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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2024
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I Royal Rage arrivano da Curitiba in Brasile, dove si sono formati nel 2010 con il nome di Royal Rampage, per poi adottare l’attuale nel 2017; hanno realizzato finora una manciata di singoli ed un primo album, “Conquer”, autoprodotto nel 2018 (sconosciuto al sottoscritto), prima di arrivare al contratto con la lituana Sliptrick Records e rilasciare a metà giugno questo “Evolve”, composto da ben tredici pezzi (compresa l’inutilissima e fortunatamente breve intro) per una durata totale di oltre 55 minuti. Chiariamo subito che una durata così elevata per un disco di Thrash Metal è una vera mazzata, soprattutto se ci sono alcuni pezzi che non funzionano come gli altri (specie quando cala il ritmo, come nella non proprio brillante “Into the abyss”, ad esempio); sarebbe stato forse meglio togliere 3-4 brani da lasciare magari ad un successivo EP, in modo da rendere l’album più scorrevole e più facilmente fruibile. Lo stile dei brasiliani è mutuato dalla scena californiana della Bay Area, direi soprattutto verso Testament ed Exodus, anche grazie al fatto che il vocalist Pedro Ferreira tende ad imitare lo stile del grande Steve Souza, con una voce ruvida e gracchiante che esalta la violenza sonora degli strumenti. Le due chitarre di Sol Perez e dello stesso Ferreira recitano da protagoniste, con muri di riff affilati e parti soliste di buon gusto, non disdegnando nemmeno qualche rara parte mosheggiante che ricorda gli Anthrax (“Cheap addiction” ad esempio); la batteria di Tiago Rodrigues non sempre impone ritmi frizzanti ed ogni tanto si limita alquanto, quasi fosse lì a fare il suo compitino senza strafare (siamo insomma molto lontani da mostri del genere come Paul Bostaph, Gene Hoglan o Dave Lombardo!). Il basso di Airton da Cruz, infine, oltre a pulsare in sottofondo, come la maggior parte dei bassisti Thrash al mondo, dando spessore e sostanza al wall of sound, ogni tanto si fa sentire egregiamente, ritagliandosi qualche spazio da protagonista (come accade nell’ottima “Eyes of glass”, o nella successiva “Khan”). A livello di testi, ci troviamo davanti ad una sorta di concept in cui la band immagina un futuro distopico nel quale l’uomo ha perso la sua umanità e le macchine hanno avuto il sopravvento; il disco vorrebbe essere un campanello d’allarme per coloro che vengono lentamente trascinati nel mondo virtuale, in cui si fa abuso dei cellulari e dei social media. Se a livello musicale cercate originalità ed innovazione, sappiate che sono termini non ricompresi nel vocabolario dei Royal Rage che suonano con evidente passione verso quelle sonorità che hanno spopolato tra gli anni ’80 ed i primi ’90 e che loro amano visceralmente; “Evolve” è, comunque, un buon disco Thrash che potrebbe andare incontro ai gusti dei fans della Bay Area; certo, alcuni pezzi (penso, per esempio, alla predetta “Eyes of glass” o alla title-track “Evolve”, come anche alle violente “Bloodlust” e “Disease and decadence”) spiccano abbondantemente sugli altri, con qualcuno che è meno brillante e convincente; la sufficienza è comunque sicuramente meritata.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Giugno, 2024
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Ci sono state un sacco di bands nell’ondata Thrash degli anni ’80 che hanno realizzato ottimi dischi, ma non sono mai riuscite ad essere annoverate come “big” della scena; ho adorato, tra queste, i Forbidden, gli Heathen, gli Onslaught, gli Artillery, i Toxik, i Whiplash, i Wrathchild America e gli Evildead. Proprio questi ultimi sono tornati a farsi sentire a fine maggio 2024 con un album notevole intitolato “Toxic grace”, edito dalla Steamhammer/SPV, dotato di artwork piacevole che ricorda le copertine degli altri dischi della band (come dimenticare la mitica copertina del capolavoro “Annihilation of civilization”?!?) e composto da nove tracce infuocate, della durata totale di poco più di 35 minuti (è prevista una decima traccia, una cover dei Killing Joke, sulla versione in vinile, purtroppo non avuta a disposizione per questa recensione). La band fondata dal chitarrista cubano Juan Garcia, il cui nome è ispirato all’omonimo film di Sam Raimi, aveva realizzato due dischi pregevoli tra fine anni ’80 e primi ’90 (più il primo che il secondo, per amore di onestà), per poi riprendere l’attività definitivamente nel 2016, sfornando un terzo album di sostanza nel 2020. Sono passati 35 anni dall’esordio storico, ma lo stile degli Evildead è sostanzialmente immutato, con una proposta dura, tosta e ricca di energia, una sorta di mix tra il Thrash della Bay Area dei Testament, con qualche spruzzata di mosh degli Anthrax. Una dopo l’altra scorrono killer-tracks ed anche quando il ritmo rallenta (“Poetic omen”, ad esempio), il groove sulle chitarre e la potenza del basso non mancano mai per rendere i vari pezzi sempre tosti a dovere. La voce dello screamer Phil Flores è immutata nel tempo e sempre efficace e graffiante come agli esordi. Se avete amato gli Evildead del passato, anche questo “Toxic grace” sarà di vostro gradimento, dato che hanno sempre saputo come si suona il Thrash Metal e non se lo sono affatto dimenticati! Ed ora speriamo solo che continuino così…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Giugno, 2024
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I Pectora arrivano dalla Danimarca dove si sono formati nel 2011; da allora hanno realizzato un album (“Untaken” nel 2019, sconosciuto al sottoscritto), un paio di EP ed una manciata di singoli e demo, prima di autoprodurre questo secondo LP intitolato “Twilight knights”. L’album, dotato di un artwork non proprio esaltante, è composto da otto canzoni, cui si aggiunge la solita inutilissima intro (“A celestial signal”), per una durata totale di quasi 50 minuti. Qualcuno potrebbe sostenere che il minutaggio elevato dei brani è un segno di una certa prolissità, ma curiosamente in questo disco sono proprio i pezzi più lunghi a funzionare meglio. Tracce come la title-track e la conclusiva “On forlorn wings”, grazie anche ad un ritmo sempre brillante, convincono ed hanno la capacità di coinvolgere. Altrettanto, invece, non si può dire dei pezzi più brevi, come “Victory in defeat” e soprattutto “A race through the dark” che sembrano non decollare mai e si dimostrano evidentemente un gradino sotto a livello qualitative rispetto al resto. Un altro brano che non mi ha convinto particolarmente è la lenta, quasi sabbathiana, “Cosmic menace”, che forse, questa sì, avrebbe funzionato con un paio di minuti in meno. Dispiace, perché obiettivamente il disco è fatto con attenzione, il basso del nuovo entrato Gustav Solberg è splendido protagonista in tutte le canzoni (“Where everything begins”, ad esempio, senza il suo apporto sarebbe un pezzo alquanto banale), le due chitarre sono cariche di groove e piacevoli da ascoltare, mentre la batteria dell’ottimo Nicolas K. Frandsen dovrebbe lavorare sempre come fa ottimamente in “Children of the atom” (il pezzo migliore del disco!). C’è poi il singer inglese Philip Butler che non dispiace assolutamente, anche se obiettivamente c’è di meglio in giro, persino nella sola Danimarca (chi ha detto Søren Adamsen?). I vari ascolti dati a questo album sono stati anche gradevoli dato che l’Heavy con qualche tocco di Power Metal suonato dai danesi non dispiace; bisogna però mettere in evidenza che non tutti i pezzi funzionano in maniera ottimale e soprattutto quando il ritmo rallenta, il songwriting finisce per essere un po’ troppo “pesante” e poco brillante. Per il futuro i Pectora hanno bisogno di concentrarsi maggiormente sulla qualità della loro proposta musicale, cercando di mantenere sempre alti gli standard qualitativi; al momento questo “Twilight knights” merita sicuramente un’ampia sufficienza, ma non oltre.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 15 Giugno, 2024
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Se questo album, intitolato “Oneironautics”, fosse uscito almeno 25 anni fa e se gli svedesi Mad Hatter avessero iniziato la loro carriera negli anni ’90, avremmo parlato di un capolavoro del Power Metal scandinavo, uno di quei full-length che, accanto ad “Episode” e “Visions” degli Stratovarius, o “Ecliptica” dei Sonata Arctica o pochi altri, ha finito per scrivere le pagine più gloriose di questo genere musicale. Sfortunatamente questo disco è uscito a fine maggio del 2024, un po’ in ritardo rispetto a quell’epoca d’oro del genere. Personalmente però, mi sono ritrovato magicamente catapultato alla mia gioventù, quando mi isolavo dal mondo che avevo attorno ascoltando in cuffia a tutto volume canzoni come “Replica” o “Black diamond” a ripetizione; forse all’epoca, se avessi avuto questo CD, magari avrei consumato, alla stessa maniera delle precedenti, anche canzoni come “The witches of Blue Hill” o l’opener “Lord of dragons” (dopo l’inutilissima intro che dà il titolo all’album), come anche la iper-melodica “Lost in wonder”, tanto per citare le prime che mi vengono in mente. E, proprio per continuare con la massima sincerità, non me ne frega assolutamente niente del tempo che è passato, della latitanza dell’originalità e dell’innovazione, perché questo disco mi ha suscitato sensazioni piacevoli, emozionandomi e facendomi passare ad ogni ascolto poco meno di 38 minuti in assoluta beatitudine. Alla fine cosa chiediamo dalla musica? Ci deve piacere, ci deve emozionare e/o dare sensazioni gradevoli, ci deve coinvolgere e convincere e questo disco ha tutte queste caratteristiche! E’ suonato e cantato benissimo, è prodotto in maniera impeccabile, si lascia ascoltare più che gradevolmente ed ogni volta ci lascia con la voglia di riascoltarlo nuovamente…. Cosa volete di più?

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 15 Giugno, 2024
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Gli Ethereal Flames si sono formati di recente nelle Marche ed arrivano al loro debut album a fine aprile 2024, con questo “Myths and legends of our land”, grazie alla lituana Sliptrick Records. Il full-length, dotato di artwork molto bello, è composto da otto tracce per nemmeno 40 minuti di durata, segno che il songwriting è bello conciso ed efficace, senza perdersi in inutili ammennicoli. I testi fanno riferimento ad eventi storici e leggende del nostro Paese, dalla battaglia del Metauro tra romani e cartaginesi, alla tragica storia di Laura di Farneta ingiustamente accusata di essere una strega, passando per la figura mitologica della Sibilla o per il marchigiano Lago di Pilato raccontato da Fazio degli Uberti ne “Il Dittamondo”. Ma veniamo alla musica. Non conoscendo nulla del gruppo, mi sono incuriosito dalla presentazione che paragona il gruppo maceratese ai Powerwolf; detta sinceramente, ho trovato molto, ma molto poco della band di Attila Dorn (forse solo nella solenne “The Queen Sibilla”), mentre credo che la maggiore similitudine sia con i Grave Digger e, soprattutto, con i loro emuli Rebellion, anche per la somiglianza dello stile canoro di Alessandro Binotti con quello di Michael Seifert. Ecco, il singer è quello che sposta gli equilibri ed in questo disco non sempre lo fa in positivo; se il suo stile può essere una sorta di incrocio tra Michael Seifert e Lore dei Folkstone, convince molto di più quando canta in maniera pulita ed esagera un po’ troppo quando si avventura in vocals estreme; la canzone “Metauro’s battle” (aperta da tastiere che fanno pensare al maestro Simonetti) è emblematica in tal senso, con il vocalist che alterna i vari stili, risultando convincente in alcuni e fuori dalle righe nei momenti più estremi. Sarei curioso di ascoltare la musica degli Ethereal Flames con un cantante differente, magari dall’impostazione pulita ed acuta, perché credo che potrebbe rendere ancora meglio di quanto già non faccia a questa maniera. Già, perché la musica della band marchigiana è davvero piacevole e si lascia ascoltare e riascoltare in maniera molto semplice, tanto che la voglia di pigiare il tasto “play” alla fine è sempre presente, anche dopo numerosi ascolti. Canzoni piacevoli ce ne sono parecchie e nessun filler o brano di livello qualitativo più basso va annotato; personalmente preferisco la romantica “Two sad lovers” (dove il singer canta senza inutili esagerazioni!) e la veloce opener “Desperate girl” (che ricorda il Power di scuola scandinava), ma sono solo preferenze date così di getto per gusti personali che, in quanto tali, restano certamente opinabili. Quel che è certo è che siamo solo al debut album di un gruppo ai primi passi, ma il talento e la passione sono evidenti; adesso non resta che aspettare gli Ethereal Flames alla prossima prova, sicuri che sapranno fare ancora meglio di quanto di positivo hanno già realizzato in questo “Myths and legends of our land”!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Giugno, 2024
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I Dreamgate sono una nuova band italiana nata nel 2022 per iniziativa del tastierista Alessandro Battini (Dark Horizon, Sangreal) e del batterista Gianluca Capelli (ex-Dark Horizon), a cui poi si sono uniti altri musicisti navigati che hanno suonato/cantato in altri gruppi dell’underground italiano. Conoscendo il mitico Battini, non potevo aspettarmi altro che un sound ancorato al Power Metal di scuola italiana (quello di gente come Labyrinth, Trick or Treat, ecc.) con le sue tastiere come protagoniste accanto alla chitarra dell’ottimo Armando De Angelis (anche nei Mindfar)… e così infatti è stato, con somma goduria dei miei padiglioni auricolari! “Dreamgate”, questo il titolo del disco, infatti, ha tutto per colpire profondamente nel cuore di un fan del Power Metal italiano, quello fatto bene, sotto tutti i punti di vista…. Persino l’inno per la squadra di calcio del Bruges “No sweat no glory”, che costituisce il pezzo meno convincente del disco, è ben fatto e si lascia ascoltare piacevolmente, nonostante una ripetitività di fondo un po’ elevata (ma si tratta pur sempre di un inno per una squadra di calcio!). Per il resto c’è tutto quello che è necessario, da una piacevole copertina con una sorta di uroboro, a melodie sempre azzeccate e tanto orecchiabili, passando per parti cantate di livello eccelso e ritmi sempre frizzanti, con una produzione cristallina che, all’ascolto in cuffia, non fa altro che esaltare. A voler essere pignolo, non mi ha molto convinto il suono della doppia cassa che trovo un po’ troppo “ovattato”, ma si tratta di gusti prettamente personali che, in quanto tali, sono sempre altamente opinabili. La verità è che questo disco rischia di creare dipendenza perché, ad ogni ascolto, la voglia di pigiare il tasto “play” ancora una volta era decisamente forte, se non irresistibile. Canzoni come il singolo “Sun King” o la successiva “Dragonero”, passando poi all’autocelebrativa “Dreamgate” (con un coretto che si ficca in testa immediatamente che mi ha ricordato i migliori Trick or Treat) o alla successiva splendida “The all”, senza dimenticare l’ottima “The garden of tears”, sono tutte hits che da sole valgono l’acquisto del CD! E quando in un album abbiamo così tante canzoni di livello qualitativo ben superiore alla media, mi chiedo cosa si voglia di più… Inutile dilungarsi oltre, il debutto omonimo dei Dreamgate è l’ennesima opera prima eccezionale uscita quest’anno; per quanto mi riguarda credo di aver trovato uno di quei dischi che finirà dritto dritto nelle posizioni più alte del mio personale elenco dei migliori album in assoluto del 2024!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 04 Giugno, 2024
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Avevo conosciuto i tedeschi Elvellon all’epoca del loro debut album, quel “Until dawn” uscito nel 2018; da allora è cambiato il bassista (Phil Kohout è stato sostituito da Jan Runkel) ma, di fatto, il sound è rimasto pressoché invariato anche in questo “Ascending in synergy”, ancorato a quel female fronted Symphonic Metal fortemente ispirato a quanto realizzato dai Nightwish. Per essere sinceri, la band di Tuomas Holopainen è ancora molto presente come fonte d’ispirazione, ma in questo “Ascending in synergy”, secondo album del gruppo della Renania Settentrionale-Vestfalia, gli Elvellon cercano di iniziare ad intraprendere una strada più personale nei ristretti limiti che un genere fortemente inflazionato come questo consente. Già la cantante, l’affascinante Nele Messerschmidt, cerca di essere leggermente più aggressiva ed i suoi liricismi non sono stucchevoli come purtroppo accade ad altre sue colleghe, diversificando un po’ il suo approccio, pur mantenendolo sempre fortemente ispirato dalla lezione impartita da Tarja Turunen. I vari ascolti dati a questo album, sia pure con la difficoltà dello streaming (non proprio il massimo della vita, almeno per il sottoscritto! E si spera sempre che prima o poi alla Napalm Records se ne rendano conto…), sono comunque sempre stati piacevoli; certo il minutaggio elevato di alcuni pezzi (mi riferisco a “Into the vortex” e soprattutto a “The aeon tree”, con lunghe, troppo lunghe parti parlate) non ha facilitato il tutto e forse con qualche taglio qua e là il disco sarebbe stato anche più efficace. Manca, inoltre, quella hit che ti fa saltare dalla sedia e che vale da sola l’acquisto del CD; cerco di spiegarmi meglio: i vari pezzi non sono assolutamente male, come detto anzi sono gradevoli da ascoltare, ma non ho trovato quella scintilla, quel pezzo che d’impatto che ti faccia dire “wow!”. Di contro, obiettivamente non ci sono canzoni di basso livello qualitativo e tutte quante si attestano su una media sicuramente buona. Possiamo concludere dicendo che “Ascending in synergy” (splendido artwork!) è comunque un disco valido, sia pure non particolarmente originale, e gli Elvellon hanno fatto dei passi avanti rispetto al passato; il talento di sicuro non manca loro e li aspettiamo alla prossima prova, certi che sapranno ancora fare meglio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 04 Giugno, 2024
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Era il giorno 8 marzo 1989 ed al The London Astoria si esibirono gli Exodus, a poche settimane dall’uscita del loro terzo album, uno dei loro maggiori successi, intitolato “Fabulous disaster”. Era il periodo d’oro del Thrash a livello mondiale, nel 1989 uscirono dischi come “The years of decay” degli Overkill, “Alice in hell” degli Annihilator, “Think this” dei Toxik, “Practice what you preach” dei Testament, “Handle with care” dei Nuclear Assault, “Beneath the remains” dei Sepultura, mentre in Europa c’erano “Extreme aggression” dei Kreator ed “Agent orange” dei Sodom, tutte pietre miliari della storia del genere. Ed in quell’anno gli Exodus registrarono questo live che è uscito 35 anni dopo, a fine maggio 2024, con il titolo di “British disaster: The battle of ’89 (Live at The Astoria)”, naturalmente rimasterizzato con tecnologie moderne per dare ai quindici pezzi che ne fanno parte un suono decisamente moderno e che nel 1989 ci saremmo potuti solo sognare. Per gli Exodus era da tre anni che era andato via il mitico e sempre compianto Paul Baloff (RIP!), sostituito comunque più che egregiamente da Steve “Zetro” Souza con il quale, oltre al già citato “Fabulous disaster”, era stato anche realizzato nel 1987 “Pleasures of the flesh”, altra tappa fondamentale della loro carriera; due dischi che comunque non raggiungeranno mai il livello qualitativo dell’esordio, l’inarrivabile “Bonded by blood”, un album che rimane tra gli indimenticabili del Thrash, alla pari di “Ride the lightning” dei Metallica, “Reign in blood” degli Slayer, “Horrorscope” degli Overkill, “The legacy” dei Testament, “Pleasure to kill” dei Kreator e pochissimi altri. Ma veniamo a questo live album. La scaletta è molto equilibrata tra i primi tre dischi, sei pezzi sono estratti dall’album che era in promozione all’epoca, cinque dal predetto “Bonded by blood” e quattro dal secondo full-length. Mi dispiace siano state escluse alcune canzoni tra quelle che preferisco della carriera della band americana, come “Cajun hell”, “Seeds of hate” e “Metal command”, ma comunque abbiamo pezzi di uguale livello qualitativo stratosferico e di violenza come pochi (all’epoca, naturalmente). Una dopo l’altra scorrono tracce fantastiche come “'Til death do us part”, “A lesson in violence”, “And then there were none”, “Parasite”, fino all’accoppiata conclusiva che stenderebbe chiunque composta da “Brain dead” e “Strike of the beast”. Ho avuto la fortuna di vivere la mia adolescenza in quel periodo e quindi riascoltare queste canzoni mi ha portato indietro nel tempo, facendo tornare a galla ricordi meravigliosi impressi a fuoco nella mente; per chi all’epoca non c’era o era troppo piccolo, ritengo che questo “British disaster: The battle of ’89 (Live at The Astoria)” sia un ottimo modo per capire cosa era il Thrash (ed il metal in genere!) nella seconda metà degli anni ’80 e soprattutto per ascoltare gli Exodus nel periodo migliore della loro carriera!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Giugno, 2024
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Dietro il nome dei Captain Hawk si cela quel talentuoso polistrumentista greco noto come Bob Katsionis (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal mondiale!), il quale, assieme alla sua connazionale Elina Englezou, ha dato vita a questo progetto; Bob si è occupato della produzione e di suonare quasi tutti gli strumenti, mentre Elina ha scritto il tutto, suonando poi la balalaika e l’ocarina, fino a realizzare questo “Ghosts of the sea”, dotato tra l’altro di splendido artwork. Attorno a loro sono stati chiamati una lunga serie di ospiti per cantare o suonare alcuni strumenti particolari come il violino o l’oud (sorta di liuto a manico corto). Se qualcuno leggendo il nome del gruppo o i testi delle canzoni pensasse al Pirate Metal, sarebbe ben lontano dalla verità, dato che i Captain Hawk non suonano questo "genere" (nonostante i testi parlino di questi argomenti) e questa non è altro che una Metal Opera, con vari interpreti dei differenti personaggi che fanno parte della storia. Bisogna tenere presente che il termine “Metal Opera” è alquanto restrittivo per la musica dei Captain Hawk; ci troviamo davanti, infatti, a del Metal sinfonico, ma con un sacco di contaminazioni differenti, a partire dal classico Power Metal, le cui cavalcate contraddistinguono parecchi pezzi (ad esempio, l’ottima “In the Captain’s quarters”), passando da diversi passaggi folkeggianti per via dell’uso di strumenti della tradizione greco/balcanica, ma anche con qualche leggera tinta di Prog e del sempre buon vecchio Heavy Metal classico. Bisogna anche aggiungere che nessuna delle voci femminili usa un’impostazione lirica (ci sono i cori per questo) ma, come per le voci maschili, le donne mettono in mostra una notevole poliedricità e versatilità, con il comune denominatore per tutti i cantanti di una riguardevole capacità interpretativa. Katsionis poi è un polistrumentista mostruoso e tutti gli strumenti che suona hanno un ruolo ben definito all’interno dell’intero lavoro; persino la batteria non sembra fatta al computer, ma suonata degnamente. Tra atmosfere differenti ed una sempre alta attenzione per l’orecchiabilità, i vari ascolti dati ai dieci brani che fanno parte di questo disco sono sempre stati estremamente piacevoli, tanto che faticherei parecchio a trovare qualche difetto. “Ghosts of the sea” dei Captain Hawk è la dimostrazione che quando c’è il talento e la fantasia non ci sono limiti che reggano; album da non perdere ed ennesimo debut che finirà tra i migliori dischi usciti nel 2024!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 02 Giugno, 2024
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Nuovo capitolo della saga “The Nephilim Empire” e nuovo album dei Rhapsody of Fire di Staropoli & C. intitolato “Challenge the wind”; questa volta il concept svela il segreto che c’è dietro la saga con il protagonista Kreel che viaggia nel tempo tornando sin alla sua nascita e scopre tutta una serie di segreti e particolari che non sveliamo per non spoilerare l’ascoltatore. Questa volta la band ha sfornato un disco potente e veloce, forse tra i più veloci mai realizzati; si parte a manetta con la title-track “Challenge the wind” (finalmente un disco senza inutilissime intro!!) che ci riporta indietro ai fasti della band nella prima parte della carriera, facendo venire in mente classici intramontabili come “Land of immortals”, “Emerald sword”, “Dawn of victory”, ecc., si tratta insomma di un pezzo con il classico marchio inconfondibile dei Rhapsody, una di quelle canzoni che da sole valgono l’acquisto del cd e che dal vivo finiranno immancabilmente per far impazzire i fans. Naturalmente sono protagoniste la chitarra del mitico Roby De Micheli e le tastiere del leader Alex Staropoli, ma anche il basso di Alessandro Sala si fa sentire egregiamente (ad esempio nella lunga, troppo lunga, “Vanquished by shadows” pulsa come si deve), mentre Paolo Marchesich impone ritmi sempre frizzanti con la sua batteria, grazie anche ad un sapiente uso della doppia cassa. Ritengo, invece, di non dovermi soffermare più di tanto sulle capacità e sul talento di Giacomo Voli, il quale conferma ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere un grandissimo cantante, capace di spaziare senza difficoltà tra vari stili, dando sempre un’interpretazione magistrale con una versatilità fuori dal comune. Tutti i pezzi sono estremamente gradevoli da ascoltare e riascoltare, anche grazie al ritmo brillante ed alle splendide parti strumentali; ecco, forse l’unica eccezione è la già citata lunga “Vanquished by shadows”, che ha quasi due anime al suo interno, divise al settimo minuto, e che soprattutto nella parte centrale (tra il settimo ed il decimo minuto) non entusiasma granché, nonostante un sempre grande Giacomo Voli; sarà la mia idiosincrasia per le canzoni lunghe, saranno altri fattori, ma ogni volta faticavo a finire l’ascolto di questa lunga, troppo lunga traccia. A parte ciò, mi sembra di poter affermare senza ombra di dubbio che, se siete fans dei Rhapsody of Fire, anche questo “Challenge the wind” andrà sicuramente incontro ai vostri favori perché è obiettivamente un disco decisamente ben fatto; se ancora non vi siete approcciati all’universo musicale del gruppo italiano (grave mancanza!), forse converrà iniziare dai primi album della loro carriera perché, altrettanto obiettivamente, questo full-length a livello qualitativo non è allo stesso livello.

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