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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 2022
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Dopo 6 full-lengths e qualche EP, i Signum Regis decidono di rilasciare un live album, con questo “Made in Switzerland”, composto da 14 pezzi per oltre un’ora e un quarto di ottimo Power Metal, come consuetudine del gruppo slovacco, ben registrato (durante un concerto del 2021 a Wiedlisbach) e prodotto come si deve. La scaletta è purtroppo incentrata sull’ultimo album della band (“The seal of a new world” del 2019) con la metà dei pezzi, fortunatamente i migliori di quell’album fatto di luci ed ombre; molti sono anche estratti dall’EP “Through the storm” del 2015, probabilmente tra le migliori uscite del gruppo (con “Through the desert, through the storm”, “My guide in the night” e “Living well”); ci sono poi un trio di canzoni dal capolavoro del gruppo, l’album “Exodus” del 2013 (l’opener “The promised land”, “Enslaved” e la conclusiva “Wrath of Pharaoh”); trova anche spazio un pezzo dall’EP “Flag of hope” del 2020 (“Given up for lost”) che ancora non avevo avuto occasione di conoscere. Mi ha sorpreso la mancanza di tracce dai primi due album della carriera, ma soprattutto dall’altro ottimo lavoro della band, quel “Chapter IV: The reckoning” del 2015 che permise ai Signum Regis di consolidare una buona reputazione tra gli appassionati di queste sonorità (“Prophet of doom”, ad esempio, l’avrei vista molto bene in scaletta, magari al posto di qualcuna delle più recenti). La nota più positiva di questo live album è la prestazione del singer Jota Fortinho; non avevo apprezzato molto il cantante brasiliano (entrato in formazione nel 2019) sull’ultimo album da studio, ma questa volta mi ha sorpreso in positivo, con una prestazione squillante (ascoltatelo in “Wrath of Pharaoh”!) ed aggressiva a seconda delle necessità, dimostrando una buona poliedricità e versatilità. Per il resto, la band è composta da ottimi musicisti che suonano assieme ormai da oltre un decennio e l’affiatamento è evidente. Tirando le somme, “Made in Switzerland” è un buon live album, sicuramente migliorabile nella tracklist, ma in fin dei conti una buona testimonianza delle qualità indiscutibili dei Signum Regis. Adesso non resta che attendere un nuovo disco da studio, sperando sia migliore delle più recenti produzioni e magari all’altezza di un capolavoro come “Exodus”…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2022
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Avevo conosciuto i brasiliani Caravellus all’epoca del loro interessante “Knowledge machine”, uscito ben dodici anni fa e che avevo avuto modo di recensire sulle gloriose ed ormai estinte pagine di powermetal.it; avevo avuto modo di far notare come il loro sound fosse ricco di contaminazioni di ogni tipo ed anche questa volta, con il nuovo disco “Inter mundos” abbiamo un sound di questo genere. Il Prog/Power di base, infatti, viene contaminato da influenze di ogni genere, dal Pop anni ’80, all’elettronica, passando per ritmi tribali e popolari (in questo cercando di avvicinarsi ai loro connazionali Angra), Rock, musica sinfonica e chi più ne ha, più ne metta. Ecco, forse uno dei problemi di questo disco è proprio quello di essere “troppo” contaminato, troppo eterogeneo e senza un filo conduttore univoco, tanto da far perdere la bussola durante l’ascolto. Il problema principale però non è questo, ma la durata: quasi un’ora e un quarto, divisa in ben 14 tracce, alcune delle quali (come i diversi brevi intermezzi) spesso del tutto superflue - per non dire inutili -, con altre che invece risultano eccessive per via di una sorta di voglia di strafare con le parti soliste. Già, le parti soliste… spesso sono assimilabili a mere esibizioni di tecnica strumentale, finanche un po’ avulse dalla struttura del singolo brano, rischiando di risultare alquanto stucchevoli e poco accattivanti. Non tutti i pezzi sono quindi dello stesso livello qualitativo; se nella prima parte del disco troviamo i migliori, andando avanti con la tracklist qualcosa comincia a scricchiolare, anche per via della predetta eccessiva durata. Emblematica in tal senso “Memento mori”, un monolite di quasi 8 minuti che sarebbe stato anche accattivante se solo fosse durato la metà. Verso la fine poi le contaminazioni aumentano (ma il minutaggio non cala!) e la band è come se avesse perso la direzione da seguire per la voglia di strafare. Ecco forse sarebbe stato utile fare un disco di 8/9 tracce e tenerne qualcuna per un EP, ma si tratta di punti di vista personali che, in quanto tali, sono sempre opinabili. Della formazione che aveva registrato il precedente lavoro, resta solo il leader e mente della band Glauber Oliveira ed il fidato Daniel Felix che è passato dalla seconda chitarra a dedicarsi alle tastiere; gli altri sono tutti entrati nel gruppo di recente e ritengo di dover segnalare il singer Leandro Caçoilo, dotato di un’ugola decisamente poliedrica, espressiva, calda o aggressiva, a seconda delle necessità del singolo pezzo. Accanto a loro, si sono alternati anche numerosi ospiti, fra cui spiccano Felipe Andreoli (Angra), Hugo Mariutti (Shaman), John Macaluso e Derek Sherinian, che hanno militato in miriadi di bands internazionali. Tirando le somme “Inter mundos” non è un disco scadente, tutt’altro! Ma forse i Caravellus avrebbero dovuto limitarsi un pochino ed evitare di essere un po’ “troppo” da ogni punto di vista. Sufficienza sicuramente meritata, ma non oltre.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 2022
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A distanza di due anni dall’ottimo “Far flung realm” che mi aveva davvero convinto, tornano gli statunitensi Adamantis con un nuovo EP intitolato “The daemon’s strain”, dotato di piacevole artwork e dalla durata quasi quanto quella di un normale full-length, arrivando a sfiorare in soli quattro pezzi la mezz’ora. Quando mi sono messo all’ascolto, proprio per questo fatto ero un po’ timoroso, ma sono rimasto anche alquanto spiazzato, dato che mi sembrava di udire una band completamente differente da quella del debut album. Di quel piacevole Power Metal che avevo avuto modo di ascoltare con il precedente disco rimane solo il pezzo “Thundermark” (rifacimento della title-track del primo EP della band risalente al 2018) ed, in un certo qual modo, anche l’opener “Storm the walls” (fin troppo banale, per essere sinceri). La seconda traccia “Dark moon goddess” ricorda non poco il classico Heavy degli Iron Maiden, grazie anche al singer Jeff Stark che in alcuni passaggi si ispira palesemente a Bruce Dickinson. C’è poi la lunga suite conclusiva che dà il titolo al lavoro; un pezzo dalle diverse sfaccettature, troppo lento e lungo, che non decolla sostanzialmente mai (solo verso il nono minuto abbiamo delle buone parti soliste ed un po’ di ritmo); non bastano un flavour abbastanza epico e duetti del singer con un’ignota voce femminile ospite per catturare l’attenzione in maniera decisa. Ecco, forse il problema principale di questo disco è proprio la mancanza di una hit che colpisca immediatamente; i numerosi e ripetuti ascolti effettuati per questa recensione non sono mai riusciti a convincermi a pieno, né a farmi mai del tutto passare quell’amaro in bocca che veniva su ogni volta che facevo paragoni con il precedente ottimo LP. Mi dispiace per gli Adamantis, ma questo “The daemon’s strain” costituisce un grosso passo indietro rispetto al debut album; mi auguro che si tratti solo di un esperimento mal riuscito e che il gruppo americano si rifaccia nel prossimo full-length!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 2022
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Avevo conosciuto gli svedesi Evil Conspiracy in occasione del loro debut album recensito su queste stesse pagine da altro collega; avevo poi curato personalmente la recensione del secondo full-length, il discreto “Evil comes” uscito nel 2019; mi sono quindi approcciato con curiosità a questo nuovo “The demons mark”, terzo disco della carriera del gruppo scandinavo. Se il predecessore era dotato di una delle più brutte copertine di quell’anno, questa volta gli Evil Conspiracy hanno fatto di meglio, con un artwork che non è niente di eccezionale, ma almeno non è orribile come l’altro. L’album è composto da dieci tracce più una bonus track, per un totale di poco inferiore all’ora di durata. Il sound è rimasto pressoché invariato, con un Heavy/Thrash fortemente indirizzato verso quest’ultimo, tanto da ricordare ogni tanto gruppi come Flotsam and Jetsam et similia della scuola americana più melodica. Come per il precedente lavoro, quando il ritmo cala (a proposito, nessuna informazione su chi abbia suonato la batteria, sorry), anche questa volta l’ascolto diventa meno immediato e più pesante (soprattutto nella seconda parte del disco), a cui consegue inevitabilmente anche un certo calo del livello qualitativo. Nella prima metà, la band svedese sembra voler sparare le proprie cartucce migliori, a partire dall’accoppiata iniziale composta dalla title-track e da “Illuminate the darkness” (quasi horrorifica in alcuni suoi momenti); c’è poi la tosta “Heading for darkness” che per certi versi ricorda gli Iced Earth, fatti i dovuti paragoni tra la voce abrasiva del buon Fredrik Eriksson e quella del grande Matt Barlow. Non male anche la ritmata “The hunt” che apre la seconda metà del disco, in cui si segnala la sola “Epic empire”, mentre il resto non esalta più di tanto, compresa l’acustica bonus track che non sarebbe male come canzone (melodica ed orecchiabile), ma appare un po’ troppo avulsa dal contesto generale del sound della band. Il terzo album è una tappa importante per un gruppo, dovrebbe essere quello che consente l’affermazione o, quanto meno, una certa notorietà; questo “The demons mark”, purtroppo, non rappresenta il meglio della discografia degli Evil Conspiracy e, pur rimanendo un buon lavoro che merita sicuramente la sufficienza, dubito possa consentire loro di uscire dall’underground svedese.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 11 Giugno, 2022
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Scoprii i Kreator grazie ad un carissimo amico prematuramente scomparso, che mi fece ascoltare quando eravamo ragazzi il mitico “Pleasure to kill” che lui aveva acquistato per la meravigliosa copertina; caro Mattia, se ci fossi ancora, probabilmente avresti acquistato anche questo “Hate über alles” a scatola chiusa, solo e soltanto per la splendida copertina realizzata dal maestro Eliran Kantor. E l’avresti fatto ben sapendo cosa saresti poi andato ad ascoltare, dato che da tanti anni i Kreator sono garanzia di Thrash duro e di qualità. E non avresti sbagliato di certo! Già, perché devi sapere che questo quindicesimo album della band di Essen, uscito a ben cinque anni di distanza dal suo predecessore, è effettivamente come ci saremmo aspettati entrambi: una mattonata sulle gengive, un manifesto del Thrash dei Kreator, fedeli alla linea come pochi altri. Qualcuno potrebbe accusarli di immobilismo compositivo, ma possiamo ricordare loro che Mille Petrozza & C. hanno abbondantemente sperimentato (con alterne fortune) trent'anni fa, a fine millennio scorso, da “Renewal” in poi, per far definitivamente ritorno al loro marchio di fabbrica con “Violent revolution” ad inizio del nuovo millennio. Da allora non hanno più abbandonato la strada maestra ed anche questo “Hate über alles” prosegue su quel tracciato. Già la title-track (posta in apertura dopo l’intro dedicata al regista Sergio Corbucci) ne è la prova lampante, con il suo carico di groove risulta pesante come un macigno e più si pompa a dovere sul volume, tanto più ci si accorge di questa caratteristica. Ma di ottimi esempi di Thrash Metal made in Germany ne è pieno questo disco, da “Killer of Jesus” a “Strongest of the strong” (intelligentemente scelta per uno dei singoli, dato che probabilmente è il pezzo migliore del disco), arrivando all’infuocata accoppiata “Midnight sun”/“Demonic future”, fino alla lunga conclusiva “Dying planet” che suggella degnamente l’ennesimo ottimo lavoro di questo gruppo. Prima di concludere occorre segnalare che è il primo disco con il nuovo bassista, il francese Frédéric Leclercq, già noto per la sua militanza in gruppi storici come Loudblast ed Heavenly, tra i tanti; accanto agli storici Mille e Ventor, c’è poi da circa un ventennio il fido chitarrista finlandese Sami Yli-Sirniö (più vecchio di me di nemmeno una settimana!) che si divide egregiamente le parti soliste con il leader della band. Cosa aggiungere ancora? Se siete fans dei Kreator e di questo specifico genere musicale, sicuramente non tarderete a far vostro questo “Hate über alles”, dato che è un gran disco, ennesima conferma (come se ce ne fosse ancora bisogno!) che il gruppo tedesco è tra i migliori al mondo nel Thrash; se, invece, avete ancora qualche dubbio, sappiate solo che difficilmente ci sarà un disco Thrash migliore di questo nel 2022…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 05 Giugno, 2022
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Erano sette anni che attendevo il successore di quel meraviglioso disco che si intitolava “CloudRiders Part 2: Technowars” ed i francesi Kerion finalmente sono tornati a farsi vivi con questo “CloudRiders: Age of cyborgs”, disco composto da ben 14 tracce per quasi 54 minuti di durata, prosecuzione del consueto concept degli ultimi full-lengths della band. La band definisce la propria musica “Comics Metal” ed il riferimento ai fumetti lo troviamo anche nella copertina di Genzoman (fumettista che lavora, tra gli altri, per Marvel); in realtà è un Power sinfonico, con qualche accenno al Cinematic inventato da Luca Turilli e dai suoi Rhapsody e qualcosa di Electro che mi ha fatto venire in mente gli indimenticabili Synthphonia Suprema. I Kerion da sempre sono una delle pochissime bands nel panorama Power mondiale che si possono definire originali ed anche questa volta il loro sound è sicuramente molto particolare. Il problema principale è che, a causa del concept, ci sono una marea di parti parlate (soprattutto in chiusura dei vari brani) e brevi intermezzi; insomma un sacco di ammennicoli che saranno anche utili per il concept, ma non apportano assolutamente nulla all’ascolto. Saltando a piè pari tutte queste minuzie, il disco ha una durata più ragionevole (una decina di minuti in meno e solo nove canzoni) e si dimostra sicuramente interessante, grazie anche alla presenza di alcuni cantanti ospiti di livello eccelso, come la grande Elisa C. Martin che resta un’icona del Power Metal europeo e, in particolare, di quello spagnolo. Mi è piaciuta tantissimo “Cyborg hunt” che alterna momenti molto delicati e dolci, con sfuriate metalliche davvero toste. Anche “Nova prime” e “Red squad” non deludono e sono quasi un insieme unico, per quanto sono ricche di energia e piacevoli melodie. “Final race” non deluderà i fans del Power più canonico, mentre la lunga suite “Global annihilation” è per chi ama componimenti impegnativi e ricchi di numerose sfaccettature, convincendo comunque pienamente. Con qualche sforbiciata qua e là avremmo avuto un altro grandissimo disco a livello del suo predecessore; di fatto questo “CloudRiders: Age of cyborgs” è un gradino sotto al predecessore, ma resta il fatto che i Kerion si confermano come una band di assoluto spessore grazie ad un full-length comunque di ottima qualità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Giugno, 2022
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I Remains of Destruction arrivano dalla Finlandia, dove si sono formati nel 2019 per iniziativa del cantante Jesse Yrjölä che ha subito chiamato il suo amico e con lui anche nei Symphony of Shadows, il chitarrista Timo Pelkonen; poi, nel corso del tempo, sono arrivati anche gli altri musicisti, a partire da un altro amico dei due, il batterista Janne Ollikainen, per arrivare a fine maggio di quest’anno in cui la Inverse Records ha licenziato il debut album della band, intitolato “New dawn”, dotato di piacevole artwork e composto da nove tracce per nemmeno 38 minuti di durata totale. Il genere suonato dai Remains of Destruction è un Power Metal, nella tradizione della scuola scandinava, con le chitarre e le tastiere che si dividono il ruolo di protagoniste nel sound e la batteria che impone spesso e volentieri ritmi frizzanti e veloci; mi sarei aspettato qualcosa in più dal basso, che svolge il suo compito di accompagnamento in sottofondo, ma nella tradizione scandinava questo strumento non ha mai ruoli di primissimo piano, quindi bisogna fare di necessità virtù. C’è poi la voce del leader Jesse Yrjölä che, per essere sinceri, è il vero tallone d’Achille del gruppo. Se le musiche convincono e coinvolgono, la prestazione canora del vocalist no: Yrjölä mette in mostra un’estensione vocale non estremamente ampia, non molta espressività e tonalità che, a lungo andare, tendono ad essere non proprio affascinanti (soprattutto quando cerca di incattivire la sua prestazione). Ho provato ad immaginare come poteva essere con una voce migliore (tipo un Jarkko Ahola o un Hannu Karppinen, tanto per rimanere in Finlandia…) e credo che il risultato sarebbe stato molto più lusinghiero e convincente. Mi dispiace, ma ripetuti ascolti a questo disco non sono riusciti a farmi apprezzare il singer; è evidente che i Remains of Destruction abbiano passione e qualità, ma non riesco ad accordare a questo “New dawn” più di una sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Mag, 2022
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Gli Echelon arrivano da Corfù in Grecia e si sono formati nel lontano 2003, per poi fermare ogni attività nel 2006; dopo la prematura scomparsa del loro bassista a soli 31 anni nel 2015, la band ha deciso di riprendere l’attività e, dopo un EP nel 2018, arriva al debut album con questo ottimo “Secret power”, rilasciato dalla Sleaszy Rider Records ad inizio maggio. Prendete un po’ degli Iron Maiden più recenti (soprattutto per le atmosfere che sanno creare, come nella spettacolare “Unfair” o nella conclusiva “Wolf in me”), aggiungeteci del buon Power Metal ed infine metteteci due voci, una maschile ed una femminile, ed avrete il sound degli Echelon. L’album è composto da nove tracce per una durata totale di poco inferiore ai 3/4 d’ora ed ha un piacevole artwork, ispirato dalle opere del maestro Felipe Machado Franco, ma realizzato magistralmente da Nano At I Design; ottima poi la produzione (come d’obbligo per questo genere) che permette di assaporare i vari strumenti. Protagoniste del sound sono le due chitarre di Garnelis ed Armatas, con la batteria dell’ottimo Lampiris ad imporre ritmi spesso frizzanti e ricchi d’energia; il basso poi ricama in sottofondo (si sente un po’ la mancanza di un vero e proprio bassista, dato che a suonarlo sono i due chitarristi a turno). Un gradino sotto l’eccezionale sono le voci; mentre quella di Irene Agathou è alquanto ordinaria e tutto sommato non dispiace, mi sarei aspettato di meglio dalla voce maschile; George Katsouris è un discreto vocalist, ma nulla di eccezionale e risulta migliorabile sia in espressività, che in estensione vocale. Probabilmente con un cantante più dotato, il risultato sarebbe stato ancora migliore. Ciò nonostante, i ripetuti ascolti dati a questo disco sono stati sempre più che piacevoli, arrivando a convincere decisamente sulla qualità delle musiche e delle melodie (sicuramente orecchiabili ed accattivanti). “Secret power” costituisce un ottimo debut album e sono certo che gli Echelon, soprattutto con qualche accorgimento in più, saranno in grado di regalarci ancora dell’Heavy Metal di ottima qualità in futuro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2022
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I Circle of Silence arrivano dal Baden-Württemberg tedesco e sono attivi da quasi vent'anni; non sono mai stati una band prolifica, infatti, con questo “Walk through hell” tagliano il traguardo solamente del quarto full-length. Non sono mai stati prolifici, ma intanto ci piazzano un album composto da undici tracce per circa 50 minuti di durata, a cui si aggiungono altre due tracce nella versione in digipack (che non saranno presenti sul vinile), che porta il totale a quasi un’ora di musica. Pur essendo il Power Metal suonato dai tedeschi indubbiamente godibile da ascoltare, forse tredici pezzi sono un po’ tanti e magari la band avrebbe fatto meglio a tenerne fuori tre o quattro da riservare ad un EP, da far uscire nel prossimo anno, tanto per evitare di tirar fuori un disco ogni 4-5 anni (l’ultimo, infatti, risaliva al 2018). A questa maniera l’ascolto sarebbe stato più semplice ed il gruppo avrebbe del materiale in più per farsi sentire tra un LP e l’altro. Oltretutto, questo disco soffre un po’ la mancanza di una hit di quelle che ti facciano saltare dalla sedia e ti colpiscano immediatamente ed ecco che una durata così elevata non facilita, ma al contrario rischia di appesantire l’ascolto. La voglia di strafare, insomma, non è mai una buona amica. Tenendo da parte queste considerazioni, devo dire che il Power Metal dei Circle of Silence si fa ascoltare come sempre in maniera gradevole. La voce ruvida di Nick Keim si sposa perfettamente con il sound della band, in cui le due chitarre di Christian Sommerfeld e Tobias Pfahl recitano da protagoniste, con ottime parti soliste, ben sorrette dal basso di Björn Boehm (forse un po’ troppo relegato in sottofondo con compito di mero accompagnamento); la batteria di Peter Suppinger, infine, impone spesso un ritmo bello frizzante che regala energia nell’ascolto. Anche nelle parti più cadenzate e pesanti (“I want more” o "God is a machine", ne sono esempi), i Circle of Silence non dispiacciono, grazie anche ad un songwriting che non è mai eccessivo o prolisso. Certamente questo “Walk through hell” non è un disco che passerà alla storia dell’Heavy Metal e non permetterà ai Circle of Silence di salire ai livelli delle storiche Power Metal bands tedesche, però è sicuramente un buon disco che si farà ascoltare piacevolmente dai fans di questo genere musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Gli Steelbourne sono una band nata nel 2020, durante il lockdown dovuto alla pandemia da covid-19, tra musicisti residenti in diverse città della Danimarca. Inizialmente doveva essere semplicemente un progetto da studio e non un gruppo vero e proprio, ma poi pian piano tutto ha avuto un’evoluzione culminando con la realizzazione del debut album, intitolato “A tale as old as time”, uscito inizialmente come autoproduzione il 28 aprile 2021, per poi essere licenziato ufficialmente dalla nostra WormHoleDeath il 29 aprile 2022. Ma cosa suonano gli Steelbourne? La musica del gruppo danese è un piacevolissimo Power Metal, con una notevole attenzione per le melodie, suonato molto bene e cantato altrettanto egregiamente; naturalmente la produzione in un genere come questo è fondamentale e, anche da questo punto di vista, possiamo affermare che tutto è stato fatto come si deve. Tanto per dare un’idea, prendete un po’ del Power italiano più duro (White Skull su tutti, ma anche Drakkar e Sound Storm), metteteci qualche lontano tocco della scuola scandinava di gente come Insania o Dreamtale, ma anche qualcosa dello stile dei tedeschi Rage ed avrete il sound degli Steelbourne. E’ stato davvero un piacere ascoltare e riascoltare questo disco, perché non ho trovato nulla di livello qualitativo inferiore all’ottimale, nonostante la presenza di diversi pezzi dal minutaggio importante; canzoni come l’opener “By the way of the serpent”, ma anche come la rocciosa “Defiler” (la più vicina ai White Skull) o la dolce “King of Kings”, fino alla conclusiva “Inferno” sono fulgidi esempi della qualità di questo disco. A voler trovare il pelo nell’uovo, personalmente avrei accorciato la lunga parte iniziale di “Requiem for those about to die”, ma si tratta solo di punti di vista che, in quanto tali, sono ampiamenti opinabili. Ciò che invece è un dato di fatto incontestabile è la qualità di questo “A tale as old as time”, debut album con cui gli Steelbourne si segnalano come una band da tenere assolutamente d’occhio!

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