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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Dicembre, 2022
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Si sa poco dei texani Distance of Thought, se non che la band è stata formata nel 2019 dal chitarrista Dale Rasco e dal cantante Drew Brown a Houston e che questo “Edge of forever” è il loro debut album autoprodotto; purtroppo il gruppo non è presente nemmeno sulle pagine delll’Encyclopaedia Metallum di metal-archives.com (grave mancanza!) ed il sito internet della band non aiuta (dalle foto si capisce comunque che non ci troviamo davanti a dei ragazzini), quindi è davvero difficile scoprire altro. Il sound degli statunitensi è un piacevole power/prog, con persino qualche digressione nel gothic; giusto per farsi un’idea si potrebbero chiamare in causa i nord-irlandesi Sandstone come termine di paragone, viste alcune similitudini a livello strumentale. La voce di Drew Brown è particolare, sembra non del tutto a proprio agio nel raggiungere le note più alte, ma si dimostra estremamente versatile nelle parti più basse, tanto che in alcuni tratti, come detto, proprio per questa impostazione canora calda e cupa ci si avvicina al gothic (come nella fantastica “Unspoken”, di gran lunga il pezzo migliore del disco, o nella title-track “Edge of forever”). Strumento protagonista sono le chitarre di Dale Rasco e Marc Petillon che non fanno mancare piacevoli parti soliste, accompagnate alla grande dalle tastiere di Jeff Quiggle; molto buona la parte ritmica di basso e batteria, con quest’ultima che ogni tanto si fa apprezzare per brillantezza imponendo ritmi spesso frizzanti. Il disco scorre via senza problemi e si lascia ascoltare gradevolmente, anche se non è di così semplice comprensione ed immediatezza; ci vogliono, infatti, un po’ di attenti ascolti per poter arrivare a comprendere pienamente le potenzialità di queste 10 tracce. Tra di esse, va segnalata anche la cover di “No easy way out”, il brano di Robert Tepper che faceva parte della colonna sonora di “Rocky IV”, forse un po’ troppo avulsa dal contesto dell’album, anche se “metallizzata” a dovere. Forse anche la lenta e monolitica “Eternal night” non convince del tutto per via di un ritmo che sembra sempre voler decollare senza mai riuscirci ed a poco servono le piacevoli parti soliste in stile anni ’70 delle tastiere. Ciò nonostante, questo “Edge of forever” supera abbondantemente la prova (il voto in decimali sarebbe il classico 7 e ½), sia per qualità della musica, ma anche per un artwork accattivante; sorprende come proprio negli USA una band valida come i Distance of Thought sia costretta ad autoprodurre questo album più che valido, mentre tutto attorno veniamo sommersi quotidianamente da immondizie musicali…. ormai la cecità del music business sembra proprio irreversibile!

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2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2022
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I Vis Mystica sono la creatura del musicista statunitense (della Pennsylvania) Connor McCray che, pur arrivando da un gruppo Blackened Death Metal (i Bravura), ha deciso di dare vita ad un suo progetto per la passione verso il Symphonic Power Metal e soprattutto verso l’universo di Guerre Stellari (o Star Wars, che dir si voglia), tanto da arrivare a definire la propria musica come “Jedi Metal”. Dopo una manciata di singoli usciti tra il 2020 ed il 2021, ad inizio dicembre 2022 i Vis Mystica hanno rilasciato un EP di cinque pezzi intitolato “Celestial wisdom”, della durata di poco inferiore ai 24 minuti, con diversi ospiti e la produzione di Chad Anderson degli Helion Prime. La versione su CD comprende anche tre bonus tracks che purtroppo non abbiamo avuto a disposizione per la recensione, di conseguenza ci limiteremo all’analisi di soli cinque brani. Il Power Metal dei Vis Mystica, nonostante la passione del suo mastermind, ha poco di sinfonico, giusto qualche orchestrazione qua e là, ma nulla che possa nemmeno lontanamente ricordare i mostri sacri del settore; piuttosto il sound si può assimilare a quello dei Dragonland, soprattutto per l’uso (o forse sarebbe meglio dire “abuso”) della doppia cassa da parte del batterista Dillon Trollope. Lo strumento protagonista, infatti, assieme alla chitarra del leader del gruppo è proprio la batteria che impone sempre un ritmo forsennato, forse anche più del dovuto; in alcuni casi, infatti, sembra quasi che si voglia per forza esagerare con la doppia cassa, andando su quel troppo che poi stroppia. Sullo stile chitarristico di McCray si sente la scuola di metal estremo in cui il musicista ha mosso i propri primi passi, particolare che, unito alle esagerazioni dell’esuberante batterista, rende il sound sempre un po’ troppo sopra le righe e non in grado di convincere fino in fondo. Le parti canore sono divise tra i tanti ospiti ed il vocalist ufficiale Devin Dewyer che, per essere sinceri, non ha entusiasmato particolarmente, risultando il classico senza infamia e senza lode. Per il futuro i Vis Mystica avranno bisogno di concentrarsi maggiormente sul songwriting e limitare la propria voglia di strafare, così da avere dei brani con una struttura più ficcante e convincente; per il momento questo “Celestial wisdom” si avvicina alla sufficienza, ma non ha le carte in regola per raggiungerla. Buona fortuna!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2022
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I Whirlwind sono un progetto parallelo ai Körgull The Exterminator di Mark Wild, che nel 2012 iniziò a scrivere canzoni fortemente influenzate dall’era d’oro dei Running Wild (per capirci, anni ’80 e ’90). Reclutati i fratelli Julió (Jordi il batterista ed Artur il chitarrista solista) ed il singer Héctor Llauradó, è stato registrato questo debut album intitolato “1714”, edito in questo mese di novembre dalla madrilena Fighter Records (divisione Heavy Metal di Xtreem Music); al gruppo si è unito anche il bassista spagnolo Philip Graves (all’anagrafe P.J. Toro), che però non figura nella formazione della band (non è quindi chiaro se abbia, o meno, partecipato alla registrazione). L’album è composto da dieci canzoni (cui si aggiunge la solita inutilissima intro), ha una durata totale di 51 minuti esatti ed ha un piacevole artwork che raffigura una battaglia, credo della guerra di successione spagnola. Come detto, il sound dei Whirlwind è palesemente ispirato ai Running Wild ma, ascoltando questo disco, viene subito da pensare “magari i Running Wild suonassero ancora così!”; già, perché il gruppo spagnolo si ispira alla migliore produzione di Rock’n’Rolf Kasparek & C. e non alla mediocrità che stanno propinando da quasi un ventennio a questa parte. Come nel caso dei mitici Blazon Stone, è evidente anche in questo caso che gli allievi hanno abbondantemente superato i maestri. E questo non può che far piacere a tutti i fans di questo particolare tipo di sound, definito dai più “pirate metal”! Naturalmente, per apprezzare tutto ciò, non dovete assolutamente pensare a concetti come originalità ed innovazione, perché sono vocaboli del tutto sconosciuti per questi gruppi che, al contrario, vogliono suonare solo e soltanto la musica che amano, incuranti di mode o altre amenità del genere. Se, quindi, anche voi ve ne fregate bellamente di discorsi simili, potrete sicuramente apprezzare alla grande questo disco, composto da dieci canzoni una più bella dell’altra, una più tirata dell’altra, una più ricca d’energia e più trascinante dell’altra. Davvero, ho trovato estremamente complicato non mettermi a saltare ed a sbattere il capoccione (con sommo gaudio delle martoriate vertebre cervicali!) in furiosi headbangings praticamente su tutti i pezzi dell’album! Già, perché in questo disco non c’è nemmeno una canzone inferiore qualitativamente all’altra (sorvoliamo sulla futilità dell’intro) ed è solo un piacere ascoltare e riascoltare l’intero full-length tutto d’un fiato! Si potrà disquisire che la voce di Héctor Llauradó non sia nulla di eccezionale, ma del resto anche il sommo Rock’n’Rolf non ha mai avuto un’ugola particolarmente apprezzabile. Quello che conta è la somma delle varie componenti, l’energia che sprizza da ogni nota e quanto piacere derivi dall’ascolto e questo “1714” dei Whirlwind ha indiscutibilmente tutte queste qualità! Da non perdere!!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2022
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Gli Induction sono il gruppo di Tim Kanoa Hansen, il figlio di Kai Hansen; solo lui, infatti, è rimasto dalla creazione della band (che originariamente si chiamava “Martin Beck’s Induction”) e dalla realizzazione del debut album omonimo nel 2019; tutti gli altri musicisti, infatti, sono arrivati in formazione solo quest’anno, giusto in tempo per rilasciare questo secondo album, intitolato “Born from fire”. L’album è dotato di piacevole artwork realizzato dal prolifico artista ungherese Peter Sallai (Sabaton, Hammerfall, Powerwolf), è composto da dodici tracce per quasi 58 minuti di durata totale. Il sound della band è un piacevole e veloce Power Metal, con diversi tocchi sinfonici, ma soprattutto con tanta attenzione alle melodie. Naturalmente strumento protagonista sono le due chitarre, con il mainman che regala gradevoli parti soliste assieme all’ex-Rage, l’argentino Marcos Rodriguez; molto in evidenza anche il singer inglese Craig Cairns (dai Tailgunner), dotato di voce cristallina e potente. Visto il ritmo sempre frizzante, è molto importante anche la batteria (suonata dal session tedesco Dominik Zester) che è sempre in bella evidenza, mentre il basso di Dominik Gusch svolge il suo compito in sottofondo, ritagliandosi qualche rara parte da protagonista (come in "The beauty of monstrance"). A contraddistinguere il sound è una forte orecchiabilità, che porterà dopo qualche ascolto a memorizzare facilmente le varie canzoni che risultano decisamente ruffiane ed accattivanti; non meravigliatevi, quindi, se sotto la doccia vi troverete a canticchiare il coro di “Go to hell”, oppure della title-track (furbamente posta in apertura), ma anche di “Order & chaos”, tanto per citare le prime che mi vengono in mente. E’ tutto l’album, infatti, ad essere bello compatto e di livello qualitativo sicuramente superiore alla media, tanto che sostanzialmente non esiste alcuna traccia, ma nemmeno alcun singolo momento di qualità inferiore all’eccellente. Se insomma siete fans del Power Metal più classico della scuola nordeuropea, questo “Born from fire” degli Induction sarà sicuramente pane per i vostri denti, dato che obiettivamente è tra i migliori dischi nello specifico settore uscito in questo 2022!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2022
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Tra i tanti progetti di Power Metal sinfonico, sulla scia di quanto realizzato ad esempio da Marius Danielsen con la sua Legend of Valley Doom, oppure di Marco Garau con la sua Magic Opera, adesso annoveriamo un altro progetto, quello del musicista olandese Conor Brouwer denominato Call of Eternity. Anche in questo caso abbiamo un concept alla base (che tratta di fede e speranza) ed una marea di ospiti famosi, di cui alcuni cantanti (fra i quali il già citato Marius Danielsen) ed altri chitarristi solisti (come il nostro Simone Mularoni). Se andiamo a scavare tra le fonti d’ispirazione, oltre alle predette Magic Opera e Legend of Valley Doom, dovremmo sicuramente andare a scomodare gente come Avantasia e Rhapsody, come è normale che sia in un settore musicale come questo. L’ascolto è piacevole, se si è appassionati di sonorità del genere, anche se forse ci sono troppe tastiere e poche chitarre. Tracce come la lunga intro strumentale “Whispering story of holiness”, l’intermezzo strumentale “The cold destiny of tears” e la prima metà della title-track posta in conclusione dell’album effettivamente soffrono la presenza di una dose esagerata di tastiere, mentre latitano paurosamente le chitarre, soprattutto la ritmica, ma anche il basso potrebbe essere molto più protagonista (eppure entrambi strumenti suonati proprio dall’autore….). Su dieci tracce, infine, sono poche quelle veramente ritmate, mentre la maggior parte sono solenni e cadenzate, ricche di cori epici e maestosi; detta sinceramente, avrei preferito un po’ più di brillantezza dalla batteria di Ludvig Pedersen per ritmi più frizzanti ed un po’ meno cori. Se, quindi, l’ascolto non dispiace, parecchie cose potrebbero essere state studiate diversamente e soprattutto in maniera più convincente ed efficace; anche la produzione non aiuta particolarmente (soprattutto sulla chitarra ritmica), anche se bisogna sempre tener presente che si tratta di un lavoro autofinanziato che, quindi, potrebbe soffrire per un budget risicato. Ho apprezzato canzoni come “The legend of the warrior” (forse la migliore del disco), ma anche “In the deepest part of blackness” che, guarda caso, sono le più frizzanti e brillanti. In conclusione, se siete fans delle opere Metal, anche questa “Call of Eternity” (dotata di piacevole artwork) dei Conor Brouwer’s Call of Eternity potrebbe andare incontro ai vostri gusti; per essere obiettivi, però, nello specifico settore c’è molto di meglio; siamo certi tuttavia che Conor Brouwer continuerà sulla sua strada ed altrettanto sicuri che possa migliorarsi (e di parecchio!) in futuro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2022
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I Leather sono la band personale della cantante dei Chastain, Leather Leone, formata nel lontano 1989, quando venne anche rilasciato il debut album “Shock waves”; da allora seguì un lunghissimo periodo di silenzio interrotto nel 2016, quando la cantante americana riattivò il suo gruppo reclutando sostanzialmente l’intera band brasiliana che seguiva Rob Rock nei live. Da allora è uscito “II” nel 2018 e questo terzo album, intitolato “We are the chosen”, composto da dieci tracce per oltre 47 minuti di durata totale, con un artwork che è un disegno della 63enne cantante californiana, realizzato dall’artista Marcelo Vasco (Slayer, Kreator, Testament). Il disco è stato registrato ottimamente nei polacchi Hertz Studios (Behemoth, Vader, Hate, tra gli altri) di Białystok. Lo stile dei Leather è un roccioso Heavy Metal che, nelle parti più veloci, ricorda non poco i nostri White Skull, sia per la somiglianza dello stile canoro delle due aggressive singer, ma anche per il fatto che le chitarre sono le protagoniste del sound. Devo dire che ho apprezzato parecchio questa similitudine, dato che effettivamente canzoni come l’accoppiata iniziale “We take back control” / “Always been evil”, oppure quella finale “Who rules the world” / “The glory in the end”, passando per le veloci “Tyrants” e “Dark days” (probabilmente il pezzo migliore del disco!), così come le centrali “Off with your head” e la title-track “We are the chosen” sono davvero pezzi vincenti, ricchi di energia e trascinanti. Discorso a parte per le due tracce più lente anche se, mentre “Hallowed ground” ha un suo fascino, non convince più di tanto la monolitica (ed anche un po’ monotona) “Shadows” che rappresenta il punto più basso a livello qualitativo della tracklist. Se siete fans dei teschi vicentini, come anche di certo Heavy/Power di matrice teutonica (chi ha detto Grave Digger?), sicuramente questo “We are the chosen” dei Leather potrà andare sicuramente incontro al vostro gradimento!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2022
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Gli Strider arrivano dalla Finlandia e sono attivi dal 2015; hanno alle spalle un debut album nel 2019 (“Dominion of steel”) ed una manciata di singoli, prima di rilasciare a metà ottobre questo “Into glory stride”. Già dal titolo e dalla copertina fatta di uomini muscolosi poco vestiti con spade e scudi si intende subito a chi si ispirano questi scandinavi; e se il sospetto era forte da subito, bastano le prime note dell’opener “The first stride” per capire che il nome dei Manowar campeggia ben presente. Peccato che la voce del buon Niko non sia nemmeno paragonabile a quella del mitico Eric Adams e già qui i finnici partono svantaggiati. A compromettere del tutto le sorti di questo disco, tralasciando la mancanza assoluta di originalità (vocabolo probabilmente del tutto ignorato dagli Strider), c’è proprio il songwriting, con pezzi eccessivamente lunghi (praticamente tutti tra i 5 ed i 6 minuti) che sembrano spesso e volentieri non avere mai fine. Prendiamo ad esempio l’ottava traccia, “A tale of the terrible witch king”, in cui i primi 3 minuti sono completamente discorsivi, parrebbe una registrazione tra Patrick Stewart (l’interprete del Capitano Picard di Star Trek) e la buonanima di Christopher Lee; saranno pure funzionali al concept del pezzo, ma sono decisamente noiosi ed appesantiscono l’ascolto di un brano che poi dura quasi 7 minuti. E per tutto il disco sostanzialmente, pur non avendo altre parti discorsive, ci troviamo davanti a componimenti poco efficaci e ficcanti, che spesso portano il rischio di annoiare presto l’ascoltatore, il che non va assolutamente bene! Ci vorrebbe una robusta sforbiciata un po’ ovunque, oltre ad un po’ più di ritmo e brillantezza da parte della batteria. Per assurdo il pezzo migliore è la bonus track in conclusione che, guarda caso, è l’unico componimento di breve durata (tre minuti e mezzo) e con un po’ di ritmo. A condannare definitivamente la resa di questo album, oltre ai problemi pocanzi evidenziati, si aggiunge una produzione non al passo coi tempi, ma un po’ troppo old style e non so quanto volutamente a questa maniera. Trovo insomma poco di interessante in questo “Into glory stride” degli Strider (gioco di parole che lascia a desiderare e che è spesso presente nell’album), disco insomma destinato solo ai fans più oltranzisti della band e dello specifico genere musicale. Se non rientrate in questa schiera, evitate pure di perderci tempo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2022
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Nel primo decennio di questo secolo era attiva una band estremamente originale che univa sonorità elettroniche al power metal: i Synthphonia Suprema; dopo il fenomenale secondo album uscito nel 2010 ed intitolato “The future ice-age”, la band emiliana è letteralmente scomparsa nel nulla. Tre dei suoi membri, il chitarrista Federico Truzzi (noto anche con lo pseudonimo “Fryderyk T”), il bassista Lorenzo Costi ed il batterista Francesco Zanarelli, nel 2013 dettero vita ad un altro gruppo, chiamato Sleeping Romance, distaccandosi dalle sonorità della loro precedente esperienza, per provare a fare qualcosa di differente. A fare loro compagnia in questa nuova realtà inizialmente c’era anche la cantante Federica Lanna (poi finita nei Volturian di Federico Mondelli) ma, dopo due album (“Enlighten” del 2013 ed “Alba”, uscito nel 2017 niente meno che per Napalm Records), dal 2020 come vocalist c’è la marocchina Lina Victoria (al secolo Lina Benabdesslem), che ho avuto il piacere di vedere dal vivo con i Temperance di recente. Assieme a Lina è stato registrato questo terzo album intitolato “We all are shadows”, edito dalla sconosciuta label tedesca NoCut Entertainment. Tra le altre novità, c’è anche l’ingresso di un nuovo secondo chitarrista, il vicentino Mattia Todescato, ad occupare un ruolo da sempre precario per la band, con sostanzialmente una faccia nuova ad ogni album. Rispetto al passato, il sound degli Sleeping Romance ha subito un ulteriore rallentamento ed è quasi del tutto scomparsa la componente sinfonica (mentre il power era già nel precedente disco sostanzialmente sparito), tanto che si potrebbe tranquillamente far rientrare il gruppo nel calderone del gothic metal con voce femminile, originato da gente come i Lacuna Coil. E proprio alla band della fantastica Cristina Scabbia pare che questo disco si ispiri, come facilmente intuibile da canzoni come, ad esempio, “Ghost shadows”, o “My own foe”, in cui compare anche una seconda voce in growling. Se quindi il primo album poteva andare a conquistare il favore dei fans del power sinfonico (come il sottoscritto), con il secondo album ci si spostava verso il più canonico female fronted symphonic metal abbandonando il power, mentre in questo terzo album l’evoluzione degli Sleeping Romance ci porta verso il gothic, accantonando quasi del tutto anche la componente sinfonica; a questo punto la domanda sorge spontanea: cosa ci porterà il futuro nel sound del gruppo emiliano? Ancora ulteriori sconvolgimenti, oppure si resterà come in questo “We all are shadows” nel gothic metal? Una cosa è certa: gli Sleeping Romance sanno sempre sorprendere! Speriamo solo lo facciano sempre in positivo….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2022
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I Risingfall nascono nel 2014 a Tokyo e, dopo una manciata di EP e singoli vari, rilasciano quest’anno il debut album, intitolato semplicemente “Rise or fall”, grazie alla tedesca Dying Victims Productions (label raramente dedita a certe sonorità), sia in formato digitale, che in CD e vinile, con anche un’edizione speciale con vinile blu e vari inserti. L’album è composto da otto tracce per soli 35 minuti circa di durata, con un piacevole artwork. Il disco è legato ad un evento tragico, dato che durante le registrazioni è deceduto il chitarrista Yoshiki alla cui memoria è dedicato il full-length; la band era sul punto di sciogliersi ma, per volontà della famiglia dello stesso Yoshiki che ha interpretato i desideri del suo caro compianto, l’attività dei Risingfall è andata avanti ed adesso è entrato in formazione al suo posto il nuovo chitarrista Oyatata. Ma veniamo alla musica, i Risingfall suonano un classicissimo Speed/Heavy Metal, come andava di moda nello scorso millennio; i giapponesi giungono, quindi, un attimo in ritardo sui trend in voga attualmente, ma mi sembra abbastanza evidente che di questi argomenti non se ne fregano assolutamente nulla, perché il loro desiderio è suonare la musica che amano, incuranti di cosa siano mode o trend del momento. Se quindi siete nostalgici delle sonorità del passato, sicuramente questo “Rise or fall” farà al caso vostro, dato che obiettivamente è ben suonato e vede le chitarre come strumento principale, con piacevoli parti soliste (“Arise in the ashes” su tutte); per il genere suonato pure la batteria ha un ruolo fondamentale, anche se il buon Yuki risulta un po’ penalizzato da una produzione sicuramente migliorabile (il rullante, ad esempio, non mi piace per nulla come suona!). Il basso, invece, recita in sottofondo e forse avrebbe potuto dare un apporto maggiore, con un po’ più di protagonismo. Canzoni come la velocissima conclusiva “Master of the Metal” o come l’altrettanto veloce opener “Kamikaze”, per arrivare all’autocelebrativa “Risingfall” o alla singolare “Rock fantasy”, sicuramente andranno incontro ai favori dei fans di questo particolare genere di Metal. Se, invece, non amate visceralmente l’old school, molto probabilmente fareste meglio ad indirizzare i vostri investimenti altrove. I Risingfall con questo “Rise or fall” fanno il loro debutto strappando sicuramente la sufficienza; per il futuro, però, molto probabilmente servirà qualcosa in più, quanto meno a livello di personalità, se non si vorrà rimanere confinati nell’underground.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Novembre, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Quando un disco è bello, rimane sempre tale! E questo si potrebbe tranquillamente affermare per “Call of the wild”, l’ultimo disco in studio dei Powerwolf, uscito l’estate scorsa e questa volta riproposto con numerosi ospiti alla voce, con una nuova edizione intitolata “Missa Cantorem II” dotata, come tradizione, di spettacolare copertina. In sostanza, si tratta né più né meno del precedente album ma, invece di Attila Dorn, questa volta a cantare sono undici ospiti diversi, undici cantanti più o meno conosciuti che reinterpretano a loro modo le varie tracce. Ecco quindi che si parte con “Faster than the flame”, cantata dall’ugola meravigliosa del Tribuno dei Warkings, alias Georg Neuhauser dei Serenity e Fallen Sanctuary, per un brano che sembra ritagliato sulle sue capacità! Segue “Beast of Gévaudan” con Roberto Dimitri Liapakis dei Mystic Prophecy e poi a ruota da “Dancing with the dead” interpretata dalla bionda Hannes Braun dei Kissin’ Dynamite. Il mitico Jonne Järvelä dei Korpiklaani si occupa ottimamente di “Varcolac”, mentre Nils Molin dei Dynazty regala una prestazione maiuscola in “Alive or undead”. Si arriva ad una delle mie canzoni preferite, quella quasi folkeggiante “Blood for blood (Faoladh)” con la meravigliosa Melissa Bonny che è sempre un piacere da ascoltare, oltre che da ammirare! “Glaubenskraft” è cantata da Michelle Darkness (alias Michael Huber), vocalist degli End of Green, gruppo doom tedesco a me sconosciuto (ammetto l'ignoranza, perdonatemi!) ma attivo da circa un trentennio. Il momento più atteso del disco arriva con la splendida “Call of the wild” in cui canta niente meno che sua maestà Hansi Kürsch…. E scorrono forti i brividi! Ecco poi uno dei più poliedrici musicisti svedesi, quel Tommy Johansson, voce di Majestica e Golden Resurrection (fra i tanti), nonché chitarrista dei Sabaton, che canta con la sua ugola acuta la ritmata “Sermon of swords”, rendendola più easy dell’originale. “Undress to confess” assume una veste molto particolare ed affascinante, grazie all’ugola gotica, bassa ed oscura, di Matteo vDiva Fabbiani, il cantante italo-svizzero degli sconosciuti Hell Boulevard. Si chiude con il botto con il mitico Sebastian ‘Seeb’ Levermann degli Orden Ogan che si occupa di “Reverent of rats”, marchiandola a fuoco con il suo stile inconfondibile. Se vi è piaciuto lo scorso anno “Call of the wild”, sicuramente anche questa nuova versione intitolata “Missa Cantorem II” andrà incontro alla vostra approvazione; medesimo discorso si potrà fare per i fans dei Powerwolf. Se, invece, siete un po’ più distaccati, forse qualche dubbio sulla convenienza di una simile operazione commerciale sarebbe lecito porselo... Ma se la musica è valida, cosa ce ne può fregare?

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