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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Mag, 2021
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Gli Helltern sono una band brasiliana formatasi nel 2019 che è arrivata a fine marzo 2021 ad autoprodursi il proprio debut album, intitolato “A world without mercy”. Il full-lenght è composto da 8 tracce, per un totale di poco superiore ai 32 minuti di un heavy metal dai forti richiami power e qualche digressione nel thrash (“Bloody beauty”), ricco di energia e ritmo, nonché indubbiamente piacevole da ascoltare, grazie anche a parti soliste interessanti. Il songwriting si dimostra subito conciso ed efficace e, pur non facendo gridare al miracolo per originalità, permette di ascoltare gradevolmente questo disco; a ciò contribuisce anche una buona registrazione, sicuramente non una cosa comune a tante autoproduzioni che arrivano dal Sud America. Allora perché questo disco non va oltre una misera sufficienza? E’ tutto spiegato nel ruolo di uno dei due leader: Maurício Heibel farebbe bene a concentrarsi solamente sulla sua chitarra (che sembra saper suonare anche molto bene), mentre dovrebbe lasciare il ruolo di cantante a qualcuno che abbia un’ugola migliore della sua! Mi rendo conto che non tutti possono essere come il mai troppo compianto André Matos, ma la voce di Heibel è davvero troppo sporca e monocorde per poter valorizzare degnamente la musica di un gruppo heavy metal come il suo, finendo per essere alcune volte finanche fastidiosa da ascoltare. Una musica del genere avrebbe bisogno di un cantante con una voce squillante e potente, caratteristiche che purtroppo questo singer non possiede perché la natura non è stata così generosa con lui. Ripeto, tolta la parte canora, la musica degli Helltern è davvero piacevole da ascoltare, specie se non si va a cercare modernismi vari o innovazione, ma si ama quel buon vecchio heavy metal che sa di giubbotti di pelle e borchie, birra ed allegria. Un ultimo particolare: nella presentazione si associa il sound degli Helltern in maniera alquanto fantasiosa, fra gli altri, a quello di Paradise Lost, Death, Dio e Kiss… mi chiedo cosa abbia ascoltato questa gente, dato che in questo disco non c’è assolutamente nulla di paragonabile a nomi del genere! Alle volte, il silenzio è la miglior soluzione, invece di dar dimostrazione di incapacità o di fantasie estreme! Aspetto gli Helltern al prossimo disco, magari con un nuovo cantante, certo che potranno far ancora meglio di questo “A world without mercy”.

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2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Mag, 2021
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I Fortunato sono la band personale del musicista francese Markus Fortunato; con questo “Insurgency” arrivano al traguardo del terzo album, dopo due full-lenghts realizzati rispettivamente nel 2012 e 2015. Non avevo mai sentito parlare di questo gruppo transalpino, quindi mi sono messo all’ascolto di questi 11 pezzi (per oltre 55 minuti di durata) con curiosità. Una registrazione non eccezionale non aiuta l’ascolto, penalizzando soprattutto la batteria; anche il songwriting è un po’ prolisso e forse sarebbe stato meglio tagliare 2-3 pezzi in modo da mantenere il disco su una durata minore tra i 40 ed i 45 minuti. Si tratta comunque di dettagli, ciò che impedisce realmente a questo disco di raggiungere la sufficienza è la voce del leader, troppo sporca e troppo poco espressiva. In un genere come il power, specie se di matrice neoclassica, serve una voce potente e squillante, doti purtroppo negate dalla natura all’ugola del pur volenteroso Markus che indubbiamente farebbe bene a concentrarsi sul suo basso (si sente la padronanza tecnica dello strumento!) e cercare un cantante adatto allo stile musicale del suo gruppo. Cambiando discorso, la musica dei Fortunato è un discreto power metal, con la chitarra di Seb Vallée quale protagonista, che regala piacevoli parti soliste. Nulla di particolarmente originale o che non abbiano suonato in molti prima di questi francesi ma, tutto sommato, nulla di così sgradevole; gli ascolti, anzi, sono sempre stati non particolarmente impegnativi e qualche traccia interessante nella tracklist la si può anche trovare. Certo, con un cantante migliore, il tutto sarebbe stato differente e dispiace constatare che, nonostante l’evidente passione verso queste sonorità, “Insurgency” non è in grado di strappare la sufficienza e rischia di rimanere un prodotto destinato solo ai fans della band e non in grado di emergere dall’underground.

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4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Mag, 2021
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Da vecchio fan dei Rosae Crucis, ero impaziente di ascoltare la nuova band del batterista Piero Arioni; ecco quindi che, quando questo “Anno Mille”, debut album dei Sommo Inquisitore, è arrivato alla nostra webzine, non potevo esimermi dal mettermi all’ascolto. Con testi in italiano e latino, ci si tuffa in un epic metal di grande qualità, degno appunto di gruppi come i già citati Rosae Crucis, ma anche con richiami ad Holy Martyr & C., nonché più lontanamente all’horror metal di Deathless Legacy e dei maestri Goblin. I testi sono a dir poco fondamentali nell’economia del disco, con basi storiche che ci mostrano quanto la religione possa essere, oltre che oppio dei popoli, anche estremamente pericolosa nei suoi estremismi, a prescindere dal tipo di divinità osannata. Il Sommo Inquisitore ritengo sia ispirato alla figura del famoso Tomás de Torquemada (cui è anche dedicata la terza traccia dell’album), priore domenicano della Santa Cruz di Segovia in Spagna, primo grande inquisitore del Tribunale dell’Inquisizione spagnola, personaggio famoso per la sua crudeltà e spietatezza. La musica qui non dico faccia da contorno ai testi, ma quasi; si tratta di un epic metal molto potente e ritmato, grazie al grande lavoro dietro le pelli del mitico Piero Arioni; ci sono anche alcune parti soliste di gusto da parte del chitarrista Andrea Mattei (che si occupa anche di basso e tastiere), ma su tutti spicca il Sommo Inquisitore, con la sua voce possente e quasi mistica, che ricorda un certo Giuseppe “Ciape” Cialone (5 minuti di vergogna per chi non conosce questo pilastro del metal italiano!). Ritmi serrati ci accolgono sulla title-track “Anno Mille” da sparare a tutto volume e, fino all’ultima traccia “Tortura”, per un totale di poco sopra ai 41 minuti, c’è solo da assaporare la musica di questo gruppo, calandosi nella sua filosofia e nella sua solennità. “Anno Mille” è l’ottimo debutto dei Sommo Inquisitore, un Must per ogni appassionato di epic metal. Bentornati al Medioevo!

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3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Mag, 2021
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E’ raro recensire una heavy metal band indiana, mi sono quindi approcciato a questi Against Evil, provenienti appunto dalla città di Visakhapatnam in India, con interesse, avendo anche recensito il loro precedente album uscito nel 2018. Il gruppo è attivo dal 2014 e questo “End of the line” è il loro terzo lavoro da studio (contando anche un EP uscito nel 2015, a me sconosciuto); possiamo ascoltare un robusto heavy metal, fortemente influenzato dalla NWOBHM (Irons e Judas in primis), a cui si aggiungono innesti di power metal, di quello più veloce della scuola nord-europea. Poco più di 37 minuti, divisi in 9 brani (l’ultimo dei quali è una versione ri-registrata di un loro vecchio brano), in cui sostanzialmente gli Against Evil non fanno altro che confermare quanto di positivo avevano già messo in mostra nel precedente disco: passione ed energia, unite ad un amore per le sonorità del buon vecchio heavy metal. Siete maniaci dell’originalità? Sappiate che questo non è un disco che fa per voi, perché qui non c’è spazio per innovazione o modernismi vari, qui si bada al sodo e si suona solo e soltanto la musica che da sempre ha fatto breccia nei cuori di noi vecchi metalheads, fottendosene altamente di mode o ricerca di novità di alcun genere. C’è da dire che l’approccio canoro di Siri e Sravan (i due cantanti) è migliorato rispetto al passato, anche se obiettivamente non saranno mai all’altezza di un Bruce Dickinson qualunque o dei mostri sacri del genere; ciò nonostante le linee vocali non dispiacciono e sono anche espressive e confacenti ai vari momenti dei componimenti. Il songwriting è efficace e mai prolisso, con tutti i pezzi che, pur mantenendo strutture abbastanza canoniche (strofa, bridge, coro, assoli), si lasciano ascoltare molto gradevolmente. Ecco, quando ascolto dischi del genere mi viene da porre sempre una domanda: quale può essere il fine di un album heavy metal? Se la risposta che vi date (come quella che continuo a darmi anche io) è regalare energia ed adrenalina e far passare del tempo in maniera piacevole, ecco che sicuramente questo “End of the line” degli indiani Against Evil, pur nella consapevolezza che non ci troviamo davanti ad un disco in grado di entrare nella storia, è sicuramente adatto a rispondere a questa domanda!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2021
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Credo che chiunque mastichi un po’ di thrash conosca i danesi Artillery, una delle band storiche del thrash europeo, attiva ormai da quasi 40 anni e con alle spalle una lunga serie di full-lengths, tra cui questo “X” che, come appunto suggerito dal titolo, è il decimo. Si tratta del primo disco dopo la prematura scomparsa nel 2019 del chitarrista Morten Stützer, al posto del quale è entrato Kræn Meier che ha militato e milita in tante bands, tra cui Hell’s Domain e Sacrificial tra le altre. Chi temeva che questo cambiamento potesse incidere in maniera importante sul songwriting della band può stare tranquillo, basta ascoltare già le prime due canzoni della tracklist “The devil’s symphony” ed “In thrash we trust” per ritrovare quell’inconfondibile stile chitarristico orientaleggiante, da sempre vero e proprio trademark degli Artillery. “X” è composto da undici tracce (personalmente avrei trovato più giusto metterne solo 10, per coerenza con il titolo), per un totale di poco superiore ai 45 minuti di ottimo thrash metal; almeno nella prima parte della scaletta. La seconda parte, infatti, dalla ballad “The ghost of me” in poi (fatta eccezione per la sola “Force of indifference”), tende ad “ammorbidirsi” leggermente, finendo vicini a territori heavy che non dispiacciono assolutamente, anche per la voce del grande Michael Bastholm Dahl, decisamente adatta a certe sonorità più melodiche (del resto canta anche nei Ripe, heavy metal band danese). Da sempre, però, una delle peculiarità degli Artillery è stata quella di avere cantanti differenti dai soliti cliché aggressivi del thrash, preferendo un approccio più moderato e melodico; come dimenticare, ad esempio, il mitico Søren Nico Adamsen che è stato in formazione prima di Michael Bastholm Dahl? Con vocalist di simili capacità, è normale che l’attenzione alle melodie sia maggiore e l’attitudine sia meno aggressiva e violenta. Mi rendo conto che questa particolarità possa non far piacere a tutti, quanto meno ai thrashers più “arrabbiati”, ma gli Artillery sono questo, prendere o lasciare. Per quanto mi riguarda, “prendo” senza alcuna esitazione; “X” infatti, a mio parere, è uno dei migliori album degli Artillery, certo non al livello dell’inarrivabile “By inheritance”, ma sicuramente in grado di competere senza alcun timore con tutte le più recenti produzioni in campo thrash!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Mag, 2021
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Avevo sentito parlare degli Steelpreacher, pur non avendo mai approfondito la conoscenza di questa band attiva da oltre 20 anni nell’underground tedesco. Quale migliore occasione quindi di recensire il loro sesto album “Back from hell”, uscito ancora una volta sotto l’egida della ACFM Records, composto da 10 tracce per un totale di poco superiore ai 40 minuti e dotato di un artwork splendido, realizzato dall’artista Timo Wuerz. Seguendo la scia tracciata dai loro connazionali Tankard, gli Steelpreacher connotano i loro testi di richiami alla birra, particolare che sicuramente farà sorridere tanti metallari. Il sound è un continuo oscillare tra l’heavy metal di scuola teutonica di gente come Accept & C., con l’hard rock di scuola americana (Bon Jovi e Kiss su tutti) e soprattutto porta a memoria la lezione impartita da Lemmy con i suoi Motörhead. Già l’iniziale “Here for the beer” mi ricorda terribilmente qualcosa del passato, senza riuscire ad individuare con precisione cosa; poi si passa a richiamare “Bad medicine” di Bon Jovi (“Beer meat ́n metal”), i Motörhead e le Cycle sluts from hell (indimenticabili amichette di Lemmy che per prime tirarono fuori questo titolo) con “Wish you were beer” che scimmiotta il titolo dell’indimenticabile “Wish you were here” dei Pink Floyd, fino ad arrivare ai Kiss (“Rock for your life”). Ma è tutto l’album che è un continuo richiamare alla mente qualcosa di già sentito, come una sorta di tributo a chi ha reso grande l’hard’n’heavy nello scorso secolo. Si potrebbero fare mille discorsi su originalità e personalità, ma non credo che questo interesserebbe minimamente agli Steelpreacher; penso infatti che a loro interessi solo suonare la musica che amano e, di conseguenza, vanno rispettati anche solo per la passione che ci mettono. E’ comunque indubbio che “Back from hell” non sarà mai un disco memorabile o che passerà alla storia dell’heavy metal; ciò nonostante si lascia ascoltare gradevolmente e quindi merita sicuramente la sufficienza. Album destinato ai fans della band ed, in genere, ai più oltranzisti e conservatori del metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Mag, 2021
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Da San Diego in California arrivano i Nightshadow, gruppo formatosi nel 2012, ma arrivato solo quest’anno ad autoprodursi il proprio debut album, intitolato “Strike them dead” e presentato da un meraviglioso artwork del maestro Felipe Machado Franco. L’album è composto da 10 tracce per un totale di circa 56 minuti di ottimo power metal; prendete lo stile indimenticabile dei vecchi Irons, mettetegli un po’ di metal neoclassico ed aggiungete la velocità dei Dragonforce per arrivare al sound dei Nightshadow. Il tutto è connotato dal drumming potente e veloce dell’ottimo Sean Woodman, impressionante soprattutto per la velocità con cui usa il suo strumento; forse potrebbe migliorare ancora in quanto a fantasia e poliedricità, dato che alcuni fills sono un po’ ripetitivi, ma siamo già su livelli non comuni. Molto importanti anche le due chitarre della coppia Nick Harrington/Danny Fang che ricamano parti soliste di gran gusto (spesso di chiara ispirazione maideniana, ma anche con richiami al neoclassicismo di virtuosi vari), mentre il basso è leggermente in secondo piano, forse per via anche dell’autoproduzione. Faticherò sempre ad abituarmi al fatto che una band delle qualità dei Nightshadow non abbia un contratto e sia costretta a metter mano al portafogli per produrre la propria musica, la miopia del music business è sempre più forte, dato che continua a sommergerci quotidianamente di immondizie musicali ed ignora gemme come questo disco. Tornando alla musica ed evitando inutili discorsi filosofici, resta da parlare del cantante Brian Dell, singer versatile, in grado di essere espressivo, pulito o aggressivo a seconda delle necessità del pezzo; non sarà un Ralph Scheepers, ma se la cava in maniera egregia. Le 10 tracce sono tutte godibili e decisamente gradevoli da ascoltare e riascoltare, tanto che sarei in netta difficoltà se dovessi indicarvi quelle che spiccano sulle altre, dato che è la compattezza una delle armi vincenti di questo disco; non troviamo infatti filler o canzoni di livello qualitativo inferiore alla media. Tanto per venire ai gusti personali, indico tra le mie preferite le ritmatissime “Ripper” e “Storm bringer” (classiche cavalcate power), o la tellurica title-track, per arrivare alla conclusiva “Mistress of the pit” ma, come detto, si tratta solo di segnalazione dovuta ai miei personalissimi gusti musicali. Raramente mi sono imbattuto in debut album di siffatta qualità e sono pronto a scommettere che sentiremo ancora parlare dei Nightshadow, dato che hanno tutte le carte in regola per farsi conoscere a livello internazionale e questo ottimo “ Strike them dead” ne è la dimostrazione!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Mag, 2021
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Gli Immortal Sÿnn arrivano da Denver in Colorado e sono attivi dal lontano 2004; solo nel 2017 arrivano però ad autoprodursi il loro debut album (già recensito su queste stesse pagine) e, dopo un bel po’ di singoli, ecco che si riaffacciano al mondo con questo secondo full-length, intitolato “Force of habit”, composto da 10 tracce per un totale di circa 40 minuti di thrash metal fortemente influenzato dalla scena newyorkese degli anni ’80 (chi ha detto Anthrax?). Trattandosi di autoproduzione dobbiamo accontentarci, anche se obiettivamente si poteva migliorare sia il suono della batteria (il rullante grida vendetta!) che, in genere, i volumi degli strumenti che sono troppo in secondo piano rispetto alla voce del singer (e tastierista) Duel Shape, dotato di ugola acuta che non sinceramente non mi fa impazzire (ma sempre meglio del suo predecessore!). Come detto, il sound è fortemente influenzato dal thrash della costa est degli Stati Uniti, compreso qualche passaggio quasi rappato che poteva anche essere evitato, ma ha anche qualche richiamo al buon vecchio heavy metal di scuola europea (particolare che si ritrovava in maniera molto più marcata anche nel primo full-length). Il disco parte bene con “Anamnesis”, melodica e con il giusto groove sulle chitarre dall’andamento quasi mosheggiante. Proprio le due chitarre di Tony Z e Brad Wagner sono le protagoniste nel sound, con un muro di riff non indifferente e piacevoli parti soliste. L’ascolto prosegue con “Fight the Prince”, la cui parte centrale strumentale è decisamente piacevole; con “F.U.D.C.” iniziano quelle contaminazioni rappeggianti che sinceramente non ho mai apprezzato, nemmeno quando erano gli Anthrax a farle oltre 30 anni fa. Tra alti e bassi si arriva alla fine, senza sussulti particolari, dato che forse mancano vere e proprie hits che varrebbero da sole l’acquisto del disco e potrebbero far emergere la band dalla marea di gruppi simili che affollano la scena thrash odierna. Ecco, il problema principale di questo “Force of habit” è che non ha nulla che rimanga impresso in positivo, nulla che non abbiano già realizzato altri in passato. Gli Immortal Sÿnn hanno finalmente deciso di essere più thrash che heavy, è indubbio che ci mettano tanta passione nella loro musica, ma ciò non basta per farli notare nell’underground e per il futuro servirà fare qualcosa di più, iniziando ad evitare contaminazioni con il rap! Sufficienza di stima.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Mag, 2021
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Dopo aver pubblicato nel corso del 2020 i tre EP intitolati rispettivamente “Tales”, “Sagas” e “Legends”, tornano i londinesi Grimgotts con un full-lenghts intitolato “Tales, sagas & legends” che appunto riunisce i tre EP che, per l’occasione, sono stati rimasterizzati ed aggiunge tre nuovi pezzi, posti in fondo alla tracklist. Mentre gli EP erano tutti autoprodotti e, se non erro, editi solo in versione digitale, questa volta l’album esce sotto l’egida della Stormspell Records (da sempre una garanzia!) e verrà stampato anche su cd. Per i primi 12 pezzi della tracklist, vi rimando alle recensioni dei tre EP che potete trovare nella sezione dedicata alle autoproduzioni del nostro sito; in questa recensione parleremo dunque solo dei tre inediti. “Fight against the world” è un pezzo semplicemente trascinante, una vera e propria cavalcata power che non può non far breccia nei cuori dei fans di questo genere musicale, visto che ha tutto ciò che viene richiesto in questo tipo di musica: melodie orecchiabili e ruffiane, ottime parti soliste, ritmo frizzante e voce squillante. La seguente “Grimgotts calling” è la classica canzone da pirate metal, con fisarmonica in evidenza e ritmi cadenzati, ottima per bere una birra ghiacciata e fare baraonda in compagnia! Si termina con “Lost chapters”, sorta di outro, come una specie di canzone di chiusura di uno spettacolo teatrale e che, tutto sommato, non dispiace. Detta sinceramente, viste le premesse dei tre EP, aspettavo con trepidazione questo full-lenght, perché mi dispiaceva davvero tanto non avere il cd nella mia collezione, soprattutto in considerazione del notevole valore qualitativo di quanto ascoltato nel corso del 2020. Le canzoni inedite non hanno fatto altro che confermare la qualità elevata della proposta musicale dei Grimgotts, attestando questo “Tales, sagas & legends” come un disco imperdibile per ogni fan del power metal!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Mag, 2021
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Un po’ di chitarra acustica rubata ai Led Zeppelin ed una delle copertine più brutte viste di recente ci introducono a “The bloodening”, secondo album dei metallers finlandesi Bloody Hell. Quasi un’ora per 12 pezzi di heavy metal che vuole avere un tocco di modernità nel cantato che però non riesce ad essere né particolarmente aggressivo, né melodico finendo per deludere, soprattutto quando si cerca di sciabordare nello screaming da thrasher; ridicoli poi sono quei versi che vorrebbero far pensare ad uno che vomita (“Hangover rider”) e che invece falliscono nel loro intento risultando solo fastidiosi. Dispiace dire tutto ciò soprattutto alla luce della più che valida performance musicale; se, infatti, i Bloody Hell avessero avuto un cantante serio e capace avrebbero regalato a noi vecchi metallari un disco davvero piacevole! Marko Skou, dunque, farebbe meglio a concentrarsi sul suo basso dato che lo sa suonare davvero bene, lasciando il microfono ad un vocalist più espressivo (che non urli dall’inizio alla fine!) e dotato di ugola più calda ed acuta. Il songwriting è di buona qualità, anche se forse 12 tracce sono un po’ troppe ed avrei tenuto un terzetto da pubblicare in un EP magari un po’ più avanti; canzoni valide ce ne sono diverse, a partire dalla splendida “Smoking” che è di gran lunga il pezzo migliore, passando per l’ottima “Long road to hell” e le ritmate “Burn witch burn” e “Midnight man”. Purtroppo c’è anche qualcuna con qualche marcia in meno; “Face in hell” e “What the hell” (insomma “hell” ovunque!) non colpiscono particolarmente e risultano un po’ fiacche e ripetitive. Strumento protagonista del sound dei Bloody Hell sono le due chitarre della coppia di axemen Jaakko Halttunen ed Esa Orjatsalo, sostenute alla grande dal basso del già citato Marco Skou. Un po’ più di protagonismo mi sarei atteso dalla batteria di Atte Marttinen (come nell’attacco della già citata “Burn witch burn”), ma si tratta puramente di gusti personali, dato che il musicista comunque il suo compitino lo svolge egregiamente. Tirando le somme, è evidente che i Bloody Hell suonano per passione (e lo fanno da oltre 20 anni), il loro amore per l’heavy metal è palese ma purtroppo questo “The bloodening” per quanto detto finora non è in grado di andare oltre la sufficienza.

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