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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    10 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2022
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Gli Epica, instancabili come sempre, continuano a sfornare opere su opere; non sono passati neanche due mesi dall’attesissimo “We Still Take You With Us” che ecco arrivare ciò che annunciavano da parecchio, ossia questo fantomatico “progetto segreto” di cui si sapeva solo l’esistenza e nessun’altra indiscrezione. Tuttavia, molti fan avevano già immaginato che potesse trattarsi di una collaborazione con qualche grande nome: Nightwish (ovviamente i più gettonati insieme ai Kamelot)? Ma Simone si è incontrata spesso con Charlotte, che però ha lasciato i Delain… Forse una collaborazione con i Lacuna Coil? O magari i Within Temptation?! Qualche fan più sognatore si era spinto persino ad immaginare nomi quali Dimmu Borgir; Septicflesh o addirittura Behemoth. Niente di tutto ciò, o meglio, ci eravamo andati vicini, perché questo “The Alchemy Project”, un EP di sette brani, vede gli olandesi collaborare con numerosi artisti della scena Metal e non solo, persino con band generalmente più estreme, come i nostri Fleshgod Apocalypse. Infatti, è proprio con loro che parte il mini-disco, con un pezzo che fa da apripista a tutto il resto, ovvero “The Great Tribulation”. Brano oscuro e carico che apre in pieno stile Epica, con cori, acuti e ansia crescente, tuttavia, la carica prepotente arriva immediatamente e la splendida voce lirica di Simone Simons, non riesce a smorzare la tensione. Il brano esplode in un tripudio di groove e doppia cassa con mid-tempo che si assestato e poi raddoppiano; e tutto trema sotto un growl infernale. Un pezzo eccezionale, non poteva avere un biglietto da visita migliore questo EP, qui c’è tutto ciò che i fan degli Epica hanno sempre amato e molta più potenza ed il tutto viene estremizzato, senza mai snaturarsi. Eccezionale!
“Wake The World” è il secondo pezzo e vede la collaborazione dei musicisti Tommy Karevik dei Kamelot e Phil Lanzon degli Uriah Heep. Brano di sicuro più calmo e ragionato, senza l’incredibile (e "volgare"?) manifestazione di potenza di poco prima. Molto più spazio alla melodia e alle voci pulite, cosa che personalmente apprezzo poco, ma un assolo di tastiere del genere mi fa dimenticare ogni cosa. Soprattutto perché la seconda parte ha un crescendo melodico e amalgamato sapientemente, in una meraviglia sonora che crea castelli fatati in aria, in pieno stile Epica. Non mi soffermo molto su “The Final Lullaby” che ospita il sassofonista norvegese Jørgen Munkeby, perché abbiamo già avuto modo di apprezzare il brano dal vivo, nello show per i vent’anni della band, che ho già recensito. Mi aspettavo invece il momento della ballad, quando ho visto nella lista dei brani “Sirens - Of Blood And Water” dove Simone, si accompagna a Charlotte Wessels e Myrkur. Violini e melodie scandite da corde pizzicate, su cui le tre artiste possono destreggiarsi come fate che ballano su un ponte di rugiada e tela di ragno. Una meraviglia per le orecchie, tutto risulta magico e soddisfacente, un dilagare di cioccolato fresco sul palato, mi vengono in mente i nostri Dismal di “Miele dal salice” e “Mélisse”: Magia allo stato puro.
Cambiamo decisamente tono con “Death Is Not The End”, collaborazione con Frank Schiphorst che già bazzica casa Epica nei MaYaN e Björn "Speed" Strid dei Soilwork. Un brano più generalmente rivolto al Death Metal e che quasi tozza con la povere magica sonora ascoltata poco prima, ma forse questo gli dà ancora più forza! Devo dire che Simone Simons è un’artista pazzesca (non che ci fosse bisogno di conferme) che passa dalle ballad in acustico a brani pregni di blast beat e growl, eppure risulta essere la ciliegina sulla torta, da entrambe le parti! Con un assolo strabiliante il brano lascia spazio a “Human Devastation” e vi giuro, non avrei mai pensato di sentire gli Epica con una sonorità simile. Grazie anche al tocco dei God Dethroned e di Sven de Caluwé degli Aborted, siamo in un territorio totalmente e assolutamente Death Metal. Potenza, malignità, caos e vortici infernali, su un delirio di doppia cassa, senza un attimo di pace, con un bel po’ di pazzia sul finale. Sono totalmente senza parole!
Ultimo pezzo prima del triste finale, il settimo brano “The Miner”, dove lo zampino questa volta, è stato messo da Asim Searah dei Damnation Plan, Niilo Sevänen (Insomnium) e Roel van Helden (Powerwolf). Sette minuti per un pezzo sporcato di progressivo, che risulta variegato, fresco e persino sensuale. Un brano che dona spessore a tutto l’EP, mai banale, mai “già sentito”, mai “questo non mi piace”.
Per finire “The Alchemy Project” è un vero e proprio gioiello, un diamante metallico che ha come unica pecca quella di durare poco. Sette brani di una simile qualità, lasciano l’amaro in bocca, perché se ne vuole di più, dieci sarebbe stato perfetto, ma mi rendo conto che “The Alchemy Project” non è un album e che questo, non è un pizzico di dispiacere…

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Opinione inserita da Anthony Weird    16 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre, 2022
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Ci sono una manciata di band che si chiamano Malphas nel mondo e devo dire che ho fatto un po’ di fatica a capire a quale questo disco si riferisse. Questi Malphas, vengono dalla Svizzera e sono al secondo lavoro sulla lunga distanza. Copertina disegnata a china con demoni e lance in stile anni ’90 (bellissimo) e si parte. Intro strumentale in acustico, giusto per metterti a tuo agio quel tanto che basta prima dell’esplosione. Sei minuti di Black Metal abbastanza canonico e, devo dire, inaspettatamente melodico (non per questo meno malvagio), con un’alternanza di parti, cambi di rotta, dalle sfuriate ad una calma apparente fatta d’acustico e, subito salta all’occhio - o meglio, all’orecchio - l’ottima produzione della band, questa non è roba che proviene da registratori sfigati nel garage di qualcuno, quindi l’aria da anni ’90, finisce lì. Il vero Black Metal, pur sempre con una vena drammaticamente melodica, arriva con “Exile” e la sua potenza, una furia cieca. I BPM aumentano drasticamente e si scende nell’infero, un budello nero in cui precipitare con luci sfarfallanti. “Wrath of the Fallen Angel” invece, è un momento di grande Metal, che oltrepassa i confini del Black per attingere un po’ ovunque, dal Thrash al Death, persino al Black’n'Roll; così come “Forged in the Abyss”, che parte lentamente, in acustico come sembra piacere molto a questi Malphas, per poi esplodere di rabbia, con lo stesso riff, portato in auge. Una rabbia e un odio che qui trovano davvero casa, tutta la canzone è un crescendo di disperazione e malvagità, usando la ragione per rendere il tutto più affilato. Melodia e furia si uniscono e creano qualcosa di pressappoco grandioso! Numerosi brani d’effetto quindi, che mantengono il Black Metal di varie matrici, ad esempio “In the name of war” è un pezzo che suona tanto Marduk, ma con una propria personalità, che racchiude i generi più disparati; vi sareste mai aspettati un urlo acuto in stile Glam Metal? Io no, eppure c’è e vi dirò di più: ci sta benissimo! Così come i numerosi assoli che sussurrano “NWOBHM” quando nessuno li guarda! Un disco che senza gridare al miracolo ma con pezzi eccezionali (come “Divinity's Fall” la traccia che dà il titolo all’intero album, “Hymn of Your Glory” e l’ultimo atto “Domination”), si ritaglia un posto di assoluto rispetto tra le nuove uscite in ambito di Metal estremo, assolutamente da ascoltare e apprezzare, perché questa è una band che ha una lunga strada davanti a sé!

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2022
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Secondo disco per i misteriosi Orgg, quartetto nato da qualche parte in Italia e devoto al Black Metal. Dopo “The Great White War” nel 2020 tornano a due anni di distanza con “Dimonios”, un album che di primo acchito può sembrare un concept ma che, più che una storia, racconta un evento, un micro mondo venutosi a formare nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, cosa che comprendiamo già dall’inizio con “Intro / 1917”, un misto di rumori e suoni mistici, che ci accompagnano al primo vero pezzo “A Darker Shade”. Black Metal glaciale che suona alla Immortal, ben controllato, con sfuriate tecniche ben dosate, con un’anima thrash che non dispiace affatto. Colpisce poi particolarmente “Feral War” al numero cinque. Brano davvero oscuro che racconta un qualcosa di cui nessuno parla, di cui troppa poca gente si interessa, cioè il destino degli animali durante una guerra. Povere anime sperdute che si sono ritrovate in un incubo da un giorno all’altro, senza neanche sapere perché, senza capire cosa stesse accadendo intorno a loro e come sia possibile che quelle Alpi che erano state da sempre la loro casa, adesso erano divenute un inferno! Altro brano degno di nota, è sicuramente “Dimonios”, pezzo che dà il titolo all’intero album. Riff secchi e veloci, taglienti come tante piccole lame, ma a farla da padrone è sicuramente la batteria, coinvolgente al massimo, con un suono netto e definito, piacevolissima da “isolare” mentalmente durante i mid-tempo e le corse lanciate in doppia cassa, cosa che prosegue in particolare per tutta la seconda parte del disco, con piccoli capolavori come “Tanna”, brano piacevolissimo, forse quello più vecchio stampo e che si discosta meno dal black più classico, ed anche “Ashes”, brano scritto in onore di un piccolo drappello di soldati dimenticati, i cui resti sono stati rinvenuti solo qualche anno fa; impossibile non pensare a quel “1916” di Lemmy e Co. Da brividi! Un lavoro glaciale eppur profondo quindi, che ben incarna il Black Metal di stampo norvegese ad esempio con brani come “Aurona”, senza però scopiazzare i classici, ma anzi creando una propria dimensione e un proprio stile, fatto sì di chitarre vorticose, screams malsani e cambi di tempo, ma miscelati in un modo che riesca a non essere mai stantio e a rimescolare le carte in tavola, anche restando fedeli alla (quasi ferrea) tradizione black. Non un album imprescindibile, ma da ascoltare sicuramente!

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Opinione inserita da Anthony Weird    24 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2022
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I Cursed Cemetery, trio rumeno già attivo da più di venticinque anni, hanno evoluto e modificato non poco il loro stile. Dal Blackened Death Metal granitico e prepotente degli inizi, sono passati gradualmente ad un Black/Ambient che di Black ha poco, ad esempio scream belli malefici e vocals in growl belli possenti; sarebbe quindi più corretto parlare di Funeral Doom ragionato e dal minutaggio bello pesante, che rende questo “A Forgotten Epitaph”, una bella passeggiata di salute, di quasi un’ora e questo va bene, ma con solo tre brani!
Tempi estremamente dilatati quindi, tutto è lento e pesante, costante ed inevitabile. “Daimon”, il pezzo iniziale, è di una pesantezza quasi soporifera nei primi minuti (e per “primi minuti” intendo più di cinque!), ti permette di rilassarti e goderti i suoni di ambienti bui e abbandonati, tetri, dove tutto è immobile e ciò che percepiamo, solo sono il riverbero del nostro stesso respiro contro le pareti. Poi parte la paura: urla in lontananza, litanie allucinate. Devo scappare! Che ci faccio qui? Come ci sono arrivato? Se corro mi scopriranno, devo nascondermi… insomma… niente male davvero! Come potete capire qui si fa sul serio. I Cursed Cemetery ci calano in un abisso che pullula di abomini, lasciano che ci immedesimiamo, al buio, con gli occhi chiusi, per poi rincorrerci, scatenare la bestia e lasciarci col culo stretto per tutta l’ora!
Apprezzo particolarmente la canzone che dà il titolo a tutto l’album “A Forgotten Epitaph”, che regala una parte centrale corposa, massiccia e densa, sia di potenza sonora che di potenza “mentale” percepibile. Tutto l’album è un muro di suono, interrotto solamente da strapiombi neri, in cui non si vede il fondo. Sono forse l’unico modo per uscire da quell’inferno, ma avreste il coraggio di saltare?!
Sicuramente un lavoro interessante da ascoltare, soprattutto per gli appassionati e per chi voglia fare un viaggio mentale in un abisso empio, che gioca con le nostre paura e la visione di una via d’uscita. Notevole!

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Opinione inserita da Anthony Weird    19 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 2022
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I Sakahiter vengono dal Molise, hanno pubblicato una manciata di lavori minori in studio, e propongono un Black Metal davvero interessante! “Legio Linteata” è un EP di appena tre pezzi, che colpisce immediatamente già dalle prime note. Pioggia fitta e un pianto disperato, tutto contornato da cori inquietanti, è così che parte “Altar Of The Beast” e veniamo catapultati in un tritacarne in doppia cassa senza tregua. Una voce malefica affetta le nostre carni avvalendosi di un ottimo comparto tecnico, bellissimi i lavori di chitarra che uniscono un Black Metal classico ad un più moderno Death Metal, ma nessuna delle due parti prende il sopravvento sull’altra e tutto risulta splendidamente equilibrato! Non mancano in realtà delle influenze un po’ "tamarre" che richiamano un certo periodo dei Dimmu Borgir (ma senza orchestrazioni pompose). Il pezzo comunque convince molto, risulta cattivo, marcio e piacevole quanto basta, quindi mi invoglia a proseguire, complice anche una produzione pressoché perfetta, molto distante dal Black low-fi a cui siamo abituati. Cori sul finale e ci accoglie “Grip of Fear”; stessa carica furiosa, un pezzo più veloce e potente del prepotente che non lascia spazio ai fronzoli, ma che, anzi, preme sul pedale del “Metal” più propriamente detto e le chitarre si lasciano andare ad una corsa superlativa e la batteria non lesina tecnicismi che però mai rubano la scena e restano confinati, splendidamente, al proprio posto. “Legio” chiude le danze, unendosi esattamente nel punto in cui “Grip of Fear” gli aveva lasciato il campo. Troviamo un brano ancora più potente e furioso, un crescendo di oscurità infernale. I nostri dimostrano di padroneggiare perfettamente non solo i propri strumenti, ma anche il concetto di Metal estremo. A questo punto non vedo l’ora di ascoltare un album completo, devo dire infatti che questi tre pezzi, sono come cinquanta grammi di carbonara, ottimi…per vedere se è cotta! Mi lascia un po’ l’amaro in bocca questa durata così breve, che non mi permette di godermi pienamente questo bel lavoro, comunque, tant’è, il mini disco in questione merita tantissimo e andrebbe assolutamente ascoltato, poi aspettiamo l’album e vediamo se ci sarà la conferma che mi aspetto!

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Opinione inserita da Anthony Weird    12 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 2022
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Satyr e Frost non hanno mai fatto mistero della loro passione per l’arte, soprattutto se oscura e tormentata come la loro stessa produzione musicale (e quindi artistica). Da questo interesse, quindi, nasce la collaborazione tra la band e il Munch Museum di Oslo. L’album nasce a seguito di una mostra d’arte a cui la band ha fatto da supporto musicale e, dopo aver completato l’evento, è stato deciso di mettere il tutto su un supporto fisico, quasi a sorpresa per i fans, che non avevano ricevuto nessuna notizia di nessun nuovo album in cantiere! Ed infatti, già partendo dalla nerissima copertina, chiamarlo “album” suona un po’ strano: si tratta infatti di un interessantissimo lavoro molto particolare, un’unica traccia dal titolo "Satyricon & Munch" di poco meno di un’ora di durata, completamente strumentale. Un brano assolutamente evocativo, lento e ridondante, una sorta di storia raccontata in musica, attraverso il Dark Ambient e l’immateriale desolazione di violini e degli strumenti acustici. Non mancano i momenti più puramente Metal, ma sono veramente pochi e smorzati dall’atmosfera. I campionamenti di onde e vento ci catapultano in paesaggi decadenti, paludi spettrali, edifici fatiscenti e antichi castelli. Di sicuro non è un lavoro per tutti, ed infatti potrei davvero fermarmi qui con la descrizione, ma vorrei incuriosire anche chi non segue la band e spingervi tutti all’ascolto, perché davvero è un’esperienza affascinante. Prendetevi un’oretta in cui non avete distrazioni, ascoltate “Satyricon & Munch” da soli, al buio, con le cuffie isolanti se potete, poi capirete pienamente ciò che voglio dire. Da ascoltare!

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Opinione inserita da Anthony Weird    08 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Mag, 2022
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Black Metal dagli Stati Uniti che, già dall’intro, si discosta da quell’anima fortemente Thrash vecchia scuola che caratterizza la maggior parte delle bands estreme americane - basta guardare gli Inquisition su tutte -, ma anzi i Death Shroud portano avanti un Black oscurissimo e cattivo. Riff che sono una trivella scatenata nel cervello, accompagnati da una serie di fraseggi acuti che rendono tutto malsano. Riescono a trasformarsi in vermetti striscianti, in ragni e serpi che scivolano nella terra che di colpo ti avvolgono. La band ci trascina in cripte sotterranee, pregne di pericolo, claustrofobiche, senza darci il tempo di prendere fiato.
Si tratta di un album molto breve, un concentrato di violenza implacabile, tutto diretto dalla nera fiamma e ad essa votato ma, nonostante ciò, sono diversi i momenti degni di nota, dalla malignità di “Pervasive Emptiness”, che davvero risulta essere un passo spaventoso all’interno dell’album, alla più complessa e “solenne” (se vogliamo) “Dreams That Haunt the Mind”, così come la curiosa parte strumentale di “Polar Cortex”, che alterna momenti di puro ed assoluto Black Metal in stile norvegese a sperimentazioni puramente Heavy Metal, con passaggi che toccano addirittura l’Hard Rock e che, vi dirò, non sono niente male! Scordatevi le note allegre dei Kiss o l’Hard Rock anni ’70, restiamo sempre in ambito puramente Black Metal (che mi suona molto Satyricon), ovviamente, ma i passaggi, i fraseggi, alcuni acuti lanciati come urla di cavalli al galoppo, sono come quel sentore di menta o di limone, in un piatto in cui non te lo saresti mai aspettato e, quando poi si torna a martellare duro, tutto ciò risulta sorprendente!
In ultima analisi, questo "Death, Slavery and the Pursuit ov Sadness" dei Death Shroud è un buon prodotto che, pur senza essere un capolavoro, è un album che suona tradizionalmente Black e che porta una bella e buona dose di innovazione e freschezza, senza mai rinunciare alla violenza e alla cattiveria. Consigliato!

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Opinione inserita da Anthony Weird    03 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 04 Aprile, 2022
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Lord Agheros, è il moniker di una one man band siciliana, arrivata al sesto album. “Koinè”, questo il titolo del lavoro, è una parola che rappresenta l’unione e la crescita di tutte le lingue di provenienza greca, quindi, ovviamente, anche lo stesso dialetto siculo e l’italiano stesso ne sono stati contaminati, così come tutte le lingue mediterranee. Il primo brano “The Prophecy”, è una vera e propria carezza musicale. Una melodia tenue e malinconica, estremamente evocativa. Mi vengono alla mente i paesaggi gelidi di scogliere desolate, con un mare in burrasca, che ancora attende di scatenare la sua furia! Il brano si colora e si arricchisce di elementi sempre più maestosi e delicati, si tratta di un velo in musica, un dipinto ad acquerello che nasconde un bisogno represso che si fa fatica persino ad esprimere. L’entrata in scena della chitarra che, per quanto distorta, resta delicata e controllata, non fa altro che aumentare questo senso di bisogno di espressione, queste immagini evocative ed il tutto è assolutamente meraviglioso! Inizio col botto quindi per “Koinè”, che prosegue con “The Walls Of Nowhere” quasi sulla stessa riga, ma qui il Metal inizia a scalpitare, soprattutto quando pare contaminarsi con ritmi inaspettati, provenienti persino dall’elettronica. L’animo legato al mondo ellenico del nostro, non tarda a manifestarsi ed ecco che il Black Metal si fonde, con ciò che è mediterraneo, che è terra, acqua, fuoco e aria e, con questa mistura, dar vita a qualcosa di assolutamente magnifico ed inaspettato. Canti del Sud Italia, che portano con sé immagini di danze afose in mezzo ai fuochi con tuniche bianche, arricchite dall’arte che amiamo, sono il succo su cui mette le radici quest’album, che mi sta sorprendendo sempre di più. “Hold The Line”, non è una cover di un brano famosissimo, ma è il primo pezzo più propriamente legato al Metal estremo che sto ascoltando fino ad ora. Non mancano le scelte evocative e maestose, con cori in lontananza ed il tutto si tinge di sinfonico, ma restiamo su basi molto solide, anche proseguendo con “Sow”, in cui la produzione non eccelsa (il che è un bene), rende il brano molto ferale, discostandosi totalmente dall’aria mistica dei pezzi precedenti, ma dando quella botta di potenza che personalmente sto apprezzando non poco. Tornano le carezze acustiche di un dolcissimo sussurro femminile con “Same Blood”, già un titolo potente e pregno di significato. Immediatamente la mente corre a quella splendida (a dir poco) esperienza mistica che è “Caurus” degli Anamnesi, in cui ritrovo la stessa maestria, la stessa voglia di raccontare, di rendere la musica Metal non solo una scarica di adrenalina (che per carità, avercene!), ma anche qualcosa di alto a livello artistico e culturale. “Same Blood” è un crescendo, un progressivo splendere che non può lasciare indifferenti! Ancora frastornato da una simile visione interiore, mi lascio cullare dal pianoforte di “Sleep Among The Stars”. Un brano totalmente strumentale, che spazia in campo folkloristico, con contaminazioni di svariati generi, dove tutto è onirico, spaziale, un viaggio addormentati tra le stelle, è esattamente il titolo di cui questo brano aveva bisogno. Un organo perenne, archi delicati e dei cori dosati con eleganza sono il motore che dona linfa ad una composizione alta ed inarrestabile, qualcosa che deve assolutamente essere ascoltato! Mi avvicino purtroppo alla fine di questo viaggio da brivido con “...Of May”, in cui, è inutile dirlo, l’intensità è tale da divenire quasi dolorosa. Chitarra acustica a fare da apripista ad uno strumento a fiato (credo), in secondo piano, a preparare una strada lunga e sicura per il grosso che sta arrivando. Si tratta infatti della canzone più lunga dell’album, che sa di doversi prendere il suo tempo per esprimersi pienamente; infatti, l’inserimento quasi progressivo dei vari strumenti, è come un voler preparare l’ascoltatore, un componente alla volta. Cosa a cui non si sottrae neanche il poderoso ed oscurissimo scream. Urla mostruose che paiono trattenere la disperazione, per tirarla fuori nel momento giusto, sul limite del DSBM. Mi sento particolarmente toccato da questo brano, perché ricorda molto le atmosfere malsane a cui puntava il sottoscritto con la sua band quando ancora militava tra le fila del metallo nero e per me, tutto ciò è assolutamente meraviglioso! Saluto, purtroppo, questo capolavoro con “Litany Of The Hermit”, che è una outro sussurrata in latino, troppo breve per farci sognare, ma che è perfetta, come carezza finale, dopo una tale scarica di emozioni!
“Koinè” è un album dall’altissimo livello artistico ed emotivo, un Black Metal pregno di sentimento, storia, natura e voglia di raccontare. Fatevi un regalo, non lasciatevelo sfuggire!

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Opinione inserita da Anthony Weird    06 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2022
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Tornano (e finalmente, direi) i Mortuary Drape, una band storica, uno dei pilastri dell’arte estrema, che ha messo le basi per quella che sarebbe poi diventata la scena underground italiana e non solo. Dopo un bel DVD ad immortalare lo spettacolo celebrativo per i trent’anni di carriera ed una manciata di altri lavori in studio, era ormai tempo di album nuovo, il che non significa solo full-length: infatti i torinesi ci propongono un EP, un mini-disco che è un condensato di tutto ciò che la band ha saputo regalarci nel corso della carriera, più un piccolo extra veramente ben accetto!
Partiamo lentamente, una nota per volta, senza fretta e senza rabbia con “In A Candle Flame” che si prende il suo tempo, una intro apripista per un brano atmosferico, Black Metal sì maligno, ma pregno di Doom, con ritmo lento e ritmato e tanto di assolo da applausi. Il singolo “All In One Night”, accelera leggermente, creando una buona dose di potenza sonora, sostenuta da una bella doppia cassa che spicca nel comparto ritmico. Anche qui è l’assolo che mi colpisce oltre ai mid-tempo, ma è nel terzo brano, ovvero la sorpresina, la ciliegina sulla torta che rende tutto davvero succulento, la cover di “Nightmare Be Thy Name” dei leggendari, inarrivabili, divini Mercyful Fate! Certo, la mancanza di King Diamond si fa sentire, del resto è un’impresa a dir poco ardua quella di reggere il confronto con un titano del metallo oscuro, ma l’intento ossequioso dei nostri, è più che chiaro e lampante. Ritmo da Rock’n Roll per “Circle Zero”, torniamo a martellare ma senza mai sforare in velocità insostenibili, ma anzi con una melodia sostenuta che permette di creare mondi sonori articolati. Bellissimo anche in questo caso il comparto ritmico che riesce sempre a farsi notare e la strofa recitata sul finale, conferisce quel tocco macabro, che arriva anche senza leggere il testo. Chiudiamo il cerchio con “Where Everything Falls”, brano dall’animo oscuro fin dalle prime note. L’atmosfera orrorifica la fa da padrone anche quando il pezzo entra nel vivo ed il ritmo diventa più sostenuto, ma senza mai cadere nella furia cieca.
In ultima analisi si tratta di un disco che non deluderà i fan e chi cerca un Metal pesante, ma non estremo all’inverosimile, che mescoli le sonorità più legate al Metal classico e al Doom, ad un Black Metal cattivo e potente, ma smorzato in termini di ascoltabilità, cosa che lo rende sicuramente più accessibile e gradevole. Da ascoltare assolutamente!

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Opinione inserita da Anthony Weird    06 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2022
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Primo album completo per i bielorussi Khandra, parola che in lingua madre significa “malinconia”. Sette pezzi di un Black Metal ipnotico e ridondante, che tanto deve a band come i Mgła. Entriamo a poco a poco nel mondo oscuro di cui ci narrano i Nostri; ”Mute moleben” è un'intro calma fatta di rumori orrorifici che precedono il riffing dissonante e cacofonico di “Irrigating Lethal Acres with Blood”, in cui tutto trasuda disagio e rabbia, grazie anche ad una pseudo melodia che perfora i timpani. Buona la parte ritmica anche se la produzione non colpisce immediatamente e non sembra essere tra le migliori, tuttavia il brano scorre e si lascia ascoltare con un piacere amarognolo, quasi acre, anche grazie a sapienti rallentamenti che trasformano il tutto in una marcia pesante ed inesorabile. “Nothing but Immortality for Aye” rende interessante l’intero album: un brano riuscitissimo sin dalle prime note. Si percepisce la complessità e la capacità di imprimere nella musica i propri sentimenti, i propri demoni e trasmetterli all’ascoltatore. Tornano i ritmi lenti e tutto pare placarsi con l’inizio di “In Harvest Against the Sun”, che nasconde e tende a reprimere la propria rabbia e la propria aggressività. Si tratta di una canzone che si prende il suo tempo, che chiede di decollare solo nel momento in cui la pista è pronta. Non mancano passaggi più legati al Thrash Metal e nel complesso il pezzo è piacevole, ma devo dire che le note di interesse si fermano a qualche bel riff di chitarra. La voce in questa fase pare sconclusionata e tende ad appiattire il tutto in un brodetto un po’ allungato, che non è male, ma non risulta gustoso. La volontà di allungare la strofa la rende piatta e si percepisce il momento in cui si ha il bisogno di andare avanti. La cosa si ripete fin troppo con “With the Blessing of Starless Night”, in cui, mi dispiace dirlo, l’unica cosa degna di nota è qualche buon passaggio di chitarra ed in generale una buona composizione, ma niente di eclatante. “Thanatos”, il brano più lungo dell’album, è notevole: una base fittissima di doppia cassa e una parte vocale che questa volta colpisce e si fa notare come parte fondamentale del brano. Un pezzo evocativo, potente, maestoso in tutta la sua durata e che non cala mai di tono, anzi, è un buon crescendo di tensione, divenendo memorabile. Arriviamo quindi all’ultima traccia, che dà il titolo all’intero album: subito mi colpisce lo splendido riff, la canzone parte alla grande, subito coinvolgente e piacevole. Sicuramente il brano migliore di tutto l’album, il più ispirato. Un vortice malsano di Black Metal melodico che trascina in una spirale di disagio e violenza, con una tecnica e maestria eccellenti. Se tutto l’album avesse avuto questo livello di accuratezza, sarebbe stata un’ottima scoperta! Purtroppo così non è stato, ma siamo soltanto al primo lavoro sulla lunga distanza, quindi i Khandra sono senza dubbio una band da tenere d’occhio per i prossimi lavori, in quanto hanno appena dimostrato di avere le capacità che servono per andare avanti. Devono solo trovare il modo migliore, per metterle in pratica!

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Marco Garau's Magic Opera, ancora un centro pieno!
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Tragico, epico, atmosferico: EP di debutto per Druids of Eld
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Non convince proprio del tutto la nuova vita Death/Doom degli americani Invertia
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Gli Onyria mostrano di saperci fare con buone composizioni e la voce splendida di Elena
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Hellevate, un cambiamento non vincente
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