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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 15 Luglio, 2024
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I Dyscordia sono un gruppo belga attivo sin dal 2010, con alle spalle un EP e quattro LP, di cui questo “The road to oblivion” è l’ultimo, uscito in autoproduzione ad Aprile 2024. Il disco, dotato di piacevole artwork, è composto da otto tracce per circa una quarantina di minuti di durata. Ma cosa suonano i Dyscordia? Il loro è un Prog/Power dal sound moderno, con qualche tocco di Melodic Death alla Dark Tranquillity, soprattutto per il growling che compare spesso e volentieri (credo di Stefan Segers), ma anche per le ritmiche delle chitarre e la velocità sostenuta della batteria. Come spesso accade per le autoproduzioni, la band non ha badato a spese e la registrazione è eccellente e mette nel giusto risalto tutti gli strumenti e le voci dei due cantanti. I primi ascolti che ho dato a questo disco non mi hanno preso più di tanto, ma mi hanno fatto intuire che avrei dovuto andare a fondo, dato che l’elevata orecchiabilità e l’easy-listening non fanno parte delle caratteristiche della musica del gruppo belga. Solo dopo diversi ascolti, ho potuto comprendere pienamente le potenzialità dei vari musicisti (tutti esperti e navigati nell’underground belga) ed apprezzare, facendomene conquistare, dal Prog/Power dei vari pezzi che, in alcuni tratti, mi ha ricordato gli australiani Voyager o i nordirlandesi Sandstone. Musica con la “M” maiuscola, concepita e suonata in maniera sopraffina, in cui ogni nota va ad incastrarsi al posto giusto. Persino il growling che inizialmente mi sembrava eccessivo e pesante da digerire, va a collocarsi nella giusta direzione, contribuendo all’ottimo risultato finale. Già, perché alla fine tutte le canzoni che fanno parte di questo “The road to oblivion” sono di ottima fattura e convincono pienamente, anche se forse quella che più mi è piaciuta è la strumentale “Interlude”, unita alla conclusiva “Infinite fantasy” che ricorda vagamente i migliori Spellblast e che, grazie ad un ottimo lavoro delle chitarre, conclude degnamente questo ottimo disco. Il bello di fare parte di una webzine come allaroundmetal.com è proprio quello che ci permette di scoprire gruppi di grande talento dei quali, altrimenti, molto probabilmente ignoreremmo persino l’esistenza! E’ questo il caso per il sottoscritto dei belgi Dyscordia che, d’ora in avanti, bisognerà tenere d’occhio essendo una delle migliori realtà europee in campo Prog/Power!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 14 Luglio, 2024
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I Requiem’s Embrace sono un nuovo gruppo formatosi di recente grazie all’iniziativa del mitico Alex Mele, chitarrista dei Kaledon, e della cantante Eleonora Damiano (già all’opera con i Vivaldi Metal Project); assieme a loro c’è la bassista Silvia Pistolesi (ex-Ulfhednar) ed altri musicisti che hanno suonato o suonano tuttora con Alex nei Kaledon. Questo “Nightmares and fairytales” è il primo EP realizzato dalla band romana, edito dalla rumena Sleaszy Rider Records, dotato di piacevole artwork, composto da tre canzoni per poco meno di 13 minuti di durata totale. Il genere è un Symphonic Power molto orecchiabile, in cui la chitarra è naturalmente lo strumento principale, con Mele ed il fido Francesco Ciancio (anche lui nei Kaledon dal 2023) ad alternarsi nel ruolo di protagonista e le tastiere di Fabio Bernardi a sostenere il tutto assieme al basso. Conoscendo le capacità di Manuele Di Ascenzo alla batteria, mi sarei aspettato molto di più da lui, ma questa volta sembra quasi contenersi e limitarsi al ruolo di mero accompagnamento, senza alcun picco di protagonismo; non mi convince poi come è stato registrato lo strumento, soprattutto con il rullante. Due parole sulla cantante: a me semplicemente non piace la sua voce. Si tratta di gusti personali (in quanto tali, sempre totalmente opinabili) perché la vocalist non ha evidenti ed eclatanti difetti, ma la sua prestazione non mi ha conquistato, né convinto, difettando forse in espressività e lasciandomi sempre un po’ di amaro in bocca perché le composizioni avrebbero avuto tutt’altra spinta e tutt’altra resa con un approccio magari più grintoso. Ripeto, si tratta di impressioni totalmente personali, anche difficili da spiegare, ma pur sempre non particolarmente positive. Dispiace per Alex Mele, a cui sono legato da profonda stima, ma questa volta con “Nightmares and fairytales” dei Requiem’s Embrace non riesco ad andare oltre una sufficienza, dovuta all’evidente passione ed alla competenza dei vari musicisti coinvolti. Per il futuro ci vuole di meglio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 07 Luglio, 2024
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Seguo i tedeschi Orden Ogan sin dai loro esordi, lontani ormai più di vent'anni addietro; oggi parleremo del loro nono album da studio intitolato “The order of fear”, preceduto come consuetudine da una congrua dose di singoli e video. Chi ha amato da sempre il gruppo di Seeb Levermann sa esattamente cosa aspettarsi da queste undici tracce (durata totale di poco sopra ai 48 minuti): dosi massicce di cori, epicità in ogni nota, atmosfere dark, ritmi belli sostenuti e la consueta attenzione maniacale per le melodie e l’orecchiabilità, accompagnate dal vocione sporco del singer. Aggiungete poi una produzione pressoché perfetta (del resto Levermann è un produttore molto apprezzato!), che esalta ogni strumento con una resa sonora eccezionale. Non sorprendetevi, quindi, se le canzoni di questo disco vi si ficcheranno in testa immediatamente e se magari vi ritroverete a canticchiare sotto la doccia il coretto, ad esempio, di “Moon fire”, brano che ricorda lo stile dei Powerwolf. Una dopo l’altra, sin dall’opener, la maestosa “Kings of the Underworld”, scorrono canzoni che possono essere tutte hits adatte al ruolo di singoli; si passa alla title-track ed alla già citata “Moon fire”, per arrivare alle corali “Conquest” e “Blind man” e via discorrendo, fino a vere e proprie gemme come la splendida ballad “My worst enemy” o alla lunga “Anthem to the Darkside” che, intervallata dall’intermezzo discorsivo della decima traccia (funzionale al concept dei testi), ci porta alla conclusiva “The long darkness”, altro pezzo dal minutaggio importante, che però scorre via che è un piacere! Qualcuno potrà obiettare che gli Orden Ogan ripropongono sostanzialmente sempre la medesima ricetta vincente, ma proprio perché questo sound è decisamente azzeccato e convincente, non vedo motivo di lamentarsi. Ciò che cerchiamo da sempre è che la nostra amata musica ci piaccia, ci coinvolga, ci faccia provare emozioni e ci dia energia e questo è esattamente ciò che accade con questo “The order of fear”, che altro potete volere dagli Orden Ogan?

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Luglio, 2024
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I Subfire sono un gruppo che arriva da Atene in Grecia, dove è attivo da un ventennio, pur avendo finora rilasciato solo un paio di demo, un EP ed un LP nel 2021 (purtroppo al sottoscritto del tutto sconosciuti); a maggio di quest’anno, grazie alla sempre attenta Symmetric Records (ormai sempre più una garanzia di qualità!), hanno rilasciato il loro secondo full-length, intitolato “Blood omen”. L’album ha un artwork ispirato alla storia del Giappone, così come il concept stesso del disco che si colloca nel XVI secolo del paese del Sol Levante. Lungo le nove tracce che si lasciano ascoltare sempre con piacere (durata totale di poco superiore ai 41 minuti), si possono notare richiami ai Grave Digger ed, in genere, al Power di scuola tedesca, ma anche qualcosa che fa pensare ai nostri SkeleToon o ai Trick or Treat (prendete l’ottima “Hunter of dreams”), anche se il buon Veandok non ha l’ugola acuta dei mitici Tomi Fooler ed Alessandro Conti. Non ci troviamo dunque davanti ad un sound particolarmente originale (come nella maggior parte dei dischi di Power Metal) ma, come ho sostenuto più e più volte, non ce ne frega assolutamente nulla dell’innovazione e dell’originalità quando ascoltiamo bella musica, una musica che ci suscita emozioni, che ci infonde energia e che ci fa sbattere su e giù il capoccione a martoriare le nostre usurate vertebre cervicali! E questo è quanto accade ascoltando i vari pezzi che fanno parte di questo “Blood omen”; prendete canzoni come l’opener “Tides of alibis”, o la frizzante “Path of the assassin” e capirete a cosa mi riferisco. Il top però arriva quando a cantare è l’ospite Ralph Scheepers in “Unbreakable”, brano spettacolare, reso tale soprattutto dal mitico cantante dei Primal Fear (da sempre uno dei migliori al mondo in campo Power Metal!), di fronte al quale il buon Veandok finisce per sfigurare. Ecco, a voler essere pignoli, se a livello strumentale non c’è assolutamente niente da dire sui musicisti della band che se la cavano egregiamente, non altrettanto si può sostenere per il vocalist, anche se è doveroso precisare che c’è molto di peggio in giro ed il nostro singer si fa notare comunque più che decentemente, soprattutto quando si trova sulle note più basse (come nell’inizio della validissima “Rise”), dove riesce ad essere più espressivo e più convincente. Si tratta comunque di dettagli che non inficiano il risultato finale (del resto non tutti possono essere dei Ralph Scheepers!); questo “Blood omen” è infatti un gran bel disco, molto piacevole da ascoltare e riascoltare, che mette in evidenza una band dalle ottime potenzialità come questi Subfire… Ad Maiora!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Luglio, 2024
Ultimo aggiornamento: 02 Luglio, 2024
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Ricordo pochissime bands di tale livello di follia musicale, come quello che ho avuto modo di ascoltare in questo “In disorder spectrum”, secondo full-length degli emiliani Philosophy of Evil, altrimenti noti come “P.O.E.”; già, ricordo davvero un numero estremamente risicato, potrei citarvi ad esempio i Tardigrade Inferno, con cui il gruppo italiano condivide un approccio grandguignolesco ed alienante, ma anche circense; per il resto però farei davvero fatica a fare dei paragoni. L’Heavy Metal dei POE è estremamente particolare, indubbiamente originale, ma di notevole difficoltà di comprensione; bisogna essere, infatti, del giusto spirito per affrontare una musica così strana e lontana da ogni cliché o classificazione, bisogna avere l’adeguata apertura mentale e non avere orizzonti chiusi o compartimenti stagni nella propria concezione di musica. Qui non c’è solo Heavy Metal, non c’è solo Prog, non c’è solo Gothic, c’è persino qualche passaggio Melodic Death, ma ci sono anche Funky, Jazz, la sempre affascinante Darkwave, oltre ad una dose non indifferente di pazzia. Ci vuole una mente molto particolare anche solo per concepire musiche simili, oltre ad una cultura musicale che spazia a 360° dalla classica a quella più alternativa o innovativa. Come detto, bisogna essere della giusta predisposizione mentale per affrontare un disco del genere che tutto è fuorché orecchiabile o easy listening; in caso contrario, dopo pochi istanti spegnereste il vostro stereo o semplicemente vi mettereste ad ascoltare qualcosa di più canonico (per non dire “banale”). La conoscenza degli strumenti musicali è fondamentale in generi così poco ortodossi e la band emiliana mette in mostra tutte le sue capacità negli otto brani (cui si aggiungono intro ed outro); anche il cantato di Vanessa Saliman si rivela molto particolare ed alienante, in perfetta sintonia con le varie canzoni. Inutile addentrarsi nell’analisi delle singole canzoni, se ancora non l’avete capito infatti, questo “In disorder spectrum” è un disco estremamente affascinante nella sua interezza e particolarità ed i Philosophy of Evil si confermano tra le band più originali nell’intero panorama metal mondiale! Disco da non perdere!!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Giugno, 2024
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Avevo conosciuto i greco/ciprioti Graywitch all’epoca del loro primo album nel 2021 ("Rise of the Witch"), notando che avevano ancora parecchio lavoro da fare per poter sperare di uscire dal più profondo underground; ritrovo oggi la band con un nuovo album intitolato “Children of Gods” e completamente rivoluzionata, dato che della formazione che registrò il debut album è rimasto solo il chitarrista Spyros Vlachopoulos, mentre Dino Nassis ha lasciato il posto di singer rimanendo ad occuparsi solo della chitarra. L’altro problema (forse il più grosso) del primo disco era stata la produzione; questa volta, invece, dobbiamo riscontrare un lavoro certosino che mette nella giusta evidenza tutti gli strumenti (in particolare il basso dell’ottimo Jim Ravikalis) e permette di assaporare degnamente il lavoro di tutti i musicisti e del cantante. Su quest’ultimo due parole vanno spese; è certamente meglio del suo predecessore (che era un altro dei problemi che aveva il primo album), ma non siamo ancora su livelli di eccellenza, come invece servirebbe per una musica come l’Heavy Metal classico suonato dal gruppo ellenico; se Papadopoulos è sembrato alquanto a suo agio sulle note più basse, non mi ha invece entusiasmato sulle parti più alte, in cui è sembrato fare un po’ fatica; doveroso evidenziare, comunque, che ho ascoltato molto di peggio in giro! La musica dei Graywitch è ispirata alla NWOBHM ed in particolare a mostri sacri come Iron Maiden (soprattutto) e Savatage; il songwriting è valido, ma ha in alcuni pezzi il difetto di essere un po’ troppo prolisso, diventando così meno convincente di quanto si dovrebbe. Cerco di spiegarmi meglio: ben cinque tracce su nove (non contiamo la solita inutile intro) superano abbondantemente i 6 minuti di durata e quasi tutte avrebbero avuto miglior riuscita con un paio di minuti in meno, mentre sembra quasi che la voglia di strafare abbia avuto la meglio e la band abbia finito per esagerare, sacrificando l’efficacia sull’altare dell’autocompiacimento e della voglia di mettersi in mostra (“Immortals” è emblematica in tal senso, dato che sarebbe stata molto meglio senza gli ultimi 2 minuti). Tutto sommato, comunque, se paragoniamo questo “Children of Gods” al suo predecessore, è evidente che i Graywitch hanno fatto passi da gigante, dato che persino l’artwork è più accattivante; adesso serve solo affinare il songwriting e renderlo più efficace, per andare oltre una sufficienza comunque qui ampiamente meritata.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Giugno, 2024
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Preannunciato da una serie di singoli usciti tra il 2022 ed il 2023 (praticamente tutti i pezzi della tracklist!), arriva il momento di mettere tutto assieme ed autoprodurre il full-length di debutto per i norvegesi Release the Titans, con questo “Odyssey”. Il disco è composto da dieci pezzi per una durata totale di circa 42 minuti e mezzo, ha un artwork molto piacevole ed è un concept album che segue la storia dell’ultimo essere umano rimasto sulla Terra, ormai devastata dall’inquinamento ambientale e dalle guerre, un concept che vorrebbe spingerci a riflettere sulle nostre scelte per un futuro migliore. La band nasce dalle ceneri dei Guardians of Time, sciolti nel 2021, con il chitarrista Pål Olsen che ha deciso di dare vita a questo progetto, iniziato come one man band; è stato infatti lui a realizzare l’album e reclutare gli altri membri, al fine di portarlo on stage. Ma cosa suonano i Release the Titans? Il loro è un Power Metal ispirato alla scuola classica scandinava, con una notevole attenzione per le parti melodiche e con un’orecchiabilità non indifferente. Non ci addentriamo nelle sabbie mobili dell’originalità e dell’innovazione perché non sono termini che rientrano nel vocabolario di Olsen & C.; loro suonano la musica che amano, incuranti di mode e tendenze ed a noi sta bene esattamente così! Già, perché i vari ascolti dati a questo “Odyssey” sono sempre stati piacevoli, anche se forse manca quella hit che da sola vale l’acquisto dei files sulle varie piattaforme digitali (purtroppo al momento non è prevista una stampa su CD); canzoni piacevoli comunque ce ne sono parecchie, dall’opener “Dawning of man”, passando per "God of War" o “Horizons beyond”, fino alla conclusiva “Into the unknown”. Molto buono il songwriting, con pezzi efficaci che non hanno minutaggi eccessivi e non si perdono in inutili prolissità. Non mi ha conquistato particolarmente lo stile del leader dietro il microfono; sia chiaro, non è assolutamente male come cantante ma, pur nella consapevolezza che c’è molto di peggio in giro, bisogna essere anche onesti nell’affermare che c’è anche di meglio, soprattutto a livello di espressività e potenza canora caratteristiche che, in un genere come il Power Metal, sono importanti. Magari, con il prosieguo della carriera che auguriamo ai Release the Titans, si potrà incontrare anche un cantante più talentuoso che possa contribuire a far uscire il gruppo norvegese dall’underground e strappare anche un contratto a qualche attenta label; il talento non manca loro e questo “Odyssey” costituisce un debut album di tutto rispetto!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2024
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Gli Hextar si sono formati a Venezia nel 2018 per iniziativa del chitarrista Marco Scattolin, del bassista/cantante Emiliano Zinà e del batterista Andrea Feltrin; dopo aver realizzato una manciata di singoli ed un EP, reclutano il secondo chitarrista Niccolò Giacometti e finiscono di registrare il loro debut album “Doomsayer”. Tra l’altro, poco dopo la conclusione delle registrazioni della batteria, Andrea Feltrin lascia la band e viene sostituito dall’attuale Amedeo Paolini. Non so dove sia stato registrato l’album, ma i files avuti a disposizione per questa recensione hanno un fastidiosissimo rumore zanzaroso di fondo, come se la registrazione sia stata fatta ad un volume troppo alto e finisca per distorcere tutto. Spero sinceramente che questo fastidioso rumore non ci sia sul CD (sul lyric video non c'è per fortuna!), perché posso assicurare che ascoltare questi files è stato davvero complicato, tanto che la prima volta pensavo di aver rotto qualche parte delle casse dello stereo. Ed è un peccato perché, tutto sommato, il Power Metal degli Hextar è elegante e sicuramente ben fatto; forse manca una hit che faccia saltare dalla sedia e alcune composizioni si rivelano un po’ troppo lunghe ed avrebbero bisogno di una sforbiciata qua e là (“The otherwordly sin” e “The fight beyond the sleep”, ad esempio, sarebbero state più efficaci con un paio di minuti in meno). Si tratta comunque di peccati di gioventù, forse dettati dall’inesperienza e/o dalla voglia di strafare che fa perdere leggermente in incisività e rende più difficile convincere e coinvolgere del tutto l’ascoltatore. Le qualità, il talento e la passione però ci sono tutte e bastano già solo queste per accaparrare la stima ed il rispetto; Zinà ci sa fare sia dietro al microfono che con il basso che pulsa a dovere e si ritaglia parti da protagonista assieme alle due chitarre (strumento protagonista del sound) di Scattolin e Giacometti che regalano parti soliste di gusto; c’è poi la batteria che spesso e volentieri impone ritmi frizzanti e godibili. Se poi aggiungiamo che, come detto, il Power Metal della band è indubbiamente piacevole, allora capirete perché questo “Doomsayer”, debut album degli Hextar, raggiunge una sufficienza pienamente meritata. Spero per il futuro di avere a disposizione dei files registrati meglio e che la band stia più attenta all’efficacia dei propri componimenti, con la certezza che sapranno sicuramente fare di meglio di così… Ad Maiora!!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Avevo conosciuto i Savage Wizdom una decina d’anni addietro, all’epoca del loro secondo album “A new beginning”, recensito su queste stesse pagine di allaroundmetal.com; li ritroviamo adesso con il loro terzo full-length intitolato “Who’s laughing now”. Rispetto al precedente lavoro è cambiata la sezione ritmica, con Ben Durfee e Faron Valencia che hanno preso il posto di Steve Cordova e James Stuart III, rispettivamente alla batteria ed al basso, ma il resto fortunatamente è rimasto invariato! Quel sound fortemente mutuato dai primi Iron Maiden (quelli degli anni ’80 per capirci!) è ancora ben presente e fatto come si deve, peccato solo per una produzione non proprio eccelsa (o forse volutamente “old style”) che penalizza leggermente l’ascolto. Il buon Steve Montoya padre (il figlio omonimo è il chitarrista) canta come si deve con la sua ugola acuta degna del miglior Speed Metal (non a caso, ricorda vagamente il mitico John Cyriis), le due chitarre sono affilate come rasoi e spesso si fanno apprezzare per le loro parti soliste (anche come “twin guitars”), il basso del nuovo Valencia è protagonista assieme alle due asce come sua maestà Steve Harris insegna (ascoltatelo, ad esempio, nella splendida “Ruins of Tongura”) e l’altra new entry alla batteria impone ritmi quasi sempre frizzanti (fa eccezione la pacata “Dances”). Dopo l’immancabile quanto inutile intro, partono nove pezzi di metallo rovente (durata totale di oltre 64 minuti), nove canzoni che faranno la gioia dei metalheads più attempati, quelli cresciuti a pane e Maidens; qui ce ne freghiamo abbondantemente dell’originalità e dell’innovazione, qui badiamo al sodo e siamo fedeli alla tradizione dell’Heavy Metal e dispiace che un gruppo così sia ancora una volta costretto all’autoproduzione, soprattutto quando il music business ci ammorba continuamente di immondizie musicali. Questo Heavy Metal è di quelli con le lettere maiuscole, di quelli che ti fanno sbattere il capoccione su e giù dall’inizio (saltando l’inutile intro!) alla fine, senza un attimo di calo qualitativo, nonostante un minutaggio dei pezzi alquanto elevato. Ecco, a voler fare i pignoli, qua e là qualche sforbiciata forse poteva anche starci (magari nella lunga suite finale “The wreck of the Titan” o nella già citata “Dances”) per rendere i brani più scorrevoli ed efficaci, ma si tratta, per amore d’onestà, di dettagli di minimo conto che non incidono particolarmente sul risultato finale. Sono passati dieci anni dal loro ultimo album, ma i Savage Wizdom sono tornati con questo “Who’s laughing now” che conferma la band del New Mexico come uno dei gruppi di punta nel panorama mondiale dell’Heavy Metal più tradizionale! Ora speriamo di non dover attendere un’altra decade….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Gli Orion Child arrivano dai territori baschi della Spagna, dove sono attivi da oltre vent'anni, periodo nel quale hanno realizzato una manciata di singoli e tre full-length, prima di questo quarto album intitolato “Aesthesis”, uscito a metà maggio per la valenciana Art Gates Records. Il disco, dotato di artwork notevole, è composto da dieci tracce (compresa la solita intro, anche carina, ma ugualmente inutile ed evitabile dopo averla ascoltata una volta) per una durata totale di circa 52 minuti. La caratteristica principale degli Orion Child è quella di mischiare nel loro sound il Power Metal con il Melodic Death, una sorta di versione edulcorata e più moderata di quanto fecero Dark Tranquillity ed In Flames trent'anni fa, inventando di fatto il Melodic Death. Ma se le bands svedesi innovarono e crearono un sound ben definito, gli Orion Child non fanno altro che prendere questo sound, ammorbidirlo un po’ e metterci una voce acuta e squillante tipica del Power Metal (a proposito, ottimo questo Víctor Hernández!) che si alterna al growl, con il risultato di non essere né carne e né pesce, rischiando di scontentare tutti e non accontentare nessuno. Difficilmente un oltranzista del Power finirebbe per gradire la prepotente presenza di ben due growlers (il tastierista Jon Koldo Tera ed il chitarrista Oier Calvo “Jones”) che finiscono per appesantire non poco l’ascolto. D’altro canto, un altro oltranzista del Melodic Death finirebbe per detestare la voce pulita ed eterea del buon Hernández che ammorbidisce oltre modo la proposta musicale. Ed a questa maniera non si va da nessuna parte. Mi dispiace davvero doverlo dire, perché la musica degli Orion Child è sicuramente ben fatta e piacevole da ascoltare, le bordate delle due chitarre rendono molto aggressivo il sound dei baschi, con il notevole contributo del batterista Gabriel Barahona “Txuni” che si distingue per l’ottimo utilizzo della doppia cassa ed ogni tanto non disdegna nemmeno il blast beat. Tanti brani sarebbero davvero molto piacevoli (e qui entriamo nel campo dei gusti personali, come sempre opinabili in quanto tali), se solo il growling fosse molto, ma molto più limitato, se non eliminato del tutto; penso alle ottime “My redemption” e “Runaway”, o anche alla title-track “Aesthesis”, ma soprattutto a “Numbers are law”, in cui è ospite il grande Ronnie Romero (cantante cileno che ha cantato per innumerevoli gruppi), ma potrei citarne tante altre della tracklist, dato che si tratta comunque di canzoni gradevoli all’ascolto. Tirando le somme, non so quanto convenga agli Orion Child continuare a questa maniera; non conosco il loro passato ma, dopo vent'anni di carriera, sarebbe forse ora di decidere da che parte stare.

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