma ciò nonostante rimanendo abbastanza compatto sia nel complesso (solamente otto brani nella tracklist) sia prendendo le composizioni una ad una che si mantengono sempre attorno ai sei minuti di durata. Le chitarre di Gus Drax alternano riff possenti alla Symphony X ad assoli di classe, mentre per le tastiere compare un ospite d'eccezione come Bob Katsionis. Brani articolati ma che non si perdono mai per strada, tenendo incollato l'ascoltatore lungo ogni passaggio anche durante l'opener "The Flood" che si dilunga sì per otto minuti, ma lo fa con equilibrio. Tastiere che accompagnano le composizioni restando al loro posto e prendendosi solo raramente i riflettori durante alcuni assoli. La voce di Vasilis è invece protagonista con melodie calde e ricche di pathos e la chitarra di Gus a calibrare riff agita teste ad assoli al fulmicotone. "Inimicus Intus" mette sul piatto parti strumentali alla DGM con melodie più attratte dagli svedesi Seventh Wonder, la più intima "From the Cradle to the Grave" non alza mai i giri del motore e ricorda più da vicino i Conception e poi la possente "Hollow Lies", che, supportata da montagne di orchestrazioni, colpisce con un riff stoppato che farà vibrare la stanza dalla quale farete partire l'ascolto. Una produzione cristallina inoltre esalta le musiche spingendo “Manifesto” ai piani alti della scena Power/Prog Metal. Bentornati Sunburst!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2024
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I Remedy hanno debuttato solamente un paio di anni fa con “Something That Your Eyes Won’t See”, un disco che ha attirato le attenzioni di appassionati e addetti ai lavori. Il loro è il classico Hard Rock melodico ricco di energia, nel classico stile nordico seguendo un po' la via di H.e.a.t, Eclipse e Treat. “Pleasure Beats the Pain” esce sotto l'inglese Escape Music pronto per confermare quanto di buono si era ascoltato con il debutto. E la band svedese riesce a confermarsi come act di livello grazie a brani ispirati come la possente opener “Crying Heart”, dalle tinte dark che colpisce con un bel refrain. Un flavour ottantiano che contiene un pizzico di modernità; la catchy “Moon Has the Night” entra facile in testa e potrebbe far fatica ad uscirne così come l'impatto AOR di “Angelina”, più raffinata che ricorda qualcosa di Work of Art e Houston. Ma personalmente preferiamo la capacità della band quando unisce riff decisi a melodie canticchiabili come troviamo nella quadrata “Sin for Me”, ottimo esempio di Melodic Hard Rock pungente o nell'anthemica “Caught by Death”. Ed è forse la fase centrale ad esaltare maggiormente toccando il picco più elevato grazie anche all'apporto dirompente di “Hearts on Fire” dove Roland Forsman si destreggia su un tagliante assolo di chitarra prima di tornare su un coretto irresistibile. Dieci brani melodici e ricchi di energia è tutto ciò che serve quando si vuole creare un disco dal buon impatto e questo “Pleasure Beats the Pain” conferma il gruppo scandinavo tra i più caldi ed ispirati della scena attuale.

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Opinione inserita da Celestial Dream    14 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2024
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In campo AOR ormai le pubblicazioni sono numerose e si contano settimanalmente su diverse mani, ma solo poche riescono a colpire; Oz Hawe Petersson's Rendezvous è un progetto Melodic Rock messo in piedi dal chitarrista degli Osukaru – band che avevamo recensito nel 2021 - Oz Hawe Petersson assieme al tastierista Mathias Rosén, entrambi presenti anche nella band svedese Eye. Se con la formazione principale Oz punta su un Glam Rock più possente e festaiolo qui si gioca su territori 100% AOR con tastiere sempre protagoniste, chitarre dal suono cristallino e una voce limpida. Melodie eleganti che ci ricordano band degli anni Ottanta come Boulevard, Benny Mardones (splendida in questo senso la favolosa lenta “As We Cry”, che ci ha riportati al grande omonimo disco di Benny), Beau Geste e i più recenti Houston. Come ogni progetto che si rispetti troviamo anche vari ospiti: David Forbes (Boulevard), Chris Rosander, Fredrik Werner (Osukaru) sono tra i nomi che compaiono stando alle informazioni fornite. L'elegante “These Tears” appassiona con calde melodie – ed un bel assolo di chitarra –, per poi abbandonarsi alla rocciosa “Midnight Lady (Dangerous Game)” con il suo flavour molto 80's che ci teletrasporta sulle strade di una grande città americana. Con “Fool’s Gold” troviamo una voce femminile e ciò non può che riportarci a sonorità care a Vixen, Heart e Robin Beck. Ancora sonorità rilassate ma ricche di calore con “This Time Around”, dove ottimi cori accompagnano un refrain davvero azzeccato. La malinconica “All Roads Lead Back To You” gioca ancora alla perfezione su coretti e sonorità intense per poi chiudere con "Never Be". Che disco questo esordio da parte di Oz Hawe Petersson's Rendezvous. Speriamo sia solamente il primo capitolo di una nuova carriera solista ricca di soddisfazioni e qualità.

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3.5
Opinione inserita da Celestial Dream    13 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2024
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Gli spagnoli Vhäldemar fanno parte di quelle band in arrivo dalla Penisola Iberica che hanno scelto la strada del cantato inglese per provare il successo internazionale più che quello nazionale. Da anni puntano su un Heavy Metal di scuola teutonica molto potente e diretto, con cori e ritornelli decisi che potrebbero ricordare Rage, HammerFall, Mystic Prophecy, Gamma Ray e via dicendo. E questo nuovo "Sanctuary of Death", settimo studio album, è una bella mazzata di canzoni possenti e compatte. Da una parte quindi brani capaci di trasmettere energia ed altamente canticchiabili, dall'altra non troviamo certo un prodotto originale, ma tutt'altro. Un elemento importante e deciso nel sound firmato Vhäldemar sta nell'ugola ruvida e vigorosa del cantante Carlos Escudero, davvero molto valido. E così sui rocciosi riff di chitarra composti e suonati da Pedro J. Monge si ergono le note dell'esplosiva opener “Devil's Child”, con linee vocali che ricordano vagamente “Land of the Free” di Kai Hansen ed i suoi Gamma Ray. Ritmi spediti nella power song “Dreambreaker” prima del granitico mid-tempo “Deathwalker”, per proseguire sull'epica title-track “Sanctuary of Death” e con la più elegante “Brothers”, maggiormente in stile Lords Of Black o Masterplan. Arriva anche un tocco di Happy Metal con l'helloweeniana “The Rebel's Law”, mentre “Heavy Metal” non poteva che essere un inno alla musica che amiamo e scorre su chitarre fumanti e ritmi medio-alti per un pezzo che arriva diretto come ci si poteva attendere. Un disco prodotto molto bene con suoni limpidi e potenti, ma che perde qualche colpo per la poca personalità e le soluzioni limitate messe in campo. Ma “Sanctuary of Death” è certamente un lavoro ricco di energia che si farà apprezzare da chi è alla ricerca di un ascolto ricco diretto e corposo. Insomma il classico album in stile Vhäldemar, ricco di carica esplosiva viaggiando a gonfie vele tra Power e Heavy Metal!

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Opinione inserita da Celestial Dream    12 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 12 Mag, 2024
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Il 10 maggio del 2024 dovrebbe essere ricordato come una grande giornata di musica! Alle attesissime release di Riot V, Freedom Call, Unleash the Archers e tante altre si aggiunge quella dei grandissimi Warlord, storica e seminale band della scena Epic Metal americana. "Free Spirit Soar" arriva a distanza di alcuni anni – ben nove! - dalla precedente pubblicazione “The Hunt for Damien”, ma soprattutto giunge a seguito della scomparsa del membro principale della formazione statunitense, assieme al batterista e fondatore Mark Zonder ancora presente in formazione, ovvero il chitarrista William J. Tsamis, che ci ha lasciati nel 2021. I fan non hanno preso bene inizialmente questa notizia: ha senso un ritorno della band senza il loro principale compositore? E' rispettoso da parte dei suoi ex compagni? Cosa bisogna aspettarsi? Il gruppo ha subito messo in chiaro che questo vuole essere un omaggio al grande Tsamis e le prevendite per questo lavoro sono andate a ruba a quanto pare, viste le dichiarazioni dei Warlord nei giorni scorsi ed in accordo con l'etichetta tedesca High Roller. La leggendaria band fondata nel 1981 che ha dato alla luce dischi seminali come l'EP “Deliver Us” e in seguito il grande “And the Cannons of Destruction Have Begun..” nel 1984 riesce ancora ad appassionare con otto brani ricchi di epicità costruiti su atmosfere battagliere e rovinose, musiche pescate da idee del compianto Tsamis in alcuni demo lasciati incompiuti. Un tributo che appassiona fin dalla partenza con la complessa “Behold a Pale Horse”, che si erge a manifesto dell'album con un sound cupo e bellicoso, mentre le tastiere più ariose di “The Rider” - che ricordano un po' le atmosfere dell'ultimo e recente lavoro di un'altra cult-band, gli svedesi Heavy Load! - alzano i giri del motore per colpire con linee vocali – quasi tutte scritte dal singer Giles Lavery - che ricordano vagamente qualcosa dei Virgin Steele e poi l'assolo tagliente ad opera del nuovo chitarrista Eric Juris. Il cantante Giles si dimostra a suo agio tra le linee vocali epiche che accompagno l'ascolto; la meravigliosa “Conquerors” potrebbe benissimo venire eletta miglior canzone dell'anno in corso ed appassiona con melodie accattivanti – che refrain! - ed un andatura irresistibile, mentre il possente mid-tempo “Worms of the Earth “ dal mood oscuro colpisce con riff profondi. La title-track è un altro momento di assoluto valore e pregno di epicità. Un pathos imponente che continua con i riff possenti e le tastiere ben presenti durante la vigorosa “The Bell Tolls”. Non delude nemmeno la vibrante “Alarm”, con un bel ritornello ad accompagnare la struttura epica costruita come cemento sulle note di chitarra, mentre a chiudere ci pensano i sette minuti abbondanti di “Revelation XIX”, che parte con una lunga parte strumentale prima di dare inizio ad un brano dinamico e ben fatto. Non vi son dubbi che “Free Spirit Soar” sia un ottimo lavoro, un disco che porta degnamente impresso nell'artwork il nome Warlord!

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Opinione inserita da Celestial Dream    11 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2024
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E' il disco più atteso dell'anno? Risposta affermativa per molti appassionati dell'Heavy Metal classico! Gli storici Riot - ormai nella versione 'V' da quando sono tornati a seguito della scomparsa nel 2012 del loro leader, l'indimenticato Mark Reale - sono una band storica, tra i pionieri dello US Power Metal. Un gruppo che ha sempre messo la passione e l'attitudine più pure verso la musica che amiamo e che è riuscita, anche orfana del proprio maggior songwriter, a confermarsi con due pietre miliari prima con “Unleash the Fire” del 2018 – autentico capolavoro! - e poi con “Armor of Light” del 2018. Una lunga pausa ha riacceso la scintilla nella musica del gruppo newyorkese, che con “Mean Streets” ci regala un concentrato di Heavy Metal e US Power che non ammette prigionieri, dimostrando ancora una volta di essere i numeri uno della scena, non solo in sede live dove ogni volta che salgono sul palco incendiano lo stage. Si parte sui ritmi decisi e tumultuosi di “Hail Warrior”, autentico fulmine a ciel sereno che colpisce con bordate di metallo ad alti giri! Sonorità più retrò – alla “Fire Down Under”, storico disco della band datato 1981 - escono fuori con “Feel the Fire” e “Love Beyond the Grave”, quest'ultimo mid-tempo dove Todd Michael Hall – cantante fenomenale e impareggiabile - può alzare i decibel e colpire con una strofa esaltante che apre la via al coro di un energico ritornello. Si torna a correre come un bolide impazzito in sella alla roboante “High Noon”, accelerando a tutto gas nella successiva “Higher” che scorre sulle chitarre infuocate della coppia di axemen Mike Flyntz e Nick Lee. La title-track è un pezzo di classe che viaggia su note dinamiche ricordando qualcosa del capolavoro “Thundersteel”, attestandosi tra le hit del disco. Ancora rapida e a testa bassa la possente “Mortal Eyes”, che conquista con un coro tutto da cantare, mentre nel finale l'Hard Rock possente di “No More” mantiene caldo il motore dei Riot con fiammate di pura energia. Nei tredici pezzi che compongono la tracklist non esiste alcun momento di calo, ma si rimane sempre su livelli altissimi come dimostrano “Lost Dreams”, con il suo incedere impulsivo, e la più quadrata “Lean Into It”. Come ha dichiarato lo storico bassista Donnie Van Stavern, l'Heavy Metal nasce dalla strada - gli stessi Riot sono cresciuti tra le vie di Brooklyn - e questo disco guarda indietro con l'intento di ricreare quelle sonorità, dove riecheggiava il suono di catene, pelle e motori di motociclette. I Riot (V) sono l'emblema della vecchia guardia che – per fortuna - non ha nessuna intenzione di farsi da parte, ma anzi è ancora lì in piedi accanto alla cattedra a dare lezioni di Classic Heavy Metal e “Mean Streets” è un capolavoro, a partire dalla copertina!

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Opinione inserita da Celestial Dream    10 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2024
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Ci sono delle band che vengono rispettate e riconosciute unanimemente dai veri appassionati e cultori di un certo genere musicale, ma che non hanno mai fatto il salto nel mainstream e neppure ci sono arrivate vicine. Potremmo citarne molte, ma di certo in questa categoria entrano di diritto i tedeschi Vanden Plas (fondati addirittura nel 1986!). Parliamo di una band che da tantissimo tempo riesce a pubblicare lavori di assoluta classe all'interno della scena Progressive Metal e lo fa con un sound unico e riconoscibile fin dai primi ascolti. Il pianoforte, che da sempre accompagna le loro composizioni, coadiuvato da riff di chitarra potenti, la voce unica e particolare di Andy Kuntz... ma molte altre sono le caratteristiche che rendono unica la band teutonica come atmosfere a tratti gotiche, romantiche e malinconiche. Dopo il doppio lavoro diviso in due distinte release "The Ghost Xperiment" (“Awakening” ed “Illumination”), eccoli tornare sempre sotto l'italiana Frontiers con questo nuovissimo “The Empyrean Equation of the Long Lost Things”, lavoro composto solamente da sei brani, ma tutti molto curati e spesso elaborati, per una durata totale che supera i cinquanta minuti. La novità principale sta nell'ingresso in formazione come tastierista ufficiale del nostro Alessandro Del Vecchio. I Vanden Plas riescono da sempre a colpire con musiche anche complesse, ma allo stesso tempo impattanti fin da subito grazie a maestose melodie. Anche stavolta è così e basta la lunga suite iniziale a farci entrare nel mood giusto; orchestrazioni possenti accompagnano i riff di chitarra decisi che escono con vigore dalle casse aprendo l'ascolto. Il compositore e chitarrista Stephan Lill si dimostra altamente ispirato; le note barocche di “My Icarian Flight” conquistano viaggiando su melodie accattivanti, mentre i riff stoppati che aprono “Sanctimonarium” si alternano a passaggi più soft, con arpeggi di chitarra e tastiere che conducono ad un refrain, come al solito dal buon impatto, dove la batteria di Andreas Lill può colpire con veemenza; durante la lunga fase strumentale troviamo l'hammond di Del Vecchio ad attirare l'attenzione prima di chiudere su cori maestosi ed epici. Le metriche Progressive che ricordano vagamente i mostri del genere, i Dream Theater, compaiono con decisione durante “The Sacrilegious Mind Machine”, dove spicca anche un bel assolo alle sei corde da parte di Stephan Lill. La lenta e nostalgica “They Call Me God” gioca su melodie intense accompagnate dal pianoforte, prima di esplodere su un ardente assolo di chitarra e terminare su riff stoppati da puro headbanging. A chiudere l'ascolto l'elegante Prog di “March Of The Saints”, durante la quale Andy disegna sognanti e romantiche melodie. Un trionfante ritorno per la band tedesca autrice come sempre di un Prog ricco di classe!

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