A+ A A-

Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

348 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 35 »
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Quella dei leggendari Hypocrisy è stata ed è tutt'ora una signora carriera con dei capitoli sempre e comunque riusciti. Da importantissima e seminale realtà della nascente corrente Death Metal in Svezia a degni portavoce di sonorità più Melodic Death, Peter Tägtgren e soci non hanno mai sbagliato un colpo grazie anche ad una lodevole maestria compositiva del vocalist e chitarrista. Non stupisce, dunque, se il trio non abbia mai sbagliato un colpo centrando sempre e comunque il bersaglio. Dal 2013, anno del riuscito e fino ad ora ultimo "End of Disclosure", ad oggi, dei Nostri non si è saputo più nulla se non dei rumors circa un album di addio e relativo scioglimento. Insomma, tanti dubbi e congetture che sicuramente la band non ha aiutato a dissolvere, almeno fino ad oggi. Dopo ben otto anni di silenzio è finalmente giunto il momento del gran ritorno degli Hypocrisy con il loro quattordicesimo parto in casa -come sempre - Nuclear Blast Records: "Worship".
Poche, o forse pochissime sono le band che possono fregiarsi del titolo di "garanzia", e certamente l'act svedese non è da meno: questo album infatti sa di Hypocrisy al 100%, con tutti i pro e contro del caso. “Squadra che vince non si cambia” recita il proverbio, e forse è con queste parole che meglio si riesce a dare una dimensione alla nuova fatica del gruppo, seppur con qualche riserva. Dicevamo prima come il grandissimo asso nella manica degli Hypocrisy sia il frontman Peter Tägtgren, che non a caso è considerato una delle figure chiave della nascente corrente Swedish Death dei primi anni '90. E questo per un "semplice" fattore: una spiccata quanto poliedrica inventiva compositiva. "Worship" è esattamente la quadra, il riassunto, la summa di quanto fatto di buono fino ad ora e di come suonano gli odierni Hypocrisy. Dalle tipiche sfuriate glaciali melodeath dell'opener omonima, al mood più groove e pesante di "Dead World" (che vagamente ha il sapore dei Kataklysm), fino a veri e propri rimandi alle radici Death Metal come avviene in “Brotherhood of the Serpent”. Insomma, si parla di un disco cementato su un modus operandi ormai consolidato ma non per questo prolisso o comunque noioso. L'eterogeneità compositiva del trio svedese si spalma all'interno di 50 minuti di durata che filano con una facilità disarmante, alternando momenti più duri e compatti ad altri più sognanti ed ultraterreni, esattamente come gli ultimi lavori della band ci hanno abituato; e noi li amiamo per questo. È vero, si sta comunque parlando di un'opera che non nasconde una certa autoreferenzialità o comunque un voler rimarcare quanto questo sia territorio esclusivo degli Hypocrisy. Ma appunto, va bene così dato che - diciamolo chiaro e tondo- un artista del calibro di Peter Tägtgren può permettersi di fare un po' ciò che vuole. Tuttavia è indubbio come "Worship" sappia attirare a sé l'attenzione di chiunque, dal fan sfegatato della prima ondata Death fino all'estimatore della svolta Melodeath. Un'eterogeneità che saprà regalarvi quasi un'ora di gustosissimo metal suonato a regola d'arte; d'altronde stiam pur sempre parlando di un gruppo leggendario.
Otto anni, signori. Otto lunghissimi anni di assenza dai riflettori totalmente ripagati da un nuovo ed imponente capitolo di una band che non ha perso una singola pagliuzza della sua verve. Non si poteva chiedere di più al trio di oggi, se non di non sparire più dalla scena. Un disco - lo ripetiamo ancora - che sa di Hypocrisy al 100%: vi basti questo. Bentornati!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Partiamo dal presupposto che il sottoscritto ama alla follia H.P. Lovecraft. Se, poi, aggiungiamo band metal che trattano del "Solitario di Providence", ecco che la cosa si fa ancora più interessante. È questo il caso dei mitici The Lurking Fear - titolo, peraltro, del famoso racconto del 1922 dell'autore americano -, combo svedese che vede tra le fila 3/5 degli At The Gates (nella fattispecie Tomas Lindberg, Adrian Erlandsson e Jonas Stålhammar), l'ex-Marduk Andreas Axelsson e l'ex-Sarcasm Fredrik Wallenberg. Insomma, giusto qualche nomignolo della scena Death e Black scandinava, no? Nati nel 2016 e con alle spalle l'ottimo debutto del 2017 "Out of the Voiceless Grave", i Nostri fin da subito non hanno esitato nel dare in pasto agli ascoltatori quanto di più classico - e per fortuna direi - ci si potesse aspettare da una line-up del genere: Death Metal sporco e rozzo nel più tipico Swedish style. Ma tanto è bastato alla band per attirare a sé l'attenzione anche del colosso Century Media Records. Zero fronzoli, ferocia primordiale allo stato puro e tutta la maestria di chi giustamente ha lasciato il solco nella storia del nostro amatissimo genere. Ed oggi, a quattro anni dal primo disco, i The Lurking Fear tornano alla ribalta con il qui presente "Death, Madness, Horror, Decay", secondo cattivissimo full-length della combo svedese. E come volevasi dimostrare siamo nuovamente di fronte ad un album spaccaossa da inizio a fine, tiratissimo e senza un singolo attimo di respiro. Nemmeno 40 minuti di durata per un totale di dodici tracce (escluse le due cover bonus finali) che vi faranno letteralmente esplodere il cervello con un Death Metal monolitico, frenetico e caustico.
Se negli At The Gates Lindberg e soci hanno voluto cambiare quasi del tutto rotta andando ad esplorare lidi più progressive e sperimentali, qui, al contrario, è l'approccio classico a farla da padrone, seppur con qualche riserva. Nel disco in questione i Nostri si muovono certamente su territori ampiamente conosciuti o comunque più che consolidati nel tempo, ma c'è da dire che l'influenza degli ATG a livello compositivo di tanto in tanto fa capolino. Un fattore che sorprendentemente non va a ridurre il tutto ad una semplice costola o side-project - cosa che anche ai tempi del debutto si vociferava ma che poi i fatti hanno smentito -, ma che invece dà a tutto il carrozzone quella ben presente vena melodica e malatissima (sentire "Leech Of The Aeons" per credere). Il tutto in perfetto stile Lovecraft, con quelle dissonanze e melodie orrorifiche da follia. Quindi sì, i The Lurking Fear sono stilisticamente classici, ma non per questo "già sentiti". Per intenderci: se volete qualcosa di veramente old school e, per l'appunto, classico, allora è nei Grand Cadaver - side project del mitico Mikale Stanne dei Dark Tranquillity; andate a leggere la nostra recensione - che dovete andare a parare. Comunque sia, Il merito di cotanta cattiveria, ovviamente, va alle chitarre di Stålhammar e Wallenberg che si muovono all'interno di un riffing serratissimo e monolitico, reso ancora più micidiale e macabro dal dio Adrian dietro le pelli, che tra una blastata e un tappeto di doppio pedale vi darà la stessa sensazione che si prova nel morire sotto i colpi di un martello. E poi, ovviamente, Mr. Tompa alla voce: inconfondibile ed unico nel suo genere. Che si tratti degli ATG, dei The Lurking Fear o dei vari progetti in cantiere, Lindberg farà sempre il suo gran figurone, alla faccia di chi recrimina al vocalist una perdita di tono; semplicemente il buon Tom ha capito che lo stille a la "Slaughter Of The Soul" e precedenti non può più farlo. Eppure anche con questo altro timbro la sua è una performance vocale davvero notevole in grado di andare a braccetto con l'altrettanta furia omicida dei brani proposti.
Insomma, tirando le somme: con questo "Death, Madness, Horror, Decay" l'act svedese acquisisce quella personalità che forse un po' mancava nel precedente disco spazzando via ogni dubbio. L'album si lascia ascoltare da inizio a fine grazie anche ad un'ottima scorrevolezza dei pezzi che assai raramente vanno oltre i 2 minuti e mezzo/3 di durata. Qui non sono certamente le tempistiche che vi faranno dire "wow", ma la ferocia e la frenesia malata delle tracce. Da ascoltare senza se e senza ma.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Ci hanno messo pochissimo a tornare con un nuovo lavoro i tedeschi Bonded, band Thrash Metal nata dagli ex-Sodom Bernemann e Markus Freiwald. Solo ad inizio 2020 i Nostri si presentarono al pubblico con l'album di debutto: e che album ragazzi! Un disco che macinava Thrash Metal old school come se piovesse, ma sempre e comunque con un occhio di riguardo a soluzioni più moderne. Il risultato fu sbalorditivo perché da una parte ci presentava un lavoro degno di nota pregno di tutta la maestria di musicisti con gli attributi; dall'altra, cosa più importante, ci mostrò come i Bonded non fossero soltanto "la band costola dei Sodom", ma al contrario un gruppo con una personalità tutta sua. Chiaro, il filone compositivo e stilistico è quello, come del resto succede per i vicini di casa Kreator e Destruction. Tuttavia è l'approccio e il modus operandi che fece di quell'album un inizio di carriera col botto. Nemmeno due anni dopo, poi, ecco che la band si ripresenta con il secondo full-length, il qui presente "Into Blackness", con la stessa line-up di partenza, stesso stile ma con un approccio ancora più sicuro, violento e stratificato rispetto al primo capitolo. In poche parole: siamo di fronte all'ascesa dei Bonded che con questo lavoro decretano ufficialmente il loro stile scrollandosi di dosso ogni richiamo - cosa che fanno di più i fan, diciamolo - ai Sodom. Bernemann e soci hanno tirato fuori dal cilindro un discone della madonna che mostra come i vecchi leoni siano ancora i degni sovrani del Thrash Metal, non c'è niente da fare. i Nostri non si inventano nulla, ma si muovono all'interno di un territorio di cui sono i re indiscussi ed il risultato è un disco di una ferocia disarmante; un attacco all'arma bianca che non risparmia colpi e bordate nei confronti dell'ascoltatore. Il tutto suonato con classe e competenza tanto da toccare alcune sezioni più melodiche e ragionate in cui il mitico Ingo Bajonczak (vocalist anche degli Assassin) si concede anche dei momenti in clean vocals in cui ammorbidisce ulteriormente il suo timbro sporco e abrasivo. Davvero una prova canora da encomio se vi piace il Thrash Metal fatto come si deve.
Per quanto riguarda la parte strumentale, beh, signori miei, non serve nemmeno starne a parlare. Stiam pur sempre parlando di musicisti con alle spalle decenni di esperienza come il buon Bernemann, il quale si è dimostrato un chitarrista con una spiccata fantasia compositiva. Anzi, ci azzardiamo a dire che è proprio con i Bonded che egli può dare pieno sfogo del suo ventaglio compositivo, cosa che nei Sodom non gli era concessa. Ed infatti la sostanziale differenza con Tom Angelripper e soci è proprio questa: mentre i Sodom non ci pensano nemmeno un secondo a cambiare formula, restando invece fedeli a quegli stilemi - che noi amiamo, sia chiaro -, i Bonded si dimostrano, al contrario, una band molto più aperta a soluzioni moderne abbracciando anche elementi melodici e groove. Da qui si capisce come non si possa più ridurre il tutto ad una semplice costola dei Sodom; ma già dall'inizio se proprio vogliamo dirla tutta. Ma comunque, al di là di questi discorsi poco importanti, ciò che conta è come il quintetto teutonico sia riuscito nell'intento di portare alla luce un lavoro che pesca a mani bassissime dal capitolo precedente ma evolvendo e potenziando tutti quegli elementi che nel primo lavoro erano meno sviluppati. Il risultato è un album colossale, di una ferocia inaudita e di gran classe. Tutti elementi che fanno dei Bonded una realtà di primissima importanza nel panorama Thrash. Inutile dirvi che dovete assolutamente recuperarlo: vi regalerà una sanissima dose di violenza allo stato puro, Complimenti!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Nel panorama dello Slam Death i Waking the Cadaver, quartetto del New Jersey, hanno da sempre un ruolo piuttosto primario, soprattutto perché sono stati tra le prime band ad inserire nella loro proposta musicale anche elementi Deathcore. Ed infatti i Nostri nacquero nel 2006, proprio nel periodo in cui lo Slam/Brutal Death iniziava a prendere la piega che ha assunto al giorno d'oggi con una miriade di gruppi che propongono gli stessi medesimi pattern. I Waking the Cadaver, al contrario, pur rientrando perfettamente all'interno di questa cerchia, sono sempre riusciti a dare al proprio sound una certa vena personale; non tanto nei primi due lavori, fortemente acerbi ma comunque con una buona base, quanto nei successivi capitoli. Dopo lo scioglimento del 2018, infine, arriviamo al 2021 con il quarto album licenziato da Unique Leader Records: "Authority Through Intimidation", il primo lavoro post reunion che porta con sé anche alcune novità. In primis la line-up che vede l'ingresso di Michael Thomas al basso e soprattutto il mitico Marco Pitruzzella alla batteria, che ha più gruppi all'attivo che parenti - seriamente, andate a vedere con quante band collabora -. A seguire, poi, la proposta musicale, che questa volta vede un'attenzione maggiore alle parti groovy e prettamente Death/Hardcore relegando i momenti pesantissimi Slam a dei passaggi di contorno, tanto per ricordarci comunque che si sta parlando di un album di una delle prime band che il genere lo ha portato in auge. Il tutto si traduce in otto tracce super scorrevoli e per nulla noiose, fatte dei migliori riff del repertorio dei Nostri ed impreziosite dalla sempre ottima voce di Don Campan, il quale ha aperto maggiormente le sue corde vocali regalandoci un growl che strizza tantissimo l'occhio alla voce Hardcore. Ma, ovviamente, è nei momenti del suo famoso pig squeal che egli dà il meglio di sé. Mai esagerato e sempre ben equilibrato nell'alternare stili diversi, il buon Don non fa mai brutta figura (consigliatissima in questo senso "Threaten Physical Force"). Musicalmente parlando la proposta dei WTC è quanto di meglio potevamo aspettarci dal quartetto del New Jersey, con momenti, dicevamo, più vicini al Groove e all'Hardcore: componenti che solo negli ultimi anni hanno preso un posto di maggiore rilevanza nel repertorio del gruppo. Se prima a farla da padrona era lo Slam/Brutal Deathcore nella sua forma più grezza - acerba anche, diciamolo - e primordiale, ora ci si è spostati su lidi decisamente più moderni ed anche stilisticamente variegati. Il che si è rivelato essere un centro pieno.
Insomma, comunque lo si voglia vedere questo "Authority Through Intimidation" è un disco che ci presenta i WTC sotto una luce quasi completamente nuova ma pur sempre legato a quelle sonorità che hanno fatto della band un punto di riferimento per tutte le realtà post anni 2000. E noi non potevamo chiedere di meglio. Bentornati!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Basterebbero solamente gli undici minuti dell'opener "Locus" di questo nuovissimo "Coherence" degli australiani Be'lakor per rendersi conto di quanto la classe e l'eleganza siano dei tratti innati e non acquisibili. Giunti alla loro quinta prova sotto l'egida di Napalm Records, i Nostri tornano sotto i riflettori a distanza di cinque anni dal precedente capitolo, e lo fanno portando alla luce quanto di più autentico ci si possa aspettare da un disco Melodic Death. Già, perché in un mondo che va inesorabilmente avanti, fa sempre piacere imbattersi in qualcosa di ancora genuino ed autentico: due componenti che da sempre caratterizzano le composizioni dell'act di Melbourne. Mai avvezzi a soluzioni semplicistiche, prevedibili e né, tantomeno, ad ingraziarsi il pubblico - chi ha detto gli In Flames di oggi?! - i Be'lakor sono fedeli solamente a loro stessi. Il che, musicalmente parlando, si traduce in un Melodic Death che fieramente si fa portavoce della vecchia scuola ma imbastito all'interno di una struttura moderna o comunque articolata e mai scontata. Una manna dal cielo se si pensa alle pochissime band post anni 2000 che effettivamente hanno portato ad un ricambio generazionale, salvo qualche nome. Ecco, i Be'lakor sono il classico faro nella notte in questo mare fatto perlopiù di tutta immagine e poca sostanza: maturità, classe ed eleganza, unitamente ad un fortissimo senso di autenticità, fanno di questo "Coherence" un discone fiero e bello da inizio a fine. Qui si suona Melodic Death nella sua vera accezione, alternando momenti prettamente scandinavi alla Opeth, primi In Flames e Dark Tranquillity fino a toccare i lati sognanti e malinconici di Insomnium e Swallow The Sun. E forse "sognante" è l'aggettivo che meglio descrive l'opera di George Kosmas e soci. Dalle tracce che mai si perdono in soluzioni banali o votate alla più becera orecchiabilità fino all'ineccepibile tecnica e maturità di cui ogni pezzo è pregno. Tutto nei Be'lakor sa di vero, affascinante, equilibrato e formale, a testimonianza di come il quintetto abbia dalla sua una spiccata attitudine musicale che gli permette di giostrarsi a meraviglia all'interno del mood pensieroso e malinconico del disco. Giusto qualche impennata qua e là tanto per dare un minimo di respiro, seppur non si ravvisa mai un punto di rottura, come se tutto giocasse sopra un delicatissimo filo. Non c'è nulla che sia troppo o troppo poco: la voce di George a volte si staglia al di sopra della tempesta, altre volte si fonde con la melodia... le chitarre non hanno freni inibitori e ci regalano dei passaggi affatto scontati che strizzano l'occhio alla scuola scandinava più intransigente fino alle soluzioni più moderne. Il tutto, lo ripetiamo, suonato con estrema classe ed autenticità. "Coherence" è il dito medio in faccia all'immagine e alla roba commerciale più becera. Un album per i palati, o le orecchie, più intransigenti ed esigenti che sa di Be'lakor da inizio a fine. Complimenti!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Ah il Canada: terra dell'hockey su ghiaccio, delle conifere, delle Montagne Rocciose... e del Technical Death Metal. Dai più che noti Beyond Creation fino agli Archspire, Quo Vadis, Neuraxis e potremmo continuare all'infinito, da queste parti il metal si prende sul serio e nella sua forma più ambiziosa, raffinata e virtuosa. Non si sa il perché, il come e il quando ma è noto come qui la corrente Tech Death sia particolarmente radicata e diffusa. Non c'è da stupirsi, dunque, se la band che andremo a presentare oggi è proprio canadese: i First Fragment. Nati nella seconda metà dei primi anni 2000, quando la versione più moderna del genere - quella che ha raccolto l'eredità di Death, Cynic, Atheist e affini - stava prendendo forma, i nostri solamente nel 2016 decidono di dare alla luce il disco di debutto intitolato "Dasein". Pensate: titolo in tedesco ("Dasein" è un termine filosofico traducibile con "esserci" o "esistenza") e tracce e lyrics in francese. Ma comunque, la vera particolarità dei First Fragment stava tutta nella musica proposta. Se da un lato essi erano riconducibili perfettamente alle band sopracitate, dall'altro se ne discostavano per un approccio molto più neoclassico e virtuoso, con moltissimi spunti derivanti perfino dal flamenco e dalla musica spagnola. Insomma, i fratelli Gabriel Brault-Pilon e David AB e soci riuscirono a conquistare l'attenzione del pubblico, anche per il fatto di proporre un Death Metal più "morbido" e meno aggressivo rispetto ai colleghi. Comunque sia, è nel 2021 che i Nostri vengono definitivamente consacrati come la miglior band Neoclassical/Technical Death Metal grazie al secondo disco, uscito sotto l'egida di Unique Leader Records, "Gloire Éternelle". Ragazzi, cosa non è questo album! Immaginate tutti gli elementi presenti nel primo capitolo ma esponenzialmente più ricchi ed eterogenei.
Dicevamo che comunque la base sulla quale il tutto è stato imbastito è sempre quella. Per intenderci: lo capisci subito che si tratta di Technical Death. Eppure bastano pochissime battute dell'opener "Gloire Éternelle" per rendersi conto che il quintetto canadese abbia qualcosa in più. Innanzitutto gli elementi spagnoleggianti e neoclassici sono i veri protagonisti dei tutta l'opera: cosa che farà trovare agli intenditori non pochi riferimenti al sommo e unico Yngwie Malmsteen, il chitarrista svedese che per primo traspose la musical classica nel metal (è celebre la sua "Arpeggios From Hell"). Soprattutto chi suona la chitarra non potrà non elogiare il lavoro disumano di Phil e Nick che pesca a mani bassissime nella musica del '700: scale, fraseggi, ghirigori, assoli... non c'è una nota che non riporti a quel periodo lì. Ma non è tutto, perché nella loro proposta i First Fragment trovano un posto di primaria importanza anche per le chitarre classiche, che più volte si cimentano in vere e proprie ballate di Flamenco, riuscendo da un lato a stupire e sorprendere l'ascoltatore, dall'altro a "smorzare" di tanto in tanto le ritmiche frenetiche ed impossibili. Quindi un doppio centro da questo punto di vista. Interessante notare, poi, come rispetto alle band Tech Death più note, i Nostri diano un ruolo ancora più incisivo alle sezioni di basso; che chiamare Dominic "Forest" Lapointe bassista sarebbe anche riduttivo. Uscito dai Beyond Creation ed unitosi ai First Fragment, senza timore ci permettiamo di affermare che è proprio in questi ultimi che egli dà totale sfogo della sua tecnica e del suo estro artistico - andate a vedere i suoi playthrough su YouTube -. Questo perché, come si affermava più su, la band da sempre pone maggiormente l'accento sulla componente neoclassica rispetto a quella Death. Basti pensare al fatto che la voce di David AB sia quasi secondaria laddove gli strumenti sono i veri protagonisti dell'intero disco. Da qui ne segue come "Gloire Éternelle" sia un album dalle infinite sfaccettature, con dieci tracce frenetiche, tirate ma comunque sempre ben puntate verso un'unica direzione; fattore, questo, di vitale importanza se non si vuole annoiare con un mero sfoggio delle abilità musicali. Già, perché se è innegabile che i First Fragment non badino a tenere a freno la loro bravura, è altresì vero che tutto l'album scorra liscio da inizio a fine senza perdere il suo focus, dimostrando quindi una maturità ed una classe fuori dal comunque.
Insomma, comunque lo si voglia prendere "Gloire Éternelle" è un discone dalla A alla Z che troverà il plauso degli amanti del Technical Death, dei virtuosismi e anche dei chitarristi solisti. Un lavoro che, lo diciamo, fa dei First Fragment la miglior band Neoclassica al mondo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Quella dei Whitechapel è forse una delle carriere più stilisticamente interessanti che in 15 anni di attività ha visto la band di Knoxville diventare tra i nomi di punta del movimento Deathcore per poi abbracciare, disco dopo disco, sempre più influenze musicali. Insomma, Phil Bozeman e soci non si sono mai adagiati sugli allori, cosa che avrebbero potuto tranquillamente permettersi essendo loro un gruppo praticamente inimitabile. Ma comunque, è interessante notare come il processo evolutivo dei Nostri non si sia mai fermato di fronte a degli azzardi che, in ultima analisi, si sono rivelati più che vincenti. Il risultato di questo lunghissimo e graduale processo fu quel capolavoro di "The Valley" che vide la luce nel 2019 e ci presentò, per la prima volta e con una svolta nettissima rispetto ad altri capitoli, una band quasi del tutto nuova. Quello fu l'album che decretò l'impennata musicale dei Whitechapel o, se vogliamo dirla meglio, il punto di rottura: dalle sezioni in clean vocals di Phill, ai richiami palesissimi ai Katatonia, fino a momenti Alternative sorretti sempre e comunque dalla componente -core. Insomma, "The Valley" ha rappresentato, musicalmente e tematicamente, un cambio di rotta verso lidi più sperimentali, malinconici, tetri ed intimi; tant'è vero che lo stesso vocalist si racconta traccia dopo traccia.
E dopo soli due anni ecco che la band torna con questo "Kin", figlio diretto del capitolo precedente - era inevitabile -, che, sebbene ci mostri un'opera imbastita all'interno della medesima struttura di "The Valley", si rivela un disco a dir poco colossale, indescrivibile, magnifico. In una parola: stupendo. Era difficile, se non impossibile, per Bozeman e soci portare alla luce un album degno del suo predecessore, non tanto a livello stilistico; o meglio, non solo. Quel pathos, quelle atmosfere lugubri e tristi ma allo stesso tempo magnifiche ed epiche... Tutto ciò si pensava sarebbe stato improponibile all'interno di un nuovo lavoro. Eppure, con sommo stupore da parte di chi vi scrive, i Whitechapel ci hanno regalato qualcosa che va ben oltre le aspettative e che di fatto ha portato la loro musica su livelli mai visti finora. Per certi aspetti siamo di fronte ad un disco superiore al precedente per un semplice motivo: qui, stilisticamente parlando, ci si è spinti oltre. Mi spiego meglio. È innegabile che "The Valley" sia stata una svolta epocale, soprattutto perché la vena malinconica e melodica che ha avvicinato molto il sound della band ai Katatonia o comunque al filone Alternative/Dark ha aperto un ventaglio compositivo enorme. La furia del Deathcore - che, precisiamo, è SEMPRE presente - si è arricchita di elementi mai sentiti prima, ed il risultato fu spettacolare. Tuttavia è con questo "Kin" che il tutto assume una dimensione più definita e, se vogliamo, più coraggiosa. L'album ha tutti gli elementi di "The Valley" ma più raffinati, decisi, ricchi. Tutto ciò non poteva non confluire su quella che è ormai la colonna portante dell'intero carrozzone: il vocalist storico Phil Bozeman che, parere personale, è tra i migliori - se non il miglior - vocalist Deathcore sulla faccia della Terra. Micidiale, ferocissimo, gutturale e assassino con il suo growl, diventato un'istituzione ed elogiato da tutti i fronti. Caldo, struggente e commovente nelle sezioni in clean vocals, che qui raggiungono delle vette compositive sbalorditive. Al pari, tanto per fare un parallelismo, di Mikael Stanne dei Dark Tranquillity. Insomma, la musica in "Kin" si adegua perfettamente al mood di Phil, presentandoci delle bombe colossali e ultra feroci come "Lost Boy", che sembra fuoriuscire da un connubio tra i The Black Dahlia Murder e i Carcass, e brani da pelle d'oca e lacrime come "Anticure". O ancora brani in cui entrambi gli elementi si uniscono dando vita a qualcosa di mai sentito prima (vedasi "History Is Silent", "To The Wolves" e "Without Us"). Da qui segue che il lavoro di songwriting delle tre chitarre è stato più che disumano ed in grado di unire al suo interno gli elementi più disparati del Deathcore, Technical Death, Alternative, Gothic e Progressive.
Senza andare per le lunghe, "Kin" è la quintessenza del capolavoro e forse il miglior disco mai partorito dai Whitechapel. Figlio diretto del precedente capitolo ma ancora più coraggioso ed eterogeneo. Un album che vi terrà incollati alle cuffie per più ascolti dal tanto che è bello. Da parte nostra tra le migliori uscite dell'anno.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

È impressionante come la Spagna stia tirando fuori, almeno quest'anno, un sacco di band Black Metal validissime. Il che risulta ancora più incredibile se si pensa che da quelle parti non c'è mai stata una scena degna di questo nome, o comunque si parla di un territorio che di certo non è noto per la suddetta. Insomma, comunque la si voglia vedere, è certo che si sta assistendo ad una vera e propria riscoperta del genere nelle sue forme più primordiali. a testimonianza di ciò oggi facciamo la conoscenza dei Velo Misere, quintetto di Madrid che giunge al suo primo full-length, questo "Monomanía del inexorable vacío". Un disco, come avrete letto dal titolo, che si rifà totalmente alla scuola nordica dei primi anni '90 ma che non disdegna uno sguardo anche alla Finlandia dei Behexen e degli Horna. Il risultato, dunque, è un connubio tra la matrice Emperor e Burzum con una spiccata vena Raw sull'altro versante che rende il disco crudo, primordiale e ferino. Logico quanto scontato che il prodotto in questione non brilli certamente per iniziativa od originalità; ci mancherebbe. Eppure i Nostri hanno dimostrato comunque una buona attitudine nel non scadere in una mera emulazione, scegliendo invece delle soluzioni per nulla scontate ed anzi super gradite. Il lotto di sette tracce si inserisce perfettamente all'interno del filone sopradescritto, e lo fa con un Black Metal ipnotico, etereo e dalle sfumature atmosferiche. Il che stupisce abbastanza per un disco che sembra voler strizzare l'occhio alla vecchia guardia pur risultando, in ultima analisi, curato e moderno. Da qui viene da chiedersi a chi effettivamente vogliano rivolgersi i Velo Misere dato che l'album - che, attenzione, teniamo a precisare esserci piaciuto parecchio - sembra voler prendere una piega tutta sua senza poi effettivamente dirci cosa voglia dire. Ma comunque, giochi di parole a parte, quella imbastita dal quintetto di Madrid è una prova di pregevole fattura che pesca a mani pienissime negli anni '90 senza vergognarsi di adottare, dall'altra parte, un approccio decisamente più moderno. Il risultato è un disco scheletrico e mortifero da inizio a fine ma godibilissimo per via della produzione asciutta ma pulita. Decisamente consigliato agli amanti delle frange più raw e feroci del genere.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Avevamo già fatto la conoscenza dei Bound In Fear, act inglese entrato nel mondo dello Slam Deathcore nel 2019 con l'album di debutto sotto l'egida di Unique Leader Records. La band fin da subito mostrò una certa classe e confidenza con delle sonorità che ultimamente sono diventate il pane quotidiano dell'etichetta in questione. Tuttavia all'epoca si ravvisava un approccio che per quanto convincente potesse essere, tuttavia esso era ancora troppo scolastico o comunque relegato all'interno di soluzioni abbastanza scontate e prevedibili. Il discorso non cambiò affatto l'anno seguente con l'EP, dato che si continuò più o meno sulla stessa strada. Infine si arriva ad ottobre 2021 con questo "Penance", secondo full-length dei Bound In Fear e - finalmente - primo disco dell'act ad aver lasciato veramente un segno nella carriera dei Nostri. Senza troppi giri di parole ci troviamo di fronte ad un gruppo quasi del tutto nuovo, con sonorità ancora più macabre ed un comparto tecnico-compositivo decisamente migliore e più raffinato rispetto ai capitoli precedenti. Quello proposto da Ben Mason e soci è un Deathcore decisamente più spinto e violento, impreziosito come di consueto dalle classiche bombe super cadenzate derivanti dallo Slam Death; ma questa volta il tutto è stato impostato su delle soluzioni più accattivanti e meno insicure rispetto al debutto. Segno, questo, che il gruppo ha trovato una sua dimensione riuscendo ad uscire dagli schemi. Questa volta c'è spazio anche per qualche innesto elettronico o downtempo, tanto che i più nerd troveranno molte affinità con la colonna sonora del videogioco Doom, come per esempio in "Sadist" e "Nu11". Per quanto concerne la sezione ritmica invece, questa volta si è dato maggiormente spazio alle variazioni di tempo: non c'è da stupirsi, quindi, se l'omonima traccia abbraccia maggiormente la componente Slam e la successiva "Scar Of Man" risulta invece più aperta alle influenze -core. Tuttavia ciò non va confuso come un disco che fa dell'eterogeneità il punto forte. Anzi, è esattamente il contrario. Seppur "Penance" abbia dalla sua una confidenza molto più marcata rispetto al suo predecessore, c'è da dire anche che i Nostri si sono concentrati ancora di più sul loro sound, sacrificando quindi alcune componenti che magari in precedenza si potevano avvertire. Ciò non è da intendersi come un punto negativo, ma come lo specifico intento di andare a stringere il tiro al fine di colpire il centro. Non c'è da stupirsi se i Bound In Fear risultino più slam e macabri, soprattutto nell''utilizzo quasi maniacale di sonorità dissonanti e melodie malatissime di sottofondo.
Insomma, per non tirarla per le lunghe, la band inglese ha finito il suo periodo scolastico e si presenta al pubblicò con una maturità stilistica degna di nota che sicuramente incontrerà il favore di molti estimatori del genere.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Thall. Avevamo già incontrato questo termine quando parlammo della musica degli Humanity's Last Breath, ossia un mix micidiale tra Deathcore dissonante, Ambient e Djent. Tradotto: un trip nel quale la mente dell'ascoltatore viene presa, annientata e ricostruita in un nuovo piano esistenziale. Ecco, oggi siamo sempre in Svezia per parlare dei padri fondatori del genere, i micidiali Vildhjarta con il loro secondo attesissimo - e monumentale - "måsstaden under vatten": disco che giunge dopo otto anni dal debutto, che a suo tempo ridefinì un nuovo modo di intendere il Djent e le sue varie sfaccettature. Un album, il qui presente, che eleva ulteriormente la capacità tecnico-compositiva dell'act svedese, portandola a dei livelli talmente caustici e claustrofobici che difficilmente si uscirà illesi a fine ascolto, considerando anche l'imponenza dell'opera che consta di ben 17 lunghissime ed agonizzanti tracce. Queste a loro volta suddivise in due parti che narrano dell'esistenza di una misteriosa città nascosta - molto simile a R'lyeh, la città descritta ne "Il richiamo di Chtulhu" di Lovecraft, non trovate? -.
Comunque sia, ciò che la band ha messo sul piatto è qualcosa di totalmente indescrivibile ed elusivo, frutto di un songwriting massiccio, senza punti di appoggio, con ritmiche improponibili, tempi alternati e riffoni pesanti come macigni. Sì, esatto, molto simile ai Meshuggah direte voi, considerando anche che entrambe le band sono di Umeå. Tuttavia quella imbastita dai Vildhjarta è un'opera che per quanto sia innegabile raccolga il retaggio di Jens Kidman e soci, dall'altra parte se ne discosta per per l'approccio. I Meshuggah puntano maggiormente sui tempi e le sonorità "liquide" - almeno negli ultimi anni -, i Vildhjarta invece puntano di più sulle atmosfere lugubri e claustrofobiche, tant'è che fanno un uso massiccio - ormai una firma - di sonorità dissonanti e tetre. Perciò ridurre la loro musica ad una parentesi o comunque ad un copia/incolla dei Meshuggah è quanto di più superficiale ed intellettualmente disonesto si possa fare, un po' come gli Inferi con i The Black Dahlia Murder. In più c'è da considerare il colossale lavoro concettuale e compositivo che sono la vera linfa vitale di questo "måsstaden under vatten". Traccia dopo traccia si va delineando una vera e propria agonia mentale, soprattutto quando si passa ad ascoltare "vagabond", la traccia che apre la seconda parte del disco. Da qui in poi si scende ancora di più nel baratro e nel frattempo si diventa sempre più consapevoli del pregevole lavoro svolto dalla band. Lavoro che non si ferma ad una mera manifestazione di muscoli fine a se stessa. Qui c'è molto ma molto di più: qualcosa che va oltre il songwriting. Una vera e propria sensazione di angoscia asfissiante dalla quale si vuole uscire ma che per qualche strano motivo attrae. E forse è questa la particolarità dei Vildhjarta che li rende più unici che rari: l'ipnotizzare l'ascoltatore mentre il suo cervello viene letteralmente liquefatto ed annichilito. Insomma, un'esperienza sensoriale a 360 gradi che coinvolge mente e corpo. Dal nostro punto di vista l'act svedese ha imbastito un'opera a dir poco mastodontica ed inimitabile. certo, come tutte le cose "strane" e non convenzionali sta a voi giudicare. Di una cosa siamo assolutamente certi però: è un ascolto da fare in determinate condizioni, quando si ha il tempo di degustare con attenzione tutta l'opera e non di certo qualcosa da mettere in sottofondo distrattamente. Ma attenzione, potreste non uscirne vivi.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
348 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 35 »
Powered by JReviews

releases

Cynic: sarà l'ultimo capitolo della loro storia?
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un eccellente debut EP per i finlandesi Benothing
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Torna la furia primitiva dei finlandesi Concrete Winds
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Rhapsody of Fire tornano con un disco all’altezza del loro grande passato
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Temperance raggiungono un livello superiore
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hypocrisy: un nome, una leggenda, una garanzia. Il gran ritorno di Tägtgren e soci
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Rosa Nocturna: un buon progetto ma con qualche difetto di troppo
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Jason Payne & The Black Leather Riders: una band da tenere d'occhio
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Debutto assoluto per gli italianissimi Spiral Wounds
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Per gli appassionati di Gothic con voce maschile ecco i Basement's Glare
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Album di debutto per gli Athemon, frutto della collaborazione di un duo anglo-brasiliano
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un live che potrebbe aprire ad un futuro interessante: disco dal vivo per i CRΩHM!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla