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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2021
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Sono passati 10 anni dall’uscita del debut album “Atlantis” e, per festeggiare la ricorrenza, i portoghesi Attick Demons hanno deciso di far ristampare il disco dalla loro attuale label (ROAR! Rock of Angels Records) in vinile. Ma la band ha deciso di riservare una sorpresa ai propri fans: all’interno del vinile dorato, c’è un’esclusiva download card per scaricare gratuitamente dal sito bandcamp un intero EP di 5 brani acustici; fra questi pezzi è presente anche una sorta di inedito intitolato “Moonlight walks”, comparso in precedenza solamente su uno split-video in DVD con altre bands uscito nel 2008 in pochissimi esemplari ed in un’edizione limitata giapponese. E’ un peccato che questo brano sia stato escluso dalle tracklist delle uscite ufficiali, anche perché nella sua versione acustica è frizzante e decisamente coinvolgente ed orecchiabile. Gli altri 4 pezzi dell’EP acustico, invece, sono rivisitazioni di canzoni già presenti nella tracklist di questo album quindi, a parte la particolare veste acustica, non hanno nulla di nuovo. Ma veniamo ad “Atlantis”, sinceramente sono rimasto deluso dalla nuova registrazione effettuata con l’attuale formazione che sostanzialmente non ha migliorato il lavoro fatto 10 anni fa da Andy LaRoque nei Sonic Train Studios in Svezia; questa volta la band si è rivolta ad Antonio Triste e Paulo Basilio nei TDA Studios in Brasile, ma il risultato è stato un sound ugualmente abbastanza grezzo, con il rullante della batteria che continua a non piacermi per quanto è secco. A parte questo, resta la qualità di un disco di piacevole heavy metal, fortemente debitore (come sempre nella carriera degli Attick Demons) a quanto realizzato dai maestri Iron Maiden, anche per via della notevole somiglianza fra l’ugola del singer Artur Almeida con quella di Bruce Dickinson, tanto che potrebbe benissimo far parte di una cover band degli Irons e fare un figurone! Canzoni come “Riding the storm”, “Back in time”, City of the Golden Gates” ed “In memoriam” (tanto per citare quelle che maggiormente mi hanno colpito) trasudano heavy metal da ogni singola nota e sono manna dal cielo per chi ama certe sonorità. Aggiungete la presenza di alcuni ospiti illustri, fra cui spiccano Paul Di’Anno (credo non ci sia bisogno di presentazioni) e l’ex-Manowar Ross the Boss, e capirete il motivo di un voto così alto. Non mi addentro nel campo minato dell’originalità, perché non è questo il terreno su cui hanno deciso di muoversi gli Attick Demons, senza contare che, come ho spesso sostenuto nelle mie recensioni, se il disco è valido, come lo è questo “Atlantis”, che ce ne frega dell’originalità??

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2021
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A distanza esatta di un anno dall’ottimo “Revenge”, tornano gli austro/tedeschi Warkings con un nuovo album, il terzo della loro carriera, intitolato “Revolution”, sempre con il consueto soldato romano in copertina. Dieci sono i pezzi che fanno parte del full-length per poco più di 40 minuti di ottimo power metal; come consuetudine, i pezzi non hanno durate eccessive (segno di un songwriting mai prolisso) e si assestano tra tre e cinque minuti al massimo. Ancora una volta ci troviamo davanti ad un disco compatto, tosto e ricco di energia, da assaporare dall’inizio alla fine. Forse nella parte centrale (tra la quinta e la sesta traccia) abbiamo un leggero calo qualitativo, ma basta l’incedere marziale della splendida “Ave Roma” per farci subito riappacificare con il gruppo. Già, perché anche questa volta le potenziali hit sono parecchie; oltre alla già citata “Ave Roma” (quella hit che da sola vale l’acquisto del cd!), citiamo la trascinante “Fight”, sostanzialmente mutuata dalla storica “Bella ciao”, ma anche l’opener infuocata (e scusate il voluto gioco di parole!) “We are the fire”, oppure la bellissima “By the blade”, altra hit che immagino presto potrà essere scelta per un nuovo video. Strumento principale è la chitarra di The Crusade (alias Markus Pohl) che ci regala sempre piacevoli parti soliste e muri di riff, ben sorretti dall’ottimo lavoro al basso di The Viking (all’anagrafe Chris Rodens) e da un grandissimo batterista quale The Spartan (al secolo Steffen Theurer); la vera carta vincente dei Warkings è comunque la splendida voce di The Tribune (alias Georg Neuhauser) ed anche questa volta il singer di Innsbruck si conferma come uno dei migliori in assoluto nella scena metal mondiale, sotto tutti i punti di vista (ascoltatelo in "Sparta - Part II" per capire cosa intendo). “Revolution” è un ottimo disco, uno dei migliori ascoltati quest’anno in campo power metal; i Warkings confermano la loro leadership, facendo ancora una volta un centro pieno!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2021
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Erano tanti anni che non sentivamo parlare dei Saeko e della sua leader Saeko Kitamae, ma la cantante giapponese è tornata in Germania e, assieme al nostro geniale Guido Benedetti, ha scritto questo “Holy we are alone”, terzo album del gruppo, a ben 15 lunghi anni dal suo predecessore. Il disco è composto da 10 tracce per poco più di 50 minuti di piacevolissimo heavy/power metal, con la particolarità di essere cantato in diverse lingue, dal giapponese all’inglese, passando per il tedesco ed addirittura il sanscrito e l’hawaiiano. La mano di Guido Benedetti nello scrivere le musiche si sente, dato che qualche richiamo al power di scuola italiana è ben evidente e naturalmente questo non può che farci piacere e farci amare la cantante giapponese (ormai ultraquarantenne) ancora di più. Accanto a loro ci sono anche Alessandro Sala al basso ed il mitico Michael Ehré alla batteria, da segnalare anche, come ospiti, il grande Derek Sherinian ed il compianto Lars Ratz (R.I.P.), i quali hanno rispettivamente suonato le tastiere e curato i cori nella nona traccia. Tutte le canzoni, fatta eccezione per intro ed outro, sono dedicate ad un singolo paese ed, in alcuni casi, hanno richiami alle sonorità locali. L’ascolto è quindi variegato e mai monotono, pur mantenendo uno stile heavy di base; a questa maniera l’album risulta decisamente convincente ed avvincente. In base ai miei gusti, alcune canzoni spiccano sulle altre; mi riferisco, ad esempio, alla velocissima “Russia: Heroes” (vera e propria cavalcata power metal, picco assoluto del disco!), ma anche alle splendide “Syria: Music, my love” e “Uk: Never say never” (quasi folkeggiante in alcuni tratti e con un coro irresistibile!), a cui si aggiunge anche la frizzante “Brazil: Splinters of the sun”. Cosa resta da dire? Bentornati Saeko! Speriamo adesso di non dover aspettare altri 15 anni per aver un successore a questo ottimo “Holy we are alone”.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2021
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Ad un anno esatto di distanza dal buon debut album “Freedom of speech”, tornano a farsi sentire i tedeschi Mentalist, con un nuovo disco, intitolato “A journey into the unknown”, dotato di piacevole artwork opera del grande Andreas Marschall e composto da 11 tracce, per un totale di poco più di un’ora di piacevole melodic power metal. Ricordiamo in maniera particolare questa band perché vi milita l’ex-batterista dei Blind Guardian Thomen Stauch, ma assieme a lui ci sono validissimi musicisti come l’ex-chitarrista degli Starchild Kai Stringer (l’altro chitarrista Peter Moog è alla prima esperienza nota) ed il talentuoso cantante svedese Rob Lundgren che milita o ha militato in numerosi altri gruppi, fra cui ricordiamo ad esempio gli ottimi Reveal. In questo disco ci sono poi ospiti di primissimo livello come il bassista dei Symphony X, Mike LePond, ed Oliver Palotai, tastierista dei Kamelot, che era presente anche sul precedente album; da segnalare poi la presenza del mitico Henning Basse (5 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal europeo!), che duetta con Lundgren sulla decima traccia. Ma veniamo alla musica. Il melodic power dei Mentalist si fa apprezzare soprattutto quando il ritmo diventa più frizzante (Thomen alla batteria è sempre un grande!) e quando i componimenti hanno durate non esagerate e sono più concisi ed efficaci. Qualche traccia non proprio esaltante, purtroppo, la troviamo soprattutto nella seconda parte del disco; la lunga “Soldier without a war”, ad esempio, non convince granché risultando un po’ priva di mordente e ripetitiva (il coro è replicato un po’ troppo); delude, invece, alquanto la banale “Manchild”, posta in chiusura con il ruolo di bonus track, quasi che la band avesse uno spazio da riempire ed ha piazzato questa cover (ne ignoro l'autore, chiedo venia!) come un filler qualsiasi ed avulso dal contesto. A voler essere pignoli, manca anche quella hit che da sola valga l’acquisto del cd, quel pezzo strepitoso che ti fa saltare dalla sedia non appena lo ascolti. E’ comunque vero che sono numerose le canzoni di ottima qualità, a partire dalla coppia d’apertura composta dalla frizzante “Horizon” e dalla title-track. Ci sono poi l’orecchiabilissima “Evil eye” e la veloce “Dentalist”, ma anche la lunga “Live forever” (in cui c’è appunto Henning Basse), che si segnalano in positivo. Ottime un po’ ovunque le trame delle due chitarre, specie nelle parti soliste; avrei preferito un po’ di protagonismo in più dal basso, ma questo dipende prettamente dai miei gusti personali; Thomen Stauch, infine, è un grande e dimostra di avere ancora molto da dire con la sua batteria. Se siete fans del power più melodico, questo “A journey into the unknown” può andare certamente incontro ai vostri favori; se sistemeranno qualche dettaglio e sapranno fare il salto di qualità (ne hanno tutte le potenzialità!), i Mentalist potranno in futuro diventare uno dei punti di riferimento nello specifico settore musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2021
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Non avevo mai sentito nominare i thrashers finlandesi Prestige, nonostante siano attivi addirittura dalla fine degli anni ’80 (periodo in cui ricordo una certa inflazione di gruppi thrash); della prima formazione del 1987 restano solo il cantante e bassista Aku Kytölä ed il chitarrista Ari Tapani Karppinen, mentre l’altro chitarrista Jan "Örkki" Yrlund entrò nel gruppo solo un anno dopo; è del 2020, invece, l’ingresso dell’ex-batterista dei Korpiklaani, Matti "Matson" Johansson. Il precedente album dei Prestige risaliva al 1992, mentre pochi giorni fa è uscito per Massacre Records questo “Reveal the ravage”, quarto full-length della carriera del gruppo finlandese. Il disco è composto da dieci tracce per poco meno di 3/4 d’ora di ottimo thrash metal, ispirato in parte alla scuola tedesca, ma soprattutto alla scena più tecnica del Nord America, di nomi come Heathen, Death Angel o Annihilator, a cui si aggiunge un incedere a volte quasi mosheggiante tipico del thrash newyorkese. A questo approccio old-school, la band unisce una certa modernità, sia per il carico di groove che mettono nei riff, ma soprattutto per lo screaming aggressivo del vocalist che sembra quasi mutuato da gruppi metalcore. Ecco, sarà che sono un po’ attempato anche io, ma lo stile del cantato sinceramente non mi ha convinto per nulla e credo che i Prestige farebbero bene a cercarsi un cantante degno di tal nome, lasciando ad Aku Kytölä (da sempre singer del gruppo) la possibilità di concentrarsi solo e soltanto sul suo basso che, ogni tanto, si sente come piacevole protagonista nel wall of sound creato dal gruppo. Tralasciando le parti canore e concentrandosi solo sulla parte strumentale, c’è da dire che i Prestige sono convincenti, i quattro non più giovani musicisti (viaggiano tutti attorno ai 50 anni) hanno esperienza e ci sanno fare con i loro strumenti, hanno un songwriting efficace e mai prolisso, un approccio diretto e ricco di energia che sicuramente potrà far breccia nei cuori di ogni thrasher, sia i più giovani che gli attempati come il sottoscritto. “Reveal the ravage” non sarà il disco thrash dell’anno, ma permette ai Prestige di riemergere dall’oblio con una prova sicuramente convincente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2021
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Tempo di recuperare qualche release “rimasta nel cassetto”; oggi tocca agli speed-thrashers tedeschi Septagon ed al loro terzo album intitolato “We only die once”, uscito a fine marzo 2021 per la Massacre Records. Il disco è composto da dieci tracce per una durata totale di poco inferiore ai 43 minuti, il che fa dedurre che il songwriting è conciso come lo specifico genere musicale impone. Naturalmente, trattandosi di speed metal, l’elemento principale è il ritmo forsennato imposto dalla batteria dell’ottimo Daniel Buld, a cui si accostano i veloci assoli ed il riffing serrato delle due chitarre di Markus Ullrich e Stef Binnig-Gollub, ben sorrette dal basso pulsante di Alexander Palma, forse un po’ troppo relegato in secondo piano e poco protagonista (come invece risulta esserlo in "Vendetta" e "Strange times"). C’è poi la voce di Markus Becker, acuta e pulita, spesso e volentieri in screaming, come il genere richiede; insomma il singer è sicuramente un valore aggiunto per la band e dimostra di saperci fare eccome! La produzione è pressoché perfetta, al passo con i tempi e non si lascia andare a tentazioni “vintage”, come purtroppo spesso accade in questo genere. A voler essere estremamente pignoli, i brani si assomigliano un po’ tutti tra loro, nel senso che la ricetta è sempre la medesima: ritmo forsennato e via così. E’ un po’ il limite del genere musicale che richiede questo ma, se vi piace lo speed metal, qui avrete pane per i vostri denti. Per quanto mi riguarda, essendo un appassionato dello specifico settore da decenni, ho scoperto con piacere questi Septagon, gruppo attivo dal 2013 con tre full-lengths in carriera; il loro speed metal è fresco, coinvolgente e convincente, moderno pur mantenendosi fedele alla tradizione. E’ stato insomma un piacere ascoltare e riascoltare questo “We only die once”, sicuramente una delle migliori uscite speed metal del 2021! Complimenti ai Septagon!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2021
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Tempo di recuperare un po’ di materiale rimasto “in giacenza” ed ecco che mi salta fuori questo “Mirrors and screens”, con il suo artwork intrigante. Si tratta del quarto album dei cuneesi (di Saluzzo) AnthenorA (nome tratto dal lago ghiacciato dove vengono puniti i traditori della patria nel trentaduesimo canto dell’Inferno dantesco), gruppo fondato niente meno che a fine anni ’80 che è giunto a fine novembre 2020 al traguardo del quarto full-length, a distanza di ben 10 anni dal precedente. Per chi non conosce la band piemontese, c’è da sapere che è dedita ad un piacevole heavy metal fresco e moderno; il gruppo, infatti, non si fa attrarre da tentazioni old-style ma, al contrario, grazie ad una registrazione decisamente al passo con i tempi, carica di groove le chitarre e strizza l’occhio al metal più moderno. A ciò contribuisce anche il vocione basso ed aggressivo del singer Luigi “Gigi” Bonansea (sarà parente della Bonansea del calcio?), ben lontano dai classici cliché dell’heavy metal che vogliono voci acute e mai troppo sporche. Il disco ha una durata totale di poco inferiore all’ora, divisa in ben 13 tracce, segno che la band evita di dilungarsi inutilmente e bada al sodo, con componimenti efficaci e diretti. Avrei preferito maggior ritmo da parte della batteria di Fabio “Smaro” Smareglia, ma credo che sia una precisa scelta del gruppo, dato che ogni tanto il batterista lascia trasparire che sarebbe in grado perfettamente di fare di meglio. Protagoniste del sound sono le due chitarre di Stefano “Pooma” Pomero e Gabriele “Gabri” Bruni che intessono muri di riff carichi di groove e parti soliste di gusto, ben sorrette dal basso di Samuele “Peyo” Peirano, forse un po’ troppo in sottofondo e poco protagonista. “Mirrors and screens”. “Mirrors and screens” non passerà mai alla storia dell’heavy metal, ma mette in evidenza una band che sa badare al sodo e ci regala un’oretta scarsa da trascorrere gradevolmente; del resto gli AnthenorA non sono dei novellini e sanno cosa fare e come farlo!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2021
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Ricordo quando da ragazzo mi capitò tra le mani “Release from agony” e la sua copertina così particolare; era la fine del 1987 e da giovane metallaro mi stavo affacciando al thrash di matrice teutonica, finendo per essere incuriosito dal terzo disco della carriera dei Destruction. Non ho mai amato visceralmente il gruppo di Schmier, preferendo i Kreator ed i Sodom, ma è innegabile che ci troviamo davanti ad una delle leggende della storia del metal mondiale, in attività da ormai quasi 40 anni. Oggi ci troviamo a parlare dell’ennesimo live album, intitolato “Live attack”, registrato allo storico Z7 di Pratteln (Svizzera) il primo gennaio del 2021. Qualcuno potrà chiedersi che senso abbia rilasciare un altro disco live, quando solo un anno fa, a maggio 2020, usciva “Born to thrash” (nel quale ci sono anche molti pezzi presenti in questa tracklist), tenendo inoltre conto che nel corso della carriera dei Destruction ormai si è perso il conto dei live album pubblicati. Questo però è il primo disco che viene pubblicato dopo il passaggio dalla Nuclear Blast alla Napalm Records e viene presentato in numerose versioni differenti (BluRay + doppio-CD, triplo-LP, ecc.) per stuzzicare l’appetito dei fans in attesa di un agognato nuovo studio album. Naturalmente la registrazione è perfetta e vengono presentati, in poco meno di due ore di musica divise in 22 tracce, quasi tutti i classici del gruppo, inclusi gli storici “Mad Butcher”, “Thrash Till Death” (il mio pezzo preferito!) e “Born To Perish”; non mancano anche pezzi estratti dall’ultimo studio album (“Born to perish” del 2019). Viene insomma ripercorsa quasi tutta la lunga carriera della band tedesca a partire dal primo storico album “Infernal overkill” che fa la parte del leone con ben 5 canzoni (“Death trap”, “Tormentor”, “Antichrist”, “Invincible force” e “Bestial invasion”). E’ indubbio che un fan dei Destruction in questo “Live attack” troverà pane per i propri denti, anche se si potrebbe sollevare più di una polemica sull’utilità della mossa commerciale. Il voto, infatti, è una media tra la qualità della proposta musicale (indubbiamente elevata) e quella della scelta commerciale (direi non proprio felice).

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2021
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A pochi mesi dall’uscita del proprio debut album “Mirrored revenge” (risalente a novembre 2020), tornano a farsi sentire gli inglesi Sorceress Of Sin con un nuovo full-length intitolato “Constantine”, dotato di un artwork chiaramente ispirato a “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R.R. Martin. L’album è composto da nove tracce per oltre un’ora di durata, segno che il gruppo inglese si lascia andare spesso e volentieri la mano in pezzi dalla lunga durata; in tal senso, qualche miglioramento dal punto di vista del songwriting è auspicabile, qualche sforbiciata qua e là (ad esempio nella lunga title-track, nella quale non c’azzeccano niente le backing vocals da cantante lirica) avrebbe giovato rendendo più snelli ed efficaci i vari componimenti. Ciò nonostante, il power metal dei Sorceress Of Sin si lascia ascoltare gradevolmente ed è ricco di energia, soprattutto grazie all’approccio canoro della singer Lisa Skinner, vera e propria screamer che urla la propria rabbia senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine. Il ritmo è sempre sostenuto, grazie anche ad un ottimo lavoro alla batteria di Paul Skinner (marito della cantante), mentre il basso di Tom Maclean pulsa a dovere. Lo stesso Maclean si occupa delle tastiere che si dividono spesso il ruolo da protagonista assieme alla chitarra di Constantine Kanakis. La registrazione è semplicemente ben fatta e sorprende come ancora una volta la band inglese sia stata costretta all’autoproduzione; siamo sommersi quotidianamente da immondizie musicali di ogni genere, mentre poi gruppi di talento come questo sono costretti all’autofinanziamento per diffondere la propria musica. Già, perché i Sorceress Of Sin sono un gruppo davvero interessante e di talento ed il loro “Constantine”, seppur migliorabile dal punto di vista del songwriting, è un gran bel disco, piacevole da ascoltare ed in grado di dare carica ed energia. Se teniamo conto del fatto che il gruppo si è formato solo nel 2020, bisogna tenerli d’occhio perché potrebbero regalarci altri lavori ancora più interessanti in futuro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 2021
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Diciamoci la verità, tra gli appassionati di power metal questo era uno degli album più attesi del 2021; “Vera cruz”, la terza prova solista sulla lunga distanza di Edu Falaschi (dopo i due dischi di cover, rispettivamente del 2016 e 2017), è di fatto il primo full-length di inediti dell’ex-cantante di Angra ed Almah; per amor di precisione bisognerebbe contare anche l’EP “The glory of the sacred truth” del 2018, unico ad avere altri due inediti che, tra l’altro, sono riportati in sede live in coda della tracklist di questo album. Attorno a Falaschi, sin dal 2017, vi sono poi musicisti di livello qualitativo eccelso, come gli ex-Almah Raphael Dafras e Diogo Mafra (rispettivamente basso e chitarra), nonché l’ex-batterista degli Angra (fra le tante bands con cui ha suonato) Aquiles Priester, forse uno dei migliori al mondo con questo strumento. Oltre a loro ci sono poi numerosi ospiti, fra cui spicca Max Cavalera che duetta con Falaschi in “Face of the storm”. Il sound è un classico power/prog di scuola brasiliana, chiaramente ispirato agli Angra, soprattutto negli intrecci tra chitarre e tastiere e nel ritmo frizzante imposto dalla batteria. Non mancano poi, almeno nelle parti più lente, richiami alla musica tribale (ad esempio nella lunga “Land ahoy”), come gli stessi Angra avevano iniziato a fare da “Holy land” in poi. Su tutto si staglia la splendida voce di Falaschi, qui perfettamente a suo agio (e ci mancherebbe, visto che tutte le canzoni le scrive lui!), il quale senza mai esagerare conferma una versatilità ed espressività come pochi (da brividi nella ballad “Bonfire of the vanities”!). Naturalmente la produzione e la registrazione sono perfette ed esaltano a dovere ogni protagonista di questo disco. Non ho trovato momenti di livello qualitativo inferiore, tutto il disco funziona alla grandissima, persino il concept che lo contraddistingue a livello testuale. Sarei in difficoltà se dovessi indicare una o più canzoni migliori, ma indubbiamente preferisco soffermarmi su quelle più frizzanti, come l’accoppiata iniziale “The ancestry”/”Sea of uncertainties” o le velocissime “Crosses” e “Mirror of delusion”; due parole infine sulla già citata “Land ahoy”, vera e propria suite di quasi 10 minuti, una hit che da sola vale l’acquisto del disco, tanto è varia, ricca di atmosfere e pathos. Ripeto però è tutto “Vera cruz” a convincere pienamente, regalandoci un Edu Falaschi in grandissima forma sia a livello di songwriting, che come frontman di una band ricca di talento. Se sentivate la mancanza degli Angra, sappiate che questo splendido disco ve la farà passare in pochi istanti! Disco imperdibile per ogni fan del power metal.

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