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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    28 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2023
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Nono full-length per Blood Thirsty Demons, one man band italianissima, in quanto proveniente da Varese; è stato lì che – nel lontano 1997 – il malvagio polistrumentista Cristian Mustaine (presumibilmente epigono del compianto Quorthon, colui che originò l’oscuro moniker Bathory), ha generato questo insano progetto ispirato ai demoni assetati di sangue. Basta dare una scorsa ai titoli delle produzioni per capire facilmente quanto siano care a Cristian le tematiche esoteriche (e, guarda caso, questa ultima opera di chiama proprio “Esoteric”): il primo demo marchiato 2000 si chiamava “Solve et Coagula”; seguito dall’EP “Sabbath”; nel 2009 è stata la volta dell'LP “Occultum Lapidem” e, ora, l’assalto è portato da questa ultima fatica, non meno maledetta e sinistra. Già la intro “Holy Mountain” ci mette subito i brividi, facendo da preludio ad una “Black Mass” che non lascia certo spazio alla immaginazione quanto al contenuto. Giusto il tempo di essere disorientati da una cover di Alice Cooper ("Steven") - sia pure abbondantemente personalizzata e resa mefitica quanto basta per far sì che il clima di terrore e mistero non ci abbandoni -, che irrompe la title-track con tutta la sua carica maligna, avviluppandoci in un vortice orrorifico senza speranza. Sensazione che si perpetua con la seguente “Invocation” (più diretti di così, è il caso di dire, si muore…) dove torna a spiccare il pianoforte in maniera breve ma intensa: giusto il tempo di farci entrare nella “Devil’s Church” per la consequenziale celebrazione con tanto di organo a canne in gran spolvero, come nella bathoreggiante “Spiritual Path”. Le idee ci sono e sono piuttosto valide, sia pure tutte inesorabilmente orientate alla esaltazione del Male in tutte le sue forme e manifestazioni, nessuna esclusa. La tecnica – complessivamente – si rivela adeguata e di discreto livello (si badi, trattasi pur sempre di un polistrumentista…). Se proprio devo muovere un rilievo, lo faccio nei confronti del singing di Cristian, a tratti poco consono, un po’ monocorde e – comunque – spesso pregiudicato da una pronuncia inglese non proprio impeccabile. Purtuttavia, il lavoro è ben concepito e ben realizzato; soprattutto, ed è questo ciò che realmente conta, è efficace perché riesce pienamente nel suo intento di generare costante inquietudine dal primo all’ultimo solco: appunto, terrore e mistero. Bel colpo, Cristian!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    21 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 2023
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E rieccoci a recensire nuovamente gli Incursion, quintetto esplosivo proveniente da Miami, dove sono nati nel lontanissimo 1982 per poi spostare il baricentro delle loro scorribande metalliche su Nashville (Tennessee) in pieno territorio monopolizzato dalla musica Country. Difatti, avevo già avuto l'onore di recensire il loro precedente EP "The Hunter", laddove avevo avuto modo di sottolineare la bizzarria dei trascorsi di questi cinque ragazzotti tutto ferro e fuoco: formatisi nel 1982, avevano giusto inciso una demo nel 1984, poi poi sparire nell'oblio più totale fino al 2020, allorquando sono riemersi dalle nebbie con il precitato EP. Ebbene, ora è finalmente giunto il momento di saggiarli su di un full-length, non fosse altro per verificare che quelle buone premesse sciorinate nel precedente lavoro fossero o meno state consolidate. E, signore e signori, posso ufficialmente comunicarvi che lo sono state, eccome! Questo album d'esordio (meglio tardi che mai) spacca di brutto! Certo, anche nel caso di questa band "matura" non possiamo gridare al miracolo, ma le idee ci sono e sono tante e dirompenti. Qualità e quantità, sia pure ampiamente "nei ranghi" dei canoni del Power Metal più ortodosso. Pronti via, e la title/opening track ci arriva già come una mazzata di crick in piena faccia; ma non solo, perché da quei primi solchi in poi non ci sarà letteralmente più respiro: i pezzi si susseguono in un vero e proprio fuoco di fila. Questo CD è come una mitragliata lunga 41 minuti, in cui - al limite - solo con "The Sentinel" ci sarà modo di tirare un po' il fiato. Se a ciò si aggiunge il fatto che la produzione è davvero "iper", il risultato che ne vien fuori è un suond robustissimo: l'ugola di Steve è rocciosa, la sezione ritmica di Dan e Robbie fa impennare la scala Mercalli e le asce di Max e Michael saettano da par loro, un tripudio di metallo "old style" con tanto di sostrato maideniano a serpeggiare (neanche tanto) sotto traccia. "Strike Down" e "Master of Evil" (in puro stile Exciter) sugli scudi, ma è tutta la release a significarci che il nome della band è quanto mai azzeccato: si tratta di una incursione in piena regola, avente come obiettivo i nostri padiglioni auricolari e la nostra capoccia, che proprio non riesce a fermarsi se non dopo l'ultimissimo solco. Così come azzeccatissimo è il nome dell'album, perché veniamo letteralmente assaliti da una forza accecante ed annichilente. Ultramassicci!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    17 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre, 2022
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Gli Heart Attack sono un interessantissimo combo ateniese (da non confondere con la band omonima francese sotto Atomic Fire Records), che si è formato all’ombra del Partenone nel 2011 e ha subito dato fuoco al debut EP, al quale – nel 2015 – ha fatto seguito il loro primo full-length “Heart Revolution”, per poi approdare a questo “Final Attack”. I nostri quattro ragazzotti ellenici, infatti, si caratterizzano per il loro Hard‘n’Heavy alquanto melodico ma altrettanto tosto e ben suonato e ancora meglio prodotto: l’impatto sonoro è devastante per spessore e potenza. Le linee melodiche sono molto “catchy” e denotano un certo essere avvezzi a modalità compositive di autori di livello eccelso come (e vi assicuro che non sto esagerando) Desmond Child. Un songwriting come raramente se ne sentono, del tutto paragonabili ai dimenticati e bistrattati Europe, ai vari Dokken, Ratt e delle altre bands che hanno apportato lustro a quello che veniva definito AOR, ossia Adult Oriented Rock, seppure con connotati leggermente più tendenti al Metal più classico. Insomma, ci manca davvero un pelo per non classificarlo come Rock da classifica, più che altro per gli assoli molto stuzzicanti di John (vedi quello di “The Last Samurai”, ma quelli sfoggiati negli altri brani non sono da meno), per una batteria in gran spolvero, che nell’AOR viene invece un po’ relegata in secondo piano e per la quasi totale assenza delle tastiere. Ben articolata è “Bring Metal Back (The Final Attack)" che spazia dalla ballad allo Speed con disinvoltura in poco più di cinque minuti, con inserti che sono platealmente delle citazioni dei mostri sacri del genere, dai Black Sabbath ai Deep Purple fino agli Iron Maiden ed ai Metallica: molto godibile, il pezzo più pregiato dell’album. E veniamo alla nota dolente che, invero, denoto in buona parte delle bands: il cantante. George, che è anche l’autore dei testi, mi appare del tutto inadatto ed inadeguato, epigone più del mitico Vince Neil dei Mötley Crüe, ma con una voce ancor meno graffiante, oltre ad essere palesemente meno dotato dal punto di vista canoro (la performance nel pezzo “Immortal” merita una sufficienza stiracchiata). Dalle mie parti si dice che “per un pizzico di pepe si è rovinata la minestra”: ebbene, la voce rappresenta l’unica nota stonata (piccolo calambour) di un album che – comunque – resta del tutto pregevole e meritevole di attenzione da parte di chi predilige il Metal ortodosso che strizza l’occhio alle charts.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    10 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 2022
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Quando un polistrumentista proveniente dai Paesi Bassi ha la fortuna di incontrare un drummer italiano che, come lui, è appassionato di tematiche legate al mondo fantasy apocalittico, nasce una strana coppia a nome Legendarium che, dal 2017, riesce a partorire ben quattro full-length, un EP e due singoli ad alto tasso metallico, con striature epiche tipiche del Power Metal tedesco che tanto ci hanno fatto e ci fanno apprezzare Helloween, Stratovarious, Hammerfall, Blind Guardian e compagnia bella. L'opening e title-track innesca immediatamente la miccia, preludendo ad una esplosione di Heavy Metal senza precedenti, con il suo outtake maideniano ed il suo sound ben bilanciato tra chitarroni e tastiere ed un cantato da non disprezzare (of course, tutto by Laurence). La seguente "Arcane Magics of Ancient Origins" ci proietta all'indietro nel tempo, fino a quella era grandiosa ma ingiustamente etichettata come oscurantistica che è stata quella medievale; una intro azzeccatissima che funge da preludio ad un pezzo epicheggiante ma che incomincia a far emergere sentori di incompiutezza. C'è, infatti, una sottile linea rossa che lega tra loro tutti i dieci pezzi che compongono quest'ultima produzione dei Legendarium: quella, appunto, dell'incompiutezza; tante buone idee, tanti ottimi spunti ma - onestamente- si poteva fare di più e meglio; e ciò a cominciare dalle performance canore di Laurence: una voce alquanto monocorde (specie sul cantato "pulito", un po' meglio in quello più duro), la cui già non entusiasmante resa è aggravata da una pronuncia inglese non proprio all'altezza della situazione. Ed è un peccato, perché con un cantante più adatto certamente ne avrebbe guadagnato sotto tutti i punti di vista la band ed il prodotto. "The Ritual of the Thousand Skulls", poi, è spiazzante perché ne è sortito un pasticcio tra linee melodiche prettamente Punk (alla Misfits, tanto per intenderci) che, francamente, risultano avulse da tutto il contesto del CD. "...And All Shall Perish" inizia con uno Speed Metal niente male, ma poi si avviluppa intorno all'ennesimo pezzo all'insegna del "si, bene, ma si poteva fare meglio", con il cantato di Laurence che mi ha riportato alla mente i Carnivore con il mitico Steele alla voce. Tendenza che riemerge in "Killing Fields". In "Agrippa", poi, compare un cantato alquanto svogliato e buttato lì, che non riesce nell'intento di alzare un po' la media compositiva e realizzativa, che, ahimè, rimane bassina (vedi anche "Immortal", canzone alquanto spompa). In definitiva, come succedeva a scuola, questi Legendarium sono - a mio modesto avviso - senz'altro da rimandare e da rivedere alla prossima release, auspicando che riescano a mettere meglio a frutto le loro idee, come detto niente affatto malvage, ma che necessitano immediatamente dell'innesto di un cantante più dotato e convincente ed una produzione più adeguata al loro potenziale inespresso.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    06 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2022
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Decimo full-length per Vinnie Moore, ultra virtuoso delle sei corde statunitense accostabile a suoi omologhi come Tony Macapline, David Chastain, Steve Vai, Ritchie Kotzen, Marty Friedman, etc.; insomma, una vera e propria generazione di fenomeni più o meno suoi coetanei, ma rispetto ai quali Vinnie è di più lunga militanza, se si considerano i suoi trascorsi in una band che risponde al nome di Vicious Roumors, una vera e propria cult-band le cui origini risalgono al lontanissimo 1979, nella quale sono transitati una miriade di artisti di assoluto rilievo (uno su tutti, Brad Gillis che molti ricorderanno per le sue performance nella band di Ozzy, specie nell’immortale doppio live “Speak of The Devil” caratterizzato dalle sue reinterpetazioni personalizzatissime degli assoli di Sua Maestà Tony Iommi). Dal 1986 il nostro axeman ci delizia con delle release iperboliche, ma pur sempre inserite in un contesto di songwriting molto accessibile, quasi da classifica Rock, con risultati assolutamente superlativi: questa ultima fatica non fa eccezione alla regola, perché si tratta di una lunga sferzata di energia Hard'n'Heavy molto ben composta e congegnata. Ho ancora nelle orecchie e nella memoria il suo debut album - del 1986, appunto - “Mind’s Eye” (che poi ha dato il nome alla sua personale casa discografica) e, con queste premesse, mi sono accostato all’ascolto di questo CD; ebbene, già con l’attacco della opening track “Vertical Horizons” mi rendo conto come non solo – da un lato - il tempo sembra che si sia fermato per il nostro Vinnie ma – dall’altro – sappia ancora evolversi nella tecnica chitarristica, rendendo le sue performance non già una mera autocelebrazione stagnante, bensì il frutto di una incessante ricerca di soluzioni compositive/esecutive sempre attuali ed al top di gamma! In questa produzione c’è tanta varietà e tanta freschezza unite ad una durezza di impatto e ad una orecchiabilità (nell’accezione più nobile del termine) che ha pochissimi eguali, con buona pace di chi si aspetterebbe solo un interminabile e stucchevolissimo assolo, cosa alla quale – ad onor del vero – taluni talentuosi maestri d’ascia ci avevano abituati. Invece, si fugge via al galoppo, sull’onda di canzoni che si snodano su un livello medio qualitativo altissimo, a mio modesto avviso paragonabile – come release di questi ultimi tempi – a lavori del calibro dell’album del pargoletto di Eddie Van Halen, il polistrumentista Wolfgang, sotto l’egida/pseudonimo di Mammoth. Insomma, un vero “must have”: accaparratevelo a tutti i costi!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2022
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Quando una band decide di dare in pasto ai proprio famelici fans un "best of", lo fa quasi sempre per tacitare momentaneamente gli appetiti dei suoi adepti più accesi ed irriducibili: una sorta di "contentino" in attesa della prossima release in studio. Magari, inserisce pure qualche brano inedito, a fungere da antipasto, sempre per acquietare i mugugni di chi - da troppo tempo - è rimasto a digiuno ed inizia a sbraitare, manifestando il proprio malcontento, più che comprensibile. Ma quando si tratta di Udo Dirkschenieder e i suoi U.D.O., quando si tratta di un personaggio che, da sempre, fa la storia dell'Heavy Metal, quando si tratta di un'ugola inconfondibile, che - ancora oggi - alla soglia delle 70 primavere, fa rabbrividire e fa tremare tutto e tutti, allora il discorso cambia. Dal 1987 il Signor Dirkschneider ci ha travolti da una tale massa di magma metallico che quasi si stenta a fare a meno di ascoltare qualche pezzo generato dalla sua sordida mente di sacerdote del metallo per più di qualche mese. Se poi ci aggiungiamo che si è contornato non solo del suo impavido drummer generato dai suoi stessi lombi (il quale non ha disdegnato di fungere da session di lusso per altri colossi del genere come i Saxon), ma anche di una prima ascia (Andrey) che ha militato in gloriosi gruppi come quelli messi su da due ex singers dei titanici Iron Maiden (Paul Di'Anno e Blaze Bayley) e di un bassista che ha condiviso il live stage dei distruttori Testament, non possiamo non comprendere perché le crisi di astinenza dei fans dell'ex vocalist degli immensi Accept siano così frequenti. Tale e tanta è la produzione del singer teutonico, che a malapena due CD riescono a contenere i migliori capitoli della sua infinita saga metallica, nonostante ben 33 pezzi, uno più massiccio e dirompente dell'altro (addirittura, nella versione vinile ben 4 dischi!). Altresì, nella tracklist figurano due inediti, proposti come singolo quasi a lasciar presagire l'immediato futuro discografico della band, che rispondono al nome di "Wilder Life" e "Dust and Rust", per non dimenticare la rara "Falling Angels". Dal debut album "Animal House" fino all'ultima fatica in studio "Game Over", vengono passati in rassegna brani che sono tutti autentici campioni dei pesi massimi dell'Hard'n'Heavy, dall'opening track "Fear Detector" passando per "Break the Rules" (estrapolata da "Mean Machine") a "Metal Eater" (tratta da "Timebomb"). Un vero e proprio monumento metallico eretto dal leader tedesco ed i suoi quattro accoliti che, per l'ennesima volta, ci danno ulteriore dimostrazione (semmai ve ne fosse bisogno) che - come dal titolo di uno dei tanti leggendari pezzi marchiati U.D.O.- "Heavy Metal Never Dies", perlomeno fino a quando ci saranno baluardi del loro calibro. Un "must have", senza "se" e senza "ma".

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    19 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2022
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Quando ti accingi ad ascoltare un disco dei veri titani del metallo, non puoi esimerti dal genufletterti e porti in uno stato di religiosa veglia, facendo del training autogeno per prepararti al meglio a ricevere la tua dose di superlativa musica da essi generata e che ti verrà elargita a piene mani attraverso gli altoparlanti, destinati a fumare per quanta sarà la ultra-violenza sonora che saranno chiamati ad erogare. Nella fattispecie, sapendo di avere il piacere immenso di ascoltare l'ultima fatica dei colossi scandinavi del Doom, i Candlemass, a maggior ragione mi sono raccolto in me stesso non solo ponendo in essere gli accorgimenti di cui sopra, ma tremante in quanto consapevole che - di lì a poco - mi si sarebbero spalancati davanti i sette cancelli dell'Inferno sonoro, orrorifico e oscuro come non mai. Peraltro, altra prerogativa dei titani del metallo, è quella di aver creato una sorta di "marchio di fabbrica", ossia un sound assolutamente unico, che solo ed esclusivamente loro sanno di ricreare ogni volta che realizzano un'opera discografica. E, devo subito chiarirlo, anche questa volta i Candlemass hanno mantenuto tutte le promesse e le premesse di questa loro ennesima opera al nero! Non appena parte questo "Sweet Evil Sun", con "Wizard of the Vortex", si viene immediatamente pervasi da una sensazione di greve angoscia che solo un "dolce malvagio sole" può provocare. Un album sinistro, come la successiva title-track, in cui la paura ti assale e non ti lascia più, attanagliandoti e paralizzandoti quasi totalmente: quasi, perché l'unica parte del corpo che si muove è la testa, chiamata (con la seguente "Angel Battle") ad un headbanging cadenzato ma non per questo meno furente. Ed è un sudare freddo, quello che ti accompagna per tutto l'ascolto, seguendo le traiettorie di una nera farfalla ("Black Butterfly") un po' come se fossi nel tuo bel tirettone dell'obitorio, mezzo vivo ma in preda ad un rigor mortis cagionato dall'incedere ineluttabile dei pezzi che compongono l'intero CD. Il marchio di fabbrica, dicevamo: ebbene, in effetti questo ennesimo capitolo della infinita saga dei maestri della messa macabra, ripropone tutto ciò che c'è del tipico Candlemass sound ma, semmai fosse possibile, con quel pizzico di follia compositiva in più, che solo delle menti fortemente perverse e costantemente proiettate verso le tenebre potrebbero concepire (vedasi "Scandinavian Gods" e "Devil Voodoo"). Impossibile segnalare qualche brano della tracklist, per quanto essa è tutta di altissimo livello: il tutto è un'unica, mastodontica pietra tombale, che suggellerà la vostra cappella immaginaria, lentamente ma inesorabilmente, creatasi intorno a voi man mano che procedete con la mortifera sequenza dei brani, fino a crocifiggervi in essa ("Crucified"). Diciamo che questo CD si candida seriamente ad entrare nella scaletta dei brani dai quali attingere per la colonna sonora del proprio funerale. E c'è, come sempre, l'imbarazzo della scelta, perché questa release ti costringe a scegliere fior da fiore (cimiteriale, of course); vabbè, al limite, se proprio non ci riuscite, potete sempre delegare la scelta al becchino... C u in hell!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 2022
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Questo album è da urlooooooooo!!!
Ciò chiarito, in via di premessa, vengo a precisare per quali motivi si tratta di une vero e proprio masterpiece: già il semplice considerare che questa band nasce da un perverso sodalizio tra un bassista che è stato nientedimeno che uno dei fondatori dei megagalattici Megadeth e un vocalist che può tranquillamente essere annoverato tra i più dotati e talentuosi in circolazione, ci fa capire che le premesse ci sono tutte. Quando poi passiamo all’ascolto, ci accorgiamo subito che tutte le promesse iniziali risultano tutte mantenute, ed alla grande pure! Giusto per quei due o tre che lo ignorano, Jeff Scott Soto è sempre stato un session di extralusso, avendo prestato la propria ugola superlativa a nomi del calibro di Yngwie Malmsteen, Axel Rudi Pell, Lita Ford, Paul Gilbert, Slaughter, Steelheart, Stryper, House of Lords, Michael Schenker, Zakk Wylde, Journey, pur non disdegnando qualche sortita come solista (ha ben dieci album nel suo palmares dal 1995 ad oggi), svelando la sua immensa poliedricità e versatilità; un vero animale da palcoscenico, in grado di spaziare dal Metal al Blues, al Funky ed al Rock più melodico, sfoggiando una timbrica a tratti accattivante, a tratti Heavy. Non è da meno l’italianissimo axeman Andy Martongelli, un maestro d’ascia come ce ne sono pochi in giro; non a caso è contesissimo ed ha prestato i suoi servigi a gente del livello di Steve Vai, Marty Friedman, Guthrie Govan, Paul Gilbert, Kiko Loureiro (Megadeth, ex-Angra), Andy Timmons, Frank Gambale, Michael Angelo Batio, Gus G. (Ozzy Osbourne), Reb Beach (Whitesnake, Winger), George Lynch, Vinnie Moore e tanti altri. Completa il quartetto l’altrettanto italianissimo drummer Paolo Caridi, una vera belva dietro le pelli, al punto che lo stesso Ellefson lo aveva voluto nell’album “Over the Cover”. Ebbene, quando metti insieme quattro big del genere, il risultato non può che essere semplicemente stellare; una release stratosferica, che ti incolla al muro con la forza d’urto di un ordigno abnorme, che genera una deflagrazione mostruosa. Ben quattordici gemme metalliche della più variegata foggia (che dire del violino in “The day before tomorrow”?), con le sole ballads “Writing on the Wall” e “Out of the Blue” a far rifiatare. Superlativo! Ogni altro aggettivo sarebbe superfluo per descrivere questa magnifica produzione destinata a rimanere scritta a lettere di fuoco nell’Empireo metallico!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    05 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 05 Novembre, 2022
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Ottimo EP d'esordio per i Wildfire, cinque ragazzi ateniesi formatisi davvero di recente (2019) all'ombra della Acropoli più famosa del mondo. Non è la prima volta che mi trovo al cospetto di una release proveniente dal paese ellenico e devo dire, ad onor del vero, che - come nelle volte precedenti - sono rimasto favorevolmente impressionato dal lavoro svolto in sala di incisione dai metallers greci, i quali hanno dimostrato di aver ben assimilato e metabolizzato il verbo metallico più ortodosso. Anche nel caso di questi epigoni del fuoco selvaggio, infatti, ci viene proposto un Hard'n'Heavy di tutto rispetto, molto ben composto ed altrettanto ben suonato: la band non mostra punti deboli e fa il suo prepotente ingresso nel metalrama internazionale mostrandosi ben compatta e sinergica nel propugnare la fede che noi tutti professiamo con orgoglio e fierezza. Sugli scudi gli assoli: veramente pregevolissimi e tecnicamente sopra la media; l'ugola del frontman William Joestar si difende più che bene, senza mai sbavature o cedimenti; i riffs sono tanto semplici quanto d'impatto; il duo ritmico è granitico e preciso; il sound è roccioso e senza fronzoli. Le quattro tracce dell'EP si rivelano assolutamente convincenti e lasciano presagire un futuro più che roseo per questo monicker del sud-est europeo che, in linea con le peculiarità della loro gloriosa terra, sotto la dura scorza dell'involucro generato dalla loro musica, celano uno scrigno di tesori nascosti che ripagheranno certamente tutti coloro che si prenderanno la (piacevole) briga di andarlo a scovare, quasi come novelli Indiana Jones del metallo. Di rilievo, senza tema di smentita. Ne sentiremo parlare a lungo.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    29 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 2022
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Ci sono dei meccanismi psicologici per cui si creano cosiddette associazioni di idee: sentendo una parola, inconsciamente e quasi meccanicamente la mente associa ciò che quella parola rappresenta con un altra rappresentazione di un'altra persona, un altro oggetto, un'altra idea, un altro concetto e così via. Nel caso di Herman Frank, la associazione di idee è con i mitici Accept. Certo, la stessa cosa vale per Udo Dirkshneider, ugola al vetriolo che ormai da tempo sta proseguendo egregiamente la propria carriera solista supportato dal figlio batterista. Certo, quando hai letteralmente fatto la storia del metallo per decenni, la band con la quale lo hai fatto ti rimane cucita sulla pelle e nell'anima per sempre. Purtuttavia, come si suol dire "the show must go on" e bisogna sempre guardare avanti, proiettarsi nel futuro con focus positivo e costruttivo. E, se i risultati sono questi, non c'è minimamente da temere che possa non essere roseo. Il buon Herman, in quel di Hannover, tramava da tempo il come back nell'Olimpo degli Dei metallici e, finalmente, dopo l'aperitivo costituito dai due singoli (estrapolati dalla tracklist sopra riportata) rappresentati dalla opening track e dalla title-track, ora - come novello Zeus - ci scaglia dall'altro questo tonante CD. Ovviamente, per sferrare questo primo attacco, il nostro non poteva che attorniarsi di una vera e propria Metal militia, di gente che potesse vantare un curriculum di tutto rispetto; e così si va da un drummer che ha prestato i propri rudi servigi a Jorn Lande, U.D.O., Primal Fear, Sinner (Francesco Jovino) fino ad una seconda ascia con precorsi nei Victory (Michael Pesin), passando per un vocalist che ha cantato nei Bonfire e persino negli Accept (David Reece). Il risultato non poteva che essere ultra-dirompente: avete presente quei rulli compressori tanto delicati e carini che si usano per asfaltare le strade? Bene, anche voi - dopo l'ascolto di questa release - rimarrete asfaltati! Dalla furiosa opening track, per poi passare alla mega-heavy title-track, non riuscirete a divincolarvi dalle pesantissime spire in cui vi ritroverete subito avvolti, se non quando avrà suonato l'ultimissimo solco di questo full-length di esordio che erutta metallo incandescente come un vulcano sopito per tanti anni che si è improvvisamente destato con una insaziabile voglia di originare terremoti sonori e di sommergere tutto e tutti sotto un tappeto di lava, quasi fosse posseduto da un insano istinto di generare una seconda Pompei in pieno XXI secolo. E che dire di "Destroyers of the Night" o l'incazzatissima "Fear No Evil"? Come commentare la valanga di assoli al fulmicotone di cui è infarcito l'album? Come appellare un tappeto sonoro incessantemente distruttivo creato da una sezione ritmica superlativa? Come definire i duelli d'ascia dispensati a piene mani lungo tutta la release? Un debut album tostissimo come pochi, in grado di sviluppare gradi Richter e Mercalli a più non posso, facendovi tremare le mura e le budella come se non ci fosse un domani. Un vero "must have"!

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