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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 2024
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Devo ammettere che non avevo mai sentito parlare dei Winterborn, uno dei tanti gruppi Heavy Metal provenienti dalla Finlandia (sempre più il paese più Metal al mondo!), attivo addirittura da vent'anni durante i quali, però, aveva realizzato solo due full-length nel 2006 (“Cold reality”) e nel 2008 (“Farewell to saints”), prima di questo “Break another day”, uscito in questi giorni per la label americana RFL Records. Ma il bello di far parte di una webzine come allaroundmetal.com è proprio quello di avere la possibilità di scoprire tante bands di cui altrimenti molto probabilmente non si sarebbe mai sentito parlare! Ma torniamo al nuovo album, che è composto da undici pezzi per 55 minuti esatti di durata ed ha un piacevole artwork ispirato appunto al freddo inverno finlandese. Si tratta di un disco che si fa ascoltare piacevolmente, grazie ad un Heavy/Power Metal molto melodico, ma che ogni tanto sa anche essere robusto e ricco di energia, grazie anche ad un buon lavoro alla batteria di Lauri Bexar che quando serve mostra di saper imporre ritmi frizzanti (“On the greatest day”, “Washed away by tide” e “Silver dreams” su tutte!). Nel gruppo dobbiamo segnalare anche la presenza del bassista Pasi Kauppinen, che i più attenti ricorderanno da una decina d’anni anche nei Sonata Arctica; bisogna comunque evidenziare che, fatta eccezione per il chitarrista Pasi Vapola, tutti i musicisti suonano o hanno suonato in una miriade di altri gruppi più o meno underground, come d’abitudine soprattutto in Finlandia, dove ci sono un numero impressionante di Metal bands se rapportate al non elevato numero di abitanti. I vari ascolti che ho dato a questo disco sono sempre stati piacevoli, anche se manca quella hit che da sola varrebbe l’acquisto del CD e la voce del cantante Teemu Koskela non fa impazzire, per via di una timbrica leggermente troppo bassa (per questo genere di Metal servono voci squillanti) che forse starebbe meglio in un sound più hard rockeggiante. Parlando del sound, bisogna dire che non siamo di certo su qualcosa di particolarmente originale ed assolutamente non innovativo (vocaboli credo sconosciuti ai Winterborn), ma quel Melodic Power Metal suonato dal gruppo in fin dei conti non dispiace. Magari avrei evitato le parti di sax in “For the first time ever”, visto che sinceramente non c’azzeccano assolutamente niente in un disco Metal! Ecco, a voler trovare un difetto a questo disco, è la sovrabbondanza di pezzi lenti; oltre alla già citata “For the first time ever” (fin troppo blanda da sembrare una canzone di Vasco Rossi e punto qualitativo più basso dell’album), dobbiamo annoverare anche “Into the shades of gray” e la conclusiva “Through different eyes”, oltre a qualche altra traccia che difetta un po’ nel ritmo, come “Moon from the sky” (altro pezzo non proprio brillante). Comunque sia, come detto, i vari ascolti sono sempre stati gradevoli e sicuramente questo “Break another day” è in grado di far raggiungere ai Winterborn una meritata sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 2024
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I Coventhrall sono una delle tantissime bands che esistono in Finlandia (il paese più Metal del mondo!); il gruppo nasce dalle parti di Helsinki nel 2005 con il nome di Grudge’s Claw, per adottare l’attuale nome nel 2009, con cui realizza un demo nel 2010 intitolato “The space opera” che mette in evidenza la passione del quintetto per la fantascienza e le tematiche sci-fi. Nel 2013 e nel 2023 (in mezzo dieci anni esatti di silenzio!) escono ben sei singoli che vanno poi a finire in questo “Legacy of Morfuidra”, debut album uscito in questi giorni per la label finlandese Inverse Records. Il full-length è composto da dieci tracce (cui si aggiunge l’immancabile inutilissima intro) per un totale di poco superiore ai 48 minuti ed ha un artwork (non proprio affascinante per essere sinceri) che appunto richiama le tematiche sci-fi. Hanno contribuito alla realizzazione del disco numerosi ospiti, soprattutto per prestare le voci ai vari personaggi che si alternano nel concept; bisogna comunque dire che i vari membri dei Coventhrall non sono dei novellini, in quanto tutti quanti hanno già suonato in svariate bands dell’underground finlandese e non, fra cui spiccano sicuramente gli Amberian Dawn, di cui Jukka Hoffrén ne è ancora il bassista, mentre Kimmo Korhonen ne è stato in passato il chitarrista. Ma cosa suonano i Convethrall? Il loro è un classico Power Metal di scuola scandinava, molto ritmato (Janne Ojala alla batteria è un mostro!) e ricco di assoli di chitarra e tastiera; mentre nella bio di presentazione si fanno paragoni con Gamma Ray e Blind Guardian (che ritengo del tutto campati in aria!), credo che i paragoni più azzeccati sia con gruppi come Insania e Crystal Eyes, senza dimenticare la lezione impartita da Stratovarius e Dreamtale. Se quindi la parola “originalità” pare sia ben lontana dalle idee dei Coventhrall, è indubbio che il loro Power Metal sia piacevole da ascoltare (a patto di essere fan del genere specifico), ricco di energia e sempre con una notevole attenzione alle melodie ed all’orecchiabilità. Ciò che non mi ha convinto particolarmente è la voce del cantante Sami Ilvonen che difetta un po’ in espressività e non sembra avere un’ugola particolarmente aggraziata (ma c’è molto di peggio in giro!). Manca anche almeno una hit che ti faccia saltare dalla sedia e che valga da sola l’acquisto del CD che, comunque, lo ripeto, si lascia ascoltare gradevolmente. Tirando le somme, questo “Legacy of Morfuidra”, debut album dei finlandesi Coventhrall, credo non abbia alcuna possibilità di passare alla storia del Power Metal, ma è sicuramente un buon disco che potrà incontrare il favore dei fans di questo specifico genere musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2024
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Ci sono dei dischi che, per colpa dello streaming che ci viene imposto da alcune labels per fare le recensioni, finiscono per cadere nel dimenticatoio incolpevolmente; mentre quando si hanno a disposizione gli MP3 (ricevere il CD è ormai un lusso per pochi!), puoi anche ascoltarteli mentre vai al lavoro sull’autoradio o in ogni occasione utile, lo streaming rimane collegato all’email che hai ricevuto quel determinato giorno che, con il passare del tempo, scorre sempre più giù e finisce per essere dimenticata. Quando poi un’email di questo genere ti viene inviata a cavallo tra Natale e Capodanno, il rischio di passare inosservata aumenta esponenzialmente. E’ questo il caso del debut album degli austriaci Dominum, intitolato “Hey living people”, disco fantastico ma ingiustamente purtroppo passato del tutto inosservato proprio per via della scomodissima modalità di diffusione scelta dalla Napalm Records (label che ha licenziato il prodotto pochi giorni prima di capodanno scorso). I Dominum sono un nuovo gruppo formatosi nel 2022 e ne fanno parte il talentuoso singer Dr. Dead (Felix Piccu all’anagrafe, noto producer conosciuto con lo pseudonimo di Felix Heldt), il bassista Patient Zero (anche negli Ad Infinitum con la sua reale identità di Korbinian Benedict Stocker), il chitarrista Tommy (alias Jochen Windisch, anche nei Winterstorm) ed il batterista Victor (pseudonimo del brasiliano/berlinese Marcos Feminella). Il gruppo fa uso di trucchi di scena e travestimenti da zombie che si riverberano nei testi, dato che le principali tematiche sono appunto ispirate all’horror ed ai film di zombie et similia. Il sound è un godibilissimo Power Metal molto melodico, con qualche richiamo ai primi Edguy, una massiccia dose di cori che fa pensare agli Orden Ogan e soprattutto una notevole orecchiabilità che fa venire in mente i migliori Freedom Call. Una musica che forse non sarà particolarmente originale, ma che è estremamente godibile e piacevolissima da ascoltare, soprattutto se si è fans del Power Metal più melodico. Se poi si ha un cantante versatile, espressivo e con la cui ugola madre natura è stata generosa, il tutto diventa ancora più semplice da apprezzare. Le canzoni sono tutte convincenti e decisamente piacevoli, ma sicuramente l’ottima e teatrale opener “Immortalis dominum” spicca assieme ad altre gemme come “Patient zero”, “Frankestein” e la cover della mitica “You spin me round (Like a record)” dei Dead or Alive metallizzata in maniera impeccabile; a costo di essere ripetitivi, si ribadisce che è comunque tutto il full-length nella sua interezza ad essere convincente e davvero piacevole. Siamo solo al debut album ma i Dominum, con questo “Hey living people”, hanno realizzato uno dei migliori dischi del 2023, un must per ogni fan del Power Metal!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Marzo, 2024
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I Sonata Arctica tornano in parte a suonare Power Metal; questa è la sintesi di questa recensione sul nuovo album del gruppo di Tony Kakko e Tommy Portimo, intitolato “Clear cold beyond”. Il disco è composto da dieci tracce per una durata totale di poco inferiore ad un’ora; l’artwork torna ad essere quello con paesaggi innevati e richiami alla loro terra natia (ricordiamo che arrivano da Kemi in Lapponia). Furbamente i pezzi migliori sono messi all’inizio ed ecco che l’accoppiata di “First in line” (la canzone migliore del disco) e dell’ultimo singolo “California” aprono alla grandissima l’album, facendo venire immediatamente in mente i capolavori di inizio carriera come “Ecliptica” e “Silence”; purtroppo la tracklist non sarà sempre dello stesso livello qualitativo, ma andiamo per gradi. Già il fatto che Tommy Portimo sia tornato a pestare sulla doppia cassa a dovere è un’ottima notizia, ma non ci fermiamo solo qui, dato che Henrik Klingenberg con le tastiere ed Elias Viljanen alla chitarra sono tornati a darci dentro, regalando parti soliste veloci e di gusto, ben sorretti dal basso di Pasi Kauppinen nelle retrovie. E’ insomma il ritmo che è tornato ad essere sostenuto ed il sound chiaramente ne risente positivamente, tornando nell’alveo del Power Metal che era stato abbandonato da ormai circa vent'anni. La voce di Tony Kakko non è mai stata un granché (madre natura ha imposto dei limiti) ma, alla fin fine, non dispiace e, come sempre, pur sapendo che ci sono cantanti molto più talentuosi in giro, bisogna farsene una ragione, tenendo anche presente che c’è molto di peggio anche in questo campo. Lo stesso singer sorprende in positivo ad esempio in “Dark empath”, la prima traccia più lenta del disco, in cui si mostra versatile, espressivo e poliedrico, dando quella classica marcia in più ad un brano che, con un altro cantante meno capace, sarebbe stato solo discreto, per via di una certa ripetitività di fondo. Se “Shah mat” e soprattutto “Cure for everything” riprendono la falsa riga delle prime due tracce, è con “A monster only you can't see” che qualcosa inizia a funzionare peggio con un pezzo che, estrapolato dal contesto, non sarebbe nemmeno male, ma risulta fin troppo “zuccheroso” e ripetitivo. Con “Teardrops” e soprattutto con “Angel defiled” si torna al Power Metal di buona qualità, ma sono le ultime due tracce a chiudere l’album in maniera interlocutoria: due canzoni con ritmo molto blando in fila non convincono più di tanto! “The best things” è alquanto banale e ricorda parecchio le produzioni più recenti del gruppo finlandese (quelle più scadenti per capirci), mentre la title-track “Clear cold beyond” vorrebbe essere teatrale e di atmosfera, ma non entusiasma né affascina e, dopo qualche ascolto, finisce per rischiare di annoiare. Tirando le somme, con questo nuovo album, intitolato “Clear cold beyond”, i Sonata Arctica sono tornati per buona parte a suonare Power Metal in maniera valida come facevano vent'anni fa, ma continuano a sopravvivere alcune tracce (fortunatamente poche!) che richiamano alle produzioni più recenti e sono qualitativamente molto meno valide. Il voto finale, su una scala in decimali, sarebbe un 6,5 più che meritato.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Marzo, 2024
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Gli Alterium sono la nuova band della sempre affascinante Nicoletta Rosellini; allo scioglimento dei Kalidia, la cantante si è portata dietro il fido chitarrista Paolo Campitelli (già tastierista nei Kaledon) ed il batterista Dario Gozzi; a loro si sono poi uniti il chitarrista dei Draconicon, Alessandro Mammola, ed il bassista Luca Scalabrin dagli Altair. “Of war and flames” è il loro debut album, prodotto dalle abili mani di Lars Rettkowitz (Freedom Call) e con un artwork molto bello realizzato dall’artista italiana Emanuela Nicosia. L’album è composto da dieci tracce (compresa la cover dei Sabaton di “Bismarck”) per una durata totale di poco più di 42 minuti che si lasciano ascoltare molto gradevolmente. Il Power Metal composto dalla Rosellini (è lei che si occupa del songwriting) è ricco di energia grazie al ritmo sempre frizzante imposto dall’ottimo Gozzi, ma anche ha un occhio molto attento alle melodie ed all’orecchiabilità. Le due chitarre di Mammola e Campitelli recitano da protagoniste, ben sorrette dall’ottimo lavoro al basso di Scalabrin, ma è la voce suadente, sensuale, calda, versatile ed espressiva della Rosellini la vera arma vincente di questa band. E’ lei che con la sua prestazione maiuscola rende questo disco superiore alla maggior parte dei dischi di Power con voce femminile, distinguendo gli Alterium in maniera decisiva, tanto da aver attirato niente meno che l’attenzione della storica label tedesca AFM Records che ha rilasciato l’album in questi giorni di inizio marzo. Ho ascoltato e riascoltato più e più volte questo disco senza mai trovare alcuna nota fuori posto, alcun momento di calo qualitativo, ma è sempre stato un piacere per i miei padiglioni auricolari e per la mia mente che ha potuto perdersi sulle note di questa splendida musica; inutile quindi soffermarsi su questa o quella canzone perché sono tutte di livello eccelso. Se siete anche voi fans del Power Metal, nella sua versione più melodica con voce femminile, questo “Of war and flames” non può assolutamente mancare nella vostra collezione! Siamo solo al debut album eppure gli Alterium hanno già realizzato un grandissimo disco che sicuramente sarà tra i migliori in assoluto nello specifico settore in questo 2024!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2024
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Sinceramente non pensavo nel 2024 di sentire ancora parlare di “demo” e di ascoltare un disco registrato così male! Suvvia, la tecnologia non è più così “dispendiosa” ed un prodotto così “artigianale” (con tutto il rispetto per gli artigiani!) è davvero difficile da comprendere, tollerare e, soprattutto, da ascoltare… Eppure i danesi Crucible con questo “The savage weapon demo” sono riusciti nel difficile compito di farmi tornare indietro nel tempo di quarant'anni, quando a metà anni ’80 ci scambiavamo tra giovani metalheads delle audiocassette contenenti registrazioni improbabili, colpiti dal fervore della gioventù e della passione e convinti di avere in sé stessi il “verbo del Metal”. Già, l’unica cosa che possiamo annoverare per questo trio danese è la passione verso questa musica, dato che la gioventù l’hanno passata anche loro da anni. Per il resto c’è davvero poco o niente da salvare nel loro Speed Metal: non si sa chi abbia suonato batteria (nemmeno la label danese From The Vaults ha fornito informazioni al riguardo), le due chitarre hanno qualche discreta parte solista ma formano un impasto sonoro difficile da decifrare per via di una registrazione che vorrebbe essere old style ma è solo pessima, il cantante urla dall’inizio alla fine senza un minimo di espressività finendo per risultare stridulo e non va certo meglio quando smette di urlare e “cerca” di cantare; le canzoni infine non hanno alcuna potenzialità di convincere o coinvolgere (si salva solo la cover dei Racer X, anche per via dello shred che è trademark della band statunitense), anche se fortunatamente hanno breve durata. Come avrete visto dalla tracklist, si parla di lato A e lato B perché questo disco è uscito a gennaio esclusivamente in audiocassetta, con edizione limitata a soli 100 esemplari. Mi dispiace per i Crucible, ma questo “The savage weapon demo” poteva avere qualche speranza quarant'anni fa, ma nel 2024 è semplicemente fuori tempo massimo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2024
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E’ un periodo in cui mi occupo di gruppi che arrivano dal Belgio, terra non proprio famosissima per l’Heavy Metal; questa volta tocca ai Cathubodua (nome ispirato ad una divinità celtica della guerra), gruppo che avevamo già conosciuto all’epoca dell’ottimo debut album “Continuum” del 2019 e che ritroviamo all’appuntamento con il secondo full-length uscito ancora per Massacre Records a fine febbraio ed intitolato “Interbellum” (bello l’artwork!). A voler essere precisi si tratterebbe di un MLP, dato che è composto da soli sei pezzi per poco più di mezz’ora di durata, ma loro lo definiscono album e noi ci adeguiamo. In questi anni è successa una mezza rivoluzione alla line up del gruppo, dato che, rispetto alla formazione che registrò il precedente disco, sono rimasti solo la cantante Sara Vanderheyden ed il bassista Peter Thielemans, mentre sono nuovi entrati sia il chitarrista Robin Ritzen, che il batterista Harald Bouten ed il violinista Arvid Vermote. Quello che sostanzialmente non è cambiato è il sound dei belgi, quel female fronted Symphonic Metal contaminato da un po’ di Folk, grazie all’uso del violino che recita spesso da protagonista alla pari della chitarra (ascoltate “The mirror”, ad esempio), nonché da rari passaggi in Melodic Death, per via del blast beat della batteria (“Goddess fallacy”). La musica dei Cathubodua è sicuramente orecchiabile e ricca di melodia, grazie anche alla maestria della Vanderheyden che si dimostra cantante versatile e poliedrica, oltre che espressiva, capace di passare da liricismi a parti aggressive senza alcuna fatica; ci sono anche ogni tanto delle parti vocali in growling (immagino sempre della Vanderheyden) che non dispiacciono e contribuiscono a rendere interessante la proposta musicale. In un panorama inflazionato come quello di questo genere, ci vogliono gruppi come i Cathubodua che, pur rimanendo fedeli alla lezione impartita dai big (in questo caso, Nightwish su tutti), cercano di avere un po’ di personalità ed originalità che possa rendere la loro musica non troppo uguale alle altre! E questo “Interbellum” (concept album su una dea della guerra) che, lo ripeto, è davvero piacevole da ascoltare e riascoltare, ne è la prova lampante.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2024
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I Throne of Thorns sono una nuova band che arriva dal Belgio, costituita da musicisti navigati nella scena metal belga (non abbiamo quindi a che fare con dei giovani metalheads); a fine febbraio hanno tagliato il traguardo del debut album con questo “Converging parallel worlds”, rilasciato dalla label greca ROAR! Rock Of Angels Records. Il full-length ha un artwork semplicemente strepitoso, realizzato dall’artista colombiano Harley Velasquez, ed è composto da soli sette pezzi (cui si aggiunge la solita inutilissima intro), per la durata totale di quasi 55 minuti, segno che i vari brani hanno tutti durate importanti. Del resto, stiamo parlando di Progressive/Power ed in questo genere musicale non è così abituale trovare componimenti di breve durata; ciò nonostante la qualità del songwriting è talmente elevata ed il ritmo delle varie canzoni sempre brillante che le stesse scorrono via molto piacevolmente, risultando decisamente convincenti e coinvolgenti. Ad ogni ascolto, infatti, sono sempre rimasto “sul pezzo”, grazie anche ad un’ottima orecchiabilità e ad una notevole attenzione per l’efficacia delle melodie. Prendiamo ad esempio la splendida “Atomic retribution” (tra le canzoni più belle ascoltate in questo 2024 e di sicuro la migliore dell’album!), per la sua orecchiabilità e per quanto è ruffiana sembrerebbe un banale pezzo Power Metal, ma le atmosfere create dalla chitarra di Thomas Jethro Verleye (notevoli le parti soliste!) e dalle tastiere di Wim Rotthier, un ritmo sempre frizzante imposto dall’ottimo batterista Baruch Van Bellegem ed il basso dello stesso Verleye che ricama in sottofondo, rendono il pezzo semplicemente strepitoso. C’è poi la voce dell’eccellente Josey Hindrix che sa essere espressivo e poliedrico, dando calore e colore a seconda delle necessità, ma regalando anche energia mai a sproposito o in modo esagerato. Basterebbe insomma la sola “Atomic retribution” per rendere l’acquisto del CD vivamente consigliato, ma non c’è solo questa canzone; anche le altre sei, infatti, sono davvero interessanti e piacevoli, tanto che alla fine della lunga suite conclusiva “Fire and ice”, la voglia di rimettersi nuovamente all’ascolto è sempre forte. E questa caratteristica appartiene solamente ai grandi dischi! Ritengo inutile prolungare questa recensione ancora oltre, avrete già capito che questo “Converging parallel worlds” è uno dei debut album migliori degli ultimi tempi e ci presenta un gruppo, i Throne of Thorns, dall’incredibile talento ed enormi qualità che in futuro sicuramente potrà regalarci altre gemme di elegante Prog/Power!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 02 Marzo, 2024
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Avevo scoperto i Whiteabbey nel 2022 all’epoca del loro secondo strepitoso album (“Volume two”), a mio parere uno dei migliori dischi usciti due anni fa; li ritrovo adesso con il loro terzo full-length, intitolato “Words that form the key”, dotato di piacevole artwork e composto da nove pezzi per poco più di 40 minuti di durata totale. La band era nata durante la pandemia del 2020 per iniziativa del chitarrista nordirlandese Steve Moore e della cantante olandese Tamara Bouwhuis; inizialmente doveva essere solo un progetto da studio, ma poi, complice anche l’ottima qualità di quanto realizzato, è diventata una band vera e propria, con l’ingresso nel 2023 del bassista Graham McNulty (anche negli Stormzone assieme a Moore) e del batterista Badger Duncan. Con questa formazione, divisa tra Irlanda del Nord ed Olanda, i Whiteabbey a fine febbraio hanno rilasciato questo nuovo disco che continua sulla falsa riga del precedente, con un female fronted Melodic Metal decisamente ruffiano ed orecchiabile, con diverse digressioni nel Power Metal ed un occhio sempre iper-attento alle melodie. Ecco, se proprio volessimo trovare un difetto a questo disco, è la presenza di fin troppe canzoni lente e melodiche, solo intervallate da brani più tirati e ritmati. Cerco di spiegarmi meglio: se, da un lato, ci sono pezzi decisamente validi e frizzanti come l’ottima “You should be running”, “Dragonfire” e l’accoppiata “Ireland’s final witch”/“Celtic curse”, dall’altro lato abbiamo una certa abbondanza di canzoni lente, come “All in the past”, l’opener “Reality” e la conclusiva “Think of me sometimes” che, tutto sommato, non dispiacciono, ma “ammorbidiscono” un po’ troppo il contesto generale. C’è poi “Hold fast” che però, a causa di una notevole ripetitività, è la traccia meno indovinata dell’album. Il disco è comunque estremamente piacevole da ascoltare e sicuramente convincente (tranne la già citata “Hold fast”) e certamente potrà andare incontro ai favori dei fans di questo particolare settore musicale; “Words that form the key” è forse un gradino sotto al suo predecessore, ma conferma i Whiteabbey come una dei gruppi più promettenti nell’ambito del female fronted Melodic Metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 02 Marzo, 2024
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A poco più di tre anni di distanza dall’ottimo debut album “Where the stories begin” (tra i migliori dischi usciti nel corso del 2020), tornano gli spagnoli Theragon con un EP di quattro pezzi intitolato “Lumina”, della durata di poco più di 20 minuti. Si parte subito con “Heatbound”, pezzo tipicamente Power, non lontano dalla scuola italiana di gente come Derdian e Rhapsody, ma anche con qualcosa che fa venire in mente i primi Avantasia ed i Gloryhammer, decisamente ruffiano ed orecchiabile. “The bird that cannot fly” è la canzone più lunga (oltre 6 minuti) ed ambiziosa dell’EP, con un incedere vicino al Symphonic, pur non perdendo mai di vista l’orecchiabilità del coro; anche qui i riferimenti ai lavori più recenti dei Rhapsody of Fire non mancano, pur dovendo fare i dovuti distinguo tra la voce fantastica di Giacomo Voli e quella dell’onesto Ferran Quiles (a cui madre natura ha dato dei limiti). “We all are one” è l’unico brano che non è uscito prima dell’EP come singolo e la scelta sorprende, dato che forse è il pezzo migliore, grazie ad una notevole orecchiabilità ed al fatto che il singer mette in mostra una buona versatilità, con parti anche sussurrate. Si chiude con “In valentia”, che non c’entra niente con la città da cui arriva la band spagnola (Valencia), ma è una sorta di inno al coraggio (a livello testuale, infatti, si tratta di un concept che prosegue quello del debut album); si tratta forse della canzone più semplice del lotto, quasi folkeggiante in alcuni frangenti (chi ha detto Alestorm?), con una certa ripetitività del coro che comunque non dispiace. All’epoca del debut album avevo pronosticato un futuro roseo per i Theragon, gruppo dal notevole talento, con musica di ottima qualità e questo “Lumina” non fa che confermare quanto di positivo si era visto in passato; adesso non resta che attendere un nuovo LP!

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