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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 2021
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I Thunda arrivano dalla Colombia e sono attivi sin dal lontano 2007; ci sono voluti però ben 14 anni per arrivare all’agognato debut album con questo “Enlightened”, disco composto da sette canzoni, più l’immancabile (quanto inutile) intro ed una bonus track cantata in spagnolo a fine tracklist; l’album è edito dalla colombiana Repulsion Records ed ha un artwork non proprio esaltante. Altrettanto non esaltante è la produzione che penalizza soprattutto la batteria (il rullante fa venire da piangere per come è stato registrato e la doppia-cassa si fatica a scovarla) e ci dona un suono un po’ troppo claustrofobico che sarebbe stato accettabile negli anni ’80, ma nel 2021 è difficile da accettare. E’ probabile che la band, suonando un old-school heavy metal, abbia volutamente cercato un suono un po’ vintage (come spesso accade in alcuni paesi del Sudamerica), ma questo potrà andare anche bene ai nostalgici che vivono nel passato, ma è arduo da tollerare per chi è abituato ad ascoltare produzioni al passo con i tempi. Tralasciando questo problema, piacciono le trame chitarristiche di Gildardo Martinez ed Eduardo Zaccaro, chiaramente ispirate ai maestri Iron Maiden; anche il ritmo imposto dal batterista Luis Carlos Caballero è sempre bello frizzante e veloce, il che non guasta mai; spesso emerge anche il basso di Luis Rodriguez che, come tradizione di questo genere musicale, deve essere protagonista alla pari degli altri strumenti. C’è poi la voce di Oscar Morales, alta ed aggressiva, forse un po’ acerba e migliorabile dal punto di vista dell’espressività ma, tutto sommato, anche piacevole. Evitando il campo minato dell’originalità, dato che migliaia di altri gruppi hanno realizzato dischi come questo prima dei Thunda, resta da dire che comunque “Enlightened” non dispiace e si lascerebbe anche ascoltare senza particolari problemi, se non fosse per la registrazione scadente; proprio per questa carenza il risultato finale si piazza un gradino sotto alla sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Agosto, 2021
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Noi di allaroundmetal.com seguiamo i costaricani Wings of Destiny sin da quando nel 2014, con il solo nome di Destiny, si autoprodussero il loro primo disco intitolato “Time” (poi ristampato l’anno dopo, ottenuto un contratto e cambiato il nome nell’attuale); da allora la band del singer Anton Darusso e del chitarrista Cristian Jimenez ha realizzato altri cinque full-lengths, di cui questo “Memento mori” è l’ultimo, uscito per la nostrana WormHoleDeath a fine luglio 2021. Personalmente conosco tutta la loro discografia, fatta eccezione per i due dischi usciti sotto la label floridiana Melodic Revolution, che purtroppo non gode di una distribuzione capillare. Ma veniamo a “Memento mori”; il disco è composto da dieci tracce per poco più di 3/4 d’ora di ottimo Power Metal, come ormai è consuetudine per i Wings of Destiny, sinonimo di qualità assoluta sin dai loro esordi. L’album viene presentato con un piacevole artwork nello stile del maestro Felipe Machado Franco (ma non abbiamo informazioni sull’autore). Del singer Anton Darusso si è parlato spesso e volentieri, anche per le sue collaborazioni con tanti altri gruppi internazionali (quest’anno, ad esempio, ha cantato nel meraviglioso disco di Marco Garau e della sua Magic Opera), di conseguenza i fans del Power Metal conosceranno già le grandi qualità canore del vocalist di origine moscovita e non saranno sorpresi se anche questa volta ha cantato alla grande; il resto del gruppo sa indubbiamente fare il proprio mestiere in maniera egregia, “dando del tu” ai propri strumenti e regalando all’ascoltatore una prestazione davvero massiccia! Ho ascoltato e riascoltato questo disco senza stancarmi mai, ma anzi scoprendo ogni volta sempre nuovi dettagli convincenti, lasciandomi conquistare e finendo per rimanerne innamorato! Non c’è una virgola fuori posto, non c’è una canzone che non sia di livello sotto l’eccezionale, non c’è nulla che non possa conquistare il favore di ogni fan del Power Metal ed è inutile proseguire oltre con questa recensione, dato che vi sarà ormai chiaro che “Memento mori” si candida ad essere tra i migliori dischi in assoluto di questo 2021. Ancora una volta i Wings of Destiny hanno fatto centro, confermandosi una delle migliori power metal bands al mondo!

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4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Agosto, 2021
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I Blacksword sono per me un nome nuovo, dato che non avevo finora mai sentito parlare del gruppo russo fondato nel 2005 con il nome di Stormbringer (suonavano Death/Thrash), per adottare nel 2009 l’attuale nome e realizzare nel 2010 il debut album, moderando di parecchio la loro proposta musicale. Sono trascorsi dieci anni da allora e, con una formazione rinnovata (il batterista Stanislav Volkov ed il chitarrista Denis Grebenkin sono entrati nel 2018, mentre più recente è l’arrivo del valido singer greco Mike Livas), il gruppo ha rilasciato a fine luglio questo “Alive again”. L’album presenta un artwork abbastanza canonico (le solite drakkar ed il solito guerriero con spadone) ed è diviso in nove tracce per quasi 50 minuti di durata. Il sound è a cavallo tra power e thrash; alcuni passaggi ricordano gli Slayer (come, ad esempio, l’attacco di “Cave of the witch” che ha sostanzialmente le stesse note di “South of heaven”), molti altri fanno pensare agli Iced Earth dei bei tempi (quelli della seconda metà degli anni ’90 per capirci), anche grazie alla potente voce di Mike Livas che potrebbe essere accostata ad una sorta di via di mezzo tra il grande Matt Barlow e Stu Block, l’ultimo vocalist degli americani; il cantante greco lo abbiamo già incontrato con i Silent Winter ed anche in quell’occasione convinse con un’ottima performance. Ottimo il leader e bassista Ivan Viking, sempre splendido protagonista, assieme al batterista Stanislav Volkov; sempre piacevoli le parti di chitarra della coppia Denis Grebenkin e Artem Omelenchuk (altro membro storico del gruppo) che, grazie anche ad un eccellente riffing, danno groove ed energia al sound. La registrazione è eccellente ed il disco si fa ascoltare molto, ma molto gradevolmente dall’inizio alla fine, grazie anche ad un songwriting efficace e ben ideato (persino i richiami al Folk della conclusiva “The crown of all” non sono avulsi dal contesto, ma anzi danno un flavour orientaleggiante che non guasta). Non vedo punti deboli in questo disco, ma anzi, ascolto dopo ascolto, è molto facile lasciarsi conquistare dalla sua energia. Con “Alive again” i Blacksword hanno realizzato un notevole lavoro, uno dei migliori dischi finora ascoltati nel 2021! Se siete orfani degli Iced Earth, ora avete con chi sostituirli!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Agosto, 2021
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I Nothing Sacred arrivano da Melbourne in Australia e sono in attività niente meno che dal lontano 1982 con il nome di Vengeance prima ed Heresy dopo, per poi passare all’attuale nome nel 1983; con qualche pausa nell’attività, il gruppo australiano ha realizzato finora solo un full-length nel 1988 e sono tornati a luglio 2021 con questo secondo album, intitolato “No Gods”, composto da dieci tracce per quasi 41 minuti di durata con un artwork che non entusiasma più di tanto. Lo zoccolo duro della band è composto dal bassista Karl Lean e dal batterista Sham (al secolo Mark Hughes), il chitarrista George Larin è entrato in formazione nel 1987, mentre risalgono allo scorso anno gli ingressi del secondo chitarrista Stu Bedford e del singer James Davies. Senza girarci troppo attorno, il problema principale dei Nothing Sacred è proprio il vocalist: la sua voce nasale è semplicemente fastidiosa da ascoltare e rovina decisamente tutto quanto. Musicalmente, pur trovandoci davanti ad un heavy con qualche tocco thrash non particolarmente originale, non siamo su livelli scadenti, anzi le trame e le parti soliste delle due chitarre, nonché il ritmo frizzante della batteria contribuiscono a rendere l’ascolto anche discretamente piacevole; purtroppo su tutto si staglia la voce di Davies che proprio disturba e rende decisamente arduo arrivare fino alla fine; figuratevi se poi, da onesto recensore, ci si trova costretti ad ascoltare ripetutamente una cosa del genere! Migliorabile anche la prestazione del basso, poco protagonista e fin troppo relegato in sottofondo, anche per via di una registrazione non proprio perfetta. Dispiace sempre bocciare un lavoro, dato che è sicuramente frutto di passione, sforzi ed impegno (che meritano sempre il massimo rispetto), ma purtroppo il ruolo del cantante è troppo importante per darlo ad una persona con una voce così. Aspetto i Nothing Sacred ad un nuovo disco, sperando che ci sia un nuovo cantante all’altezza della situazione e soprattutto che non facciano trascorrere altri 33 anni, come hanno fatto finora.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Agosto, 2021
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Capita qualche volta che in redazione arrivi materiale privo di note di presentazione o di una bio del gruppo che viene proposto; è questo il caso degli australiani Fate’s Hand, il cui debut EP omonimo è arrivato pressoché privo di qualsivoglia informazione utile. Fortunatamente c’è metal-archives.com che aiuta noi poveri recensori nel nostro lavoro! Ed ecco che scopriamo, oltre alla line-up della band ed al fatto che il disco è edito dalla label tedesca Dying Victims Productions, che nemmeno loro sanno molto di questo gruppo (ad esempio: quando è stata fondata la band? Chi è il bassista? Non si sa…). Ma veniamo alla musica. In questi 20 minuti scarsi, divisi in quattro tracce, possiamo ascoltare un heavy metal molto old-style con qualche influsso epic; un sound, insomma, per niente originale e che si ispira apertamente a quanto fatto da tantissime altre bands negli anni ’80. Se quindi l’originalità credo non sia l’obiettivo dei Fate’s Hand, mi sa che in questo disco loro abbiano messo tutta la loro passione e l’amore verso certe sonorità, riproponendo a modo loro la lezione dei maestri del genere risalente a circa 40 anni fa. Il disco si lascia anche ascoltare non in modo spiacevole, ma non ha al suo interno un pezzo che spicchi (o “spacchi”, fate voi), manca quella hit che vale da sola l’acquisto del cd. Se a livello strumentale i nostri si fanno rispettare (anche se il basso, di cui si ignora l’autore, è un po’ troppo sacrificato in sottofondo per via della registrazione non perfetta), è la voce del singer Denimal che non mi ha entusiasmato, un po’ troppo “lagnosa” (se mi concedete il neologismo) e poco grintosa ed aggressiva. I Fate’s Hand hanno ancora parecchio da migliorare se vogliono avere anche solo qualche speranza di emergere dall’underground del loro paese e farsi conoscere in giro; devono partire dalle buone trame dei due chitarristi e dal ritmo frizzante imposto dal batterista per il loro songwriting, ma la strada è ancora lunga. Al momento questo EP omonimo, infatti, è ben lontano dalla sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Agosto, 2021
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Ci sono le cosiddette one-man band ed ora c’è anche la one-girl band; il progetto Trapézia, infatti, è stato concepito dalla vocalist brasiliana Thais Lyrica, che si è affacciata nel mondo musicale solo recentemente; è dal 2018 che Thais ha iniziato a prendere lezioni di canto, mentre è del 2019 la sua partecipazione ad un concorso canoro. Questo EP è la sua prima produzione, registrato ottimamente presso i Loud Factory di San Paolo (sempre in Brasile), studio che si è anche occupato dell’esecuzione materiale di tutti gli strumenti. Il titolo è “Ecila”, che è un nome femminile greco che significa “vero, autentico”; l’EP narra appunto la storia di Ecila, una fata mutaforma, in grado di trasformarsi in qualsiasi specie vivente. Musicalmente ci troviamo di fronte ad un classico melodic metal, anche se Thais non ha impostazione lirica ed evita intelligentemente di spingersi in territori a lei magari non ancora ben noti. A parte la scarsa originalità della proposta musicale (tantissimi hanno suonato a questa maniera prima dei Trapézia), il problema principale per quanto mi riguarda è la mancanza di emozioni; ho ascoltato e riascoltato innumerevoli volte questi tre pezzi per poco meno di un quarto d’ora di durata, ma ogni volta non mi rimaneva nulla alla fine di ogni ascolto. Né noia ma nemmeno emozioni o vibrazioni positive. I componimenti sono ancora abbastanza acerbi e si sente che Thais non ha accanto a sé dei musicisti veri e propri che possano completare il suo songwriting e renderlo più interessante ed accattivante. Se dovessi scegliere nel terzetto, segnalerei la conclusiva “Doors” che almeno è un po’ frizzante, grazie ad un discreto lavoro alla batteria, ed almeno si lascia apprezzare per il ritmo. Il resto non è male, ma nemmeno niente di eccezionale. Thais Lyrica ha un grande bisogno di trovare qualche valido musicista che creda nel suo progetto e la aiuti a rendere il songwriting più accattivante e convincente. Lo studio potrà sicuramente rendere la sua prestazione canora ancora più interessante (a questa maniera, sinceramente, rischia di essere anonima), ma c’è ancora parecchio lavoro da fare. Aspettiamo i Trapézia con un nuovo lavoro, certi che potranno solo che migliorare!

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3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Luglio, 2021
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Questi sono fuori di testa! Questa è stata la mia prima reazione quando ho ascoltato questo “Disco balls to the wall”, disco di 14 cover di brani disco dance del passato metallizzati a dovere. Gli autori di questo misfatto arrivano da New York e si chiamano Tragedy, nome alquanto diffuso nel mondo metal, ma si distinguono dagli altri gruppi omonimi in giro per il mondo perché il loro credo è unire l’heavy metal alla disco dance degli anni '70 e '80. E ci riescono dannatamente bene! Provate ad ascoltare la fusione tra “Raining blood” (si, proprio quella degli Slayer) con “It’s raining men”, pezzo del 1982 delle Weather Girls, poi ripreso da Geri Halliwell delle Spice Girls e portato al successo circa 20 anni fa. Detta così, sembrerebbe una follia, eppure funziona bene, diavolo se funziona bene! Così come funziona benissimo “Hot stuff” di Donna Summer in versione live, con addirittura sua maestà Alex Skolnick a suonare un assolo. Ma sono tantissimi i pezzi qui ripresi di mostri sacri del passato, come Abba, Bee Gees e Toto. Mi sono piaciute parecchio anche “Aquarius/Let the sunshine in”, vecchio pezzo di fine anni ’60, così come “How deep is your love” dei Bee Gees ed “Africa” dei Toto, canzoni che credo non abbiano bisogno di presentazioni. I Tragedy, lo si vede anche dai soprannomi scelti, sono dei pazzoidi (quel Lance non capisco ancora cosa faccia!) e questo “Disco balls to the wall” va preso per quello che è: un disco scanzonato che serve per farsi quattro risate e passare un’oretta in allegria senza prendersi troppo sul serio. Di conseguenza, truci metallari, se siete troppo true e non volete lasciarvi andare, meglio evitiate i Tragedy ed il loro modo per nulla serio di suonare heavy metal; se, al contrario, volete distrarvi e fare i cazzoni per un po’, allora questo disco potrebbe essere un buon modo per farlo!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2021
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Ci sono gruppi, cosiddetti “di secondo piano”, che da sempre garantiscono un apporto al mondo metal di notevole qualità con la loro musica; fra questi vanno sicuramente annoverati i tedeschi Rebellion. Fondati 20 anni fa esatti dall’ex-bassista dei Grave Digger Thomas Göttlich assieme al singer Michael Seifert, nel corso del tempo hanno realizzato ben nove concept albums, fra i quali questo “We are the people” è l’ultimo, uscito in questi giorni come consuetudine su Massacre Records (etichetta con cui collaborano da ormai 18 anni). Ancora una volta i loro testi si ispirano alla storia europea; questa volta abbracciano un arco temporale che va dalla Rivoluzione Francese (con l’eccellente brano “Liberté, égalité, fraternité”) fino alla Seconda Guerra Mondiale (appunto “World war II”), in questo periodo si narrano storie di varie nazioni (fra cui la nostra Italia con l’ottima “Risorgimento” in cui ci sono anche parti di testo nella nostra lingua) evidenziando che i nazionalismi ed il razzismo hanno portato solo spargimenti di sangue; la speranza, racchiusa nella title-track, traccia conclusiva del disco, è che un Europa unita possa finalmente far scomparire questi problemi (pia illusione, a parere di chi scrive!). Come sempre, le musiche dei Rebellion sono strettamente connesse ai testi del concept ed anche questa volta abbiamo un power metal bello tosto e robusto, tipo di musica che per essere apprezzato a dovere necessita di essere sparato a volume bello alto per poter assaporare a dovere il groove delle chitarre, la pesantezza del basso e della batteria, nonché il vocione roco e cavernoso di Seifert che è semplicemente perfetto per questo genere di power metal! A seconda delle necessità, poi, ci sono anche piccole contaminazioni; molto azzeccate, ad esempio, il riffing da black metal delle chitarre in “Gods of war”, probabilmente il pezzo più duro della tracklist, stile che ritroviamo anche ogni tanto qua e là per il full-length. Il disco dura poco più di 54 minuti per dodici tracce, è registrato in maniera perfetta da Uwe Lulis (che ha anche suonato le chitarre in “World war II”) nei Black Solaris Studios, ha un piacevole artwork realizzato da Björn Gooßes e viene commercializzato anche in una limited edition in vinile. Con questo “We are the people” i Rebellion si confermano una band su cui ogni appassionato del power metal di scuola teutonica può contare ad occhi chiusi; un disco insomma davvero piacevole!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2021
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Il prog/thrash è stato uno dei generi metal più particolari nel corso degli anni; mentre il prog/power o il prog/death hanno avuto tantissimi gruppi da annoverare tra le loro fila, nel campo del prog/thrash sono poche le realtà che hanno avuto successo (citerei, a memoria, rischiando di scordarne qualcuna, i Mekong Delta, gli Anacrusis di Kenn Nardi ed i compianti Despair del mitico Waldemar Sorychta) e spesso anzi sono rimaste confinate nell’underground e costrette all’autoproduzione. E’ questo, ad esempio, il caso degli australiani Innasanatorium, gruppo fondato nel 2018 che arriva quest’anno ad autoprodursi il proprio debut album intitolato “Odissey of the mind”, composto da dodici tracce (tra cui intro ed outro) per poco più di 50 minuti di ottimo prog/thrash, con qualche richiamo al buon vecchio technical e qualche tocco di groove e thrashcore che, tutto sommato, non dispiacciono nemmeno più di tanto. Naturalmente per suonare questo tipo di thrash ci vuole una padronanza tecnica non indifferente, oltretutto anche nel songwriting bisogna saperci fare (ogni tanto qualche pausa piazzata qua e là riesce ad avere ottimi effetti!), perché la diversificazione dell’approccio e della proposta musicale è fondamentale; certo qualche volta si lasciano forse prendere un po’ troppo a lungo, rischiando di sembrare prolissi e qualche sforbiciata qua e là avrebbe anche giovato, rendendo più efficaci i componimenti. Il singer Adam McDonald, pur alternando sapientemente clean ed harsh vocals, si lascia andare un po’ troppo alla sua parte più aggressiva ed estrema (ogni tanto, insomma, esagera con il growling!), finendo per mostrare uno stile sicuramente migliorabile. Ma per il resto a questa band non manca nulla per farsi notare in positivo, sia a livello strumentale, che in quanto ad approccio e gusto nelle composizioni. Ciò nonostante non sono riusciti a trovare un contratto con una label (ma quanta miopia ed incapacità c’è in giro nelle labels?!?) e questo ottimo “Odissey of the mind” è destinato ad essere ricordato come una delle migliori autoproduzioni del 2021; segnatevi il nome degli Innasanatorium, perché hanno tutte le carte in regola per un brillante futuro ed ampi margini di ulteriore miglioramento!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2021
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A volte sinceramente non riesco proprio a capire le dinamiche del music business; non me ne vogliano i tedeschi Space Chaser, onesta thrash metal bands attiva da un decennio, ma non riesco a capire come un gruppo del genere abbia alle spalle niente meno che una label storica come la Metal Blade Records, mentre bands decisamente migliori sotto ogni punto di vista fatichino nell’underground, costrette all’autoproduzione! Perdonatemi, ma proprio non riesco a mandarle giù certe ingiustizie. Mettiamo da parte la vena polemica e veniamo alla recensione vera e propria. “Give us life”, dotato di piacevole artwork, è il terzo album della carriera del gruppo berlinese, è composto da dieci tracce per una durata totale di poco inferiore ai 40 minuti. Songwriting conciso quindi, efficace e mai prolisso e questo è sicuramente un punto a favore che consente di apprezzare il lavoro del quintetto. Il thrash suonato è di quelli iper-veloci (ottimo il lavoro alla batteria di Matthias Scheuerer), affilato come un rasoio e che lascia poco spazio alla melodia (giusto qualcosa durante le parti soliste di chitarra); c’è poi lo screaming isterico di Siegfried Rudzynski che urla tutta la sua rabbia senza soluzioni di continuità, dal primo all’ultimo istante. I problemi iniziano ad appalesarsi quando si va sul territorio minato dell’originalità: quante bands hanno suonato a questa maniera negli ultimi 35 anni? Una marea. C’è poi un altro piccolo problemino: i brani si assomigliano sostanzialmente tutti tra loro, hanno tutti lo stesso trend e non ci sono particolari variazioni dalla prima all’ultima traccia; manca poi evidentemente una hit che possa distinguersi dalle altre e valere da sola l’acquisto del cd. Può quindi piacere questo album? Se siete fans sfegatati del thrash più duro e semplice (per capirci, quello che maggiormente si ispira al punk e non si lascia contagiare da cervellotici tecnicismi ed altre amenità) o magari avete iniziato da poco tempo ad ascoltare queste sonorità, non vi è dubbio che “Give us life” andrà incontro al vostro apprezzamento, soprattutto se siete fans degli Space Chaser; se, invece, ascoltate questo genere di musica sin dai suoi albori molto probabilmente resterete, come è successo al sottoscritto, abbastanza indifferenti. C’è di peggio in giro? Indubbiamente c’è molto di peggio; ma se cominciate a pensare a gruppi cosiddetti “di secondo piano” (insomma, non i classici nomi dei big), come Flotsam and Jetsam, Artillery, Onslaught ecc… beh questi Space Chaser ne escono abbondantemente ridimensionati verso il basso. Dispiace, ma non si va oltre una risicata sufficienza, nonostante una produzione a dir poco perfetta.

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