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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Ottobre, 2021
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C’è poco da fare: l’Heavy Metal è da sempre arte del riff. Se e quando hai un riff che spacca, che riesce immediatamente a trivellarti cervello e padiglioni auricolari, il più è fatto. Se poi riesci anche ad avere nella band un duo di axemen che ti fa degli assoli come Dio comanda, innescando epici duelli a sei corde, hai fatto il 70% del lavoro. E se poi, ancora, ci aggiungi una sezione ritmica composta da un basso che provoca terremoti ed una batteria che causa maremoti (magari perché la suona tuo figlio che è un moto perpetuo come il mare) hai creato un quartetto micidiale. E se poi – infine - ci metti la ciliegina sulla torta, ovverossia un frontman carismatico, un vero e proprio animale da palcoscenico con una voce inconfondibile ed inossidabile, allora sì che hai creato una band colossale! E se poi tutte queste belle premesse le concretizzi in un disco tellurico, composto da una serie di pezzi in grado di incenerire qualsiasi altoparlante e di sciogliere qualunque amplificatore, da ben sedici perle di puro metallo pesante che riescono a farti perdere il controllo a tutti i livelli, facendo degenerare l’headbanging ed il sacrosanto pogare in una congerie di movimenti incontrollati che ti fanno sudare pure l’anima, allora hai generato un masterpiece vero e proprio.
Quest'ultima fatica (l’ennesima di una sterminata discografia iniziata con i leggendari Accept) di zio Udo & company è un monumento imperituro al metallo, una summa di tutto quanto di bello e di buono c’è nella nostra musica preferita, probabilmente un’opera che potrebbe rientrare a buon diritto nel novero di quelle incastonate nell’Empireo dell’Hard & Heavy: giustamente, come il buon Udo ammonisce “Metal Never Dies” né giammai cederà fino a quando ci saranno dei metalbangers in condizione di poter generare siffatte opere eccelse, di quelle che possono sfidare il tempo attraversandolo e mettendolo a ferro e fuoco, di quelle che costituiscono un interminabile inno ad un genere immortale e che noi ameremo visceralmente fino all’ultimo respiro ed anche ben oltre. Immensamente Udo!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre, 2021
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E finalmente si torna a scrivere di metallo italiano! Gli Imago Imperii sono un quintetto bolognese formatosi nel 2011, ma che hanno già un palmares di tutto rispetto che annovera il primo (classico) demo targato 2012 ("A Journey to Avalon"), seguito dall’altrettanto classico EP nel 2015 ("War for the Iron Crown"), per poi inanellare un bel trittico di full-length: "Legendaria" nel 2016, "Fate of a King" nel 2019 e poi quest'ultima release, "A Tale of Darkness and Hope".
D’altronde, Bologna ha sempre vantato una notevole tradizione in ambito metallico: per ragioni anagrafiche, non posso fare a meno di rammentare i Crying Steel. Ebbene, se questi ultimo erano un po’ i Judas Priest nostrani, non esiterei a definire il quintetto felsineo come gli Helloween italici. Infatti, di base, sono votati ad un Power Metal sinfonico di matrice mitteleuropea, sul quale vanno sapientemente ad innestare delle variazioni del tutto (piacevolmente) inaspettate, come nel caso di “The Gate”, che deborda fino al Fusion Metal (???) o come nell’ironico inserimento della rossiniana Guglielmo Tell in “Look at the Stars”. In ogni caso, quest'album è pieno zeppo di sperimentazioni e cambi di tempo e stile, pur mantenendo costante la base Power, come già scritto; ad incominciare dai virtuosismi chitarristici di Luke Fortini, epigono dei vari axeman del genere (vedi l’attacco della sperimentale “Torture 1481”) che costellano un po’ tutto il lavoro; adeguato appare anche il vocalist Gwarner, ben incastonato in tutto il contesto, che fa registrare anche una furiosa “Trap of Escape” (con tanto di archi sparati) ed un progressivo affiorare di reminiscenze malmsteeniane. Il quadro (invero edificante) è completato da una sezione ritmica senza requie dalla precisione invidiabile. Non male nemmeno gli innesti vocali della recentissima new entry femminile Jeyn.
Un cd certamente molto interessante e variegato (pur restando sempre coerente con l’estrazione Symphonic Metal ed al sacrosanto headbanging), ben congeniato per non sfigurare affatto nella vostra raccolta discografica.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    09 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2021
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Ammazza che forza, ‘sti indiani! E che bella scoperta per me! Eppure è dal 1998 che devastano ogniddove con il loro Power Metal possente e quintessenziale. I Kryptos hanno pensato bene di ispirarsi – per il proprio nome – a quelle allegre camere mortuarie annesse alle chiese o a quelle simpaticissime catacombe già note nella vetusta Roma, dilettandosi, nei testi, a discettare di mitologia, occultismo, paranormale e fantascienza pur non avendo nulla a che vedere con il Doom, il Dark, il Black Metal. Questo CD, infatti, è puro e sacrosanto metallo old school, con giusto qualche spruzzatina di Thrash qua e là; molto robusto e d’impatto, con riffs molto ben congegnati. Qualche reminiscenza di Heavy di scuola nipponica (Loudness, Bow Wow e compagnia bella) la si nota, anche se manca il virtuoso delle sei corde di turno, con gli assoli che sono piuttosto ficcanti ed incisivi senza mai far gridare al miracolo, ma – comunque – onesti ed efficaci. Analogamente dicasi per il singing, anch’esso tarato su uno standing equilibrato: non siamo certo al cospetto di un Eric Adams ma ben si inserisce nel contesto senza strafare. Anche le linee melodiche risultano godibili senza mai debordare nel commerciale, conferendo discreta personalità al songwriting, nel complesso pregevole pur senza inventare nulla ma rivisitando gli stilemi metallici in maniera egregia. D’altronde, i nostri four horsemen del Gange sono giunti alla bellezza di quattordici releases, tra singoli e full-length, per cui si denota una certa maturità sia compositiva che esecutiva. Una band ormai molto ben rodata, con un sound più che collaudato, massiccio ed – a tratti – dal piglio davvero feroce come si conviene.
Otto frustate tra le quali – a mio avviso – spiccano la opening track, la maideniana (il doveroso tributo alla vergine di ferro va pagato ancora oggi…) “Nighthawk” e la title-track (molto “catchy”). In definitiva, un lavoro più che discreto, che merita senz’altro l’acquisto e che potrebbe dire la sua nella vostra discografia.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    02 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Ottobre, 2021
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E finalmente rieccoli, gli indiscussi mostri sacri del Doom Metal insieme ai mitici Candlemass! L’ultimo full-length in studio ("The Distortion Field") risale ormai al 2013 e l’assenza dal panorama metallico dei nostri oscuri padrini iniziava davvero a farsi sentire! Sì è vero, si tratta di un’opera “postuma” confezionata appositamente per i fans, che si articola in un doppio CD, di cui uno recante delle incisioni rimasterizzate del 1994 e l’altro con brani in versione unplugged, ma è pur sempre un grande evento un'uscita di questa leggendaria band di Chicago che dal 1979 non ha mai sbagliato un colpo, imprimendo la propria impronta indelebile su un genere sempre affascinante ed intrigante.
Le cinque tracce del primo CD, come detto, risalgono al periodo di “Manic Frustration”, allorquando fu deciso di dare alle stampe un EP a tiratura limitata da vendere (tipo merchandising) durante il tour europeo. E la cosa non può che rendermi felice, perché alla voce figura il leggendario e mai troppo compianto Eric Wagner (purtroppo recentemente passato a miglior vita); a mio avviso, la sua voce (insieme a quella di Messiah Marcolin) è quella che meglio ha incarnato (ed incarnerà per sempre) l’archetipo del vocalist Doom, per quanto è carica di pathos interpretativo, a metà strada tra l’orante ed il disperato ma anche in grado di smuoverti le budella profondamente, di farti vibrare l’anima, di scuotere la coscienza con i suoi messaggi ispirati alla migliore parte della fede cristiana, quella scevra da strumentalizzazioni e sovrastrutture. Invero, un po’ tutta la line up dei cinque doomsters dell’Illinois è stata travagliata, segnata da defezioni e new entries che, comunque, fortunatamente non hanno mai minato l’essenza del combo che è sempre rimasto fedele a sé stesso ed ai suoi canoni, riproponendosi in maniera sempre fresca ed attuale, regalandoci autentiche perle metalliche come l’omonimo debut album, “The Skull” (semplicemente un capolavoro sulla passione di Cristo), “Plastic Green Head” (in cui spicca il fantastico remake di “The Purpoise Song” dei Monkeys, song degli anni '60) e la stessa “The Distortion Field”, con il ritorno ad un sound più potente ed Heavy.
La parte unplugged si rivela alquanto godibile, anche se (ovviamente) meno evocativa, un po’ più orecchiabile e di facile intellegibilità ma con grande eleganza nei riarrangiamenti e ci permette di scoprire una sfaccettatura dei Trouble meno conosciuta e davvero pregevole, anche se fuori dagli stilemi del gruppo e del Doom in generale (basti ascoltare “Requiem” nella doppia versione per tracciare un immediato parallelo, pur senza riuscire a fare un paragone, tanto sono entrambe di altissimo livello).
Insomma, i Trouble son sempre i Trouble ed una loro incisione non può che essere accolta benevolmente perché in grado di proiettarci in una dimensione intimistica unica, costringendoci ad un inesorabile faccia a faccia con noi stessi ma senza esimerci dall’headbanging, che è sempre cosa buona e giusta.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    28 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Settembre, 2021
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Non ho mai prediletto gruppi dal nome troppo lungo: secondo me, una band metal dovrebbe avere un nome corto ed incisivo. In questo caso, però, chiamarla “Un cavallo pallido chiamato Morte” si rivela quanto mai azzeccato, calzante: immaginate un corteo funebre con a capo una carrozza trainata da più cavalli, ciascuno dei quali scarno, smunto, ossuto e – ovviamente - emaciato e pallido, che procede con il suo classico incedere mortuario verso l’ultima delle destinazioni fisiche, ossia la tomba. Ebbene, questa è la prima immagine che mi è balzata agli occhi ascoltando questo “Inferno in Terra”. Si tratta della ottava fatica del dark-combo newyorkese, classica formazione a cinque proveniente dalla Grande Mela che dal 2010 propone un Doom di estrazione sabbathiana, lugubre ed ipnotico, soffocante come un pesante drappo nero caduto dall’alto e dal quale non riesci più a liberarti, nemmeno divincolandoti come un ossesso.
Già l’intro la dice lunga sulle malefiche intenzioni dei Nostri: questo cd è un itinerario dantesco nei più remoti ed oscuri meandri dell’anima, dove la parola speranza suona vacua, dove la disperazione la fa da padrona; una nenia tetra che fa da colonna sonora al più cupo dei percorsi, in cui nemmeno uno spiraglio di luce si intravede mai. Il cantato dell’italo-americano Sal Abbruscato è – come accennato – ipnotico, impostato come una cantilena carica di pathos, che si snoda su un unico, monolitico muro del suono a tinte scure, che disegna una vera e propria “opera in nero” di assoluto pregio, molto ben congeniata, con armonie e melodie sempre inequivocabilmente dark, scandite da una sezione ritmica mortifera ed impreziosite da intarsi chitarristici del tutto pregevoli. Il risultato è un full-length assolutamente “godibile” (nella misura in cui il genere lo consente) mai stucchevole, che riesce a tenerti sulla corda (o nodo scorsoio?) fino alla outro (anch’essa strumentale), che appone la lapide finale a questa release che, a mio avviso, senza ombra di dubbio, merita l’acquisto.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 2021
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Metalbangers, se siete fans di Powerwolf, Sabaton, Warkings, Orden Ogan, Bloodbound, ergo siete votati al Power Metal sinfonico, questo album fa al caso vostro! Se poi vi affascinano le tematiche legate alla chiesa cattolica, alla dottrina ed alla catechesi (con annesse critiche scaturenti dall’analisi storica del cattolicesimo, sfociando in aperto anticlericalismo), allora avete fatto bingo! Basti dare una scorsa alla line up, per scoprire che il quartetto ha optato per pseudonimi nientemeno che coincidenti con quattro dei profeti più importanti (e già questo dato la dice lunga…). E sì, perché i nostri sostengono di essere i fondatori di una nuova dottrina eretica, tesa ad affrancare l’intero genere umano dalla schiavitù spirituale, e, per farlo, non esitano a coordinare i contenuti con l’immagine, utilizzano maschere (Slipknot docet) e costumi tipici di scena in linea con il tutto ed a completamento di un concept senz’altro particolare ed in grado quantomeno di attirare l’attenzione degli headbangers cultori delle tematiche di cui sopra.
E la musica? Gli Apostolica sono al debutto su full-length, visto che (pochi mesi fa) avevano pubblicato solo due singoli, “No More Place in Hell” e “Sanctus Spiritus” poi trasfusi in questo disco. Come accennato, i quattro propongono un Power Metal sinfonico di matrice mitteleuropea, ispirato ai big menzionati all’inizio; i brani sono pervasi da una certa solennità di fondo, sapientemente venata di quel piglio Epic che conferisce al tutto un'impronta ben definita e definibile. Le tastiere stendono un tappeto sonoro sempre ben congegnato e fedele alle due caratteristiche sopra menzionate e sul quale si adagiano gli assoli di Isaia: ficcanti, ispirati e di non trascurabile levatura tecnica; la sezione ritmica del tandem Jonah/Malachia è di tutto rispetto e dà vita a delle autentiche cavalcate degne dei migliori Crociati in piena Guerra Santa, mentre il singing di Ezekiel è corposo, massiccio, con tratti molto ben evidenti a cavallo tra quello di Joakim Brodèn (Sabaton) e quello di Karsten Brill (Powerwolf). Dover scegliere tra le dieci, granitiche tracce è impresa ardua, ma (facendo davvero uno sforzo) direi che la opening-track e “Thanatos” risultano un palmo al di sopra della (pur elevata) media.
Un’opera altisonante, profonda, pur senza essere stucchevole né eccessivamente impegnativa, rammentandosi e rammentandoci che lo spirito dell’entertainment va sempre mantenuto e salvaguardato.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    10 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 2021
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Cosa può aver spinto, nel 2007, dei ragazzacci provenienti da Seattle, Washington, e Buenos Aires a formare una band di heavy metal non lo sapremo mai, ma meno male che lo hanno fatto! Il risultato è stato (dopo i vari demos di rito) l’esordio di “Chapter 1 - In the Beginning" nel 2009, cui hanno fatto seguito l’EP “Electro Nomicon” nel 2011 ed il secondo full-length “Unleashing the Shadows” datato 2013, per poi giungere a questa ultima fatica dedicata all’odierna era della menzogna.
La particolarità che mi è subito balzata all’occhio, nel leggere la tracklist, è stata la presenza di una intro (la title-track) ed una outro (“Gateway To A Galaxy Unknown”) strumentali (e fin qui, nulla di nuovo), ma anche di un pezzo strumentale esattamente a metà lavoro (“Tempest”). La seconda particolarità che mi ha colpito è stata la straordinaria somiglianza della voce di Diego Valdez con quella (nientepopòdimenoche) Ronnie James Dio! Praticamente un clone del mitico Padovano (vedi specialmente “Trapped in Time” ed in “Afterlife”)! Sta di fatto, che questo album sciorina del melodic metal di ragguardevole fattura lungo le ben 12 tracce (tra le quali le tre strumentali di cui sopra) ma senza mai scadere nel commerciale, mantenendosi dignitosamente hard’n’heavy. Una menzione a parte merita l’addetto alle sei corde, Alex Emerson, che risulta dotato di un repertorio di tutto rispetto anche negli immancabili assoli, con performance che (pur non facendo gridare al virtuosismo) si appalesano di assoluto spessore. Spessore che dimostrano i due della super-muscolare sezione ritmica, Diego Rodríguez alle quattro corde telluriche e Owen Bryant dietro le pelli a pestare come un esperto fabbro ferraio.
In definitiva, un full-length maturo, capace di martellare come pochi i padiglioni auricolari ma sapientemente.

P.S. Il disco è originariamente uscito nel 2019 come autoproduzione, per essere poi ristampato da Elevate Records nel 2021.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    10 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Settembre, 2021
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Tra le innumerevoli fucine statunitensi di bands del nostro beneamato genere, senza tema di smentita possiamo annoverare Phoenix, in Arizona. È proprio da lì che provengono questi tre loschi figuri (affiancati da un session man alle pelli) dediti ad un Power/Doom Metal assolutamente degno di nota, nonostante i loro “natali” recentissimi (2019). Già il nome dato alla band è interessante ed in linea con il genere proposto: il Libro dei Numeri è il quarto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana; scritto in ebraico, risale al VI-V secolo a.C. ed è composto da 36 capitoli descriventi la storia degli Ebrei durante il loro soggiorno nel deserto del Sinai (circa 1200 a.C.).
Il bilanciamento tra Power e Doom è praticamente perfetto, così come la performance del nostro trio esoterico, che si permette persino il lusso di inserire nell’album una cover dei mitici Black Sabbath dell’era-Dio ("Children of the Sea") senza minimamente sfigurare, né scimmiottare. Le altre sette tracce sono di pregevole fattura, con il singer Kevin Shaffer Schuhmacher che sfodera un’ugola di tutto rispetto di estrazione dickinsoniana, ma comunque abbastanza personale, e con l’axeman Brent Barker sugli scudi con assoli di buona levatura tecnica (specie nell’intro di “Contact”, alla Van Halen, almeno come approccio). Il songwriting è quanto mai azzeccato, con la maggior parte dei pezzi che iniziano con arpeggi (in “White Turns Black to Grey” – la ballad di turno - addirittura con chitarra classica) che preludono ad attacchi sonori diretti ed implacabili, sia pure con una varietà di tempi che rendono il tutto godibilissimo: tutto il full-length scivola via che è un piacere, accontentando un po’ tutte le preferenze, senza però mai perdere di vista il binomio micidiale Power/Doom.
Insomma, un debut album che è una spanna sopra la media del metalrama internazionale: welcome, Book of Numbers!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Agosto, 2021
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Degli Steel Rhino si sa pochissimo: sono svedesi e propongono un Heavy Metal che più tradizionale non si può; comunque, il solo fatto di annoverare nella propria line up un soggetto del calibro di Herbie Langhans (ex-Avantasia, Firewind, Sinbreed) è sinonimo di garanzia sulla levatura non certo trascurabile di questo combo vichingo. Ancora una volta, sono le lande scandinave a fornire un tangibile contributo alla causa della sopravvivenza del metallo, al di là delle mode e dei trends discografici. Registrato ai Loud Drums Studios in Svezia, prodotto da Mikael Rosengren, mixato da Jakob Herrmann ai Top Floor Studios di Göteborg e masterizzato da Jacob Hansen agli Hansen Studios in Danimarca, questo debut album si appalesa alquanto interessante, pur senza far gridare al miracolo.
Il songwriting è di assoluto livello e ripropone tutti gli ingredienti del classic Heavy Metal, con linee melodiche facilmente assimilabili ma mai sfacciatamente commerciali, un sound bello massiccio, estremamente valorizzato in sede di produzione. Senza strafare, i nostri svedesoni ci propinano una release godibile, variegata al punto giusto in cui – assodata la conferma di ugola e corde vocali di Herbie – le corde (tutte) affidate a Filip Vilhelmsson (Revolverlution, Bai Bang, Damien) ben si comportano pur senza incantare, svolgendo il loro onesto compitino metallico, al pari delle pelli sottoposte alle “cure” di un diligente Mikael Rosengren (anche lui Revolverlution, Bai Bang oltre a Dirty Passion). Tra i pezzi migliori di questa fatica, segnalo “Ghost from the Past” e “Fire and Ice”, e la “marilynmansoneggiante” “Sands of Time”, che si stagliano lievemente sulla media (ribadisco, complessivamente buona) dei restanti brani.
Fino a che ci saranno bands come quella del rinoceronte d’acciaio, noi headbangers potremo star pur certi che continueremo imperterriti a pogare ed a violentare la nostra air guitar!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    30 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Luglio, 2021
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Correva l’anno 2016 allorquando – sull’asse Treviso/Bologna – prendeva forma un sinistro progetto basato sul concetto di power-trio votato ad un metallo a tinte (o)scure, sulla scia malefica di bands altisonanti del calibro di Black Sabbath, Saint Vitus, Pentagram, Trouble e The Obsessed. Dopo aver forgiato nella loro nera fucina i singoli Ash, Centuries Asleep e Monastery i nostri tre darksters approdano al loro primo full-length omonimo, nel quale sono confluiti. Un lavoro che contiene parecchi spunti interessanti, passaggi di rilievo ed idee degne di nota, sia pure nel rispetto e nella continuità di una tradizione doom rigorosa: la prima cosa che mi ha colpito è stata la presenza in formazione di una bassista, cosa alquanto rara e che – nel caso della band in questione – è del tutto gradita ed azzeccata: brava Sara! Poi, mi hanno favorevolmente impressionato gli assoli di Giorgio, nient'affatto banali ma mai straripanti. Il singing di quest’ultimo rammenta (nello stile) quello dei Saint Vitus, anche se a tratti ibridato con quello del mitico Dave Hogg degli altri mostri sacri Angel Witch. Comunque si tratta di ben dieci tracce ben movimentate (vedasi “Losing Shape”) per essere di genere doom, notoriamente più mortifero nelle sue cadenze (canone comunque ripreso in “Ash” e “Loveless Reign”) ben sorrette dal drumming incessante di David. Un trip nell’insondabile, nel profondissimo abisso che si cela nella nostra anima, diuturnamente combattuta tra aneliti di elevazione e imperscrutabili rigurgiti maligni (cosa nella quale, a mio parere, sono riusciti solo i migliori Coroner): queste sono le sensazioni che mi ha suscitato l’ascolto di questo CD, a mio avviso ben congegnato dal trio emiliano-veneto, che ben si può collocare a pieno titolo tra il novero delle bands più incisive del genere.

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