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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Settembre, 2022
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Iniziamo e chiudiamo la recensione con una domanda: ma il senso di questo EP quale sarebbe? Ora, per dovere è nostro compito fornire qualche spiegazione in più, perciò vediamo il perché di questa domanda. Oggi parleremo di una nostra vecchia conoscenza, la one man band inglese Foul Body Autopsy, progetto nato dalla mente del mastermind Tom Reynolds e dedito, inizialmente, ad un Thrash Metal tinteggiato di Melodic Death e Death piuttosto interessante e ispirato al maestro dell'horror George A. Romero. Almeno così è stato fino al 2018, anno del secondo e - per ora - ultimo disco. Dopo tre anni l'artista torna con un EP, questo "Shadows Without Light - Part One" - più la seconda parte nel 2022, dato che il lavoro in questione è del 2021; scusate il ritardo - che ci presenta la band sotto tutt'altra luce: Melodic Death nella sua forma più pura totalmente imbevuta di Soilwork, Dark Tranquillity e Insomnium. Un trittico che si riflette nell'unica traccia presente che si rivela essere davvero interessante e ricca di elementi. Allora perché la domanda iniziale? Semplice: le altre due tracce sono dei remix terribili della prima e basta. Quindi, siamo di fronte ad un EP che in realtà è un singolo brano; da qui la domanda: ma il senso quale sarebbe, dato che anche la seconda parte del disco segue lo stesso schema?

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    15 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2022
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Potremmo tranquillamente definire questo "Netherheaven", ottavo sigillo degli statunitensi Revocation, come il punto di svolta o il salto di qualità tanto agognato per la band di Boston. Basti pensare al fatto che si tratta del primo disco ad uscire a quattro anni di distanza dal precedente, anziché dopo i canonici due (a volte anche uno) a cui ci hanno abituato. Segno che per David Davidson era forse arrivato il momento di sedersi a tavolino e rivedere completamente la proposta partendo proprio dalle basi. Perché se da un lato è sempre stato evidente l'enorme comparto tecnico dimostrato, dall'altra parte non si poteva dire lo stesso per l'originalità, troppo spesso relegata ad un manierismo da 6 politico e nulla di più. Bene, dimenticate tutto questo, perché "Netherheaven" è semplicemente un discone dall'inizio alla fine, completamente rinnovato nel sound, nello stile e nel songwriting: finalmente il primo capitolo per il trio americano degno del nome Revocation, destinato a dare alla band il credito che realmente merita.
Innanzitutto preme far notare come la componente Thrash Metal sia del tutto scomparsa; o meglio, intelligentemente assorbita all'interno di uno spettro più ampio. Il sound è molto più oscuro, costantemente pennellato da sferzate melodiche riconducibili ai Sylosis o agli Arsis, ma sempre e comunque orientato a fornirci l'immagine più cruda e feroce della band, che questa volta non si è imposta nemmeno un freno inibitore. Delle nove tracce presenti non ce n'è nemmeno una che sfiguri: il viaggio che si intraprende è un costante saliscendi tra gli inferi, con le chitarre che riecheggiano, di tanto in tanto, di qualche richiamo Black, soprattutto nelle sezioni in tremolo picking ("Galleries Of Morbid Artistry" ne è l'esempio migliore). E tuttavia, ascolto dopo ascolto, risulta impossibile riuscire a definire tutte le influenze che permeano i (nuovi) Revocation: dalle basi Thrash un po' old school fino al Prog, al Death, al Black... con precisione chirurgica i Nostri hanno tirato fuori dal cilindro un lotto di brani ricchissimi di materiale ma mai stantii o fini a sé stessi: la ritmica è spaziale e perfettamente in grado di dare ad ogni riff la sua giusta quadra; le chitarre si intrecciano costantemente oppure si serrano in una sfuriata tipicamente dal sapore Death Metal. La voce scabrosa di Davidson, il mastermind del trio americano, è la ciliegina sulla torta: mai troppo sporco, mai troppo gentile. Insomma, una costruzione certosina e precisa, frutto di un lavoro che ha visto i Nostri distruggere dalle fondamenta il loro sound e ricomporlo con quegli elementi sempre toccati ma mai veramente trattati nei capitoli precedenti. Il risultato è questo "Netherheaven": un disco nel quale si potranno trovare tranquillamente influenze di Obscura, Arsis, Cannibal Corpse, Death, Cynic, Sylosis e via dicendo. E MAI troverete un punto poco chiaro, né, tantomeno, una perdita di rotta: i Revocation hanno preso una mole enorme di materiale e l'hanno usata tutta con intelligenza imbastendo un'opera perfetta e con un focus forse mai stato più chiaro di così. Quindi, non vi resta che premere "Play" e tuffarvi nel primo vero grande lavoro targato Revocation. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    15 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2022
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Ci scusiamo enormemente per il ritardo con cui esce questa recensione, perciò speriamo che con le nostre parole riusciremo a farci perdonare. Anche perché, sinceramente parlando, sarebbe pressoché impossibile trovare un difetto in questa band, gli Swelling Repulsion, e nel disco di debutto qui in esame, "The Severed Path". Dell'act statunitense si sa poco trattandosi di una realtà giovanissima nata solamente nel 2016 e che dopo cinque anni si presenta al grande pubblico con questo mastodontico biglietto da visita. I Nostri sono solamente in due, ma la loro musica dà tutt'altra impressione trattandosi di un lotto di nove tracce una più interessante dell'altra. Quello che Dono e Bage ci presentano è una summa, se così si può dire, tra il Melodic Death americano che fa fede a gente come Arsis, The Black Dahlia Murder e Inferi, ma con l'aggiunta di elementi presi dal Prog Death canadese. Il risultato è perciò un disco che sa subito di USA ma con quel tocco personale in più. Se, quindi, sono ben definite le coordinate americane nel loro stile, è altresì vero che gli Swelling Repulsion non si siano limitati a presentarci un ennesimo album facente parte di quel filone, ma abbiano decisamente alzato di più l'asticella. Il ventaglio musicale presentatoci è estremamente variegato con costanti rimandi a sound e melodie più morbide e liquide nelle quali la chitarra solista si staglia, ma costantemente pennellati dalla ferocia spigolosa del Melodic Death americano giocando quindi su questo costante equilibrio tra i due punti focali. I brani sono corti, forse troppo con una media di 3 minuti scarsi, diretti e di impatto, che mostrano ottime capacità di songwriting mai eccessivamente fini a sé stesse; tuttavia qui siamo nel caso opposto, ossia quello in cui ci si potrebbe aspettare qualcosa di più. Invece la durata breve dei pezzi ed un andamento, a volte, un po' timido lasciano intendere come il duo debba ancora capire bene quale sia il vero focus del gruppo. Non fraintendetemi, non vogliamo lasciar intendere che il disco si perda; al contrario: è proprio ascolto dopo ascolto che vien voglia di avere qualcosa di più dai Nostri, come se il disco volesse restare adagiato su una comfort zone. Tuttavia se siete fan di questo genere troverete certamente spunti molto interessanti negli Swelling Repulsion: una realtà che, lo sottolineiamo, con un biglietto da visita come questo, al netto di qualche difetto poc'anzi messo in luce, potrebbe ritagliarsi una buona fetta di pubblico.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    09 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 09 Settembre, 2022
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Giunge al suo primo full-length la Brutal Death Metal band internazionale Awaken the Misogynist con "Decended from Vast Dimensions", edito da Comatose Music. Formatosi nel 2019 per mano di artisti provenienti da USA, UK, Svizzera e Hong Kong, il gruppo si rivolge ai fan più intransigenti dello Slam/Brutal Death grezzo ed ignorante, figlio diretto di gente come Abominable Putridity, Vulvectomy, Visceral Disgorge e compagnia bella; e lo fa con una formula classica quanto funzionante. Spulciando un po' in giro si scoprirà che ciascun membro presente nel progetto già milita in altri gruppi, tutti appartenenti al filone Brutal e Slam. In effetti ci si mette poco per capire che qui non si scherza ma che dietro ci sia gente competente. Quindi, se da una parte possiamo constatare un curriculum di tutto rispetto, dall'altra tuttavia non si potrà non notare quanto il disco di base sia fin troppo classico, senza un effettivo guizzo di genio o con elementi innovativi. Non che lo Slam sia un genere avvezzo alle soluzione eterogenee, ma nemmeno a proporre qualcosa che ha fin troppo da spartire con i capisaldi del genere pocanzi citati. Sembrerebbe, dunque, che gli Awaken the Misogynist abbiano semplicemente voluto unire le forze ed omaggiare il genere musicale proposto nel modo più genuino e semplice possibile; ed in effetti la formula funziona alla grandissima. L'ascolto risulta scorrevole, con un giusto equilibrio tra i breakdown cadenzati e pieni di armonici e sezioni molto più camminate. Ma, dicevamo, trattasi comunque di un lavoro da 6 politico, che chi naviga in questo genere sicuramente scarterà dopo un solo ascolto. Quindi, se siete dei novizi troverete certamente nella proposta della band internazionale un buon assaggio di Slam/Brutal Death suonato a regola d'arte. Se, invece, siete da palato più raffinato, di certo i Nostri risulteranno fin troppo basic e standard. Da parte nostra ci riteniamo soddisfatti di un disco che, nel suo piccolo, il lavoro lo svolge bene.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2022
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Parlare dei leggendari Megadeth è un'impresa difficile, al limite dell'impossibile, trattandosi di una realtà che, nel bene e nel male e al di là delle diatribe tra i fan, siede di diritto sull'Olimpo delle band che hanno fatto - e stanno ancora facendo - la storia del Metal. Appurato questo, ci ritroviamo oggi a parlare di "The Sick, the Dying... and the Dead!", sedicesimo album in casa Mustaine che giunge dopo sei anni dall'ottimo "Dystopia", il disco che diede il via a quella che potremmo definire una nuova giovinezza dell'act statunitense. Ciò che ci troviamo davanti in questa nuovissima fatica, tuttavia, è ben lungi dall'essere semplicemente l'ennesimo disco tirato fuori dal cilindro che si adagia sulle vecchie glorie senza portare di fatto nulla di nuovo. Dicevamo come il precedente lavoro avesse riportato in carreggiata i Megadeth dopo anni di piattume, soprattutto dopo "Endgame" del 2009 - ovviamente è un parere personale -. Ecco, sulla scia del predecessore, "The Sick, the Dying... and the Dead!" non fa altro che presentarci un album che sa veramente - e finalmente - di Megadeth, senza quelle fin troppo eccessive vene Prog che di fatto allontanarono la proposta di Mustaine e soci da quello che era, è e sarà sempre il loro territorio. Va detto, poi, che la band ha cercato sempre di sperimentare potendo contare sull'ineccepibile ed insindacabile bravura e capacità compositiva del mastermind e della seconda chitarra. Tuttavia siamo tutti d'accordo nell'affermare che tra i miliardi di cambi di line-up che ci sono stati la coppia d'oro è sempre quella Mustaine-Friedman per attitudine, intesa e songwriting. Se, dunque, questo sedicesimo sigillo è riuscito nell'impresa di (ri)portarci su quei lidi, è certamente merito del sodalizio tra MegaDave e Kiko Loureiro, che risulta estremamente tecnico ma mai fine a sé stesso; cosa che non si poteva dire del precedente Chris Broderick, che di contro risultava troppo "progheggiante" o eccessivo. Da ciò, segue anche la dipartita dello storico bassista Dave Ellefson, rimpiazzato dal mitico Steve Di Giorgio che certo vanta un curriculum che non ha bisogno di presentazioni. Insomma, tante grandi novità confluite in questo "The Sick, the Dying... and the Dead!", che è semplicemente quello che è: un album che sa di Megadeth al 100%, in grado di ripescare in quelle sonorità leggendarie di fine anni '80 adattandole però all'approccio moderno che la band ha ormai incastonato nel proprio sound. Del resto ci si era già resi conto che la musica fosse cambiata - in tutti i sensi - con la pubblicazione dei singoli, uno più micidiale dell'altro: taglienti, incisivi, ficcanti e pregni di tutta la maestria di chi è in pista dal 1983. Ed è proprio su quest'ultimo punto che vogliamo fare una riflessione. Di certo "The Sick, the Dying... and the Dead!" non è un album che vuole in qualche modo riprendersi la vecchia gloria o imbonire i fan attempati, come se i Megadeth avessero bisogno di affermare nuovamente il loro primato. Piuttosto lo riteniamo un disco che dimostra in pieno come dopo quasi quarant'anni di carriera i Nostri siano ancora qui presenti ed in grado di divertirsi e scrivere musica in maniera istintiva; quella che ti fa esclamare: "QUESTI sono i Megadeth". Non riconoscerlo e ritenere l'album un prodotto fallato vuol dire due cose: o siete sordi o in malafede. Non si può non amarlo, sia che siate dei vecchissimi fan nostalgici, sia delle nuove leve ancora nella fase di formazione con i big del Thrash Metal. In entrambi i casi l'effetto sarà sempre e solo uno: pelle d'oca dall'inizio alla fine. Metallari gioite: i Megadeth son tornati!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 2022
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Questa è una di quelle recensioni che risulta superflua e completamente inappropriata di fronte a cotanta ignoranza e ferocia: stiamo parlando del secondo EP dei War Ripper, "Strength in Numbers". Ora il nome della band, anzi della one-man-band, ai più potrebbe non dire nulla. Eppure chi c'è dietro è ben lungi dall'essere un personaggio sconosciuto: Joel Grind dei Toxic Holocaust, uno dei migliori progetti Speed/Black al mondo. Potevano, dunque, i War Ripper risultare poco appetibili ed interessanti? Certo che no; d'altronde la classe non è acqua e Mr. Grind anche in questa prova si rivela esattamente per quello che è: un mastermind che non bada ad ignoranza e ferocia quando si tratta di un suo progetto. Cinque sono le tracce che compongono l'EP in questione, con una durata di un minuto e mezzo l'una, in pieno stile -core. Ed in effetti è proprio quello che ti aspetteresti da una band come i War Ripper: Black/Thrash pesantemente influenzato dalla vena Hardcore Punk che ti fa schizzare il cervello fuori dalle orecchie. se siete fan dei Toxic Holocaust qui troverete esattamente pane per i vostri denti, con l'unica differenza che in questa sede si è voluto dare maggior risalto al versante Punk. Il risultato è dunque un lotto di pezzi spaccaossa che per otto minuti circa non faranno altro che prendervi a mazzate sulla testa senza nemmeno darvi il tempo di respirare. A coronare il tutto subentrano le sempre ben presenti sfuriate Black/Thrash che ricordano i primi Sodom e Destruction, ma anche i Midnight o la prima ondata Black di stampo Venom, Bathory e compagnia bella. Insomma, old school ma fatto come si deve e non relegato al mero copia/incolla citazionistico. Segno ulteriore di come Joel Grind sia una artista che in questi territori sa perfettamente come muoversi. Il resto, son solo chiacchiere.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 2022
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Se la ferocia potesse essere chiamata in un altro modo sarebbe sicuramente Wolfbrigade, il quintetto svedese che da trent'anni a questa parte può fregiarsi del titolo di portabandiera del D-beat/Crust Punk svedese più animalesco e oltranzista che ci sia. Una carriera, quella di Micke Dahl e soci, che sembra quasi inarrestabile con un continuo rinnovamento, produzione dopo produzione, che se da un lato resta comunque - e fortunatamente - legato a quegli stilemi, dall'altro riesce sempre a presentarci un gruppo in formissima. Tradotto: i Wolfbrigade dispensano colpi di mannaia e ignoranza senza se e senza ma. Non poteva esimersi quest'ultimo EP intitolato "Anti-Tank Dogs", che con solo tre tracce ed un minutaggio risicato centra perfettamente il punto, ricordandoci anche come questo stile sia poi effettivamente quello a cui tante band più propriamente metal si rifanno. Non è un caso infatti che i Nostri siano svedesi e si riscontrino ben più di semplici punti di incontro con i grandi nomi dello Swedish Death. Ed è proprio qui che i Wolfbrigade si distinguono dalla massa: la loro musica è certamente inquadrabile in determinate coordinate, ma allo stesso tempo è frutto di più esperienze che mischiano Hardcore, Crust Punk, Death Metal ed Heavy Metal, come la terza traccia "Necronomion" testimonia con il suo retaggio Motorhead e Judas Priest. L'ossatura ritmica è feroce ma non per questo scarna o limitata. i Nostri dimostrano perfettamente di essere nei loro territori con un lotto di tracce dal sapore spigliato e diretto ma allo stesso tempo ricercato a modo suo ed estremamente feroce. Tradotto: non vediamo l'ora di un nuovo full-length.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 2022
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Ci scusiamo per l'enorme ritardo con cui pubblichiamo questa recensione; come si suol dire: cause di forza maggiore. Comunque sia oggi siamo nella nostra penisola per parlare del trio Orgrel, band che, come ogni gruppo Black Metal di nicchia e underground che si rispetti, è avvolta totalmente dal mistero. Abbiamo solo il nome d'arte dei tre componenti e basta; non una singola info su provenienza, età e anno di formazione dei Nostri.
La proposta del trio in questo debutto "Red Dragon's Invocation" targato Iron Benehead Productions è per certi aspetti classica, per altri più innovativa e per altri ancora scontata. Insomma, siamo di fronte ad un disco che, tra luci ed ombre, è comunque in grado di rapire ben più di un'attenzione al suo ascoltatore. Il Black che si snoda in queste sette tracce per poco più di mezz'ora di durata è maestoso, tetro, elegante e pungente. All'inizio potrebbe sembrare quasi un lavoro Post-Black degli Harakiri For The Sky, con quell'andamento quasi sognante e velenoso e per la voce urlata e straziante. Ma poi, minuto dopo minuto il disco sembra aprirsi come un fiore, rilasciando ogni nota olfattiva che all'inizio era celata. Ecco dunque che le pennellate classiche che ricordano vagamente i primi Marduk, Gorgoroth e la scena degli anni '90 si rivestono di influenze più moderne che strizzano l'occhio alla scuola ucraina dei Drudkh, fino a quella americana dei Uada in un continuo saliscendi di sensazioni opposte: rabbia, calma, furia, eleganza... A conti fatti possiamo dire che il trio italiano abbia saputo giocare molto bene le proprie carte imbastendo un'opera che solo all'inizio sembra superficiale ma che lentamente riesce a penetrare più in profondità. Ma, come dicevamo all'inizio, c'è anche un aspetto piuttosto negativo in questo "Red Dragon's Invocation", ossia la tendenziale ripetitività delle strutture musicali ed una certa banalità in quei passaggi che sanno più di anni '90. Se per la seconda non c'è molto da dire, per la prima bisogna far notare qualcosa in più. Ora, se dovessimo prendere il disco nella sua assolutezza d'insieme sembrerebbe quasi un'opera impeccabile e innovativa a modo suo. Tuttavia è ad un ascolto più attento che si scorgono i punti negativi: i brani -fortunatamente non tutti - seguono lo stesso pattern fatto di sezioni cadenzate simil-Black'n'Roll e sfuriate "trVe" in tremolo picking con tappeto di batteria intervallate qua e là dalle parti più epiche e battagliere. Stop. Cambia l'ordine ma siamo sempre su quel terreno di gioco. Il che potrebbe anche starci bene se non fosse che si nota troppo spesso per buona metà del disco. È invece nelle ultime tre tracce che gli Orgrel danno il meglio di sé, come se questo ordine schematico venisse meno in favore di una bruciante ed istintiva passione. Un vero peccato se pensiamo che si tratta solamente di pochi minuti rispetto all'intera durata dell'album. In generale, dunque, il debutto dei Nostri si configura come potenzialmente validissimo e con tante ottime idee al suo interno. Comunque vogliate vederla è sicuramente un'opera bella a modo suo ed in grado di rapire l'ascoltatore.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 2022
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Ed eccolo finalmente il salto di qualità per gli statunitensi Carrion Vael, una nostra vecchia conoscenza che giunse sulle nostre pagine nel 2020, anno di pubblicazione del secondo disco. Già allora si sottolineava la loro devozione verso i The Black Dahlia Murder e di come questi ultimi fossero la principale influenza compositiva per il quintetto dell'Indiana. Insomma, di potenziale ce n'era ma ancora troppo relegato ad uno stile citazionistico. Le cose fortunatamente sono cambiate due anni più tardi con questo terzo lavoro intitolato "Abhorrent Obsessions" che, oltre ad essere il disco della consacrazione, decreta l'ingresso dei Nostri nel roster di Unique Leader Records, il che qualitativamente parlando significa non poco.
Dicevamo come i Carrion Vael musicalmente parlando rientrino perfettamente nel filone del cosiddetto US Melodic Death Metal, ossia una frangia figlia degli svedesi At The Gates ma con una maggiore attenzione alla tecnica e ai riff più arzigogolati: vedasi per l'appunto gente come TBDM, Inferi, Arsis e compagnia bella. Da qui ne segue come i Nostri si siano trovati davanti una sfida difficilissima: quella di scrollarsi di dosso l'etichetta di band "copia/incolla" dei gruppi succitati e, di conseguenza, offrirci un lavoro degno di tale nome che porti la firma della band. Compito ampiamente riuscito, lo diciamo subito. Questo "Abhorrent Obsessions" è un disco ferocissimo e ipertecnico ma con un ventaglio di opzioni molto più ampio ed eterogeneo, tanto da poterne scorgere ben più di semplici pennellate derivanti dai finlandesi Mors Principium Est, soprattutto lungo le melodie che risultano tristi, oscure, disperate ma elegantissime. Da qui ne segue come i Nostri abbiamo certamente mantenuto la loro matrice originaria, proponendoci dunque un lotto di tracce dal sapore perfettamente riconoscibile; tuttavia se nei capitoli precedenti il solco dello US Melodeath era già battuto, ora ci troviamo in una strada quasi del tutto nuova, fatta certamente di riffoni di chiara ispirazione TBDM, ma da intendersi come omaggio e non più copia/incolla. Anzi osiamo dire che questa volta il quintetto sia voluto andare oltre a livello tecnico, tanto da riscontrare punti di incontro con gli Inferi - notoriamente più arzigogolati dei TBDM - e con il filone Progressive Death dei tedeschi Obscura. Insomma, è evidente che il cambio di label da un lato e l'evidente lavoro di stravolgimento e rifinitura dell stile abbiano entrambi giovato nella realizzazione di questo "Abhorrent Obsessions": il disco, lo ripetiamo, che consacra i Nostri tra i nomi di punta del genere. Chiaro, non si può gridare al capolavoro, soprattutto lungo quelle sezioni che un po' tornano sui vecchi passi dei precedenti dischi o, di contro, si perdono in giri a volte un po' troppo prolissi. Ma si parla di nei che ai più sfuggiranno sicuramente. Album promosso in pieno!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Agosto, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2022
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E finalmente ci siamo, l'album più atteso del 2022 è uscito e con esso i miliardi di commenti e pareri contrastanti: stiamo parlando di "Days Of The Lost", debutto del super gruppo The Halo Effect formato da tutti ex-membri degli In Flames, tra cui il mitico Mikael Stanne dei Dark Tranquillity alla voce - che cantò nel primo disco degli In Flames "Lunar Strain" -. Viene da sé, dunque, che c'erano delle enormi aspettative considerando il calibro dei componenti, tutti appartenenti alla cerchia dei padri indiscussi del Melodic Death scandinavo degli anni '90, il cosiddetto "Göteborg style". Aspettative che, vogliamo dirlo subito, non sta certamente a noi stabilire se siano state rispettate o meno. Parlare di una band del genere e di un lavoro del genere è difficilissimo: vuoi per la caratura dei personaggi che vi sono dentro, vuoi per la classe, l'eleganza e lo stile che ne derivano, vuoi anche per l'ascoltatore, dal più nostalgico al più moderno... Insomma, come dicevamo all'inizio, ci sono un miliardo di pareri discordanti in merito, nessuno più giusto o sbagliato dell'altro. Ciò che tuttavia si può dire in merito ai The Halo Effect è che un loro disco te lo aspetti esattamente per quello che è: un grande classico che omaggia in pieno i primi anni 2000 con vibrazioni di In Flames e Dark Tranquillity. Del resto sarebbe stato impossibile ed intellettualmente disonesto aspettarsi qualcosa che esulasse completamente dalle succitate band. Eppure possiamo aggiungere che non siamo di fronte ad un mero citazionismo fine a se stesso tanto per tirare acqua al proprio mulino: "Days of the Lost" sa essere a modo suo un lavoro degnissimo di nota con una personalità tutta sua e pregno della maestria di chi un genere l'ha inventato. Del resto con un duo come Strömblad ed Engelin alle chitarre cosa ci si poteva aspettare? Esatto, dei riff che sembrano dirti "ragazzi, c'è poco da fare, siamo noi il Melodic Death e voi zitti dovete imparare". Stessa cosa per il leggendario Stanne, che tra Dark Tranquillity, Grand Cadaver, The Halo Effect e numerose ospitate, si dimostra ancora una volta un vocalist, un artista ed un frontman senza eguali, in grado di dispensare morte e violenza con il suo inconfondibile growl e dolcezza con le clean vocals anche qui presenti e che, sinceramente, forse si potevano evitare. Comunque li si voglia guardare i The Halo Effect hanno il grosso pregio di essere i migliori nel loro genere ma allo stesso tempo il grosso difetto di dover rispondere di questa responsabilità davanti ad un pubblico spaccato esattamente a metà: tra chi li troverà una semplice trovata commerciale che musicalmente non offre nulla e chi, al contrario, non vedeva l'ora di trovarsi davanti dei giganti di questa portata riuniti sotto un'unica grande bandiera. In entrambi i casi non si potranno non percepire i costanti richiami agli In Flames e Dark Tranquillity dei primi anni 2000 riarrangiati in maniera intelligente: dieci tracce che sanno di “Colony”, “Fiction”, “Soundtrack To Your Escape” e “A Sense Of Purpose”, senza tuttavia poterne isolare le singole componenti, a testimonianza di come i Nostri siano veramente i migliori in questo senso. Tradotto: se ci volete vedere del citazionismo e basta o una gran trovata liberissimi di farlo.
Da parte nostra i The Halo Effect superano in pieno la prova con una formula classica ma non per questo stantia o fine a se stessa. Se si tratterà di un album da dimenticatoio o destinato a fare la storia solo il tempo ce lo dirà. In entrambi casi si tratta forse del miglior richiamo agli anni 2000 - forse - degli ultimi dieci anni, senza se e senza ma.

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