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Opinione scritta da Daniele Ogre

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2.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Gennaio, 2022
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Hanno scelto di nuovo la via dell'autoproduzione i bielorussi Vistery, che a tre anni da "Death is Dead" sono tornato lo scorso luglio con quello che è il loro quarto album, "Doomfall". Undici tracce di puro e semplice Death Metal figlio soprattutto della tradizione floridiana - Obituary e Deicide su tutti - con non pochi rimandi al Deathrash dei Vader. Il trio di Minsk dimostra di avere passione per il genere e di aver ben imparato la lezione dei mostri sacri, ma pressappoco i meriti terminano qui; "Doomfall" è un disco che si lascia ascoltare, specie se siete amanti delle sonorità più classiche possibili di Death Metal, ma può essere visto più come un intrattenimento "senza impegno" che altro: si preme il tasto 'play', si ascolta, si arriva in fondo... e si passa avanti, senza che ci sia stato un reale momento memorabile pur avendo ascoltato un'opera nell'insieme più che discreta. Manca insomma l'highlight, anche solo quell'unico brano che ti rimane in mente e che da solo riesce ad elevare le sorti di un disco, e questo porta un lavoro che, sommando tutti i fattori, può essere sufficiente ad essere anche, ahimè, alquanto anonimo. Uno di quei prodotti che si possono definire "senza infamia e senza lode".

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3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Gennaio, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Dai freddi meandri di Madre Russia spuntano i Serpentrance, oscuro progetto con all'attivo un EP datato 2015 ("The Besieged Sanctum") tornato nello scorso a luglio a dispensare il suo putrido carico di Black/Death/Doom con "Akra Tapeinosis", primo full-length del quartetto russo prodotto dalla sempre attenta Godz ov War Productions e composto da cinque lunghissimi, feroci, abominevoli pezzi. Ecco, magari la lunghezza dei brani - non si scende sotto i 7 minuti, ma anzi le ultime due tracce ne durano rispettivamente 11 e mezzo e 9 -, potrebbe in un qualche modo rendere ostio l'ascolto di "Akra Tapeinosis", ma è anche vero che l'operato dei Serpentrance si fa decisamente notare, grazie al proprio sapersi muovere tra pachidermici passaggi Death/Doom e violente folate Blackened, in una spirale verso i più profondi abissi; ad un primo ascolto, pezzi come "Vomit & Myrrh" e "Cloathed in Abomination" possono far pensare a Grave Miasma, Angelcorpse ed Incantation come le primarie fonti d'ispirazione dei Nostri, ma andando più a fondo, però, possiamo notare come il songwriting dei Serpentrance sia ammantato di quel caos violento che tante fortune ha dato a gruppi come Teitanblood e Tetragrammacide; in generale comunque, per quanto gli asfissianti passaggi caotici siano probabilmente la parte migliore di quest'opera, i Serpentrance sembrano prediligere un lavoro di scrittura ed arrangiamento più tradizionalmente legato ad un riffingwork che rimanda ai veterani citati poco sopra, soluzione che alla lunga si rivela essere efficace soprattutto nella lunghissima "Underneath Babylon", canzone che racchiude tutti gli elementi delle maligne sonorità dei Nostri ed in cui troviamo anche delle brevi quanto taglienti melodie. Tirando le somme finali, se si riesce a superare l'impervio monte dato dalla lunga durata dei pezzi, "Akra Tapeinosis" è un disco che può fare un sicura presa sugli amanti della frangia più caotica ed oltranzista del genere.

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3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 2022
Top 10 opinionisti  -  

A tre anni da "The Book of Wonders" - la cui recensione trovate sul nostro portale - tornano da Singapore gli Oshiego con "Jaljalut", quinto studio album per l'act asiatico. Prodotto dalla sconosciuta Seven Kings Productions, "Jaljalut" ci fa ritrovare gli Oshiego esattamente dove li avevamo lasciati, ossia alle prese con un Death Metal dell vecchia scuola in cui s'uniscono la granitica rudezza della scuola svedese (Dismember, Grave) a certo Death/Thrash (primi Pestilence, primissimi Death, Vader, Master...), con il risultato di avere 3/4 d'ora diretti e quanto mai sfrontati in cui il duo - aiutato dal sessione alla batteria Krzysztof Klingbein (Deathspawn e batterista live dei Vader) - non concede un singolo attimo di pausa all'ascoltatore. L'unico problema si ritrova in una tracklist un po' troppo lunga: un paio di brani in meno senza arrivare ai 45 minuti di durata totale forse giovato maggiormente, dato anche la tendenza a far assomigliare abbastanza i pezzi l'uno all'altro - più che altro per quanto concerne arrangiamenti e strutture -; da qui quel mezzo punto in meno, seppur nell'insieme "Jaljalut" è un lavoro che scorre grazie al genuino "grezzume" sonoro che i Nostri ci regalano - segnaliamo l'opener "Clerics of Corruption", la seguente "The tribulation" e "Wrath of Khan" -. Tra riff taglienti e drumming forsennato lanciato dal primo all'ultimo secondo, ottimi passaggi che spezzano la tensione dotati di un buon groove, "Jaljalut" saprà sicuramente accendere l'interesse di più d'un deathster: non siamo ai livelli di un capolavoro o comunque di un disco che resterà memorabile, ma del buon intrattenimento per gli amanti del genere, quello sicuro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Gennaio, 2022
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Dodici anni di carriera sulle spalle e, con questo, tre album per gli statunitensi Druid Lord, Death/Doom band proveniente da quel di Orlando, Florida. A quattro anni di distanza dal buonissimo "Grotesque Offerings", il quartetto floridiano rinnova il sodalizio con Hells Headbangers Records con questo "Relics of the Dead", lavoro permeato di atmosfere melmose e funeree in cui i Nostri sembrano muoversi totalmente a proprio agio. Piazzando qualche tagliente accelerazione qua e là i Druid Lord danno una leggera sensazione di maggiore varietà della loro proposta, ma ammettiamolo apertamente: il lento, pesantissimo incedere dei brani è il leit motiv di questa terza opera dell'act americano, che non disdegna tra l'altro certe arie orrorifiche le quali, unite alla spiccata attitudine old school dei Nostri, rimanda decisamente ai primi lavori degli Hooded Menace. Sei bordate di lunga durata - a cui si uniscono le brevi "Nightside Conjuring" ed "Ethereal Decay" - di pesantezza monolitica, in cui la parte da protagonista se la prende tutta la coppia d'asce Pete Slate/Chris Wicklein: specie nei momenti più plumbei, il loro lavoro alle chitarre dona all'opera quel putridume su cui si basano le fondamenta del sound dei Nostri, accelerando progressivamente - come si diceva poco sopra - e consentendo al disco di non infognarsi solo sulla lenta pesantezza tipica del genere ("Thirteen Days of Death" l'esempio migliore probabilmente). ed altra menzione al merito fa al growl di Tony Blakk: grazie ad un'ottima espressività e ad alcuni cambi di registro il cantante/bassista riesce a non risultare mai monotono e monocorde come succede ad un bel po' di suoi colleghi. Non ci sarà magari nulla di originale in "Relics of the Dead", ma in sostanza il Death/Doom questo è, ed i Druid Lord dimostrano come siano degni delle più alte attenzioni: per credere, basti ascoltare la rabbiosa "Immolated into Ashes" - l'accelerazione posta a metà brano è letteralmente assassina - e la lugubre, lentissima "Monarch Macabre". Quaranta minuti di marciume sonoro che sapranno certamente conquistare gli amanti di queste sonorità oscure e monolitiche.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Gennaio, 2022
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Abbiamo incontrato i greci Abyssus nella seconda metà del 2020, all'epoca dell'uscita del loro EP "Relics from the Past"; li vediamo tornare oggi con il loro album No. 2 in una carriera poco più che decennale costellata di EP e Split: "Death Revival" segna anzitutto il debutto per il quintetto ellenico per una delle sempre più importanti label dell'underground a livello mondiale, Transcending Obscurity Records. E si sa, è molto raro che l'etichetta indiana non produca qualcosa d'interessante, come giustamente conferma anche questa nuova uscita degli ateniesi. Assolutamente nulla di nuovo sotto al sole, sia chiaro: il Death Metal degli Abyssus è sempre fortemente legato alla vecchia scuola; sin dalle prime note di "Metal of Death" si ha la sensazione che i Nostri siano cresciuti nel segno di Obituary e Possessed, come possiamo ascoltare nel resto dell'opera: i due giganti statunitensi sono senza la minima ombra di dubbio l'influenza principale per gli Abyssus, che come da tradizione dei loro insegnanti caricano a testa bassa con riff e ritmiche veloci ma con quel groove squisitamente spacca collo. Insomma: cercate melodie o tecnica? Indirizzo sbagliato; con un assalto sonoro figlio soprattutto della fine degli anni '80 e gli inizi dei '90, gli Abyssus sapranno strappare più d'un sorriso compiaciuto agli amanti di queste sonorità così grezze che, per quanto old school che più non si può, non passeranno mai di moda. Si può imputare magari alla band greca di mancare in originalità, ma sinceramente se il risultato è avere pezzi come "Metal of Death", "Uncertain Future" e "Genocide", a noi sta più che bene.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 2022
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Ci sono diverse saghe cinematografiche che hanno avuto - chi più, chi meno - un grande successo; ma tra queste probabilmente nessuna raggiunge i livelli di fama (ed è altrettanto divisiva non solo tra quelli a cui piace e chi no, ma anche tra i fans stessi) di Star Wars; ed è proprio la celebre saga, ideata da George Lucas ed influenzata dai romanzi del ciclo di Dune di Frank P. Herbert ed i film di Akira Kurosawa (in particolare La Fortezza Nascosta), il tema portante dei death metallers americani Ecryptus, che rilasciano per SBDC Records questo EP a titolo "Kry'am Beskar", tradotto dal mandaloriano: "Death Metal". E' un sample tratto dalla saga - a voi scoprire quale - a dare il via a "Cauterized Saber Wound Massacre", massacrante opening track in cui gli Ecryptus mettono subito sul tavolo le proprie carte: il loro è un Death Metal potente quanto tecnico, in cui l'influenza dei "soliti noti" (Morbid Angel, Immolation, Deicide, ecc. ecc.) è giusto la base su cui si muovono i tre ragazzi di Atlanta. Anzi, sovente i Nostri travalicano i confini per giungere nei territori del Brutal Death - vedasi l'imponente incipit di "Compulsion to Disintegrate" -. Sul piano della scrittura e dell'esecuzione non c'è assolutamente nulla da dire: il tutto è ineccepibile, grazie anche ad una produzione sontuosa ed al tasso tecnico decisamente elevato del trio americano. Essendo poi solo quattro tracce per soli 20 minuti, il tutto scorre via velocemente, pur lasciando il segno. Insomma, se siete fans del Death Metal e del Brutal Death americano, oltre che della saga di Star Wars, questo piccolo gioiellino a titolo "Kry'am Beskar" non può non essere vostro, fosse anche solo per il divertimento di trovare i riferimenti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Gennaio, 2022
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Dopo essersi presentati nel 2016 con l'ottimo EP "Processio Flagellates" si erano un po' perse le tracce dei cileni Verbum, che torna oggi con quello che è il loro primo full-length "Exhortation to the Impure", edito da Iron Bonehead Productions. Diciamo subito che la misteriosa Death/Doom band cilena riesce sicuramente ad impressionare con questa nuova fatica: complice un lavoro di composizione particolarmente focalizzato ed una cura negli arrangiamenti e nella costruzione della tracklist, "Exhortation to the Impure" sorprende per come riesca ad avvicinarsi ai livelli qualitativi dei lavori di gruppi come Spectral Voice e Mortiferum - non proprio due a caso, insomma -, risultando addirittura ancor più cupo. Quello dei Verbum è un lento viaggio opprimente, una discesa verso abissi di desolazione e visoni apocalittiche. Per una volta non ci troviamo a parlare dell'inutilità delle intro, visto che quella che ci introduce - scusate il gioco di parole - a quest'opera è un'inquietante traccia strumentale che ci trascina verso il fondo di sabbie mobili formate da riff oscuri e claustrofobici, con l'aria che ci viene definitivamente tolta dalle pesantissime "Abrahamic Sedition" e "Nihil Privativum", prima che il primo dei due interludi spezzi brevemente la tensione, che torna però più opprimente di prima con "Silent Oratorium" e con la title-track, posta in pre-chiusura prima che la greve Outro chiuda ogni speranza di trovare aria e ci dia il definitivo colpo di grazia. D'altra parte, anche l'artwork con tema grigio scuro su sfondo nero ci fa capire da subito che in quest'opera non si troverà un singolo barlume di luce, ma solo pesante oscurità e morte. Come avrete insomma intuito, questo primo full-length targato Verbum è all'insegno della più inenarrabile pesantezza, persino nei più taglienti passaggi Blackened, in cui i Nostri sembrano essere una versione più pesante e malata di gruppi come Grave Miasma ed Abyssal. Per gli amanti di queste sonorità monolitiche e soffocanti, il nome dei Verbum è da appuntare e sottolineare: se la band cilena non ci metterà di nuovo troppi anni a tornare, non sarebbe eresia affermare che potrebbero diventare tra i nomi di punta del genere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Gennaio, 2022
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Debutto assoluto per i filippini Nullification, band nata nel 2021 ma da musicisti che suonano assieme già da diverso tempo: il cantante bassista Rozel Nikolaj Leaño, il chitarrista Jonathan Miranda ed il batterista Andrei Alemania suonano infatti anche nei Desoltato (Death/Thrash) e nei Formless Odeon (Death/Doom), ed ai tre si è unito alla chitarra (e ai synth) l'ex-Desolator Jayson Gonzales. Va da sé che i Nostri hanno già dunque un certo affiatamento, non deve stupire quindi se in fatto d'esecuzione questo "Kingdoms to Hovel" non presenta difetti di sorta. Con i Nullification i musicisti asiatici si dedicano anima e corpo ad un Death Metal della vecchia scuola, con chiari rimandi ai primi lavori dei Morbid Angel e dei Demolition Hammer, ma anche ad Asphyx e Benediction; l'opener "The Sledgehammer" - ovviamente non contando l'intro "Intro to Annihilation" - è un perfetto esempio delle sonorità del quartetto di Laguna ed è un chiaro biglietto da visita di cosa ci aspetterà per la mezz'ora seguente: qui non troverete assolutamente nulla di innovativo o di particolarmente originale, ma solo del puro e semplice Death Metal della vecchia scuola, grezzo ed a suo modo primitivo. Pur con una produzione che si attesta sotto la sufficienza, quest'album dalle tematiche sci-fi si lascia ascoltare in maniera abbastanza scorrevole, grazie ad un lotto di brani che compensano la mancanza d'originalità con tanta passione. Facendo la somma di pro e contro, possiamo dire che "Kingdoms to Hovel" è un debut album che si attesta su di una tranquilla sufficienza: non passerà alla storia, questo è chiaro, ma va dato atto ai Nullification di sapersi muovere con discreta perizia all'interno di questi territori.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Gennaio, 2022
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"Order of Chaos", l'Ordine del Caos. Mai titolo fu più azzeccato come quello del secondo album degli australiani Descent, che tornano con questa nuova, furiosa creatura a quattro anni di distanza dal debut album "Towers of Grandiosity" (2018, Redefining Darkness Records). Ed è sempre la label di Cleveland - in cospirazione con Brilliant Empire e Caligari - a licenziare questo concentrato di violenza sonora: una mezz'ora di Death Metal contaminato da sfuriata Black e Hardcore per un sound di per sé caotico ma in cui, come da titolo, c'è ordine, del metodo. Se vi sono familiari i lavori di gruppi come Creeping Death, Xibalba, Gatecreeper, intuirete da subito le coordinate stilistiche del quintetto di Brisbane, anche se nel loro caso è una versione ancora più estremizzata, tanto da ricordare a tratti le prime fucilate dei mitici Anaal Nathrakh. I 30 minuti di "Order of Chaos" sono il più classico attacco frontale, un assalto sonoro spietato e crudo, in cui velate melodie non fanno che accrescere la ferocia dei Nostri ("Gathering", ad esempio). Da "Tempest" a "Despotic" passando per il singolo "Resolve" e le brutali "Dragged" e "Fester" fino ad arrivare ai quasi due minuti della frenetica "Safe", i Descent non lasciano nemmeno un secondo di tregua, grazie ad un comparto strumentale - coadiuvato da un'ottima produzione - votato al più totale arrembaggio. Se volete un sound più ricercato, quello dei Descent è sicuramente l'indirizzo sbagliato: la band australiana è completamente votata alla più primitiva brutalità. E lo fanno anche dannatamente bene.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 2022
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Dopo aver rilasciato lo scorso anno un gioiellino come l'EP "Eldens Boning", gli svedesi Ereb Altor tornano oggi con quello che è il loro nono album, "Vargtimman"; licenziato da Hammerheart Records, questa nuova fatica del quartetto di Gävle come sempre guidato dall'inossidabile duo Mats/Ragnar ci mostra una band definitivamente consapevole dei propri mezzi e che si scrolla di dosso l'ingombrante ombra dei Bathory, sin dalla loro fondazione l'elemento principale delle loro influenze. Proseguendo perfettamente quanto intrapreso col precedente EP - disponibile come bonus nell'edizione Deluxe -, gli Ereb Altor dimostrano una personalità ed una maturità stilistica forse ancora mai toccate sinora dai Nostri; sin dalle prime note dell'epicissima "I Have the Sky" dimostrano quella consapevolezza di cui dicevamo poco sopra, prendendoci per mano e guidandoci in un viaggio sonoro tra le fredde foreste e gli inaccessibili picchi scandinavi. Certo, alla metà del disco c'è un piccolo inciampo con la non proprio riuscitissima "Alvablot", ma i Nostri compensano con una serie di brani che sono ascrivibili tra i migliori prodotti sinora, come la furiosa "Rise of the Destroyer" e la tellurica "Den Dighra Döden", o ancora i battaglieri e folkish toni di "Fenris" - probabilmente il miglior pezzo dell'album - e della già citata "I Have the Sky", fino ad arrivare alla title-track.
Per quanto ci riguarda, l'ideale sarebbe procurarsi l'edizione Deluxe che comprende anche "Eldens Boning", sempre qualora non l'abbiate già nella vostra collezione. "Vargtimman" è un album che si attesta su livelli qualitativi più che soddisfacenti e che ci consegna una band come gli Ereb Altor che dallo scorso anno sembra essere in forma a dir poco smagliante.

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