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Opinione inserita da Virgilio    22 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2022
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I Tungsten, progetto formato da Anders Johansson (ex-Hammerfall, Malmsteen's Rising Force e tanti altri) e dai figli Karl e Nick, insieme al cantante Mike Andersson (ex-Cloudscape), giungono al loro terzo full-length, intitolato "Bliss". L'opener "In The Center", una traccia di Metal melodico con tanti synth nella parte iniziale e il cantato estremo nel bridge, è già abbastanza indicativa di come la band svedese cerchi di mescolare diversi elementi nel proprio sound. Scorrendo la tracklist, tuttavia, ci si può rendere conto di come, in realtà, lo si ribadisce, nonostante si tratti del loro terzo album, questa sia piuttosto eterogenea e i fratelli Johannsson, principali autori del disco, sembrino fare un po' fatica ad amalgamare i diversi elementi del proprio sound. Ritroviamo così pezzi di puro Power, accanto ad altri più moderni, con tanti synth e tastiere, con passaggi quasi dal sapore Industrial, oppure diversi brani Folk, talvolta dalle atmosfere piratesche, come nel caso di "On The Sea". I ritornelli, in generale, sono molto melodici e in alcuni brani ritroviamo anche diversi cori; molto buona a livello vocale la prova di Andersson, mentre alcune parti con il cantato estremo da parte di Karl non sono per contro particolarmente convincenti, oltre ad essere a nostro parere talvolta anche un po' forzate rispetto al contesto del brano. In linea di massima, comunque, le tracce sono molto dirette e orecchiabili sin dai primi ascolti: solo nel caso di "Northern Lights" la band si cimenta con un pezzo meno immediato, anche se poi di fatto finisce per indugiare alquanto sul tema principale, ripetuto con vari strumenti. Particolare la scelta di utilizzare nella title-track, senz'altro una delle tracce più oscure e pesanti del disco, diverse frasi e parole in varie lingue, tra cui alcune anche in italiano (benché poi in realtà, in generale, la pronuncia lasci alquanto a desiderare). Diciamo che questo "Bliss", in effetti, include diversi brani che non sono niente male e che tutto sommato riescono a risultare facilmente accattivanti, grazie anche alla loro struttura semplice e ad un buon gusto per la melodia; è però altrettanto innegabile come la loro eterogeneità non convinca nell'insieme, ascoltando l'album nella sua interezza. Considerando che non si tratta più di un debutto, ci saremmo aspettati un passo in avanti a livello stilistico, che al momento invece non sembra intravedersi. Se, dunque, da una parte, i fratelli Johannsson confermano delle buone qualità a livello compositivo, d'altro canto dimostrano ancora alcune acerbità, che emergono anche da alcune scelte in sede di produzione, curata dallo stesso Nick. Insomma, i Tungsten sono una buona band, ma ci sono certamente margini di crescita su cui sarà importante lavorare.

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Opinione inserita da Virgilio    26 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Agosto, 2022
Top 10 opinionisti  -  

I Grave Digger con "Symbol Of Eternity" ritornano su tematiche medievali ed in particolare sulle Crociate e sui Templari, come già fatto in passato con l'album "Knights Of The Cross". Nulla dunque di particolarmente nuovo o innovativo, per un disco in cui Chris Boltendahl e compagni si muovono su territori ben noti e su schemi già ben consolidati. Al di là della solita breve intro strumentale, l'album parte bene con due tracce veloci e potenti, caratterizzate da ritornelli melodici con cori maestosi, ovvero "Battle Cry" e "Hell Is My Purgatory". Il resto della tracklist alterna tracce tendenzialmente un po' più lente e cadenzate con altri pezzi più tirati, pur sempre comunque con la presenza di cori imponenti nei refrains, anche se, a dire il vero, talvolta viene introdotto qualche elemento diverso, come nel caso della title-track stessa, che ha un inizio particolare con una bella parte arpeggiata, o come "Saladin", che è invece un'altra breve strumentale. Oltre ai brani citati, tra gli episodi migliori potremmo menzionare "King Of The Kings", "Sky Of Swords" ed un ottimo mid-tempo come "Grace Of God". La vera sorpresa è rappresentata però dalla conclusiva "Hellas Hellas", cover del cantante ellenico Vasilis Papakonstantinou, in cui Boltendahl si cimenta a cantare per la prima volta in greco. In conclusione, i Grave Digger realizzano un album molto nella media, a tratti anche un po' ripetitivo e che non riteniamo di poter annoverare tra i migliori della loro discografia. Tutto sommato, comunque, si tratta di un disco in cui il songwriting non particolarmente originale viene compensato da tanta esperienza e da un preciso trademark che Boltendahl sa ormai come imprimere alle proprie opere. Un lavoro dunque magari non imprescindibile, ma che può rappresentare un piacevole ascolto per chi ama la band tedesca ed il Power Metal in generale.

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Opinione inserita da Virgilio    19 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Agosto, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Quinto full-length per i Majesty of Revival, band fondata nel 2009 da Dimitriy Pavlovskiy e che ritorna in quest'occasione con una line-up quasi completamente rinnovata. La formazione ucraina ha lavorato al disco in piena pandemia, ma ovviamente sono scaturite poi difficoltà forse anche maggiori a causa dell'invasione russa del loro Paese. Ad ogni modo, questo "Pinnacle" si rivela come un disco piuttosto atipico: la band ci aveva già abituati alla proposta di lavori alquanto vari, ma in questo caso sembrano proprio convivere diverse anime e diversi stili tra le varie canzoni, al punto che in certi casi si fa quasi fatica a credere che si tratti dello stesso gruppo. Peraltro, quasi tutti i brani sono già stati pubblicati come singoli e si riscontra una tale disomogeneità da indurci a pensare a "Pinnacle" come una sorta di raccolta di canzoni nate in maniera spontanea e quasi casuale piuttosto che di un vero e proprio album. Si possono ritrovare così tracce di Prog tecnico, a tratti anche piuttosto aggressive, con alternanza di cantato in pulito ed estremo come "Open", "Citylights" e "Things Are Not What They Seem"; altre sono ballate dalle tinte orchestrali, come "At All Cost" (con inserti di violino) e "Overcome?"; alcuni brani sono invece grintosi ma tendenzialmente più melodici, come nel caso di "Guardians" e di "Mindcrime", anzi in quest'ultima spicca la presenza come guest di David Readman (Pink Cream 69, Adagio). Un altro gruppo di canzoni denota invece un approccio più fantasioso e orientato alle contaminazioni con altri generi: ad esempio, in "You Have A Message (Welcome To Gulag)" ci sono passaggi Funky o venature Metalcore e Industrial, per poi proseguire con la gotica "Rebellion"; un avvio Funky/Reggae caratterizza invece "Dig Me Up", sottotitolata "Bury Me Part II", come ideale prosecuzione dell'ultimo brano dell'album precedente; ancora, in "Fool" ci sono bellissimi cori e inserti di trombe, che rendono il brano molto particolare e originale. Discorso a parte merita "Stone", in cui la band si riserva uno spazio per una traccia di raffinato Prog Metal, con svariati e continui cambi tematici e di tempo. Insomma, "Pinnacle" è un disco caratterizzato da brani così diversi da poter risultare spiazzante e difficile da apprezzare nella sua interezza, mentre se dovessimo prendere i brani singolarmente non si può negare come questi risultino parecchio interessanti e ben concepiti. Non è chiaro se una tale eterogeneità derivi magari dall'apporto dei nuovi membri (ciascuno con il suo background) o se corrisponda alla decisione di un cambio stilistico in corso d'opera. Il nostro giudizio complessivo resta comunque positivo, ma va anche detto che, stavolta, a differenza magari di altri album della band ucraina, la grande varietà che caratterizza questo lavoro in effetti rischia di essere un po' difficile da digerire.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Nato come progetto del cantante Mattia Martin nel 2019, i Nova Luna nel corso del tempo sono diventati una band vera e propria con il coinvolgimento dapprima di Alessandro Piputto (batteria) e Davide Martina (chitarra) e poi, già con le registrazioni dell'album in corso, anche di Nicola Lardo (basso) e Valerio Simonini (tastiere). Il disco, intitolato "Nova Vita", include peraltro una serie di ospiti illustri, dato che può annoverare la presenza di Reb Beach, Michele Luppi, Marco Minnemann e Mistheria. Il gruppo si dichiara influenzato dal Progressive Metal (Dream Theater e Symphony X) ma anche da certo Hard Rock ottantiano, oltre che dalla cultura e dalla musica giapponese (quest'ultima fonte d'ispirazione soprattutto per brani incentrati su anime e videogame). In realtà, parliamo fondamentalmente di un tipico Metal melodico, in cui c'è magari qualche piccola venatura Prog, che però non ha certamente un carattere preminente. Piuttosto, la band ci ha fatto pensare in alcune occasioni a una band come i Mr.Big, per la sua capacità di essere tecnica ma allo stesso tempo molto diretta, partendo da un Metal melodico, in grado però di accogliere diverse influenze (peraltro, il cantante ha in comune con il singer dei Mr.Big anche il cognome). Per la vicinanza alla cultura giapponese e per le varie ballate pianistiche presenti, invece, i Nova Luna ci hanno fatto pensare un po' anche agli Skylark, ma al di là di quelli che possano essere gli accostamenti, la band propone un disco molto fresco e gradevole, dove si mette in evidenza la voce bella e pulita di Mattia Martin. Nel disco ritroviamo dunque tracce vivaci e trascinanti, come ad esempio l'opener "Addicted To Myself", "Over Machines", "Save You (This Time)" (senza dubbio il brano più Prog Metal) o "Without Sorrow", ma sono diversi anche i pezzi più delicati e soft come "World Of Truth" (proposto in doppia versione), "Black Stained Sun" e "Cause Of My Poetry", o brani dai refrain davvero accattivanti come "Lost In The Sky" e "Morning Stars". In conclusione, "Nova Vita" è un disco abbastanza vario, per quanto la band possieda già un proprio stile ben definito e rappresenta senz'altro un buon debutto, che ci fa guardare a questo gruppo friulano con interesse.

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Opinione inserita da Virgilio    08 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2022
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I Fortis Ventus si formano nel 2015 ma, dopo un EP di debutto, a causa soprattutto di divergenze artistiche, la band si spacca, tanto che restano nel gruppo solo il tastierista George Halliwell e la cantante Nancy Mos. La line up viene completata a quel punto con l'innesto del chitarrista Gregory Koilakos e iniziano i lavori per il primo full-length. Per questo primo album dei Fortis Ventus è stato scelto il titolo di "Vertalia": si tratta di un concept fantascientifico e il nome è quello di un immaginario pianeta, da cui proviene il protagonista della storia. Lo stile della band è un Metal sinfonico, dove si erge sicuramente protagonista la voce della cantante Nancy Mos (che in alcuni passaggi opta anche per un cantato operistico), ma con un approccio generale alquanto "cinematico", al punto che le orchestrazioni talvolta finiscono per prendere un po' il sopravvento rispetto agli altri strumenti, come avviene ad esempio già per buona parte nel brano di apertura, "Between Love And War" o in "Unveiling Path", una traccia di oltre dieci minuti di durata. Anzi, in un certo qual modo, si riscontra la tendenza da parte della band ad inserire lunghi intermezzi atmosferici o orchestrali che spesso finiscono per spezzare il ritmo del brano, oltre ad alcune strumentali vere e proprie che invece fungono da preludio, quali "Living Thorns" e "Door To Unknown". Nelle parti più propriamente Metal, il gruppo ellenico si inserisce su schemi abbastanza consolidati nel genere, senza particolari invenzioni. In un paio di tracce, si ritrovano anche voci maschili: così nella già citata "Beetween Love And War", dove la Mos duetta con Dee Theodorou dei connazionali Illusory o in "Reflection Of Myself", dove lo stesso Halliwell si dedica alle seconde voci, affiancando la cantante. Ad ogni modo, quest'ultima si rivela abbastanza convincente nelle sue performance, spesso alquanto teatrali: apprezzabile, ad esempio, in "Cave Of Glass", "My Death Is My Devotion" o in "Gothecia", brani che possiamo annoverare tra gli highlight del disco. Diciamo che i Fortis Ventus dimostrano un buon potenziale, ma non si ravvisa ancora un equilibrio ottimale tra i vari elementi che animano il loro stile, per cui ci aspettiamo qualche progresso in tal senso per i prossimi lavori.

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Opinione inserita da Virgilio    28 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 2022
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The Chronomaster Project è un progetto che nasce in ambito musicale ma, stando alle intenzioni degli autori, dovrebbe avere un seguito anche in ambito ludico con giochi di ruolo e videogiochi. Ci approcciamo al disco con un certo interesse, dato che viene presentato come una Metal Opera, con ambientazione fantascientifica e con la presenza di ospiti di una certa caratura, tra cui citiamo ad esempio Mark Boals, Amanda Somerville, Chris Boltendahl, Snowy Shaw e Marcela Bovio. Riscontriamo subito, tuttavia, che nel promo che ci è stato messo a disposizione mancano stranamente tre tracce: si tratta di "The Invaders’ Chronicle" Part 1 e 2 e di una ghost track. Pazienza, ma ancora peggio, seguendo la storia, ci rendiamo conto che, dietro la facciata dell'ambientazione fantascientifica, si nasconde in realtà il pretesto di fare del semplice anticlericalismo senza mezzi termini, unito ad allusioni politiche che sanno tanto di populistico. Da appassionati di fantascienza, questo è a nostro avviso il modo peggiore per inserirsi in questo genere, anche perché di fatto l'elemento fantastico (o meglio, fantascientifico) qui viene utilizzato solo per mascherare (peraltro in questo caso in modo grossolano) avversioni politiche o religiose, finendo per soffocarlo e relegarlo totalmente in secondo piano. Dal punto di vista prettamente musicale, le cose non vanno molto meglio: la musica, infatti, ingabbiata dalla storia del concept, finisce per dover seguire i testi senza grande libertà di movimento, né si può dire che le linee melodiche riescano a trovare grandi soluzioni per migliorare la situazione. Insomma, quello che viene proposto, doveva essere nelle intenzioni probabilmente un Metal melodico con elementi Prog, ma proprio le melodie sono uno dei punti deboli nella maggior parte dei brani a causa, talvolta, anche di testi che non aiutano particolarmente in quanto a musicalità; neppure si può dire che ci siano grandi soluzioni Progressive, anzi spesso, si ha la sensazione che tutto suoni alquanto scontato e prevedibile. In generale, riscontriamo la presenza di alcune tracce tutto sommato decenti, come "Generation Clash" o "Nothing Left To Lose", accanto ad altre in verità piuttosto deludenti, né riteniamo che quei brani che non abbiamo potuto ascoltare avrebbero potuto alzare più di tanto il livello. Peccato, le premesse c'erano tutte per un disco interessante, ma alla fine non possiamo che considerare "The Android Messiah" una bella occasione, tuttavia decisamente sprecata.

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Opinione inserita da Virgilio    12 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 2022
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I Visions Of Atlantis, come si ricorderà, avevano iniziato un nuovo corso della loro storia con una line-up in buona parte rinnovata a partire dall'album "The Deep & The Dark" del 2018, per poi giungere con il successivo "Wanderers" alla formazione attuale, in seguito all'ingresso in formazione di Michele Guaitoli. Dopo il bel live "A Symphonic Journey To Remember", arriva adesso l'ottavo studio album, per il quale la band si ripropone in versione corsara, con un disco tematico tutto dedicato ai pirati. Il lavoro prosegue sulla scia appunto di "Wanderers", proponendo un Metal dai tratti sinfonici, dove i brani sono costruiti attorno al duo vocale composto da Michele e dalla cantante storica Clémentine Delauney. L'unione tra le loro vocalità è ancora più in sintonia e ben calibrata, alla ricerca di suoni eleganti e diretti, moderni ma anche un po' teatrali, talvolta con qualche incursione da parte della Delauney nel cantato lirico. La tracklist cerca peraltro di essere anche alquanto varia, per cui possiamo notare la presenza di tracce Power Metal ("Pirates Will Return", "Mercy"), altre ricche di cori e orchestrazioni ("Master The Hurricane", "Legions Of The Seas", "In My World"), canzoni di puro Metal melodico ("Melancholy Angel") e autentiche ballate ("Freedom" e "Heal The Scars", quest'ultima interamente interpretata da Clémentine), ma anche qualche traccia un po' più Dark come "Darkness Inside" (che un po' ci ha fatto pensare a qualcosa della Dark Wave ottantiana). Da evidenziare, inoltre, la presenza di una certa vena Folk, enfatizzata, in vari brani, dai flauti e dalle cornamuse, curati da Ben Metzner dei Feuerschwanz. Certo, in fin dei conti, non si può dire che i Visions Of Atlantis propongano nulla di particolarmente innovativo e sono forti le influenze di tante band, tra cui potremmo citare, ad esempio, Nightwish, Within Temptation o Kamelot. I punti di forza di "Pirates", tuttavia, oltre al grande feeling tra le voci dei due cantanti a cui abbiamo in precedenza accennato, sono rappresentati da un'ottima cura per cori e orchestrazioni e da uno squisito gusto per le melodie, tale da rendere ogni canzone subito trascinante e diretta sin dai primissimi ascolti. L'ottimo lavoro di produzione, peraltro, è stato completato dal mixaggio e dal mastering a cura di Jacob Hansen, assoluta garanzia di qualità. Buon disco, dunque, che conferma come il rinnovato affiatamento e la passione dimostrati da questa line-up, stiano effettivamente ripagando con dei risultati davvero apprezzabili.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 10 Mag, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Sono trascorsi ben cinque anni dalla pubblicazione di "Der Rote Reiter", ultimo full-length (se si esclude la parentesi di un disco di jam session come "The Divine Horseman") e anche uno dei lavori di maggior successo dei Die Apokalyptischen Reiter (addirittura entrato nella Top 10 dei dischi più venduti in patria). Il nuovo album, intitolato "Wilde Kinder", ci presenta come di consueto una band con il suo trademark in grado di cavalcare ed inglobare diversi stili. Il cantato (talvolta in chiaro, talvolta in extreme) di Fuchs è sempre particolare, con la sua voce roca e gutturale e le sue interpretazioni ai limiti del teatrale, ben assistito dalle chitarre taglienti di Ady; si riscontra, inoltre, anche una presenza un po' più importante di programming ed effetti sonori: peraltro, a tal riguardo, si nota come il tastierista Dr. Pest, pur collaborando in alcuni brani, non sia più un membro ufficiale della line-up. Le canzoni sono aggressive, ma sappiamo che la band tedesca non disdegna le melodie e così non mancano refrain alquanto accattivanti come nel caso di "Alles Ist gut" o "Nur Frohen Mutes"; "Leinen Los", poi, è praticamente una ballata, ma anche "Blau" è un pezzo più leggero, per quanto comunque alquanto vivace e con begli inserti di violino. Particolare "Euer Gott Ist der Tod", con le sue atmosfere gotiche, accentuate da organi da chiesa, venature black e voci femminili. In generale, Die Apokalyptischen Reiter sono comunque bravi a mescolare vari generi metal creando un mix efficace, inserendo, tra potenza e melodie, passaggi che esaltano un certo mood atmosferico, così come ritmi veloci di grande intensità o parti delicate seguite da altre aggressive e irruente: insomma, ogni traccia è una piccola storia a sé, che la band riesce a far illuminare di luce propria, grazie alla propria versatilità e all'intensità delle proprie performance. Va detto che dopo cinque anni ci saremmo forse aspettati pure qualcosa di più particolare, ma tutto sommato va bene così, perché "Wilde Kinder" è un buon disco, nel quale la band ha saputo imprimere tutte le caratteristiche del suo stile e il proprio marchio di fabbrica.

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Opinione inserita da Virgilio    03 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2022
Top 10 opinionisti  -  

"Parallel Minds" è il titolo di uno storico album dei Conception, ma è anche il moniker scelto da questa band francese che con "Echoes from Afar" giunge al suo terzo full-length. Ascoltando il disco, sicuramente possiamo notare come siano forti le influenze di act come Dream Theater, Symphony X e Pain of Salvation, ma, come di consueto, il gruppo transalpino ha riempito il lavoro di tanti spunti e tante idee, che si concretizzano in una serie di brani alquanto complessi e molto articolati. Nella tracklist troviamo così, ad esempio, alcune tracce con venature Djent/Metalcore ("No Fate" e "Monkey on My Back"), altre che si avvicinano più al Power ("Angel's Battle", "Our Last Resort"), un paio di ballate che si sviluppano in crescendo ("Stay", "The Hiding Place"), ma soprattutto spiccano due bellissime suite di classico Prog Metal, "Feel the Force" e "The Greater Gift", ricche di orchestrazioni e con continui cambi tematici. In particolare quest'ultima, nella quale sono presenti anche suggestive voci femminili, rappresenta davvero la summa di tutti gli elementi che compongono il complesso stile dei Parallel Minds. L'album dovrebbe essere stato pensato, se non andiamo errati, come una sorta di concept fantascientifico, anche perché ci sono alcuni temi che ogni tanto ricorrono tra un brano e l'altro: la band ha saputo comunque creare delle tracce di elevato spessore, non solo dal punto di vista tecnico ed esecutivo, ma anche per la capacità di trasmettere emozioni, in un continuo alternarsi di aggressività, potenza e passaggi più delicati e introspettivi, per non parlare dei suggestivi assoli di Grégory Giraudo. Peraltro, spesso i brani vengono arricchiti da uno spettro timbrico assai vario, con inserti di archi, arpe (alla fine di "Feel the Force") o fisarmoniche ("Monkey on My Back") e una certa versatilità anche a livello vocale. Un disco dunque notevole, che conferma senz'altro le ottime qualità di questa band da seguire con sincero interesse.

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Opinione inserita da Virgilio    21 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2022
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La pubblicazione dell'album "Road to Perdition" (anticipato dall'EP "Rise Again", comprendente circa metà della tracklist) rappresenta di fatto l'inizio di una seconda vita per i Keops, formazione croata, che aveva pubblicato un paio di album tra il 2012 e il 2015. Questo loro ritorno ci presenta una line up fortemente rinnovata, dato che di quel periodo resta il solo chitarrista Bruno Mičetić e soprattutto c'è il passaggio anche linguistico dal croato all'inglese. Inevitabili sono anche significative differenze a livello stilistico, perché il gruppo oggi propone un sound che sta a metà tra un Heavy classico (Iron Maiden, Savatage) e un approccio che di tanto in tanto apre a sonorità più Alternative/Groove Metal, influenzato da act come Alter Bridge, Bullet For My Valentine, System of a Down, ecc. Questa formula potrebbe anche funzionare, anche se va pure ammesso che queste contaminazioni, a conti fatti, rischiano di scontentare un po' tutti, facendo storcere la bocca a chi preferisce un genere all'altro. I brani sono comunque alquanto veloci e dinamici, ma la band si cimenta in qualche frangente anche in intro o intermezzi più atmosferici con chitarre acustiche arpeggiate. Notevole la prestazione del cantante Zvonimir Špacapan, dotato di un range che copre più di tre ottave, con una voce alquanto versatile, davvero efficace e convincente nelle sue performance. Tra gli highlight del disco segnaliamo senz'altro le prime tracce, in particolare "Keops" (traccia il cui titolo è evidentemente ispirato al moniker del gruppo), che presenta anche belle sfumature Progressive e sonorità mediorientali, l'aggressiva "Unconscious Mind" e la magniloquente title-track, ma anche la conclusiva "Cause of You". Buon disco per quanto, per le potenzialità dimostrate dalla band, in generale, poteva pure essere lecito aspettarsi qualcosa in più.

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