A+ A A-

Opinione scritta da Francesco Noli

82 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6 7 8 9
 
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Francesco Noli    12 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Che dire di una band come gli Exodus che non sia stato già scritto? Difficile trovare le parole di questa iconica verità caparbia, possente, emozionale e grintosa. Ogni nuova uscita è un soffio al cuore che si tramuta in una gioia incondizionata fatta di note, ritmiche roboanti, groove infernale e voce schizzata. Ci sono voluti ben sette anni di attesa per questo "Persona Non Grata" e ne è valsa la pena, tanto da candidarsi come probabile top album dell'anno; nonostante gli impegni di Holt con gli Slayer, il tumore che ha afflitto Tom Hunting (storico batterista che comunque è riuscito a registrare l'album e a debellare il cancro), la pandemia e varie delusioni personali, la band, sotto l'egida della sempre più potente Nuclear Blast, ha assemblato un lotto di canzoni che non fanno una piega, non fanno prigionieri, ma soprattutto non hanno cali d'intensità. Tutte le difficoltà che hanno colpito la band sono state filtrate nel prisma artistico, paradossalmente una panacea in primis per loro ma, di conseguenza, anche per noi; iniziare con la title-track di oltre 7 minuti mostra attributi cubitali, ma anche una sicurezza ormai acquisita nel voler scegliere e fare ciò che più aggrada, variando su dissonanze e cambi di tempo incessanti, su uno Zetro Souza sempre allucinato con quella sua voce urlata e sguaiata che la si ama o la si odia. Parliamoci chiaro, l'undicesimo lavoro in studio degli Exodus è quanto di più succulento si possa trovare, una band che gira a meraviglia già da qualche anno e che qui, grazie ad alcune perle ("Clickbait", "The Art of Dead and Dying", "Swipping into Madness", ma la lista potrebbe continuare fino alla fine dell'album), conferma di essere il top del Thrash Metal attuale, quella vecchia guardia che riesce ancora a dare esempio di tecnica, attitudine ed approccio. Canzoni più articolate e lunghe come "Lunatic-Liar-Lord" scivolano via in un battibaleno, Zetro accenna qualche timido growl in un paio di pezzi ed è cosa voluta, nonché piacevole; "Prescribing Horror" è un'altra gemma più cadenzata e curioso risulta l'intermezzo acustico "Cosa Del Pantano". Lee Altus, ormai da qualche anno in formazione e già membro fondatore dei meravigliosi Heathen, è il perfetto gemello di Gary Holt ed insieme formano una coppia di asce sublime, qualitativamente e compositivamente sopra alla media; gli assoli in questo disco sono forse tra i più belli della storia del gruppo, se presi tutti insieme facendo una disanima generale. C'è poco da dire oltre o da pensare, questo è un disco dove copertina (bellissima), produzione, lyrics e musica si intersecano perfettamente dando vita ad un album sublime da ascoltare tutto d'un fiato e da premere il tasto repeat una volta finito. I "Vecchietti" hanno colpito ancora ed ora non resta che aspettarli in concerto. Lunga vita agli Exodus!!!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    12 Dicembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Tornano a farsi sentire anche gli Unleashed, svedesi di Stoccolma additati fin dagli albori dai più come fratellini degli Entombed (forse perché il mastermind Johnny Hedlund suonò in un mitico demo dei Nihilist, pre-Entombed) che, da oltre trent'anni, ci deliziano con il loro Death/Thrash scandinavo, senza compromesso alcuno. Diciassettesimo studio album (e scusate se è poco!) che ricalca fedelmente ciò che essi sono abituati a darci: undici canzoni per 40 minuti di musica appena che non variano assolutamente la loro proposta musicale, ma che comunque qualche piccolo elemento un po' più insistito (leggasi "Cadenzamento"), pennellato a sfumature qua e là da non trascurare, lo si può scorgere con ascolti attenti a ripetuti. Nella loro carriera la band ha sciorinato sempre album di pregevole fattura e non è mai scesa sotto la sufficienza, a dimostrazione del fatto che, se fai musica in cui credi e che viene dal cuore, in poche parole se fai la TUA musica, è difficile poter sbagliare o scivolare nell'inganno. Questo album potrebbe non aggiungere niente alla loro già corposa discografia, ma invece risulta un altro tassello di sicurezza, longevità e gusto sopraffino. Uscito pochi giorni fa via Napalm Records, "No Signs of Life" si fa apprezzare nella sua interezza, anche grazie al vincente doppio colpo iniziale "The King Lost His Crown" e la seguente "The Shepherd Has Left the Flock", con batteria schiacciasassi e la voce di Johnny cattiva e roca a suggellare una composizione musicalmente ineccepibile. Coerenti ai loro testi pregni di metafore sulla vita e sulla morte, notiamo qualche rallentamento abbastanza pachidermico per i loro standard in "You Are the Warrior", che comunque risulta ben riuscita; è però - ed ovviamente - quando i nostri premono l'acceleratore che danno il meglio di sé. Gli assoli di Federic su "Midgard Warriors for Life" sono da manuale del genere espresso e, se anche gli Unleashed non hanno mai brillato di chissà quale tecnica sopraffina, hanno sempre saputo rimediare con movimenti mai banali (ascoltate il cambio di tempo in "Did You Struggle with God?" in fase di assolo e ditemi se non è goduria allo stato puro!) e quel guizzo geniale latente che li ha sempre contraddistinti dalla massa. Testi sempre taglienti tra storie pagane e attualità elevano certamente anche canzoni più lineari e scavezzacollo come "Tyr Wields the Sword", ma d'altronde è questo il loro marchio di fabbrica e nessuno vuole cambiarlo. "No Sign of Life" è insomma un altro tassello importante e di pregevole fattura per questi svedesoni che non accennano a mollare, ma anzi raddoppiano vincendo il banco e forse qualcosa di più.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I tedeschi Stagewar arrivano al fatidico terzo disco che come sappiamo rappresenta la prova del nove di una band, le aspettative aumentano ed il salto di qualità diventa prerogativa esigente, ma i Nostri questo salto lo fanno eccome e nel miglior modo possibile. Nati da sonorità Thrash sia europee che americane dei primi due dischi, qui invece i ragazzi si evolvono, aggiungendo varietà ai pezzi con soluzioni diverse, felicemente sorprendenti che donano freschezza e ariosità in tutti i 40 minuti che compongono "Danger To Ourselves", senza tralasciare la velocità o la potenza che da sempre è un loro marchio di fabbrica. Va da se che tra pezzi più granitici come "Nothing For Nothing" (possente nel suo incedere) si affacciano songs come "Box Of Dirt", con intro di campane, oppure la piacevolissima "Danger To Ourselves", con tanto di intro acustico. "R.U.N." colpisce per le sue dinamiche tra accelerazioni e rallentamenti mentre "Enough Is Enough" non fa prigionieri col suo Thrash & Roll e una fluida melodia di chitarra. Mid Tempo, Up Tempo e digressioni sono gli ingredienti di un mosaico piacevole senza essere forzatamente estremo ma ragionato, ove la voce un tantino roca di Domenik Dezius pone l'accento azzeccato su tutte le composizioni, in cui sovente i cambi di tempo risultano essere la ciliegina su una torta già di per se gustosa. Ottima prova superata forse anche grazie alla loro intensissima attività live (200 concerti) che sicuramente ha permesso di maturare in fretta e nel modo migliore; consigliato sia ai Thrashers che agli appassionati di Heavy Metal non canonico, ma sguaiatamente veloce.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Charley Verlaine è un artista dotato di quella particolare sensibilità rivolta alla musica che si addice ai personaggi talentuosi, che non mancano nel Rock per fortuna; da qui si arguisce che il musicista in questione di talento ne ha parecchio e lo scolpisce a fuoco in questo "Komorebi", disco di spessore nel campo Hard & Heavy le cui qualità sono dinamismo, freschezza compositiva, songwriting sopra la media e tanto, tanto groove. Sempre al servizio della canzone e mai ponendosi da virtuoso, Charley scaglia il suo strumento a servizio di track melodiche e grintose come l'iniziale "Skull & Bones", in cui i suoni, grazie a una produzione pulita e poderosa, risultano bilanciatissimi tra la potenza dei riffs e la melodia del chorus come se i Kiss più duri (quelli di "Lick It Up" o "Creatures Of The Night") incontrassero la ruvidezza dei Mötley Crüe. Il divertimento è assicurato nei ripetuti ascolti di questo platter, catapultati nelle feste folli e lussuriose degli anni '80 con pezzi come "Wild Child", "Down" o "Fire", in cui i solo di chitarra sono piccoli gioielli e la sezione ritmica un fuoco lungi dall'affievolirsi, una corsa sulle montagne russe respirando quell'Hard Rock pieno dal suono possente. Solo nel finale si tira un po' il fiato con la semiacustica ma galoppante "Alison's House Of Glass", in cui la voce di Verlaine gode di un espressività disarmante, greve ma gioiosa, dolce e severa al contempo. "Komorebi" è un disco da ascoltare tutto di un fiato che ti prende dalla prima all'ultima nota, ti avvolge di quel senso di spensieratezza e ingenuità e soprattutto ti fa stare bene; disco veramente notevole e di classe in cui si spera nel suo supporto fisico ma che per ora potete trovare in digitale su tutti i principali webstore musicali. CONSIGLIATISSIMO!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Francesco Noli    24 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I bavaresi Paradox si riaffacciano sul mercato con questo ottavo album, che nelle intenzioni della band è a tutti gli effetti il sequel del bellissimo "Heresy" (secondo full length dei Nostri uscito nel lontano 1990) e, diciamolo subito, rappresenta una mezza delusione per vari motivi; anzitutto partendo dalla produzione che non riesce ad esaltare il pregevole lavoro di Muzner alla chitarra, mentre il basso risulta "soffocato" appiattendo cosi il sound. Le idee alla lunga risultano un po' banali per oltre 70 minuti di musica, anche se alcune intuizioni e buone trame non mancano. Partono bene i Paradox con la doppietta "Escape from the Burning" e "Mountains and Caves", due tracks Speed/Thrash brillanti e veloci con un Muzner realmente sugli scudi, non solo qui ma per tutto l'album; si riconoscono i Paradox degli anni '80/'90 e il songwriting è ispirato come ai vecchi tempi. Ma purtroppo è un fuoco di paglia perché già dalle seguenti "The Visitors" e "Children of a Virgin" si evince che qualcosa non va e non gira come dovrebbe girare, forse per mancanza d'ispirazione e di trame liriche inferiori ai loro standard ed è un peccato, perché il gruppo ha capacità tecniche notevoli. Anche riascoltando l'album più volte, non c'è una song trainante o una perla incastonata tra le tracce che possa far risalire le sorti di un prodotto invero poco ispirato; le canzoni più lente, in particolare "A Meeting of Minds", non sono male ma hanno la colpa di spezzare il ritmo risultando, a conti fatti, alquanto fuori luogo. Dispiace perché ho sempre stimato gli sfortunati Paradox, tedeschi tutto di un pezzo che guardavano al Thrash americano più che alle sonorità dei connazionali Destruction, Kreator e Sodom sviluppando proposte originali e convincenti nonostante lo split degli anni '90 e che sicuramente avrebbero meritato maggior fortuna. Forse i bei tempi non torneranno più e una battuta a vuoto ci sta nonostante la bella copertina di Travis Smith, ma da dei veterani capaci e navigati come loro è lecito pretendere qualcosa di più.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I Razor fanno parte di quella triade canadese (insieme a Anvil e Exciter) che nei primissimi anni '80 si fece conoscere in tutto il mondo, grazie a ottimi dischi Speed/Thrash. Oggi i Razor (che dei tre sono quelli che hanno avuto minor successo immeritatamente) pubblicano questo disco che non è il nuovo lavoro, ma bensì il loro primo demo che al tempo avrebbe dovuto essere il loro debutto per la Viper Records, una divisone della Attic; successe che la Viper prese solo un paio di songs dal demo in questione più altre tracks dal demo successivo (intitolato "Armed & Dangerous") e dette cosi alle stampe "Executioner's Song", un classico dello Speed/Thrash. L'esigenza della band di oggi è quella di riproporre per intero quel demo, riprendendo proprio quella registrazione senza remixarla e quindi fedele alla registrazione del tempo (ok, una ripulitina al suono forse c'è, ma poca roba). "Escape the Fire" è un concentrato di piacevole violenza Thrash/Speed che non ha cali di tono (la stessa "Escape the Fire", o la spaccaossa "Frostbite" su tutte) tra sfuriate Thrash e batteria roboante; certo, si parla del 1984 e quindi bisogna rapportare tutto il contesto sonoro al tempo e a quelle sonorità, ma chi non li conosce potrà avere delle meravigliose sorprese. Se siete amanti dello Speed/Thrash con testi inquietanti e tempi veloci qui troverete pani per i vostri denti con "Ready for Action", "Distant Thunder" e la conclusiva "March of Death"! Sicuramente per chi ha sempre seguito i Razor questo "Escape the Fire" sarà contento di avere fra le mani finalmente il demo ormai introvabile, per chi invece ancora non li ha ancora sentiti consiglio di non perdere altro tempo e di dar loro una chance!

Trovi utile questa opinione? 
20
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    22 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Tornano i milanesi Slabber a distanza di quattro anni dal loro buon debutto "Colostrum", che mi aveva già entusiasmato non poco in sede di recensione e oltre. A marzo il quartetto ha pubblicato "Apocryphal Diary" il quale continua, con una maggior maturità e certezza dei proprio mezzi, il percorso del disco precedente, ossia un Heavy Metal puro e senza fronzoli. Forti adesso di una casa discografica (complimenti alla Punishment 18 che ci ha visto lungo accaparrandosi la band!) i nostri sciorinano dieci canzoni, di cui un paio strumentali, e lo fanno con una grinta strepitosa e una tecnica sfavillante. La strumentale "Mashup" fa capire ciò che ho appena detto, con riffs vorticosi a opera di Marco Poliani e un basso in bella evidenza con un suono caldo e dinamitardo; "Evil To Pay" è un gioiellino gustoso di metal classico corroborato da un video semplicemente efficace e un testo che fa riflettere su come stiamo maltrattando questo mondo e la natura in generale. I suoni sono belli pieni e caldi, la produzione efficace che tende a far risaltare all'unisono tutti gli strumenti ed è bellissima l'atmosfera che crea "Escape From Reality", 1:27 minuti con synth/keyboards incantevoli che fanno da preludio alla conclusiva "Condemned To Live", ottima bordata metallica che chiude questa eccellente seconda fatica degli Slabber. Alessandro Bottin con la sua voce che ricorda Bruce Dickinson offre una prestazione notevole e convincente ("Survivor" e 2Time For Boredom" rendono alla grande con le sue modulazioni vocali), cosi come la sezione ritmica che non sbaglia un colpo. E sì ragazzi, lodati dal sottoscritto già quattro anni fa, ora questi metallers si riconfermano come una delle migliori nuove realtà della scena metal (anche se non va dimenticato che si formano dalle ceneri di un'altra band interessante a nome Rapid Fire, con all'attivo un album intitolato "Scream" del 2004 uscito sotto Steelheart Records, N.D.A.), con un prodotto notevole e c'è poco da fare, quando ci troviamo al cospetto di tanta bontà l'acquisto, se non doveroso, è comunque consigliato! Avanti così SLABBER!!!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    08 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Ritornano i Flotsam & Jetsam dall'Arizona, pionieri indiscussi del Thrash che per molti resteranno sempre l'ex gruppo di "Colui che poi entrò nei Metallica", sottovalutando cosi i 37 anni di attività (ma in realtà si formarono nel 1981 cambiando alcuni monikers) e i 15 studio album con questo "Blood In The Water". Per chi se li fosse persi di vista, c'è da dire che la band ha sempre mostrato la capacità di evolvere il proprio sound riuscendoci molte volte e altre meno, ma comunque è sempre stata guidata sotto una specifica direzione volta alla "continuazione" di un genere che hanno si contribuito a plasmare ma anche reinventare; non vi aspettate quindi il vecchio Thrash anni '80 ma bensì del sano e onesto Power/Thrash suonato alla grande, rivisto e corretto nel 2021. Le canzoni vincenti si hanno grazie all'arrangiamento limpido e accattivante che poi, se si sposa con delle buone armonie compie il suo risultato più eclatante ovvero una deflagrazione sonora goduriosa come nel trittico iniziale che apre questo album: "Blood In The Water", la title-track è furia assassina ma ragionata ed i fraseggi melodici delle chitarre cesellano il primo sussulto di questo viaggio del sangue nell'acqua. "Burn The Sky" è cadenzata e solenne e la seguente "Brace For Impact" è un pezzo da novanta, dove il nuovo arrivato e acquisto azzeccatissimo Ken Mary alla batteria (Fifth Angels, Alice Cooper, Chastain tra gli altri) rende potente anche il più banale fraseggio in sottofondo. Le sorprese non finiscono qui perché la bellissima "Walls" è un pezzo puro Power avvincente che cmq farà inarcare qualche sopracciglio ai puristi ma non si può rimanere insensibili alla prova strabiliante di Erik A.K, un cantante di razza che ha mantenuto la sua voce su ottimi livelli toccando anche vette impegnative. Il disco si dipana cosi su questi livelli tra sfuriate in up/tempo ("Grey Dragon") e i bellissimi groove di "Reagression" sciorinando anche un work lyrics solenne; sappiamo che i nostri hanno sempre veicolato molta importanza ai testi che anche qui si concentrano sui drammi della società, i nostri sogni e le nostre paure ("Cerco un posto dove vivere/insieme ai miei demoni ed al terrore che mi incutono" da "A Place to Die") oppure da "Walls" ("vedo i muri crollare nel mare/posso vedere i miei sogni distesi a terra"). Parole forti che acquistano un significato ancor più deflagrante essendo corroborate da dei riffs sempre avvincenti e melodie che ben s'intrecciano con le parole. Si può dire tutto di questo Blood In The Water che sia più melodico, più accessibile o forse anche più ruffiano ma non che sia un album brutto: non ci sono battute a vuoto e i pezzi girano tutti senza annoiare, una sensazione questa che la si avverte anche dopo diversi ascolti, mostrando cosi una band in perfetta forma e sempre con idee lucide e vincenti. Ascoltare per credere!!!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Francesco Noli    16 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Mag, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Yattafunk sono una bella, anzi bellissima realtà tutta italiana giunta al secondo CD con questo effervescente e divertente "Escape From Funkatrazz", dopo il buon debut "Yattafunk Sucks" del 2016. I Nostri pur dando un'immagine allegra e spensierata recapitata dal loro mondo "Yatta" e non prendendosi troppo sul serio sanno invece il fatto loro, mescolando sapientemente le loro svariate influenze ma non perdendo mai il filo della loro proposta che risulta, oltre che sapientemente suonata anche di avere una certa personalità difficile da sviluppare in questo campo considerando l'inflazione che il genere sta vivendo: si può parlare di Crossover, ma qui c'è molto di più. Si parte alla grande con riffs in levare di "Bad Motherfucker" e già ci troviamo a tamburellare il tempo senza accorgersene, frizzante e scorrevole ma non priva di spunti tecnici interessanti concernenti la dinamica; le melodie sono accattivanti anche nella più ragionata "Motu Generation" o "Cereal Killer" che si apre con un bel groove cadenzato di batteria. Buona la prestazione di Funk Norris il quale oltre a esibire molte sfumature della sua voce offre un guitar riffing di qualità soprattutto nell'assassina "I'm On The Run", terremotante, melodica e maliziosa con voce aggressiva e pulitissima nel ritornello; interessanti le cadenze all'interno del pezzo con la chitarra solista di Funkenegger molto funkeggiante prima di un assolo al cardiopalma. L'apice per chi scrive viene toccato dalla fantastica "Slut Machine", una track che se fosse stata composta da qualsiasi gruppo oltreoceano sarebbe in classifica da settimane. Quando una canzone è perfetta la si riconosce subito al di là dei gusti: qui tutto è al suo posto e gira alla perfezione, dalla melodia vocale alle linee di basso, il groove granitico e un ritornello talmente accattivante da rimanere impresso per i mesi a venire. Il rallentamento centrale con chitarra solista simil-jazz (o almeno a me da questa impressione N.D.A.), il chorus quasi sussurrato prima di un altro devastante assolo breve ma letale conferisce la perfezione alla song senza se e senza ma. Divertentissima per altro la cover del film "Ghostbuster" (chi se lo ricorda?) qui rivista ed eseguita in modalità "Yatta" che strapperà più di un sorriso con la voglia di riascoltarla quasi unanime. Un lavoro che contiene mille sfaccettature fin dai testi che di primo acchito possono sembrare divertenti ma che contengono invece contenuti intelligentemente forti e la musica che è prodotta ed eseguita in modo professionale e accurato. In attesa delle copie fisiche del cd (per ora lo si trova su tutte le piattaforme digitali) ce lo possiamo pure sparare a tutto volume in casa, in macchina o alle feste in quanto "Escape From Funkatraz" è sicuramente un disco nato per restare e colpire!!! Consigliato caldamente a tutti!!!
Infine un plauso alla Ghost Record Label la quale ha dato fiducia a questo progetto!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    10 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Australiani Lord di Sidney, già con sei full-length alle spalle e una manciata di singoli, sono un gruppo Heavy Metal nato dalla mente di Lord Tim (chitarra e voce), il quale, messo da parte il progetto Dungeon nei primi anni 2000, si tuffa in questa nuova avventura con il piglio di chi la sa lunga. Quartetto roccioso e melodico (completano la band Andy Dowling al basso, Mark Furtner alla seconda chitarra e Darryl Murphy alla batteria), dedita ad uno stile tra Helloween (i cori li richiamano alla perfezione), Iced Earth e Grave Digger, ma con qualche spruzzata N.W.O.B.H.M., propone oggi questo interessante EP di tre pezzi (in realtà due, come vedremo più avanti). Le ritmiche serrate e il riff portante dell'opener che dà il titolo all'album fanno intuire cose ottime; infatti la track è di pregevole fattura sia in fase compositiva che di liriche, con ritmiche veloci e cori bombastici senza che però risultino noiosi o zuccherosi, ma al contrario appetibili e ben strutturati, con assoli cesellati ad opera d'arte che donano un senso "corposo" e arioso alla track: bello il contrasto tra la voce nicotinosa di Lord Tim e i cori puliti e alti a rendere il tutto più groovy e armonioso.
La seconda traccia, "A World Insane", ha ritmi ancora più serrati, al limite del Power/Thrash, con buoni stacchi, voce alta e pulita e stop & go nel riff dove una batteria lineare ma potente fa bella mostra di se, ergendo la track su alti livelli; meravigliosi sia i soli che gli stacchi, soprattutto nella parte centrale, e ottima la produzione. Chiude il disco la Extend Version della prima song "Chaos Reining" (nove minuti contro i sei della versione normale), che in pratica, a parte qualche cenno di elettronica, niente toglie né aggiunge alla pregevolezza dell'originale. Sia chiaro, questo è solo un antipasto dell'imminente platter in uscita ma che comunque fa presagire cose eccellenti pur non aggiungendo niente di nuovo; ma è proprio questo il bello in un genere totalmente inflazionato come questo: si fa ascoltare piacevolmente e non annoia. Pazientiamo ancora qualche settimana per capire se le rose fioriranno!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
82 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6 7 8 9
Powered by JReviews

releases

Sacred Oath: nel segno del Drago
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Convince 50/50 il dodicesimo album dei Paganizer
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Tornano subito alla carica i Perdition Temple con il loro spietato Black/Death
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Sempre fedelissimi ai Decapitated gli svedesi Soreption in questo quarto album
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Sempre in fermento il sottobosco estremo danese: debut album per i Chaotian
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

I Rotted Through ed il loro malatissimo concept album di debutto ispirato al Dark Web
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Bentornata, Sarah Jezebel Deva!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il troppo stroppia: nuovo album per i Lost Tribes Of The Moon
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Per i Tomb Mold un nuovo demo breve quanto affascinante
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Piccole gemme sinfoniche: debutto per i Carmeria!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Cobra Spell: nuovo EP che segue le sonorità più classiche
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Consigli Per Gli Acquisti

  1. TOOL
  2. Dalle Recensioni
  3. Cuffie
  4. Libri
  5. Amazon Music Unlimited

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla