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Opinione scritta da Anthony Weird

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4.5
Opinione inserita da Anthony Weird    27 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2016
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Recensire un singolo! Impresa ardua, si perché se in un album puoi basarti su un buon numero di informazioni, dalla varietà compositiva, al rispetto del genere proposto, fino all'amalgama dei brani in scaletta, in un singolo hai molte meno informazioni a cui attenerti per dare il tuo parere (e mai giudizio, io non mi permetto di giudicare nessuno!). “A Silent God” è il secondo singolo che anticipa l'album di debutto “Where Hatred Dwells and Darkness Reigns”, degli svedesi “Zornheym”, atteso per quest'inverno, che devo dire inizia a convincere già dai primi secondi. Un bel mix di vari generi estremi su cui troneggiano sicuramente Black e Death metal, sapientemente combinati ed arricchiti da sinfonie che fanno, di primo acchitto, subito pensare agli Emperor.
Giri di chitarra furiosi, senza un attimo di pace, le pause a volte sparse lungo il brano non fanno altro che donare quella nota in più di terrore e tensione, che serve al suono per impattare ancora contro il nostro udito distruggendolo! Sono palesi le grandi capacità degli scandinavi, ed a questo punto, mi sale la curiosità di ascoltare tutto l' album! Le parti sinfoniche hanno una loro dimensione praticamente essenziale per “A Silent God”, ma non diventano mai opprimenti, né pesanti, restano in secondo piano, e ci si rende conto man mano che il brano non sarebbe più lo stesso senza. Con una sezione ritmica che è la vera anima del singolo, ciò che salta immediatamente all'attenzione è il grande lavoro di riffing, ma in genere tutto il guitar working, basso compreso, che va a dare forza ad una batteria martellante e dinamica, in pieno stile Blackned Death Metal. Aspetto quindi con impazienza “Where Hatred Dwells and Darkness Reigns” di questi “Zornheym” che, stando alle premesse, si preannuncia come un vero gioiellino! Qualcosa che i fans di Behemoth, Septicflesh e Necronomicon non devono farsi scappare!

Anthony

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2.5
Opinione inserita da Anthony Weird    23 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2016
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La band parigina “Deathroned” ci propone questo Ep di debutto dall'atmosfera molto classica, intitolato “The Curse Of Power”. Già dal primo approccio, è palese la forte influenza dei trascorsi passati di bands come Kreator, Exodus, Death Angel e molti altri, come Overkill e Sodom. Cinque tracce che si aprono con una intro senza titolo di appena quarantotto secondi che mescola degli arpeggi in acustico ad una chitarra in lontananza, in un crescendo interessante. “Cut You Down” apre in pieno stile Thrash metal dei decenni passati. Chitarre secche e suoni martellanti, il tutto però si va a confondere con una produzione veramente low-fi che richiama quella ricercata del Black metal più classico. Devo dire che non mi stanno convincendo più di tanto, sarà che di mio non amo particolarmente il Thrash, ma questa accozzaglia di suoni indistinti è più che altro banale e ripetitiva. Io non credo basti ripetere all'infinito un riff acido e “zanzaroso”, per poter fare un buon Thrash metal. Anche l'ugola acuta del singer non brilla per qualità così come in “Liberticide”, dove il livello pare alzarsi leggermente (qui siamo in pieni anni '80!) ed anche la creatività compositiva dei francesi pare migliorare. Mi trovo un brano più articolato e studiato, non un susseguirsi dello stesso riff a loop come nel brano precedente. Un assolo che mi riporta alla mente i nostrani “Bulldozer”, mi fa sorridere e arrivo quindi “Terrible Disgrace” e anche qui lo schema precedente si ripete. Il brano è ben articolato, quella che non convince e non entusiasma è la voce, veramente noiosa, con un'acidità che non è quella richiesta, tuttavia gli assoli e la buona creatività dimostrata dai Deathroned in questa fase mi fanno ricredere e devo dire che riesco a godermi questo brano, nonostante tutto. Arrivo al finale quindi con l'omonima “Deathroned”, un brano che non mi piace per niente, sarà forse anche un limite del sottoscritto, perché, come ho detto, non amo particolarmente il Thrash metal, ma questo pezzo in particolare non arriva, non coglie nel segno, è qualcosa che fa venire in mente una forte ribellione giovanile, ma nient'altro. Anche la struttura e la tecnica non brillano per originalità, per non parlare della produzione quasi inesistente. Tuttavia, sicuramente l'appassionato troverà di che goderne, si tratta di un dischetto nella media, che passa inosservato, a meno che, qualcuno non si cibi di questo genere e lo apprezzi. L'EP è, quindi, consigliato a chi ama il genere, Thrash metal anni '80-'90, per gli altri.... passate pure oltre.

Anthony

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3.5
Opinione inserita da Anthony Weird    19 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 20 Novembre, 2016
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Arrivano dall'Inghilterra gli “Hokedun”, con questo album in tiratura limitata ad appena cento copie, davvero molto molto carino. Una confezione elegante e minimale con in regalo un adesivo della band e numerata a mano, di cui posso vantarmi di possedere la copia numero cinquantaquattro. Nove pezzi di Black Metal molto legato all'old school norvegese, che ho sempre amato. Quindi, bando alle ciance e parto innanzitutto con il primo brano “Commencement of Wrath”, ed il suo arpeggio iniziale. Una sorta di intro decadente su un cancello che cigola, mi godo gli arpeggi in acustico e i cinquantasei secondi scorrono via velocemente. “Overwhelmed by Anguish” mi catapulta in un mondo oscuro che conosco fin troppo bene, le tenebre nordiche portate in musica da band come Arkanum, Kampfar e Tsjuder mi avvolgono. Riffing circolari sporcati qua e là da tocchi di Death Metal svedese, senza mai però, uscire dai canoni e dai confini auto-circoscritti dal Black. Lo scream è oscuro e convincente, un po' poco “viscerale” per i miei gusti, lo sento leggermente strozzato in gola, ma è ancora presto per dare un giudizio. “Whispers From Beneath” e la sua intro sospirata, creano l'inquietante atmosfera per una sfuriata low-fi (che io apprezzo sempre e metto tra i pregi), molto cattiva e confusa. E' come ritrovarsi in una stanza buia dalle luci scintillanti e una presenza malefica ci gira intorno, mentre fuori piove a dirotto. Buona la dose di doppia cassa ovattata dalla produzione volutamente sporca e persino il basso si fa notare sotto il muro delle chitarre predonimanti. Arrivo al quarto brano “Highly Addictive Lie”, superando le tastiere tetre sul finale di “Whispers From Beneath”, e mi aspetta un ricamo di basso e batteria con dei sospiri che non promettono nulla di buono. L'arpeggio in acustico crea la giusta atmosfera decadente e la cosa si protrae per tutto il pezzo praticamente. Un intermezzo ipnotico e atmosferico, che non ci concede altro, nell'arrivo spasmodico di “Black Ribbon”, un pezzo che vive di tensione costante e crescente, malefico e senza speranza, procede in circolo su riffing dissonati, mentre uno scream veramente convincente in questa parte, continua a declamare le sue blasfeme imprecazioni.
Un rallentamento a metà è quello che serve per riprendere fiato e gustarci la seconda parte, se possibile ancora più pregna di malefici pensieri. “Hailing Desperation” apre con una intro campionata e un'atmosfera ancora una volta fatta di malinconia e tristezza. Un brano strumentale molto più melodico dei precedenti che va a smorzare l'ansia accumulata fino ad ora, con una dolcezza malsana, ricca di perversione e “cattive intenzioni” se possibile, che però, nonostante tutto, rilassa e coccola le nostre malandate trombe di Eustachio e ci prepara a “Under Debris” e alla sua follia sparata in faccia senza remore. Una risata che è più un ghigno apre le danze e si torna a martellare. Accordi lunghi si intersecano a riff volutamente dissonati e si ripiomba nel Black Metal più mero e marcio. Si tratta comunque di un pezzo che non aggiunge nulla a quanto ascoltato fino ad ora, sono tutti brani molto simili a parte qualche eccezione, come la numero otto “Wailing” ed il suo riff particolare e accattivante. Pur restando su territori ben conosciuti e sfruttati dagli inglesi, riescono a creare intrecci favolosi che catturano l'attenzione e si lasciano godere in un brano strumentale che trova la sua giusta dimensione alla penultima posizione di questo “Succumbing to Decay“, aprendo così la strada ad una title track che nel suo poco più di un minuto e mezzo, continua a contribuire ad un'atmosfera decadente, mettendo il sigillo ad un lavoro che ci parla della scelta del male e dei sacrifici e della sofferenza che essa comporta, questa, una cosa che raramente si vede nei lavori artistici attuali, men che meno nella musica, quindi assolutamente da ammirare e premiare. In ultima analisi ci troviamo di fronte ad un lavoro particolare, di sicuro appetibile per chi, come me, ama un certo tipo di Black Metal molto legato alla visione tradizione di quest'arte, che in questi poco più di ventisei minuti e mezzo di metal estremo, troverà tanti sentimenti e una buona creatività compositiva, pur restando sul classico. Consigliato.

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5.0
Opinione inserita da Anthony Weird    22 Settembre, 2016
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E ci siamo finalmente ! Sono mesi e mesi che aspettavo questo album e devo dire che l' ho sviscerato nota per nota. Io non sono un fan di questo genere, ma gli Epica sono sempre stati l'eccezione per me, niente Nightwish, niente Within Temptation, niente Lacuna Coil, niente Delain... ho sempre amato solo e soltanto gli Epica, ed ancora oggi che mi nutro quasi totalmente di Black Metal, gli Epica restano una delle mia band preferite. Potete quindi ben capire il mio entusiasmo nel recensire il nuovissimo album della band olandese “The Holographic Principle”, in arrivo il 30 settembre per Nuclear Blast.
Quindi, senza tanti indugi, premiamo “Play” e vediamo cos' hanno in serbo per noi.
Come tutti i loro album precedenti, anche questo si apre con una intro, cioè “Eidola”, una tensione crescente “sporcata” delle note di un carillon in sottofondo, i suoni mi ricordano una battaglia, qualcosa di epico.... di pericoloso, poi ecco che tutto si calma, i cori eterei, tipici della band entrano in gioco, prima di una inquietantissima, quanto splendida voce di bambina impegnata nella sua cantilena e la tensione iniziale torna a farsi sentire facendo da supporto ai cori. Una intro oscura e carica di dramma, che cozza con il secondo brano di più ampio respiro “Edge of the Blade”, secondo singolo estratto da questo “The Holographic Principle”, dove il sussurro della meravigliosa Simone Simons, fa da apripista ad un riff molto “easy” con cori pomposi fin dall' intro. Una strofa retta da un palm muting molto particolare, non nello stile della band, infatti ci troviamo di fronte ad un brano più sbarazzino, dove il ritornello è molto accattivante con Simone che raggiunge picchi molto alti di acuto e il grunt di Mark Jansen in back vocals, e devo dire una struttura molto classica, che però riesce ad prendere soprattutto nella parte totalmente dedicata al chitarrista, dove finalmente una vera cattiveria di lascia assaporare. Mi godo gli ultimi momenti di un pezzo che mi fa strano trovare in apertura, ma che di sicuro riesce a coinvolgere già dalle prime note.
Incastonata al numero tre, ma secondo vero pezzo è “A Phantasmic Parade”, con il riffing misto di chitarra e saltellamenti sui tasti delle Keyboards, e dopo pochi secondi, la voce della rossa rubacuori, entra in un' atmosfera che richiama vagamente il medio-oriente, dove si sente il calore del deserto e le danzatrici del ventre si muovono sinuose sui tappeti di scale arabe... Anche qui, si sente la differenza con gli Epica che ero abituato a conoscere, nonostante gli elementi ci sono tutti, ma le parti più propriamente “metal” sono molto più presenti, tra palm muting, terzine in stile Iron Maiden, growl e blast beat, si troviamo ad un nuovo step per gli olandesi, un livello superiore, dove poco importa se la struttura è simile alla precedente, cioè, la classica struttura pop/rock, con l'aggiunta di una fase in grunt, si tratta comunque di un ottimo esempio si Synphonic Metal, come Cristo comanda. “Universal Death Squad” è il primo singolo estratto e parte con una elegante intro di violini e tastiere, per poi sfociare in una cattiveria che mai si sarei aspettato di trovare in un album degli Epica. Un pezzo assolutamente Groove, estremamente ritmico, dove le melodie più accessibili, sono totalmente oscurate da una ritmica imponente e per niente banale che alterna momenti Death Metal ad altri fatti dalle voci dei cori, che fanno da scorta alle lead vocals. E qui si sente la reale attitudine degli Epica, facendomi pensare che i pezzi di prima servivano per preparare il terreno ad un brano del genere, lontano anni luce da melodie che strizzano l' occhio per farsi amare, ma un brano che non trova compromessi, senza snaturare lo stile della band ma, anzi, arricchendolo notevolmente. E taccio, godendomi l' assolo di Isaac Delahaye e il pezzo scivola via lungo il finale...
I suoi di una sparatoria aprono la strada in modo molto inquietante, parte così “Divide and Conquer” con il suo riff estremamente melodico di tastiera, che ci coccola le orecchie fino a quando non sono i cori a squarciare la melodia portandosi dietro le chitarre ritmiche e profonde, un elefante durante una processsione. La voce sensuale ed ammaliante di Simone, si alterna alla furia controllata di Mark, un pezzo chirurgico, capace di tagliare come un bisturi eppure così violento allo stesso tempo. Il cambio di fase qui è molto più vario, la componente progressive inizia a farsi sentire e mi viene da pensare che parta da qui la vera anima di “The Holographic Principle”. L'intermezzo campionato, è un ottimo stacco per farci riprendere il respiro, prima di un ritornello contornato da sensazioni progressive che lentamente ci accompagna al finale. Che dire ? Assolutamente fantastico, quindi corro ad ascoltare il prossimo brano, al numero sei, cioè “Beyond the Matrix”, pezzo che ci fa entrare nella seconda parte del disco, estremamente più seria, più filosofica, dove riscopro il vero lato di questa favolosa band, che però, è stato totalmente rimesso a nuovo ! “Beyond the Matrix” parte con un' accelerazione in lirico dei cori orchestrali, senza altra musica se non un contorno di percussioni, il giro torna e questa volta la canzone entra nel vivo, con una lunga intro corale, che poi lascia lo spazio alle lead vocals, e noto un grande uso del basso in questa fase, con le sue note metalliche che si alternano ai riff delle sei corde. A fare le veci del ritornello abbiamo la parte iniziale dove regnano le sinfonie pompose e le voci del coro, per poi ripetere la formula in un crescendo di sensazioni e dinamicità. Il bridge poi, è qualcosa di magico, dove pare che Simone ti parli direttamente, dove la tua voce è tangibile e chiudendo gli occhi, pare di poterla toccare... un attimo prima di essere scossi e portati alla realtà da un growl violento che si muove su fraseggi ed obbligati, che sfociano, finalmente in un assolo meraviglioso, che riscalda il sangue nelle vene. Veramente qualcosa di splendido e totalmente “In your Face” !
“Once upon a Nightmare”, calma il tutto, qui si respira sentimento e tristezza, forse ammirazione per un brano toccante e delicato, che tratta di un argomento spinoso e che merita il massimo rispetto, non voglio soffermarmi oltre su questo aspetto del pezzo, ma sappiate che tanto sentimentalismo, è giustificato. Sentimenti che prendono forma in melodie orchestrali e scale pregne di tensione. Ma la dolce voce della singer più desiderata del metal, riesce a tranquillizzare gli animi e mi lascio trasportare in questo viaggio onirico. Un pezzo assolutamente dolce che farà grande l' atmosfera dove le sue note di erigeranno da ora in poi. C'è dolcezza, c'è rassegnazione, c'è rabbia, il rifiuto di una condizione che è imbattibile. Come vedete mi soffermo poco sulla tecnica e la composizione di “Once upon a Nightmare”, perché qui è l' arte che regna e l' arte è fatta di sensazioni ed emozioni, che rischiano quasi di esplodere nel finale, che è un capolavoro, da ascoltare !
“The Cosmic Algorithm” spazza via i sentimentalismi e si torna a martellare ! Le distorsioni profonde, condite di Blast Beat chirurgici riportano il metal dei nostri a grandi livelli, anche di potenza, senza però mai snaturarsi e rinunciare alla componente melodica che li ha resi famosi. Un pezzo veloce su cui è impossibile trattenere headbanging, perfetto per la sede live, con una orchestrale perfetta e riff da mosh. Se devo trovare una nota negativa, è la presenza del ritornello un po' troppo ostentata, ma la doppia cassa sul finale, si fa perdonare questo ed altro. Proseguo arrivando al numero nove per “Ascension - Dream State Armageddon”, base cupa e semples “fatati” mi fanno balenare in mente la scena di “In Heaven” di “Eraserhead” di David Lynch, soprattutto quando Simone esordisce con le stesse parole... immediatamente però il growl torna a farmi sentire scosso e la visione onirica svanisce sotto la potenza di questo pezzo, pregno di Blast Beat, un brano che a parte le orchestrazioni, è totalmente Death Metal e si sente. La velocità si mantiene su tempi ragionevoli, ma la forza sprigionata appartiene a ben altri generi, e gli Epica questo lo sanno, dimostrando che che si possa fare metal estremo anche senza rinunciare alla melodia e con una dea alla voce... Il finale è direttamente collegato a “Dancing in a Hurricane”, brano seguente, infatti se non fosse stato per il cambio di numero sul lettore, non mi sarei accorto dello step. Un battito di percussioni e tornano le atmosfere tipiche del medio-oriente tanto care agli Epica. Il suono di un sitar, o uno strumento simile, aprono le danze. La voce segue una melodia creata da violini ed archi, in una strofa lunga e dinamica, nonostante non si tratti un pezzo molto ritmico come i precedenti. Tranne che nelle fasi di grunt, è comunque un brano molto melodico e orchestrale che trae la sua forza proprio da questo e dalle lead vocals che in primo piano, spadroneggiano sulla composizione.
Arrivo quindi alla penultima tappa di questo viaggio nell' universo con “Tear Down Your Walls” ed il suo balletto sulla tastiera, violini spazzati via di colpo dal riffing grezzo e selvaggio, che si trasforma in un pre-chourus che accoglie la strofa in growl, qui è palese l' intenzione di creare un brano più articolato e complicato, anche lasciando da parte le fasi più progressive, è infatti un brano molto “In your face”, un continuo alternarsi di fasi melodiche ad altre più cattive, ma sempre sprigionando potenza enorme, senza mai un calo di tono. E così, alla fine, mi attende l' ultima tappa, la dodicesima traccia “The Holographic Principle - A Profound Understanding of Reality”, pezzo molto lungo di oltre undici minuti e mezzo, in linea col trademark della band, infatti in ogni loro lavoro, ci sono pezzi di una lunga durata. E qui la vena progressiva è chiara e palese, i cori iniziali sanno tanto di canto gregoriano, creando intrecci e melodie vocali accattivanti e splendide, per poi lasciare spazio alle note di tastiera, che tenui e senza fretta si innalzano in un crescendo poetico e di grane impatto. L' intreccio di voci maschili e femminili poi, è qualcosa di assolutamente grandioso... è un orgasmo uditivo, mai sentita tanta enfasi e tanta calma tutta insieme, contornata da un assolo corto ma che è un ottimo apripista per la prima strofa in growl, in una alternanza eterea con la voce femminile elegante e raffinata e qui mi rendo conto di trovarmi di fronte ad una delle più belle canzoni degli Epica di sempre ! Davvero un pazzo magico e magnifico che fa sognare e tiene alta la tensione per tutta la durata scorrendo via liscio come l' olio, ed infatti gli oltre undici minuti sembrano in realtà meno della metà. Il ritornello è spettacolare, un brano eccelso da ogni punto di vista e trovo persino elementi che mi ricordano la colonna sonora de “La Terza Madre” di Dario Argento decorata da un ricamo di doppia cassa da mera e pura meraviglia uditiva. Il tutto poi, trova il modo di lasciare la sua impronta nella scia del finale, come un pennello che sta perdendo il colore e lascia residui di arte sulla tela creata da questi maestri non solo di metal, ma di musica stessa. Una composizione che è destinata a diventare una pietra miliare non solo tra gli appassionati del genere ed i fan della band, ma di chiunque ami la buona musica, non solo in ambito metal.
In ultima analisi, si tratta di un album che porta gli Epica ad un livello superiore, un lavoro che ha bisogno di più di un ascolto per essere amato dai fan della band, che lascia spiazzati e sorpresi, ma che dopo l' impatto iniziale particolare, si lascia assaporare ed amare nota per nota, un' astronave onirica, che ci accompagna in questo viaggio spaziale, un trip infinito, lungo l' universo. Consigliato non solo a chi ama il genere, ma praticamente a chiunque.

Voto
9 – 10

Anthony

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4.0
Opinione inserita da Anthony Weird    06 Settembre, 2016
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Tre anni dopo le fatiche di “Obscure Verses for the Multiverse”, tornano gli “Inquisition”, storica band colombiana formata da Dagon e Incubus, con questo nuovo full-length, dal titolo chilometrico “Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith”, che arriva dopo un anno dall'ultima incursione della band in territorio italico, hanno infatti suonato all' Agglutination Metal Fest nell' agosto 2015, in provincia di Potenza.
Parto subito quindi, con la glaciale e spaventosa intro “The force before darkness”, dove la parola d'ordine è “tensione”. L' inquietudine di questo brano, è degno di una colonna sonora del migliore degli horror, un puro dark ambient, veramente terrificante, che ci apre la strada per “From Chaos They Came”, e il suo riffing violento e grezzo, molto anni '90, e devo dire che questo è il black metal che preferisco, grezzo, low-fi, senza quelle alterazioni sonore date da una produzione impeccabile, ma che inevitabilmente, vanno a contaminare il black metal, con qualcosa che non gli compete, facendolo diventare un mero prodotto “commerciale”, nel caso sia possibile usare questo termine, riferendolo al black metal !
Sono presenti contaminazioni doom in passaggi più lenti e studiati, durante rallentamenti che non sono quelli soliti del black, ma che strizzano l' occhio a momenti legati al dark ambient, cosa in cui la band è maestra.
Stacco immediato e ci troviamo sulle “Wings of Anu”, il primo singolo rilasciato per questo “Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith”, e devo dire che trovo un pezzo molto veloce, con un entusiasmante tappeto di blast beat che mi batte nel petto. Il riffing è dinamico e potente, veramente un brano allettante, pregno di riff che ti risucchiano come un tornado e ti stracciano le carni come se fosse già passato attraverso uno sfasciacarrozze !
“Vortex From the Celestial Flying Throne of Storms”, continua la mattanza, ma il blast beat con l'ausilio del raid, è veramente qualcosa di sublime, ed in questa fase, aumentano i rallentamenti, facendo tornare quel sentore di Doom che aleggia sulle composizioni della band in senso generale.
La mia faccia diventa interrogativa, appena parte “A Black Aeon Shall Cleanse”, con il suo riff quasi Hard Rock (sempre restando in territori grezzissimi ed oscuri), alternato alle vocals monotonali di Jason “Dagon” Weirbach, e devo dire che però, il brano riparte subito nel modo giusto, con la granitica distorsione di Dagon ed il drumming ovattato di Thomas “Incubus” Stevens. I riff dissonati, perforano i miei già martoriati timpani, nel modo giusto e, anche se in questa fase viene a mancare un tappeto di doppia cassa, il brano risulta comunque piacevole, nella sua stranezza, soprattutto all' inizio ed alla fine. Continuano i titoli impegnati con “The Flames of Infinite Blackness Before Creation” con i suoi riff dilatati e più lenti. Torna quindi l' alone di un doom mistico e rituale, dove non è ricercata una lentezza triste e malinconica, ma, al contrario, è un modo per elevarsi e mettersi in contatto con oscure entità ultraterrene, di Lowercraftiana memoria.
“Mystical Blood”, ed il suo drumming compulsivo mi aspettano al numero sette, dove è la batteria a farla da padrone, mentre la chitarra continua il suo percorso distorto, tra riff circolari e momenti volutamente dissonati. Quasi un Blackned Thrash old school per “Through the Divine Spirit of Satan a Glorious Universe is Known”, forse uno dei punti forti dell' intero album. Un brano coinvolgente ed entusiasmante, dove è il giro di chitarra a rendere il tutto fantastico. La voce diventa particolarmente convincente ed un buon tappeto ovattato di blast beat, solleva il tutto, portando i bassi direttamente al cervello e non riesco a trattenere un headbanging. Un arpeggio più calmo, arriva a smorzare i toni e ci accompagna al finale, totalmente inaspettato... Ma il sospiro di sollievo dura poco, perché tornano a martellarci in testa le note di “Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith”, title track per niente da ridere, che continua a tenere alto il livello dell' album a cui da il nome e prosegue benissimo quanto fatto con “Through the Divine Spirit of Satan a Glorious Universe is Known”. Un riff più ritmato e voci radiofoniche, prima di un fraseggio splendido, quasi un assolo tra la lunga parte lasciata totalmente agli strumenti. Da ascoltare assolutamente ed una seconda parte, delirante e pazzesca, nella sua genialità. Tonano i giri classici a cui la band ci ha abituato, con “Power From the Center of the Cosmic Black Spiral”, altro pezzo dal sapore ritualistico, pieno di rallentamenti fatti con intelligenza e sfuriate controllate e mai banali. Tutto poi, viene cancellato dalla potenza d' entrata di “A Magnificent Crypt of Stars” un brano che convince ed entusiasma già dalla prima nota. Dinamicità e potenza, fanno sfoggio di tecnica ed esperienza, per un pezzo veramente realizzato come Dio (o Satana), comanda, in pieno stile “Inquisition”, a metà strada tra il black norvegese e il tipico trademark della band. Riff chirurgici e batteria che pare sostituita con un orologio svizzero, per precisione e complessità di groove. Entusiasmante, una botta di potenza oscura, carica e dinamismo. L' outro “Outro - The invocation of the absolute, the all, the Satan”, ed i suoi versi di capra, arrivano a chiudere il cerchio, l' audio di un rituale per niente rassicurante, è la cronaca di ciò che accade...
Ultimo step, per “Coda : Hymn To The Cosmic Zenith”, un qualcosa che altro non è che una seconda outro, fatta di rumori e suoni dilatati, che non capisco cosa faccia al numero trecidi di “Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith”, visto che l' outro era già arrivata un gradino prima. Ma tant'é, in conclusione si tratta di un ottimo album, assolutamente in linea con quanto offerto fino ad ora dal duo colombiano, un album che, pure senza gridare al capolavoro, non deluderà i fan della band.

Anthony

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4.0
Opinione inserita da Anthony Weird    19 Agosto, 2016
Ultimo aggiornamento: 21 Agosto, 2016
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“Imperium Dekadenz” è il moniker (un po' da bimbominkia), di questa band tedesca attiva dal 2005 che, dopo un paio di dischi minori e numerosi Full-lengthS, arriva a proporci oggi il loro ultimo lavoro sulla lunga distanza, cioè questo “Dis Manibvs”, la cui prima traccia è “In Todesbanden”, poco più di una intro cupa e grezza, dove la chitarra in lontananza alza il volume progressivamente e, mano a mano, fanno la loro comparsa tutti gli strumenti, in un intermezzo (intro) sussurrata molto inquietante che, in poco più di due minuti, riesce ad attirare la mia attenzione. Proseguo quindi con “Only Fragments Of Light” e immediatamente una potenza ed una ferocia tipicamente black metal mi invade. Si tratta comunque di una furia controllata e ben architettata, una cattiveria quasi chirurgica, complice la lunga intro e la lunga durata del brano stesso che fa da apripista ad uno scream soffocato e distante. Una voce modulata che però non per questo perde di freschezza, anzi, guadagna molto in termini di oscurità e malvagità. Quello che noto è però un drumming piatto che, a parte per rari punti, non brilla per originalità compositiva o particolare piacevolezza d'ascolto, pare più che altro un riempitivo che si limita a portare il tempo “sporcandolo” di doppia cassa e che raramente si fa realmente notare. I cori verso la metà del brano, però, racchiudono somma magnificenza e le tenebre si innalzano fiere. Un brano molto ben studiato e messo in pratica, uno sguardo in più andava dato al lavoro di batteria, ma ciò non toglie che il pezzo funzioni comunque alla grande, con un buon riffing ed una struttura dinamica e coinvolgente. Al numero tre troviamo “Still I Rise” altro brano molto lungo, infatti anche questo supera gli otto minuti e venti di corsa e devo dire che il sound resta molto simile, una buona potenza sonore, mai fine a se stessa, ma abilmente orchestrata, su riff di chitarra lunghi e veloci che si alternano ad altri più lenti, quasi toccando gli abissi del doom. Qui la batteria migliora notevolmente e anche se il blast beat resta in secondo piano, riesco a godermelo e ad apprezzarlo. Una grossa importanza viene data alle parti strumentali e questo è assolutamente un bene, numerosi parti di sola musica si alternano a momenti di scream disperato con un finale melodico e superbo, che definirei addirittura elegante ed etereo. Non da tutti! Quarta posizione per la potenza della title track “Dis Manibvs”, che apre col botto, sparandomi in faccia le distorsioni farinose dei tedeschi, in un tempo lento e pesante, dove le chitarre sono il caos di un'oscurità che ci circonda e sentiamo solo voci maligne e depresse, provenire da chissà dove... intorno a noi esiste solo il buio e il tormento che non trova pace. Davvero da brividi, un brano che sfiora i territori di doom e depressive, senza però esplorarli totalmente, ma restando comunque legato al black più canonico. Eppure le influenze di bands come “Abyssic Hate”, “Shining” o gli stessi “Silencer” sono evidenti e tangibili. Ovviamente scordatevi gli acuti impossibili di Nattramn, questo è qualcosa di totalmente diverso, eppure il reparto strumentale è incredibilmente simile a quel “Death – Pierce me”. Un brano superbo che mi sto godendo dalla prima all'ultima nota, dove tutto è al posto giusto e l'aggiunta di elementi creativi come lo scampanellio sui raids, non provoca assolutamente nessuno snaturamento dell'opera, anzi, trova il suo posto giusto e si lascia amare. “Pantheon Spells” è un intermezzo che richiama la intro iniziale “In Todesbanden”, synth oscuro e pesante, che sostiene dei sussurri inquietanti che ci accompagnano su sentieri poco rassicuranti alla traccia numero sei “Vae Victis” che, con un riffing veloce in feed in, ritorna su sentieri assolutamente black metal nel senso più convenzionale del termine. Blast beat martellante e scream molto più acido dei brani precedenti su una buona velocità ed una magnifica potenza per un brano sinceramente ben confezionato, ma che brilla per originalità solo nella parte finale, è più che altro un buon compitino fatto dai nostri, più che altro per allungare il brodo, almeno questa è l' impressione che da, nonostante si tratti di un pezzo comunque molto valido, ma che sta stretto in un album come questo. I campionamenti di un incendio, danno il via a “Volcano” pezzo di “satyriconiana” memoria, è la potente traccia numero sette, dove torna la carica e la buona composizione dei tedeschi, con cori degni degli Epica, ma con una cattiveria lontana anni luce dalla band olandese. Un ottimo esempio di black metal moderno, originale, feroce, disperato e oscuro, le tenebre impregnano anche questa canzone, come le precedenti e non si risparmia sui campionamenti che sono sempre molto accattivanti, soprattutto se usati con intelligenza, come in questo caso. Una seconda parte che rallenta, tornando a sfiorare le atmosfere Black-Doom, ottima cosa che rende l'intero album vario, ma omogeneo. Mi godo in silenzio gli ultimi momenti di “Volcano”, col suo feed out ed i campionamenti finali, prima di “Somnia”, altro intermezzo strumentale, questa volta affidato alle note in acustico, con spruzzate di “gothic” date dalle tastiere, piacevole nel complesso. Finita la pausa rilassante di “Somnia”, torniamo nelle tenebre grezze con “Pure Nocturnal Rome” ed ai suoi accordi iniziali pesanti, che fanno da apripista ad un riffing veloce e straziante, per poi sfociare su momenti più “circolari” come da tradizione black metal. Verso la metà del pezzo poi, un momento entusiasmante con cori magnifici ed indescrivibili, qualcosa che collega la magia e la teatralità del symphonic, con la tremenda oscurità nata dai territori più black. Un brano che richiama band come “Alghazanth”, che sanno dosare alla perfezione gli elementi sinfonici per non fare a gare per somigliare ai Nightwish e soprattutto, per creare immagini meravigliose e magnifiche, come quelle evocate da questo pezzo. Tornano le note in acustico sorrette dai synth che avevamo lasciato a “Somnia” nell'ultimo (purtroppo) brano di questo “Dis Manibvs”, cioè la numero dieci “Seikilos”. Un brano che sa di viking, che richiama il lavoro di “Tyr” e altre bands simili, evocando navi vichinghe, mare in tempesta e spade scintillanti all'orizzonte. Un pezzo particolare, che si discosta molto dal resto dell' album, tanto da sembrare quasi una bonus track, anche di black c'è poco in questa parte ed è strana la scelta di inserire un brano che non ha niente a che vedere con il resto, in un album così omogeneo e ben studiato come questo. Ma tant'è, il pezzo comunque non toglie niente al lavoro già ascoltato e quindi non va ad intaccare l'opera con una qualità minore o una creatività mancata ma, anzi, resta una canzone di tutto rispetto, evocativa e accattivante.
Se non si fosse capito, l'album in questione è davvero molto bello e gli “Imperium Dekadenz” sanno il fatto loro eccome. I brani sono solo dieci, ma abbastanza per creare un pezzo che è destinato a diventare un tassello di storia del metal e comunque, la maggior parte raggiunge una durata che supera il muro degli otto minuti. Una band da amare e quindi da considerare molto di più di quanto fatto fino ad ora. Assolutamente consigliato! In decimali, il voto sarebbe un sicuro 8,5/10!

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Opinione inserita da Anthony Weird    18 Agosto, 2016
Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 2016
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La band “Midnight Rites”, metà svedese e metà spagnola, arriva oggi con questo mini album di sole sei tracce, intitolato “Tales from the North”, proponendoci un Blackened Death Metal, di stampo melodico, che sinceramente mi incuriosisce non poco; andiamo quindi subito alla sostanza, con l'ascolto.
Il primo brano è “Dawn of Darkness” che apre col botto in una composizione assolutamente Black Death, con blast beat martellanti e un riffing perfettamente a metà tra la potenza del Death e l'oscurità delle tenebre più Black. Il tutto condito con uno scream acido e ferale, molto maligno e disperato. Il riffing “zanzaroso” prosegue e sorregge bene i pochi momenti di growl. Il ritmo prosegue su un buon tempo sostenuto e devo dire che non me lo aspettavo così coinvolgente. Il rallentamento arriva al momento giusto ed il delay in chiusura fa il resto per l'atmosfera di questo ottimo biglietto da visita.
L' arpeggio decadente di “Lvcifer” mi accoglie, prima di sfociare nella furia cieca, ma perfettamente controllata dei nostri, che danzano su un lead di chitarra totalmente inaspettato. Il tempo cala ma la sensazione di malvagità che trasmette questo pezzo, invece, accenna ad aumentare per poi tornare sul ritmo incalzante della prima parte. La notte cala totalmente con l'intro di “Legions of the Damned” ed i suoi synth cimiteriali. Cori bassi da canto gregoriano fanno da cornice alle vocals malefiche che corrono in una danza blasfema sui riff circolari delle chitarre; troviamo anche delle modulazioni vocali che non fanno altro che aggiungere senso di smarrimento e ferocia, anche quando, paradossalmente, la melodia inizia a farla da padrone e cori clean entrano in campo. Da ascoltare. “Raven's Cry” parte con un riffing molto dinamico che non mi aspettavo e la velocità aumenta su un drumming secco che alterna momenti in blast beat ad altre battute in “up”, costantemente su un tappeto di doppia cassa; si fa inoltre un grosso uso delle modulazioni digitali della voce, per rendere lo scream ancora più inquietante e spaventoso. Torna invece l'arpeggio decadente in “Winter's Requiem” e la formula si ripete, lead riff dinamico a conferire entusiasmo ad un brano potente ed oscuro, che però forse risulta poco gelido per il titolo che porta. La parte sussurrata è pregna di malvagità e buio intrinseco nelle lyrics e nel pezzo stesso, che smette di essere una composizione fine a se stessa, ma acquista vita propria e trasmette le sensazioni negative che si era proposto fin dall'inizio; non capisco la parte clean sul finale che, pur conferendo spessore al brano, non appare all'altezza di quanto sentito fino ad ora.
Ultimo brano purtroppo di questo assaggio delle grandiose capacità dei Midnight Rites, è la numero sei, “Origin Of The Past” con il suo arpeggio oscuro, una sorta di outro strumentale, dove la chitarra ed una piccola tastiera per niente opprimente trasmettono inquietudine e decadenza, in una melodia lineare e lugubre che ci lascia dandoci appuntamento al prossimo lavoro in studio di questa band, che è assolutamente da ascoltare ed ammirare, soprattutto per i fans del genere.

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Opinione inserita da Anthony Weird    12 Agosto, 2016
Ultimo aggiornamento: 12 Agosto, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

La band tedesca “GEBRECHLICHKEIT” che porta questo moniker impronunciabile, è attiva da più di dieci anni e vanta, a dire il vero, un curriculum di tutto rispetto con ben dieci lavori in studio, quasi uno all'anno!
E così, questo trio infaticabile ci propone oggi la propria ultima fatica “Aphorsimen der Angst”, dalla copertina molto accattivante, che mi accingo ora ad ascoltare.
“Kegel der Stille” apre immediatamente senza fronzoli, sfoderando un black aggressivo e grezzo, tipico della tradizione norvegese, pregno di oscurità. Si apre immediatamente davanti ai miei occhi, un buio immenso, dove il blast beat è il caos che vi si nasconde e tutta la malvagità si manifesta nello scream marcio e malefico di “Chaos”. Le chitarre restano in secondo piano, limitandosi a conferire quel senso di terrore e smarrimento che provo guardandomi intorno nel buio del regno creato dai tedeschi. Un rallentamento arriva al momento opportuno ed un arpeggio acido alza la voce dissonando la discesa agli inferi che rallenta leggermente con “Einst war ich blutleer”, che però aumenta la pesantezza e dona una buona dose di note dissonate a quest'album. Un ritmo andante che non raggiunge velocità di metronomo estremamente elevate, come da tradizione black metal. Mi trovo a fare un leggero headbanging nella parte finale e mi lascio così trasportare godendomi i colpi di raid, fino a “Suendenrausch” e al suo blast beat incalzante, che sostiene gli accordi singoli della sei corde, come un basso in walking, aspetta il momento opportuno per sfociare la potenza e la cattiveria accumulata nelle battute iniziali. Un brano veramente più viscerale e potente, ancora più maligno dei precedenti, che sa dosare sfuriate di pura rabbia a momenti più calmi, dove è l' atmosfera oscura a farla da padrone. E' palese, in questa fase, la dimostrazione di tecnica del trio tedesco, tra colpi di rullante precisi e gelidi, sfilano veloci le note di doppia cassa, in un drumming che la fa da padrone su tutta la linea. Nonostante la produzione ottima, è impossibile, infatti, non concentrarsi sulla batteria che, come colpi di pioggia incessante, rende il nostro viaggio freddo e spaventoso. La voce continua a declamare le sue blasfeme invocazioni in lontananza, persa da qualche parte nel buio di questa valle oscura... possiamo solo avanzare, sperando di non fare brutti incontri... L' inquietantissima intro di “Der Hoffnung Aasfresser” apre questo brano che ci porta su velocità alte, senza però rinunciare ad una composizione efficace e molto interessante, prima di sfoderare un'andatura in up, che solletica non poco il mio collo malandato e mi accingo a seguire lo scampanellio sui piatti, veramente inaspettato e piacevole di questo brano che riesce ad inquietare con una voce campionata a poco più della metà, che riaccende la band e riporta la canzone ad alti livelli tecnici e compositivi. Sono gli ululati di “Nyktophobie” in apertura ad attendermi, prima che i “GEBRECHLICHKEIT” risfoderino la mitragliatrice e non facciano più prigionieri! In questa parte, torno ad assaporare i colpi dietro le pelli, precisi, gelidi... carichi di inventiva e carica che definirei sessuale! Un drumming che eccita ed insieme a tutta la composizione, diventa un'opera maestosa, un esempio magnifico di black metal ferale, oscuro e valido fino all'ultima nota, con i suoi arpeggi dissonanti e la distorsione cupa e graffiante. Una produzione ottimale, grezza eppur chiara, con un basso che dalle retrovie riesce a farsi notare in potenza e variabilità di composizione. Canti che ricordano quelli gregoriani, aprono “Die Verdammten der Hybris” accompagnati da voci bianche che non promettono niente di buono. Qui torniamo sui ritmi più accessibili ascoltati all'inizio dell'album e tornano i tempi in “up” sorretti dalla solita doppia cassa magistralmente diretta ed un finale in feed out che va veramente ascoltato. Ritmo più movimentato per “Grausige Melodien”, dove lo scream diventa vaporoso... quasi etereo e perde la graffiante cattiveria dimostrata fino ad ora, per guadagnare in oscurità e capacità di inquietare e, bene o male, percorre la via già segnata dai pezzi precedenti, variando ogni tanto nei groove e negli stacchi dei rallentamenti. Il blast beat qui guadagna una nota di raid e questo mi entusiasma. Arpeggio clean in apertura per la numero otto “Sphaeren einer duesteren Elegie”, penultima traccia per “Aphorsimen der Angst”, dove i brani sono tutti abbastanza lunghi, nessuna delle nove tracce presenti, infatti, scende sotto i cinque minuti di ascolto, per un massimo raggiunto proprio da questa ottava traccia, che è di otto minuti e dodici, quindi nonostante le “poche” canzoni che contiene, non si tratta assolutamente di un disco breve. Oscurità e caos per tutto il pezzo ed i pochi rallentamenti non fanno altro che aumentare una tensione praticamente costante, creata anche da una ottima alternanza di riff e delle vocals che, per quanto non varino molto e restino abbastanza statiche nella loro cattiveria, fanno il loro dovere e funzionano bene ai fini di tutta l'opera. Arrivo così all'ultimo brano, la numero nove “Nekromantie”. Pezzo diverso dagli altri, più lento e oscuro a discapito di una rabbia ed una potenza messa da parte in questo caso. Batteria in up condita da scampanellii sui piatti e sfuriate in doppia cassa che però restano in secondo piano e si limitano a fare da contorno. Durante l'ascolto, mi trovo a vagare con la mente in boschi oscuri, montagne lugubri e pericolose, dove si aggirano creature e personaggi per niente socievoli, ed è tra le nebbie e il ghiaccio della vetta, che mi godo le note finali di un album che mi ha coinvolto fin dalle prime note, una band che di sicuro meriterebbe più visibilità ed è proprio per questo, che la consiglio a chi ama il black fatto bene!

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