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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
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Black Metal grezzo come piace a me. Gli Abhor, band storica di Padova, non si smentiscono e, per l’ottava volta in studio, sfornano un lavoro in linea con la loro proposta di sempre. Black Metal con tanta atmosfera pregna di orrori ed erotismo già dal titolo, un po’ tamarro ma di sicuro effetto, e l’inquietantissima “The Curse of the Twins”! Pezzi magnifici come “Ode to the Snake” e “Violet Coven” da soli valgono l’intero album, espliciti, malefici, pregni di una cattiveria controllata e dosata, in modo da essere ancora più tremenda! Non mancano riferimenti al Black di inizio anni '90, con organi sinistri (ricordate i primi Dimmu Borgir?). Inneggiamenti deliranti in vortici senza speranza e un sacco di sesso! Tutte cose che ci piacciono e ci fanno apprezzare questo lavoro sapiente e competente, è chiaro fin da subito che i padovani sanno di cosa parlano, studiano le oscure arti e conoscono benissimo i loro strumenti e la storia dell’arte che propongono, un ennesimo grande tassello che si aggiunge alla tradizione del Black italiano underground, che non ha niente da invidiare al più blasonato Black norvegese. Chiariamo, non ci troviamo di fronte ad un capolavoro, ci mancherebbe, è un disco che piacerà agli appassionati del genere e difficilmente raggiungerà il cuore e persino le orecchie di altri, ma chi sa apprezzarlo, non resterà deluso!

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Opinione inserita da Anthony Weird    04 Aprile, 2023
Ultimo aggiornamento: 04 Aprile, 2023
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Ohh, che meraviglia! Finalmente un po’ di sano Black Metal genuino, come lo faceva la nonna! Old school a bestia e "non ce' so cazzi"! Tornano i Mork, band norvegese che, nonostante i sei full-length e numerose altre uscite minori tra EP, split e quant’altro, è sempre rimasta confinata nell’underground, tranne per qualche uscita fugace, una volta ogni tanto, tipo la domenica mattina per la messa… nera! “Dypet” ("abisso" in norvegese) è il loro sesto album in studio, uscito a fine marzo su Peaceville Records, e promette fuoco e fiamme su tutti i fronti! Chi conosce la band sa già cosa aspettarsi da un gruppo del genere: gemiti e lamenti in lingua madre, urla e blasfemie, ma anche ritmi sostenuti e vortici infernali, con una melodia malsana che rende il tutto davvero sinistro! Ed infatti, già dalle prime note della maestosa “Indre demoner” si capisce dove la band voglia andare a parare. Le chitarre creano vortici dissonati che ben si amalgamano alla sezione ritmica, tirando fuori un denso tappeto di magma nero. Scream duro e malefico, granitico e potente, per niente ovattato come altre bands simili, che lasciano la voce in secondo piano, come un’entità malvagia che ci rincorre braccandoci, dispersi nella nebbia e nella tormenta. Qui invece, la voce ha un ruolo attivo ed è il resto della composizione a fare da supporto, creando un’opera vera che ha qualcosa da dire e lo fa a pieni polmoni, non soltanto con atmosfere e messaggi più o meno velati. Prosegue l’opera “Forført av kulden” e devo dire che trovo già uno dei momenti più alti dell’album. Tutto ciò che ho ritrovato nel pezzo precedente, qui viene enfatizzato per cento volte, potenza e melodie dissonate creano un muro sonoro insormontabile, dove non ci resta che aspettare che ci caschi tutto addosso! Un intreccio perfetto tra cattiveria e malinconia, davvero notevole. Il livello si mantiene alto con “Svik”: qui la parte più propriamente cattiva (ma mai furiosa) prende il sopravvento. Si tratta di un brano brusco, diretto, molto ragionato, come un colpo che ti sorprende, ma che ti trovi a volerne ancora! Ci muoviamo in territori sporcati di Death metal melodico e la cosa non viene minimamente celata, anzi; i norvegesi utilizzano le caratteristiche più propriamente legate alla melodia, per arricchire il proprio suono, rendendo il tutto non solo più potente e allucinato, ma anche incredibilmente più inquietante! Devo dire, infatti, che per quanto la proposta Black Metal presentata sia molto legata alla tradizione anni '90, i Mork riescono sia a renderle giustizia che ad innovarla, con pezzi meravigliosi come “Et kall fra dypet”. Darkthrone e Mayhem hanno influenzato tantissimo i Mork che gli rendono onore senza mai snaturare il percorso che questi mostri sacri del genere hanno tracciato, eppure riuscendo a rimanere personali e fedeli a sé stessi, pur ricordando i passaggi visionari di Burzum e persino realtà come i Katatonia. “Høye murer” sembra calmare la band, portando il disco su tempi più moderati, benché altalenanti nella complessità e nella rabbia espressa, con momenti in cui il tutto pare placarsi, per poi esplodere in modo terrificante! Così come mette ansia e fa sinceramente paura, il riffing ipnotico di “Bortgang”, con il quale i Mork provano ad entrarci nella testa; devo dire che questo è il brano che mi è piaciuto di più di tutto l’album. Evocativo, con passaggi oscuri e drammatici, con la mente mi trovo rinchiuso in un labirintico mattatoio abbandonato e qualcosa chiede aiuto… o mi sta dando la caccia? La mente vaga nel dedalo di corridoi e ganci da macellaio con una tensione costante e crescente. Un pezzo fantastico che mi fa pensare che avrei voluto così tutto il disco! Ancora inebriato dalla magnificenza di “Bortgang” e cullato dalla sua pioggia campionata nel finale, mi accingo ad ascoltare “Avskum”, brano completamente diverso, che parte rabbioso che urla malignità fin dal primo istante. Riff pesanti di chitarre in palm-mute, dissonante quando serve, per una marcia oscura che sfocia nel Death Metal, per dare corpo e tangibilità ad un Black forse non abbastanza deciso per l’effetto voluto, ma che convince in pieno e coglie nel segno. Melodie malsane finali con “Tilbake til opprinnelsen”, ultimo gradino di questo “Dypet” e torniamo nei territori iniziali, con un Black Metal vorticoso e martellante. Credo che sia la prima volta che in questo album sento un chiaro tappeto di doppio pedale e chitarre drammatiche. La tensione si alza, quasi torno a sentire la presenza malvagia di quella cosa strisciante che chiede aiuto, rinchiusa nei meandri dimenticati di un edificio eretto a tempio per la morte! Scream disperato, fraseggi carichi di ansia e malinconia e cori solenni. La seconda parte di questo disco è quella che veramente dona importanza a tutto l’album. “Bortgang”, ”Avskum” e “Tilbake til opprinnelsen” sono davvero tre perle di Black Metal creato con passione, con tutti i crismi del caso, per un’opera che ha qualcosa da dire, da raccontare, per dimostrare che ci sono ancora molte bands valide che hanno a cuore il destino di questa arte. “Dypet” parte come un buon disco, ha qualche momento di incertezza verso la metà, per poi sfociare in una parte finale ad altissimi livelli, che carica come un treno e travolge ogni dubbio sulla qualità di questa band e di questo album. Non un capolavoro, ma ci siamo incredibilmente vicini. Assolutamente consigliato!

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Opinione inserita da Anthony Weird    05 Marzo, 2023
Ultimo aggiornamento: 05 Marzo, 2023
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One man band da Verona, un ragazzo che sotto al nome Silence Oath sforna dischi su dischi dal 2007 ed oggi ci propone questo “From the Womb of the Earth”. Quaranta minuti di concept ipnotico e altamente simbolico, già dalle primissime note: una magia, un balletto di fate su note di pianoforte che aprono le porte della mente ad un complesso mondo magico, dove tutto è sottile e ovattato, una bella intro prima di “When the Pillars Come Down” e qui cominciamo a fare sul serio. Infatti il brano parte lento con campionamenti ambientali, per poi sfociare in un complesso intreccio di scream, ruggiti infernali che, pur restando su tempi abbordabili (il che è forse l’unica pecca) e riff melodici, trasmette comunque la glacialità e il forte disagio che vuole comunicare per tutti gli undici minuti di durata. Una bella esplosione sinfonico-melodica, con voce pulita mette i puntini sulle “i” e tornano i campionamenti di scrosci d’acqua gelida e campanelline fatate. Un bel mix da ascoltare! “An Irrational Mind's Ludicrous Dominion”, mette i granitici paletti Blackned Death Metal, con una disperazione e una alienazione che mettono i brividi. Drone e Blackgaze “sporcano” il tutto, aumentando a dismisura il senso di isolamento che provo ascoltando. Mi sembra di fluttuare in un “caos calmo”, che non lascia scampo. Tutto il disco fa a pugni con la sua doppia anima, ora furiosa che prende a piene mani dal Black e dal Death Metal, ora più ragionata, solenne e mistica, Doom, tendente all’Avant-garde! Questo può effettivamente disorientare e far storcere il naso a coloro i quali vogliono un album compatto, di un unico e definito genere per non trovarsi in brutti stati d’animo con cui dover fare i conti; eppure è un prego quando ci si rende conto che è uno sforzo in più, senza schemi e limiti (pre e auto) imposti. Si tratta di cercare nuove soluzioni, nuovi orizzonti per arricchire, ma senza snaturare, la proposta artistica, basti pensare alle fasi “cantilenanti” durante un brano di pura furia cieca, come “An Irrational Mind's Ludicrous Dominion”. Della seconda parte di “From the Womb of the Earth”, è impossibile non citare “The Calling” e la sua violenza sonora, in un Black Metal puro e dominante, ma è il brano che dà il titolo al lavoro ad avere il posto d’onore! Lunga introduzione acustica e progressiva, che aumenta man mano il senso di angoscia, con tastiere che portano la tensione ai massimi livelli e disperati (stranamente) passaggi di voci pulite, in un inferno di Blackned Death e Doom straziante. “From the Womb of the Earth” è assolutamente un brano perfetto per portare il nome dell’opera che mi sto godendo. In ultima analisi, ci troviamo di fronte ad un album molto ampio, aperto e versatile, che ha poche frecce al suo arco, ma che sono tutte diverse tra di loro e che il nostro “Robin Hood” veronese, sa usare tutte alla perfezione. Non è un lavoro perfetto, per quanto piacevole e di sicuro meritevole di attenzione, ad esempio un aumento della velocità d’esecuzione in “When the Pillars Come Down” io lo avrei preferito di gran lunga, così come le esplosioni sinfoniche con voce maschile pulita, zoppicano un po’ e risultano ancora acerbe, e la troppa invadenza dei synth specie su “The Calling”, ma, tuttavia, sono piccolezze e scelte stilistiche che si affineranno col tempo e nei prossimi lavori. Nel frattempo, questo è gran bel disco, assolutamente consigliato!

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Opinione inserita da Anthony Weird    10 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2022
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Gli Epica, instancabili come sempre, continuano a sfornare opere su opere; non sono passati neanche due mesi dall’attesissimo “We Still Take You With Us” che ecco arrivare ciò che annunciavano da parecchio, ossia questo fantomatico “progetto segreto” di cui si sapeva solo l’esistenza e nessun’altra indiscrezione. Tuttavia, molti fan avevano già immaginato che potesse trattarsi di una collaborazione con qualche grande nome: Nightwish (ovviamente i più gettonati insieme ai Kamelot)? Ma Simone si è incontrata spesso con Charlotte, che però ha lasciato i Delain… Forse una collaborazione con i Lacuna Coil? O magari i Within Temptation?! Qualche fan più sognatore si era spinto persino ad immaginare nomi quali Dimmu Borgir; Septicflesh o addirittura Behemoth. Niente di tutto ciò, o meglio, ci eravamo andati vicini, perché questo “The Alchemy Project”, un EP di sette brani, vede gli olandesi collaborare con numerosi artisti della scena Metal e non solo, persino con band generalmente più estreme, come i nostri Fleshgod Apocalypse. Infatti, è proprio con loro che parte il mini-disco, con un pezzo che fa da apripista a tutto il resto, ovvero “The Great Tribulation”. Brano oscuro e carico che apre in pieno stile Epica, con cori, acuti e ansia crescente, tuttavia, la carica prepotente arriva immediatamente e la splendida voce lirica di Simone Simons, non riesce a smorzare la tensione. Il brano esplode in un tripudio di groove e doppia cassa con mid-tempo che si assestato e poi raddoppiano; e tutto trema sotto un growl infernale. Un pezzo eccezionale, non poteva avere un biglietto da visita migliore questo EP, qui c’è tutto ciò che i fan degli Epica hanno sempre amato e molta più potenza ed il tutto viene estremizzato, senza mai snaturarsi. Eccezionale!
“Wake The World” è il secondo pezzo e vede la collaborazione dei musicisti Tommy Karevik dei Kamelot e Phil Lanzon degli Uriah Heep. Brano di sicuro più calmo e ragionato, senza l’incredibile (e "volgare"?) manifestazione di potenza di poco prima. Molto più spazio alla melodia e alle voci pulite, cosa che personalmente apprezzo poco, ma un assolo di tastiere del genere mi fa dimenticare ogni cosa. Soprattutto perché la seconda parte ha un crescendo melodico e amalgamato sapientemente, in una meraviglia sonora che crea castelli fatati in aria, in pieno stile Epica. Non mi soffermo molto su “The Final Lullaby” che ospita il sassofonista norvegese Jørgen Munkeby, perché abbiamo già avuto modo di apprezzare il brano dal vivo, nello show per i vent’anni della band, che ho già recensito. Mi aspettavo invece il momento della ballad, quando ho visto nella lista dei brani “Sirens - Of Blood And Water” dove Simone, si accompagna a Charlotte Wessels e Myrkur. Violini e melodie scandite da corde pizzicate, su cui le tre artiste possono destreggiarsi come fate che ballano su un ponte di rugiada e tela di ragno. Una meraviglia per le orecchie, tutto risulta magico e soddisfacente, un dilagare di cioccolato fresco sul palato, mi vengono in mente i nostri Dismal di “Miele dal salice” e “Mélisse”: Magia allo stato puro.
Cambiamo decisamente tono con “Death Is Not The End”, collaborazione con Frank Schiphorst che già bazzica casa Epica nei MaYaN e Björn "Speed" Strid dei Soilwork. Un brano più generalmente rivolto al Death Metal e che quasi tozza con la povere magica sonora ascoltata poco prima, ma forse questo gli dà ancora più forza! Devo dire che Simone Simons è un’artista pazzesca (non che ci fosse bisogno di conferme) che passa dalle ballad in acustico a brani pregni di blast beat e growl, eppure risulta essere la ciliegina sulla torta, da entrambe le parti! Con un assolo strabiliante il brano lascia spazio a “Human Devastation” e vi giuro, non avrei mai pensato di sentire gli Epica con una sonorità simile. Grazie anche al tocco dei God Dethroned e di Sven de Caluwé degli Aborted, siamo in un territorio totalmente e assolutamente Death Metal. Potenza, malignità, caos e vortici infernali, su un delirio di doppia cassa, senza un attimo di pace, con un bel po’ di pazzia sul finale. Sono totalmente senza parole!
Ultimo pezzo prima del triste finale, il settimo brano “The Miner”, dove lo zampino questa volta, è stato messo da Asim Searah dei Damnation Plan, Niilo Sevänen (Insomnium) e Roel van Helden (Powerwolf). Sette minuti per un pezzo sporcato di progressivo, che risulta variegato, fresco e persino sensuale. Un brano che dona spessore a tutto l’EP, mai banale, mai “già sentito”, mai “questo non mi piace”.
Per finire “The Alchemy Project” è un vero e proprio gioiello, un diamante metallico che ha come unica pecca quella di durare poco. Sette brani di una simile qualità, lasciano l’amaro in bocca, perché se ne vuole di più, dieci sarebbe stato perfetto, ma mi rendo conto che “The Alchemy Project” non è un album e che questo, non è un pizzico di dispiacere…

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Opinione inserita da Anthony Weird    16 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre, 2022
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Ci sono una manciata di band che si chiamano Malphas nel mondo e devo dire che ho fatto un po’ di fatica a capire a quale questo disco si riferisse. Questi Malphas, vengono dalla Svizzera e sono al secondo lavoro sulla lunga distanza. Copertina disegnata a china con demoni e lance in stile anni ’90 (bellissimo) e si parte. Intro strumentale in acustico, giusto per metterti a tuo agio quel tanto che basta prima dell’esplosione. Sei minuti di Black Metal abbastanza canonico e, devo dire, inaspettatamente melodico (non per questo meno malvagio), con un’alternanza di parti, cambi di rotta, dalle sfuriate ad una calma apparente fatta d’acustico e, subito salta all’occhio - o meglio, all’orecchio - l’ottima produzione della band, questa non è roba che proviene da registratori sfigati nel garage di qualcuno, quindi l’aria da anni ’90, finisce lì. Il vero Black Metal, pur sempre con una vena drammaticamente melodica, arriva con “Exile” e la sua potenza, una furia cieca. I BPM aumentano drasticamente e si scende nell’infero, un budello nero in cui precipitare con luci sfarfallanti. “Wrath of the Fallen Angel” invece, è un momento di grande Metal, che oltrepassa i confini del Black per attingere un po’ ovunque, dal Thrash al Death, persino al Black’n'Roll; così come “Forged in the Abyss”, che parte lentamente, in acustico come sembra piacere molto a questi Malphas, per poi esplodere di rabbia, con lo stesso riff, portato in auge. Una rabbia e un odio che qui trovano davvero casa, tutta la canzone è un crescendo di disperazione e malvagità, usando la ragione per rendere il tutto più affilato. Melodia e furia si uniscono e creano qualcosa di pressappoco grandioso! Numerosi brani d’effetto quindi, che mantengono il Black Metal di varie matrici, ad esempio “In the name of war” è un pezzo che suona tanto Marduk, ma con una propria personalità, che racchiude i generi più disparati; vi sareste mai aspettati un urlo acuto in stile Glam Metal? Io no, eppure c’è e vi dirò di più: ci sta benissimo! Così come i numerosi assoli che sussurrano “NWOBHM” quando nessuno li guarda! Un disco che senza gridare al miracolo ma con pezzi eccezionali (come “Divinity's Fall” la traccia che dà il titolo all’intero album, “Hymn of Your Glory” e l’ultimo atto “Domination”), si ritaglia un posto di assoluto rispetto tra le nuove uscite in ambito di Metal estremo, assolutamente da ascoltare e apprezzare, perché questa è una band che ha una lunga strada davanti a sé!

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2022
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Secondo disco per i misteriosi Orgg, quartetto nato da qualche parte in Italia e devoto al Black Metal. Dopo “The Great White War” nel 2020 tornano a due anni di distanza con “Dimonios”, un album che di primo acchito può sembrare un concept ma che, più che una storia, racconta un evento, un micro mondo venutosi a formare nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, cosa che comprendiamo già dall’inizio con “Intro / 1917”, un misto di rumori e suoni mistici, che ci accompagnano al primo vero pezzo “A Darker Shade”. Black Metal glaciale che suona alla Immortal, ben controllato, con sfuriate tecniche ben dosate, con un’anima thrash che non dispiace affatto. Colpisce poi particolarmente “Feral War” al numero cinque. Brano davvero oscuro che racconta un qualcosa di cui nessuno parla, di cui troppa poca gente si interessa, cioè il destino degli animali durante una guerra. Povere anime sperdute che si sono ritrovate in un incubo da un giorno all’altro, senza neanche sapere perché, senza capire cosa stesse accadendo intorno a loro e come sia possibile che quelle Alpi che erano state da sempre la loro casa, adesso erano divenute un inferno! Altro brano degno di nota, è sicuramente “Dimonios”, pezzo che dà il titolo all’intero album. Riff secchi e veloci, taglienti come tante piccole lame, ma a farla da padrone è sicuramente la batteria, coinvolgente al massimo, con un suono netto e definito, piacevolissima da “isolare” mentalmente durante i mid-tempo e le corse lanciate in doppia cassa, cosa che prosegue in particolare per tutta la seconda parte del disco, con piccoli capolavori come “Tanna”, brano piacevolissimo, forse quello più vecchio stampo e che si discosta meno dal black più classico, ed anche “Ashes”, brano scritto in onore di un piccolo drappello di soldati dimenticati, i cui resti sono stati rinvenuti solo qualche anno fa; impossibile non pensare a quel “1916” di Lemmy e Co. Da brividi! Un lavoro glaciale eppur profondo quindi, che ben incarna il Black Metal di stampo norvegese ad esempio con brani come “Aurona”, senza però scopiazzare i classici, ma anzi creando una propria dimensione e un proprio stile, fatto sì di chitarre vorticose, screams malsani e cambi di tempo, ma miscelati in un modo che riesca a non essere mai stantio e a rimescolare le carte in tavola, anche restando fedeli alla (quasi ferrea) tradizione black. Non un album imprescindibile, ma da ascoltare sicuramente!

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Opinione inserita da Anthony Weird    24 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2022
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I Cursed Cemetery, trio rumeno già attivo da più di venticinque anni, hanno evoluto e modificato non poco il loro stile. Dal Blackened Death Metal granitico e prepotente degli inizi, sono passati gradualmente ad un Black/Ambient che di Black ha poco, ad esempio scream belli malefici e vocals in growl belli possenti; sarebbe quindi più corretto parlare di Funeral Doom ragionato e dal minutaggio bello pesante, che rende questo “A Forgotten Epitaph”, una bella passeggiata di salute, di quasi un’ora e questo va bene, ma con solo tre brani!
Tempi estremamente dilatati quindi, tutto è lento e pesante, costante ed inevitabile. “Daimon”, il pezzo iniziale, è di una pesantezza quasi soporifera nei primi minuti (e per “primi minuti” intendo più di cinque!), ti permette di rilassarti e goderti i suoni di ambienti bui e abbandonati, tetri, dove tutto è immobile e ciò che percepiamo, solo sono il riverbero del nostro stesso respiro contro le pareti. Poi parte la paura: urla in lontananza, litanie allucinate. Devo scappare! Che ci faccio qui? Come ci sono arrivato? Se corro mi scopriranno, devo nascondermi… insomma… niente male davvero! Come potete capire qui si fa sul serio. I Cursed Cemetery ci calano in un abisso che pullula di abomini, lasciano che ci immedesimiamo, al buio, con gli occhi chiusi, per poi rincorrerci, scatenare la bestia e lasciarci col culo stretto per tutta l’ora!
Apprezzo particolarmente la canzone che dà il titolo a tutto l’album “A Forgotten Epitaph”, che regala una parte centrale corposa, massiccia e densa, sia di potenza sonora che di potenza “mentale” percepibile. Tutto l’album è un muro di suono, interrotto solamente da strapiombi neri, in cui non si vede il fondo. Sono forse l’unico modo per uscire da quell’inferno, ma avreste il coraggio di saltare?!
Sicuramente un lavoro interessante da ascoltare, soprattutto per gli appassionati e per chi voglia fare un viaggio mentale in un abisso empio, che gioca con le nostre paura e la visione di una via d’uscita. Notevole!

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Opinione inserita da Anthony Weird    19 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 2022
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I Sakahiter vengono dal Molise, hanno pubblicato una manciata di lavori minori in studio, e propongono un Black Metal davvero interessante! “Legio Linteata” è un EP di appena tre pezzi, che colpisce immediatamente già dalle prime note. Pioggia fitta e un pianto disperato, tutto contornato da cori inquietanti, è così che parte “Altar Of The Beast” e veniamo catapultati in un tritacarne in doppia cassa senza tregua. Una voce malefica affetta le nostre carni avvalendosi di un ottimo comparto tecnico, bellissimi i lavori di chitarra che uniscono un Black Metal classico ad un più moderno Death Metal, ma nessuna delle due parti prende il sopravvento sull’altra e tutto risulta splendidamente equilibrato! Non mancano in realtà delle influenze un po’ "tamarre" che richiamano un certo periodo dei Dimmu Borgir (ma senza orchestrazioni pompose). Il pezzo comunque convince molto, risulta cattivo, marcio e piacevole quanto basta, quindi mi invoglia a proseguire, complice anche una produzione pressoché perfetta, molto distante dal Black low-fi a cui siamo abituati. Cori sul finale e ci accoglie “Grip of Fear”; stessa carica furiosa, un pezzo più veloce e potente del prepotente che non lascia spazio ai fronzoli, ma che, anzi, preme sul pedale del “Metal” più propriamente detto e le chitarre si lasciano andare ad una corsa superlativa e la batteria non lesina tecnicismi che però mai rubano la scena e restano confinati, splendidamente, al proprio posto. “Legio” chiude le danze, unendosi esattamente nel punto in cui “Grip of Fear” gli aveva lasciato il campo. Troviamo un brano ancora più potente e furioso, un crescendo di oscurità infernale. I nostri dimostrano di padroneggiare perfettamente non solo i propri strumenti, ma anche il concetto di Metal estremo. A questo punto non vedo l’ora di ascoltare un album completo, devo dire infatti che questi tre pezzi, sono come cinquanta grammi di carbonara, ottimi…per vedere se è cotta! Mi lascia un po’ l’amaro in bocca questa durata così breve, che non mi permette di godermi pienamente questo bel lavoro, comunque, tant’è, il mini disco in questione merita tantissimo e andrebbe assolutamente ascoltato, poi aspettiamo l’album e vediamo se ci sarà la conferma che mi aspetto!

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Opinione inserita da Anthony Weird    12 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 2022
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Satyr e Frost non hanno mai fatto mistero della loro passione per l’arte, soprattutto se oscura e tormentata come la loro stessa produzione musicale (e quindi artistica). Da questo interesse, quindi, nasce la collaborazione tra la band e il Munch Museum di Oslo. L’album nasce a seguito di una mostra d’arte a cui la band ha fatto da supporto musicale e, dopo aver completato l’evento, è stato deciso di mettere il tutto su un supporto fisico, quasi a sorpresa per i fans, che non avevano ricevuto nessuna notizia di nessun nuovo album in cantiere! Ed infatti, già partendo dalla nerissima copertina, chiamarlo “album” suona un po’ strano: si tratta infatti di un interessantissimo lavoro molto particolare, un’unica traccia dal titolo "Satyricon & Munch" di poco meno di un’ora di durata, completamente strumentale. Un brano assolutamente evocativo, lento e ridondante, una sorta di storia raccontata in musica, attraverso il Dark Ambient e l’immateriale desolazione di violini e degli strumenti acustici. Non mancano i momenti più puramente Metal, ma sono veramente pochi e smorzati dall’atmosfera. I campionamenti di onde e vento ci catapultano in paesaggi decadenti, paludi spettrali, edifici fatiscenti e antichi castelli. Di sicuro non è un lavoro per tutti, ed infatti potrei davvero fermarmi qui con la descrizione, ma vorrei incuriosire anche chi non segue la band e spingervi tutti all’ascolto, perché davvero è un’esperienza affascinante. Prendetevi un’oretta in cui non avete distrazioni, ascoltate “Satyricon & Munch” da soli, al buio, con le cuffie isolanti se potete, poi capirete pienamente ciò che voglio dire. Da ascoltare!

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Opinione inserita da Anthony Weird    08 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Mag, 2022
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Black Metal dagli Stati Uniti che, già dall’intro, si discosta da quell’anima fortemente Thrash vecchia scuola che caratterizza la maggior parte delle bands estreme americane - basta guardare gli Inquisition su tutte -, ma anzi i Death Shroud portano avanti un Black oscurissimo e cattivo. Riff che sono una trivella scatenata nel cervello, accompagnati da una serie di fraseggi acuti che rendono tutto malsano. Riescono a trasformarsi in vermetti striscianti, in ragni e serpi che scivolano nella terra che di colpo ti avvolgono. La band ci trascina in cripte sotterranee, pregne di pericolo, claustrofobiche, senza darci il tempo di prendere fiato.
Si tratta di un album molto breve, un concentrato di violenza implacabile, tutto diretto dalla nera fiamma e ad essa votato ma, nonostante ciò, sono diversi i momenti degni di nota, dalla malignità di “Pervasive Emptiness”, che davvero risulta essere un passo spaventoso all’interno dell’album, alla più complessa e “solenne” (se vogliamo) “Dreams That Haunt the Mind”, così come la curiosa parte strumentale di “Polar Cortex”, che alterna momenti di puro ed assoluto Black Metal in stile norvegese a sperimentazioni puramente Heavy Metal, con passaggi che toccano addirittura l’Hard Rock e che, vi dirò, non sono niente male! Scordatevi le note allegre dei Kiss o l’Hard Rock anni ’70, restiamo sempre in ambito puramente Black Metal (che mi suona molto Satyricon), ovviamente, ma i passaggi, i fraseggi, alcuni acuti lanciati come urla di cavalli al galoppo, sono come quel sentore di menta o di limone, in un piatto in cui non te lo saresti mai aspettato e, quando poi si torna a martellare duro, tutto ciò risulta sorprendente!
In ultima analisi, questo "Death, Slavery and the Pursuit ov Sadness" dei Death Shroud è un buon prodotto che, pur senza essere un capolavoro, è un album che suona tradizionalmente Black e che porta una bella e buona dose di innovazione e freschezza, senza mai rinunciare alla violenza e alla cattiveria. Consigliato!

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Autoproduzioni

Razor Attack, ci vuole di meglio
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Dialith, un breve EP che conferma le qualità del gruppo
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Ancient Trail, un disco che merita attenzione
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Scarefield: orrorifici!
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Dyspläcer, un debut album che fa intravedere del talento
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Blood Opera: grande incompiuta
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3.5
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