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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    29 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Novembre, 2021
#1 recensione  -  

E chi si sarebbe immaginato che dietro questa uscita discografica a nome Wonders si celava un disco così ricco di classe? In effetti già il fatto che un'etichetta esperta nel campo Melodic Power Metal come la Limb Music abbia fiutato questa opportunità poteva essere un buon indizio, ma qui andiamo oltre le più rosee aspettative. La band italiana nasce solamente lo scorso anno da Giorgio e Pietro Paolo Lunesu, fratelli già protagonisti con gli Even Flow, che attirano le attenzioni del noto tastierista ellenico Bob Katsionis (ex-Firewind). Ne nasce "The Fragments of Wonder", un disco ricco di melodie calde e raffinate, che miscela accelerate Power Metal a passaggi progressivi ma sempre intrisi di calore grazie soprattutto al lavoro eccelso del singer Marco Pastorino dei Temperance, super riconoscibile tra le note di questi brani come nell'opener “Good & Bad”, che accarezza subito l'ascoltatore con linee vocali canticchiabili ed esaltanti fin dai primissimi secondi. La voce del frontman ex-Secret Sphere accompagna alla grande il piano di Bob nell'apertura di “Pretender”, mentre sonorità più progressive caratterizzano “Losing the Dream”, ricordando qualcosa tra Dream Theater e Seventh Wonder con chitarre che alternano riff potenti ad esplosioni tecniche sempre ben accompagnate dalle tastiere. I ritmi più Power di “Freedom” colpiscono forte, alternando passaggi grintosi ad un refrain da cantare a ripetizione e, dopo la splendida prestazione di Marco nella power-ballad “Where the Sun doesn't Shine”, si arriva alla fine con uno dei momenti migliori del disco, la ricercata title-track capace di appassionare con ancora una volta, una dose importante di raffinate melodie.
"The Fragments of Wonder" è una piccola gemma all'interno della scena Metal, un must per gli amanti del sound più melodico.

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Opinione inserita da Celestial Dream    25 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2021
#1 recensione  -  

Il ritorno in pista degli Hitten è uno dei momenti più attesi in questo finale di 2021 per quanto riguarda il Metal più classico. L'ascesa e la maturazione dell'act spagnolo è evidente album dopo album e questo "Triumph & Tragedy" non delude affatto le attese. Chi è cresciuto a suon di Maiden, Tygers of Pan Tang, Riot e Stormwitch proverà una certa soddisfazione all'ascolto delle dieci tracce che compongono questa nuova fatica del gruppo di Murcia. Condotti ancora dal singer italiano Alexx Panza, già presente all'interno della formazione nello scorso album del 2018 intitolato “Twist of Fate” e spinti da un lavoro fresco e genuino delle chitarre ad opera della coppia formata da Dani Meseguer e Johnny Lorcae, brani come la diretta e spedita “Built to Rock” e la rapida e vibrante “Eyes Never Lie” possono decollare. I ritmi più controllati della title-track e della più melodica “Hard Intentions (Secret Dancer)” non deludono, ma sembra abbastanza evidente che è nei brani più elettrizzanti come “Ride Out The Storm” e nella carica esplosiva di “Light Beyond the Darkness” che gli iberici riescono a dare il proprio meglio, spinte dal nuovo innesto alla batteria, l'olandese Marco Prij, vero mattatore quando c'è da spingere sull'acceleratore e con le chitarre che viaggiano instancabili e con fervore, dando man forte all'ugola squillante di mister Panza. Nel finale l'apprezzabile lenta “Something to Hide” prima della title-track, suite di oltre undici minuti dove gli Hitten si cimentano con cambi di ritmo ed aperture melodiche.
Non una pubblicazione che ricorderemo in eterno, ma un lavoro solido e ben composto, un prodotto più che valido all'interno della scena classica. Gli Hitten sono ormai una certezza, li attendiamo al varco con il disco della consacrazione!

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Opinione inserita da Celestial Dream    25 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2021
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Possiamo benissimo affermare che questo “Hot Endless Summer Nights” sia uno dei migliori appuntamenti in campo Melodic Rock dell'intera annata in corso? Si! Tony Mitchell, singer e artista conosciuto per il suo passato nei Kiss of the Gypsy e le sue collaborazioni e partecipazioni con Rick Wakeman, Ozzy Osbourne e Alice Cooper, qui dimostra ancora una volta tutto il suo talento compositivo confezionando una dozzina di brani ricchi di pathos tra melodie calde ed avvolgenti ad arrangiamenti di classe, con la sua ugola capace di muoversi con destrezza. A partire da “Hot Endless Summer Nights”, song che scalda la pista e prepara la strada per la più diretta “Can’t Fight It” ed il sound dinamico e rockeggiante della successiva “Blame It on the Rock 'N Roll”, senza dimenticare la calorosa ballata “Strong Ebough”; il disco fila via liscio mantenendo sempre elevato il livello di coinvolgimento emotivo. E' con la lenta “ Caught in the Headlights” che tocchiamo il massimo livello espressivo di tutto il lavoro, una ballata memorabile che alza il livello emozionale fino alle stelle. E poco sotto si attesta la favolosa “With You in a Heartbeat”, che ci fa fare un salto direttamente negli anni '80, dritti a quelle sonorità che tante band ai giorni nostri cercano di riproporre, ma raramente con tale sapienza. Un tocco 90's - con un sound più pieno e linee vocali maggiormente sofisticate - circondano le riuscite “Drowning in a Sea of Paradise” e “Neon Sky”, mentre il sax colora le note raggianti di “Leave the World Behind”, prima del finale in cui sono sonorità più metalliche a definire “Calling Mother Nature”.
Un disco vario che unisce la carica raffinata degli Heaven’s Edge con il calore compositivo dei Tyketto e la classe degli House Of Lords; un mix letale che spinge Tony Mitchell tra i migliori interpreti dell'anno.

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Opinione inserita da Celestial Dream    24 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2021
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AOR dalle chiare influenze ottantiane con questo debutto firmato Heart Line. Nati dalla passione del chitarrista e produttore francese Yvan Guillevic (YGAS, PYG, United Guitars), il gruppo si rifà con eleganza a band che hanno fatto la storia di questo genere ormai oltre tre decadi fa come Foreigner, Journey, Winger e Bad English. Melodie canticchiabili e brani di facile presa affiancati da una produzione cristallina fanno di questo lavoro un appuntamento da non lasciarsi sfuggire per gli amanti di queste sonorità. Niente di indimenticabile forse, ma è davvero difficile non accendersi all'ascolto delle melodie paradisiache di brani come “One Night in Paradise” e “Hold On”, due momenti in grado di fare pieno centro. La vivace “I’m in Heaven”, la più rotonda “On Fire”, che innesta le marce alte quando esplode con un bel coretto, e l'avvolgente ballatona “Once In A Lifetime” sono altri passaggi degni di nota segnati dalla voce angelica del singer Emmanuel Creis, dai tappeti di tastiera di Jorris Guilbaud e qualche buon assolo firmato da Yvan.
Tutto sembra al posto giusto in questo “Back in the Game”, debutto certamente interessante seppur segnato sempre da vaghi ma accesi rimandi al passato e a quel sound suonato dalle grandi band sopra citate.

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Opinione inserita da Celestial Dream    23 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2021
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Lou Siffer and Howling Dreams suonano Hard Rock e Heavy Metal in un mix bello potente e corposo, che sicuramente molto deve ai Motorhead come fonte di ispirazione principale. Brani diretti che colpiscono come un pugno in faccia che arriva dritto all'ascoltatore con ritmi elevati e la voce ruvida del singer K. Oz, una dozzina in tutto per poco più di trentacinque minuti di durata complessiva. “Too Old To Die Young” è il terzo disco nella carriera della band svedese capitanata appunto dal bassista Lou Siffer e che mette sul piatto una vagonata di energia unendo appunto Hard Rock, Heavy Metal, Rock'n'Roll e, perché no?, anche una buona dose di Punk Rock, ricordando certamente Misfits e Turbonegro (come sembra chiaro da alcuni momenti come “Devil In Me”). Un disco di quelli da spararsi a tutto volume che sia a casa dal proprio stereo o dall'autoradio in auto, con canzoni come “The Worm”, la portentosa “Sucks To Be You”, l'aggressiva “The Last Word” e l'infuocata “Fuel On The Fire”, tutti pezzi ricchi di adrenalina, che sapranno come farvi agitare la capoccia!

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Opinione inserita da Celestial Dream    23 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2021
#1 recensione  -  

New entry all'interno della scena nordica del Melodic Hard Rock: i Six Silver Suns sono una band che arriva dalla Finlandia con un disco, questo “As Archons Fall”, che si dimostra fin da subito un lavoro maturo e ricco di svariate influenze. Con una formazione navigata - visto che ogni musicista porta con sé parecchio bagaglio musicale (tutti in effetti hanno una storia precedente con alcune band locali) -, il gruppo pesca dalle sonorità settantiane con arrangiamenti e melodie raffinate come dimostrano pezzi come “To The Unknown” e “ Fading By Light”, con riferimenti ai grandi Blue Öyster Cult e non solo. Possiamo trovare qualche passaggio più classicamente Rock'n'Roll con “Cosmic Bitter Blues” e “Edge of Forever”, altri in cui prende il sopravvento quel sound Prog-Pomp Rock alla Touch, vedi l'opener “Lord of the Southern Tower”, ma troviamo anche sonorità più attuali – ma con chiari rimandi all'Aor ottantiano – con le melodie raffinate dell'accoppiata “The Stranger” - “Vultures of Nevermore”, dove in quest'ultima compare anche una voce femminile a duettare con il bravo singer Markku Kuikka.
Al ballo delle debuttanti la band finlandese fa una gran figura con un melodic rock dalle influenze 70's; “As Archons Fall” è un lavoro fresco, dinamico e ispirato. Benvenuti Silver Six Suns!

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Opinione inserita da Celestial Dream    23 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2021
#1 recensione  -  

Non saranno dei maghi dell'innovazione, anzi, ma gli Osukaru sanno come comporre dell'Hard Rock roccioso e ricco di energia. Con questo “Starbound” la Glam Metal band svedese arriva a pubblicare il sesto disco della propria carriera, un album solido come dimostra la partenza affidata alla compatta title-track ed alla potente “Rise of the Underdog”, dove assieme a riff granitici troviamo aperture melodiche di facile presa. L'impatto tipicamente nordico - alla Eclipse per intenderci – di “Somewhere Sometime Somehow” e “Joker (In the House of Cards)” ci mostra una band che non è ancora in grado di sviluppare composizioni personali e dal tocco vincente, ma nonostante questo la tracklist è ben confezionata e suonata e gli amanti di queste sonorità potranno dilettarsi all'ascolto di “Starbound”, lavoro che sembra maggiormente ispirato nei brani più incisivi come possono risultare la robusta “On The Street Again” e l'avvincente ballatona “Within the Depths of Love”. Promossi ma con qualche riserva.

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Opinione inserita da Celestial Dream    22 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2021
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Nuovo capitolo all'interno della carriera della Prog/Heavy Metal band italiana, gli storici Eldritch. “EOS” è un disco ricco di novità; segna in primis il ritorno in formazione di un membro storico e decisivo come Oleg Smirnoff - che mancava da oltre vent'anni dietro alle sue tastiere - e riconduce la band su sonorità maggiormente Progressive e complesse rispetto agli ultimi dischi che avevano mostrato il lato più melodico ed immediato della band toscana. Già in partenza con “Failure of Faith” e “Circles”, in cui tastiere dal mood moderno si combinano alla grande con riff potenti e la voce dinamica di Terence Holler, notiamo un deciso ritorno a quel sound costruito con sapienza negli anni '90. Le bordate metalliche spinte dalla sessione ritmica di Rudj Ginanneschi alle chitarre e Raffahell Dridge al basso spingono il chorus di quest'ultimo pezzo. Più melodico e di facile presa risulta “The Cry of a Nation”, senza ombra di dubbio tra i brani di maggior impatto all'interno della tracklist, una song che si stampa in testa con un ottimo refrain. Dopo la lunga suite “Sunken Dreams”, ricca di spunti progressivi e cambi di atmosfera, corre via rapida “Fear Me” condotta dai tasti d'avorio di Oleg e lasciando presto spazio alla ballatona dall'alto tasso emotivo che risponde al nome di “I Can't Believe It”, dalle reminiscenze Queenryche-iane, per finire sui riff tritaossa di scuola Thrash di “The Awful Closure” che aprono la via ad un pezzo powereggiante nel suo incedere ed infine con la title-track, più elegante e raffinata nella sua evoluzione che porta ad un ritornello leggiadro.
Il dodicesimo disco in studio degli Eldritch è un lavoro complesso e dinamico, ricco di vibrazioni intense, che unisce tanti stili diversi in un unico sound. La band di Eugene Simone dopo quasi trent'anni di carriera riesce ancora a dimostrare tutto il proprio enorme talento con questo “EOS”.

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Opinione inserita da Celestial Dream    18 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2021
#1 recensione  -  

I progster australiani Teramaze tornano a colpire solamente pochi mesi dopo la pubblicazione del loro precedente lavoro, "Sorella Minore" che ha visto la luce ad inizio anno. Questo è il frutto del lavoro compositivo dei mesi precedenti (durante il lockdown) dove la band capitanata dal chitarrista e fondatore Dean Wells si è data da fare scrivendo i brani per ben tre diversi full-length. Con "And the Beauty They Perceive" troviamo un gruppo capace di alternare esplosioni melodiche raffinate, come nella title-track che apre il disco e tra le linee eleganti di “Untide”, a passaggi più Modern Pop/Progressive, vedi le seguenti “Jackie Seth” e “Blood Of Fools” arrivando infine alla decisamente più elaborata suite "Head of the King", che riesce a rapire l'ascoltatore per un epico viaggio di undici minuti tra partiture Progressive ed esplosioni melodiche che ben si sposano con il mood del disco.
In un lavoro dove le parti strumentali trovano poco spazio, sono più le atmosfere e la voce calda ed espressiva di Dean Wells a farla da padrone, ed in questo la band riesce a fare centro anche se forse un paio di episodi più energici all'interno della tracklist avrebbero arricchito e reso più dinamico l'ascolto.
Il nono studio album dei Teramaze punta su melodie catchy e sentimenti decisi, tralasciando tecnica e virtuosismi ed ottenendo un disco, questo "And the Beauty They Perceive", capace di appassionare gli ascoltatori meno sofisticati all'interno del genere.

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 2021
#1 recensione  -  

“Rise to the Light” segna il ritorno dei metallers Sceptor, gruppo che nasce dall'intesa americana-tedesca tra i musicisti Torsten "Todde" Lang (chitarre, ex-Ritual Steel, ex-Titan Steele), Bob Mitchells (voce, The Hounds Of Hasselvander, ex-Attacker), Timo "Moe" Nolden (chitarre, Bastard Nation), KK Basement (basso, ex-Adorned Graves, ex-Hammer King) e Florian Bodenheimer (batteria, Hell Patrol). Nel 2012 esce il debutto “Take Command!" e dopo un lungo periodo di pausa nel quale sembrava che l'attività della band fosse terminata, ecco arrivare questo nuovo disco. Power/Heavy con chiare influenze US Metal ed un sound corposo e potente; questi gli ingredienti di brani come “Crown of Nails” e “The Curse of Orlac”, song abbastanza lineari dove la band fatica a trovare una propria strada in grado di stupire l'ascoltatore. Inoltre manca di mordente in diversi passaggi come si evince da brani un po' scialbi come “Dissension” e “Rise to the Light”. I ritmi più alti di “Beyond the Unknown” e “Spartacus” aumentano il mordente durante l'ascolto, ma anch'esse non sono certo hits da ascoltare a ripetizione, piuttosto degli onesti brani ricchi di una certa dose di carica. Menzione speciale per il cantato di Bob Mitchell: non è certo la perfezione e in qualche raro passaggio potrebbe non piacere, ma il cantante americano riesce a trasmettere una passione degna di nota.
E così questo ritorno in pista per i Sceptor lascia un po' di amaro in bocca; “Rise to the Light” non è un brutto disco ma contiene davvero poco di così interessante da poter davvero attirare le attenzioni degli appassionati del Metal più classico.

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