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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2021
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Quando si parla di black/thrash metal viene quasi automatico pensare ai grandi nomi dell'old school quali Nifelheim, Aura Noir, Destroyer 666, Sodom, Sarcofago e via dicendo. Come è normale che sia, dunque, essi rappresentano delle stelle polari del genere, di quelle sonorità ferine che mischiano la potenza distruttiva del thrash degli albori con la malignità del black metal. E poi c'è chi, pur non disdegnando dei chiari riferimenti ai sopracitati gruppi, prova a dare alla sua proposta quella vena di originalità o comunque uno stampo personale. Ed è questo il caso dei Transilvania, quartetto proveniente da Innsbruck, Austria, giunto al suo secondo parto con il qui presente "Of Sleep and Death" licenziato dalla Invictus Productions.
Un black/thrash, dicevamo, che è sì votato ad un certo modo di intendere il metal, ossia quello vecchio stampo, ma che, dall'altro lato, cerca comunque di dire la sua all'interno di pattern e stilemi ben riconoscibili. La proposta dell'act austriaco è quindi interessante e per certi aspetti ragionata. Non ci troviamo di fronte alla pura e semplice violenza ferina alla Nifelheim o alle sane bordate dei primi Sodom. O meglio, non solo. La peculiarità dei Transilvania è quella di imbastire un disco dal quale emerge anche un inconfondibile sapore Dissection. Il risultato sono otto tracce che sprizzano malvagità da tutti i pori ma che mantengono quello stampo melodico e glaciale che rende l'album più rotondo e meno spigoloso. Già dalla primissima "Opus Morbi" si intuisce immediatamente questa impostazione, ma anche dalla durata dei brani. Quasi 50 minuti ed una media di 5 minuti a pezzo, il che lascia intendere come i Transilvania non vogliano solo picchiare a dovere con delle bombe brevi ma intense. Tutt'altro: le chitarre ben più di una volta si lasciano andare sorrette comunque da una sezione ritmica che ci riporta sempre nei territori black/thrash. Praticamente in tutto "Of Sleep and Death" si avverte questa continua tendenza dei Nostri a volersi scostare da determinati stilemi pur guardando sempre a loro. Il che da una parte è certamente un fattore positivo, poiché il rimando ai Dissection e vagamente - ma veramente ogni tanto - agli Emperor permette agli austriaci di uscire da dei corridoi compositivi piuttosto stretti. Dall'altra, tuttavia, è innegabile come la band sia comunque indissolubilmente legata alla alla vecchia scuola black/thrash. Perciò, almeno a detta di chi vi scrive, ancora non si può parlare di uno stile completamente personale, seppur le premesse ci siano tutte. In generale ci sentiamo di consigliare ad occhi chiusi questa seconda prova dei Transilvania che incontrerà sicuramente diversi pareri positivi, soprattutto dagli estimatori di un certo modo di intendere il black.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2021
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Dei danesi Sylvatica si persero completamente le tracce nel 2014, anno in cui arrivò in redazione l'album di debutto "Evil Seeds", definito all'epoca "un mancato capolavoro". Chi vi scrive non può che concordare con quanto scritto all'epoca, in quanto il trio, seppur presentandosi con una proposta innovativa ed originale, dall'altra parte peccava di una produzione non all'altezza e di uno stile in generale ancora troppo acerbo. Da allora non si seppe più nulla, fino al 2021, anno nei quali l'ex trio, ormai diventato quartetto, torna in carreggiata licenziato da Satanath Records e Pest Records con il qui presente "Ashes and Snow". Un disco che porta con sé diverse novità. In primo luogo una nuova line-up, con l'aggiunta di una seconda ascia, Christian Christiansen, ed un nuovo batterista, Jacques Brandt. In secondo luogo uno stile ed un sound completamente rinnovati, a cominciare da una - finalmente - produzione ottima degna di questo nome. Premesse più che positive che non potevano non sfociare in un album veramente imponente e sontuoso nel quale l'act canadese ha saputo unire la bellezza ed eleganza cristalline del melodeath nordeuropeo con la magnificenza e fierezza del folk metal. Il risultato sono sette tracce maestose e auliche che prendono a piene mani da Wintersun ed Ensiferum, passando per la potenza degli Amon Amarth fino a toccare le vette sinfoniche dei Children Of Bodom. L'andamento del disco è battagliero ed incalzante, sorretto però da un'elegante melodia che crea un bellissimo ossimoro. Non c'è da meravigliarsi, dunque, se ciascun brano riesca a prendere una propria direzione pur mantenendo il contatto con il focus del disco. Ed è proprio questa la rinnovata forza dei Sylvatica: l'aver fatto sbocciare quanto di buono già si sentiva nel 2014 per poi imbroccare la loro strada con originalità ed innovazione. "Ashes and Snow" è un album che si lascia amare minuto dopo minuto, ricco di sfaccettature che guardano molto alla Finlandia e a quel tipo di melodeath, ma non disdegnando l'approccio più duro della vicina Svezia. Muovendosi in continuazione tra i due poli la band danese è riuscita finalmente a dare sfoggio di tutto il suo potenziale, seppur c'è da ravvisare un leggero senso di prolissità a causa della durata impegnativa di ciascun brano.
In generale possiamo tranquillamente affermare che "Ashes and Snow" sia il nuovo biglietto da visita dei rinnovati Sylvatica e, si spera, l'inizio di una nuova fase compositiva. Consigliatissimo!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    10 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Mag, 2021
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Degli inglesi Osiah ci occupammo già nel 2019 con il loro secondo full-length "Kingdom of Lies". Un disco che, sotto la sempre garanzia Unique Leader Records, ci presentò una delle realtà più interessanti e valide del panorama deathcore europeo. Con solo nove anni di attività, dunque, i Nostri si sono guadagnati un posto d'onore nel roster dei continuatori di un certo tipo di deathcore: quello che affonda le radici nell'esperienza di Thy Art Is Murder, primi Whitechapel e Carnifex soprattutto. Eppure il quintetto è riuscito a ritagliarsi uno spazio tutto suo all'interno di questo stile, portando quindi a compimento un sound ed un modus operandi molto personali e ben riconoscibili. Il secondo album, per l'appunto, ne fu l'esempio. Tuttavia è con il qui presente "Loss" che gli Osiah toccano il loro punto massimo. Senza troppi giri di parole, questo terzo album della band inglese è un capolavoro di ineguagliabile ferocia che finisce dritto dritto tra le migliori uscite deathcore dell'anno.
Un disco che sa di Osiah al 100% ma con quella sferzata energica in più. Tutto ciò che nel precedente album era rimasto in potenza, adesso è sfociato in atto. I Nostri non ci pensano minimamente a dare un solo secondo di tregua all'ascoltatore. In circa 50 minuti la band mette a frutto questi due anni presentandoci il loro deathcore definitivo. Potente, caustico, feroce e reso ancor più macabro da quella velata ma ben percepibile vena downtempo che ricorda da vicino gli olandesi Distant, come ben si sente nell'omonima traccia. Il tutto non poteva non sfociare in un album colossale da inizio a fine, sorretto da un songwriting massiccio ed impenetrabile come un muro di cemento. Forte anche di qualche cannonata slam death, "Loss" si destreggia a meraviglia tra pezzi più martellanti ("Paracusia") ed altri più folli e frenetici ("The Second Law" e la malata e disturbante "Terracide Compulsion" sono un massacro fatto musica). A tenere, poi, le redini c'è la sempre garanzia Ricky Lee Roper, che in questa prova si cimenta nella sua migliore performance canora: vicinissimo al cantato di Grimo dei tedeschi Cytotoxin e al vocalist deathcore per eccellenza, ossia Phil Bozeman dei Whitechapel. Il risultato non poteva che essere da inchino, soprattutto perché la voce di Ricky non risulta malata o disturbante, ma al contrario molto vicina al brutal death: growl cavernoso ma non strozzato o simil-pig squeal. Infine, menzione d'onore per il comparto ritmico affidato alle pelli di Noah Plant. Preciso come un chirurgo e feroce come un assassino, il ragazzo dispensa bordate a più non posso, destreggiandosi a meraviglia tra sezioni molto più lente e cadenzate concitate e velocissime in cui fa esplodere il rullante con un blast beat ai limiti dell'umano. Per chi ha l'orecchio allenato si possono scorgere dei rimandi al drumming impossibile di Aaron Kitcher degli Infant Annihilator: ultra tecnico ed in grado di arrivare a velocità impossibili con il doppio pedale.
Tirando le somme, possiamo tranquillamente riaffermare quanto già detto all'inizio. "Loss" è il capolavoro massimo degli inglesi Osiah, ed il disco che porta i Nostri direttamente sull'Olimpo delle migliori band deathcore degli ultimi anni. Se cercate qualcosa che non sia la solita minestra riscaldata e che sia degna erede dei padri del genere, allora siete capitati nell'album giusto. Ad occhi chiusi uno dei migliori lavori del 2021. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2021
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Era da un po' che in redazione non arrivavano dischi death/thrash degni di questo nome, soprattutto perché il 90% delle volte si tratta di album che propongono pattern più che risentiti. Il classicissimo copia/incolla, molto frequente in questo genere. Fortunatamente c'è chi riesce ancora a dare quella marcata vena personale ad una musica che certamente non fa dell'originalità il suo forte. Tradotto: il death/thrash è un genere bello perché senza pretese e ti prende a calci in faccia senza troppi giri di parole, o di note, per meglio dire. Vedasi, ad esempio, i pionieri Demolition Hammer che maciulla(va)no senza pietà con i loro riff selvaggi.
E poi ci sono gli statunitensi Obsolete che sbucano dal nulla con il loro debutto, il qui presente "Animate//Isolate", e ti fanno completamente ricredere sulla questione. Dopo un solo ascolto, alla domanda "Ma è possibile essere innovativi ed originali anche suonando death/thrash?", si risponderà con un grandissimo "Sì". L'album è, come avrete letto dal titolo, un connubio incredibile tra le sonorità old school e l'avanguardia che si ritrova in band come Death, Cynic e Sadus, tanto per citare qualche nome "sconosciuto". Il risultato è quindi stratosferico. E il fatto di aver citato prima i Demolition Hammer non è un caso, perché fungono da metro di giudizio. Mi spiego. Se questi ultimi sono il classicismo - e sempre ben gradito - cazzottone sulla faccia, gli Obsolete rappresentano quella frangia del death/thrash più ragionata, ricca e studiata. Pur mantenendo la violenza e l'aggressività grazie ad un riffing sempre frenetico ed incalzante, il disco è tuttavia pieno di innesti e sonorità progressive e technical che rendono "Animate//Isolate" variegato e interessante. Bastano poche note dell'iniziale "Still" per capire di cosa stia parlando. Un attacco caustico e velocissimo molto vicino allo stile dei Vektor accompagnato da un drumming essenziale ma sempre azzeccato. Un antipasto che serve a far scaldare i motori prima della vera e propria impennata qualitativa. Tracce come "The Slough" o la seguente "Old Horizon" sono la vera essenza dell'act statunitense nelle quali è possibile toccare con mano l'originalità dei nostri. Cambi di tempo e chitarre che si lasciano andare a briglia sciolta in giri progressive pur mantenendo una direzione sempre fissa. Se non fosse per la voce di Lucas Scott che ci riporta nei territori del thrash più rozzo e primitivo e per quella nota "acida" nelle chitarre, potrei tranquillamente dire che stiamo ascoltando un disco prog death. Ed è qui il vero punto di forza di questo album di debutto: la capacità di spiazzare e lasciare sempre stupiti. Non sai mai cosa aspettarti da ogni pezzo, se un approccio più diretto e old school o magari uno più ragionato ed eterogeneo. Il tutto, dicevamo, sempre e comunque sorretto da un filo conduttore che impedisce alle tracce di andare dove vogliono loro facendo perdere il focus del disco.
In sintesi: gli Obsolete sono la prova di come l'attitudine possa fare la differenza tra un lavoro mediocre e standard ed uno originale ed eseguito a regola d'arte. Si può essere innovativi anche in quei generi meno predisposti ad essere originali. Disco super consigliato e una delle band rivelazione dell'anno!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    05 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 05 Mag, 2021
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Dopo l'ascolto di questo "The Last Extinction", quinta prova dei canadesi [Evertrapped], non mi è rimasto altro che un enorme dubbio in testa. A parte lo sbadiglio dopo un'ora di durata, la domanda principale è: ma dove vogliono andare a parare? Alla fine dei conti, questo album, cos'è? Qual è l'anima del lavoro in questione? Un quesito che, come avrete ben immaginato, fa capire quanto i Nostri abbiano portato a termine un disco che non porta in nessuna direzione, pieno zeppo di idee ma che alla fine si concretizzano nel puro e semplice nulla.
A cominciare dalla già citata durata: nove tracce per una lunghissima ora in cui l'act canadese sciorina una fin troppa fantasia e prolissità nella sua proposta musicale. I brani sono lunghi, fin troppo lunghi. Ma soprattutto: che genere è? Mi spiego, tanto per evitare di essere frainteso. Ben vengano le sperimentazioni, così come il cercare di uscire dalle etichette e tentare di crearsi una propria strada. Ma tra questo nobile intento è il buttarla in caciara il passo è breve. Brevissimo. Tecnicamente ci siamo anche e qualche bell'idea di fondo c'è. Ma ciascun brano sembra preso da un album diverso: un mix, a volte pietoso, tra melodic death, deathcore, technical death, progressive... un calderone enorme nel quale sembra sia stato gettato tutto alla rinfusa nel tentativo di ottenere un qualcosa di buono. Ma, ahimè, le cose sono ben lungi dall'essere rosee. "The Last Extinction" è un album confusionario, che infastidisce e che non vedi l'ora arrivi alla fine. Come dicevo all'inizio: senza una direzione. A livello di produzione ci siamo: tutto fila liscio e senza sbavature. Così come il già citato livello tecnico che spesso sfocia nel melodeath dei The Black Dahlia Murder. Ciò che non funziona sono le idee alla base dell'album. Per fare un paragone: sembra il quaderno o il foglio sul quale scarabocchiare di tutto e di più o nel quale buttare dentro tutti gli spunti che vengono in mente. Ecco, la sensazione è esattamente la stessa: confusione più totale e soprattutto album anonimo, senza anima. Dispiace dover bocciare una band che, tutto sommato, ha delle buone frecce nella faretra. Il mio consiglio è snellire pesantemente la proposta e rivedere effettivamente cosa si vuole suonare e soprattutto come lo si vuol fare. Altrimenti resterà solamente un caotico nulla.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2021
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Se vi dico "metal + Egitto", sono sicuro che il 99,9% penserete immediatamente ai celeberrimi Nile ed al loro disumano death metal tutto incentrato sull'Antico Egitto ed i miti ad esso legati. Eppure, nel sottobosco delle tantissime realtà underground, è possibile trovare altri gruppi che trattano il tema in questione in maniera del tutto personale peraltro. Questo è il caso degli Osiris, una delle pochissime band egiziane che propone un symphonic/melodic black metal veramente d'impatto e particolarissimo tutto incentrato - ovviamente direi - sull'Antico Egitto. I Nostri, dopo una demo nel '97 e alcuni singoli, giungono al 2021 con il qui presente "Meanders a Soul​.​.​.", album di debutto del duo licenziato da Satanath Records.
Che dire, a parte l'enorme stupore per aver messo mano per la prima volta ad una band egiziana? Semplicemente un grandissimo applauso ai nostri! Questo "Meanders a Soul​.​.​." è una vera e propria rivelazione nella quale il black metal prende il via per poi dirigersi su dei lidi che mai avrei pensato di ascoltare. Elegante, sontuoso ma per nulla stucchevole, ricco di sfumature e di innesti provenienti dal metal sinfonico. E, soprattutto, per nulla maligno. Mi spiego. Durante tutto l'ascolto la musica degli Osiris tende ad essere sì aggressiva, ma mai incentrata sull'incutere quel senso di glaciale furia tipica del black primordiale. La loro è una proposta rotonda, morbida, quasi commovente. A tratti potrebbe ricordare gli Harakiri For The Sky o addirittura qualche passaggio alla Alcest. Il tutto imbastito su una struttura che da vicino ricorda molto il black metal bruciante e fiero degli inglesi Winterfylleth, con la differenza che gli Osiris spingono molto di più sulla sezione melodica grazie anche a diversi ospiti che si cimentano in cantati in clean vocals veramente godibili. Sinceramente pensavo, a primo impatto, che i nostri proponessero delle sonorità che si rifacessero molto all'Egitto. Eppure così non è, il che rende questa opera ancora più originale e stratificata. L'intro infatti potrebbe trarre in inganno, ma già da "Of Hate, Passion and Eternity" si capisce subito che il duo egiziano cerca sempre e comunque di rifarsi ad un certo modo di intendere il black metal aggiungendo un tocco personalissimo alla sua proposta. Unico difetto è forse un sound tendenzialmente ovattato che potrebbe dare il senso di piatto al tutto, ma presumo sia una scelta dei Nostri.
In generale "Meanders a Soul​.​.​." è un album imponente che mostra una band validissima al suo primo debutto. Soprattutto, riesce ad ammaliare, a commuovere e a far venire la pelle d'oca in alcuni punti, risultando di fatto un'opera ricca di pathos e di sentimento. Due caratteristiche che rendono gli Osiris tra le band più interessanti di quest'anno.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    30 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Aprile, 2021
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Chi si aspettava dal settimo album dei colossi francesi Gojira, il qui presente "Fortitude", un disco degno dei fasti di "The Way of All Flesh" o di "From Mars to Sirius", allora storcerà in parte il naso di fronte alla nuova prova della band d'Oltralpe. Ma è altresì ovvio che sarebbe presuntuoso e intellettualmente disonesto fare un paragone con il passato del quartetto: che piaccia o meno i Gojira hanno fatto dell'evoluzione e della sperimentazione i loro cavalli di battaglia e a modo loro non hanno mai sbagliato un colpo, almeno fino a "Magma" del 2016. Quest'ultimo è stato, almeno per chi vi scrive, l'unico vero grande flop della band, dettato da un azzardo fin troppo azzardato (scusate il gioco di parole). Un disco che ci presentò i fratelli Duplantier reduci dalla perdita della madre e di conseguenza con sonorità più introverse ma allo stesso tempo senza né capo né coda. Viene da sé, quindi, che questo "Fortitude" ha l'ingrato compito di riscattare i Nostri dall'inciampo di cinque anni fa. Un'impresa assai ardua che, vi anticipiamo, è stata in buona parte soddisfatta. Nel bene e nel male la nuova opera dei Gojira si presenta come una faretra carica di buone frecce ed altre meno. Già dai primi singoli estratti pubblicati si capiva che il quartetto avesse guardato in avanti non disdegnando tuttavia qualche ritorno agli antichi fasti. Ne sono un esempio l'opener "Born for One Thing" o la successiva "Amazonia". Quest'ultimo è probabilmente il brano più riuscito del disco, la "Roots Bloody Roots" dei giorni nostri, con quell'andamento tribale e le ritmiche molto cadenzate. Il tutto accompagnato da un Joe alla voce sempre sul pezzo. Nonostante il vocalist abbia di molto ammorbidito il suo cantato con delle sezioni in clean predominanti, è altresì vero che il suo growl resta sempre affascinante ed inconfondibile. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se durante l'ascolto si ravvisi più volte quel sentore di back-to-origins. Non è affatto un azzardo dire che "Fortitude" abbia dei rimandi a "From Mars To Sirius" o a "The Way of All Flesh". Chiaramente, come dicevamo all'inizio" sarebbe altrettanto sciocco pretendere un completo ritorno alla vecchia gloria, ma è comunque evidente l'intento della band di riprendere quel mood etereo e liquido che tanto ci ha fatto innamorare del gruppo.
Ma, come ogni sperimentazione che si rispetti, non è tutto oro quel che luccica. Se da una parte abbiamo dei pezzi funzionanti e degni del nome Gojira, dall'altra restano dei punti di domanda non indifferenti. Lo scotto da pagare quando si cerca di sperimentare comunque qualcosa di nuovo, come avviene in "Hold On", che sembra partire in un modo e concludersi in un altro tramite un giro che più volte si perde nel nulla. O come la bruttissima - ma proprio brutta brutta - "The Trails", la quale ostenta un pietoso post-rock quasi commerciale e fortemente sottotono. Un brano da cestinare ad occhi chiusi e che fa sfigurare perfino il buon Joe alla voce. Fortunatamente la successiva ed ultima traccia "Grind" ci riporta sul vero territorio di competenza dei Gojira. Come per "Amazonia", è forse il brano che più di tutti ha il sentore di back-to-origins, con uno sfondo più death e delle melodie di accompagnamento degne dei migliori lavori dei Nostri. Stesso discorso per la veloce e fulmicotone "Into The Storm", classicissimo pezzo spacca collo ben confezionato e rappresentativo di quello che sono i Gojira di oggi: né troppo morbidi, né troppo duri.
In generale "Fortitude" è un disco fatto di luci ed ombre nel quale si alternano pezzi riusciti, altri più sperimentali ma comunque godibili ed altri ancora decisamente sottotono. L'impressione è quella di album che prova a guardare avanti dopo lo scivolone del 2016 ma che cerca in continuazione di strizzare l'occhio ai primi lavori. Un disco che non taglia i legami con il passato risultando, con tutti i pro e i contro, perfettamente in linea con i Gojira di oggi, e forse non si poteva chiedere di più ai fratelli Duplantier e soci. Una cosa è certa: "Fortitude" è nettamente superiore al precedente "Magma" e si configura come un'opera di passaggio verso degli ancora non ben definiti lidi.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2021
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Cosa c'è di meglio di un album caciarone e "scapoccione" che senza pretese ti tiene incollato alle cuffiette per una buona mezz'ora con del buon - e sempre mai troppo - vecchio black/speed metal old school? Esatto, niente! Perché diciamolo: al di là di tutta la musica moderna sempre più tecnica ed evoluta, il sonoro sberlone dei vecchi fasti ancora lo si sente bene sulla faccia. E il trio americano Bewitcher lo sa. Eccome se lo sa!
Giunta al suo terzo infernale lavoro, il qui presente "Cursed Be Thy Kingdom", la band si presenta con quanto di più onesto ci si potrebbe aspettare da un genere simile, a cominciare dalla classica e sempre funzionante line-up a tre: chitarra, basso (entrambi alle voci anche) e batteria. E poi tutta l'ignoranza e caciara del mondo per un disco che sa entusiasmare da inizio a fine, pescando nella tradizione che vede Venom, Toxic Holocaust, Midnight, Motorhead, Sodom e Destruction come fonti principali di ispirazione. Come potrebbe suonare male un disco così?! I Bewitcher confezionano una terza prova che vi romperà l'osso del collo a cominciare dalla infernale e tiratissima opener "Death Returns", fino ad arrivare ad un certo tipo di heavy metal molto vicino alle sonorità degli Iron Maiden, come in "Mystifier" o "Metal Burner". Ed il mitico M. Von Bewitcher, con la sua voce corrosiva che non disdegna una ben percepibile somiglianza con Tom "Angelripper" dei Sodom, dà quel tocco in più ad un black/speed metal già di per sé fulmineo e tirato. Il tutto, infine, è condito da un'insolita quanto tangibile grinta che rende l'album maledettamente fresco e godibile. Talmente è energico e impetuoso che chi se ne frega se l'approccio è stato più e più volte sentito. Qui sono l'attitudine ed il crederci a dare linfa vitale a questo infernale e caustico "Cursed Be Thy Kingdom". Dopo averlo ascoltato ti viene voglia di spaccare il mondo, e tanto basta al trio americano per fare un centro pieno. Nessun ghirigoro, o abbellimento del caso, ma puro e semplice old school che vi travolgerà in pieno come un treno in corsa. Super consigliato.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Mag, 2021
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Ormai è qualche anno che il Deathcore ha preso piede in maniera devastante, e non è raro vedere una miriade di band al loro esordio. E, come tutte le cose che fanno della quantità, anziché della qualità, il loro cavallo di battaglia, è molto facile incappare in dischi che suonano tutti più o meno uguali, o quantomeno fedeli a determinati stilemi e pattern. Poi, invece, c'è chi ci prova a dare quella sferzata di originalità in più, magari aggiungendo tecnicismi vari o melodie dissonanti e caustiche in sottofondo. Ecco, questo è il caso degli australiani To The Grave che giungono al loro terzo album "Epilogue" licenziati dalla celeberrima Unique Leader Records. Un disco che conta ben 19 tracce: le prime 9 sono una versione rimasterizzata del disco di debutto del 2019, mentre le restanti 10 sono degli inediti. Insomma, un titolo che lascia ben intendere la questione.
Ora, l'Australia è sicuramente uno dei paesi maggiormente fertili in ambito Deathcore, e non mi stupisco che la gente di quelle parti sappia il fatto suo in materia. Basti pensare ai Thy Art Is Murder per capire subito di cosa sto parlando. Ed ecco quindi che i To The Grave non ci pensano minimamente a tentennare o a battere la fiacca: il loro Deathcore è monolitico, imponente, selvaggio e distruttivo. Diciannove tracce che suonano perfette dall'inizio alla fine, ricchissime di tutti gli stilemi che rendono tale il genere: breakdown a rotta di collo, chitarre pesantemente distorte che spesso si coordinano con il blast beat a tappeto della batteria. E poi ancora ritmiche martellanti e pesanti o sparate e frenetiche dall'altro, accompagnate dalle esplosioni del basso. In questo enorme calderone, poi, trovano posto anche delle melodie dissonanti e malatissime in sottofondo che potrebbero ricordare vagamente il Deathcore/Downtempo degli olandesi Distant. In generale ci troviamo di fronte ad un certo tipo di musica ben riconoscibile che troverà non pochi estimatori tra i die-hard fans del genere.
Ed è però qui che "Epilogue" mostra il suo più grande difetto. Mi ricollego a quanto detto all'inizio, ossia a quelle band che cercano di dare la loro firma alla proposta musicale. Ecco, questo è il caso in cui un eccessivo "voler fare" fa implodere su se stesso questo mastodontico disco. Mi spiego meglio. I To The Grave musicalmente e stilisticamente sono mostruosi, inarrivabili a volte: le loro tracce squarciano lo spazio-tempo e nonostante tutto scorrono bene. Ma è proprio qui che queste inciampano, perché tutte risultano bene o male le stesse, rischiando quindi di incappare nel peggiore incubo di un album siffatto: la noia. Eh sì, avete capito bene. Durante tutto l'ascolto si avverte un certo contrasto che vede da un lato un'esecuzione perfetta e mastodontica, ma dall'altro dei pattern tendenzialmente uguali ed una formula che alla lunga potrebbe distrarre l'ascoltatore. Insomma, si fa fatica ad arrivare alla diciannovesima traccia senza nel frattempo distrarsi. Un difetto non di poca rilevanza che fa del prodotto del quintetto australiano un lavoro indicato solo ai fan accaniti del genere. E badate bene, non mi sto riferendo alla prolissità dei brani o a degli eccessivi giri che rendono caotico e senza senso il tutto. Mi riferisco proprio ad un'esecuzione così imponente e massiccia che alla fine implode su se stessa, rendendo di fatto i diciannove pezzi delle bombe nucleari uguali fra loro. Da qui, infine, il rischio di annoiarsi a cui facevo riferimento.
Insomma, la terza prova dei Nostri si conclude con una sufficienza piena e più che meritata che però non va oltre a causa di un'originalità un po' fiacca. Del resto bisogna comunque riconoscere che, nel bene e nel male, questa è una particolarità dei To The Grave, e di certo non ci aspettavamo chissà quale sconvolgimento stilistico. Se, quindi, siete particolarmente interessati a determinati pattern allora troverete il disco di vostro gradimento. Altrimenti passate oltre se non volete annoiarvi.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2021
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Pochi sono quei gruppi che riescono a muoversi bene all'interno di determinati stilemi e pattern senza risultare stucchevoli o ripetitivi. Tra questi non possiamo non citare i nostrani Helslave: quintetto romano che giunge al 2021 con il qui presente "From the Sulphur Depths", secondo album dell'act capitolino licenziato da Pulverised Records. Un disco che giunge dopo sei anni dallo strepitoso debutto "An Endless Path" e che segna per i nostri un giro di boa stilistico nel panorama del death metal old school. Uno stravolgimento musicale non indifferente dato che il primo disco proponeva un melodic death di chiarissima derivazione Dark Tranquillity e At The Gates con qualche punta più death alla Dismember e Unleashed. Il tutto affrontato in chiave moderna - spettacolare, recuperatelo -. Ora, seppur il terreno da battaglia sia comunque lo stile svedese, ci si è spostati sul versante più crudo, macabro e feroce del genere: puro e semplice death metal, completamente ripulito da ogni abbellimento melodico e carico di tutta la potenza ancestrale degli albori del genere. Se siete fan di Bloodbath, Dismember ed Entombed, allora siete capitati nell'album giusto!
Gli Helslave non sembrano aver sofferto minimamente questo cambio, anzi. I nostri dimostrano una singolare quanto rara maestria nell'affrontare quello che possiamo definire un nuovo inizio. "From the Sulphur Depths" è una bomba di album senza troppi giri di parole. E qui voglio riagganciarmi al discorso con cui ho aperto la recensione, ossia il fatto di sapersi muovere all'interno di pattern ben definiti ed abbondantemente trattati. Ecco, gli Helslave sono l'esempio perfetto di come si possa risultare comunque originali pur suonando un genere ampiamente noto e molto spesso ridotto ad un mero copia/incolla dei grandi nomi. Chiaramente le influenze sono quelle, e sarebbe impossibile non notare una certa affinità con i Bloodbath soprattutto. Ma ciò non vuol dire che si è sfociati nell'emulazione più becera. Al contrario: i circa 35 minuti di questo disco risultano ben ponderati e frutto di un intelligente lavoro di squadra. Ecco quindi che la feroce e malvagia opener "Unholy Graves" , o la mia preferita "Thy Will Be Undone", segnano la definitiva consacrazione dei nostri tra le realtà italiane più interessanti in fatto di death metal. Le chitarre "zanzarose" ma corpose e piene, i riff ben riconoscibili e dall'inconfondibile sapore Swedish, il lavoro di groove dietro le pelli che non lascia spazio ad una sola esitazione ed un growl potentissimo e cavernoso degno del miglior Mikael Åkerfeldt ai tempi dei Bloodbath... Insomma, gli ingredienti per un signor disco ci sono tutti e non troverete mezza traccia che vi farà storcere il naso. Merito anche una certa elasticità che non disdegna dei sentori death'n'roll, come in "Last Nail In The Coffin", o dei rallentamenti di tempo che danno quel leggerissimo accenno di death/doom qua e là.
Insomma, senza andare per le lunghe: se amate lo Swedish Death primitivo e feroce e non conoscevate ancora gli Helslave, allora avete fatto tombola. Siamo di fronte ad una grandissima band italiana che ci fa sentire in Svezia e lo fa con un disco monolitico. Complimenti!

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