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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Giugno, 2021
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Senz'ombra di dubbio, possiamo definire Rogga Johansson come il maggior stakanovista dell'intera scena Metal mondiale, estrema e non; i suoi progetti - contando solo quelli attivi - sono innumerevoli e non passa mese ormai che non ci sia una sua uscita o talvolta più. Tra i tanti, uno dei più interessanti risponde al nome di Eye of Purgatory, progetto nato dalla mente dell'artista svedese nel 2018 con all'attivo il debut album dello stesso anno "The Rotting Enigma", uscito per Iron, Blood and Death Corporation; a far compagnia a Johansson troviamo gli ex-Massacre e ora Inhuman Condition Taylor Nordberg (Goregäng, ex-Wombbath) e Jeramie Kling (Venom Inc., Ex Deo, Goregäng, ex-Wombbath), che già accompagnano Rogga nei Ribspreader (l'ironia sta nel fatto che il musicista svedese è ora parta dei Massacre, band da cui i due statunitensi sono giustamente scappati a gambe levate). Comunque sia, pur restando fedeli ad una matrice old school Swedish Death (Paganizer, Dismember..), gli Eye of Purgatory hanno elementi che li differenziano dalle solite uscite targate Johansson: vuoi per una cura maggiore sotto il punto di vista tecnico, vuoi per un groove più accennato, vuoi per un buon uso di tastiere, rimandi ai leggendari Edge of Sanity di Dan Swanö o ai primi lavori dei Tiamat sono fortissimi. Una tracklist compatta - che prende un attimo di respiro solo nella breve intro strumentale "And from the Fog..." - è ciò che rende questo "The Lighthouse", disco licenziato oggi da Transcending Obscurity Records, uno dei lavori meglio riusciti in questi ultimi 2-3 anni a mr. Johansson, con dei veri e propri highlights come "Carved in a Stone Bleeding", la title-track, "Pieces of a Fading World" e "Rotting Pathways".
Grazie ad un giusto dosaggio di granitico Death svedese della vecchia scuola e melodie dal sapore progressivo, "The Lighthouse" supera brillantemente l'esame: pur non essendo uno di quei dischi per cui strapparsi i capelli, l'ascolto risulta essere ampiamente soddisfacente, grazie anche all'ottimo affiatamento degli artisti coinvolti. Ascolto consigliatissimo!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Giugno, 2021
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Precisi come un orologio svizzero, tornano a tre anni dal precedente album "The Offering of Seven" (uscito a tre anni dal debutto "The Third-Eye Gate") gli statunitensi Gnosis, con il loro terzo album intitolato "Omens from the Dead Realm", uscito in formato vinile per Nuclear War Now! Productions e CD su Godz ov War Productions. Un tandem di etichette garanzia per quanto riguarda l'underground estremo, e difatti questa terza fatica del trio di Miami supera brillantemente la prova, portando gli Gnosis a migliorarsi rispetto al precedente lavoro. Non che ci volesse molto a dirla tutta, essendo "The Offering of Seven" un lavoro alquanto deludente, ma a parte questo la band floridiana appare sin da subito maggiormente concentrata ed il martellamento continuo di "Omens..." è figlio di un songwriting maggiormente ispirato rispetto al passato. Da sempre gli Gnosis subiscono la fascinazione del Black Metal mediterraneo, difatti come sempre le sonorità di R.P. e soci richiama fortemente il Black di matrice ellenica tra le sacrali quanto mortifere atmosfere dei Rotting Christ ed il taglio feroce dei Varathron, band che viene qui legata a doppio filo agli Gnosis dalla presenza come ospite di Stefan Necroabyssius in "The Eleventh Step, the Gate Unknown", mentre altro ospite sempre alla voce è Wampyrion Markhor Necrowolf dei Funeral Storm sulla title-track. La cosa che maggiormente colpisce di questa terza fatica targata Gnosis, è il fatto che quest'album è suonato dal trio statunitense in maniera viscerale: "Omens..." è un album tutt'altro che perfetto, eppure presenta brani che sanno come colpire, specie sul piano strumentale, come "Typhlotic Visions", "Excite the Tempest" e la già citata "The Eleventh Step, the Gate Unknown", fino alla chiusura in buon stile con "Watcher of a Faceless Abyss Master", passando soprattutto per l'highlight "Apzu, Sea of Death", in un vortice tra groove ed atmosfere orrorifiche e taglienti accelerazioni.
Per quanto ci riguarda, sufficienza piena raggiunta dagli Gnosis con questo loro terzo album; potrebbe da un lato sembrare anche poco, ma considerando che i Nostri venivano da una mezza delusione - almeno per chi vi scrive - come "The Offering of Seven", "Omens from the Dead Realm" è invece un gran bel passo avanti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Giugno, 2021
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Abbiamo spesso visto recentemente come abbia ripreso piede un certo modo di intendere il Death - Death/Doom, grazie a gruppi come Spectral Voice, Mortiferum, Tomb Mold, tutte bands che hanno ripreso le pesantissime sonorità di gruppi quali Incantation ed Immolation piuttosto che, spostando l'obiettivo verso l'Europa, Krypts e Rippikoulu. Ai nomi fatti, non possiamo non aggiungere quello dei russi Gosudar, i quali arrivano alla pubblicazione - tramite l'americana Rotted Life Records - del primo full-length dopo un demo ed uno split con i Carcinoid. "Morbid Despotic Ritual" è quanto ci si aspetterebbe da una band che si muove nella scia di questa nuova ondata di gruppi Death/Doom: l'opera prima del trio moscovita è di una pesantezza inaudita: growl cavernoso alle cui spalle è costruita una muraglia sonora fatta di riff pesanti come macigni ed una sezione ritmica letteralmente monolitica; pur prediligendo un'andatura lenta, seppur pesante e caustica, i Gosudar dimostrano di saperci fare anche quando decidono di spingere sull'acceleratore, cosa che non avviene proprio spesso in questo lavoro, ma che riesce comunque a lasciare il segno, vedasi la violentissima parte finale di "Awakening of the Realm" ad esempio. Forse rispetto ai colleghi d'Oltreoceano i Gosudar hanno ancora qualche piccola cosa da limare qua e là, ma sono sottigliezze all'interno di un lavoro che può presentare bordate come l'opener "Demented Visions of the Infinite Power" e la monolitica "Insurrection of Nephilim".
Un debut album, questo "Morbid Despotic Ritual", che a nostro avviso supera molto agevolmente la semplice sufficienza e che saprà facilmente trovare i favori dei fans del genere. Da attenzionare nel futuro prossimo i Gosudar: potremmo presto essere ancor più piacevolmente colpiti dal trio russo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Giugno, 2021
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Verranno anche dal Massachusetts, ma il quartetto Exsanguination sembra essere cresciuto musicalmente per lo più a pane e Swedish Death; HM-2 a palla, riff roboanti, un buon gusto melodico nelle parti soliste ed una sezione ritmica tambureggiante: potremmo riassumere così la mezz'ora di "Spectral Hymns", primo full-length per la Death Metal band statunitense uscito sotto l'egida di Horror Pain Gore Death Productions. Bloodbath e Dismember su tutti, ma anche i 'soliti' Entombed e Dismember, ma anche gli accenni melodici di cui dicevamo prima (Darkest Hour, qualcosa à la At the Gates) ed una certa ombra Blackened stagliata sullo sfondo (Immortal, Dissection): queste sono grosso modo le coordinate stilistiche degli Exsanguination, band che ci regala un debutto tutto sommato godibile, anche se magari in futuro ci sarà qualcosa da rivedere, come ad esempio l'uso davvero parco di vocals con passaggi solo strumentali un po' troppo lunghi - per quanto possano esserlo in brani dalla durata tutto sommato esigua -. A proposito delle vocals, non aspettatevi le classiche growlin' vocals, dato che Dan Lozzi predilige l'uso di uno scream che molto deve, in quanto a influenze, alla scuola scandinava, cosa che in parte cozza con la musica proposta dai Nostri, ma in un certo qual modo riesce anche a calzare abbastanza bene (pensiero contorto, ma credo si intuisca il senso).
"Spectral Hymns" magari non sarà uno di quei lavori che una volta entrati nello stereo sarà difficile da togliere, ma in ogni caso il debutto targato Exsanguination è un discreto album Death Metal che saprà dare del sano intrattenimento a base di batterie furiose e chitarre in modalità motosega.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Giugno, 2021
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Per oltre trent'anni ha legato il proprio nome ad un nome molto conosciuto della scena underground estrema degli Stati Uniti, quello della Black/Death Metal band Acheron, in qualità di cantante e leader; una volta scioltasi la creatura da lui creata, Vincent Crowley ha scelto di continuarne il percorso mettendosi in solitaria e come solista - o per lo meno come leader di una band che porta il suo nome - debutta oggi su Odium Records con un album dal titolo chiarissimo di "Beyond Acheron". Crowley è insomma andato al di là dell'Acheronte sia metaforicamente che artisticamente - superando la "morte" della precedente band - e lo fa riprendendone per buona parte quelle sonorità maligne che attingevano dalla potenza e dalla violenza del Death Metal di Deicide e Vital Remains e dalle atmosfere 'mistiche' della scena Black mediterranea, Rotting Christ in primis. Aiutano in tal senso anche le tastiere di Aaron Werner, come possiamo ascoltare nelle atmosfere 'sacrali' (sort of...) che vengono date alla buonissima "My Eternal Vow". Crowley - qui accompagnato da Art Taylor (ex-Acheron) e Ryan Arter (ex-Blood Coven) - anche per la maggior impronta atmosferica di questa suona nuova avventura solista sembra prediligere toni più cadenzati, per quanto taglienti e pieni di buone melodie, alle sparate tout court che ci si aspetta dal genere, limitandosi a poche ma ben incisive accelerate, vedasi nella parte conclusiva dell'altro singolo "La Muerte" con quel nemmeno tanto vago retrogusto thrashy.
"Beyond Acheron" incontrerà facilmente i favori di chi già ascoltava ed apprezzava i defunti Acheron, o di chi - ampliando il "bacino di utenza" - è fan dell'occulta leggenda greca (parliamo dei Rotting Christ, chi se no?). Per Vincent Crowley una sufficienza piena in questo suo primo lavoro solista: non aggiunge o toglie nulla al genere, risultando un discreto ascolto pur non facendo gridare al miracolo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Giugno, 2021
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E dire che c'è stato qualche folle che ha pensato gli Eremit avessero 'alleggerito' la loro proposta dopo l'EP "Desert of Ghouls". Stolti... A un anno di distanza il trio tedesco torna con una nuova, colossale opera a titolo "Bearer of Many Names", licenziato da Transcending Obscurity Records e che riprende quanto fatto dagli Eremit nel debutto "Carrier of Weight", ma ancor più pachidermico. Transcending Obscurity ci ha già abituati ad uscite grandiose in ambito Doom/Sludge - ci vengono in mente i nomi di Jupiterian e Subterraen ad esempio, così come lo stesso debut album degli Eremit -, ma nulla di quanto uscito sinora di questo genere dalla label indiana avrebbe potuto prepararci a questo: "Bearer of Many Names" è con ogni probabilità il miglior album Doom/Sludge uscito negli ultimi anni (lasciamo a voi decidere il conteggio degli anni). "Bearer..." non è un disco per tutti, il neofita del genere potrebbe facilmente fuggire come la Compagnia dal Balrog, o potrebbe restarne invece terribilmente affascinato; "Bearer..." è soprattutto un disco che saprà ammaliare sin dal lungo incipit atmosferico della lunghissima "Enshrined in Indissoluble Chains and Enlightened Darkness" (quasi TRENTA minuti) chi è già ascoltatore abituale di questo genere così cupo e mortifero. "Bearer..." è costante annientamento delle vostre sinapsi, è cancellazione di qualsiasi stato d'animo lasciandovi solo con una terribile angoscia ed una profonda disperazione. "Bearer..." è un album da cui, nonostante duri oltre un'ora per soli tre pezzi, sarà difficile staccarsi, un lavoro capace di entrare nota dopo nota fin nel profondo del vostro cervello guidando ogni singolo stato d'animo col progredire delle composizioni e co i continui - ma di certo tutt'altro che repentini - cambi di mood: lunghi passaggi funerei, pesantissime chitarre con quel tipico suono zanzaroso Sludge dei colossi Eyehategod e Conan, sinistre e taglienti melodie che rimandano ai Darkthrone nel loro momento di carriera più marcatamente Black Metal, scream ferini e disperati che trapassano il condotto uditivo come un lunghissimo ago, growlin' vocals estremamente cavernose che trascinano l'ascoltatore in un pantano senza via d'uscita come nemmeno le Paludi della Tristezza de La Storia Infinita. "Bearer..." è... Insomma, "Bearer of Many Names" è il punto più alto dell'ancor relativamente giovane carriera degli Eremit e proietta la band teutonica direttamente nell'Olimpo dei più grandi di questo genere. E, come dicevamo, il miglior album Doom/Sludge degli ultimi anni: di nuovo, lasciamo a voi il conteggio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Giugno, 2021
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Una nuova all female band si affaccia sul mercato mondiale in ambito estremo: si tratta delle Crypta, progetto brasiliano/olandese nato subito dopo la fuoriuscita di Fernanda Lira (voce/basso) e Luana Dametto (batteria) dalle Nervosa; a loro due si uniscono alle chitarre Sonia Anubis (Cobra Spell, Ursinne, ex-Burning Witches, ex-Sepiroth) e Tainá Bergamaschi (ex-Hagbard). "Echoes of the Soul" è dunque il debutto assoluto per il quartetto, uscito sotto la potente ala di Napalm Records. Insomma, a distanza di qualche mese e per la stessa label della ex band della coppia fondatrice Lira/Dametto: una comparazione tra i due lavori, prima o poi, è inevitabile. Ma parlando strettamente delle Crypta, il loro sound si muove a cavallo tra le cavalcate Death/Thrash dei Vader ("Starvation"), fraseggi melodici à la Arch Enemy/At the Gates ("Possessed") e la ferocia del Blackened Death dei Sepiroth. Coadiuvato da una buonissima produzione, "Echoes of the Soul" è un disco che si fa sì ascoltare, ma che è ben lungi dal lasciar soddisfatti a fine album; si intuisce che è un lavoro scritto in primis con rabbia, ma sul piano prettamente musicale appare un po' troppo manieristico, senza un'impronta del tutto personale come ci si sarebbe aspettati da musiciste dalla grand esperienza come quelle coinvolte in questo progetto. E, spiace dirlo, il cantato è forse l'anello debole di quest'opera prima delle Crypta: per quanto possa avere un debole per Fernanda Lira - musicalmente e non, ma resta in primis una vocalist dal grandissimo carisma -, c'è da ammettere che qui non sembra essere al 100% della forma ed in più si palesa lo stesso problema che si poteva riscontrare nelle Nervosa, ossia un timbro vocale tra Schmier e Dani Filth - specie per certi scream acuti al limite del sopportabile - che risulta essere fondamentalmente abbastanza 'monocorde', in un certo qual modo, andando a dare meno intensità a pezzi che musicalmente funzionano alla grande come "Shadow Within".
Finisce così il primo derby tra le due bands al femminile di casa Napalm Records. E ad uscirne vincitrici, questa volta, sono le Nervosa, la cui nuova vita post-split sembra esser partita più di gran carriera rispetto al nuovo corso della carriera di Lira/Dametto. "Echoes of the Soul" è comunque un lavoro che la sua sufficienza piena la raggiunge, ma è anche vero che era lecito aspettarsi qualcosa di più forse. Senza contare che per ironia della sorte al sottoscritto è venuto da chiedersi (e non sono il solo) come renderebbero le Crypta con alla voce Diva Satanica. Pensateci e la risposta vi verrà da sola.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Giugno, 2021
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Sarà sicuramente un caso, ma ancora una volta gli olandesi Sepiroth tornano a sei anni dalla pubblicazione precedente: era il 2009 quando usciva il primo full length "Breaking the Codes of Silence", il 2015 per la release di "Uninvolved" ed oggi, nel 2021, arriva tramite Petrichor "Condemned to Suffer", il terzo studio album della Death Metal band di Sliedrecht (nel Sud dell'Olanda). Il quintetto ha abbandonato del tutto il Black/Death degli esordi ed oggi è una band Death Metal a tutto tondo, in cui i Nostri uniscono - molto bene, dobbiamo dire - diverse 'scuole di pensiero', a partire dal più classico US Death di Cannibal Corpse, Morbid Angel ed i Deicide del loro ultimo corso di carriera (da "The Stench of Redemption" in avanti), passando per la brutalità melodica degli svedesi Vomitory e quella più compatta e diretta dei connazionali Sinister e Severe Torture (band con cui i Sepiroth condividono il batterista Damiën Kerpentier). Il risultato sono 35 minuti circa di Death Metal che riesce ad essere moderno pur avendo per la maggiore richiami alla vecchia scuola, grazie ad una tracklist compatta formata da brani che magari non saranno così originali ma sono comunque abbastanza diretti e sfrontati da riuscire a lasciare il segno, tanto che è difficile trovare una canzone che possa essere superiore alle altre (proprio sforzandosi, la nostra scelta ricadrebbe di corto muso sulla title-track), cosa che in questo caso non è affatto un difetto. Per quanto il comparto strumentale funzioni decisamente a dovere, con prestazioni dei musicisti tutte ben al di sopra della sufficienza, una menzione al merito ci sentiamo di darla al nuovo vocali Nico Munnik, il cui growl ricalca l'operato sia di sua maestà Corpsegrinder, sia - e per la maggiore a nostro avviso - il potentissimo Erik Rundqvist dei Vomitory.
"Condemned to Suffer" non sarà chissà quale novità, questo ormai crediamo l'abbiate capito, ma questo terzo album dei Sepiroth saprà comunque saziare a dovere la vostra fame di Death Metal. Promossi, e a pieno titolo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Giugno, 2021
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Si formano tredici anni or sono i Goats of Doom, combo finlandese che con questo "Shiva" – edito da Purity Through Fire – arriva alla pubblicazione del suo sesto album. Il quintetto di Nivala viene presentato come Melodic Black Metal, ma è quanto mai riduttivo racchiudere le sonorità dei Nostri in un unico genere; il punto forte dei Goats of Doom è infatti l'enorme varietà stilistica che ritroviamo all'interno dei sette brani che compongono la tracklist: i Nostri sono sì melodici ed atmosferici, ma la band finnica sembra prediligere un ottimo Black'n'Roll – nelle composizioni dei GoD assume perfettamente le caratteristiche di un mix tra Black Metal e Rock'n'Roll -, fino ad inserire certe atmosfere gotiche e riff/tempi marcatamente Heavy Metal – vedasi la penultima traccia "Rotat" -. Tutto questo senza dimenticare dei fortissimi connotati Pagan/Viking con puntate 'folkish con forti rimandi a gente come Moonsorrow e Thyrfing; tutto questo porta ad un album che ha l'enorme pregio di non annoiare affatto, ma anzi tiene altissima l'attenzione dell'ascoltatore grazie a questo continuo rincorrersi di up e midtempos, sferzate di purissimo Rock'n'Roll estremizzato (l’opener "ἀπōκάλυ", "Luomiskertomus") e pezzi prettamente Viking Metal ("Armon varjot" o la title-track, in cui compaiono anche delle ottime clean vocals).
Se c'è una scena Black Metal che può essere definita variegata, è sicuramente quella finlandese, ed i Goats of Doom ne sono la perfetta dimostrazione: "Shiva" è un disco infatti estremamente vario che, aiutato anche da una produzione ottima, si ascolta tutto d'un fiato, fino all'affascinante title-track, perfetta fotografia della varietà dell'act finlandese tra chitarre acustiche, un incipit perfettamente in linea con la miglior tradizione Viking Metal, riff Post-Black e scariche Melodic Black. Acquisto insomma - come avrete capito - caldamente consigliato.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Giugno, 2021
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A solo un anno di distanza dall'album "Chronicles of Decay" - recensito su questo portale - tornano ancora una volta per Black Sunset/MDD i tedeschi Soul Grinder, questa volta con un EP a titolo "Lifeless Obsession". Il powertrio di Brema conferma quanto di buono in quanto a sensazioni avevano suscitato col predecessore, grazie ad uno stile che, come dicevamo lo scorso anno, coniuga alla perfezione il Blackened Death - ripartizione principale del sound dei Nostri, che con questo lavoro si avvicinano maggiormente alle sonorità di Behemoth e Belphegor -, la granitica brutalità di Cannibal Corpse e Bloodbath e le sferzate dei loro connazionali Fleshcrawl - e quindi l'old school Swedish Death -. "Lifeless Obsession" è un EP abbastanza vario, basti ascoltare la doppietta iniziale formata dall'opener "Night's Bane (Nyktophobia)", con le sue sonorità perfettamente in linea col Black/Death dei colossi polacco ed austriaco, e la seconda traccia "Mercyful Fate", che invece punta sulla ruvidità del Death'n'Roll della scuola svedese. I restanti tre brani si muovono sulle stesse coordinate, mischiandosi in un vortice che, come detto, copre più fronti del Death Metal. Ciò che colpisce nella ventina di minuti di "Lifeless Obsession" è che i Soul Grinder riescono in questo con ancor maggiore fluidità rispetto "Chronicles...", segno che la band teutonica è ancora in costante fase di crescita.
Questo nuovo EP fa ben sperare per il futuro dei "Soul Grinder": per quanto breve, "Lifeless Obsession" è un lavoro soddisfacente che lascia con la sensazione che da questa band, nei prossimi anni, ne sentiremo delle belle.

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