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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Dicembre, 2020
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Un gradito ritorno quello di oggi. Dopo otto anni, e questa volta sotto la Punishment 18 Record, il trio milanese Torment torna a mietere vittime, e lo fa con l'album più incazzato e feroce di sempre: il qui presente "The War They Feed". Con una nuova formazione e con tutta la furia ottantiana in corpo, l'album è senza dubbio il migliore mai fatto dai nostri amici lombardi. A cominciare dalla classicissima formazione a tre, in puro stile old school come i Motorhead insegnano.
L'offerta dei Torment in questa terza fatica è quanto di più semplice e diretto ci possa essere: thrash metal primordiale, inzuppato di NWOBHM alla Venom e Midnight e con un forte richiamo alla prima ondata thrash tedesca, in particolare i già citati Sodom. Il risultato non poteva che essere vincente, per quanto non si tratti di chissà quale innovazione. Eppure in questo caso la scommessa è andata a buon fine, perchè senza presunzione, ma diretto e conciso, l'album è un pugno in faccia. Nove tracce, mezz'ora di durata in cui si viene travolti da un sound velenoso e mortifero che a tratti sfocia del black/thrash. Il tutto condito da una produzione molto asciutta e fondamentalmente scarna di artifici vari. Insomma, tutti accorgimenti per offrire la gloria degli anni '80. E devo dire che ne sono rimasto piacevolmente soddisfatto. Tutto fila liscio come l'olio, attestandosi su di un livello di attenzione sempre alto, merito delle ritmiche serrate ma mai prolisse o noiose. Insomma, qui si colpisce diretti e senza fronzoli.
Da parte mia posso dire di essere contento che una band come i Torment sia tornata dopo tanto tempo a ruggire e a produrre musica propria, essendo il progetto iniziale improntato su delle cover di band thrash. Aspetto con ansia il prossimo lavoro. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Dicembre, 2020
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A volte la semplicità paga. Questo è il caso dei qui presenti Raider, quartetto canadese che debutta nel mondo del death/thrash con l'autoprodotto "Guardian Of The Fire". Otto tracce per quasi cinquanta miuti di sonore bordate suonate a mestiere che uniscono l'impatto ritmico ed imponente dei Testament alle sfuriate in stile Possessed e Morbid Angel, soprattutto negli assoli. Sulla carta nulla di nuovo quindi, ma il puro e semplice approccio classico al genere. Eppure i nostri lo sanno fare a mestiere, confenzionando, alla fine della questione, un album tutto sommato interessante ed in grado di tenere sempre alta l'asticella dell'attenzione. Merito di tutto ciò è sicuramente l'impatto della prova canora di Angelo Bonacorso -che sia di origini italiane?- che fortunatamente non propone la solita voce piatta e sterile, ma anzi, si destreggia molto bene all'interno dei riff con uno scream molto acuto di derivazione Jeff Becerra ad un growl molto pronunciato ma comunque pulito. Sicuramente è il valore aggiunto di questo "Guardian Of The Fire". Stessa cosa dicasi per la buona commistione tra sezione riff ed assoli: un ottimo compromesso in grado di regalarci delle sane cavalcate e qualche tecnicismo per nulla sgradito. insomma, il compitino è stato svolto più che dignitosamente senza pretendere di più.
Per il resto nulla da aggiungere. Se cercate un album scorrevole e bello ignorante, sicuramente i Raider faranno al caso vostro. Da parte nostra il consiglio è di cercare di osare un pelo di più e di trovare la propria dimensione in un mondo assai saturo di band che propongono gli stessi pattern. In bocca al lupo!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Dicembre, 2020
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Giungono al secondo album gli spagnoli Æolian, band melodic death formatasi nel 2016 nelle Isole Baleari. E si presentano in formissima con il qui presente "The Negationist", un lavoro che ci mostra il pieno potenziale di una band devotissima -forse un pelino troppo a volte- agli Hypocrisy. E quello che troverete all'interno sarà, nè più nè meno, un melodic death tagliente, frenetico, velenoso e a tratti blackeggiante, esattamente come le ultime prove di Peter Tägtgren e soci. "The Negationist" è un disco che si lascia ascoltare e a tratti amare e ricalca quanto fatto di buono con il suo predecessore "Silent Witness", ma lo fa con maggiore consapevolezza e con più enfasi. Segno, questo, che il quintetto spagnolo ha saputo fare tesoro dell'esperienza musicale precedente per poi riadattarla con una maggiore maestria. Decisamente ottima, poi, è la prova canora di Daniel, veramente da encomio. Forse un po' troppo simile a quella del già citato Tägtgren -ditemi se lo scream nell'openere non è identico- ma così maledettamente perfetta in tutto il contesto. In un attimo ci si scorda delle a volte troppe somiglianze con gli Hypocrisy, e ci si immerge in questo grande album.
Sinceramente non saprei cosa altro dirvi in merito, se non consigliarlo a chi ama particolarmente la scena svedese. Pochi minuti di scolto vi porteranno dal calore delle Isole Baleari alle fredde lande scandinave, mentre una gelida mano vi toccherà l'anima. A tal proposito vi straconsiglio l'opener "Momentum", "Animals Burned" e la blackeggiante "Bleeding Garbage". Complimenti ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 04 Dicembre, 2020
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Melodic thrash metal. Questa la proposta dei tedeschi Godsnake nel loro album di debutto "Poison Thorn". Che dire, non avevo mai ascoltato un lavoro del genere che funzionasse così bene e non stufasse alla lunga.
Forte dell'influenza groove dei Pantera e molto, ma molto devoto alla scuola heavy metal e rock'n'roll, il qui presente si destreggia a meraviglia presentandoci una band veramente in gran forma e per certi aspetti anche innovativa. Tendenzialmente il thrash melodico non mi fa impazzire perché ha il nrutto vizio di sfociare nella banalità fine a se stessa, senza effettivamente dare all'ascoltatore quel minimo di adrenalina. Invece "Poison Thorn", con mio sommo stupore, riesce davvero in maniera naturale e senza forzature ad offrire delle tracce epiche ed energiche. Il lavoro delle asce di Stevo e Malt, seppur per alcuni tratti molto classico, ha centrato il bersaglio: i loro riff estremamente catchy ti entrano nella testa e anche a fine traccia te li ricordi. Ma il vero punto di forza di tutto l'album è sicuramente la prova canora di Torger, ad essere sincero una vera rivelazione. Del classico cantato thrash ha veramente ben poco, e forse il fatto di aver puntato ad uno stile più simile a quello di Chuck Billy, quindi fatto di toni caldi, bassi e potenti, si è rivelata una carta vincente su tutti i fronti. Se non fosse per lui credo che l'album sarebbe finito nel calderone delle tantissime produzioni che escono fuori ogni anno come funghi.
Detto ciò, ad una band neonata come i Godsnake non si poteva chiedere di più. Anzi, per quanto mi riguarda il quintetto di Amburgo potrebbe fare il botto con il prossimo lavoro. Teneteli d'occhio e date loro una possibilità. Sapranno piacevolmente stupirvi a tratti.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2020
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Siamo in Germania negli anni '80. Più precisamente a Gelsenkirchen, nel Land della Renania Settentrionale-Vestfalia. Qui, presso la famosa regione della Rhur, un nero fuoco inizia a divampare, carico di tutta la distruzione e la miseria di una delle zone più pesantemente colpite dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e dallo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie. Quel nero fuoco ha un nome: Sodom. Ed è nel 1982 che la leggenda inizia a prendere vita, pesantemente influenzata dal black metal dei Venom e dal martellante heavy metal dei Motörhead. La Germania in poco tempo conoscerà la furia del thrash metal più feroce ed incazzato del pianeta, quello suonato senza fronzoli, marcio e caustico, come se ci si trovasse all'interno di una miniera abbandonata e senza ossigeno.
Dopo quasi quarant'anni, la bestia capitanata dall'inossidabile Tom "Angelripper" non ha perso minimamente un'unghia dell'antica rabbia ancestrale, e ci presenta la sua sedicesima imponente creatura: il qui presente "Genesis XIX". Tra sguardi al passato e alcune importantissime novità, il nuovo parto in casa Sodom è senza ombra di dubbio il miglior lavoro degli ultimi almeno 10 anni di carriera della band.

La prima e grandissima novità che "Genesis XIX" introduce è la formazione a quattro. Per chi non lo sapesse i Sodom sono da sempre un trio, nel rispetto della vecchissima tradizione di stampo motorheadiano e venomiano. Con innumerevoli cambi di line-up, i nostri si sono sempre mossi in questa direzione guidati dallo "Squarta Angeli" come unico membro fisso al basso e alla voce. Ebbene, dopo quasi quattro decadi, nel 2018 è avvenuta la rivoluzione: l'aggiunta di una seconda chitarra e, udite udite, il ritorno tra le fila del leggendario Frank Blackfire, la mentre dietro quel capolavoro di "Agent Orange" del 1989. Questi, accompagnato dalla nuova leva Yorck Segatz che sostituisce il mitico Bernemann (attivo dal 1996 al 2018), è l'artefice degli Ep pubblicati in questi due anni e del qui presente "Genesis XIX".
Detto ciò -ma già dalle premesse si è capito- cosa ha da offrirci la sedicesima fatica dei Sodom? Semplicemente quanto di meglio i tedeschi hanno nel caricatore: violenza allo stato puro, né più né meno. Seppur molto più elaborato rispetto ai precedenti lavori, l'album è il connubio perfetto tra vecchio e nuovo, con l'asticella leggermente più rivolta al primo che al secondo. I brani sono lunghi, sfiorando perfino i sette minuti di durata, ma mai si percepisce quella fastidiosa prolissità che farebbe calare drasticamente l'attenzione. Al contrario: il duo Blackfire-Segatz riesce nell'impresa di impacchettare un comparto ritmico serrato, durissimo ma anche dedito a qualche tecnicismo. Ne sono un esempio la frenetica opener "Sodom & Gomorra" o la più cadenzata e groovie "Occult Perpetrator". Due tracce per un certo verso agli antipodi ma che mostrano come l'hardcore punk, il black metal e l'heavy metal possano essere strutturati su di una medesima base. Ad operare il miracolo, ovviamente, interviene quell'animale alla voce che risponde a nome di Tom "Angelripper", l'unico essere umano -siamo sicuri sia di questo pianeta?- che riesce a prendere a calci in culo l'inesorabile scorrere del tempo. Che si tratti di "Agent Orange" (1989), di "Tapping The Vein" (1992) o di "Genesis XIX", la sua voce è rimasta invariata e continua a mietere vittime come fosse carta vetrata sulla faccia. Esattamente come un cocchiere, il leggendario "Squarta Angeli" tiene insieme le redini della macchina Sodom, dando ad ogni singola produzione quell'inconfondibile firma che te la fanno riconoscere in mezzo a tante altre. Che si tratti di un brano più lento, o uno più caustico e veloce, Tom riesce sempre e comunque a fare il suo figurone, destreggiandosi a meraviglia all'interno di un muro sonoro indistruttibile.

Potrei stare qui ore ed ore a ripetervi quanto "Genesis XIX" sia un capolavoro che incarna l'essenza stessa del thrash metal, ma risulterei inutilmente prolisso. L'album parla per sé e ci presenta una band che ha saputo ancora una volta superarsi, prendendo tantissimo dal passato -il ritorno di Blackfire è stato un miracolo- e rileggendo il tutto in chiave moderna. Il risultato, alla faccia di chi dice che si è trattato di una paraculata, è stato a dir poco vincente. I Sodom non si sono reinventati nulla, ma hanno semplicemente dato un'altra luce a quello che sanno fare a dovere da quasi quarant'anni: pistare fortissimo come un martello su un'incudine. Chapeau!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    20 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 20 Novembre, 2020
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Penso siamo tutti d'accordo nell'affermare che i Dark Tranquillity ad oggi siano una delle realtà maggiormente di spicco nel mondo del metal. Non solo per l'indiscutibile ed immenso contributo musicale, ma anche per la capacità, dopo 31 anni di carriera, che Mikael Stanne e soci hanno nel sapersi sempre reinventare. Di ciascun album dei DT si potrebbe stare a parlare per ore, mettendo in risalto come non ci sia mai stato un passo falso dopo tutto questo tempo e di come l'eterogeneità sia il punto forte di questa band leggendaria. Eppure la maestria dei nostri riesce sempre, in ogni produzione, a mettere la sua inconfondibile firma : un album dei DT lo sapresti riconoscere in mezzo ad un milione di altri lavori.
Ed è con questa doverosa premessa che oggi, 20 novembre 2020, parleremo di "Moment", dodicesima prova per gli svedesi e primissima che vede la dipartita del chitarrista e fondatore Niklas Sundin -che ha comunque curato lo splendido artwork- e l'ingresso stabile di Christopher Amott (sì, il fratello minore di Michael Amott degli Arch Enemy) e Johan Reinholdz alle chitarre. Insomma, della vecchissima line-up sono rimasti solo Mikael alla voce ed il mitico Anders Jivarp alla batteria. Tutto ciò, come quasi c'era da aspettarsi, ha avuto il suo riflesso all'interno di "Moment". Riflesso che, a detta di chi scrive, ha segnato l'inizio di una nuova fase che era stata già preannunciata da quel capolavoro di "Atoma" del 2016. In particolare sono due le (se così vogliamo chiamarle) novità che sono emerse maggiormente: da un lato un uso tendenzialmente preponderante della melodia delle tastiere -dovuto anche dalla dipartita di Martin Henriksson prima e di Sundin dopo- e dall'altro una maggior presenza di sezioni in clean vocals da parte di Stanne. Entrambi i fattori sono andati poi a confluire con più impatto in "Moment"; ed il risultato, forse sorprendente per alcuni, è a dir poco spettacolare. L'album è, senza troppi giri di parole, un capolavoro -forse un pelo sotto al precedente- che mostra come i DT siano, a buon diritto direi, i re indiscussi dello swedish death metal. Non si poteva chiedere di più ad una band che ha subìto un cambio di line-up così drastico in un periodo altrettanto difficile. Ed ironicamente è proprio questa la grandissima forza di "Moment": come lo stesso Stanne ha dichiarato, a volte il percorso di vita scelto ci mette di fronte a, per l'appunto, dei momenti che possono stravolgere il corso degli eventi. Sta semplicemente a noi saperli affrontare e dar loro la forma che desideriamo. Ecco, "Moment" è esattamente la conseguenza di questo processo introspettivo e si traduce in dodici brani di un'eleganza disarmante accompagnati da un Mikael Stanne alla voce a dir poco sensazionale - e già in "Atoma" fu da encomio-. Il suo growl è corposissimo e la voce in pulito raggiunge il suo apice di bellezza ("Remain In The Unknown" e "In Truth Divided" vi faranno commuovere). Il tutto accompagnato dall'ottimo lavoro svolto dai due principali songwriter, ossia Jivarp e Brändström, i quali hanno saputo creare un mood molto più morbido in cui le chitarre, che, è bene precisarlo, hanno comunque la loro storica ed indiscussa importanza, non sono più le protagoniste, ma entrano quasi in secondo piano mentre accompagnano la splendida melodia delle tastiere. E qui sicuramente il pubblico si spaccherà in due: chi preferisce i vecchi lavori più crudi in cui le due asce la facevano da padrone e chi, al contrario, è riuscito ad andare di pari passo con l'evoluzione musicale dei DT. Personalmente, per quanto a volte tenda ad essere un nostalgico, non posso che inchinarmi di fronte all'ennesima encomiabile prova di una band che non si è mai adagiata sulla comfort zone. E forse il percorso intrapreso da Stanne e soci non poteva non prendere questa direzione, vuoi per la dipartita di alcuni membri storici, vuoi per un maggior bagaglio culturale sulle spalle. Sta di fatto che "Moment" segna da una parte un nuovo inizio, ma dall'altra resta pur sempre un inconfondibile lavoro dei DT, pregno di tutta la forza e la maestria di una band a dir poco leggendaria. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2020
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E finalmente si torna a parlare di thrash metal, quello che piace a noi, bello incazzato, senza fronzoli e dritto e spedito come un pugno in faccia. Oggi siamo in Australia con gli Harlott ed il loro quarto album (il secondo sotto Metal Blade Records) "Detritus of the Final Age": il lavoro che inserisce definitivamente il quartetto tra le migliori thrash metal band moderne al mondo; non si discute!
Giunto dopo 3 anni dal precedente "Extinction" , a mio avviso il loro capolavoro per eccellenza, il qui presente "Detritus of the Final Age" non fa che continuare la strada imboccata, dando maggior risalto alla scuola tedesca di stampo Exumer e Kreator ed aggiungendo il classicissimo tocco New Age che ritroviamo nei più che acclamati Warbringer e Havok. Ed è soprattutto a questi ultimi due che bisogna guardare se si vuol capire come mai gli Harlott abbiano, a buon diritto direi, conquistato un posto al loro fianco. Dopo la crisi degli anni '90 che colpì duramente le band old school, l'inizio del 2000 segnò da una parte il ritorno dei vecchi leoni, ma dall'altra decretò una nuova fase per il thrash metal, quella che vide la nascita di tante realtà devotissime al passato ma con non pochi sguardi al futuro. Da questo calderone, poi, band come i già citati Warbringer e Havok e i qui presenti Harlott sono emersi (nati tutti e tre tra il 2004 e il 2006); ed è anche qui la ragione per la quale "Detritus of the Final Age" merita a tutti i costi un posto tra i migliori album thrash metal dell'anno. Devoto alle sfuriate ottantiane del thrash tedesco ed arricchito da un'ottima produzione e da un riffing pressoché indistruttibile, l'album è il risultato di una commistione geniale tra il vecchio e il nuovo. Con una incredibile performance canora del vocalist Andrew Hudson -che deve molto allo stile di Mem Von Stein e Mille Petrozza- ed una sezione ritmica massiccia come poche cose nella vita, l'album si destreggia a meraviglia nei suoi quasi 50 min di durata, mantenendo sempre altissima l'asticella dell'attenzione e senza mai vacillare, nemmeno per un solo secondo. Il risultato è violenza allo stato puro, con il giusto equilibrio tra tecnica ed approccio schietto e diretto.
Se cercate qualcosa di veramente imponente, epico, aggressivo e per nulla scontato, beh, vi basterà premere "play". Per quanto mi riguarda "Detritus of the Final Age" è una delle migliori uscite thash metal dell'anno e la definitiva consacrazione del quartetto australiano. Complimenti!

Ps: la versione thrash di "Time To Kill Is Now" dei Cannibal Corpse (ultima traccia) è la ciliegina sulla torta, c'è poco da fare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 2020
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Che l'ex-Dark Tranquillity Niklas Sundin fosse un genio penso sia cosa ormai risaputa. In quasi trent'anni di militanza nella band svedese non è mai stato in grado di tirare fuori un riff sbagliato o una traccia non convincente, tantomeno un artwork brutto. Insomma, il buon Niklas è ad oggi uno dei migliori artisti in circolazione, sia da un punto di vista creativo che di approccio; basti vedere il suo nuovissimo progetto solista Mitochondrial Sun e il qui presente "Sju Pulsarer" ("Sette Pulsar" in svedese), secondo album uscito dopo nemmeno un anno di distanza dall'omonimo debutto.
Un lavoro, questo, che prende quasi del tutto le distanze dal predecessore, attestandosi su lidi molto più oscuri e metal, pur mantenendo quell'approccio elettronico/ambient che rende tutto l'ascolto quasi onirico. Ed è proprio questo l'enorme punto di forza di "Sju Pulsarer": oltre a confermare quanto Sundin abbia un talento ed una mente non umani, esso riesce veramente a trasportare l'ascoltatore su un'altra dimensione cosmica (e infatti il tema è proprio il cosmo), quasi che tutto il mondo circostante iniziasse a diventare sempre più lontano e impercettibile.
Complice di tutto ciò è la grandissima varietà in ciascuno dei sette pezzi -più un outro-: si spazia da dei riff che ricordano da vicinissimo il black metal e l'ambient più oscuro ("Pulsar 1" mi ha ricordato tanto il progetto solista di Ihsahn degli Emperor"), fino ad arrivare a dei sentori melodic death -e sappiamo tutti il perchè- per poi fare un grosso giro e ritornare con degli arpeggi e dei passaggi liquidi. Insomma, "Sju Pulsarer" potrebbe essere paragonato ad un caleidoscopio: sembra quasi non avere nessun punto di riferimento, eppure ascolto dopo ascolto una sua logica comincia ad averla, per poi sparire di nuovo e ricomporsi con un altro pattern. Dinamico, freschissimo, poetico ed elegante sono forse gli aggettivi migliori per descrivere questa seconda opera che, ricordo ancora una volta, non è comunque di facile ascolto e a volte potrebbe risultare un po' autoreferenziale e fine a se stessa.
Di una cosa sono certo: Niklas Sundin ha saputo reinventarsi ancora una volta dando vita ad un progetto interessantissimo e ricchissimo di idee. E il fatto che tutta la sua musica non sia un becero copia/incolla della sua ex band fa di lui uno dei migliori musicisti al mondo, in grado di prendere trent'anni di esperienza e farli completamente suoi, senza per questo risultare stucchevole o ripetitivo. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    09 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Novembre, 2020
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Avete letto bene, non mi sono sbagliato nel titolo. 28 sono gli anni che il quartetto statunitense Thanatopsis ha impiegato per partorire il suo primissimo full-length, il qui presente "Initiation".
I nostri nacquero ad Oakland nel lontano 1992 come Existence per poi cambiare, dopo un primissimo demo, il nome ed avviare una carriera piuttosto frammentata, fatta per lo più di un Ep ed altrettanti demo, ma senza effettivamente dare alla luce un lavoro completo che assestasse la band su lidi sicuri. Questo fino al 2020, anno in cui finalmente, sotto l'ala della Extreme Metal Music, John Bishop e soci pubblicano il tanto agognato primo album: un lavoro che racchiude e dà lustro a questi 28 anni di incertezza ma comunque ricchi di buone idee. Ed è esattamente questo il punto di forza di "Initiation": è senza fronzoli. Mi spiego. Carichissimo dell'influenza thrash della Bay Area e del death metal americano (soprattutto Deicide e Morbid Angel), l'album non perde di certo tempo a presentarci la band -d'altronde 28 anni sono tantissimi- ma si lancia immediatamente a testa bassa scaricandoci addosso tutta la violenza che il tempo non ha evidentemente intaccato. Perciò ecco che l'opener "Age Of Silence", dopo un breve arpeggio di apertura, esplode in tutta la sua furia e subito ci presenta un John Bishop più che convincente alla voce. Pur non brillando per originalità, il suo stile canoro ben si incastra nel contesto, portando a casa una meritata sufficienza. Ma è nel comparto tecnico e musicale che il quartetto dà il meglio di sè. In nemmeno 40 min di durata "Initiation" è un concentrato di martellate old school che sapranno accogliere il favore di molti veterani e l'interesse delle nuove leve. É vero, si tratta di un lavoro non originalissimo -molti passaggi e accorgimenti sono piuttosto standard-, eppure questo riesce perfettamente a suscitare l'interesse dell'ascoltatore per il suo approccio diretto, quasi a voler dire "bando ai convenevoli, di tempo ne è passato a sufficienza; è ora di spaccare!". E tanto basta per dare all'opera in questione quella nota di risalto che fa fare al quartetto il salto di qualità.
Perciò, se siete fan del thrash e del death old school, di quelle sonorità zanzarose e di quelle ritmiche frenetiche, allora i Thanatopsis faranno al caso vostro. Per quanto mi riguarda sono contentissimo che la band non si sia mai arresa e abbia alla fine portato alla luce un validissimo lavoro dopo 28 lunghissimi anni. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    05 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 05 Novembre, 2020
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Eterogeneo, coinvolgente e grintoso. Questi gli aggettivi migliori per descrivere il nuovo Ep dei pompeiani Land Of Damnation, "Eleftheria I Thanatos". Giunto solamente a distanza di due anni dal precedente lavoro, il qui presente ci mostra una band per certi aspetti nuova e più compatta. Se, infatti, prima la facevano -forse fin troppo- da padrona le classicissime sonorità alla Iron Maiden, questa volta nel calderone c'è molto ma molto di più. Nonostante l'impostazione heavy sia ancora ben presente, adesso ci troviamo su lidi ben più estremi che sanno spaziare da un melodic death vagamente riconducibile agli Insomnium, sino ad arrivare a delle belle sfuriate galoppanti. Il tutto condito dall'ottima performance canora del nuovo arrivato Francesco Longo che sicuramente è uno dei motivi di questo approccio più grintoso.
In cinque tracce, dunque, ritroviamo tutti gli elementi sopracitati che si fondono bene senza che uno prevalga sull'altro e dando anzi un sorprendente senso di continuità e razionalità all'intero lavoro. Ecco quindi che da una "thrashettona" "The Runner" si passa ad un'elegante quanto nordica "Eleftheria I Thanatos". E poi di nuovo con un tributo che trasuda Iron Maiden da tutti i pori: la splendida "A Descent Into The Malestorm", chiaramente ispirata ad Edgar Allan Poe e fortissima di quella grinta e galoppante energia di Bruce Dickinson e soci.
Insomma, per farla breve, i nostrani Land Of Damnation hanno fatto un gran bel salto di qualità, confezionando un Ep che -e lo dico con presunzione- sarà sicuramente un antipasto per un full-lenght davvero grandioso. Complimenti ragazzi!

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