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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Sono già passati cinque anni da quel colossale "Simulacrum", l'album che ha portato a compimento la maturità artistica dei nostrani Hideous Divinity, confermandoli per sempre nell'Olimpo delle migliori realtà Technical Death mondiali. Una crescita costante che porta con sé un importante fardello: non potersi più permettere passi falsi. Dopo un disco del genere nel 2019 Enrico H. Di Lorenzo e soci hanno dettato delle coordinate stilistiche che non possono non essere seguite, e questo nuovissimo "Unextinct", quinto album dell'act romano, ne è la diretta conseguenza. Gli Hideous Divinity ci hanno messo più del solito questa volta, considerando il ritmo di un disco ogni 2-3 anni, prendendosi un lustro di tempo, vuoi per la pandemia, vuoi per il cambio di line-up che vede la dipartita dello storico Giulio Galati dietro le pelli e l'ingresso del ventinovenne Edoardo Di Santo (Voltumna, Ade, Instigate, ex-Deceptionist) - studente peraltro del leggendario George Kollias -, avvenuto però dopo le registrazioni di quest'album eseguite dal session Davide Itri (Bedsore, ex-Ade). Insomma, tante cose nel piatto confluite in questo "Unextinct", album che ci sentiamo di definire "ragionato" e "complesso". È chiaro come la luce del sole che la band non sia più composta da ragazzi alle prime armi con il solo interesse di pestare a sangue con un Death Metal feroce ed istintivo; quei tempi son belli che finiti. Come tutte le realtà del settore e forti di un album precedente che ha dato loro un terreno vergine su cui edificare, gli Hideous Divinity ci presentano un disco estremamente stratificato, dove orchestrazioni e momenti di respiro si alternano a fasi concitate. Ne è una dimostrazione l'importante durata delle tracce, che arrivano perfino a sfiorare i 9 minuti, segno che i Nostri abbiano voluto dare alla propria creatura tutte le sfaccettature possibili, senza tuttavia sfociare nella sterile prolissità. Anzi, c'è da dire che nonostante il precedente "Simulacrum" fosse molto più diretto e aggressivo, qui si intravede una sorta di passo indietro, o per meglio dire un ribilanciamento degli equilibri. Ecco dunque che ci ritroviamo brani come "More Than Many, Never One" che sanno pestare come gli Hideous sanno fare, ma anche darci momenti di respiro più rotondi e morbidi, molto simile al processo evolutivo dei belgi Aborted, o dei sempre italiani Fleshgod Apocalypse. Trattasi dunque di un album che da un lato è diretto discendente di "Simulacrum", ma dall'altro prende una strada tutta sua, portando la band su lidi finora appena sfiorati e testimoni di una crescita musicale incontrovertibile. Chiaramente questo è un processo che va accettato per quello che è: sicuramente ci sarà qualche detrattore nostalgico della vecchia guardia e va bene così; siamo consci del fatto che la band romana non sia più "quella di una volta" con tutti i pro e i contro del caso. Dal canto nostro non possiamo non elogiare una realtà che non si è mai voluta adagiare sugli allori e che ha portato - e sta portando - a compimento una crescita a dir poco sorprendente. In sintesi: un capolavoro!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    17 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Non si sa nulla riguardo i Silkof Grove, band greca che pubblica tramite Alcyone Records il qui presente "Death Construction", disco di debutto di una realtà sulla quale il sottoscritto ha trovato pochissime info, praticamente niente. Sulla line-up non si sa granché, tranne una fotografia presente su Metallum che lascerebbe intendere si tratti di una one-man-band; perciò tratteremo soltanto della musica in sé e basta. In realtà non c'è molto da dire a riguardo: il disco si presenta estremamente moderno nel sound, con un Melodic Death molto cristallino e talvolta sfociante nel Power, con bellissimi intermezzi in pulito, assoli molto ben articolati e sezioni spaccaossa groove. Insomma, un bel curriculum sulla carta per un totale di sei lunghissimi brani che arrivano a toccare anche i 10 minuti di durata. E probabilmente è quest'ultimo il vero tasto dolente del disco: se nella forma tutto è al suo posto, con alcuni capitoli molto degni di nota, dall'altra tutta la struttura risulta prolissa ed eccessivamente allungata, laddove una minor durata avrebbe sicuramente giovato in termini di attenzione da parte dell'ascoltatore. Ora, trattandosi di una realtà praticamente del tutto sconosciuta, non sappiamo se questo possa essere il primo di una - speriamo -lunga carriera o un capitolo a sé - a quanto pare sembrerebbe una dedica a qualcuno -. Sta di fatto che se il progetto è destinato a continuare il consiglio è certamente quello di mantenere l'impianto strutturale moderno, ma cercando di snellire i brani con meno zone morte e passaggi più efficaci.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    17 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2024
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Vengono dalla Svezia, più precisamente dalla sacra Göteborg, suonano Swedish Death e presentano una formula feroce e senza fronzoli: ecco gli Industrial Puke ed il loro disco d'esordio "Born into the Twisting Rope", un concentrato adrenalinico di Metal grezzo che investe ogni cosa che incontra sul suo cammino. Dieci tracce, nessuna delle quali va oltre i due minuti e mezzo in cui i Nostri sciorinano tutto un repertorio al fulmicotone senza lasciare minimamente respiro all'ascoltatore, forti - ovviamente - di un territorio che per il Metal è stato un po' la culla seminale, almeno di un filone più che importante. Dismember, Carnage, Grave, Nihilist e chi più ne ha più ne metta. Sono queste le coordinate stilistiche nelle quali collocare il quintetto, che a modo suo riesce comunque a metterci del proprio, seppur in una forma ancora acerba. Da un lato è da premiare la ferocia quasi eccessiva con cui i Nostri si scagliano, senza badare minimamente ad abbassare l'acceleratore, considerando anche la fortissima componente Grind/Hardcore che si rifà molto ai Napalm Death, dall'altro tuttavia sono due i fattori che ci hanno fatto storcere il naso: la voce ed una totale assenza di stacchi tra una traccia e l'altra. Veniamo al primo punto: in generale la prova canora di Linus Jägerskog non è neanche male, considerando che la componente -core è molto predominante e quindi perfetta per un cantato così sforzato; tuttavia la voce risulta troppo piatta e urlata, senza nessun guizzo e ferma su una singola frequenza, risultando quindi monotona. Secondo punto: ottima la ferocia delle tracce, ma la breve durata dei pezzi e in generale la struttura similare di ciascun pezzo contribuiscono a far scivolare il disco troppo in fretta senza lasciare troppi solchi lungo il percorso. L'asticella è stata quindi troppo spostata sul versante adrenalinico senza prendere in considerazione l'impatto sull'ascoltatore, che potrebbe tranquillamente non accorgersi del cambio di traccia. In sintesi un debutto buono, con tanto potenziale ma ancora troppo wannabe.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    17 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2024
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C'è poca, pochissima gente che oggigiorno riesce a proporre formule più che note, figlie dirette della NWOBHM in stile Venom, e dare loro una ventata di assoluta freschezza senza per questo stonare o risultare lontane da quegli stilemi che hanno forgiato nel nero metallo i gruppi che hanno fatto la storia. Una di queste realtà sono certamente la one-man-band americana Midnight capitanata da Athenar, polistrumentista che con la sua satanica creatura giunge a questo sesto ottimo sigillo dal titolo "Hellish Expectations": una bomba nucleare che trasuda anni '80 da tutti i pori. Già da tempo i Nostri si erano distinti nel panorama Metal per l'enorme efficacia della formula proposta, con dischi che mai una sola volta hanno lasciato spazio ad un mero copia/incolla. Ignoranza - quella buona e genuina - adrenalina, velocità, ferocia... Tutto nella nuova maligna creatura dei Midnight rende l'album qualcosa di spettacolare, per i fan della vecchissima guardia: Venom, Motorhead, Sodom, Slayer, primi Metallica, incursioni Crust Punk. Insomma, avete capito perfettamente di cosa stiamo parlando. Il tutto reso ancor più ruvido e feroce dalla voce corrosiva di Athenar, che qui probabilmente raggiunge il suo apice, forte anche dell'esperienza dei capitoli precedenti che avevano dato il via ad un filone compositivo più diretto, aggressivo e senza fronzoli. Ecco, se cercate un disco che vi aggredisca da inizio a fine nella maniera più genuina possibile, allora la nuova fatica dei Midnight farà al caso vostro con dieci brani uno più cafone dell'altro, ridotto all'osso, con pochi "semplici" ingredienti. Tra le migliori uscite dell'anno senza ombra di dubbio.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2024
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Poche sono le band la cui crescita musicale risulta evidente ed incontrovertibile: una di queste sono sicuramente i Cognizance, una nostra vecchia conoscenza che torna con il suo terzo album dal titolo "Phantazein". L'album, diciamolo subito, che consacra gli inglesi tra le migliori band di un certo modo di intendere il Melodic Death, ossia quello che fa capo ai The Black Dahlia Murder, Inferi e compagnia. Ecco, i Nostri si classificano esattamente a metà con la loro proposta che prende elementi da entrambe le parti fino a toccare alcune pennellate Deathcore per un disco che sa di maturità e genialità. Se, infatti, all'inizio la band risultava ancora troppo scolastica o comunque legata a stilemi noti, ora è esattamente il contrario: le coordinate son quelle, ma è il come che ha cambiato completamente le carte in tavola. Tradotto, non più semplici scolari ma veri e propri maestri che sanno usare gli strumenti - letteralmente e non - per creare qualcosa di unico e personale. Il risultato del processo in questi tre anni di assenza è per l'appunto questo "Phantazein". Undici tracce che vi terranno incollati alle cuffie. Il lavoro delle due chitarre è sublime: riff serrati, contorti, puliti e taglienti, lavoro di groove pregevole con la sezione ritmica far da padrona in questo arzigogolato percorso e growling perfettamente calato nel contesto. Insomma, c'è tutto ciò che ci si aspetterebbe da una band che fin dalle origini mostrava un gran valore ancora grezzo; ebbene, qui i Cognizance sono definitivamente sbocciati con una maggiore attenzione al comparto melodico ed espressivo, con un'intensità che rasenta la perfezione. Infine menzione d'onore per la produzione, molto più pulita che rende giustizia ad un disco estremamente complesso, che altrimenti sarebbe risultato impastato e di difficile digestione. Insomma, da qui in poi ci aspettiamo solo il meglio da questa band. Complimenti.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2024
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Continua il viaggio etereo nel Cosmo più profondo e sperduto della one man band tedesca Cosmic Burial, una realtà assai sconosciuta ma che nel suo piccolo si è ritagliata una fetta importante con la sua formula dal tratto dolce ed al contempo amaro. Benvenuti, dunque, in questo "Far Away from Home", terzo album dell'artista V.V., che già dal nome dà un'idea più che concreta di ciò che vi aspetterà una volta messe le cuffie alle orecchie: un vero e proprio viaggio astrale verso nuove dimensioni cosmiche. Un album fatto per toccare direttamente il cuore e l'anima, dove la musica ha il totale controllo di tutto, senza lasciare spazio ad un briciolo di violenza o ferocia. Al contrario: l'acidità delle chitarre va a cozzare con l'atmosfera cristallina ed evanescente delle atmosfere, in un gioco di luci ed ombre che raramente si sente all'interno di un disco. Come per il secondo album, recensito sui nostri portali nel 2021, anche in questo sembra farsi sentire molto l'influenza di Burzum dei primi lavori, con questo andamento sognante, malinconico, allungato... quasi rilassato oseremmo dire. Il tutto impreziosito da orchestrazioni, synth e passaggi liquidi che ricordano il dolce fluire di acque remote che sgorgano dalle cime più fredde ed irraggiungibili. Questo è forse il segreto dei Cosmic Burial, i quali non percorrono strade note, o comunque se lo fanno è sempre con uno stile personalissimo. Dodici minuti per ogni traccia ma che mai, e ripetiamolo MAI, vi faranno annoiare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2024
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Dopo otto anni dall'ultimo disco, e con la speranza di rivederli in attività ormai quasi del tutto svanita, ecco che il quintetto piemontese Putridity torna con l'EP "Greedy Gory Gluttony", licenziato da Willowtip Records. Un dischetto che finalmente ci mostra di nuovo una band in pienissima forma e soprattutto una realtà ben lungi dall'aver abbandonato la scena, visti anche i numerosi cambi di formazione e, per l'appunto, gli anni di silenzio. Detto ciò, la formula non è cambiata: Brutal Death sporco, putrescente ma ricchissimo di tecnicismi e molto interessante dal punto di vista creativo. Se da un lato le coordinate stilistiche sono ampiamente note, con un sound vicino ai grandi nomi dello Slam, dall'altro i Nostri imbastiscono una formula piuttosto personale che si fa forte di cambi di tempo, tracce più blastate ed altre che puntano maggiormente sull'effetto cadenzato, complice una sezione di batteria notevole. Peccato solamente che del lotto di cinque tracce solamente le prime due siano inedite; un piccolo - troppo piccolo - assaggio di novità che comunque è sufficiente a confermare dopo tutto questo tempo come i Putridity sappiano bene cosa fare della loro musica. Questo EP, in sintesi, ha un solo grosso difetto: non è un album completo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 2024
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Prosegue la carriera dei Cryptosis, trio olandese che dopo l'ottimo debutto del 2021 prosegue la propria carriera con questo EP dal titolo "The Silent Call", sempre licenziato da Century Media. Quattro sono le tracce, di cui due suonate live, che ci presentano una gran bella band, in pienissima forma e dedita al Thrash Metal più moderno ed arzigogolato, figlio diretto di gente come Vektor, Coroner, Revocation e compagnia bella. Insomma, abbiamo capito quali sono le coordinate stilistiche: tanta, tantissima tecnica, ma non per questo si può parlare di musica noiosa o fine a sé stessa. Dunque ciò che andremo a sentire è un piccolo EP ma grande nella compattezza, soprattutto nella traccia d'apertura che strizza - e non poco - l'occhio al Black Metal, con un intreccio molto intrigante delle chitarre. Perfino la linea vocale, sempre legata al cantato Thrash sembra fondersi a meraviglia nel contesto, per quanto c'è da dire che la voce sia un po' in sordina rispetto al comparto sonoro, quasi a voler dare a tutto il disco un impatto più strumentale; ma vi assicuriamo che ciò non è per nulla fastidioso. In definitiva si tratta certamente di un prodotto che conferma quanto fatto di buono nel 2021, ma che di fatto aggiunge praticamente zero, se non l'hype per un nuovo full-length.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2024
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Dopo cinque anni tornano i danesi Hatesphere, band ormai navigatissima e divenuta negli anni un vero e proprio punto di riferimento di un certo modo di intendere il Metal moderno: un mix spaccaossa di Death e Thrash che si incastra all'interno di sezioni Groove che trasudano Pantera, Lamb Of God e The Haunted da tutti i pori. Insomma, avete capito il filone a cui ci riferiamo. Detto ciò, cosa c'è da aspettarsi da questo nuovo capitolo dal titolo "Hatred Reborn"? La risposta ve la diamo secca e diretta, senza troppi giri: esattamente niente di nuovo se non la classica (e forse per alcuni noiosa) formula degli Hatesphere, quella con cui i nostri hanno costruito la propria carriera e che è anche un po' la loro condanna. E nemmeno il cambio (ennesimo) di line up ci ha dato quel guizzo in più che servirebbe: il nuovo vocalist, Mathias Uldall, è bravo, molto bravo, e molto più di stampo Metalcore, il che ovviamente si riflette nelle tracce. Tuttavia, se da un lato gli Hatesphere ci provano a fare il balzo, ad uscire da quegli stilemi che di fatto li relegano a band media, dall'altro questa formula sembra proprio non voler andare via. I brani sono massicci, carichi, potenti e sarebbe stupido dire brutti. Anzi, l'album è diretto e senza fronzoli, il che rende l'ascolto piacevole ma nulla di più: va giù senza che ve ne rendiate conto, complice - e lo ripetiamo ancora - questo modo di suonare che non è mai cambiato negli anni, salvo qualche lampo qua e là. Ma per il resto gli Hatesphere non hanno molto altro da dire. Un bilancio che pensiamo ormai si possa fare dopo due decadi e più di attività e che conferma quanto scritto nel titolo: nel posto giusto al momento giusto. I danesi sono bravi, sanno fare il loro estremamente bene, sanno scrivere pezzi monumentali, ma sempre all'interno del loro orticello, senza cercare di uscire o peggio, provandoci ma fallendo quasi sempre nell'intento.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2024
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Esattamente come nella recensione della versione riregistrata di "Morbid Vision" ad opera dei fratelli Cavalera, anche per questo "Bestial Devastation", la domanda è sempre la stessa: ce n'era davvero bisogno? Ora, lungi dall'aver posto il quesito in maniera scortese, è chiaro come l'acqua che in qualsiasi modo ci propongano versioni rimasterizzate, riregistrate e così via di grandi classici la risposta è sempre quella: "va bene lo stesso!" (cit.). Detto ciò, soffermiamoci un secondo sul lato prettamente tecnico: la qualità delle tracce in versione 2023 è pressoché perfetta, con suoni oscuri, feroci, cattivi, la voce di Max è azzeccatissima e fa sempre la sua gran figura con quello che è a tutti gli effetti il suo territorio; non da meno il fratello dietro le pelli, sempre una macchina assassina. Insomma, tutto è dove dovrebbe essere; e grazie al c***o direte giustamente. Dunque la domanda torna sempre: ce n'era bisogno? Certo che no, e i motivi sono due: dare una svecchiata a del materiale che era (ed è) perfettamente in linea con il suo tempo non è sciocco ovviamente, ma comunque ci sembra un po' una forzatura - tradotto: ma chi ve l'ha chiesto? -; il secondo motivo è di marketing e si lega al primo, perché è chiaro che con dei capolavori dei Sepultura si vende facile. Morale della favola: il voto che diamo è meramente in onore del materiale in sé e non certo per il guizzo di genio dei fratelli Cavalera nell'averlo rispolverato.

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