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Opinione scritta da mario

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Opinione inserita da mario    27 Ottobre, 2014
Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 2014
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Che bel pugno in pancia!
I death metallers nostrani Warmblood, sotto la Punishment 18 Records, con questo terzo disco, pubblicato in dodici anni di attività, si sono confermati una delle band più interessanti del panorama underground italiano. "God of Zombies" non viene di certo a offrirci novità, ma tante, tante mazzate di pura qualità. E lo si può intuire dando un'occhiata all'orribilante artwork che gli Warmblood non sono certo una band che vuole scherzare con la propria musica, caratteristica questa di ogni death metal band degna di rispetto. Una scaletta di brani davvero devastante, che nella sua classicità risulta davvero fantastica.

Si tratta di un technical death metal tanto classico, quanto trascinante ed ispirato, con delle canzoni davvero spaccacollo e senza punti deboli. Il lavoro dei due chitarristi Giancarlo Capra e Davide Mazzoletti è davvero distruttivo, mai banale o scontato, sempre vario e eleborato. Anche da sottolineare degli assoli decisamente grandiosi, messi perfettamente nelle tracce. Anche il drumming di Elena Carnevali è ottimo, potente, rapido e vario. Ho apprezzato molto anche il growl di Giancarlo Capra, che mi ha ricordato parecchio quello di Frank Mullen dei leggendari Suffocation. Le varie influenze da band come Suffocation e Death si sentono, ma non fanno altro che migliorare il risultato: lo dimostrano canzoni come Unfaithful Celebrant, forse la mia preferita di tutto il lavoro, oppure Post Mortem Transfiguration, che, oltre ad avere una grandiosa sezione ritmica, coinvolgono molto l'ascoltatore, con un risultato che è decisamente più che positivo.

L'unico appunto che ho da fare sono un paio di brani che ho trovato un po' sottotono, tra i quali stranamente la title-track che di solito in un album è spesso la canzone più significativa; nulla di grave comunque, perchè il resto sono tutte ottime composizioni, di un gruppo maturo che avevo decisamente sbagliato ad ignorare in passato ed ora sono sicuro che andrò ad ascoltarmi i due precedenti dischi, rispettivamente intitolati "Necrocosmos Destination" e "Timor Mortis".

Insomma, "God Of Zombies" non è perfetto, come ho gia detto ha un paio di brani non eccelsi, ma è un gran bel disco, probabilmente tra i migliori nell'ambito death metal di quest'anno. Dato che, come detto, non ho ascoltato i due precedenti lavori del gruppo, non posso affermare che questo sia il loro migliore, ma sono sicuro che possa eguagliarne e, forse, anche superarne la bellezza. L'ascolto è decisamente consigliato, quindi affrettatevi ad ascoltarlo e/o procurarvelo; ne vale davvero la pena!

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Opinione inserita da mario    13 Ottobre, 2014
Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre, 2014
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I metallers francesi Desdinova, dopo ben cinque anni dalla creazione, arrivano quest'anno con la pubblicazione del debutto, che porta il nome di "Defying Gravity". Quello che viene offerto da questa release, è un misto tra thrash metal, progressive ed influenze heavy metal, con il gruppo che ha dimostrato di saper suonar più che bene questa formula, proponendo una decina di brani di buona fattura. La copertina dell'album non serve altro che a dimostrare ciò che la band ama: lo sci-fi. Questo è l'argomento su cui i Desdinova scrivono i testi. Ed oltre ai temi interessanti, quest'album è molto piacevole per quanto riguarda la struttura, senza mai annoiare, essendo sempre ispirato e scorrevole.

Tecnicamente ogni membro del gruppo è preparato; di certo non saranno composizioni articolatissime, ma sono dotate di un'ottima tecnica. E passando da canzoni più potenti, accativanti e veloci, come "The Valley", ci sono però anche tracks più ragionate e coinvolgenti come la quarta "Seven", che è decisamente il punto più alto del disco, oltre ad essere la composizione più lunga. Partendo con un interessante giro di basso, che viene poi seguito da ottimi riffs e melodie più che buone, come detto è decisamente un gran bel pezzo. Un altro bel brano che ha maggiormente catturato la mia attenzione è "The Plan", una song strutturata benissimo e caratterizzata dai dei riffs davvero molto ragionati, pur avendo la loro potenza e velocità. Per quanto riguarda gli altri brani, nessuno spicca: sono tutte delle discrete canzoni, nulla di cui andare matti, ma che non annoiano e non rovinano l'album. La produzione non è eccelsa, ma questo probabilmente è dovuto al fatto che il disco è autoprodotto dalla band stessa. Un unico appunto ho da fare, su un difetto che non ho gradito: la voce; ed oltretutto di nessuno dei due cantanti Guillaume Manier e Laurent Damelincourt (quest'ultimo decisamente si trova più ad agio con la sua chitarra). Ma a parte questo, non c'è un punto debole in "Defying Gravity": solo buone canzoni suonate da buoni musicisti. E si sente che la band ha cercato, a suo modo, di trovare un sound personale, anche se per ora non ci è riuscita, dato che i richiami sono molti, dai Metallica agli Annihilator ai Nevermore, ma si deve anche dire che sono riusciti ad unire più che bene queste influenze.

Siamo arrivati alla conclusione: i Desdinova senza alcun dubbio sono una band giovane che deve ancora migliorarsi, ma questo "Defying Gravity" risulta un buon inizio, che consiglio soprattutto agli amanti del genere, e che ci fa sperare in una maturazione artistica elevata. Il potenziale c'è e si sente, non ci resta che aspettare il secondo episodio di questo gruppo, che ha dimostrato di essere decisamente più interessante di molte realtà che popolano l'underground di oggi.
Insomma, non sarà l'album metal dell'anno, ma se cercate un bel disco per passare del tempo piacevolmente, questo Defying Gravity non vi deluderà.

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Opinione inserita da mario    05 Ottobre, 2014
Ultimo aggiornamento: 05 Ottobre, 2014
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I Vivid Remorse si sono formati nel 2006, pubblicando poi l'anno seguente un demo, "Live In La Nau... Now", e nel 2009 un EP "Welcome To My Stormy Nights", per poi arrivare finalmente
al debutto nel 2010 con "The Seed of Malaise", album non ancora passato sotto le mie orecchie. "Down To The Wire" è il nuovo capitolo della discografia, il secondo disco, uscito nel 2012 sotto la Art Gates Records, ma messoci a disposizione solo di recente. L'album mostra bene tutte le caratteristiche del sound del gruppo: uno speed/thrash fortemente influenzato da Metallica e Slayer, unito al groove di Pantera e Machine Head, e con qualche elemento hardcore sparso qua e là, nonché qualche pizzico di death metal, specialmente per quanto riguarda la voce. Di certo "Down To The Wire" non viene a portare novità nel genere proposto; solo una mazzata sui denti dal primo all'ultimo minuto.

Ascoltando "Down To the Wire" non si percepisce che il gruppo voglia cercare di creare e suonare qualcosa di personale: solo e soltanto riproporre la lezione dei grandi gruppi già citati, e devo dire
che sono riusciti in parte a svolgere il proprio lavoro. E lo dimostrano brani potenti e velocissimi come l'iniziale "Biopiracy (The Seed of My Land)", oppure "Seize The Death", due canzoni abbastanza sufficienti e trascinanti che probabilmente rappresentano la cima del disco. Un altro pezzo davvero niente male è la traccia "Seven Days of Fire", caratterrizzata da buoni riffs, seppur non eccezionali, ma che riescono a rendere il brano piacevole ed abbastanza interessante. Però c'è anche da dire che spesso il guitarwork non è eccellente: si sentono troppi richiami ai grandi nomi, il che non sarebbe un grosso problema, ma se ne sentono davvero troppi. Si tratta dei classici riff del genere, che spesso suonano troppo ammuffiti, prevedibili, molto simili fra loro e, sinceramente, a me hanno annoiato non poco, rendendomi difficile anche ascoltare il lavoro tutto d'un fiato.
Un altro elemento abbastanza fastidioso è la voce "pulita" del singer Joel Repiso, che a mio parere si trova molto più a suo agio nello stile growl.

Insomma, per riassumere il tutto, posso dire che si tratta di un disco a tratti convincente e che riesce a regalare dei buoni momenti, ma che in altri momenti, al contrario, risulta troppo pesante da digerire, per colpa dei difetti precedentemente sottolineati. I Vivid Remorse, che dimostrano di suonare con passione, con questo disco hanno dato una prova onesta, ma che potrà al massimo essere ricordata come un album di mestiere, nulla di più nulla di meno. "Down To The Wire" resta discreto, piacevole, ma speriamo in una maturazione ed in un miglioramento sotto ogni aspetto della band.

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Opinione inserita da mario    19 Settembre, 2014
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2014
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Arrivano dalla Germania i thrashers Nuclear Warfare con il loro nuovo disco, intitolato "Just Fucking Thrash". Gia autori di tre dischi (che non ho avuto la possibilità di ascoltare), la band propone uno speed/thrash ignorante, pesante, ma soprattutto classicissimo. Ed appunto, da un album dal titolo "Just Fucking Thrash", cosa ci si può aspettare?
Di certo non aspettatevi chissà quale novità; lo si può già intuire dando uno sguardo al simpatico artwork della copertina del disco, i Nuclear Warfare vogliono solo e soltanto suonare thrash come gli pare, in modo classico e senza dare spazio a vere melodie.
E forse è questo quello che non convince.

Voglio dire, l'attitudine c'è tutta, si sente benissimo, ma il songwriting è poco fantasioso, limitato alle solite ritmiche potenti e devastanti ma banali, sentite e risentite già da tutti i gruppi storici degli anni '80 (Slayer, Anthrax, Overkill, Exodus per citarne alcuni) e non c'è (quasi) mai un vero momento valido o interessante. C'è però da dire che sanno davvero come fare divertire ed, almeno da questo punto di vista, abbiamo un lato positivo; certo, non voglio stare a dire che solo per questo si debba premiare il lavoro ma, data la mancanza di una qualità assoluta, resta il dato di fatto che i Nuclear Warfare sanno far divertire molto l'ascoltatore. E' proprio per questo che non considero "Just Fucking Thrash" un album totalmente disastroso, anche se obiettivamente comunque non può essere considerato nemmeno decente o discreto.

E va bene, forse ogni tanto si trova anche qualche parte interessante, ad esempio nella quarta canzone Ich Mag Bier, con il suo riff rockeggiante e molto trascinante. Di certo nulla di eccezionale, ma comunque un bel pezzo, confrontato con tutte le altre canzoni.
Per il resto non c'è molto da dire, l'ho gia scritto: i soliti riffs, le solite ritmiche, il solito thrash. Un altro aspetto negativo da sottolineare è la somiglianza di molte delle canzoni presenti nel disco, sia per quanto riguarda le parti di chitarra, come per i ritornelli.

Insomma, non riesco a consigliare questa release, a meno che non vogliate un album divertente, o semplicemente siete dei fans super-accaniti del genere. Di sicuro, sia nel passato, che in questo periodo, uscivano ed escono album nettamente superiori a questo nello specifico settore. Non mi resta altro da dire, se non aggiungere questa considerazione: tocca ai Nuclear Warfare decidere se continuare così, oppure migliorarsi cercando di aggiungere qualcosa di un minimo personale nella propria proposta, magari semplicemente cercando un po' più di ispirazione per evitare di suonare robe già sentite migliaia di volte.

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Opinione inserita da mario    10 Settembre, 2014
Ultimo aggiornamento: 10 Settembre, 2014
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Gli Anger Cell ad una distanza di cinque anni dalla loro formazione, riescono a produrre il primo full-lenght, intitolato "A Fear Formidable", nel 2012, sotto la Inverse Records; disco arrivato nella nostra disponibilità solo di recente. Il quintetto, che prima di questo aveva gia prodotto un demo ("Once With Hate") ed un EP ("Haven For The Forsaken"), propone melodic death metal classico, diciamo basato sui Soilwork dei primi dischi, ma in cui non mancano influenze di heavy metal e qualche elemento thrash nonché, sparsi qua e là, degli elementi moderni. Il sound della band è roccioso, basato su riff molto pesanti e, spesso, cupi. Il che non sarebbe un male, ma allora perchè non mi sento di promuovere questo disco? Per colpa della mancanza di idee e creatività. E' così, perchè gli Anger Cell propongono le solite rimtiche, i soliti giri di chitarra, senza metterci del proprio. Ed è proprio per questo che l'album non mi ha proprio detto nulla.

La scaletta propone 11 brani che, ad un primo ascolto, possono pure sembrare potenti ed interessanti, ma dopo un po' finiscono per annoiare, essendo quasi tutti banali e sottotono e, come ho già detto prima, privi di idee. Un altro particolare non troppo convincente sta nelle parti canore del cantante DC, che risultano un po' troppo monotone, mentre dovrebbero dare la giusta quantità di energia nelle canzoni.

Ci sono davvero poche cose da salvare; forse qualche traccia spicca un po' più delle altre, ma risulta comunque schiacciata da tanta roba mediocre. Un esempio è la seconda "Absolution thru Vengeance" che non sarà nulla di impressionante, ma è comunque una canzone gradevole, che parte con una melodia interessante e poi continua con ritmiche e riff massici ma che, al contrario di molti altri che compongono l'album, risultano abbastanza ispirati. Un'altra song per nulla male è "Skin of my Knees", caratterizzata da buone melodie, ma soprattutto da un ottimo assolo.
Per il resto, c'è davvero poca roba; canzoni come l'iniziale "Worth the Pain" o la settima "Slain" sono davvero piatte, scontate e non mettono in risalto praticamente nulla. Ed è un vero peccato, perchè tutti i componenti del gruppo sanno come suonare il proprio strumento.

E' inutile ribadire che "A Fear Formidable" non mi ha convinto; un album scialbo, povero, che non aggiunge nulla al genere, se non un capitolo non riuscito. Credo però il quintetto possa migliorare in futuro, dato che qualche cosa buona (come ho avuto modo di sottolineare) si può trovare nell'ascolto delle canzoni di questo disco. Speriamo in un miglioramento ma, per adesso, consiglio l'album solo ai puri amanti del genere.

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Opinione inserita da mario    21 Agosto, 2014
Ultimo aggiornamento: 21 Agosto, 2014
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Che questo "Season Of Withering" dei Dead End Finland sia un bel lavoro, non c'è alcun dubbio.
Il quartetto finlandese propne un melodic death metal davvvero buono, non troppo originale, ma sicuramente gradevole. Questo disco è il secondo lavoro dei Dead End finland, uscito verso la fine del 2013 (precisamente ad Ottobre) sotto la "Inverse Records". Prendendo spunto dai vari Children of Bodom, Soilwork e Dark Tranquillity, i Dead End Finland tirano fuori dieci canzoni potenti ed, ovviamente, melodiche che non fanno assolutamente gridare al miracolo, ma si lasciano ascoltare.

L'album praticamente non ha difetti, pur non essendo eccelso. Un particolare molto piacevole, che si nota fin da subito all'ascolto della prima traccia, è la bravura del singer Mikko Virtamen che si trova a suo agio sia a cantare in growl che in modo pulito, anche se a mio parere è decisamente più bravo nello stile growl. In ogni caso, anche per quanto riguarda gli strumenti non c'è che da gioire.
Per quanto il sound non sia originale (anzi è molto classico), le chitarre lavorano benissimo, senza riciclare. A voler andare ad ogni costo a cercare qualche difetto, ogni tanto si può sentire qualche parte non proprio eccelsa; ad esempio il riff della prima canzone, la title track "Season of Withering", non è molto ispirato e risulta un po' scontato; anche nella quarta "Zero Hour" purtroppo vale lo stesso discorso. Un altro piccolo particolare non entusiasmante (o almeno, per come la vedo io) è il fatto che a volte gli elementi di metal moderno si facciano troppo marcati, ed uno come me, che non ama particolarmente queste sonorità, potrà trovare un pochino di difficoltà. In fin dei conti non è nulla di particolarmente grave, anzi chi ama quei suoni avrà un motivo in più per dare un ascolto al disco.

Per il resto, questo "Seasons Of Whitering" è un discreto, ma piacevolissimo, lavoro di metal estremo, che mostra una band in piena forma, in dieci tracce decise e efficaci, come la spaccaossa "Silent Passage" oppure l'ottima "Shape of The Mind", forse quella che più mi ha catturato e interessato dell'intero lavoro.

In conclusione: nel complesso i Dead End Finland hanno dato sicuramente un prova degna di nota e chi era rimasto rapito dal loro debutto (non passato ancora tra le mie mani) non potrà che gioire nell'ascolto di questo "Seasons of Whitering" che, come detto, non è privo di difetti, ma si rivela comunque una proposta più che gradevole.

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Opinione inserita da mario    19 Luglio, 2014
Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 2014
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E dopo la ristampa del loro debutto del 1988 "Self Conditioned, Self Limited", ecco la ristampa del secondo ed ultimo album dei thrashers italiani Deathrage, "Down In The Depth Of Sickness", del 1990, uscito all'epoca per la Metal Master Records. La musica della band non cambiò per nulla, restò sempre un thrash di stampo classico, basato su bands come Slayer, Exodus ed i molto meno famosi Razor. Della formazione cambiò soltanto il cantante, che in questo disco era Alex "Nico" Nicolini, ma per il resto restò esattamente uguale. E dopo il buon debutto, come è proseguita la strada dei Deathrage? Beh, non direi molto bene. Come gia detto, la musica non cambiò affatto, ma ci fu, a mio avviso, una carenza di idee. Il disco precedente, per quanto fosse classico, era bello potente, trascinante e divertente, nonostante la produzione scarsa, che comunque è rimasta pure nell'album in questione. Invece, questo "Down In The Depth Of Sickness" è troppo concetrato sui soliti riff slayeriani, ed a volte le canzoni si fanno davvero troppo monotone per essere godute al meglio, risultando anzi abbastanza noiose.

Il disco è composto da undici tracks (anche se in questa ristampa sono anche presenti 7 bonus tracks prese da un demo del gruppo) che non sono poi così spiacevoli, soprattutto se prese singolarmente, ma soffrono dei diffetti che ho gia sottolineato. C'è però qualche canzone che spicca, qua e là; un esempio è la quarta song "A Price Too high To Pay" che, non sarà nulla di incredibile, ma è comunque un buon pezzo, caratterizzato da buone ritmiche, che di sicurò può essere considerato il migliore di tutto il lavoro.
Sono invece canzoni come la seconda "Nobody Was Here" e "Who Knows" a lasciare quel senso di amaro in bocca, basate su riff scontati e noiosi.
C'è però da sottolineare che è stata davvero una bella idea quella di mettere le bonus tracks, dato che si rivelano decisamente più efficaci di quelle già presenti sul disco. Per esempio, cito l'ottima "When You're Feeling", che mostra la band in forma e piena di idee, con i suoi riff veloci e ritmi di batteria davvero azzeccati. Ma era solo per fare un esempio, dato che, bene o male, tutte le altre bonus-tracks sono belle e piacevoli, con l'eccezione di "Pane, Salame e Maionese", per cui vale lo stesso discorso fatto per la scaletta originale del disco.

L'avventura, per così dire, dei Deathrage finì di lì a poco, chiudendo però con un album che a mio parere è stato abbastanza scialbo, non disastroso, ma comunque non interessante.
La ristampa è consigliata? Beh, non me la sento di dire di sì, ma consiglio a tutti di prendere la ristampa di "Self Conditioned, Self Limited", che a mio parere, è mille volte meglio di questo "Down In The Depth of Sickness".

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Opinione inserita da mario    07 Luglio, 2014
Ultimo aggiornamento: 07 Luglio, 2014
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Secondo album per i thrashers tedeschi Dust Bolt, dal titolo "Awake The Riot", dopo soltanto un paio di anni dal debutto "Violent Demolition", che offriva una proposta fresca di thrash metal bello potente, pur avendo una produzione non eccelsa. Di certo non era un disco miracoloso, ma molto, molto gradevole da ascoltare. In questa nuova release il gruppo non ha cambiato il proprio stile per nulla, c'è da dire però che è la qualità ad essersi abbassata; il debutto era vario e trascinante, molto divertente e si lasciava tranquillamente ascoltare per passare bene il tempo. E, di sicuro, durante i concerti, avrà causato grandi stragi.
Invece questo "Awake The Riot" è un album che segue troppo i soliti canoni, con le solite ritmiche ammuffite e che sanno di (troppo) vecchio. Non voglio dire che il precedente fosse un album originale e rivoluzionario, anzi, anche lì il riffing non è che fosse così innovativo, ma qui si raschia il limite!
Però, fortunatamente, non è tutto da buttare. Ci sono dei buoni spunti, anche se sono sommersi da tanta altra roba mediocre. Un esempio è la sesta canzone, "Living A Lie" che, anche se parte con un riff decisamente scontato, migliora altamente grazie a dei buoni riffs e melodie. Un'altra buona song è l'iniziale "Living Hell", la quale, anche se a mio parere è un po' lunga, risulta buona e non ha nulla che non vada, mostrando di essere decisamente tra i punti più alti dell'album. Di buono c'è anche da evidenziare la cover finale di "Future Shock" degli storici thrashers anni '80 Evil Dead.

Un'altra cosa da sottolineare è la monotonia e lunghezza di alcune canzoni. Ad esempio, la penultima canzone "The Monotonous - Distant Screamer" è una traccia di una noia disarmante. 7 minuti che sembrano non finire mai, con delle ritmiche banali e quasi fastidiose. C'è però da evidenziare che si può ascoltare un ottimo assolo nel centro del pezzo.

Si tratta, insomma, di un album troppo lungo; a mio parere, se la maggior parte delle songs fossero state più corte, di sicuro sarebbe risultato un lavoro più convincente. Ma purtroppo così non è stato.

"Awake The Riot" non è un album pessimo, come detto ci sono dei buoni spunti, ma nel complesso non è riuscito a convincermi e si tratta di un bel passo indietro rispetto al debutto, che dimostrava come i Dust Bolt fossero superiori a molte bands fotocopia del genere. Fatelo vostro solo se il precedente disco vi ha fatto impazzire ed, ovviamente, non prima di aver dato un ascolto.

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Opinione inserita da mario    02 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 05 Mag, 2014
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Ad un anno spaccato di distanza dal loro ottimo debutto "Fast Loud Death", tornano i thrashers finlandesi Lost Society, con la loro nuova release "Terror Hungry". Nulla è cambiato: thrash potente e veloce, dotato di un'ottima tecnica, con un piglio ironico, i Lost Society sanno suonare la loro musica, seppur non mostrando chissà quale idea geniale.

La qualità del disco è circa la stessa del precedente album, ma forse risulta un po' meno spontaneo ed ispirato; non è comunque un problema, perchè "Terror Hungry" si rivela comunque una buona prova di thrash metal, che mostra ancora come il gruppo sappia divertirsi e far divertire. Si tratta di 13 canzoni della media di tre minuti più o meno tutte allo stesso livello, a parte un'eccezione: "Tyrant Takeover". Si tratta di un ottimo brano caratterizzato da riff trascinanti, ritornelli accattivanti, ma soprattutto dei fantastici assoli. Di sicuro è una delle migliori canzoni scritte dal quartetto. Ancora una volta però, come già evidenziato nella recensione di "Fast Loud Death", un piccolo problema sta nella voce del singer Samy Elbanna, che non è bravo a cantare come a suonare la sua chitarra.

In conclusione, tutto sommato possiamo dire che i Lost Society non hanno deluso le aspettative dei fans, ma comunque non hanno raggiunto la maturazione che molti (io compreso) aspettavano. Resta il fatto che se amate il thrash di vecchio stampo, che puzza di birra e divertimento, questo "Terror Hungry" farà al caso vostro; in caso contrario, potete anche evitare.

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Opinione inserita da mario    05 Aprile, 2014
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2014
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"Che bomba!" sono le uniche due parole che mi sono venute in mente durante tutto l'ascolto di "Mindhood", debutto dei nostrani Ashura, uscito sotto la Earthquake Terror Noise. Il quintetto propone un thrash metal di stampo classico, una specie di unione tra i primissimi lavori di Megadeth e Metallica (Killing is my Business e Kill 'Em All), ma senza andare a riciclare musica già fatta. "Mindhood" ha tutte le caratteristiche che un signor disco del genere dovrebbe avere: riffs assassini e veloci, un basso sempre presente e un drumming martellante.

Il disco è composto da otto canzoni (ma in realtà sette, dato che "Vengeance of Blood" e "Venganza de Sangre" sono la stessa canzone) una migliore dell'altra, senza momenti di calo: solo pura energia distruttiva. Le songs sono tutte dotate un'ottima sezione ritmica e ottimi solos. Difficile scegliere quali siano le migliori ma di sicuro, tra quelle che più ho apprezzato, posso nominare "Vengeance of Blood", l'iniziale "Reap What You Sow" e "Bophal-ToxicViolence". Il momento migliore di tutto il disco si trova però nella song "In God We Dust": si tratta dello splendido assolo di chitarra.

"Mindhood", pur non essendo un capolavoro e non essendo effettivamente originale, è davvero un ottima prova di thrash metal che ogni metallaro dovrebbe ascoltare. Davvero un album imperdibile, probabilmente tra le vette più alte del 2014. Consigliato senza alcun dubbio!

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