A+ A A-

Opinione scritta da Ninni Cangiano

1558 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 156 »
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Il 2020 è stato un anno orribile per i Cynic, a gennaio la morte dello storico batterista Sean Reinert per problemi cardiaci e poi a dicembre il suicidio del bassista Sean Malone; il solo Paul Masvidal nel 2021 si è quindi trovato a portare avanti la band assieme al batterista Matt Lynch (già entrato in formazione quando Reinert nel 2017 decise di lasciare) e reclutando per le registrazioni il bassista Dave Mackay. Con questa formazione è venuto fuori questo “Ascension codes”, disco a dir poco complesso, composto da ben diciotto tracce, fra cui numerose brevi strumentali, per poco meno di 50 minuti di durata. Come i Cynic ci hanno abituato ultimamente, la componente prettamente Metal è decisamente in secondo piano, mentre preponderanti sono le sperimentazioni e le contaminazioni di musica Jazz Fusion, Avant-Garde, Prog Rock, New Age, Elettronica e chi più ne ha, più ne metta! Per apprezzare un disco del genere bisogna essere del giusto spirito e della giusta predisposizione mentale: il pericolo di rimanere spiazzati o di annoiarsi presto è infatti estremamente presente; se non si è abituati a queste sonorità così distopiche, lisergiche ed alienanti si può reagire dopo pochi istanti stoppando l’ascolto per lo shock. E’ inutile cercare paragoni, i Cynic sono unici e quasi totalmente inimitabili (qualcuno ci ha provato nel corso degli anni, ma con scarsa fortuna); il loro è un viaggio attraverso le sensazioni e le emozioni, un viaggio che ha dell’allucinogeno ed è sicuramente straniante ed alieno. Non è possibile parlare delle singole tracce, perché questo disco è un tutt’uno, un unico trip mentale diviso in 18 differenti momenti e non è da tutti riuscire ad assimilarlo, comprenderlo e poi apprezzarlo. Se parliamo della nuda e cruda tecnica, si sa che per suonare a questa maniera bisogna avere una padronanza del proprio strumento mostruosa, molto, ma molto superiore alla media dei normali esseri umani e naturalmente in questo disco se ne fa sfoggio a ripetizione, ma non per puro esibizionismo, ma perché la tecnica stessa è asservita all’insieme creato dalla mente di quel fenomenale artista che è Masvidal. Persino lo splendido artwork è una raffigurazione pittorica dei trip mentali che questa musica può indurre. “Ascension codes” potrebbe essere il canto del cigno dei Cynic; non è noto infatti se questa band, dopo un 2020 così terribile, continuerà il proprio viaggio ed indubbiamente questa potrebbe essere l’ultima occasione in cui poter apprezzare l’immenso talento di questi musicisti.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Dopo l’EP “I’ll be your hero”, uscito in estate, ero impaziente di ascoltare il nuovo album dei Rhapsody of Fire, intitolato “Glory for salvation”! Il full-length è composto da tredici tracce per quasi 66 minuti di durata, presenta un artwork davvero bello realizzato dagli artisti Alexandre Charleux e Paul Thureau e, come d’obbligo in questo specifico settore musicale, ha una produzione cristallina realizzata dallo stesso leader Alex Staropoli. Tredici tracce dicevamo, di cui una presentata in triplice versione con testi in tre diversi linguaggi: in inglese (“Magic signs”), italiano (“Un’ode per l’eroe”) e spagnolo (“La esencia de un rey”), oltre ad un breve intermezzo strumentale (“Eternal snow”); le canzoni vere e proprie sono quindi dieci. Si parte con un trittico semplicemente strepitoso, all’altezza dei fasti del passato della band, con “Son of vengeance”, “The kingdom of ice” e la title-track “Glory for salvation”; un’interessante parentesi folkeggiante si palesa con “Terial the hawk”, per poi tornare su lidi più classicamente “Rhapsodyani” con la velocissima “Maid of the secret sand”, in cui il nuovo batterista Paolo Marchesich si mette piacevolmente in mostra. Gli oltre 10 minuti della complessa suite “Abyss of pain II” ci mettono definitivamente KO, ma il disco continua poi a regalarci pezzi fantastici uno dopo l’altro, compresa quella “I’ll be your hero” che dava il titolo all’EP uscito in estate. Da quando è entrato nella band, questo credo sia il primo disco in cui Giacomo Voli è completamente a proprio agio e mette in mostra tutte le sue incredibili capacità (come, insomma, fa in tv da tempo) ed il suo contributo diventa decisamente fondamentale per le sorti di un disco che è sicuramente il migliore degli ultimi anni, tanto da essere in grado di competere senza problemi con il glorioso passato del gruppo. Gli altri musicisti (finalmente una line-up tutta italiana!) sono esemplari nelle loro prestazioni, contribuendo a realizzare un disco semplicemente strepitoso! “Glory for salvation” rilancia i Rhapsody of Fire, restituendo loro il posto che meritano nell’Olimpo degli Dei del Metal.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Non c’è niente da fare, ci sono dischi che ti prendono immediatamente e, ad ogni successivo ascolto, ti convincono sempre più! Se poi si ha la fortuna di assistere anche al release party (come è successo al sottoscritto per il Milady Metal Fest, di cui presto potrete leggere un report), allora si riesce anche a comprendere quanto quell’album abbia una resa ancora migliore dal vivo. Sto parlando di “Diamanti”, il sesto album dei Temperance, terzo da quando, attorno ai leader storici Marco Pastorino e Luca Negro, fu rivoluzionata la line-up, con l’ingresso della coppia di vocalists Guaitoli/Scolletti e di Mocerino alla batteria. Il percorso di trasformazione intrapreso tra il 2017 ed il 2018 possiamo ritenerlo arrivato al proprio culmine; la band da essere una delle tante female fronted Melodic Symphonic Metal ha avuto la forza di cambiare pelle, pur rimanendo nel filone del Melodic Metal, sfruttando le potenzialità che arrivano da avere tre eccezionali, quanto differenti, voci in grado di dare atmosfere multiformi alle varie composizioni, ma anche di amalgamarsi alla perfezione quando serve cantare all’unisono. Sono rimasto letteralmente k.o. quando ho iniziato ad ascoltare questo splendido disco, qui c’è davvero tanta, ma tanta roba, ogni brano ha delle peculiarità singolari, quasi avesse ognuno vita propria. Dall’opener “Pure life unfolds” che ci introduce alla grande a questo lavoro, passando per la curiosa “Breaking the rules of heavy metal” (titolo indubbiamente singolare di cui chiederemo spiegazione in un’intervista!), per arrivare alla meravigliosa title-track con numerose parti cantate in italiano, come solo in pochi hanno l’ardire di fare. Proseguendo si susseguono una dopo l’altra canzoni di spessore e livello qualitativo semplicemente eccezionale; dalla veloce e ritmata “Black is my heart” fino alla conclusiva “Follow me” c’è solo da mettersi in religioso silenzio ad ascoltare la lezione impartita dal gruppo italiano su come va suonato il Melodic Metal nel 2021, grazie anche ad una produzione perfetta realizzata dal mitico Jacob Hansen (una garanzia in questo campo!). C’è spazio anche per canzoni più lente, quasi romantiche, come “Fairy tales for the stars”, altri brani decisamente particolari come “Let’s get started” (con la Scolletti splendida protagonista!), o altri che strizzano l’occhio al passato sinfonico come “The night before the end”. Ci troviamo insomma davanti ad un album completo, maturo, fatto dannatamente bene, suonato e cantato meravigliosamente; “Diamanti” dei Temperance è un full-length che ogni appassionato di Metal (e non solo della componente più melodica) dovrebbe ascoltare, perché è obiettivamente uno dei migliori dischi usciti in questo 2021, se non proprio il migliore in assoluto.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

I Blessdivine sono un nuovo progetto Power Metal creato in Ucraina agli inizi del 2019 dalla collaborazione tra il polistrumentista Max Molodtsov (Edenian, Sorrowful Land) ed il singer Artem Soleyko (Time Shadow). Da questa collaborazione viene fuori questo “Between sin & sacrifice”, debut album composto da dodici tracce per quasi 55 minuti di piacevole ed elegante Power Metal, con frequenti digressioni nel Power/Prog e qualche accenno al Symphonic, edito dalla nostrana Elevate Records. E bisogna dire che questa collaborazione funziona molto bene, dato che quanto si può ascoltare nell’album è decisamente ben fatto e sicuramente piacevole, quanto meno per un fan di questo specifico settore musicale. Un gran gusto per le melodie, una voce semplicemente azzeccata per questa tipologia di Metal, acuta ed espressiva, ritmi mai banali e mai pesanti, ma sempre (o quasi) frizzanti ed allegri. Se insomma vi piace il Power Metal, non potrete rimanere indifferenti ascoltando canzoni come “Eye of the storm”, “Fields of gold”, la dolcissima “Stay a while (Winds of winter)” (con un Soleyko davvero espressivo!), oppure l’elegante “Conquer the silence” o la conclusiva “The key”. A cavallo tra l’eleganza raffinata degli Angra (gruppo a cui il sound dei Blessdivine è principalmente accostabile), la "sinfonicità" dei primi Avantasia (quelli delle due Metal Opera, per capirci), qualcosa dei primi Edguy e la pomposità dei nostri Rhapsody, il sound del progetto ucraino non è così inflazionato come potrebbe sembrare dal genere suonato ed ha anche qualcosa di originale, nei limiti concessi dallo specifico settore. La produzione è più che buona, anche se qualcosa poteva essere ancora migliorato (tipo il suono del rullante della batteria, un po’ troppo “sintetico”), l’artwork è semplicemente spettacolare (purtroppo non abbiamo notizie su chi ne sia l’autore) ed il tutto contribuisce a rendere decisamente valido questo disco. “Between sin & sacrifice” è solo il debut album di questo interessantissimo progetto chiamato Blessdivine; ci auguriamo presto di avere un successore ancora migliore ma, per adesso, non fatevi sfuggire quest’ottimo disco di Power Metal!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

La Stormspell Records da sempre ha una incredibile abilità nello scovare talenti nel più profondo underground di generi classici come Speed, Power, Epic e Heavy Metal; questa volta ha trovato nell’Ohio, in USA, gli Emerald Rage, attivi dal 2016, con alle spalle solo un paio di EP e qualche demo, fornendo loro un contratto per la realizzazione di questo debut album intitolato “High king”. Già la copertina con il classico lupo ed il guerriero medievale con tanto di spadone ed armatura lasciava immaginare che il sound sarebbe andato a pescare nel Metal più oltranzista ed old style ed effettivamente sono bastate le prime note dell’opener “Into the sky” per darcene conferma. Il sound degli Emerald Rage di base è un piacevole Power Metal ai confini con lo Speed e che tende spesso e volentieri al Pirate Metal dei maestri Running Wild, ma, contrariamente a quanto fatto di recente dalla band tedesca, ha quel riffing caratteristico ed il ritmo forsennato della batteria che sono elementi fondamentali per apprezzare questo genere. Canzoni come “Wrathful eyes”, o l’accoppiata “Dire wolves”/”White stag”, fino alla conclusiva “Wings of solitude”, i Running Wild odierni se le possono solo sognare, mentre gli Emerald Rage le sfornano in quantità! E, detta sinceramente, è davvero una goduria per un fan dello specifico settore come il sottoscritto che si è ritrovato a sbattere su e giù il capoccione senza nemmeno rendersene conto, come una sorta di riflesso condizionato. Peccato solo per la registrazione, alquanto deficitaria e fin troppo bassa, che non rende giustizia alla musica piacevole suonata dal gruppo americano ed inficia il voto finale; appare evidente che con una produzione all’altezza, il risultato finale sarebbe stato sicuramente migliore. Naturalmente in questo genere gli strumenti principali sono chitarre e batteria, ma anche il basso dell’ottimo Erik Curry si fa sentire eccome e recita da protagonista al fianco degli altri strumenti, non limitandosi solo al compitino di mero accompagnamento e contorno. Non eccezionale la voce di Jake Wherley (obiettivamente c’è molto di meglio in giro), fin troppo sporca e che sembra evitare le note più alte del pentagramma, forse sapendo di raggiungerle con difficoltà; un cantante migliore gioverebbe eccome, ma se persino i Running Wild sono andati sempre avanti con un vocalist mediocre come Rolf Kasparek, perché non potrebbero farlo anche gli Emerald Rage? “High king” è sicuramente promosso a pieni voti, nonostante diversi aspetti che possono essere migliorati; aspetto gli Emerald Rage ad un prossimo album, sperando finalmente in una produzione al passo con i tempi!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

I primi passi nel mondo Metal dei britannici Dark Heart risalgono ai primi anni ’80 con il nome di Tokyo Rose, per poi adottare l’attuale nome nel 1983 e rilasciare l’anno dopo il debut album “Shadows of the night” (al sottoscritto purtroppo sconosciuto) per la mitica Roadrunner Records. La band finì poi per sciogliersi nel 1987, per riprendere le proprie attività nel 2017 e, a distanza di 38 anni dal primo album, rilascia ad inizio novembre il proprio secondo full-length, intitolato semplicemente “Dark Heart”, edito dalla greca Sleaszy Rider Records, composto da dieci tracce per oltre 51 minuti di classicissimo Heavy Metal. Il sound della band inglese (originaria del North Yorkshire) è decisamente ispirato alla cara vecchia NWOBHM di gente come Saxon, Diamond Head ecc., con frequenti digressioni nell’AOR e nell’Hard Rock di scuola americana. Un prodotto insomma alquanto di nicchia, destinato soprattutto a chi ha i propri capelli (se ne ha ancora) ormai ingrigiti o imbiancati dall’implacabile avanzare degli anni, un sound che le giovani leve di metalheads difficilmente potrebbero apprezzare, essendo così vintage. La registrazione, fortunatamente, è al passo coi tempi e permette di apprezzare tutti gli strumenti come meritano e di notare come il singer Alan Clark (unico rimasto della formazione originale della band), nonostante gli anni, abbia probabilmente fatto un patto col diavolo per mantenere la propria ugola in ottima forma, come se fosse un qualsiasi ventenne. Il difetto principale di questo disco non sta nella musica (comunque piacevole da ascoltare per un “non più giovane” come il sottoscritto!), ma nel fatto che in oltre quarant'anni tanti, tantissimi hanno suonato a questa maniera, a prescindere se meglio o peggio dei Dark Heart; non vi è la benché minima traccia di originalità o innovazione, anche se dubito che il gruppo inglese avesse questo come obiettivo per la propria musica. Credo, invece, che i Dark Heart, per il proprio disco omonimo, avessero solo voglia di suonare la musica che amano e dare sfogo alla propria passione ed in questo hanno sicuramente raggiunto il proprio obiettivo. Disco ormai da considerare purtroppo di nicchia, ma sicuramente ben fatto.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

I Basement’s Glare arrivano da Perugia e sono dediti ad un Metal molto particolare che attinge contemporaneamente dal Gothic scandinavo, in via principale, e secondariamente dal Metal sinfonico. Detta sinceramente i paragoni che sono stati fatti in sede di presentazione con Kamelot, Epica, Delain ed Evanescence li trovo parecchio ardui, mentre molto più calzante lo troverei con gli ultimi Sentenced ed i successivi Poisonblack, sia per l’impostazione vocale bassa del singer Riccardo Adamo che per le ritmiche mai troppo sostenute e sempre alquanto malinconiche ed agrodolci. La band si è formata di recente, poco prima dell’inizio della pandemia da covid-19, per iniziativa del chitarrista Daniele Marinelli e del vocalist Riccardo Adamo. Questo “Circus of the fallen” (dall’artwork non proprio affascinante) è quindi il debut album, composto da tredici tracce (comprese le inutili intro ed outro) per un totale di poco più di 3/4 d’ora di durata; c’è una sorta di concept che lega i vari testi che trattano di problemi mentali, della perdita di contatto dalla propria personalità e delle paure di perdersi definitivamente a fronte delle quali bisogna combattere ed imparare a chiedere aiuto. Il disco è autoprodotto come spesso accade ai gruppi che iniziano il loro percorso, ma è ben realizzato anche se la registrazione poteva essere migliorata, soprattutto sulla batteria (la doppia cassa soffre alquanto!). Il Gothic sinfonico dei Basement’s Glare è davvero affascinante e convincente, in grado di trascinare l’ascoltatore in una dimensione melodrammatica, in cui è piacevole crogiolarsi tra malinconia ed inquietudine. E’ indubbio che sia la voce bassa del singer il vero asso nella manica della band, attorno alla cui prestazione le musiche vengono ricamate con sapienza sorprendente per una band all’esordio. Non ho notato momenti di livello qualitativo inferiore all’ottimale nelle varie tracce che compongono il full-length, ma mi sono piaciute particolarmente “The way out” e “Knock you down” (entrambe tra le più ritmate del lotto), oltre alla malinconica “Changing my name” che ricorda parecchio gli ultimi Sentenced. Per tutti gli appassionati del Gothic con voce maschile di scuola scandinava, qui in Italia abbiamo adesso i Basement’s Glare che, con questo “Circus of the fallen”, hanno iniziato a dimostrare di aver tutte le carte in regola per farsi apprezzare!

Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
0.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Ma che è ‘sta cosa? Giuro, questa è stata la mia reazione quando ho iniziato ad ascoltare le note iniziali di questo “Hot blood & cold steel”, primo EP dei finlandesi Blood Sport, uscito dapprima come autoproduzione a luglio e poi addirittura edito dalla romana Gates of Hell Records. Sono dovuto andare a pescare reminiscenze della mia adolescenza negli anni ’80, quando bands del profondo underground suonavano a questa maniera e registravano dischi in modo a dir poco così approssimativo; avevo addirittura pensato di trovarmi davanti ad una ristampa di qualche oscuro lavoro underground di quarant'anni fa, perso nell’oblio del tempo, ma invece si tratta proprio di un disco registrato nel 2021! Mi chiedo quale senso abbia realizzare un lavoro del genere al giorno d’oggi?!? Le chitarre zanzarose coprono tutto, il basso non si sente (immagino ci sia però), la batteria è registrata malissimo e la voce femminile di V (si, è questo il nome scelto!) è come se arrivasse da lontano e spesso è coperta dal marasma, dall’impasto sonoro creato dagli strumenti. Definire “inascoltabile” questo disco è fargli un complimento; ciò nonostante ho cercato, da fan dello Speed Metal (perché sarebbe questo il genere suonato), di trovare qualcosa che potesse valer la pena di mettere positivamente in evidenza, senza purtroppo riuscire nel mio compito. Già il nome del gruppo, Blood Sport, lascia interdetti, aggiungiamo la copertina molto, ma molto vintage, mettiamoci il titolo decisamente banale e concludiamo con una registrazione ed una produzione pessima e capirete perché ritengo di aver gettato via circa 20 minuti della mia vita (per fortuna l'EP dura poco!) ascoltando questo “Hot blood & cold steel”. Chiudo qui per evitare di scrivere di peggio.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Mi scuso con i fans degli Ad Infinitum per il ritardo di questa recensione rispetto alla release date del 29 ottobre, ma purtroppo avere solo lo streaming di un disco comporta notevoli difficoltà ed un conseguente dilatarsi delle tempistiche, rispetto ad avere a disposizione i files (o ancora meglio il cd!); scelte della label, più o meno condivisibili, ma che mettono in difficoltà chi svolge questa attività nei ritagli di tempo libero, magari anche in orari proibitivi. A parte le polemiche che sicuramente al lettore poco importeranno, parliamo oggi del secondo album (non contando la versione “Revisited” del primo disco, uscita a dicembre scorso) degli svizzeri Ad Infinitum, dal titolo “Chapter II: Legacy”, composto da dodici tracce per poco meno di 3/4 d’ora di durata. Nonostante un concept su un argomento non certo allegro, come la figura di Vlad l’Impalatore (il famoso Dracula), il sound di questo disco è tutt’altro che oscuro e sulfureo come ci si aspetterebbe, ma anzi tende fin troppo al melodico, sfiorando il pop un po’ come fanno gli Amaranthe da tanto tempo, ma senza le loro tastiere “plasticose”. A poco valgono le rare digressioni in growling della sempre ottima (e tanto affascinante) Melissa Bonny, il sound di questo disco è decisamente “morbido” ed abbastanza più soft del primo disco della band. Quando avevo letto del concept attorno a questo “Chapter II”, avevo sperato in un bel po’ di adrenalina ed oscurità, ma ne sono rimasto sinceramente deluso, dato che appunto è la parte più melodica e mielosa ad essere preponderante. Tralasciando questo particolare, c’è comunque da dire che il disco si lascia ascoltare gradevolmente, pur senza far gridare al miracolo; canzoni come l’ottima “Animals” (furbamente scelta per la realizzazione di un video), o la frizzante accoppiata iniziale “Reinvented” ed “Unstoppable”, ma anche le valide “Into the night” e “My justice, your pain” sono sicuramente ottimi esempi di un Melodic Symphonic Metal con voce femminile. Potremmo continuare all’infinito parlando di una componente Gothic ormai sostanzialmente del tutto scomparsa, evidenziando che probabilmente sarebbero servite atmosfere più cupe, ma resta il fatto che comunque questo “Chapter II: Legacy” è un buon disco e conferma gli Ad Infinitum come una band che merita attenzione. Il disco è uscito anche in vinile, digipack con t-shirt e digipack con patch (in edizione limitata a 200 copie).

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Gli Existance nascono in Francia nel 2008 per iniziativa del cantante e chitarrista Julian Izard ed hanno all’attivo ben 4 full-length; ammetto di aver scoperto la loro esistenza solo quando ci è stata proposta la recensione del loro quarto album, intitolato “Wolf attack”, uscito a fine ottobre. Mi sono messo così all’ascolto con curiosità, dopo aver però notato che l’artwork ripropone diversi cliché abbastanza abusati come l’ambientazione notturna in un cimitero in decadenza e la presenza del lupo, animale tanto caro a numerosi gruppi Metal. L’album è composto da undici tracce per poco più di 53 minuti di durata (nella versione giapponese ci sono anche due bonus tracks che sono altrettante cover di Riot e Rainbow) e si lascia ascoltare senza problemi, grazie ad un Heavy Metal ben suonato e con una buona attenzione alle melodie. La voce del leader Julian Izard non mi fa impazzire, è acuta come il genere richiede, ma la trovo un po’ fredda e non particolarmente espressiva; si potrebbe insomma far meglio in tal senso. A livello musicale, come detto, ci troviamo davanti ad un Heavy Metal ispirato alla vecchia scuola degli anni ’80, con ogni tanto qualche digressione verso l’Hard Rock (come nelle banali “Rock’n roll” e "You gotta rock it") che, per essere sinceri, poteva anche essere evitata perché non apporta nulla di interessante. L’ascolto fila via senza problemi, ma alla fine non rimane granché, forse anche per la mancanza di una vera e propria hit che valga da sola l’acquisto del CD (la sola “Sniper alley” si avvicina al concetto); siamo insomma sicuramente su un livello accettabile, ma niente che faccia gridare al miracolo o che possa passare alla storia dell’Heavy Metal. Non credo però che l’obiettivo degli Existance sia quello di farsi ricordare dai posteri o di creare un trend; credo invece più che altro che l’intento della band francese sia quello di suonare la musica che amano per divertirsi tutti assieme e sicuramente, in questo caso, hanno fatto centro! “Wolf attack” è insomma un disco per i fans della band e dell’Heavy Metal old-style, ma dubito possa essere in grado di far breccia nei cuori di tutti, soprattutto dei più giovani metalheads. In ultimo, occorre evidenziare che il CD è edito dalla Black Viper Records, mentre la versione giapponese ha etichetta Spiritual Beast e quella digitale è uscita per Bloodlblast Distribution.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
1558 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 156 »
Powered by JReviews

releases

Cynic: sarà l'ultimo capitolo della loro storia?
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un eccellente debut EP per i finlandesi Benothing
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Torna la furia primitiva dei finlandesi Concrete Winds
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Rhapsody of Fire tornano con un disco all’altezza del loro grande passato
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Temperance raggiungono un livello superiore
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hypocrisy: un nome, una leggenda, una garanzia. Il gran ritorno di Tägtgren e soci
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Rosa Nocturna: un buon progetto ma con qualche difetto di troppo
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Jason Payne & The Black Leather Riders: una band da tenere d'occhio
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Debutto assoluto per gli italianissimi Spiral Wounds
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Per gli appassionati di Gothic con voce maschile ecco i Basement's Glare
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Album di debutto per gli Athemon, frutto della collaborazione di un duo anglo-brasiliano
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un live che potrebbe aprire ad un futuro interessante: disco dal vivo per i CRΩHM!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla