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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Settembre, 2021
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Dopo aver rilasciato un paio di EP negli scorsi anni, arrivano alla pubblicazione - indipendente - del primo full length gli italo-inglesi Cogas, black/death metallers d'istanza a Londra con in formazione i sardi Piero Mura (voce) e Davide Ambu (chitarre). Il quartetto non pretende d'inventare nulla di nuovo, ma riesce comunque a mettere sul piatto un lavoro che saprà irretire chi è di bocca buona in quanto a Black/Death. Mettendo insieme in primis la carica esplosiva dei Behemoth del medio periodo e degli Hate con inserti melodi à la Uada e certe cupe atmosfere di cui sono maestri i Mgła, i Cogas riescono a fornire una prestazione quanto mai convincente lungo le sette tracce che compongono la tracklist di "Unconscious Sons of the Reptile God". Aiutati anche da una produzione che riteniamo perfetta per il genere - pulita, ma per nulla pomposa -, i Nostri si muovono tra ferali accelerazioni e momenti in un certo qual modo più "ragionati" con una fluidità che potrà fare invidia a molti, guidati a nostro avviso dal lavoro alle chitarre di Davide Ambu autore di una prestazione enorme, molto ben supportato da una sezione ritmica precisa nell'accompagnare perfettamente il riffingwork dell'artista italiano; e non è da meno Piero Mura dietro al microfono, grazie ad un'espressività vocale che risulta essere un'ennesima arma in più per i nostri, come possiamo sentire nei buonissimi due singoli "Sulfur" ed "Ettagramma", ma ancor più nella title-track, che essendo pure il brano più lungo del lotto è quello che maggiormente presenta tutti gli elementi di cui abbiamo parlato sinora.
Fa sinceramente strano che il debut album dei Cogas sia uscito in maniera indipendente: abbiamo recensito in passato gruppi molto meno meritevoli di loro d'avere un contratto, ma tant'è. Per gli amanti del Black/Death, consigliamo di appuntarsi il nome dei Cogas, il cui "Unconscious Sons of the Reptile God" è, da par nostro, ampiamente promosso.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Settembre, 2021
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Knowledge Through Suffering - abbreviato in K.T.S. - è il solo project di Umberto Poncina, già bassista dei Demiurgon, chitarrista dei Valgrind ed ex bassista degli Unbirth; dopo un EP indipendente dello scorso anno, l'artista veneto arriva a lanciare tramite Brucia Records il primo full-length "Concealment", lavoro composto da tre brani di dieci minuti l'uno: un concept album che va visto come un sermone di mezz'ora riguardo le aspettative ed il disappunto di dio verso la sua creazione. Va da sé, "Concealment" è un lavoro che va ascoltato con estrema attenzione e senza la minima pausa nella sua interezza; lo stile stesso di K.T.S. permette a quest'opera di poter essere considerata come una lunga suite divisa in tre distinte parti. E appunto, lo stile: quello che abbiamo di fronte è un progetto in cui si fondono diverse anime, passando da un quanto mai rabbioso Black Metal che rimanda a gente come Antaeus ed Aosoth, passando al Black/Death monolitico di Teitanblood e Diocletian, fino a funeree atmosfere à la Esoteric/Thergothon. Unite tutto questo con un songwriting che appare ispiratissimo ed un esecuzione chirurgica da parte del Nostro, ed insieme ad una produzione che riesce a far risaltare in toto le composizioni quello che avrete per le mani è un lavoro da cui sarà impossibile staccarsi fino a che l'ultima nota di questo tetro affresco di desolazione non sarà terminata. Perfetto esempio di "Concealment" è la seconda traccia, la più corta (comunque di 9' 57") "Let the Earth Sprout": feroce, rabbioso, atmosferico, dissonante sul piano musicale, mentre la teatrale interpretazione al microfono di Umberto Poncina rende bene le sensazioni del protagonista del concept (delusione, disappunto, una non tanto velata incazz... rabbia).
Granitico quanto tagliente, cupamente atmosferico quanto duramente pesante, "Concealment" va ad attestarsi a mani basse tra le grandi novità di questo 2021; non possiamo che promuovere senza la minima remore il progetto Knowledge Through Suffering, con la spada di Damocle che ora in futuro ci aspetteremo altri grandi cose.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2021
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Primo full-length per gli statunitensi Anomaly, quintetto Death Metal proveniente da Milwaukee; uscito autoprodotto, "Planet Storm MMXXI" ha lo stesso titolo dell'EP uscito due anni or sono, ed il motivo è presto detto: l'album è composto dall'intro ed i tre brani che componevano lo stesso - rimasterizzati per l'occasione -, integrati a cinque pezzi nuovo di zecca. E' un album in salsa sci-fi questo "Planet Storm MMXXI", disco che parte, come dicevamo, con i brani contenuti nel precedente EP: s'inizia con l'intro "Zero Gravity" che in qualche modo potrà ricordare quello che è uno dei film preferiti del sottoscritto, Alien; è con "A Gift from Theia" che le cose cominciano a farsi serie e, soprattutto, a capire la direzione stilistica degli Anomaly: quello della band del Wisconsin è un Melodic Death dall'elevato tasso tecnico che punta, però, oltre che su ottime melodie anche su di un impatto quanto mai duro. Viene insomma subito da pensare agli Allegaeon come influenza primaria dei Nostri, cosa che viene confermata anche nei seguenti brani, in cui possiamo notare tra l'altro come sia egregio il lavoro alle tastiere di Mary Beers, sempre presente ma mai sopra le righe, e capace soprattutto di dare quelle atmosfere da Spazio Profondo che perfettamente s'integrano con il concept alla base. La tracklist colpisce per la compattezza delle composizioni: i pezzi sono feroci e rapidi, dotati di un lavoro melodico delle chitarre estremamente tagliente; ma gli Anomaly sanno come dosare le loro forze, troviamo dunque passaggi più lenti e ricchi di groove, pur mantenendo inalterato l'approccio (vedasi la parte centrale dell'ottima "Caught in the Egosphere"). Non che il quintetto statunitense sia un'anomalia all'interno della scena Death Metal - scusate il gioco di parole scontato -, ma va dato atto ai Nostri di essere una piacevole scoperta all'interno di un panorama che vede 3-4 gruppi svettare incontrastati su tutti; gli Anomaly hanno dalla loro una maggior varietà di soluzioni che rende il loro operato sicuramente un po' più particolare - non sono rari fraseggi che sconfinano nel Metalcore tecnico dei Between the Buried and Me -. Date loro una chance, ascoltando con molta attenzione questo primo full-length.

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2.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Settembre, 2021
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Erano assenti da cinque anni i cileni Criminal: tanto il tempo intercorso da "Fear Itself" e l'appena pubblicato - tramite Metal Blade - "Sacrificio", nono studio album per la band sudamericana. Fautori di un Death/Thrash ricco di groove e fortemente "sporcato" da influenze Hardcore, i Criminal danno in quest'album fondo alla loro attitudine sovversiva, con dodici brani rabbiosi. Anche se forse il termine "incazzati" rende maggiormente l'idea, essendo "Sacrificio" stato scritto nel periodo in cui il Cile era teatro di violenti scontri tra manifestanti e "forze dell'ordine"; ecco dunque il carattere diretto e bellicoso di "Sacrificio", lavoro in cui i Criminal attaccano a testa bassa e fin qui potremmo dire che è ok. Peccato che l'operato dei Criminal sembra essere sempre una copia dei Sepultura di "Chaos A.D." o dei Cavalera Conspiracy. Prendiamo pezzi come "Caged" o "Zona de Sacrificio", giusto per fare un paio di esempi: che si ascoltino distrattamente o con estrema attenzione, sembrano comunque due canzoni dei Sepultura di inizi 90's. E, diciamolo apertamente, questo è quanto mai limitante per Anton Reisenegger e soci: nessuno mette in dubbio la spiccata attitudine della band cilena, ma all'atto pratico ha più senso riascoltare magari per la milionesima volta quei Sepultura o un album uscito nel 2021 che ne sembra una pallida copia? La risposta presumo sia alquanto semplice, motivo per cui, per quanto ci riguarda, "Sacrificio" stenta a raggiungere anche una semplice sufficienza.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Settembre, 2021
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Sono oggi, insieme ai Dark Tranquillity, la massima espressione al mondo del Melodic Death Metal; hanno durante la loro carriera lasciato passaggi indelebili, come il trittico degli ultimi album "Shadows of the Dying Sun", "Winter's Gate" e "Heart Like a Grave"; ed oggi gli Insomnium tornano con una release nuova di zecca, il terzo EP della loro carriera: "Argent Moon", come sempre uscito sotto l'egida di Century Media. Un EP nato durante il lockdown dovuto alla pandemia: con i live bloccati il quintetto finlandese ha sentito la necessità di mettersi subito al lavoro su musica nuova per non restare fermi, ed il risultato è, per l'appunto, "Argent Moon", anticipato da una campagna di promozione molto attenta che ha visto la band laniare un singolo ogni paio di mesi, ognuno dei quali accompagnato da un bellissimo video (rinnovando l'ottimo connubio con l'ex-Sentenced Vesa Ranta), arrivando alla release date con il rilascio del video di "The Wanderer" - diretto stavolta da Ville Lipiainen -. Di nuovo, gli Insomnium ci portano nei più profondi meandri del finnico mood malinconico, ma stavolta lo fanno con un lavoro profondamente diverso da qualsiasi altro predecessore. Con "Argent Moon" Niilo Sevänen e compagni offrono il loro lato più "soft", assolutamente non snaturando il sound che li ha resi così famosi, ma semplicemente concentrandosi su quattro ballad/semi-ballad, con un maggior uso di chitarre acustiche e voci pulite. Per questo, "Argent Moon" appare sin da subito come un lavoro ancor più intimista per la band finlandese rispetto anche al recente passato, un disco in cui le growlin' vocals perdono il ruolo di protagonista per divenire un "accento rabbioso" - definiamolo così - in un lotto di brano dal mood più tranquillo rispetto a quello cui ci hanno abituati. Poi ovviamente, manco a dirlo, i quattro pezzi che compongono la tracklist sono di pregevolissima fattura, con Ville Friman che, in quanto a songwriting, appare in stato di grazia e con in generale un lavoro delle chitarre strepitoso. I primi tre singoli rilasciati avevano già lasciato il segno, ma l'apice di "Argent Moon" non può che essere il singolo lanciato nella release date, la già citata "The Wanderer", pezzo che chiude il lavoro e che probabilmente meglio di tutti riassume il pensiero degli Insomnium riguardo le motivazioni dell'EP, una canzone in cui le chitarre acustiche e le clean vocals di Liimatainen sono assolute protagoniste.
Sostanzialmente, "Argent Moon" aggiunge forse poco alla discografia degli Insomnium, ma è anche vero che è l'ennesima riprova di come la band finlandese sia capace di scrivere solo musica bellissima e che si è più che meritata lo scettro che si ritrova in mano. Va da sé, che l'innumerevole legione dei fans della band farà proprio questo lavoro ad occhi chiusi, anche per ingannare il tempo in attesa del nuovo album già in fase di scrittura.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Settembre, 2021
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Dopo un paio di demo favorevolmente accolti, debuttano su lunga distanza gli Occulsed, nuovo progetto che vede coinvolto Justin Stubbs, già mastermind di diversi progetti diventi col tempo abbastanza celebri come Encoffination e, soprattutto, Father Befouled; in questa nuova avventura, in cui il Nostro si occupa di chitarre e basso, viene accompagnato da Kenneth Parker (Paraphilia) alla voce e Jared Moran (Feral Lord, Gastric Phantasm) dietro le pelli. Chi già conosce i succitati gruppi di mr. Stubbs saprà sin da subito quale sia la direzione stilistica degli Occulsed: un Death Metal fortemente devoto alle sonorità degli Incantation. "Crepitation of Phlegethon" è un lavoro estremamente cupo ma quanto mai violento, in cui è facile trovar assonanze - per forza di cose - con i primi lavori dei Father Befouled stessi, ma anche i vari Drawn and Quartered, Blaspherian, Ignivomous, Funebrarum, Cruciamentum, Disma... Insomma, tutta quella frangia di US Death Metal che trae ispirazione dai melmosi vortici di violenza sonora di cui John McEntee è padrino. Ma all'interno di un disco in cui le composizioni seguono una direzione univoca, non vengono a mancare episodi a loro modo più particolari come "Peryphlegethonic Mindflaying", "The Soul's Admonishment" o la strumentale "Between Engorged Realities" - quest'ultima saggiamente piazzata a metà album -, in cui un aria maggiormente atmosferica da un tono diverso alle bordate che si susseguono me la mezz'ora circa di questo lavoro. Un unico appunto che si potrebbe fare riguarda la produzione, non riferendoci però alla qualità dei suoni - dato il genere, ci sta che siano così "sporchi -, quanto ad evidenti errori di editing con stacchi di batteria, ad esempio, che anticipano di quel mezzo secondo quasi infinitesimale quanto fastidioso il resto ("Peryphlegethonic Mindflaying", "Concupiscence of Frenzied Humors").
Sappiamo fin troppo bene quanto questo specifico modo d'intendere il Death Metal stia man mano saturandosi con l'avvento di tante nuove realtà più o meno valide (nella prima categoria non possono che finirci gruppi come Tomb Mold e Mortiferum, giusto per fare un paio di nomi); gli Occulsed potremmo definirli nel mezzo: questo loro debut album uscito per la nostrana Everlasting Spew Records non è affatto un brutto lavoro, anzi gli amanti di tali sonorità troveranno di certo pane per i loro denti. Ma è altresì vero che è sin troppo facile trovare di meglio in giro. Sta a voi dar loro una chance o meno: noi vi consigliamo comunque la prima opzione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Settembre, 2021
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Si formano nel 2014 gli austriaci Infected Chaos, quando tre membri degli sciolti Chaosreign decidono di fondare una nuova band; da allora il quintetto ha rilasciato tre album: "The Wake of Ares" nel 2015, "Killing Creator" nel 2017 ed infine questo "Dead Aesthetics", appena uscito in maniera indipendente. E' una proposta interessante, comunque, quella degli Infected Chaos, dediti ad un mix tra il roccioso Melodic Death dalle tinte fosche di Kataklysm e Hypocrisy ed un Blackened Death di forte matrice centro-europea (God Dethroned, Hate), in cui non mancano tra l'altro passaggi vicini alla visione più moderna del genere; ed il risultato, come detto, è quanto mai interessante, grazie ad una tracklist compatta in cui melodie e ferocia si sposano benissimo. Certo, forse la tracklist è un po' lunghetta e si rischia di arrivare in fondo con un senso di "stanchezza", ma ciò non toglie che gli Infected Chaos usano molto bene le frecce della loro faretra, basti ascoltare il singolo "Gehenna", ma anche pezzi decisamente molto buoni come l'opener "When Yolder Calls My Name", "Pitch-Blck Fever" e "Lethargia", che fanno passare in secondo piano anche episodi meno riusciti come "Hollow Chars", brano che può comunque contare su di una parte solista più che soddisfacente.
Un paio di canzoni in meno, a nostro avviso, avrebbero maggiormente giovato all'economia del disco, ma comunque "Dead Aesthetics" resta un lavoro più che buono, che magari non passerà alla storia, ma potrà permettervi di conoscere una nuova realtà europea che sembra avere già un bel po' da dire. Da seguire in futuro con attenzione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Settembre, 2021
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Secondo studio album per gli statunitensi Centenary, che con questo "Death... The Final Frontier", licenziato da CDN Records, danno seguito al debutto (su lunga distanza) "Into the Graveless Beyond". Non bastano dei chitarroni fortemente sporchi e delle ritmiche serrate per fare un buon disco old school Death Metal: e "Death... The Final Frontier" ne è la prova. Questo secondo album dei Centenary è, senza girarci tanto attorno, una release in generale mediocre; il Death Metal della band di Detroit appare alquanto "scolastico" e non viene supportato nemmeno da una produzione che sia almeno sufficiente. Si può passare sulla mancanza di originalità - non è affatto cosa nuova in questo genere -, ma ascoltando i brani che compongono la tracklist si ha la forte sensazione di ascoltare una band che si limita a fare il proprio compito, che non ci sia quel mordente che fa tutta la differenza tra un lavoro almeno passabile ed altro. La coppia Bradley/Cunningham prova a fare del suo, riuscendo però solo in parte, un po' meglio va con la sezione ritmica - ci sentiamo di promuovere il drummer Adam Davey -, mentre non ci siamo per nulla con l'insufficiente prova canora di Allen Mercer: che siano growlin' vocals (chiamiamole così...) e screamin', il risultato è sempre lo stesso, ossia che il cantato appare forzato e 'strozzato'.
Quando si dice che il libro (o il disco, in questo caso) non va mai giudicato dalla copertina: dotato di un artwork bellissimo, "Death... The Final Frontier" è, agli atti, un album che non raggiunge nemmeno una semplice sufficienza. Non saremo noi a fermarvi nel caso siate comunque curiosi di ascoltare, ma sappiate che in circolazione si trova facilmente di meglio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Settembre, 2021
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Sono ormai lontanissimi gli esordi Grindcore degli Aborted, arrivati oggi con "ManiaCult" alla pubblicazione del loro undicesimo album. La band belga - anche se ormai potremmo definirla internazionale data la presenza di due americani ed un italiano in formazione - come sempre guidata dal mastodontico e carismatico vocalist Sven de Caluwé ha saputo evolversi e cambiare le proprie sonorità con i tempi ed i modi giusti; gli Aborted di oggi sono una nuova evoluzione di quelli che ascoltammo tre anni or sono nel fantastico "Terrorvision": pur rimanendo con le radici ben salde nel loro Death/Grind, i Nostri si sono definitivamente allontanati dalla matrice-Carcass che ha contraddistinto la prima parte della loro carriera; in "ManiaCult", infatti, prendono il sopravvento certe arie dal sapore Blackened, specie per quanto concerne il lavoro - ampiamente promosso - di Ian Jekelis, con melodie taglienti e gelide a fare il paio con passaggi dotati di un groove spacca collo che farebbe impazzire anche i fans delle sonorità Slam o -core. In generale, con uno Sven in forma smagliante e con un cantato a più ampio spettro, un Jekelis che guida la carica con un riffingwork costantemente protagonista dell'opera, ed una sezione ritmica formata dalla coppia Franceschini-Bedene che offre una prestazione mostruosa per potenza e precisione chirurgica, gli Aborted riescono a mettere sul piatto l'ennesimo lavoro superiore - e di molto - alla media già molto alta dei dischi Death Metal che costantemente escono. Un album, questo "ManiaCult", che, pur essendo nel complesso leggermente inferiore al proprio predecessore, riesce ad essere al contempo stilisticamente più completo: basti ascoltare le taglienti melodie che imperversano per il lavoro, piuttosto che il massacrante groove di "Dementophobia", le sferzate prettamente Black Metal di "Portal to Vacuity", fino ai passaggi Black/Death 'behemothiani' di "Impetus Odi", passando per bordate come "A Vulgar Quagmire", Drag Me to Hell" e la vetta di questo lavoro, "Ceremonial Ineptitude". Alzi la mano poi chi una ventina d'anni fa si sarebbe aspettato di sentire un intermezzo al pianoforte da parte degli Aborted ("Verbolgen"). Sven e soci sono oggi a pieno titolo uno dei nomi di punta del panorama Death Metal mondiale, senza se e senza ma; "ManiaCult" è l'ennesima conferma di come gli Aborted si siano evoluti nel corso del tempo e si siano in un certo qual modo adattati, senza snaturarsi o risultare stucchevoli. Poco da aggiungere, se non che per i tanti fans della mostruosa band belga, "ManiaCult" è l'ennesimo disco da prendere a scatola chiusa.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Settembre, 2021
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Proprio ieri scrivevamo del fermento in atto nel sottobosco estremo londinese, nel cappello iniziale della recensione al nuovo album dei Lvcifyre; ma oltre loro e gli altri veterani Grave Miasma, da tenere estremamente sott'occhio sono i Cult Burial, una delle grandissime sorprese/scoperte del 2020 con il loro primo full-length omonimo, che ha seguito di poco il debut EP "Sorrow". Oggi il trio di Londra - per l'appunto - torna con un nuovo EP a titolo "Oblivion", che non fa altro che confermare le ottime sensazioni suscitate dai Nostri l'anno scorso. Stando a quanto affermato dai Cult Burial stessi, quello che possiamo ascoltare in "Oblivion" è un assaggio di quello che troveremo nel prossimo full-length: un'evoluzione del sound della band inglese, che si libera di alcune influenze (ci riferiamo, se avete letto la recensione di "Cult Burial", ai vari rimandi a Celtic Frost, My Dying Bride ed ai passaggi Prog e Post-Metal), per concentrarsi su sonorità a loro modo più "secche" e brutalmente mortifere; un Blackened Death dai toni feroci quanto a loro modo disperati, che trovano una loro 'valvola di sfogo' anche in rabbiosi passaggi Blackened Sludge. I Cult Burial sono dunque più diretti rispetto all'album dello scorso anno, ma già dalla title-track che apre l'EP ci si rende conto come il trio sia anche maggiormente concentrato, ed insieme a "Parasite" e "Paralysed" mette insieme un breve lotto di brani (tre in tutto per una ventina di minuti), che mostrano sì una nuova direzione per l'act albionico, senza snaturare però più di tanto ciò che li ha fatti conoscere con le releases dell'anno scorso. La potente, quanto marziale e rabbiosa "Parasite", seconda traccia dell'EP, va quasi a valere da sola l'acquisto dell'EP; un pezzo in cui sentiamo come i Cult Burial siano in forma smagliante ed in una fase di scrittura da stato di grazia. Manco a dirlo, "Oblivion" è ampiamente promosso e lascia dopo di sé una fortissima curiosità di cosa ci aspetterà con il prossimo full-length. E se i ritmi dei Cult Burial restano immutati, non dovremo aspettare molto.

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