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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2024
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I Dialith arrivano dal Connecticut negli USA, dove si sono formati nel 2015 per iniziativa della cantante Krista Sion e del chitarrista Alasdair Wallace Mackie; da allora hanno realizzato una manciata di singoli, un full-length nel 2019 (recensito su queste stesse pagine, https://www.allaroundmetal.com/component/content/article/26-releases/6487-dialith,-non-la-solita-female-fronted-symphonic-metal-band) e tre EP, di cui questo “Alter” è l’ultimo, uscito in autoproduzione solo in digitale in questi primi giorni di aprile 2024. Il loro è un Power Metal bello frizzante con forti influssi folk, soprattutto orientale come nella brevissima “Houglass (Shadowdancer pt. 1)”, e qualche tocco sinfonico (leggermente meno del passato), con una notevole attenzione alle melodie ed all’orecchiabilità e la voce della Sion che non è mai “esagerata” (evita anche i liricismi stucchevoli), né particolarmente grintosa ma, tutto sommato, sicuramente gradevole. Come detto, l’attenzione all’orecchiabilità è decisamente elevata e la traccia “Ironbound” ne è un’evidente prova, decisamente ruffiana nel suo incedere ed in grado di ficcarsi in testa pressoché immediatamente, finendo per essere la migliore del disco. Naturalmente lo strumento principale è la chitarra di Alasdair Wallace Mackie che è decisamente carica di groove nella conclusiva “Shadowdancer”, il pezzo più complesso ed articolato dell’EP. “Alter” è composto da sole quattro tracce, per circa 13 minuti e mezzo di durata ed ha un’artwork accattivante. I vari ascolti dati a questo lavoro sono sempre stati piacevoli, non ci troviamo davanti al disco dell’anno, questo è poco ma sicuro, ma altrettanto certamente posso dire che questo EP dei Dialith merita ogni attenzione, così come lo merita la band americana, dotata di talento e capacità di creare musica indubbiamente gradevole.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2024
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Uscito a novembre 2023, ma arrivato in redazione ben quattro mesi dopo la sua uscita ufficiale, “The ancient force” è il debut album dei varesini Ancient Trail, duo formato da Simone Boldini (basso) e Fabio Fiorucci (chitarra), entrambi ex-Steel Violin. Il disco è composto da dieci0 tracce (compresa l’immancabile inutile intro) per una durata totale di poco superiore ai 44 minuti, segno che il songwriting è bello conciso e bada al sodo, senza perdersi in inutili fronzoli ed evitando di “allungare il brodo” inutilmente. Non è stato reso noto l’ospite che ha suonato la batteria, mentre dietro il microfono troviamo il talentuoso Moz, alias Marco Moranzoni, singer degli Steel Violin e dei russi Concordea; la sua voce squillante ed acuta si sposa alla perfezione con il Power Metal suonato dalla band. Le tematiche di questo disco, come è facile immaginare, sono ispirate al Fantasy ed anche l’artwork (piacevole, anche se alquanto canonico, con il classico monaco incappucciato) è apertamente ispirato a tali tematiche. Il sound quindi non è né innovativo, né originale, ma ritengo che gli Ancient Trail non avessero la benché minima intenzione di essere tali, dato che è evidente che suonano la musica che amano e lo fanno per la passione che arde da tempo dentro di loro (non si tratta di giovincelli alle prime armi)! E bisogna evidenziare che quello che fanno, lo fanno anche molto, ma molto bene, dato che il loro Power Metal è decisamente piacevole da ascoltare e riascoltare. Lo stile si mantiene nella classica scuola italiana, ricca di melodia e ben ritmata e frizzante, mentre ogni tanto c’è anche qualche lontano accenno al Folk degli Elvenking (come in “We’ll meet around the fire”) e all’Epic dei Domine (in “Immortal stars”, forse la canzone migliore del disco). In un panorama affollato come quello Power Metal, gli Ancient Trail non pretendono di inventarsi qualcosa, ma suonano con passione e talento, realizzando un debut album decisamente piacevole che non mette in mostra particolari punti deboli ma che, al contrario, evidenzia un duo in grado di poter dire la sua e che immeritatamente è relegato all’autoproduzione! Adesso speriamo che gli Ancient Trail possano diventare un gruppo a tutti gli effetti e ci regalino anche in futuro altri dischi validi come questo “The ancient force” e che magari qualche attenta label stampi l’album su CD, visto che per ora è uscito solo in versione digitale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2024
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Avevo conosciuto i polacchi Ironbound nel 2021, all’epoca del loro debut album ”The Lightbringer”; li ritrovo tre anni dopo con il loro secondo full-length intitolato “Serpent’s kiss”, uscito ancora una volta per la polacca Ossuary Records. Il disco è composto da otto pezzi (inutile strafare ed “allungare il brodo”!) per una durata totale di circa 46 minuti e mezzo ed ha in copertina lo stesso personaggio che avevamo trovato sul debut album, come una sorta di mascotte della band. Il sound sostanzialmente non è cambiato, grazie anche al fatto che la formazione è rimasta intatta; abbiamo quindi davanti il classico Heavy Metal di cui sono da sempre maestri gli Iron Maiden. E proprio la band di Steve Harris credo sia la principale fonte d’ispirazione degli Ironbound, dato che lo strumento protagonista, assieme alla chitarra solista di Michał Halamoda, è il basso dell’ottimo Zbigniew Bizoń che si fa sentire in maniera strepitosa (ascoltatelo nell’attacco della meravigliosa “The destroyer of worlds” per capire), connotando tutto il sound del gruppo. Aggiungete che il singer Łukasz Krauze è evidentemente cresciuto a pane e Bruce Dickinson e le similitudini sono al completo! Ecco forse il ritmo, dettato dall’ottimo batterista Adam Całka, è leggermente differente, nel senso che il gruppo polacco è più brillante e veloce di quanto gli Iron Maiden facciano normalmente (ci sono sempre le eccezioni, come “Gangland”, “Flash of the blade” e pochi altri vecchi pezzi), grazie anche ad un maggiore uso della doppia cassa. Evitiamo discorsi su originalità ed innovazione, vocaboli credo sconosciuti agli Ironbound, perché non è questo il terreno adatto, perché qui si omaggia la tradizione e poco ce ne importa se in tanti hanno suonato come questo gruppo in oltre quarant'anni! I vari ascolti dati a questo disco sono sempre stati estremamente gradevoli, soprattutto per un vecchietto come il sottoscritto che ha avuto la fortuna di vivere la propria gioventù nei meravigliosi anni ’80. Già, non so quanto queste sonorità old style, sia pure registrate perfettamente con tecnologia al passo coi tempi, possano affascinare le giovani leve di metallari, ma questo, lasciatemelo dire, è l’Heavy Metal, è come deve essere suonato e cantato e non ci sono storie, né niente altro da aggiungere! Se siete fans del vero Heavy Metal, questo “Serpent’s kiss” degli Ironbound farà sicuramente al caso vostro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 31 Marzo, 2024
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Gli Ana sono una female fronted Symphonic Metal band formatasi a Melbourne, in Australia, nel gennaio 2023; dopo tre singoli usciti in questo 2023, in questi giorni di fine marzo rilasciano sull’attenta label statunitense Eclipse Records il loro primo lavoro, un EP intitolato “The art of letting go”. Il disco, dotato di semplice artwork che rappresenta un uroboro, è composto da cinque pezzi per una durata totale di poco superiore ai 23 minuti. Il sound, come detto, è un female fronted Symphonic Metal ma, contrariamente al trend imperante in questo settore, la voce della brava e bella cantante russa, Anna Khristenko, non è mai stucchevole, praticamente mai si spinge su terreni lirici (nonostante un suo background operistico) ed interpreta le varie atmosfere dei pezzi, risultando duttile, poliedrica ed estremamente efficace (da brividi in “Moth”!), arrivando finanche a sembrare quasi aggressiva nella lunga “Ouroboros” (da cui trae ispirazione la copertina del disco). Strumenti principali sono indubbiamente le tastiere dell’ottimo Matt Williamson (che sembra sia un “orecchio assoluto”), assieme alla batteria del panamense Cleveland Beckford Gonzalez che dà ritmo e potenza. La chitarra di Josh Mak ed il basso di Tory Giamba contribuiscono a rendere il sound degli Ana non così scontato, come potrebbe apparire in un genere inflazionato come quello in cui il gruppo australiano va a cacciarsi, grazie anche a soluzioni convincenti che non induriscono più di tanto il sound, ma lo rendono decisamente godibile. Le cinque canzoni che fanno parte dell’EP sono davvero belle e si lasciano ascoltare e riascoltare molto gradevolmente; oltretutto la breve durata contribuisce a rendere l’ascolto non impegnativo ed a far crescere, di volta in volta, la voglia di ripigiare quel dannato tasto “play”. Bisogna evidenziare che non ci sono filler di sorta, né momenti di calo qualitativo e l’intero disco convince e colpisce in compattezza e buon gusto. Se siete fans del Symphonic Metal (non solo quello con voce femminile), non fatevi assolutamente scappare questo “The art of letting go” e segnatevi il nome degli Ana, perché hanno tutte le carte in regola ed il talento per affermarsi a livello internazionale!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
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Per festeggiare i quarant'anni di carriera, arrivati nel 2023 (i primi demo degli Avenger, precedente incarnazione dei Rage, risalgono appunto al 1983), Peavy Wagner ha pensato di fare le cose in grande, regalando ai propri fans addirittura un doppio album, intitolato “Afterlifelines”, composto da ventuno tracce, per circa un’ora e mezza di musica in cui il marchio “Rage” è impresso a fuoco. Ventuno tracce una più bella dell’altra, in cui i Rage hanno spaziato nel loro tipico sound, ma con riferimenti a ciò che hanno fatto in tutta la loro carriera, dai momenti più duri quasi Thrash a quelli più leggeri e melodici, in cui si sente anche qualche parte orchestrale, chiaro riferimento al periodo in cui i Rage collaborarono con la Lingua Mortis Orchestra. Parlare di così tanti brani comporterebbe la classica recensione fiume a cui sono da sempre refrattario, basti sapere che i due CD sono pieni zeppi di canzoni di ottima fattura e che comunque il livello qualitativo è sempre costantemente superiore alla media, come i Rage ci hanno da sempre abituati. Chi, come il sottoscritto, è fan della band tedesca, non rimarrà deluso, ma anzi tenderà ad esaltarsi con splendide tracce come la durissima opener “End of illusions” (dopo l’intro “In the beginning”) o la successiva “Under a black crown” (che non sfigurerebbe in capolavori come “Trapped!” o “The missing link”!), ma anche in “Toxic waves” (che ricorda i periodi di Smolski), per arrivare alla fantastica “Justice will be mine” (forse tra le migliori canzoni mai scritte dai Rage) e chiudere il primo CD con l’ottima “Life among the ruins”. Sul secondo disco, quello leggermente più melodico (con ospiti un quartetto di archi, alcuni fiati e le tastiere di Marco Grasshoff), colpisce l’incedere di “Root of our evil”, la sinfonica “One world”, ma anche l’acustica “Dying to live” (in cui Peavy mette in mostra inattese capacità canore!), la melodica “The flood”, fino alla mastodontica “Lifelines”, lunga suite dalle molteplici sfaccettature che evidenzia la notevole capacità nel songwriting del buon vecchio leader. A discapito dei detrattori, i Rage sono ancora qui, a quarant'anni suonati dal loro esordio come Avenger, regalando ai propri fans un disco come al solito di qualità superiore alla media; questo “Afterlifelines” non potrà infatti mancare nella collezione dei fans della band tedesca e del Power Metal in genere!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
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Sono passati quattro anni dall’ottimo “Zero hour is now” e tornano a farsi sentire i lombardi Black Phantom con il loro terzo full-length intitolato “Horror paradise”, come tradizione uscito per la piemontese Punishment 18 Records. E sempre come tradizione i Nostri continuano imperterriti a suonare l’Heavy Metal che i maestri Iron Maiden hanno insegnato al mondo. La voce di Manuel Malini continua ad essere un mix tra Blaze Bayley e Bruce Dickinson (ma, ciò nonostante, continua a non esaltarmi più di tanto) e connota il sound, assieme al basso del mitico Andrea Tito che non ha mai nascosto la sua venerazione per sua maestà Steve Harris e che, come tale, recita da assoluto protagonista assieme alle due chitarre. Queste ultime sono suonate ottimamente dallo storico Roberto Manfrinato e dal nuovo membro Toni Cacciapaglia, che ha preso il posto dell’altro storico membro Luca Belbruno. Il ritmo frizzante è dettato dalla batteria del sempre ottimo Ivan Carsenzuola, ormai diventato anch’egli una garanzia di qualità, come tutta la band, del resto. Potrei anche chiudere qui la recensione, dato che se siete fans dell’Heavy Metal fatto come si deve, avrete già capito che i Black Phantom hanno sfornato l’ennesimo ottimo disco. Ma addentriamoci un po’ di più in “Horror paradise”, composto da dieci pezzi per una durata totale di quasi 47 minuti e mezzo, dotato di artwork che richiama il titolo dell’album e con testi naturalmente ispirati a tematiche horror, con richiami alla cinematografia del settore. Le canzoni si equivalgono un po’ tutte quante (forse la sola “Listen to the voice” è un gradino sotto alle altre), sia a livello di tiro ed energia, ma anche per quanto riguarda la qualità elevata dell’Heavy Metal suonato dal gruppo. Proprio per questo motivo mi risulta un po’ complicato indicare uno o più brani preferiti; così, senza rifletterci troppo, direi l’opener “Sammy the elf” che mette subito in chiaro cosa attenderci; l’orrorifica “A nightmare”, traccia in cui il singer risulta più convincente rispetto agli altri pezzi (forse perché non esagera e canta in maniera più “pacata”) e la cavalcata “Beast on the loose”, dotata di ritmo incalzante ma, lo ripeto, sono pareri personali ampiamente opinabili in quanto tali, ma anche messi giù senza particolare riflessione. I Black Phantom, lo ripeto, sono ormai una garanzia e questo “Horror paradise” è l’ennesima dimostrazione che l’Heavy Metal è duro a morire e può ancora a lungo farci emozionare e sbattere il nostro capoccione in furiosi headbanging. Da avere!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2024
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Sono passati ben cinque anni dall’ottimo “Theatrical masterpiece”, secondo album dei tedeschi Thornbridge che tornano a farsi sentire con un nuovo disco intitolato “Daydream illusion”, concept album che racconta la storia di un ragazzo che cerca di salvare il mondo dei suoi sogni ed i suoi personaggi da distruzione e violenza con cui si confronta nella sua vita reale, sotto forma di discutibili e disumani "metodi di guarigione" e interventi chirurgici in un manicomio ambientato all'inizio dell'era vittoriana. Proprio a causa del concept così particolare (richiamato anche nella piacevole copertina realizzata dal prolifico artista spagnolo Juanjo Castellano Rosado), il sound è un po’ meno Heavy ed allegro, ma quasi più oscuro rispetto al passato, con una maggiore attenzione alle parti melodiche, sia a livello strumentale che soprattutto a livello canoro. La band formata da “Mo” e “Pat” nell’ormai lontano 2008 ha passato diverse vicissitudini, tanto che il disco è stato registrato tra il 2022 ed il 2023 (per poi uscire in questi giorni di fine marzo 2024) con una formazione a tre, mentre attualmente nella band sono arrivati il mitico Tomi Gottlich al basso (mostro sacro del metal che ha militato anche nei Grave Digger e nei Rebellion) e l’esperto batterista Vincent Bechtold, che ha preso il posto di Nils Kreul che sostanzialmente è stato nel gruppo solo per registrare il full-length. Ma torniamo a “Daydream illusion”, che è composto da dieci pezzi cui si aggiunge la solita inutile intro, per una durata totale di quasi 48 minuti, segno che il songwriting è bello conciso ed efficace, con brani che non durano mai più di 5 minuti. Naturalmente non manca il ritmo come si deve in ogni disco di Power Metal ed, anzi, il lavoro eccellente alla doppia cassa rende spesso le canzoni decisamente veloci; a titolo esemplificativo citerei la fantastica “Sacrifice”, molto ritmata ma anche piena di cori che non possono che ricordare gli Orden Ogan (non a caso è stato Sebastian "Seeb" Levermann ad occuparsi delle sessioni di registrazione!). E’ comunque tutto l’album che scorre via in maniera decisamente convincente e coinvolgente, tanto che alla fine di ogni ascolto avevo le mie martoriate vertebre cervicali che gridavano vendetta dopo il ripetuto headbanging a cui erano state sottoposte! Non ci sono brani che funzionano in maniera minore di altri o hanno un livello qualitativo inferiore all’eccellenza (anche la ballad “Send me a light” non è mai banale, ma persino emozionante) ed ogni volta che le note conclusive di “Lost on the dark side” chiudevano l’ascolto, la voglia di ricominciare era decisamente forte! Ho ascoltato e riascoltato questo lavoro davvero parecchie volte e la sensazione è sempre stata la stessa: questo è un “discone”! I Thornbridge con “Daydream illusion” hanno confermato quanto di positivo avevano realizzato in passato e si candidano ad essere tra le bands di punta del Power Metal tedesco. Se siete fans di questo particolare genere musicale, questo è un must per ognuno di voi, senza se e senza ma!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 2024
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Sono passati ormai tre anni dall’ottimo debut album “The number of destiny” e Michele Olmi con i suoi Embrace of Souls torna a farsi sentire con un nuovo album, intitolato “Forever part of me”. Il disco è composto dalla bellezza di tredici pezzi (compresa l’immancabile, quanto superflua, intro) per una durata totale di oltre 71 minuti. Un ascolto quindi impegnativo, quanto meno in termini di tempo. Già perché il Power Metal suonato dagli Embrace of Souls è decisamente godibile ed easy-listening, grazie a melodie sempre azzeccate, ritmi sempre frizzanti o quasi (ma ormai sappiamo benissimo che Olmi è uno dei migliori batteristi Power in giro!) e parti soliste e vocali sempre di gran gusto. A cantare questa volta ci sono l’ex-Philosophy of Evil Giacomo Rossi e la sconosciuta siciliana Agata Aquilina, ma insieme a loro ci sono un sacco di ospiti di livello internazionale, a partire da Roberto Tiranti dei Labyrinth che canta in “My blade will fall on you”, dal flavour decisamente simile agli stessi Labyrinth, anche se forse ha il coro ripetuto un po’ troppe volte. Ma l’elenco degli ospiti è lungo ed abbiamo anche Edward De Rosa con alcuni assoli di chitarra ed i mitici Morby ed Ivan Giannini (10 minuti di vergogna per chi non conosce questi due mostri sacri del metal italiano!), oltre al sempre grande Stefano Sbrignadello, che impreziosiscono ulteriormente l’album. Per essere sinceri, non mi sembra che tutti i pezzi funzionino alla stessa maniera; la lenta “Our new life”, ad esempio, risulta un po’ troppo lunga e sarebbe stata molto bella se solo fosse durata un paio di minuti in meno; stessa cosa si potrebbe anche dire per la suite conclusiva “Flashback” che dura oltre 9 minuti e forse sarebbe stata più efficace con qualche sforbiciata qua e là. Ecco, forse una tracklist così nutrita finisce per rivelarsi un’arma a doppio taglio e probabilmente il disco sarebbe stato più convincente con al massimo una decina di pezzi, magari tagliando proprio qualcosa dalla parte finale dell’album dove ci sono le tracce meno efficaci. Se, infatti, prendiamo la parte iniziale troviamo canzoni fantastiche come le ottime “Tame my storm” ed “Eternal hearth”, la cadenzata “Infinite embrace” e la successiva “For life and love” (probabilmente la migliore del disco!), accoppiata in cui Morby mostra tutta la sua immensa classe; decisamente valida anche “Through the dark”, cantata alla grande da Ivan Giannini, che spicca nella seconda parte del full-length. Tirando le somme, Michele Olmi ed i suoi Embrace of Souls hanno rilasciato un disco sicuramente godibile, con qualcosa che poteva essere fatto meglio ma che alla fin fine non dispiace assolutamente; “Forever part of me” conferma quanto di valido era stato realizzato nel primo album ed è sicuramente un lavoro che farà breccia nei cuori dei fans del Power Metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2024
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Alle volte capita che qualche disco arrivato in redazione ad allaroundmetal.com resti inspiegabilmente indietro; è questo il caso di “Temple heights”, debut album dei newyorkesi Dyspläcer, uscito a metà aprile del 2023 che mi ero ripromesso di recensire appena possibile, ma che (mea culpa) è caduto ingiustamente nel dimenticatoio. Ma, come si suol dire, meglio tardi che mai! Il gruppo nasce negli USA nel 2019 ed adotta degli pseudonimi che denotano un approccio tutt’altro che serio, ma del tutto scanzonato; del resto anche tutte le foto promozionali sono all’insegna del ridicolo e del volerla prendere sul ridere; immagino quindi che anche i testi seguano questa falsa riga (perdonate questo recensore se non ha avuto il tempo di tradurre tutto!). Il sound è un classicissimo Heavy Metal ispirato ai maestri Iron Maiden (ascoltate “Black widow” o “Bloodsport” a titolo esemplificativo), con qualche piccolo accenno alle sonorità orientali (come nell’intro d’apertura “The ancient song”) richiamate anche nell’artwork. Un Heavy Metal quindi godibile all’ascolto, a patto di non cercare originalità ed innovazione che credo siano concetti sconosciuti a questo quintetto. E l’ascolto sarebbe stato anche più piacevole se solo la band avesse evitato in alcuni casi di “allungare il brodo” eccessivamente, rischiando di essere ripetitiva o addirittura noiosa; buona parte delle canzoni, infatti, supera abbondantemente i sei minuti di durata (il disco in totale dura oltre un’ora) ed alcune tracce sarebbero state più efficaci con un paio di minuti in meno (soprattutto “Way of the ninja”, ma anche la title-track, “Halls of justice” e la conclusiva “Dyspläcer vs. Dyspläcer”). Non a caso, infatti, i brani che sono riuscito ad apprezzare maggiormente sono stati quelli più brevi, come le già citate “Black widow” e soprattutto “Bloodsport”, ma anche “Kuma Kaiju”. Come detto, però, questo “Temple heights” è solo il debut album per i Dyspläcer i quali, mettendo in mostra un’ottima tecnica individuale e del buon talento, saranno sicuramente in grado in futuro di fare ancora meglio. Al momento, sufficienza sicuramente ampiamente meritata!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2024
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Ho sempre adorato gli Atrophy (quelli dell’Arizona, non i vari omonimi) e ritengo il loro debut album “Socialized hate” uno dei migliori dischi usciti nel 1988 ed uno dei migliori album Thrash della storia. Dopo essersi sciolti nel 1993 ed essere tornati nel 2015, nel 2020 il singer Brian Zimmerman si è separato dai restanti membri che hanno poi formato autonomamente gli Scars of Atrophy; Zimmerman ha poi deciso di continuare da solo reclutando nuovi musicisti e proseguendo ad utilizzare il nome originale della band. Il risultato è in questo “Asylum”, terzo full-length del gruppo americano, che riprende nella copertina dell’artista Romulo Dias il tema del clown malefico, già presente nel debut album. I richiami al Thrash di fine anni ’80 sono ampiamente presenti in tutto il disco che è composto da nove killer songs per una durata di poco inferiore ai 3/4 d’ora. La voce corrosiva e maligna di Zimmerman connota il sound come un vero e proprio marchio di fabbrica, mentre le due chitarre corrono veloci e taglienti, tra riff e parti soliste di gusto, con la batteria che usa sapientemente la doppia cassa imponendo ritmi frizzanti ed il basso che ricama in sottofondo a dovere. Per suonare questo genere di Thrash bisogna avere capacità tecniche non indifferenti ed i nuovi membri le mettono in mostra in tutto il disco. A partire dall’ottima “Punishment for all” (forse la migliore del lotto), passando per “Seeds of sorrow” che trasuda cattiveria di slayeriana memoria e per la tostissima “American dream”, si arriva alla conclusiva “Five minutes ‘til suicide” senza fiato e con le vertebre cervicali a pezzi per il furioso headbanging fatto per tutto il tempo. Tutto il disco convince pienamente per energia, ritmo e rabbia, forse la sola “Distortion” è un gradino sotto alle altre per un ritmo che non decolla praticamente mai, pur rimanendo un brano comunque decente. Tra Testament, Slayer, Exodus e qualcosa del mosh della scena newyorkese, gli Atrophy si muovono sapientemente nel thrash old school, riuscendo nell’arduo compito di essere comunque al passo coi tempi e decisamente efficaci, grazie anche ad un ottimo lavoro di produzione e registrazione. Non c’è altro da aggiungere, mi pare ormai evidente che “Asylum” ci restituisce una delle band più talentuosa della scena Thrash degli anni ’80; bentornati Atrophy!

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