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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    15 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Giugno, 2022
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Gli americani Sartori, guidati dal chitarrista Andy Anderson Sartori (musicista brasiliano di origini italiane, conosciuto anche come “Maestro”) da cui prendono il nome, sono un quartetto dedito ad un ignorante metallone neo classico in odor di Power Metal, ovvero la controparte americana del metal classico inglese. Questo "Dragon’s Fire" è il debutto discografico, un concentrato di metal classico ottantiano di matrice Yngwie Malmsteen/Axel Rudi Pell totalmente devoto ai tecnicismi e alla musica barocca, con un approccio comunque molto ruvido e sporco, specialmente nella produzione, dando quel mood old school al 100%.
Decisamente azzardato proporsi con un prodotto del genere, specie in un periodo votato alla perfezione ed alla cura meticolosa di suoni e missaggio. I Sartori non se ne curano minimamente e sparano fieramente un metallone dalle tinte eroiche/fantasy ispirandosi in parte anche ai primi Manowar per attitudine (“Evil Hearts”), mettendo la tecnica perennemente in primo piano specialmente nell’intermezzo acustico “Little Aria In G Major”, dall’utilità discutibile, e nella tragica “Castles of Lost Souls”, piena di inutili assolo velocissimi ed in cui il resto della band può dare dimostrazione della preparazione strumentale, ma senza lasciare particolarmente il segno facendosi dimenticare in fretta. Le rimanenti tracce non sarebbero neanche male, ma soffrono di due principali problemi: sono troppo pregne di puzza di vecchio ed in più non hanno la minima personalità, risultando un mero copia-incolla. Il missaggio che si ispira a quarant’anni fa non aiuta a far emergere una musica che sarebbe stata spazzata via anche in passato (“Through The Eyes of My Soul”) data la concorrenza nettamente superiore, ma la cosa disarmante è il non sentire uno spiraglio di originalità ed è anche un peccato perché le rasoiate della title,track, le tinte Hard Rock di “From Heaven To Hell” o le veloci ed arrembanti “Devil In Disguise” e ”Battles In The Distant Lands” avrebbero anche del buon potenziale, come pure le venature Epic Metal della Iron Maiden oriented “One Distant Heart”. Gli impianti corali epici e le vocals priestiane sono piacevoli e dal vivo sicuramente gaseranno i cultori del metallo di un tempo, ma ci sono forti dubbi su quanta strada possa fare una proposta del genere, per una musica che rischia di collassare su sé stessa (assieme a molti altri generi sia chiaro) con buona pace dei sostenitori del “metal che non morirà mai”.

Al momento c’è sicuramente una notevole tecnica ma la scrittura è totalmente derivativa ed allo stesso tempo non è efficace del tutto. E’ poco per poter arrivare da qualche parte.

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3.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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Correva l’anno 2019 quando, durante la notte di Halloween, Alex e George, due amici di infanzia, decidono di dare vita ad un progetto sonoro “sinistro” e dato che questo duo abitava a Blackwall (quartiere dell’East End di Londra) decise di chiamarsi per l’appunto The Blackwall. Questo omonimo EP è un dischetto di tre tracce che segnano il debutto dei due ragazzi, avvalendosi anche dell’aiuto in studio di registrazione di Hiili Hiilesmaa (al lavoro anche con HIM, Amorphis, Sentenced, Theatre Of Tragedy). Il mood generale fonde sonorità Dark (che potrebbero tranquillamente far parte di colonne sonore di Tim Burton) a quelle più Gothic Rock moderno, incorporando anche qualche sfumatura più metallica.
In realtà le tre tracce non sono esattamente sulla stessa “linea d’onda”, ma ognuna di esse prende una propria direzione. L’opener “Spooky Stories” è un manifesto musicale che descrive appieno la volontà dei The Blackwall, sfruttando delle linee melodiche storte, cantato arido e roco ed un approccio alla chitarra molto sfibrato e funesto. Eppure, nella sua imperfezione, il brano contiene piccoli dettagli che meritano di essere colti, come i tocchi ritmici ed un andamento decisamente imprevedibile che può ricordare anche l’Alice Cooper più velenoso. L’anima drammatica viene fuori con la successiva “Old Vinyl”. Il cantato si veste da crooner e la chitarra si fa via via più malinconica, fino a sfociare nel pessimismo metallico grazie a delle interessanti impennate nei riffs e nella potenza (qualche richiamo agli Him non è così fuori luogo). La finale “Python” mira più ad un assalto Rock, sciorinando ritmiche e giri chitarristici sporchi unendo anche un cantato tenebroso, non mancando però di variegare sempre gli animi. Il brano devia, si contorce ed è pregno ci cambiamenti umorali che rendono l’ascolto molto più appagante di quello che si potrebbe pensare. Come detto, questo esordio è ancora acerbo, senza una via definita e con idee spesso abbozzate, eppure c’è qualcosa di sfizioso, qualcosa che attira ma è ancora presto per dare un parere complessivo.
Un piccolo lavoro interessante, underground, dai mezzi sicuramente poveri, ma che ha dalla sua una piccola luce che si spera possa illuminare in maniera più consistente.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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Ebbene sì, ritorna sulla scena una musicista che ha tutte le carte in regola per rivaleggiare con i big del Metal sinfonico. Sarah Jezebel Deva è stata per quasi quindici anni la corista dei Cradle Of Filth, collaborando allo stesso tempo con innumerevoli gruppi (The Gathering, Therion e Graveworm fra i tanti), pubblicare degli album solisti fino a partorire la sua band personale chiamata Angtoria, a cui seguì il bellissimo esordio "God Has A Plan For Us All", che rimase sfortunatamente l’ennesimo caso isolato senza un vero e proprio futuro. Le ultime notizie davano Sarah impegnata con qualche sporadica comparsata come guest, ma era dal 2011-2012 che non veniva più pubblicato nulla a suo nome. Nel 2020 l’annuncio che ci sarebbe stato un nuovo progetto in cantiere a nome Torn Between Two Worlds, cui sarebbe seguito questo primo EP chiamato "As If We Never Existed", la cui line up è composta da Sarah e dal musicista Chris Rehn, anche lui proveniente dagli Angtoria oltre che da Dreamstate e Takida.
Cinque tracce che rappresentano fedelmente la Sarah odierna, ovvero quella più diretta e melodica. L’attacco orchestrale dell’opening track “The Beauty Of Deception” tradisce un po’ le aspettative ricordando troppo i nostrani Goblin, ma lo si può anche perdonare dato che l’impatto delle vocals di Sarah, nonostante i tanti anni di assenza, hanno mantenuto tutta la loro magnificenza. Gli arrangiamenti sinfonici pompano per bene e la componente Rock/Metal si integra bene pur senza esplodere. L’abilità compositiva nel far convivere strofe e ritornelli a presa rapida a sezioni più complesse è sempre stata nelle vene della musicista inglese e lo si evince dalla trascinante coralità di “Transparent” (la sezione strumentale prende bene) o nel meraviglioso ed elegante Pop/Dark di “All Eyes On Me”, fino all’atmosferico piano della cupa “The Woman That Never Was”. I brani sono brevi ed arrivano diritti al punto. L’unica concessione alle cover è “Hello” di Adele, brano conosciutissimo dalle linee vocali imponenti, in cui Sarah sciorina una forte magniloquenza risultando forse meglio della patinata originale.
Se questi sono i presupposti, il disco di debutto di questo nuovo progetto potrebbe essere di quelli che non si dimenticano.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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"Chi non muore si rivede" potrebbe dire qualcuno dopo il ritorno discografico dei Symphonity, band dalla Repubblica Ceca che, fino ad oggi, è riuscita a pubblicare solamente un paio di album in sedici anni di carriera. Esce quindi il nuovo e terzo disco “Marco Polo: The Metal Soundtrack”, un concept album incentrato sulla ovvia figura di Marco Polo e del suo viaggio mitologico da Venezia a Pechino, da cui tornò con un’immensa mole di materiale dettagliato come nessuno mai fece in precedenza e da cui presero ispirazione personaggi importanti come Cristoforo Colombo. La Power/Symphonic Metal band del Centro/Est Europa imbastisce un lavoro ambizioso e dall’anima Prog Metal, infarcendo i brani con melodie provenienti da zone come Persia, Armenia, Mongolia e la stessa Cina.
In realtà queste venature sonore alquanto particolari erano presenti sia nel potente esordio ("Voice From The Silence", fortemente influenzato dai Silent Force) ed in maniera ancora più massiccia nel successivo "King Of Persia". In questo lavoro c’è stato l’ennesimo e massiccio cambio di formazione con l’innesto di ben due cantanti, nuovi bassista e tastierista, più alcuni ospiti. Ne deriva un’opera che mantiene tutti i marchi di fabbrica del combo, ovvero l’amore per le orchestrazioni epiche, impianti corali enormi ed ovviamente il neo-Power Metal di matrice europea, senza comunque dimenticarsi di qualche finezza non così scontata. Passata l’intro narrata “Part.1: Venezia” si entra nel vivo con la cavalcata Power/Prog dai toni esotici di “Part 2: Crimson Silk”, un concentrato di profumi etnici, vocals in bilico fra sporco e pulito ed ovviamente ritornelli da battaglia furente. Nulla di nuovo, potrebbe obiettare qualcuno, e gli si potrebbe anche dare ragione dato che i rimandi a Rhapsody, Kamelot e compagnia sono palesi, eppure, in confronto a molti colleghi attuali, i Symphonity riescono nella difficile prova di non cadere nella scopiazzatura fine a sé stessa. L’energia sprigionata unita alla componente cinematografica sprigionano un impatto notevole e mai banale. I riffs della rocciosa “Part 3: The Plague” offrono il giusto supporto ai cori lanciati a tutta velocità, tirando fuori influenze arabeggianti alla Myrath, inserendo anche duelli di chitarra e tastiera modello neo-classico stile Symphony X nelle mitragliate maestose di “Part 7: I Found My Way Back Home”. Il giusto spazio alla ballads di turno viene dato nella maestosità solenne di “Part 6: Dreaming of Home”, ma la vera perla che riesce a distinguersi dal mucchio è la bellissima “Part 5: Mongols”, un lungo viaggio corale dall’animo Prog Metal pieno di intermezzi folk, assolo celestiali, atmosfere eroiche ed un pathos davvero notevole.
Forse il disco più maturo dei Symphonity, non sicuramente un capolavoro, ma un disco che riesce a tenere vivo un genere affaticato come il Power Metal, sempre più bisognoso di cure per non scadere nel pacchiano.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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Il debutto dei Nite, combo della Bay Area di San Francisco nato nel 2018, fu un fulmine a ciel sereno, una piccola perla oscura di Heavy/Black Metal dai muri di suono notevoli. La creatura nata dalla mente dei chitarristi Van Labrakis (Satan’s Wrath, Mencea) e Scott Hoffman (Dawnbringer, High Spirits) aveva già idee fameliche ben chiare, ovvero unire il classico suono della New Wave Of British Heavy Metal ad un approccio molto oscuro ai limiti del Black Metal, grazie a delle vocals più crude/scream e qualche bordata più estrema seppure molto blanda. Questo "Voices of the Kronian Moon" corregge il tiro in maniera decisa, migliorando le imperfezioni dell’esordio e quella staticità che alla lunga poteva rischiare di minare un futuro promettente.
Forti di una formazione compatta, i due membri fondatori si ritrovano però a fare i conti con nuovo bassista - Avinash Mittur (Wild Hunt), che rimpiazza lo storico Bryan Coons - che affianca il batterista Patrick Crawford (Serpents of Dawn, Older Sun) nella sezione ritmica. Il nuovo innesto porta il livello strumentale ad una qualità ancora maggiore del già ottimo "Darkness Silence Mirror Flame". Le composizioni si fanno più elaborate, con un lavoro melodico scintillante che si combina alla componente più ruvida delle linee vocali alla Abbath (“Acheron”), mai comunque invadenti o troppo estreme. Il drumming è incalzante e dona un groove perfetto a melodie dal sapore Folk (“Kronian Moon”) o al mood lento ed atmosferico nelle raffinate ritmiche di “Liber ex Doctrina”, mentre il corposo lavoro delle chitarre raggiunge dei livelli armonici altamente penetranti ricordando non poco gli eccellenti Tribulation (se si tralascia il loro meno riuscito ultimo disco). La componente melodica si fa imbattibile (“Last Scorpion”) e gli assolo sono una chiara dimostrazione di classe ed eleganza, ma in questo album non sono poche le novità: i riffs dal sapore Epic Metal di “Heliopolis” esplodono in un crescendo intenso, il tiro quasi Goth’n’Roll della veloce “Edge of the Night” con la coppia di chitarre perfettamente intrecciata al basso in un tripudio di tecnica, energia e melodia, fino al crudo impatto della cupa “The Trident” ed alla rocciosa e violenta “Thorns”, pregna di rallentamenti sulfurei, risultando il brano più Heavy/Black Metal del lotto.
Un disco maturo, sfizioso, dalla buona personalità e soprattutto che invoglia ad essere ascoltato più volte da diverse tipologie di ascoltatori. Ottimo!!!

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2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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Non sempre esagerare o spingersi troppo oltre i limiti può portare a buoni risultati, eppure il collettivo dal Wisconsin chiamato Lost Tribes Of The Moon (il nome è un riferimento al film Nightbreed di Clive Barker) ci prova con tutte le sue forze ad abbattere le barriere dei generi e soprattutto per migliorare il disco di esordio omonimo del 2018. Molte le novità a partire dalla line up che vede l’ingresso in formazione della nuova cantante Julie Brandenburg e del bassista Chris Ortiz, che vanno ad affiancare il chitarrista Jon Liedtke (qualcuno forse lo conosce per il suo theremin negli Inter Arma) ed il batterista Jeremiah Messner, attivo da molti anni nel circuito underground locale. Questo nuovo "Chapter II: Tales Of Strife, Destiny, And Despair" è un lungo viaggio di otto tracce che spaziano nuovamente fra una moltitudine di generi partendo da un Heavy Metal old school (NWOBHM) per arrivare ad affreschi sonori parecchio complessi dall’anima Progressive, piena di sintetizzatori, strumenti acustici, theremin, oltre l’aggiunta della nuova voce femminile.
Non tutto però va esattamente come sperato, seppur i miglioramenti rispetto agli esordi ci siano. Il grezzo del debutto viene pulito per bene, ma purtroppo certe manie sono dure a morire. Il minutaggio si è allungato a dismisura sparando sull’ascoltatore un paio di monoliti di oltre venti minuti, oltre che a tracce piene zeppe di idee buttate a casaccio. Dopo l’intro arrivano i dolori con “Unleash The Berserkers”, un pastrocchio disordinato e privo di un’idea concreta: la voce di Julie è fiacca e spenta e viene martoriata dalla componente Hard'n'Heavy (la precedente singer Janine Rohde aveva una grinta più accentuata, seppure fosse meno dotata) totalmente devota alla corrente inglese di maestri come gli Iron Maiden, di cui vengono riprese le armonizzazioni, le linee di basso imperiose e le ritmiche in costante evoluzione, aggiungendoci qualche spruzzata Hard Rock. Il risultato finale non convince ed a poco serve la lunga “A Chapter from the Book of Blood” per sistemare la tragica situazione. Il Prog dai toni occulti dall’incedere Doom vive di luci ed ombre continue: il cantato continua imperterrito ad imitare un debole miagolio accompagnato da inutili e banali assolo esagerati fino all’esasperazione, ed è un peccato perché il crescendo psichedelico non era neanche male grazie anche al potente lavoro di basso. Da questo punto in poi la band decide di viaggiare con il freno a mano tirato ripetendo di continuo gli stessi schemi, ovvero utilizzando delle chitarre acustiche dai toni folkeggianti (si sente anche un mandolino), qualche synth ed un Heavy Metal decisamente scolastico che lascia davvero l’amaro in bocca. Il loop sonoro viene riproposto con ostinazione in “Maerlyn's Grapefruit”, in “The Man in Black Fled Across the Desert - Part 1 & 2” (inutili i duelli fra basso e chitarra), risvegliandosi in parte dal torpore nell’infinita “The Drawing Of The Three - The Tale Of Enepsigos” (divisa in tre parti ossia "Part 1: Waxing Moon", "Part 2: Full Moon" e "Part 3: New Moon"), in cui emerge qualche influenza settantiana e blande visioni alla Vangelis.
Un mastodontico album pretenzioso ed eccessivo che andava alleggerito evitando diverse scelte sbagliate e ripetitive ad oltranza. Un passo indietro enorme che fa rimpiangere il più povero debutto, ma che aveva dalla sua più forza e sostanza.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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Il progetto Theigns & Thralls (traducibile in maestri e servi) vive di una musicalità di altri tempi non solo per il suo essere fortemente legato al Folk tradizionale, ma soprattutto per il suo essere old school. Non è un caso che al timone ci sia Kevin Ridley (l’attuale vocalist dei sottovalutati Skyclad), coadiuvato da svariati musicisti provenienti da Korpiklaani, Ensiferum, Cruachan, Waylander, Celtibeerian e Metal De Facto. Questo omonimo "Theigns & Thralls" è il debutto di questa “nuova” band, che nacque in origine come gruppo “a tempo perso” ed era indirizzato unicamente per suonare live in maniera spensierata. Questo finché non arrivò la pandemia, costringendo la musica dal vivo ad un preoccupante arresto forzato. Fu così che le idee presero una nuova direzione e si finì per registrare qualcosa nell’attesa di tempi migliori. Il buon Ridley non si aspettava certo che ben venticinque musicisti avrebbero aderito al progetto assieme alla formazione principale e fu così che venne fuori un disco in bilico fra Folk Metal, Punk e sfumature particolari che meritano attenzione.
Passata l’intro “Procession”, che incanta l’ascoltatore a suon di cornamuse, si entra nel vivo con il tiro Folk/Punk della title-track “Theigns & Thralls”, ideale ponte fra gli Skyclad ed i Flogging Molly. Il suono è quello giusto: sporco ma caldo, grezzo ma passionale, che non lesina in energia e lo dimostra la festaiola “Drinking (Thralls mix)”, traccia che invoglia alla danza sfrenata con una pinta di birra in mano. Questa traccia ha due diversi missaggi. Questa variante (“Thralls”) si riferisce alla versione studio che ha un minutaggio più lungo, mentre l’altra (“Theigns mix”) riguarda il videoclip che sarà comunque ascoltabile fra le tracce bonus. Proseguendo l’ascolto non si ha mai la percezione di staticità, in quanto si cerca sempre di variegare il mood sonico. La malinconia pagana di “Strive” lascia presto spazio alla ballad dai toni fiabeschi a nome “The Lords Of The Hills”, dalle notevoli melodie ed un cantato emozionante, per poi dipanarsi in varie direzioni. “Life Will Out” trasuda epos battagliero ad ogni nota giocandosi la carta dell’Epic Metal più roccioso, mentre la complessa “The Highwayman” mescola un cantato saltellante, un lavoro chitarristico solista ispiratissimo ed una costante attenzione per i ritornelli a presa rapida. La gemma del disco risponde al nome dell’inno “The New Folk Devils”, in cui violino e chitarre esplodono letteralmente in un turbine di melodie d’altri tempi con un groove impetuoso. La classe nell’esecuzione e la potenza sono intrecciate in maniera egregia. La tripletta “Today We Get To Play”/”Flora Robb”/“Not Thru The Woods Yet” sono ottimi esempi di Folk trascinante, frizzante e corale che non lasceranno nessuno immobile.
Si potrà discutere all’infinito sul valore di un disco come questo, che forse vive troppo di ricordi e che in fin dei conti riprende moltissimi concetti della decade ottantiana. Eppure l’album funziona, diverte ed intrattiene senza cali di tensione ed in fondo alla musica non serve tanto per essere apprezzata.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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Dopo tre anni dall’ultimo album tornano puntualissimi (non sono certo svizzeri per caso) sul mercato discografico i Deep Sun con la terza prova chiamata "Dreamland – Behind the Shades". Il disco, durante la sua genesi, ha portato molti cambiamenti: line up, logo ed anche lo stesso stile non è esattamente come in passato. Avvalendosi dell’aiuto del produttore austriaco Frank Pitters, la band ha intrapreso un viaggio verso sonorità più moderne comunque sempre legate al Metal sinfonico, ma in una veste più diretta e quadrata. Questo disco è un concept e riguarda la storia di una ragazza che, tramite un portale misterioso scovato in una foresta, viene trasportata in un altro mondo; idee tutto sommato già sentite ed in parte lo stesso sound del disco non brilla molto per originalità, rimanendo nuovamente legato ai tipici stilemi del genere, ma almeno ha dalla sua una buona scrittura che rende i brani piacevoli all’ascolto, almeno fino ad un certo punto.
I cambiamenti si sentono subito. La produzione vira molto sulla modernità ed il riff compresso dell’opener e title-track “Behind The Shades” né è prova esemplare: semplice e duro ma purtroppo privo di guizzo come moltissimi colleghi. Le orchestrazioni sono tipicamente fantasy-style, condite da delicati inserti pianistici, impianti corali massicci ed una bella voce femminile modello Tarja Turunen a completare il tutto. Si stagliano poi decisi inserti Folk che si insinueranno nella maggior parte delle trame del disco, a partire dalla celestiale “Dreammaster”, passando per i balli sfrenati di “Mitternachtstanz” e nelle atmosfere magiche di “Rogue Dreaming Leprechaun Pt.II”. La componente Metal fortunatamente dà una buona prova spingendo bene nella potente “Living The Dream”, forte di linee vocali a presa rapida, e nell’aggressiva e battagliera “Secret Garden”, fino alla violenta “Hands In Anger”, in cui compare un prevedibile, ma tutto sommato convincente, growl. Nonostante le tracce soffrano di già sentito non offrendo particolari innovazioni, bisogna dire che la musica scorre bene anche quando si tratta di ricalcare le orme dei big del genere (i Nightwish si sentono molto in “Killer In A Dream”), riuscendo poi a piazzare due ottime prove come i magnifici vocalizzi presenti nell’intensa “In Silence” e l’epica conclusione a nome “Euphoria”. Nessun componente della band tenta di sovrastare gli altri: tutti seguono la medesima direzione come una miscela di ingranaggi ben combinati fra loro.
In definitiva l’album è buono, nulla di esplosivo ma che potrebbe far gola agli appassionati del genere. Al terzo disco sarebbe però lecito aspettarsi di più. Si spera che il prossimo dia una scossa o il rischio di finire nel dimenticatoio potrebbe essere molto più palpabile di quel che si immagina.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
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I norvegesi Confidential sono il progetto della cantante e compositrice Astrid K Mjøen, che due anni dopo la fondazione (2020) ed una manciata di singoli dà vita a questo debutto intitolato "Devil Inside", un disco decisamente personale in cui traspare l’essenza della sua personalità e della sua vita, sfruttando il Metal sinfonico come mezzo di comunicazione come fosse un diario. Per arrivare a tale risultato la musicista nordica si è avvalsa di alcuni special guests (oltre alla band vera e propria), ovvero Jake E (Cyhra, ex-Amaranthe), Jonah Weingarten (Catalyst Crime, Pyramaze) alle orchestrazioni e composizione, Madeleine Liljestam e Rikard Ekberg (entrambi negli Eleine) e per finire Morten Gade Sørensen (Pyramaze).
Lo stile dei Confidential è parecchio basilare ed essenziale: nessuna concessione al Prog e nemmeno tendenze Gothic/Doom/Death con growling vocals, ma viene posto l’accento solamente sulla componente emozionale (ispirandosi molto agli Imperia) soprattutto nel lavoro melodico e nei ritornelli che sono gli aspetti più riusciti e non solo. L’inizio però non è esattamente dei migliori, in quanto la title-track “Devil Inside” pecca di convinzione sia nella voce stanca, sia nei riffs come pure nelle ritmiche, salvandosi unicamente nei cori e nelle imponenti orchestrazioni. Fortunatamente dalla traccia successiva (“Salvation”) si comincia ad ingranare. Il tiro metallico si fa deflagrante e Jake E, con la sua timbrica pulita, è un bel valore aggiunto che fa decollare il brano. “Forever Angel” introduce un ottimo lavoro di tastiere della brava Charlotte Stav, che fa risaltare l’evocativa voce di Astrid e marchierà a fuoco le canzoni successive come l’elegante “Historia” o nel crescendo etereo della raffinata “Queen of the Dark”. L’album in seguito sarà altalenante in qualità passando da episodi discreti e quadrati (“Prophecies”), eccessivamente derivativi (“My Kiss of Death”, troppo ispirata ai Nightwish), a collaborazioni poco riuscite (“Black Angel” assieme all’ospite Madeleine Liljestam), per poi risollevarsi con carezzevoli ballate dai toni fiabeschi (l’eterea bonus track “My Evermore” e “Brother Of My Soul”) e la cavalcata metallica, modello Sonata Arctica, colma di sinfonie, cori epici ed esplosioni passionali con una sezione metal serrata ed imperiosa.
Un debutto notevole che potrebbe lanciare i Confidential come una delle migliori Symphonic Metal bands del momento. Teneteli d’occhio!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Parlare dei Christian Death equivale a tirare in ballo la risposta americana al dominio inglese nell’ambito del Gothic Rock durante gli anni ‘80, di gruppi come Bauhaus, The Cure e Siouxsie and The Banshees. Inizialmente guidati dall’inquieto Rozz Williams, il combo d’Oltreoceano sfruttò l’Horror Rock dei Cramps, il glam di David Bowie e Roxy Music e la durezza dei Throbbing Gristle, per creare un sound Gothic/Death Rock che poi influenzò l’intera scena musicale che sarebbe venuta dopo (ad esempio Celtic Frost, Danzig, Cradle of Filth, Greg Mackintosh dei Paradise Lost, Jonathan Davis dei Korn, Type O Negative, Nine Inch Nails, Evanescence, Marilyn Manson e Jane’s Addiction). Non molto tempo dopo la nascita e due dischi fondamentali avviene lo split decisivo. Rozz molla ed il timone lo afferra il chitarrista Valor Kand, anche lui in formazione da poco tempo prima. Da qui scoppia una guerra in tutto e per tutto sia musicale che legale. I fan stessi si dividono fra le due versioni della band: una vede il ritorno di Rozz Williams con una nuova formazione (fino alla sua tragica scomparsa nel 1998), assieme alla moglie Eva e relativo moniker, e l’altra con il nome originale guidata da Valor che terrà salde le redini della creatura Christian Death assieme alla bassista/vocalist Maitri (dal 1991) a tempo indefinito, mantenendo una buona e costante qualità nelle uscite discografiche. Il 2015 segna un “nuovo inizio” con l’album "The Root of All Evilution", uno forse dei migliori del nuovo millennio che permette al duo di mantenere lo status di band di culto, riuscendo ad ottenere poco tempo dopo un contratto con la label Season Of Mist per la ristampa speciale di tutta la discografia. Questo nuovo "Evil Becomes Rule" è il seguito diretto di "TROAE", soprattutto a livello concettuale dato che prosegue il concept sulla corruzione mentale umana. Gli elementi che hanno reso leggendario il gruppo americano ci sono tutti, non farà cambiare idea ai detrattori di Valor e consoliderà l’amore che nutrono i suoi estimatori.
Il Rock crudo e lascivo di “The Alpha and The Omega” è la naturale prosecuzione del disco precedente, un brano robusto dall’andamento minaccioso con il cantato tenebroso di Valor che ben si intreccia con quello più oscuro e soul della sensuale Maitri. Sebbene non ci siano particolari sorprese l’album scorre che è una meraviglia, sorretto da cupissimi riff distorti (la teatralità di “New Messiah”), tiro quasi Punk/Goth’n’Roll (la ritmata “Elegant Sleeping”), New Wave ottantiana (la corale “Blood Moon”) ed anche un mood Horror Rock (“The Warning”), oltre ovviamente a deflagranti schitarrate Gothic/Dark Rock (“Abraxas We Are”). Le tracce sono quadrate e dirette, trasudano sesso, energia ed un senso tragico mantenendo sempre intatte sia la potenza che la melodia. La bassista Maitri è sempre più a suo agio ed offre ottime performance vocali (“Beautiful”), dando il giusto apporto ritmico nell’intero disco. Da segnalare la durissima “Rise and Shine”, il disturbante viaggio negli inferi della title-track “Evil Become Rule” e l’esaltante trip in due parti “Who Am I”.
Sempre gli stessi e sempre fedeli ad una certa ideologia. Questi sono gli attuali Christian Death: ce ne fossero di più come loro.

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