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Opinione scritta da Rob M

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Opinione inserita da Rob M    24 Ottobre, 2020
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Seppur con tantissimo ritardo, ecco uno dei gruppi italiani che ha creato uno tra i migliori dischi post metal degli ultimi anni. I Sedna, a cavallo tra black metal e sludge, tra shoegaze e post, son arrivati con "The Man Behind The Sun" a mantenere le promesse fatte con il precedente capolavoro "Eterno", scrivendo la colonna sonora perfetta per questo momento d'angoscia che viviamo oggi. Incanalando le sonorità classiche del genere, la band emiliana ha amalgamato nel suo sound l'epicità di bands come Rosetta e Mare, il talento degli Isis, e l'innovazione dei spesso dimenticati Ortega, per un prodotto che in un unico brano di oltre trenta minuti riesce a strappare emozioni forti all'ascoltatore e che costruisce tra contrasti di luci ed ombre appartenenti a generi diversi. La tensione è palpabile, la ritmica martella incessante lasciando che la testa segua il ritmo senza mai fermarsi tra basso e batteria che in maniera monolitica seguono le trame create dalle chitarre. La voce scandisce dolore, rabbia, odio, nostalgia, negatività a più riprese. Ma quando i nostri accelerano, quando la batteria si fa selvaggia ed il riffing tagliente, ancora una volta ci si ritrova scaraventati a testa bassa in un abisso nero come la notte, freddo, desolato, dissociante. Dopo appena metà brano ci si rende conto di come i nostri abbian tanto da dire, come ci sia così tanto nascosto tra le note, nascosto tra le varie tonalità che rappresentano quest'opera. Come già detto, là dove la band aveva fatto promesse importanti con il suo predecessore "Eterno", non siamo rimasti delusi ma anzi totalmente colpiti dalla maturità artistica assoluta che viene qui mostrata liberamente e senza timori. Un lavoro che avrebbe meritato tantissima stima in più, per una band che si porta a casa il disco che non dovrebbe mancare in nessuna collezione. Semplicemente immensi!

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Opinione inserita da Rob M    24 Ottobre, 2020
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Dopo cinque anni di oblio tornano gli australiani Wardaemonic con il loro nuovo capitolo dal titolo "Acts Of Repentance" per la Transcending Obscurity, label che ormai naviga l'estremo a 360°. Come da consuetudine per la label di base in India, la produzione gioca un aspetto importantissimo per le releases che vengon stampate. In questo caso, come del resto, la produzione é semplicemente annichilente. Il riffing catchy, la batteria maggiormente vicina al comparto death/brutal che a quello black e la voce che urla in maniera particolarmente simile a ciò che centinaia di altre band tiran fuori. Si tratta di un disco imperdibile? Forse no... eppure in tutto e per tutto i Wardaemonic han tirato fuori un album di ritorno distruttivo. La pecca, se così si vuol chiamarla, sta nel fatto che la durata medio lunga dei brani si sarebbe potuta amministrare in maniera differente. La band sembra soffermarsi maggiormente su stop'n'go piuttosto che variazioni sul tema che rimangan ben salde nel cervello ascolto dopo ascolto. Il trigger in certi frangenti risulta quasi troppo appuntito e specialmente nelle parti in cui la cassa viaggia a suon di triplette, si nota una leggera disfunzione nel mix tra il suono delle chitarre comunque "datato" ed il mix del comparto ritmico che gode di un suono di rullante piacevolissimo ed una cassa così digitale che non si inserisce, per i miei gusti, nell'insieme con grazia. Ci son brani interessantissimi (vedi la seconda "Admission") ed altri un po' più ingenui/classici (come la successiva "Castigation"). Ci son però poi anche brani particolarmente irritanti (vedi le conclusive "Sufferance" e "Repentance") con un potenziale assurdo, ma che non riescon a colpire nel segno tra il voler per forza suonare "differenti" ed il girare su se stessi senza né capo né coda. Si tratta di un lavoro valido, che possibilmente colpirà ascoltatori provenienti da background diversi, ma che alla lunga rimane scontato, anonimo, per niente al di sopra di ciò che potenzialmente altre mille band suonano. Complice la produzione professionale ma standard, complice il fatto che in fin dei conti il tutto nasce e muore senza lasciar voglia di premere il tasto Play nuovamente, i Wardaemonic fanno la loro ricomparsa in questo 2020 rimanendo paradossalmente nell'anonimato più completo.

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2.0
Opinione inserita da Rob M    24 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2020
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Dopo due lavori per Season Of Mist, arrivano al primo disco con Napalm Records gli Imperium Dekadenz ed é da subito un no al primo ascolto. Mai, e poi mai, mi é capitato di ascoltare un lavoro cosí schifosamente commerciale in ambito estremo. Le offese non sarebbero gratuite, ma dovute in questo caso. A partire dalla title track "When We Are Forgotten", dove i nostri si rifanno ad una vena post a cavallo tra blackgaze e rock settantiano, il veleno sale al cervello senza aspettare. Tolta la produzione comunque moderna ed "accattivante", il resto é davvero una martellata ai testicoli. Monotono, ben eseguito, ma senz'anima. Non bastano riff finti-decadenti, atmosfere ultraterrene e direzione pseudo black metal per tirare su le sorti di un disco che é stato scritto e registrato con lo scopo di vendere qualche copia in più alle nuove generazioni che han poco a che vedere con il sound di una volta. E qui non si tratta di appartenere a una generazione di vecchi, anzi! Si tratta del fatto che certi brani aprono una scoraggiante finestra sul futuro del genere. Come non poter sbattere la testa al muro ascoltando canzoni come "My Solace I" o "Transcendence"? La cosa più pacchiana e vicina ad una band pop che abbia mai ascoltato in vita mia. Non ci siamo e mi spiace dover dire che di "decadente" questo "impero" ha proprio nulla. Neanche gli ultimi Shining son arrivati così in basso. Ci si poteva aspettare di meglio dalla Napalm, ma non avrei mai pensato che si potesse toccare il fondo da quel punto di vista. Una stroncatura, questa, che si poteva evitare. Buona la produzione, buona la performance, ma a livello di emozioni e sentimenti questo nuovo album della band tedesca ha avuto per me lo stesso effetto di mezzo litro di olio di ricino, chiudendo con "Frozen in Time", per rattristare ulteriormente un'esperienza che vorrei dimenticare. Chi davvero trova interessante questo lavoro, in ambito "estremo" non ha proprio capito nulla.

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4.0
Opinione inserita da Rob M    24 Ottobre, 2020
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Mi é già capitato in passato di spendere alcune parole per quanto riguarda gli Heruka ed il loro penultimo lavoro "Turning To Dust". Peró, come un buon vino, a distanza di appena un anno dalla sua release date (15 Settembre 2019), questo lavoro é ancora più incredibile. Se all'inizio per me fu una sorpresa, principalmente dovuta al fatto che rimasi già particolarmente entusiasta rispetto a "Deception's End" (il lavoro precedente a questo) e che a distanza di così poco tempo non mi aspettavo un lavoro tuttavia superiore al suo predecessore, con l'arrivo di questo disco conferme furon date e fu reso ben chiaro che la band avrebbe possibilmente tirato fuori - in seguito - lavori altrettanto incredibili (come per esempio il loro ultimissimo "No Sun Dared Pass Our Windows" del 2020). Tra classico e profano, i nostri furon qui capaci di tessere melodie a cavallo tra il Black Metal dei secondi '90 ed un approccio totalmente personale che rese il tutto incredibilmente accattivante. Come non parlare del contrasto tra brani come "Dig Me Out" e la successiva "Near The Worms Far From The Light"? Come non citare l'epica elegante sprigionata da brani come "Murrain" o "Earth's Core Tumor"? Come poter non dimenticare capolavori come "Spleen" od il remake dell'opener "Turning To Dust" cantata in italiano? Una band come poche ne abbiamo avuto nell'ultimo decennio e che é proiettata verso un futuro radioso. Mi auguro solo che, visto il poco tempo tra una produzione e l'altra, i nostri non perdan la strada e continuino invece a portarci lavori sempre più incredibili. Una tra le migliori produzioni Black Metal italiane del 2019, un album senz'altro da non dimenticare!

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Opinione inserita da Rob M    16 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2020
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E qui arriva l'ultimo lavoro stampato da Myrholt nel 2019. Black metal classico, che riprende musicalmente laddove l'EP precedente aveva lasciato. Purtroppo però non si riesce a trovare un senso compiuto per certe scelte compositive più che stilistiche, passando da solidi brani old-school a riff incollati male e poco interessanti. Il passaggio che si può infatti ascoltare tra "Kapittel I" e "Kapittel II" mette in mostra proprio questo discorso. Se pur ci son momenti interessanti e poco più della metà del disco risulta consona al sound proposto, nella sua totalità "Solens Soenn og Maanens Datter" perde il controllo e spesso si prolunga in frangenti che non hanno né capo né coda.
Idee buone, in realtà, ma che non hanno niente a che vedere l'una con l'altra e spesso talmente contrastanti, nel complesso generale, da non riuscire a far intravvedere un filo conduttore tra i brani se non per la produzione del disco in sé. Il surrogato a cavallo tra Darkthrone ed Isengard che la one-man-band propone, si distacca occasionalmente dal già seminato, portandoci maggiormente verso soluzioni più contemporanee che richiamano, ad esempio, i Mork di "Det Svarte Juv" o gli ultimi che ho potuto ascoltare dei Massemord (giusto per rimanere in Norvegia). Eppure, nel suo incedere, Myrholt dà come la sensazione di essere un progetto con tantissimo potenziale ma spesso incapace di focalizzare l'obbiettivo. Di fatto, quando i brani son validi il risultato è ottimo. Purtroppo però non è sempre così e si vive un senso di poca costanza e di brani slegati e momenti poco rappresentativi che non hanno niente a che vedere con il resto dell'album.
Spero che questo 2020 non si dimostri un anno "troppo produttivo" per questo progetto e che anzi venga preso tutto il tempo necessario per lavorare su un disco che possa davvero fare la differenza. Tanto potenziale a disposizione, ma moltissima strada da fare.

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2.5
Opinione inserita da Rob M    16 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2020
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Certe volte ci son gruppi che tirano fuori un lavoro ogni quattro o cinque ann;, altri poi che tirano fuori album, o per meglio dire "produzioni", ogni volta che vanno al bagno. Questo è stato un po' il caso di Myrholt, che tra singoli, EP, LP, e tutto il resto, ha rilasciato una marea di roba tra il 2017/2018 per soffermarsi poi su "appena" tre uscite nel 2019.
Con "For fanden paa havet, for treet paa tunet" l'artista norvegese rilascia una di queste "uscite" fantasma. Due brani e due cover, quattro canzoni in totale per un EP da aggiungere al mucchio di uscite inutili che la scena black metal sforna giornalmente. Non inutili perché di cattivo gusto - questo EP è infatti un gioiellino per gli amanti del vecchio black metal nord europeo - ma perché non aggiungono niente di nuovo a ciò che centinaia di altri nomi sfornano settimanalmente. Alla fine del tutto, ci si ritrova stremati dall'ascolto che non ha apportato niente, ma proprio niente, a livello musicale né per la band né per l'ascoltatore.
Era davvero necessario far uscire questo EP? Non sarebbe stato più semplice includere i brani nel successivo full-length, uscito nello stesso anno, "Solens Soenn og Maanens Datter" come bonus???

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Opinione inserita da Rob M    16 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2020
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Gli Horned Almighty non sono un nome nuovo per il sottoscritto. Li ricordo ai tempi dello split con i Sargeist (lontano 2004) e pochi anni più tardi con il classico "The Devil's Music - Songs of Death and Damnation". Li riascolto oggi, a distanza di anni, con questo loro "To Fathom the Master's Grand Design" in uscita niente meno che per la nostrana Scarlet Records. I nostri si fanno avanti con una proposta che ha alti e bassi. Frangenti black metal moderni (tornano alla mente in alcuni momenti i Watain ed un discreto numero di band nord europee) vengono mescolati con una vena quasi hardcore in cui la produzione mette in mostra un songwriting esperto e senza timori. Eppure, i nostri sembrano mancare il bersaglio in diversi momenti e certe transizioni risultano poco ispirate in ambito black e non pertinenti in ambito hardcore, creando un ibrido metal che può piacere o meno a seconda degli umori.
Nei suoi otto brani, questo lavoro snocciola un approccio diretto a livello di estremismo sonoro. Facilmente assimilabile, senza necessariamente cercare nuovi percorsi per il genere, i nostri hanno creato un disco "commerciale" che cerca di colpire ascoltatori non necessariamente vincolati al sound black metal. Non mancano parti con un groove incredibile, sfuriate veloci sparse per tutto il disco, rallentamenti doomy (come nel caso di "Devouring Armageddon") e parti ancora più scontate che ricordano a loro modo, come già detto, i Watain più commerciali e melensi. In questa mescolanza di generi e ispirazioni, gli Horned Almighty creano il disco perfetto per il metallaro medio. Un lavoro che non ha bisogno di grandi interpretazioni perché di fatto non offre niente di così "mistico" o "true" come in tanti magari si aspetterebbero. Se riuscite ad immaginare una band come i Misery Index in chiave black metal, potete allora farvi un'idea di come "To Fathom.." cerchi di avere il meglio di due mondi. L'album si chiude in maniera decisa con "Witchcraft Demonology", cercando un richiamo a quelle atmosfere occulte che l'intero lavoro anela ma è incapace di raggiungere.
Gli Horned Almighty non riescono quindi a colpirmi particolarmente, ma mi lasciano invece con l'amaro in bocca. Le capacità ci sono ma i nostri si ostinano imperterriti a cercare il grande pubblico quando invece sarebbero potuti rimanere fedeli alla linea e sfornare capolavori del genere. Davvero un peccato.

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Opinione inserita da Rob M    16 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2020
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Arriva per Folter Records il nuovo capitolo dei Satan Worship, band internazionale a cavallo tra Brasile e Germania, che ci offre un discreto lavoro di "Metal Of Death" (Speed Metal mescolato a Black Metal oltranzista), che farà la felicità di tutti i defenders là fuori.
"Teufelssprache" non ha né arte né parte, si propone per quello che è senza voglia di innovare o cambiare la storia della musica e lo fa nella maniera più "cheesy" possibile con riffing demenziale, lyrics e titoli ancora più scontati, ed un'immagine da revival che non mi capitava di vedere da tempo. Con la sua attitudine punk i Satan Worship tentano di prendere a calci in faccia tutti, senza distinzioni di razza, sesso, età o background. "Teufelssprache" si fa avanti con i suoi tempi medi e sostenuti, il riffing thrashy e una voce ottantiana che trascina verso un headbanging sfrenato. Eppure, nel suo essere così anonimo, il tutto risulta facilmente dimenticabile e privo di spina dorsale. Ora, gruppi come questo ne potete ascoltare quanti ne volete. In Italia abbiamo avuto a suo tempo i grandissimi Necromessiah o bands come i The Krushers ed i Mephisto. I Satan Worship son semplicemente un altro nome nella lista di bands che offre un "take" tutt'altro che personale su un genere morto e sepolto e che si fa fatica a mantenere fuori dalla bara.
Alla fine dei suoi 36 minuti "Teufelssprache" lascia il tempo che trova e brani come "The Last Day of Paul John Knowles" mi fanno davvero detestare la proposta.
Mi spiace che la Folter Records perda il suo tempo promuovendo una band come questa, che ha la produzione, ha l'immagine, suona commerciale come i Green Day, e non riescono a colpire la mia attenzione come altre produzioni della label tedesca hanno invece fatto. Un disco che si ascolta una volta e si lancia nel bidone della spazzatura subito dopo, per una band che ha senz'altro il suo pubblico, ma che non fa al caso mio.

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Opinione inserita da Rob M    16 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2020
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Nuova ristampa per gli Arckanum, ancora una volta sotto l'egida della tedesca Folter Records, che ripropone un lavoro risalente al 2004, "Kaos Svarta Mar" per l'appunto, ed originariamente pubblicato solo in 12" LP dalla Blut & Eisen Productions e successivamente dalla Carnal Records, in formato CD, per lo split con i veterani Svartsyn. Nessuna presentazione per la band in questione, pilastro portante del raw black metal "made in Sweden". Il riffing classico, la produzione grezza, la voce gracchiante fanno di questo disco un classico istantaneo, per una realtà attiva dal 1993.
Se da un lato tornano alla mente gli Ulver di "Nattens Madrigal", dall'altro ci si ritrova davanti ad un lavoro canonico per la storica one-man-band (se conoscete il sound di Arckanum saprete come se pur nel mucchio questa band sia facilmente riconoscibile dagli appassionati del genere). Un lavoro indimenticabile? In realtà no, come la maggior parte dei dischi black metal che non vivono di superproduzioni o musica innovativa e che possa lasciare il segno. Eppure, proprio in questa semplicità, Shamaatae (fondatore ed unico membro di questo progetto) ha trovato il suo punto di forza, e la voglia di continuare a sfornare album fedeli alla linea a ben ventisei anni di distanza dalla sua prima demo.
A voi la scelta nel supportare quest'uscita o recuperare una delle edizioni precedenti. Gli Arckanum rimangono un progetto cardine per il movimento black metal a livello mondiale e questo lavoro ne è la dimostrazione. La nera fiamma va mantenuta in vita!

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Opinione inserita da Rob M    16 Febbraio, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2020
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Esordiscono per l'italiana Dusktone i norvegesi Hovmod. La label italiana promuove così ancora una volta una realtà nord europea che propone un black metal che si oserebbe dare canonico, a cavallo tra Watain, Armagedda, Taake, Carpathian Forest.
Il riffing tagliente, la produzione cupa, la sessione ritmica spigolosa e l'apporto vocale nella norma rendono questo "Doedsformasjon" fedele alla linea. Se da un lato l'anima del genere viene rilasciata a più riprese, brano dopo brano, momento dopo momento, la vicinanza a territori spesso e volentieri esplorati da tanti altri, prima di questi ragazzi, rende il tutto standardizzato e privo di un impatto reale che possa marcare la release in questione come importante o fondamentale. Se come sempre si osannano band come questa, abbastanza retrò nell'approccio e nello spirito, da un punto di vista diametralmente opposto ci si ritrova ad ammirare un clone di tante altre realtà che abbiamo avuto il piacere di ascoltare da vent'anni a questa parte. La musica dei nostri non riesce a superare il già seminato, però si sofferma su sentieri conosciuti con gusto e presenza, offrendo all'ascoltatore uno spaccato di black metal nord europeo genuino e diligentemente amalgamato (vedi per esempio la penultima "Maktdemon"). Gli Hovmod propongono brani dalle radici forti, ma così facendo dimenticano il lato "personale" della proposta, offrendosi come una potenziale band di tributo piuttosto che come voce fuori dal coro. In questo contesto, ci tengo a precisare, questo aspetto mette in mostra una realtà che ha tanto da dire e che potrà, in tempi molto brevi, raggiungere un importante piedistallo nel genere. La perseveranza ed il raggiungimento di una dimensione maggiormente individualista potrebbero contribuire a un prossimo disco davvero indimenticabile.
Spero solo che questo traguardo non tardi ad arrivare e che i nostri non si perdano per strada. Brano favorito - nella sua semplicità - per questo disco nostalgico: "Hatskapt"!

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