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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 2022
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Avete mai sentito parlare dell’Ordo Ater Anguis? Per chi non lo conoscesse trattasi di un ordine di band Black Metal australiane sulla falsariga dell'Inner Circle norvegese degli anni '90. Con ovviamente le dovute differenze del caso, ma non c'era bisogno di dirlo. Comunque sia, in questo contingente militano, tra i tanti, i Pestilential Shadows, quartetto del New South Wales nato nel 2003 e dedito ad un Black Metal mortifero ed estremamente sentito, completamente coerente con gli stilemi della scuola Australiana e vagamente riconducibili agli ucraini Drudkh e al loro sound atmosferico e mortifero. Dicevamo come i Nostri siano dei fieri portavoce di un certo modo di intendere il Black, ed il qui presente "Revenant", sesto capitolo della band, ne è un più che valido esempio. Ora, i Pestilential Shadows ci hanno sempre convinto, attestandosi su di un livello certamente ottimo ma mai effettivamente eccelso. Tradotto: non si è mai potuto gridare al miracolo con le loro uscite. Potremmo quasi dire che si trovino nel posto giusto al momento giusto. Tuttavia quello che fanno lo sanno fare molto bene, in modo del tutto sentito e naturale, senza orpelli o forzature del genere. Questo è forse il loro miglior pregio, che nel disco in questione permea ogni singola traccia dando all'intera opera una splendida ed elegantissima aura mortifera. Ed è la morte la vera protagonista qui, solenne ed ineluttabile in tutta la sua austerità. Traccia dopo traccia il nero manto della mietitrice ricopre l'ascoltatore immergendolo in un limbo fatto di disperazione, di notte eterna... Scostandosi completamente dalla vena più Raw e oltranzista del genere, Balam e soci, poi, danno un retrogusto atmosferico particolarmente interessante che rende l'opera in questione estremamente legate e, come si diceva più su, vagamente riconducibile alla scuola Ucraina. Certamente non si può gridare al miracolo, soprattutto laddove i Nostri si lasciano andare in soluzioni scolastiche, per non dire scontate. In generale siamo di fronte ad un disco dinamico, che riesce comunque ad attirare a sé ben più di una fugace attenzione grazie ad un approccio fondamentalmente equilibrato e giusto, con qualche guizzo sorprendente a fare da contorno. Per noi un centro pieno che conferma e solidifica ulteriormente la posizione di rilievo dei Pestilential Shadows.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 2022
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Oggi ci rivolgiamo ai fan della frangia più sporca, marcia e blasfema del Black/Death; quella che trasuda Archgoat, Morbosidad, Black Witchery e compagnia bella. Stiamo parlando degli statunitensi Hellfire Deathcrush e del loro ferocissimo "Al Nombre de la Muerte", terza opera targata Helter Skelter Productions / Regain Records. Un disco che, non smetteremo mai di dirlo, potrebbe essere tranquillamente la messa in musica di un buco nero per la sua furia distruttiva che non lascia spazio ad un singolo bagliore di luce. Collegandosi direttamente con le band sopracitate, dunque, i Nostri sono dal 2013 un caposaldo del Black/Death inteso nella sua forma più brutale ed oltranzista: questo terzo capitolo non fa nient'altro che riprendere la blasfemia allo stato puro, la sporcizia abissale e nera come la pece, la furia devastante del Death e dello Slam Death e le atmosfere tetre e velenose del Black ed unire il tutto sotto un'unica bandiera. Viene da sé che gli Hellfire Deathcrush non vogliano per nulla distaccarsi da queste coordinate, preferendo di contro un approccio più personale all'interno di stilemi più che conosciuti. Ora, è scontato fare dei paragoni con i finlandesi Archgoat, ma sono inevitabili. A differenza di questi ultimi, il trio statunitense preferisce concentrarsi maggiormente sul filone Death e soprattutto Slam. Non è un caso se più volte si ravvisa una vicinanza con gente come i norvegesi Kraanium, i pionieri dello Slam Death. Da qui segue quello che forse potrebbe essere l'unico difetto di questo disco melmoso: il fatto di non dare mai un singolo attimo di respiro; cosa che ad alcuni potrebbe piacere, altri invece potrebbero aver bisogno di un momento di respiro. Ma sembra proprio che i Nostri non vogliano nemmeno pensarci a dare un freno inibitore alla loro opera blasfema: tutto è impastato e denso come il catrame, dalla voce in pig growl super cavernosa che per 35 minuti non accenna a variare di una sola pagliuzza, fino alla batteria tiratissima e serrata da inizio a fine, così come i riff ovattatissimi al limite di un boato. Eppure, come si diceva all'inizio, chi è fan del genere non potrà non riconoscere come Apocalyptic Genocidal Desecrator e soci non siano certamente personaggi alle prime armi: in un calderone così marcio e blasfemo si intravede comunque una certa esperienza nel settore, motivo per il quale il disco è sì di difficile fruizione, ma comunque riesce a spaziare e a dare all'ascoltatore delle tracce più cadenzate ("Divinities Damnation) e altre che sembrano delle sfuriate di Death/Grind ("Beneath the Black Moons Incantation"). Da parte nostra questo "Al Nombre de la Muerte" passa a pieni voti la prova configurandosi come la miglior uscita degli Hellfire Deathcrush. Consigliatissimo!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2022
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Debuttano nel panorama Slam Deathcore i francesi Kanine con una proposta rivolta ai fan della scuola Dismbemberment, Acrania, Within Destruction e compagnia bella. Con "Karnage", licenziato da Lacerated Enemy, dunque, i Nostri vogliono entrare a gamba tesa in questa frangia del mondo -core, e fondamentalmente ci riescono abbastanza bene e senza troppe pretese. Ora, stiamo parlando comunque di una delle ramificazioni del genere Slam: viene da sé che o vi piace il genere o non vi piace; non esistono mezzi termini. Perciò se siete tra quelli che trovano noiosi o poco appetibili i lavori in questione, allora vi invitiamo subito a passare oltre. Altrimenti benvenuti, perché seppur i Kanine non brillino per iniziativa od inventiva, è pur vero che ci sono non pochi elementi che se sviluppati a dovere potrebbero certamente portare la band su dei livelli nettamente superiori.
Dicevamo come il quartetto di Strasburgo sia fondamentalmente nuovo nel settore - almeno questo si capisce cercando online - perciò è comprensibile come "Karnage" sia un capitolo ancora non del tutto definito. In particolare notiamo come soprattutto nella prima metà del disco ci sia una tendenza ad essere scolastici: soluzioni ed approcci ripresi direttamente dalle band succitate in apertura ma poco sviluppate. Dalle parti cadenzate intervallate dal tappeto di batteria fino ai momenti groove appesantiti dal potentissimo growl del vocalist. Sulla carta nulla di nuovo e fondamentalmente lo "starter pack" dello Slam. Ma dalla traccia "Abysses" e la successiva ed omonima in poi le cose cambiano; o almeno, si intravedono degli elementi estremamente interessanti. Innanzitutto dei guizzi Nu Metal che potrebbero avvicinare i Kanine agli Slaughter To Prevail; infine alcune sezioni melodiche e dissonanti molto ma molto malate riprese dal panorama Deathcore/Downtempo (vedasi gli olandesi Distant a tal proposito) ed innesti elettronici. Insomma, è dalla seconda metà in poi che il quartetto francese si scrolla di dosso il compitino in favore di un prodotto più personale e deciso. Da qui ribadiamo quanto affermato più sopra: bisogna spingere l'acceleratore proprio laddove l'album sembra volersi addentrare in territori un po' più lontani dal mondo Slam. Non che i brani più "classici" siano brutti; semplicemente risultano anonimi e basic. Quindi sarebbe buona cosa aggiustare il tiro se in futuro si vorrà dare quel guizzo in più a tutta l'opera. Altrimenti bene così, ma non si andrà oltre il 6 politico.

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2.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2022
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Arriva al suo debutto la one-man-band giapponese In Nothingness, progetto nato da tal Lord Nothingness, artista piuttosto attivo nel panorama Death del Sol Levante. La proposta di Kenta Inoue in questo "Black Sun Funeral" è semplice, forse fin troppo semplice: Melodic Death Metal della scuola di Göteborg anni '90. Stop, nient'altro da dire. Un album che, produzione ottima a parte, fatichiamo ad inquadrare: trattasi di un disco meramente citazionistico nei confronti della scena scandinava o di un semplice copia/incolla? Se si tratta della prima beh, tanto di cappello perché sembra davvero un album messo nel freezer nel 1995 e poi scongelato solo ora. Se, come temiamo, è la seconda opzione a farla da padrona, allora ci tocca sicuramente apprezzare e lodare il lavoro complessivo, ma va detto che sembra la versione 2.0 di "The Jester Race" degli In Flames. Anzi, sembra proprio che gli In Nothingness nemmeno vogliano provarci a mettere del loro in questa prova, preferendo invece agganciarsi a soluzioni che funzionano sì al 100%, ma che di nuovo o personale non hanno niente di niente. Tutto insomma lascia pensare ad un disco "scritto", pensato e suonato con il solo intento di copiare come uno stampino il Melodeath svedese. Azzardiamo a dire perfino che in alcuni punti sembra proprio di sentire soluzioni e passaggi dei primi In Flames ritagliati ed incollati ad arte. In definitiva, disco bocciato perché lo riteniamo solo un tentativo di emulare altra gente senza nemmeno provare a metterci del proprio. Unica cosa che si salva: la produzione.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    05 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2022
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Chi conosce il progetto Saor e lo ascolta sin da "Roots" del 2013 sa già che ogni nuova uscita del mastermind scozzese Andy Marshall è un viaggio indietro nel tempo nelle terre selvagge inglesi dove solo la natura, la nebbia, il freddo ed il silenzio sono i veri protagonisti. Sonorità che potrebbero tranquillamente ricordare le splendide riprese de "Il Signore Degli Anelli" in Nuova Zelanda per intenderci. Dunque era quasi scontato che questo "Origins", quinto capitolo della carriera, firmato Season On Mist (il primo sotto questa etichetta), fosse un capolavoro unico nel suo genere. Eppure di scontato qui c'è molto poco, perché se da un lato lo riconosci in meno di un secondo che si tratta di un lavoro al 100% Saor, dall'altro abbiamo delle importanti novità che certamente rendono l'opera perfettamente in linea con la discografia, ma al contempo le danno numerose tinte nuove. In primis vogliamo sottolineare quanto la definizione "Caledonian Metal" sia sempre più calzante (da qui anche l'unicità a cui accennavamo prima): elementi Black Metal, Pagan, Folk, musiche scozzesi, violini, flauti, clean vocals... Tutto qui si mischia, si unisce, gioca e danza creando una sinergia tra le parti praticamente perfetta. Insomma, il marchio di fabbrica dei Saor che hanno fatto della Scozia e delle sonorità e leggende ad essa legate la loro linfa vitale. Ma, dicevamo, qui c'è molto di più rispetto alle opere precedenti che spesso sono state criticate per un modus operandi tendenzialmente adagiato sugli allori, come se Mr. Marshall si fosse ritagliato un suo angolino senza però mai cercare di uscirne. Ecco, qui quella sensazione viene meno, a cominciare dagli elementi Black maggiormente limitati e relegati alle sfuriate battagliere ed epiche ed allo scream; ma comunque, soprattutto per le prime, si tratta di passaggi centellinati e molto più ragionati. Di contro, abbiamo una maggiore enfasi delle sezioni Pagan e Folk, con un accenno a quella componente vagamente Agalloch e Alcest che ne viene fuori. Per quanto riguarda i vari strumenti come corni, violini cornamuse, tamburi tribali ecc., qui abbiamo l'imbarazzo della scelta. Se non fosse per l'evidente base Heavy Metal delle chitarre, che si sono appesantite o comunque sono state molto più enfatizzate, alcune parti richiamerebbero assai da vicino i norvegesi Wardruna. È evidente, dunque, che Andy Marshall in questi anni abbia variato molto le sue influenze e le sue scelte stilistiche, per poi riordinare le idee in questo "Origins". Un album, lo ripetiamo, estremamente eterogeneo, che sa farti piangere ed emozionare o farti venire la pelle d'oca per la fierezza battagliera con cui si presenta (vedasi "Beyond The Wall" o la traccia omonima che chiude il disco). Dal nostro punto di vista un centro pieno. Chiaro, si tratta comunque di un genere che non piace a tutti, ma se invece amate il progetto e queste derive del Metal beh, signori, premete il tasto "Play", chiudete gli occhi ed tuffatevi in questo viaggio onirico.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    05 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2022
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Chi si aspettava da questo "Unheeded Warnings of Decay", primo full-length dei nostrani Instigate licenziato da Everlasting Spew Records, un album della madonna, beh aveva pienamente ragione. Cosa vuoi dire ad una band nata dai membri di Bloodtruth e Demiurgon? E, aggiungiamo, cosa vuoi dire ad una band che tra le fila ha reclutato il mitico Francesco Paoli dei Fleshgod Apocalypse per registrare la batteria di questo disco? Esatto, niente; puoi solo esclamare "me co*oni!", chinare il capo e farti investire da tutta la maestria e l'ignoranza di chi, a buon diritto, detta legge in fatto di Death Metal italiano. Se già l'EP di debutto ci aveva affascinato per la sua ferocia, è tuttavia qui che gli Instigate esplodono al 100% del loro potenziale, soprattutto per una differenza non da poco: il cambio di batterista. Nel 2020 dietro le pelli c'era il fenomenale Kevin Talley, artista di indubbia e riconosciuta classe e bravura che diede non poco il suo contributo nelle tre tracce dell'EP. All'inizio, dunque, gli Instigate si ponevano a metà tra il Death Metal ed il Grindcore, con una proposta a dir poco disumana. Ma con l'entrata di Paoli l'ago della bilancia si è decisamente spostato di più sul versante Death, con una prova che definire perfetta ed impeccabile sarebbe oltremodo riduttivo. Ed eccoci qui, con questi nuovi Instigate, ancora più feroci ed incazzati che ci regalano circa 35 minuti di ignoranza a secchiate che devasta, distrugge e polverizza ogni cosa. Se avete amato i Coffin Birth (altra band italo-maltese con Paoli e membri di Hour Of Penance e Beheaded), allora qui troverete un disco che segue esattamente quel filone, ossia la frangia più feroce e brutale del Death Metal classico, senza i moderni innesti Slam o le derive Grind che dir si voglia. Praticamente un treno merci a tutta velocità che ti arriva in faccia. Dalle blastate al fulmicotone, passando per il riffing serrato e granitico come un macigno, fino ancora alle sezioni più groove in cui i nostri si cimentano in breakdowns spaccaossa... non c'è niente in questo "Unheeded Warnings of Decay" che faccia calare di una minima pagliuzza l'asticella; né, tantomeno, un singolo elemento che non sia al suo posto. Qui tutto è perfetto, elevato a potenza e pregno dell'incredibile maestria di gente che il Death Metal lo vive e lo domina. Ed è esattamente questo il motivo per il quale riteniamo il lavoro di Borciani e soci un discone: la maestria e la classe con cui è suonato. Tutti possono suonare Death Metal classico; ma quasi nessuno riesce a suonarlo così, con questa verve, con questi suoni, con questi passaggi... Insomma, o hai le palle sotto o resterai sempre relegato nella media. E qui di medio c'è solo il dito che gli Instigate mandano a chi pensa di poterli spodestare. Dormite sonni tranquilli, il Death Metal italiano avrà ancora per molto delle guide di questo calibro. I miei personalissimi complimenti alla band!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 2022
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In anni e anni di Death Metal questa è la prima volta che mi imbatto in un disco così disturbante come questo "/the_Depths", primissima uscita e debutto autoprodotto degli statunitensi Rotted Through - ci scusiamo per l'enorme ritardo -. Ma andiamo con ordine. Ora, il mondo splatter e gore nelle sue forme più malate e violente è un tema ampiamente trattato nel Metal: dai famosissimi Cannibal Corpse ai gruppi underground sconosciuti con le copertine più truci e crude. Insomma, è una tematica molto prolifica. Ecco, i Rotted Through rientrano perfettamente in questo secondo filone, ma non per la copertina che è normalissima, quanto per il tema di questo concept: il Dark Web. Ora, per spiegare a quei pochi che non sanno cosa sia il Dark (o Deep) Web, prendiamo l'immagine di un iceberg: la parte più piccola che fuoriesce dall'acqua è il Web normale, con i classici siti normalmente accessibili; la parte più vasta e grande sommersa, invece, va a costituire tutta quella serie di siti non indicizzati ed impossibili da visitare se non si hanno gli strumenti giusti. Il Dark Web è stato spessissimo usato per commettere crimini di ogni tipo: dalle truffe, alla vendita di armi illegali fino alla condivisione di materiale pedopornografico, video di esecuzioni, stupri e tutte le perversioni più animalesche ed indicibili. Immaginate, per tornare al discorso, un album ispirato a questo e quindi a qualcosa di reale. Inoltre la cosa malatissima dei Rotted Through è che il loro sound diventa sempre più pesante e disturbato ad ogni traccia, proprio per simboleggiare questa discesa nei meandri più malati del Web - e della natura umana -. Non è un caso che l'ultimo brano "That Which Is Abysmal" sia ispirato alla, forse, storia di infanticidio più brutale mai avvenuta nel mondo: quella per mano del criminale Peter Gerard Scully nei confronti di una bimba di 18 mesi, Daisy. Non è difficile trovarne notizie: roba che va oltre i livelli della perversione e della malattia mentale. ARTISTICAMENTE parlando un brano - anzi, un album - ispirato a tutto ciò è una figata.
Comunque, a livello stilistico i Rotted Through si inseriscono nel filone del Death Metal americano, con un costante rimando ai Cannibal Corpse fino allo Slam più feroce e brutale, ma senza mai ricadere in pieno negli stilemi di quest'ultimo. Anzi, sottolineiamo invece come i Nostri siano riusciti a dare alla luce un album perfettamente equilibrato che si addentra nei meandri più feroci del Death ma restando comunque in un raggio d'azione ampio ed eterogeneo. C'è perfino posto per un'azzeccatissima vena melodica che permea di follia tutto l'ascolto; e visto il tema direi proprio che ci casca a pennello. L'unica pecca è forse una produzione troppo "basic" che fa perfettamente il suo lavoro ma risulta un po' troppo scarna e piatta.
In definitiva, questo "/the_Depths" ci presenta una band con un potenziale mastodontico: arrivare a pensare un concept di questo tipo, con le tracce che si appesantiscono man mano che si va avanti non è roba da tutti. Band da tenere ASSOLUTAMENTE d'occhio e che ha tutte le caratteristiche per fare salto di qualità. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 2022
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Tornano sotto l'egida di Unique Leader Records i Soreption, trio svedese che sin dagli esordi ci propone un Death Metal tecnico che molto, anzi moltissimo, deve ai Decapitated. Non c'è da stupirsi, dunque, se questo quarto disco "Jord" non si discosti affatto dall'ormai consolidato stile della band di Sundsvall, con tutti i pro e i contro. Personalmente ho sempre visto i Soreption come la classica band che è brava ma non si applica, con parecchi ingredienti interessanti nel repertorio ma poco sfruttati. Di base i Nostri funzionano perché ciò che propongono è stato già ampiamente sentito e portato allo splendore dai già citati Decapitated. Ora, sarebbe ingiusto definirli come un gruppo copia/incolla dei polacchi, ma va puntualizzato come i Soreption nemmeno ci provino così tanto a togliersi di dosso questa etichetta. Dicevamo come "Jord" sia fondamentalmente un disco perfettamente in linea con il loro modus operandi: moltissimi momenti groovy tra i quali la batteria si inserisce a suon di doppia cassa martellante ed ipnotica e mid tempo. Le chitarre seguono a ruota l'andamento, senza districarsi in eccessivi orpelli ma senza, dall'altro lato, risultare troppo monotone. Di base sono due i grossi pregi di questo disco: l'essere orecchiabile ed equilibrato e la presenza di numerosissimi ospiti che di fatto arricchiscono l'intera proposta. Dagli Archspire, agli Inferi o agli Abiotic abbiamo un esercito vero e proprio di ospiti tutti provenienti dal filone Technical Death. Eppure su quest'ultimo punto ci sarebbe da fare una riflessione in più: perché, nonostante risentano in positivo delle varie collaborazioni, ai brani manca comunque quel qualcosa per esplodere veramente? Ed è proprio qui che subentra l'ormai consolidato grossissimo difetto dei Soreption: si adagiano da sempre troppo sugli allori perché capitati nel posto giusto ed al momento giusto. Dicasi anche "comfort zone". Ma, come si diceva all'inizio, prendere o lasciare; i Nostri nel bene o nel male hanno comunque saputo ritagliarsi una loro fetta di pubblico, soprattutto se tra di voi c'è gente che li segue dall'inizio o se è nuova. Per tutti quelli che invece mangiano pane e Technical Death, passate tranquillamente oltre.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 2022
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Ed eccoci con il fratello gemello di "Av gudars ätt..." degli svedesi Trolldom uscito in contemporanea: "I nattens sken (Genom hemligheternas dunkel)". Stessa line-up, con lo sconosciutissimo mastermind Swartadauþuz e il micidiale Kévin Paradis dei Benighted come session drummer, e, di conseguenza, stessa qualità, seppur con alcune importanti differenze. Sembrano quasi agli opposti i due lavori della band; a voler esagerare potremmo definirli lo yin e lo yang. Ora, è logico che ci siano non poche analogie tra i due, stiam pur sempre parlando dello stesso artista e, soprattutto, di brani scritti tutti nello stesso periodo; viene da sé che un filo conduttore ci sia: le melodie e le atmosfere maligne e cariche di morte e freddo. Tuttavia se nel primo trovavamo un approccio più "morbido", ragionato e, in generale, orientato nel fornirci un Black Atmosferico più elegante, melodico ed ipnotico, qui la musica cambia in tutti i sensi. Maggiore tecnica - da intendersi come riff più elaborati - e soprattutto un mood Raw e brutale, certamente melodico ed atmosferico come già detto ma meno romantico e cavalleresco. Le sfuriate qui tagliano come rasoi con un costante richiamo alla versione più cruda, mortifera e pura del Black, quella figlia degli anni '90. Se nel primo le tastiere ci offrivano un appoggio quasi etereo sul quale tutto il comparto si appoggiava, qui il paradigma sembra ribaltarsi: il veleno e la furia delle chitarre buca il velo regalandoci un Black molto più oscuro e feroce sul quale le tastiere soffiano vento andando ad accentuare ulteriormente la mancanza di ogni singolo bagliore di luce. Da qui segue il motivo per cui "I nattens sken" abbia ricevuto mezzo punto in meno. Posto che qualitativamente parlando sia un discone degno come il gemello, va detto che tenere testa a 50 minuti di Black frenetico e caustico che non accenna praticamente mai ad attenuarsi - l'altro lo fa - potrebbe risultare impegnativo. Da non intendersi come tracce meno belle, ma semplicemente di più difficile fruizione - scontato dire che poi i gusti son gusti ed ognuno è diverso -. Chiaro, l'impostazione atmosferica delle tastiere aiuta - lo ripetiamo, sono comunque figli della stessa mente - a mandare giù il boccone, ma di base sono le ritmiche martellanti e frenetiche a dettare legge, seconde solamente alla splendida voce del mastermind che, come nell'altro disco, ci regala uno scream super cadaverico e strillatissimo tinteggiato qua e là da qualche sezione in growl.
Quindi che dire, recuperate entrambi i lavori dei Trolldom ed apprezzatene soprattutto i diversi sapori che offrono. Se, poi, siete particolarmente fan del Black Metal, qui troverete del materiale molto interessante da mettere nel bagagliaio.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 2022
Top 10 opinionisti  -  

Se non conoscevate tal Swartadauþuz tranquilli, soltanto chi bazzica nel sottobosco più profondo ed impenetrabile della scena Black svedese potrebbe sapere chi è. Se poi aggiungiamo che di quest'artista non si sa NIENTE - nemmeno Metallum sa fornirci delle info - se non che abbia una lista lunga quanto un'autostrada di band e progetti solisti, si intuisce come mai i più ignorino totalmente l'esistenza di questo soggetto. Comunque sia, oggi andremo ad analizzare il debutto di una delle sue one-man-band: i Trolldom ed il loro "Av gudars ätt..." - uscito simultaneamente all'altro album "I Nattens Sken (Genom hemligheternas dunkel)" - licenziato da Iron Bonehead Productions. Dell'opera si sa che è composta da brani scritti e registrati tra il 2014 ed il 2018 e che, di base, è qualcosa di stupendo. A differenza del classico stereotipo che vede il blackster sconosciutissimo ed eremita scrivere pezzi con una qualità sonora pari a quella di un gruppo elettrogeno acceso, qui abbiamo un prodotto incredibilmente notevole. una grandissima fortuna poiché un disco Atmospheric Black necessita di una produzione quantomeno buona per poterne cogliere tutti gli aspetti. Sin dalle prime note di apertura veniamo trasportati su lidi mortiferi e tetri, perfetti per qualche castello sperduto in chissà quale promontorio nebbioso della Transilvania. Un'aura oscura e quasi magica pervade l'intero disco, frutto delle tastiere maligne e sinistre che ci regalano un comparto melodico ed atmosferico a metà tra gli Emperor, i Satyricon e i Mare Cognitum. Il tutto costantemente tinteggiato da stupendi intermezzi epici e cavallereschi che lasciano emergere un'attitudine compositiva degna di nota. Ed è forse la capacità compositiva dell'artista a fare la differenza. Se da un lato è innegabile come il disco rientri in canoni o comunque stilemi noti e riconoscibili, dall'altro la costante ricerca di altri lidi, le svariate tinteggiature e, in generale, un songwriting vario ed estroverso, crea un ossimoro veramente interessante. Un'opera, questa, in grado di emozionare, che sa toccare dei picchi altissimi da pelle d'oca ma che, di contro, annichilisce ed uccide tutto ciò che gli sta attorno con una violenza a dir poco devastante. Mortifero ma elegante, bruciante di pathos ma freddo come la più buia e sinistra notte nella tundra... Ah, non vi ho detto chi è il batterista ospite che ha donato il suo talento divino alla riuscita di tutta la baracca: Kévin Paradis dei Benighted, la band Death/Grind più feroce e brutale del globo terracqueo. In effetti si sentiva che il comparto ritmico fosse disumano e certamente non frutto di una drum machine. Poi vai ad informarti un attimino e boom, la sorpresina è servita. Da qui si spiega come tutta la riuscita dell'opera dipenda anche e soprattutto da una batteria ultra frenetica ma estremamente varia che spazia dai momenti di furia nichilista ad altri molto più ragionati, cadenzati e tribali. Insomma, un album da non perdere assolutamente.

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480 risultati - visualizzati 71 - 80 « 1 ... 5 6 7 8 9 10 ... 11 48 »
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