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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Una cosa su cui molti colleghi saranno d'accordo, è che quando arriva in redazione da recensire un debut album l'attenzione per lo scrittore di turno si fa massima; in fondo si tratta di quello che è il momento più importante per ogni band: c'è ovviamente chi delude - perché magari ci si aspetta molto dopo un battage promozionale enorme - o chi supera anche le più rosee aspettative... e gli ispanico-teutonici Jade appartengono di sicuro a questa seconda categoria. I Nostri avevano rilasciato solo un demo nel 2018 ed oggi si affacciano sul mercato sotto l'egida di Pulverised Records con "The Pacification of Death", primo full-length che, sinceramente, ci ha sorpreso non poco. La band che si divide tra Germania e Spagna è presentata come "Atmospheric Death Metal", ma dopo l'ascolto del loro debutto pensiamo sia una nomenclatura "di comodo", visto che c'è molto, molto da scoprire sotto la superficie. I Jade riescono infatti ad unire diverse influenze con grande naturalezza, puntando in primis su di un atmosferico Black/Death come fondamenta su cui poggia il tutto (gli svizzeri Bølzer sono un ottimo termine di paragone in tal senso, così come i mezzi connazionali Sulphur Aeon), e da lì si muovono con sapienza 'sconfinando' anche in altri lidi, dal Black/Doom dei The Ruins of Beverast alle mortifere atmosfere dei mai troppo compianti Necros Christos, fino all'avanguardismo estremo dei vari Suffering Hour, Ad Nauseam, Deathspell Omega, Ulcerate. E nonostante queste influenze disparate, "The Pacification of Death" è un album compatto e - a suo modo! - lineare, che riesce a catturare l'attenzione sia quando i Jade spingono sull'acceleratore, sia quando i Nostri puntano su momenti più tetri ed atmosferici. I due pezzi che aprono l'album (anche singoli apripista) "The Pacification of Death" e "Dragged Fears & Drowned Bone" ne sono un chiaro esempio, ma ci si trova davanti alla proverbiale punta dell'iceberg, perché i Jade cominciano a fare realmente sul serio con la successiva "Emanation of Decay", questa sì canzone che rappresenta la perfetta fotografia delle doti del trio, con una seconda parte di disco che si mantiene su standard ottimali grazie ad altri tre brani in cui, nonostante la durata tutt'altro che esigua, i Nostri riescono a far mantenere altissima la soglia d'attenzione. Con questo loro debutto i Jade potranno facilmente incontrare i favori di più frange di metalheads: che siate fans di uno qualsiasi dei generi o dei gruppi sopraindicati, con "The Pacification of Death" troverete i vostri spunti d'interesse. Buona la prima dunque e sale una certa curiosità su cosa potranno tirare fuori in futuro. Noi di certo li aspetteremo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Primo full-length per i lombardi Defying Plague, band formatasi solo l'anno scorso, ma che già si è potuto togliere diverse soddisfazioni dal vivo, aprendo ad esempio per Malevolent Creation e Hideous Divinity. Dopo un paio di singoli per rompere il ghiaccio, dunque, il quartetto proveniente da Lodi si presenta al grande pubblico con "Leviathan of Rot", album rilasciato da Ad Noctem Records in cui troviamo una band dedita ad un Death Metal vecchio stampo con una visione modern del genere, vuoi per la produzione potente e cristallina (opera di Davide Billia e i suoi MK2 Recording Studio), vuoi per il buon mix tra brutalità della vecchia scuola ed un buon groove - pesante il giusto - che saprà smuovere più di un collo. Scorrendo la tracklist di questo debutto possiamo notare come tra gli ascolti primari di questi ragazzi ci siano sicuramente Bloodbath, Morbid Angel e Vader, ma con un occhio molto attento dato anche ai Decapitated degli ultimi anni: come dicevamo appunto, una buona commistione tra vecchia scuole ed un Groove/Death moderno che si ripercuote in dieci brani in cui i Nostri uniscono bene frenetiche accelerazioni - i momenti in cui più si può apprezzare il lavoro dietro le pelli di Elena Ferla - e pesanti rallentamenti in cui viene fuori anche il lato più tecnico della band lodigiana. Ruolo di MVP però va data alla 'coppia di corde', il chitarrista Jean Edifizi ed il bassista Francesco Marenghi, con il secondo che lascia pulsare il suo strumento per tutta la durata dell'album ed il primo che c'inonda con una cascata di riff duri come granito ed una serie di assoli dal gusto melodico che spesso rimandano ad un chitarrista non proprio di secondo piano come Kerry King: "Death Lord" ne è un buon esempio, canzone tra l'altro personalmente avrei scelto come singolo essendo probabilmente la più energica del lotto, anche se probabilmente l'highlight del disco è "Feed the Dark", fosse anche solo per quel suo splendido incipit cupo. C'è ancora qualcosa da smussare qua e là, ma nel complesso i Defying Plague superano la prova del debut album meritandosi una sufficienza piena; merito primario dei Nostri è quello di non caricare alcun momento filler durante l'opera riuscendo a mantenersi su buoni standard per tutta la durata (merito questo anche della doppietta centrale "Death Lord" + "Burning Star"). Un buon biglietto da visita dunque, ma per emergere maggiormente si dovrà osare ancora di più.

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3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    30 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Il nome dei Maceration è uno di quelli che erano andati totalmente dimenticati nel tempo: sono stati attivi nella prima metà degli anni '90, periodo in cui hanno pubblicato un paio di demo e, nel 1992, il debut album "A Serenade of Agony", per poi scomparire nel nulla; si potrebbe ben dire che i Maceration siano stati una meteora, dimenticati dai più fino all'anno scorso, quando la band si riforma per mano dei chitarristi Lars Bangsholt e Jakob Schultz: i due reclutano Robert Tengs al basso e Rasmus Schmidt degli Illdisposed alla batteria e si preparano a tornare in pista con un nuovo album, che sarà poi questo "It Never Ends...", uscito nello scorso fine settimana tramite Emanzipation Productions. C'era comunque il problema del cantante: ora c'è in pianta stabile Jan Bergmann Jepsen, ma a prestare la sua voce per questo trentennale come back troviamo una vera e propria leggenda vivente, prima con gli Edge of Sanity, poi da solista e con i Bloodbath, ed infine diventando uno dei più rinomati produttori Metal al mondo: mr. Dan Swanö. Che tra l'altro, dimostra ancora di sapere decisamente il fatto suo dietro al microfono. Ma veniamo a questo "It Never Ends...". I Maceration hanno sostanzialmente ripreso da dove avevano lasciato un trentennio circa fa: la produzione è sicuramente al passo coi tempi - siano ringraziati gli dèi -, mentre musicalmente vediamo una band dedita ad un Death Metal che trae la propria linfa dalla vecchia scuola svedese (Entombed, Dismember, Grave, Bloodbath... conoscete i nomi, dai). Magari una leggera sforbiciatina ai 2-3 pezzi più lunghi avrebbe maggiormente giovato all'economia generale dell'album, ma va detto che "It Never Ends..." si lascia decisamente ascoltare, vuoi per le coordinate stilistiche 'familiari', vuoi per un songwriting che per quanto possa non proprio brillare per originalità appare comunque sicuramente ispirato. Più di una volta quasi senza rendersene conto ci si ritrova a muovere la testa al ritmo imposto dal combo danese: la cascata di riff e la sezione ritmica tellurica di pezzi come i tre singoli - che aprono l'album - o come la title-track piuttosto che "A Sacrifice of Pity" e "On the Edge of Nothing", riescono ascolto dopo ascolto ad essere trascinanti, colpendo per la semplicità della proposta quanto per l'efficacia. Se poi c'è quel pizzico di melodia che dà quel senso di maggiore ariosità alle composizioni, non si può che essere ancor più convinti dalla riuscita generale del disco. Per i Maceration si tratta di un ritorno ormai insperato, soprattutto per i cultori del Death Metal dei primissimi anni; or bene, la band danese è tornata e lo ha fatto con un disco nel complesso molto soddisfacente. Per i fans del Death scandinavo, questa potrebbe essere una 'gustosa' aggiunta alla propria collezione. Un ritorno promosso, per quanto ci riguarda.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Abbiamo recentemente potuto godere nell'ambito del Doom/Death più melodico nostrano dei buoni exploit di Ars Onirica ed In Grief; ma in questo specifico campo - oltre ai sempre più importanti Shores of Null - c'è una band proveniente da Brescia che può vantare una carriera ormai lunga 15 anni e ben quattro album - tutti di pregevole fattura -, l'ultimo dei quali è l'appena rilasciato su Black Lion Records "Witnesses": stiamo parlando ovviamente degli (Echo), combo lombardo che da tempo ormai è tra le massime espressioni nel Belpaese di questo particolare genere. In questa nuova fatica, però, troviamo l'act lombardo che cambia leggermente i toni rispetto al passato anche più recente ("Below the Cover of Clouds" del 2019): se infatti il precedente lavoro vedeva gli (Echo) alle prese con sonorità più vicine alla scuola britannica dei My Dying Bride (cupo, pesante, estremo sì, ma che viveva soprattutto su atmosfere plumbee e malinconiche melodie), in questa loro quarta fatica su lunga distanza pur mantenendo alcune peculiarità, i Nostri sembrano aver indurito il loro sound, trovando un approccio più ruvido che dà un maggiore spazio ad una componente Melodic Death/Doom di matrice scandinava (Saturnus, Swallow the Sun e soprattutto October Tide). Sulle prime magari si resterà un po' sorpresi, ma col procedere degli ascolti ci si rende conto di come la scelta degli (Echo) sia particolarmente vincente; la band bresciana sembra trovarsi estremamente a proprio agio in questa veste più scorbutica - per quanto il mood resti perennemente cupo -. E sostanzialmente, i sette brani di "Witnesses" (non contiamo la brevissima intro strumentale "Lethargy") funzionano alla grande: nonostante una durata media decisamente lunga (non si scende sotto i sei minuti), non si ha mai la sensazione di un momento che sappia di mero riempitivo, ma anzi gli (Echo) appaiono sempre concentratissimi e sul pezzo lungo tutti i 50 minuti di quest'album, mettendo sul piatto canzoni sicuramente efficaci come i singoli "Wanderer" e "My Covenant", la conclusiva "Saturated" e - soprattutto - "Laudanum". Ed a proposito di quest'ultimo brano è uno di quelli in cui troviamo uno dei tre ospiti d'eccezione di "Witnesses": in questo caso trattasi nientemeno che di Alexander Högbom degli October Tide, che presta la sua inconfondibile voce al gruppo nostrano; gli altri due ospiti sono l'ex-Draconian Heike Langhans in "My Covenant" e "Chemical", e Don Zaros degli Evoken con le sue tastiere in quattro pezzi. In conclusione, possiamo dire che gli (Echo) hanno dalla loro non solo un'esperienza data dai tre lustri di carriera, ma anche la capacità di saper cambiare il tiro nel caso serva: "Witnesses" ne è la testimonianza con il suo piglio ruvido quanto melodico, ma anche con il suo cambiar registro come in "My Covenant", canzone che a tratti non può non richiamare Anathema o Katatonia degli ultimi anni. Disco davvero ben fatto: complimenti!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Formatisi nel 2009, solo nel 2018 gli olandesi Lucifericon si fanno conoscere "col botto" - come si suol dire - con l'album "Al​-​Khem​-​Me", con prima d'allora un paio di comunque buoni EP. A quattro anni di distanza da "Al​-​Khem​-​Me", il combo Blackened Death di Bladel torna con il secondo full-length: "The Warlock of Da'ath", licenziato da Invictus Productions. I Lucifericon non cambiano quella che è la loro formula vincente: un Blackened Death estremamente devoto alle sonorità dei 90's, in particolar modo quelle degli Angelcorpse (in assoluto influenza primaria dei Nostri) e quindi di rimando Perdition Temple, e quelle dei connazionali God Dethroned. Merito maggiore dei Lucifericon in questa loro nuova opera, è quello di aver messo su un lavoro estremamente compatto, in cui nonostante i quasi 40 minuti di durata non troviamo un reale momento filler, nemmeno in tracce dalla durata più consistente come la prima e l'ultima della tracklist, "Obscure and Forbidden" e "The Warlock of Da'ath". Un forsennato drumming ed un riffingwork estremamente tagliente sono gli highlights di un disco che porta il tema dell'occultismo con una per niente velata brama di brutale violenza sonora. I patterns più marcatamente Black Metal sono in sostanza il motore che muove per intero questa macchina da guerra: abbiamo ad esempio pezzi come la buonissima "Khidir's Urn" che presenta atmosfere maligne ed un lavoro strumentale decisamente tipico del Black nordico (la scuola svedese di Watain ed Ondskapt, per esser precisi), sensazione acuita durante l'album anche grazie al lavoro vocale del bassista Rob Reijnders. Va da sé, se cercate originalità a tutti i costi avete sicuramente sbagliato indirizzo; i fans invece del Black/Death più crudo e del Black Metal scandinavo troveranno in "The Warlock of Da'ath" pane per i loro denti: magari non un disco che passerà alla storia, ma un lavoro onestissimo che sprigiona pura malvagità da ogni singola nota. Ed in fondo, basta anche solo questo, no?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Ci sono album che trasmettono una profonda calma, il cui ascolto riesce a trasportarti nelle lontane, solitarie foreste del Nord, in un contatto totale con la natura ed in compagnia solo dei tuoi pensieri. ed uno di questi album è sicuramente "After the Storm", terzo studio album degli svedesi Ofdrykkja, band che nel corso degli anni è mutata rispetto i propri esordi trovando una formula che, sinceramente, troviamo vincente. Formatisi come band che univa Depressive Black, Post-Metal e Depressive Rock - con tematiche forti come i disordini mentali e l'abuso di droghe -, gli Ofdrykkja che ritroviamo oggi è come detto una band profondamente cambiata, in cui sì il Post-Black/Post-Metal hanno ancora una grande importanza, ma nelle cui sonorità a farla da padrone è un onirico, etereo Neofolk. Un fiorire di chitarre acustiche e suoni soavi già dalla bellissima opener "The Light" ci portano con la mente in territori incontaminati, tra alberi e neve, in un'immagine di profondo silenzio e di pace interiore. Va detto che in questo aiuta la bellissima voce di Miranda Samuelsson, protagonista assoluta con le struggenti chitarre e che ben s'integra con le più profonde voci dei leader Ahlström e Jansson. Ed "After the Storm" procede così, in un viaggio intimo di sconfinata quiete tra una "Hårgalåten" ed una "The Mære" - a mani basse la traccia più bella di questo meraviglioso album -, passando per gli altri singoli "After the Storm" - in cui i duetti vocali hanno un ruolo fondamentale - e la struggente "The Cleansing", fino alla chiusura affidata alla breve "Själavandring" ed il brano più lungo del lotto, la conclusiva "Beyond the Belt of Orion". "After the Storm" è uno di quei lavori che durante l'ascolto riesce a portarti nel tuo intimo più profondo, trasmettendo - come dicevamo - un'infinita calma. Un viaggio interiore che procede senza scossoni all'interno di atmosfere decadenti dovute anche all'uso di strumenti come l'arpa celtica, la viola e la nyckelharpa (uno strumento musicale ad arco della tradizione svedese, appartenente alla stessa famiglia della ghironda, n.d.a.). Questa terza fatica degli Ofdrykkja sarà la quiete dopo la vostra personale tempesta interiore, un album che non temiamo di definire magnifico, uno di quei lavori che dà ad ognuno sensazioni e pensieri differenti, ma a tutti darà quel senso di respirare aria pura mentre si è raccolti nella propria mente solo col proprio io. Un capolavoro di purezza che ci sentiamo di consigliare ad occhi chiusi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

Sono spuntati dal nulla i Black Lava, combo australiano formatosi durante il periodo peggiore della pandemia, quando dalla solitudine del lockdown la band è nata per volere del batterista Dan Presland (ex-Ne Obliviscaris, A Million Dead Birds Laughing) e del chitarrista Ben Boyle (A Million Dead Birds Laughing, Hadal Maw), a cui si sono poi uniti il cantante Rob Watkins (Blackhelm) ed il bassista Tim Anderson (Blackhelm, Hadal Maw). Ed oggi, saltando a piè pari qualsiasi gavetta, i Black Lava debuttano direttamente su lunga distanza con "Soul Furnace", primo full-length che esce nientemeno che per Season of Mist. Il sound dei Nostri lo si può 'semplificare' con un Blackened Death Metal, ma nella realtà dei fatti ci sono diversi substrati che formano le sonorità del quartetto australiano, che parte sì da una base che unisce l'old school Death Metal ed il Black, ma da lì vanno ramificandosi diverse scuole di pensiero. Nei nove brani che compongono la tracklist (contiamo anche l'intro "Origins", trattandosi di una strumentale) possiamo trovare melodie riconducibili alla scuola Melodic Black svedese (Dissection, Naglfar...), ma le suddette melodie trovano anche sfoghi groovy che rimandano alla scuola Melodic Death di Göteborg; non mancano poi elementi Progressive che non possono non far venire in mente gente come Enslaved e Ne Obliviscaris, ma anche passaggi più crudi che 'chiamano in causa' i leggendari Bathory. Leggendola così sembra che i Black Lava abbiano buttato nel calderone diversi ingredienti alla rinfusa, mentre invece possiamo assicurarvi che la portata ha decisamente il suo perché! Grazie ad un songwriting particolarmente accorto, infatti, le canzoni qui comprese risultano essere tutte piacevolmente ascoltabili: il mix di ferocia e melodia rende infatti "Soul Furnace" un ascolto particolarmente fluido; i Black Lava sanno come "giocare" con accelerazioni particolarmente furiose ("Northern Dawn") ed atmosfere particolarmente glaciali, tipiche appunto della scuola scandinava ("Aurora"), riuscendo a cambiare registro all'interno di uno stesso brano con marcata naturalezza. E gran parte del merito va ascritto senz'ombra di dubbio ai due membri fondatori, con un Ben Boyle particolarmente ispirato alla sei corde e Dan Presland dietro le pelli che offre una prestazione chirurgica. La durata complessiva che supera di poco la mezz'ora ed una produzione che si sposa perfettamente con il sound dei Nostri, contribuiscono ulteriormente alla buona riuscita dell'album. Un lavoro che riesce ad essere al contempo familiare nel suo essere figlio della vecchia scuola, ma anche particolare nel includere in un vortice sonoro diverse scuole di pensiero Extreme Metal. Noi un ascolto ve lo consigliamo, poi ognuno ne saprà trarre le proprie conclusioni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    28 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

secondo album in due anni per i Mycelium, Death Metal band scozzese a tema 'funghesco' che vede in formazione il solo Greg Edwards ad occuparsi di tutti. Una one man band a tutti gli effetti, dunque, che ha debuttato solo lo scorso anno con "Scream Bloody spore" (uscito per Iron, Blood and Death Corporation) e che nel giro di un solo calendario torna alla carica con "Mycoticism (Disseminating the Propagules)", questa volta sotto l'egida di Blood Harvest Records. E ormai abbiamo imparato che quando c'è una release della label svedese, potremmo facilmente aspettarci un gran bel lavoro: i Mycelium non fanno eccezione. La sempre attenta etichetta scandinava ci regala infatti un concentrato di Death Metal brutale quanto compatto: 35 minuti circa (poco più) di un sound che vede in Cerebral Rot e Undergang i principali punti di contatto - ma anche i cari vecchi Disma -. La completa libertà nello scrivere ed eseguire da solo i pezzi, consente a mr. Edwards di concentrarsi a dovere, dandoci in pasto un lotto di brani che pur non brillando per originalità - è raro ormai nel Death Metal trovare qualcosa di originale - si fanno decisamente notare per la compattezza e per un tasso tecnico anche decisamente discreto, pure se si tenderà a non notarlo subito sotto il tappeto di violenza sonora che pervade le dieci tracce che compongono la tracklist. Con dei buoni session al seguito, Greg Edwards potrebbe trovare nelle canzoni di "Mycoticism..." delle vere e proprie hit dl vivo: ci riferiamo a bordate come i singoli "Emerging from Rotting Faeces" e "Rosecomb Marauder", ma anche a pezzi di spietata ferocia come "Xanthodermic Colonic Decimation" (una delle canzoni più convincenti dell'album), la spietata "Urban leprosy" e l'ottima "Cold Grasp of the Dead", in cui i Myccelium rallentano i tempi andando a toccare i lidi del Death/Doom di gente come Mortiferum, Krypts e Spectral Voice. In un panorama Death Metal sempre più affollato di gruppi e dischi non poco interessanti, c'è - per quanto ci riguarda - da aggiungere anche il nome Mycelium: è innegabile come questo "Mycoticism (Disseminating the Propagules)" sia un lavoro decisamente soddisfacente, in cui potrete trovare diversi spunti che sapranno alzare la vostra soglia d'attenzione. Ben fatto!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2022
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Nati dalle ceneri dei Demonic Oath (solo project di Kev Desecrator dei Deströyer 666) i Sépulcre prendono questa denominazione nel 2020 diventando nel contempo una band effettiva con l'innesto di altri tre musicisti ad accompagnare il mastermind vocalist/chitarrista; dopo un demo rilasciato quasi subito ("Ascent Through Morbid Transcendence") con cui i Nostri hanno cominciato a farsi conoscere nel circuito underground europeo, oggi l'act francese torna alla carica con un EP a titolo "Cursed Ways of Sheol", licenziato dalla sempre attenta Invictus Productions. Basta praticamente solo l'attacco della title-track che apre l'EP per intuire immediatamente le coordinate stilistiche del quartetto transalpino, che s'inserisce nella scia delle - relativamente ormai - giovani bands che si sono fatti un nome in questi ultimi anni, a partire da Mortiferum e Tomb Mold ovviamente, e quindi anche i vari Undergang, Krypts, i canadesi Sedimentum - che abbiamo avuto modo di conoscere non molto tempo fa -... insomma un Death Metal che unisce la vecchia scuola US di Incantation ed Immolation con quella finnica di Demigod, Demilich e compagnia. un assalto totale dunque, fatto di brutali accelerazioni e pesantissimi passaggi Death/Doom che ci accompagnano per i quasi 25 minuti di quest'opera attraverso quattro canzoni solide che mettono in mostra una band decisamente conscia dei propri mezzi. Cosa, quest'ultima, che si nota soprattutto nella lunga, bestiale traccia conclusiva "Foul Divinity Enthronation", nei cui 10 minuti circa di durata i Sépulcre danno sfoggio delle loro capacità (e non che i restanti brani siano da meno. In poche parole, se non vi siete stancati ancora di questo lungo revival di certe sonorità, il nome dei Sépulcre è tra quelli da appuntarsi e da seguire con interesse nel prossimo futuro. Dal canto nostro, diamo loro una sufficienza piena di fiducia, sicuri che quando saranno alle prese con un full-length difficilmente deluderanno le attese.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Novembre, 2022
#1 recensione  -  

A cavallo tra la seconda metà degli anni '90 e la prima del nuovo secolo, gli Hibernus Mortis hanno fatto parte dell'enorme ondata di gruppi Death Metal provenienti dalla Florida, con fortune però ben diverse rispetto a colleghi dai nomi più altisonanti; in quel periodo i deathsters americani hanno pubblicato un demo nel '90, un live album nel 2000 ed il primo full-length "The Existing Realms of Perpetual Sorrow" nel 2002. Nel 2006 arriva lo stop per poi riprendere l'attività nel 2010, ma solo oggi, dodici anni dopo, gli Hibernus Mortis pubblicano sotto l'egida della svedese Blood Harvest Records il loro secondo album: "The Monoliths of Cursed Slumber". Possiamo facilmente dire che se siete fans degli Incantation di "Onward to Golgotha" / "Mortal Throne of Nazarene" / "Upon the Throne of Apocalypse" / "Diabolical Conquest" e degli Immolation di "Dawn of Possession" / "Here in After", allora troverete di certo familiari le sonorità dei Nostri. Molto nel sound degli Hibernus Mortis è difatti riconducibile a quel Death Metal degli anni '90 ed in particolar modo dei due colossi citati poco fa, come se i Nostri avessero appreso alla lettera gli insegnamenti di John McEntee e Ross Dolan. Una (quasi) quarantina di minuti dunque di Death Metal vecchio stampo: cupo, crudo, fatto di riff taglienti dal retrogusto Blackened, una sezione ritmica costantemente rocciosa ed un growl profondo e carico d'odio. Ascoltando con attenzione "The Monoliths of Cursed Slumber" ci si rende conto di come gli stilemi dei singoli pezzi tendano ad assomigliarsi abbastanza, cosa che potrà deviare l'attenzione di un ascoltatore meno attento; al contrario, se si è avvezzi a tali sonorità si tenderà facilmente ad ascoltare con piacere questa continua scarica di US Death Metal della vecchia scuola, pur non brillando di certo questo lavoro per originalità. D'altronde in pezzi come "Ascending the Catacombs", "Grotesque Perishment into the Miasma of Darkness Everlasting" o "Endless Dawns of Somnambulant Exorcisms" - tanto per citare alcuni esempi - si denotano l'amore per il genere e la passione viscerale messa in campo dai Nostri. in conclusione, "The Monoliths of Cursed Slumber" è uno di quei dischi che non è destinato a fare storia, ma è comunque un onestissimo lavoro che non andrebbe a sfigurare nella collezione di un fan del Death Metal. Sufficienza piena, insomma.

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