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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    18 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2021
#1 recensione  -  

I progster australiani Teramaze tornano a colpire solamente pochi mesi dopo la pubblicazione del loro precedente lavoro, "Sorella Minore" che ha visto la luce ad inizio anno. Questo è il frutto del lavoro compositivo dei mesi precedenti (durante il lockdown) dove la band capitanata dal chitarrista e fondatore Dean Wells si è data da fare scrivendo i brani per ben tre diversi full-length. Con "And the Beauty They Perceive" troviamo un gruppo capace di alternare esplosioni melodiche raffinate, come nella title-track che apre il disco e tra le linee eleganti di “Untide”, a passaggi più Modern Pop/Progressive, vedi le seguenti “Jackie Seth” e “Blood Of Fools” arrivando infine alla decisamente più elaborata suite "Head of the King", che riesce a rapire l'ascoltatore per un epico viaggio di undici minuti tra partiture Progressive ed esplosioni melodiche che ben si sposano con il mood del disco.
In un lavoro dove le parti strumentali trovano poco spazio, sono più le atmosfere e la voce calda ed espressiva di Dean Wells a farla da padrone, ed in questo la band riesce a fare centro anche se forse un paio di episodi più energici all'interno della tracklist avrebbero arricchito e reso più dinamico l'ascolto.
Il nono studio album dei Teramaze punta su melodie catchy e sentimenti decisi, tralasciando tecnica e virtuosismi ed ottenendo un disco, questo "And the Beauty They Perceive", capace di appassionare gli ascoltatori meno sofisticati all'interno del genere.

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

“Rise to the Light” segna il ritorno dei metallers Sceptor, gruppo che nasce dall'intesa americana-tedesca tra i musicisti Torsten "Todde" Lang (chitarre, ex-Ritual Steel, ex-Titan Steele), Bob Mitchells (voce, The Hounds Of Hasselvander, ex-Attacker), Timo "Moe" Nolden (chitarre, Bastard Nation), KK Basement (basso, ex-Adorned Graves, ex-Hammer King) e Florian Bodenheimer (batteria, Hell Patrol). Nel 2012 esce il debutto “Take Command!" e dopo un lungo periodo di pausa nel quale sembrava che l'attività della band fosse terminata, ecco arrivare questo nuovo disco. Power/Heavy con chiare influenze US Metal ed un sound corposo e potente; questi gli ingredienti di brani come “Crown of Nails” e “The Curse of Orlac”, song abbastanza lineari dove la band fatica a trovare una propria strada in grado di stupire l'ascoltatore. Inoltre manca di mordente in diversi passaggi come si evince da brani un po' scialbi come “Dissension” e “Rise to the Light”. I ritmi più alti di “Beyond the Unknown” e “Spartacus” aumentano il mordente durante l'ascolto, ma anch'esse non sono certo hits da ascoltare a ripetizione, piuttosto degli onesti brani ricchi di una certa dose di carica. Menzione speciale per il cantato di Bob Mitchell: non è certo la perfezione e in qualche raro passaggio potrebbe non piacere, ma il cantante americano riesce a trasmettere una passione degna di nota.
E così questo ritorno in pista per i Sceptor lascia un po' di amaro in bocca; “Rise to the Light” non è un brutto disco ma contiene davvero poco di così interessante da poter davvero attirare le attenzioni degli appassionati del Metal più classico.

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

"Thurmecia Eternal" è l'album di debutto per i Ryghar, band dedita ad un Epic Metal piuttosto classico che viene delineato fin da subito dalla partenza con l'opener “A Castle, a Still Lake, a Forest, and a Valley Deep”. Sì, i titoli dei brani in questo disco sono interi testi di canzoni. Il sound del quintetto texano punta costantemente su ritmi controllati, mai una vera e propria accelerazione, e presenta tastiere molto presenti ed evocative che sono le protagoniste principali nella successiva “Cair Vasturhaf: A Flaming Sunset on the Parapets of the King of the Western Sea”. La voce di Ryghär Highwind si muove anch'essa su tonalità medio-basse senza mai esplodere in acuti di alcun genere. Il lavoro più notevole lo fa sicuramente Meryl Daggyrd con la sua chitarra; sono davvero interessanti alcuni suoi spunti sonori con assoli e melodie di buon gusto, come si può chiaramente sentire su un pezzo come “The Witching Blade”. I quaranta minuti scarsi che compongono questo lavoro sono accompagnati da una produzione sporca che ci riporta alle pubblicazioni degli anni '80 per questo genere musicale, segnando profondamente brani come “Hammers in the Halls of the Deep” nel suo battagliero incedere.
Un disco poco personale a cui mancano alcuni spunti importanti, ma sicuramente in grado di creare atmosfere epiche e che potrà farsi apprezzare dai seguaci di queste sonorità. In futuro ci si dovrà aspettare qualcosa in più dall'act americano.

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

Se il nome Dan Lucas non vi dice un granché il consiglio è di procurarvi il suo leggendario disco “Canada” pubblicato nel 1992 e considerato una gemma assoluta nel mondo del West Coast AOR, al quale fece seguito “2000!” nel 1995. Il suo è un passato ricco di musica durante gli anni '80 nella sua Germania con band come GDR e Karo.
L'artista tedesco torna in pista dopo diversi anni con questo “The Long Road”, lavoro di Rock ricco di pathos e melodie intense. La partenza è degna di nota con la calda e melodica “1985” ma la tracklist disegnata dalla sua voce calda e vigorosa, è colorata dalla più ariosa e frizzante title-track e dalla lenta e malinconica “Memories” duettando con il sax. Il tocco Funky Blues di “Forget You” gira che è una meraviglia così come l'altra lenta che risponde al nome di “ Somebody Loves You”, mentre subito dopo arrivano gli arrangiamenti magistrali che accompagnano “What's Left” registrando così una notevole prima parte dell'ascolto. Meno convince il proseguo con le poche vibrazioni che arrivano da brani come “Can’t Leave It” e “Sunshine”. Certamente meglio la ballata acustica “A Place In My Heart” ed il violino che accompagna la road track “In The Save Harbour”.
Un disco vario, intenso, personale. “The Long Road” è un viaggio intimo all'interno del mondo musicale di Dan Lucas. Speciale.

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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Heavy Metal moderno con una new entry in campo musicale, gli Oceanhoarse! Con una formazione navigata e formata da Ben Varon (ex-Amoral) alle chitarre, il bassista Jyri Helko (Warmen, ex-For The Imperium), Oskari Niemi alla batteria ed il singer Joonas Kosonen, il gruppo è pronto a riempire di energia le casse di molti stereo sparsi per il globo. Chitarre dinamiche e dal suono pieno e potente delineano un sound dai tratti moderni, in cui la sessione ritmica picchia con decisione e la voce di Joonas può muoversi con disinvoltura alternando momenti melodici a passaggi grintosi, quasi growl. La band finlandese parte decisa con “Locks” ma esplode con tutta la propria rabbia grazie all'esplosiva “One With The Gun”, brano esemplare per intendere la proposta musicale del gruppo. Le grida rabbiose del vocalist scandinavo lasciano spazio ad un ritornello melodico, il tutto supportato da riff ricchi di mordente. Più rapida corre via la veloce “Reaching Skywards”, brano però capace di cambiare registro al suo interno con variazioni dinamiche che lo rendono altamente invitante. Ed è grazie a brani come questi che gli Oceanhorse dimostrano di avere ottime capacità, non solo tecniche ma anche compositive. La grintosa “The Intruder” lascia spazio al tocco quasi Power Metal di “Fight For Tomorrow” costruita, quest'ultima, su riff aggressivi ed un ritornello iper-catchy. Mentre la collera sonora di “REW” e di “The Damage” ha il compito di chiudere le danze.
Un lavoro interessate questo “Dead Reckoning”; è chiara la sensazione, all'ascolto, che il gruppo abbia capacità degne di nota, quindi se amate il Metal moderno, dateci un ascolto!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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Heavy Metal grezzo e ruvido; è subito questa la sensazione che arriva chiara e decisa nel momento in cui viene premuto il tasto 'PLAY' di questo “Wanton Attack”, disco di debutto dell'omonima band. In arrivo dalla Svezia ed editi dall'ormai esperta No Remorse Records, il duo formato da Micael Zetterberg (voce e batteria) e Niklas Holm (chitarra e basso) ci propone un Heavy Metal che prende ispirazione da act come Venom e Mercyful Fate, sonorità ben evidenti nei soli ventotto minuti che compongono questo disco di sette brani. A partire dalle note demoniache e sinistre di “Demonic Forces Prevail” e passando attraverso l'andatura decisa della title-track e ai ritmi più scoppiettanti dell'eroica “His Master's Voice”, i Wanton Attack mostrano tutti i lati del loro sound. Una produzione sporca che ben si incastra con le sonorità rozze che incontriamo all'ascolto. Coretti in stile Heavy/Thrash ed un buon lavoro con le chitarre che trovano equilibrio intrecciandosi tra riff stoppati (esaltanti quelli di “The Beast Will Be Tamed”) e armonie intriganti. Ci sarebbe piaciuta comunque un po' di personalità in più per una band al debutto, ma questo è certamente un disco dedicato ai cultori di queste sonorità, i quali potranno subito osannare il Metal oscuro e sudicio della band nordica. Per tutti gli altri meglio girare su altri lidi.

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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Groove/Alternative Metal da Toronto con un quartetto ricco di carica ed energia che prende il nome di Valyear. La band canadese inizia la sua avventura nel 2014 quando il cantante Chad Valyear insieme al chitarrista Geoff Wilson, il bassista Joe Petralia ed il batterista Nick Mavroukas iniziano a girare vari locali con show infuocati e successivamente a comporre musica. Un Heavy Metal moderno che si delinea attraverso gli otto brani (più una traccia live) che compongono questo "Revolution Fear", un lavoro che potrebbe piacere ai fan di Volbeat, Alterbridge e Limp Bizkit. Il tocco groove dell'opener “Beneath The Machine” mostra momenti ricchi di carica lasciando spazio ai ritmi più decisi e ruvidi di “Feed My Pain”, con la voce graffiante del frontman Chad che esplode tra passaggi tranquilli ad esplosioni più grintose. E se probabilmente un paio di pezzi risultano fin troppo scontati come “Dirty” e “Fall Too Far”, quest'ultima costruita su ritmi controllati e voci filtrate che esplodono in un ritornello fin troppo lineare, il tocco moderno di “Like A Zombie” e la vivace “I Hate Your Face” riaccendono l'elettricità di questo disco.
Un buon Groove Metal per tutti gli appassionati di queste sonorità, i Valyear sono da tenere d'occhio!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2021
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Tra Hard Rock ed Heavy Metal si muovono i dieci brani che compongono “Game of Souls”, settimo disco firmato dai veterani svedesi Black Rose. Il loro impatto cerca di essere deciso grazie a riff rocciosi accompagnati da linee vocali abbastanza lineari, rifacendosi al sound ottantiano di band come Dokken, Fifth Angel e Riot. La tracklist presenta momenti più cadenzati come l'opener “Fall” e “Queen Of The Night” e passaggi più sostenuti come nei ritmi veloci di della title-track e di “Love Is The Start”. E il disco si lascia ascoltare piacevolmente, se non fosse per qualche situazione spiacevole dove troviamo il singer Jakob “Jacke” Sandberg in grosse difficoltà; se già il suo timbro fatica a lasciare il segno - chiara la cosa ad esempio durante la già citata “Queen Of The Night” - dovrebbe almeno evitare di spingersi su note troppo alte dove, è evidente, rischia di diventare fastidioso (emblematica in tal senso “Sacrifice”). Ed è un peccato, perché canzoni come “Omen” dimostrano quanto la band sia valida con Thomas Berg che viaggia rapido sulle sei corde della sua chitarra regalando un brano davvero elettrizzante.
Per gli amanti delle sonorità più classiche questo “Game of Souls” potrebbe essere un disco valido, ma la nostra sensazione è che con un singer di livello dietro al microfono cambierebbe tantissimo per i Black Rose ed il loro sound.

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 2021
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Arrivano dal Belgio con questa loro seconda release in carriera (che segue il debutto del 2017 “Seeing Red, Seeing Dead”); parliamo dei Rebel's End e del loro Sleazy Hard Rock/Heavy Metal ricco di carica ed energia. Una brevissima ed inutile intro apre la via alle chitarre ruvide, suonate da Rutger, ed alla voce grintosa di Jeff che subito caratterizzano l'opener “Evil Eye”. “Sing To The Devil” prosegue per quaranta minuti scarsi regalandoci sprazzi di carica solida grazie ai ritmi scoppiettanti e riffoni ricchi di veemenza come dimostra il tocco Heavy/Thrash di “Rawhead” e con i cori possenti di “Death & Destruction”, song dal tocco più moderno. Altro esempio di buon Heavy Metal di stampo ottantiano arriva con la grintosa “Outlaw”, spinta da ritmi medio alti, esplosioni di chitarre durante l'assolo ed un ritornello d'impatto immediato o con la diretta “Inferno” dove è il basso a dettare i tempi. Meno riusciti e probabilmente fin troppo scontati, i momenti più rockeggianti, che presentano qualche influenza Punk come “Blood from a Stone”.
Mica male questi Rebel's End; pur senza inventare nulla, la loro proposta sonora è ricca di energia e l'ascolto di questo “Sing To The Devil” potrebbe regalare diverse soddisfazioni ad ogni metalhead.

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 2021
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Interessante release per gli amanti delle sonorità neoclassiche; questo “Beyond The Veil” firmato dal musicista svedese Sammy Berell è un lavoro ricco di passione e tecnica, che non può certo vantare chissà quale produzione, ma che, proprio per questo, ci fa respirare un'aria più rustica e casereccia. Spinto dalla passione – che esce lampante in ogni nota - verso il maestro Yngwie Johann Malmsteen, Sammy si tuffa nel suo progetto musicale arrivato al secondo appuntamento con questo disco (dopo il debutto del 2017 "Passion Dreams"). Brani raffinati, melodie di chitarra che lasciano il segno e la voce affidata ad un grandissimo come Mark Boals; gli ingredienti giusti per ottenere un disco di livello ci sono. Dalle strumentali “Angel Of Mercy” e “Sonata Beyond the Veil Andante”, passando per la ballatona “Pure” e ad i classici uptempo “Devil Dance” e “Night and Day”, la breve tracklist scorre con fluidità.
Manca ancora qualcosa per poter veramente esplodere con vigore; qualche hit capace di far esaltare e certamente una registrazione più potente e chiara, ma “Beyond The Veil” è un lavoro piacevole che ci conferma le qualità tecniche e compositive di Sammy Berell.

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