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Opinione inserita da Virgilio    13 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio, 2023
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Quinto full-length per i tedeschi Beyond The Black (il primo edito per Nuclear Blast Records), che decidono di intitolare quest'album semplicemente come il loro moniker. Potremmo intendere questa scelta come una manifestazione d'intenti di andare un po' all'essenza della loro musica, dato che le canzoni appaiono perlopiù caratterizzate da una struttura abbastanza semplice e lineare, senza fare particolare ricorso ad orchestrazioni o in generale ad elementi sinfonici. La band opta invece per un Metal melodico di grande impatto, con refrain catchy ma con linee vocali comunque niente affatto banali, dove spicca ovviamente la splendida voce della cantante Jennifer Haben, da sempre leader e protagonista del gruppo. Certo, la line up, tutto sommato abbastanza stabile dal 2016, ogni tanto perde qualche pezzo (prima il tastierista nel 2018 e poi il bassista l'anno scorso) ma, pur essendosi ridotta ad un quartetto, non fa mancare nulla in quanto a ricercatezza musicale e a cura per gli arrangiamenti. A tal riguardo, sono apprezzabili, ad esempio, i ritmi pulsanti della bellissima "Dancing In The Dark", gli spunti quasi da World Music di "Not In Our Name" o le venature Folk di "I Remember Dying" (dove alcuni suoni ricordano quelli della ghironda, un po' alla maniera di Eluveitie o Cellar Darling). Quasi epico, poi, il riff di "Reincarnation", brano dove sono presenti anche seconde voci in growl, mentre assolutamente trascinante è l'opener "Is There Anybody Out There?", ma i Beyond The Black si fanno apprezzare anche per il loro lato più introspettivo con la suggestiva ballata (tutta in crescendo) "Wide Awake". Buon disco, che ci presenta una band in gran forma, in grado di proporre un album davvero gradevole, praticamente senza filler.

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Opinione inserita da Virgilio    07 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 07 Gennaio, 2023
Top 10 opinionisti  -  

I 17Crash hanno scelto il titolo di "Stamina" per il loro quarto full-length. L'album si apre con "A Song For Ennio", una strumentale chiaramente dedicata al grandissimo Ennio Morricone, che ricalca sonorità e ambientazioni tali da richiamare alcuni dei capolavori di Sergio Leone (in particolare ci riferiamo ai suoi Spaghetti Western come Il buono, il brutto e il cattivo, Per un pugno di dollari, ecc.), per i quali il compositore ha realizzato bellissime colonne sonore. Si tratta però ovviamente solo di un'introduzione, perché già con il successivo "Higher" la band vira in maniera decisa verso il suo consueto Hard Rock, con refrain melodici, talvolta dalle venature ottantiane e con un'attitudine un po' Sleaze. Sotto questo profilo, si mettono in evidenza anche altri brani come "My World", "Soul" e "Flashing Lights". Non mancano neppure dei pezzi più lenti ed introspettivi, come nel caso della suadente "In My Dreams" e di "Brand New Day" o, ancora, citiamo la più articolata "Strike First", che include parti arpeggiate ma mantiene comunque un sound robusto e ritmi vivaci. Molto particolare una traccia come "Keep Yourself Alive", che presenta elementi Funky, anche per la presenza di fiati e con un bellissimo assolo di sax nel finale. Diciamo che la band ha saputo realizzare un disco piacevole e con tante belle canzoni, ottimamente interpretato da tutti i cinque i musicisti, che conferma le buone qualità di questa formazione.

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Opinione inserita da Virgilio    24 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre, 2022
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Gli Astral Experience sono una band saldamente ancorata alla fervida scena spagnola, formatasi nel 2009 e con all'attivo un EP e due full-length. La scelta di tornare sul mercato dopo l'album "Inflexion" del 2019 è curiosamente non quella di pubblicare un nuovo full-length, bensì prima un disco con alcune collaborazioni, "Friends Of Astral" e poi quest'EP, che però sarà evidentemente solo una parte di un concept a cui seguiranno altri dischi, dato che nel titolo viene specificato espressamente che si tratta di una parte prima. L'EP peraltro è composto da solo quattro tracce e non arriva neanche a venti minuti di durata, perciò possiamo dire che gli Astral Experience ci danno appena un assaggio della loro musica, con la tracklist che finisce proprio sul più bello, quando si stava cominciando a prendere gusto. Il loro stile è un Power/Prog, influenzato da act come Symphony X e Dream Theater, con il cantato in madrelingua. Le tracce sono in effetti alquanto belle e coinvolgenti e si articolano attraverso vari cambi di tempo e tematici, con una giusta dose di potenza e refrain abbastanza melodici. Il dischetto è dunque di per sé alquanto intrigante, però la sua breve durata lascia un po' un senso di incompiutezza, che dovrà essere necessariamente colmato dal seguito del concept. Per quel poco che intanto viene qui proposto, comunque, le nostre impressioni sono positive, per cui consigliamo intanto senz'altro l'ascolto di questa prima parte di "Esclavos del Tiempo".

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Opinione inserita da Virgilio    23 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Dicembre, 2022
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I Mythosphere sono una nuova band che mette insieme però personaggi più o meno noti della scena Metal americana, dato che è formata per tre quarti da membri dei Pale Divine (di cui due, Dana Ortt e Darin McCloskey, principali ideatori del progetto e autori delle prime basi dei brani, già in precedenza insieme anche nei Beezlefuzz), i quali hanno coinvolto Victor Arduini, ex chitarrista nei primissimi Fates Warning. Il loro album di debutto, "Pathological", è composto da otto tracce, ma si potrebbe fare in verità un po' fatica a considerarlo come un vero e proprio full-length, dato che dura appena trentacinque minuti: un minutaggio che sarebbe probabilmente risultato piuttosto breve persino nei tempi in cui dominavano il mercato musicale i 33 giri e non esistevano ancora i CD. Ad ogni modo, la tracklist ha una sua coerenza e una sua impostazione, per cui in fin dei conti meglio così piuttosto che magari inserire tracce poco adatte al contesto del progetto. La band suona un Heavy Metal decisamente classico e i brani, in particolare, sono costruiti attorno ai riff di Dana Ortt, scanditi in maniera alquanto lenta e cadenzata, in perfetto stile Doom, ma la voce è molto alta ed evocativa; soprattutto, però, l'apporto di Arduini appare davvero significativo, dato che questi in effetti aggiunge splendidi inserti di lead guitar e meravigliosi assoli, che riescono a conferire un tocco realmente emozionante alle canzoni: basti ascoltare ad esempio l'inizio quasi onirico di "Ashen Throne" o lo splendido intermezzo chitarristico di "King's Call To Arms", talvolta anche con qualche venatura Prog, come nel caso della title-track. In generale, le canzoni di "Pathological" risultano ricche di armonie ed introspettive, partendo dunque da un Heavy/Doom alquanto classico, ma che presenta tutto sommato alcune sue peculiarità e che riesce ad affascinare l'ascoltatore grazie ad un sound coinvolgente ed intriso di un mood vagamente malinconico e quasi misterioso. Questo primo lavoro risulta dunque alquanto interessante, per cui auspichiamo che possa avere un seguito e che non si tratti di un semplice progetto estemporaneo.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 2022
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L'idea di un EP acustico per gli Eleine nasce e si realizza soprattutto in concomitanza con il fatto di dover affiancare i Sonata Arctica in un tour appunto acustico. Il titolo, "Acoustic In Hell", richiama evidentemente quello del loro ultimo album "Dancing In Hell", dal quale sono state estratte la maggior parte delle canzoni, benché ve ne siano anche tre dal precedente "Until the End" e una ("Death Incarnate") dal loro omonimo debut album. Le impressioni che derivano da questo EP sono per la verità piuttosto altalenanti: la sensazione, innanzitutto, è che la band si sia imbarcata in questo lavoro con l'idea di non abbandonare la propria essenza Metal e questo lo si nota da come viene suonata la chitarra, dal fatto che venga mantenuto il growl in diversi passaggi e dai ritmi delle percussioni, spesso molto veloci. Proprio queste ultime, peraltro, sono per tutto il disco piuttosto monotone e ripetitive, al punto che il batterista Jesper Sunnhagen pare risultare alquanto inadeguato nella fattispecie e persino nella scelta degli strumenti si rivela assai poco versatile. Per contro, la cantante Madeleine Liljestam sembra essersi ben calata nel progetto e per quanto abbia registrato tutte le sue parti in circa tre ore appena, riesce a tirar fuori delle interpretazioni abbastanza convincenti, con interessanti note di colore e persino con un certo flavor dal sapore mediterraneo in qualche passaggio. Sotto questo profilo, dà un contributo anche il chitarrista Rikard Ekberg, che almeno in qualche assolo sembra prendere un minimo di confidenza con lo strumento, ricordandosi di non impugnare una chitarra elettrica. Le canzoni risultano certamente un po' impoverite senza le orchestrazioni e i ricchi arrangiamenti che li caratterizzano nelle versioni originali, ma tutto sommato alcuni refrain sembrano funzionare bene, come nel caso ad esempio di "Enemies", "Ava of Death" o "All Shall Burn". Diciamo che l'idea di partenza poteva essere interessante e nel disco si possono ascoltare buone cose, però non ci sembra essere questa, almeno allo stato attuale, la dimensione ideale dove gli Eleine possano esprimersi al meglio delle loro possibilità.

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Opinione inserita da Virgilio    30 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 2022
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Il moniker potrebbe far pensare ad una band italiana, ma i Sede Vacante sono invece un progetto formato dal chitarrista greco Michael Tiko. L'album di debutto, "Skies Infernal", era stato pubblicato nel 2016, ma nel frattempo la line-up si è parecchio rinnovata, con l'inserimento di una nuova cantante, Stephanie Mazor (francese, ma trapiantata in Finlandia), nonché del batterista Jannis K e del bassista Nick Gkogkomitros. Lo stile del gruppo è il classico Metal sinfonico con voce femminile, in questo caso non tanto operistica, quanto piuttosto abbastanza chiara e potente, ma ci sono fondamentalmente venature Gothic/Dark, con qualche innesto di synth elettronici, comunque in maniera abbastanza moderata e non troppo invasiva. Il sound, dunque, è in linea di massima abbastanza potente e magniloquente, come risulta già dalle prime tracce quali "Mistaken" e "Dead New World", ma c'è anche una giusta dose di melodie, specialmente con dei refrain alquanto accattivanti: a tal riguardo, si mettono in evidenza, ad esempio, la title-track (unica canzone dove peraltro permangono voci maschili, a differenza del disco di esordio) o tracce come "Raindrops" e "Wheel Of Misfortune". Da segnalare la cover della celebre "Paint It Black" dei Rolling Stones della quale, nonostante sia probabilmente una tra le canzoni più coverizzate in assoluto, i Sede Vacante riescono a proporre una versione davvero molto personale e particolare. Nel complesso la band ellenica comunque non brilla particolarmente per originalità e tutto sommato si inserisce in un filone ormai alquanto consolidato, ma possiamo dire che le canzoni funzionano bene e il disco si fa ascoltare con piacere, quindi possono rappresentare senz'altro una valida alternativa per gli amanti del genere. Peraltro, tornando al moniker, qualche legame con l'Italia ci dev'essere, perché oltre ad avere una label italiana, la prima traccia s'intitola "Furia" e la band ha già annunciato che sta lavorando ad un terzo album, che sarà ispirato all'Inferno di Dante Alighieri: staremo dunque a vedere e nel frattempo attendiamo con sincera curiosità.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 2022
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I Powerful Systm provengono da Leicester e avevano debuttato l'anno scorso con l'EP "Endless Transformation", ora rimasterizzato e ripubblicato dall'etichetta WormHoleDeath. Il disco, composto da quattro tracce, presenta certamente alcune particolarità, a cominciare dal fatto che i testi di due canzoni, "Narasimhadeva" e "Siksastakam", sono addirittura in antico sanscrito. Lo stile cerca dunque di mescolare orchestrazioni "cinematiche", secondo un termine spesso usato da qualche tempo, con accenni dal sapore etnico, sonorità Metal (ci sono certamente in almeno un paio di tracce, tra le altre, influenze dei Nightwish) e con un approccio Progressive, peraltro con un paio di brani anche alquanto lunghi (oltre gli otto minuti di durata). Insomma, c'è davvero tanta carne al fuoco ed effettivamente i Powerful Systm si rivelano abili nell'alternare passaggi fortemente atmosferici con altri più potenti e ritmati. Probabilmente, anzi, talvolta finiscono anche per eccedere, perché in effetti una traccia come "The Most Beautiful Song" risulta poi essere fin troppo spezzettata, per quanto sono i cambi tematici e di atmosfera. Va decisamente meglio ad esempio in "Awake!" dove, benché ci siano pure vari cambi, c'è un maggior equilibrio tra le varie parti, così come in "Siksastakam". C'è da dire che anche la voce non ci è sembrata sempre ottimale: abbastanza adatta nelle parti più atmosferiche, non ci ha convinto quando invece i brani avrebbero richiesto maggiore grinta e potenza; anche a livello di registrazioni, probabilmente si poteva fare un po' meglio perché molti suoni sembrano costruiti con synth e l'effetto talvolta risulta un po' marcato. Ad ogni modo, nel complesso bisogna riconoscere la validità e l'originalità delle composizioni dei Powerful Systm, che si presentano bene con questo EP di debutto, perciò meritano intanto di avere la propria chance, in attesa di eventuali produzioni future.

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Opinione inserita da Virgilio    26 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2022
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"Pagans Rising" è il titolo del secondo album degli svedesi Hexed, un concept riguardante la caccia alle streghe divampata in Svezia verso la fine del XVII secolo. Lo stile del gruppo si caratterizza per un Metal sinfonico in cui spicca la voce potente della cantante Tina Gunnarsson, accompagnata però anche da growl vocals maschili. I brani sono comunque tendenzialmente abbastanza melodici, per quanto permeati da un mood piuttosto dark, che si adatta bene alle tematiche trattate, con riff decisi e un buon lavoro chitarristico, sia come lead guitars che con begli assoli. Di tanto in tanto emerge anche il lato più sinfonico della band, come nel caso di "Symphony Of Tragedy", più magniloquente e con azzeccati cori nel finale, oppure sonorità un po' più moderne, come per "Blasphemy", dove peraltro ci sono anche voci maschili in pulito. Proprio le tracce citate, insieme a "Stigma Diaboli", "Repentance" e alla title-track, sono tra gli highlight del disco, ma un po' tutta la tracklist presenta mediamente un buon songwriting (solo qualche pezzo non ci ha convinto particolarmente, tipo "Resurrection") e, tutto sommato, pur non brillando per originalità, la band, come sopra specificato, è riuscita a definire un proprio sound mescolando diversi elementi in modo da creare un sound abbastanza personale, caratterizzato da un buon lavoro sia a livello vocale (specialmente per le ottime performance della cantante), che strumentale. Diciamo che "Pagans Rising" non è un disco imprescindibile, ma può rappresentare senz'altro un ascolto gradevole e merita di avere la sua chance.

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Opinione inserita da Virgilio    05 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 05 Ottobre, 2022
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Ottavo full-length per i Dynazty, intitolato "Final Advent", con il quale la band svedese conferma le ottime qualità dimostrate nel corso della propria carriera, soprattutto con gli ultimi dischi, con i quali si sono orientati sempre più verso un Metal melodico, con sonorità moderne e bombastiche. L'album prosegue dunque in questa direzione, per certi versi con qualche elemento stilistico simile ai connazionali Amaranthe, nei quali peraltro canta pure il vocalist Nils Molin, seppur con un approccio in questo caso un po' più vicino al Power melodico. "Final Advent" è comunque caratterizzato da un massiccio uso di tastiere e synth, ma anche di voci e cori, ai quali contribuiscono un po' tutti i membri della band. Le canzoni sono molto dirette e con refrain catchy, in grado di risultare accattivanti e di far presa sull'ascoltatore sin dai primissimi ascolti, benché, per contro, inevitabilmente capiti di tanto in tanto di avere la classica sensazione del "già sentito". Molto bella l'opener "Power Of Will", che rappresenta subito un ottimo biglietto da visita di quello che propone la band con le successive canzoni, tra le quali si mettono in evidenza ad esempio tracce come "Advent", "Instinct" e "Natural Born Killer". Tra gli altri brani, menzioniamo "Yours", più soft e melodica ma molto intensa, mentre emerge il loro aspetto più orchestrale e magniloquente con "Achilles Heel". Particolare il fatto poi che "The White" completi una trilogia, iniziata nei precedenti album con "The Grey" (in "Firesign") e "The Black" (in "The Dark Delight"). I Dynazty centrano dunque ancora una volta il colpo, con un disco dove magari non sperimentano granché, preferendo tutto sommato muoversi su schemi e soluzioni abbastanza consolidate, senza uscire dalle proprie zone di comfort, ma bisogna riconoscere come le canzoni siano molto valide e i risultati apprezzabili.

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Opinione inserita da Virgilio    27 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Settembre, 2022
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I Crippled Black Phoenix tornano con un nuovo studio album intitolato "Banefyre", che segue "Ellengaest" del 2020. Se con quest'ultimo seguiva un periodo in cui la line up aveva subito diversi stravolgimenti, al punto che, anche per ovviare a questa situazione, il leader e fondatore Justin Greaves si era avvalso di diversi guest, con questo nuovo lavoro la formazione si è invece stabilizzata, con l'affiancamento accanto a Belinda Kordic di una voce maschile, quella dello svedese Joel Segerstedt; confermati inoltre Andy Taylor alla chitarra e Helen Stanley (piano, tastiere e tromba), più altri musicisti che suoneranno con la band dal vivo.
Tornando al disco, si tratta di un lavoro davvero ricco di contenuti: parliamo infatti di un doppio album, per una durata di circa novantasette minuti. Un'opera dunque davvero monumentale, nella quale Greaves e compagni hanno avuto modo di sbizzarrirsi e di realizzare tante tracce, ciascuna con le proprie peculiarità. La cornice di fondo dell'album è costituita dall'idea di soffermarsi su quelli che sono considerati, in diversi modi e per vari motivi, i "diversi" e che per tale ragione vengono isolati o addirittura perseguitati. Non a caso, dunque, l'album si apre con un vero e proprio discorso, "Incantation For The Different", scritto dall'artista e autore americano Shane Bugbee, al quale seguono "Wyches And Basterdz", che rievoca la caccia alle streghe, e le nenie lamentose di "Ghostland". Dopo un paio di brani pur validi, come la rockeggiante "The Reckoning" (che un po' ci ha fatto pensare ai The Cure meno commerciali) e la suadente "Bonefire", la tracklist comincia però a salire realmente di spessore con "Rose Of Jericho", una delle quattro tracce di oltre dieci minuti di durata. Si tratta di un pezzo che rende senz'altro l'idea di quanto possa essere ricco di elementi il sound dei Crippled Black Phoenix: oltre infatti alla varietà espressiva offerta dalle due voci (ma talvolta anche di veri e propri cori) e all'utilizzo di vari strumenti e timbri, la band riesce a creare un mood atmosferico di grande intensità emotiva, che spesso assume dei contorni dark e oscuri, ma che riesce ad accogliere anche energia positiva, al punto da risultare persino arioso in alcuni brani, come nel finale della bellissima "Down The Rabbit Hole" o di "The Pilgrim". La band riesce dunque a passare in rassegna diverse emozioni, da inserti molto minimalisti a esplosioni di puro Rock, tra suggestioni psichedeliche e momenti più introspettivi: ogni brano è un autentico svilupparsi di tutte queste anime, che creano un contesto pronto ad avvolgere l'ascoltatore, a patto che questo abbia voglia di farsi coinvolgere, assecondando con calma e senza fretta le trame sonore costruite dal gruppo inglese. In qualche caso, bisogna anche riconoscere come la band sembri farsi prendere un po' troppo la mano: se a tratti annoia una traccia come "Blackout77", non ci ha particolarmente convinti "The Scene Is A False Prophet": a parte il fatto curioso che nella sua parte iniziale sembra quasi fare il verso alla "Silence" di Simon & Garfunkel (la parola "silence" viene però sostituita da "Punk Rock"), probabilmente qui la band esagera spingendo la traccia fin oltre i quindici minuti in maniera un po' forzata. La conclusiva "No Regrets", invece, alquanto diversa dal resto della tracklist, è una sorta di bonus track, dato che il brano verrà incluso in un differente progetto di Greaves con la Kordic.
A conti fatti, "Banefyre" è un lavoro interessante per tanti aspetti e con il quale la band rilancia con forza tutte le proprie specificità e la propria voglia di essere "differente", proprio come quello che è il tema di fondo dell'album, con risultati apprezzabili.

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