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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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3.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    10 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio, 2021
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I fan di In Flames e Stratovarius oggi saranno contenti, perché questo EP intitolato "Undertow" dei finlandesi Corrosium è rivolto proprio a loro. Della band purtroppo non so se questo sia il primo lavoro, in quanto non sono disponibili ulteriori informazioni in giro, perciò lo prenderò per quello che è: un lavoretto tutto sommato interessante e che ci presenta una band con delle buone idee. Seppur quel senso di "già sentito" e "wanna be" sia presente, l'EP in questione, con le sue quattro tracce, offre un ascolto concitato e freschissimo. Molto gradite le sezioni delle tastiere, che creano quell'atmosfera glaciale e onirica tipica degli Stratovarius e quel tocco epico alla Helloween. Convincente anche la voce di Teppo Tirkkonen - un po' meno nelle parti più basse - che ben si incastra all'interno di un songwriting pulito e potente. Insomma, tutto fila per il verso giusto, eccezion fatta per quel senso di eccessiva ispirazione che si respira qua e là. Complimenti e in bocca al lupo!

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2.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    10 Gennaio, 2021
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Non mi dilungherò molto in questa recensione, perchè da dire c'è veramente poco. Si sa molto poco degli svedesi Curse Of Eibon, a cominciare dalla data di nascita della band, se non il qui presente "Book Of Eibon", il primo Ep del quartetto che ha visto la luce a dicembre scorso.
Come da tradizione, il gruppo si rivolge ai fan del melodic death metal, e lo fa con una formula che, per quanto funzionante, alla fine dei conti non lascia granché. Cinque tracce, per un totale di nemmeno venti minuti di ascolto, in cui i nostri si cimentano nella classicissima formula che unisce le orchestrazioni e melodie di Insomnium e Dark Tranquillity a passaggi più furiosi e spinti alla At The Gates. Nulla di nuovo insomma. Tant'è vero che, tolte "Dagon" e "Tsathouggan", di questo Ep non resta nulla di così interessante, e il tutto finisce nel gigantesco calderone delle milioni di altre band presenti. Complice di tutto ciò è un tendenziale senso di "moscio" che aleggia nell'aria, come se i brani facessero fatica a decollare veramente -e sicuramente la voce monotona non aiuta certamente a risollevare la questione-.
Una sufficienza appena raggiunta ma nulla di più. Consiglio alla band di cercare un approccio più personale e grintoso.

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3.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Gennaio, 2021
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Degli abruzzesi In My Ashes avevamo già parlato nel 2018, quando la band pubblicò il suo primo album "Dreaming Chaos". All'epoca la musica proposta dai nostri risultò valida, ma ancora troppo acerba e timida in alcuni punti. Complice di ciò erano due fattori: una -a volte- eccessiva semplicità dei pezzi proposti ed una performance canora decisamente sottotono -quest'ultimo forse il lato più negativo di tutto il lavoro-. Fatto sta che ci lasciammo con un consiglio: riascoltarsi e cercare di puntare più in alto.
Dopo due anni -anche se sto scrivendo la recensione ad inizio 2021- il quintetto torna in pista con un nuovo Ep: il qui presente "Abyss Ruins". Trattasi di un'ennesima prova buona ma nulla di più, oppure in questo lasso di tempo qualcosa si è smosso? Ebbene, finalmente possiamo dirlo: il salto di qualità c'è stato eccome. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto ho apprezzato molto il fatto che il quintetto abbia deciso di proporre un Ep e non un secondo full-length. La scelta migliore se si vuole tornare in carreggiata con un sound ed uno stile rinnovati, soprattutto se l'album precedente aveva fatto storcere un po' il naso. Ma ehi, gli esperimenti servono anche a questo, no?! Detto ciò, entriamo nel dettaglio. La musica dei nostri, almeno in partenza, era un classico heavy/thrash che svolgeva il suo lavoro senza infamia e senza lode, con qualche impennata melodica ma nulla di più. Qui invece le cose cambiano, a partire dalla voce, forse il punto che mi stava più a cuore. La dipartita dell'ex vocalist Alessio Colabianchi, sostituito poi da Michele Marziani, si è rivelata una carta più che vincente. Appena si fa partire l'opener "Monochromatic", ecco che sembra di ascoltare tutt'altra band. Il growl e lo scream del ragazzo finalmente rendono giustizia ad un songwriting altrettanto degno di questo nome. Le sezioni in clean vocals sono rimaste, seppur maggiormente limitate. Personalmente non le ho gradite tantissimo, almeno in alcune parti (come per l'appunto nella prima traccia), ma sicuramente non stridono più come in passato.
Ma veniamo al piatto forte. Stilisticamente parlando, come appena accennato, l'Ep ci mostra un'enorme evoluzione rispetto al primo lavoro. La timidezza iniziale è stata superata e l'heavy/thrash dei nostri riesce finalmente ad esprimere tutto il suo potenziale, grazie anche ad una maggiore apertura verso altre influenze. Prendiamo l'ottima "Ruins of Sorrow", che con quel sapore alla "Metal We Bleed" dei Venom Inc. mi ha letteralmente preso a pugni in faccia. Ottimo l'intreccio tra la voce di Michele e dell'ospite Stefano Lorenzetti dei Congiura. La sezione ritmica di Gianpaolo "Gnappo" Angeloni alla batteria, poi, tiene le redini con il suo andamento martellante, deciso e con diverse sfumature davvero gradite. A ciò si aggiunga un lavoro di chitarra molto più aperto e con passaggi più coraggiosi; elementi di cui il primo album difettava parecchio. L'impostazione è sempre quella, ma questa volta i brani filano lisci come l'olio e soprattutto con cognizione di causa. Ascoltandoli uno dopo l'altro non si avverte più quell'andamento macchinoso e squadrato, ma tutto procede più fluido e scorrevole. Ciò si avverte tantissimo nella traccia "Dusk", la mia preferita in assoluto. É qui che il quintetto aquilano dà il meglio di sé. Si parte in un modo e si finisce in tutt'altro attraverso una progressiva evoluzione del brano. A parti più cadenzate tipiche dell'heavy subentrano delle sfuriate thrash, accompagnate poi da quel tocco melodico super gradito. Ma ecco che l'atmosfera si addolcisce con una marcata vena Opeth. E qui devo dire che il buon Michele si cimenta in una prova canora di tutto rispetto, anche nelle clean vocals. Grazie anche ad una qualità di produzione nettamente superiore, tutto l'Ep suona pieno e corposo, destreggiandosi bene all'interno di una struttura più arzigogolata e completa.

Insomma, senza andare troppo per le lunghe. Due anni sono passati da quel "Dreaming Chaos". Due lunghi anni in cui gli In My Ashes hanno fatto tesoro dell'esperienza non buonissima per poi mettersi sotto e ricostruire quasi da capo tutta l'impostazione stilistica. Il qui presente "Abyss Ruins" è il frutto di questo ambizioso lavoro. Unico appunto che mi sento di fare: migliorare ulteriormente la voce -scream troppo strozzato in alcuni punti e clean vocals non sempre all'altezza- ed essere sempre permeabili alle influenze di altri generi; melodeath e prog soprattutto. Complimenti ragazzi, una seconda rinascita!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Gennaio, 2021
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"Old school" è la parola d'ordine in questa recensione con il qui presente "Summary Execution at Dawn", album di debutto degli americani Oath Of Cruelty. A cominciare dalla formazione di stampo Motorhead e Venom a tre.
La proposta del trio è quanto di più semplice e di impatto ci possa essere: death/thrash anni '80 che si traduce in mezz'ora di martellate sulle gengive. A tratti dal sapore black alla Nifelheim, l'album in questione spacca, c'è poco da dire. Ma come avete letto dal titolo, la musica dei nostri è veramente troppo vicina allo stile dei ben più famosi e leggendari Possessed. Ed è per questo che il lavoro funziona a dovere. Non dico che si tratti di un copia/incolla; ci mancherebbe! Però diciamo che c'è una somiglianza molto -ma molto- percepibile con la band di Jeff Becerra. A tal proposito è doveroso far notare come la performance canora sia anch'essa di chiara derivazione Possessed. Il che assolutamente ci sta a pennello, e guai se così non fosse. Il problema è che tutto il contesto, per quanto impeccabile, ha quell'inevitabile sapore di "già sentito" che mi fa dare a "Summary Execution at Dawn" una sufficienza piena e non di più. Il mio consiglio è di guardare anche al nuovo e cercare di dare al proprio sound qualcosa di più personale e di un po' meno ispirato.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Gennaio, 2021
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Il debutto degli americani Crusadist è l'ennesima conferma che bisogna guardare di più al mondo dell'underground. Già, perchè non è da tutti tirare fuori dal cilindro un gran bell'album come il qui presente "The Unholy Grail" -ci scusiamo per l'enorme ritardo, by the way-.
Il quintetto di Chicago non si fa certo intimorire dalla già enorme offerta ampiamente presente sul mercato musicale, e ce lo dice sbattendoci in faccia un death/thrash colossale e granitico che i fan dei Vader apprezzeranno tantissimo. Il tutto condito con delle sfuriate melodeath alla Hypocrisy e Kataklysm che vi faranno venire la pelle d'oca. Il risultato è un gran bel debutto nel panorama metal, con anche quel tocco di personalità fondamentale se si vuole cercare di emergere. Insomma, sulla carta ci sono tutti gli elementi per imbastire una buona carriera musicale. Basti pensare anche a chi ha lavorato dietro le quinte: Chris Djuricic come producer (Gorgasm), e Jeramie Kling (Venom Inc.) e Taylor Nordberg (Soilwork) al mixaggio. Per concludere in bellezza, la splendida copertina è stata realizzata dallo svedese Par Olofsson (Immolation, Exodus, Unleashed, Aborted). Grandi nomi che insieme hanno saputo dare lustro e prestigio ad un album che, musicalmente parlando, riesce perfino a superare alcuni competitor ben più famosi. Ed il perchè è tutto nelle nove tracce presenti. Riffoni massicci e tellurici, comparto ritmico old school e con qualche passaggio interessante. Infine una prova canora nella media -apprezzata ma oggettivamente in linea con la proposta-. Unica pecca: forse una leggerissima prolissità data dai brani che non scendono mai sotto i quattro minuti e mezzo.
Tirando le somme abbiamo a portata di mano un gran bel lavoro che merita parecchio e che saprà regalarvi quasi 50min di sonore bordate sulla faccia.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    31 Dicembre, 2020
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Ah, i primi anni 2000. Il Nu Metal, il Thrashcore dei Lamb Of God, i Fear Factory nel loro periodo d'oro, il Groove Metal degli ultimi Pantera e il colpo di coda dei Sepultura, ormai giunti a fine carriera dopo l'abbandono di Max Cavalera. Un vero e proprio periodo di novità, alcune gradite, altre meno, che hanno poi gettato le basi di un nuovo modo di intendere la musica. Ecco, in questo contesto si colloca il qui presente "Odium", secondo album del progetto solista Global Scum, la cui mente risponde a nome di Manuel Harlander.
In questi quasi 50 min di death/groove sono concentrati tutti, e dico TUTTI, i cliché vari che hanno caratterizzato la musica metal 20-25 anni fa. E fondamentalmente si tratta di un album tutto sommato bello da ascoltare, vuoi per quella sensazione di nostalgia, vuoi per una generale buona esecuzione che lascia spazio a momenti concitati. Il tutto inzuppato di quel forte sentore di "Demanufacture" dei Fear Factory e "Roots" dei Sepultura. Ecco quindi che non c'è da stupirsi se durante l'ascolto si possa esclamare "hey, ma questo pezzo l'ho già sentito!". Il grosso difetto di "Odium" infatti, come avete letto dal titolo, è la quasi totale assenza di personalità in favore di un -quasi- copia/incolla delle influenze sopracitate. Grazie al c***o che il disco spacca! Sufficienza raggiunta a mani basse, ma zero voglia di proporre qualcosa di nuovo. Perché suonare un tipo di metal che andava per la maggiore oltre vent'anni fa, non vuol dire per forza riproporre gli stessi identici pattern. Spero si terrà conto di ciò in futuro. In bocca al lupo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre, 2020
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Un'intro colossale ed epica è quella che apre le danze di questo "Glare of Deliverance", terzo album dei nostrani Genus Ordinis Dei. Ad oggi il miglior lavoro del quartetto cremonese, ed il primo ad essere completo sotto ogni punto di vista ed in grado di presentarci una band a dir poco in formissima. Un vero e proprio tripudio di symphonic death, per i fan più incalliti del genere che troveranno molte somiglianze con il colosso greco Septicflesh; il che, a detta di chi scrive, è un grosso punto a favore per i nostri.
Quello che troveremo nelle dieci tracce del disco è una vera e propria narrazione, che vede come protagonista Eleanor, una giovane ragazza perseguitata dalla Santa Inquisizione. Supportato anche dai video ufficiali presenti su YouTube, l'album è un'opera teatrale, suddivisa in dieci atti, ciascuno dei quali esplora in maniera viscerale ogni ambito del death sinfonico, tra orchestrazioni ricchissime ed eleganti e riffoni cadenzati e potenti. Oltre un'ora di musica che non stanca mai, in grado ti toccare sempre delle vette altissime da far venire la pelle d'oca, come nella splendida "Examination". Complice di tutto ciò sono due fattori essenziali: la voce di Nick K e l'epicità mai fine a se stessa. Mi spiego. Sulla prima c'è ben poco da dire: il vocalist si destreggia perfettamente all'interno di un comparto ritmico imponente, alternando senza problemi un growl alla Spiros "Seth" Antoniou (Septicflesh) ed uno scream graffiante, sporco ma ben comprensibile. Ciliegina sulla torta sono le ottime parti in clean vocals, mai troppe né troppo poche; quel tanto che basta a dare ulteriore lustro ad una prova canora da inchino. Per quanto riguarda l'epicità, invece, qui c'è veramente il punto focale di tutto l'album. Solitamente il grosso difetto cui possono andare incontro i dischi symphonic, è la prolissità e l'eccessivo uso di orchestrazioni e ghirigori. Il risultato è un ascolto stucchevole, pomposo, fine a se stesso e fin troppo straripante di aggiunte che rendono il tutto difficile da digerire e perfino noioso. I Genus Ordinis Dei, al contrario, riescono sempre e comunque a non superare quella linea sottile, attestandosi su livelli altissimi senza mai strafare. In nessuna delle dieci tracce ho mai sbadigliato o, peggio, avuto bisogno di skippare. E questa, secondo me, è stata la formula vincente che ha permesso al quartetto di portare alla luce il suo miglior lavoro, che di certo non ha nulla da invidiare alle tante realtà nordeuropee. Complimenti ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2020
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Dispiace sempre dover bocciare una band, o quantomeno assegnarle una sufficienza striminzita. Ma tant'è, quando ti imbatti in dischi come il qui presente "From There to Oblivion" degli svedesi Carnage Alpha, ad oggi al loro debutto ufficiale per WormHoleDeath.
Dicevo, è sempre un dispiacere, ma non posso non far notare come tutto l'ascolto del duetto non lasci nulla quando finisce, se non un senso di inappagamento. Il melodic death proposto -strano, una band svedese che fa melodeath eh?!- risulta piuttosto scialbo e poco interessante, inframezzato da continui stacchi che, alla lunga, risultano anche fastidiosi. Non tanto a livello di produzione, che comunque si attesta su una solida sufficienza. Qui si parla proprio di approccio musicale e stilistico. Tutto, e dico tutto, risulta moscio, lento come la melassa: nessuna traccia parte veramente, vuoi per l'eccessivo ritmo cadenzato, vuoi per un generale senso di piattume che si respira. E a nulla aiuta la voce di Mathias Back che, per quanto faccia il suo dovere, alla fine porta a casa il compitino e nulla più.
Quasi quaranta minuti che si scorderanno molto facilmente e che, ahimè, finiscono direttamente nel calderone delle centinaia di migliaia di altri dischi melodeath tutti uguali.

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4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 21 Dicembre, 2020
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Credo senza ombra di dubbio che la Cult Of Parthenope sia una delle pochissime label italiane, al pari della francese Season Of Mist, che non delude mai. Ed oggi più che mai ne ho la conferma, dopo aver ascoltato il colossale debutto degli avellinesi Release the Blackness: il qui presente "Tragedy".
Del quartetto si era già parlato nel 2017 in merito all'Ep "Antares", il lavoro che consolidò la formazione -tutt'ora invariata- e che ci presentò una band davvero agguerrita e per certi aspetti innovativa: un -cito- "Technical Post-Thrash Metal", che, alla fine della questione, si traduceva in un metal fortemente influenzato dallo stile dei Gojira e Lamb Of God, impreziosito da una buona dose di groove e melodeath svedese alla In Flames. Insomma, un grosso calderone che a conti fatti risultò godibile e potenzialmente molto valido.
Dopo soli 3 anni da quell'Ep, ecco che il quartetto campano torna più in forma che mai e con tante novità nella faretra. Senza troppi giri di parole, questo primissimo album "Tragedy" è un colossale inizio di carriera. Ripulito dagli eccessivi orpelli e ricostruito dalle fondamenta, il sound dei Release The Blackness finalmente si presenta in tutto il suo splendore. Abbandonate -non del tutto- le vecchie sonorità ed abbracciato un approccio fondamentalmente progressive death, il disco è un continuo crescendo di influenze, sensazioni ed atmosfere che giocano, si mischiano, si combattono e poi ancora si fondono. Questa volta a farla da padrone c'è la sempre graditissima influenza dei Gojira, impreziosita dall'inconfondibile nota Opeth e Beyond Creation. Il risultato non poteva che essere grandioso e, a differenza del precedente Ep, la lunghezza delle tracce -"Samsara" dura 9 min- non spaventa minimamente. Anzi, nemmeno per un secondo si rischia di annoiarsi. Merito di tutto ciò è un songwriting ricchissimo da inizio a fine, che non teme nulla e osa sempre di più. Talvolta sembra di ascoltare un pezzo melodeath, altre volte c'è quel leggero sentore metalcore alla Bleed From Within. Addirittura si sfocia nel death doom e nel death sinfonico in alcuni passaggi, fino a toccare dei picchi tecnici davvero sorprendenti. Insomma, per farla breve, non ci si stanca mai e vien subito voglia di un secondo ascolto per riuscire a cogliere tutte le infinite sfaccettature.
E qui devo veramente fare i complimenti alla band, che ho voluto premiare per l'incredibile crescita e maturità dimostrate dopo un esordio dignitosissimo ma ancora acerbo per certi aspetti. La sezione ritmica di Fabio Parisi dietro le pelli è pressoché impeccabile e ricca di accenti e passaggi ripresi dal jazz, dal progressive rock e dal fusion. A ciò si aggiunga l'ottimo lavoro delle asce di Christian Lomazzo e Rocco Minichiello che non lascia spazio a tentennamenti ma che, come accennato sopra, è un continuo osare e superarsi. Ecco quindi che dopo l'epica intro "Trenodia", l'album esplode in tutta la sua eleganza e magnificenza trasportandoci in un viaggio onirico di 50 minuti. Ad accompagnarci, poi, c'è sempre Rocco Minichiello alla voce. E che voce! Il suo è uno scream molto aggressivo e corrosivo ma, contemporaneamente, perfettamente comprensibile e scorrevole. Con qualche sezione in clean vocals e, in generale, una performance impeccabile, il vocalist si inserisce a meraviglia all'interno dei riff, senza risultare eccessivo o poco presente. Tutto è al suo posto e ciascun ingranaggio muove una macchina perfetta.
"Tragedy" è un lavoro maestoso ed elegante, a tratti introverso e criptico ma perfettamente in linea con il tema che propone: come l'uomo fa esperienza del dolore. Nel caos più totale sta all'individuo affrontare il vortice e dare un senso al suo destino: negare tutto e vivere di illusione o reagire e buttarsi nell'abisso per poi uscirne nuovi. Ecco, esattamente come la vita, l'ascolto può essere interpretato in mille modi diversi e sempre, e sottolineo SEMPRE, saprà regalarvi un mix incredibile di sensazioni. Complimenti, una delle migliori uscite italiane dell'anno!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Dicembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 21 Dicembre, 2020
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Quello dei Depraved è, dopo 6 anni dal precedente album, un graditissimo ritorno, c'è poco da fare. La band francese, ormai attiva dal 1992 e con non pochi trascorsi alle spalle -vedasi le numerose interruzioni di carriera- si ripresenta più agguerrita che mai con il qui presente "Raped Innocence", album che già solo dal titolo fa capire a cosa si andrà incontro. Ed è esattamente quello che ci si aspetta dal quintetto: un ottimo album, suonato a mestiere, che unisce perfettamente un cattivissimo brutal death alle classiche sfuriate grindcore/crust punk, per un totale di 35 minuti di intense manganellate sulle gengive. Ed è esattamente quello che volevamo sentire dalla band d'oltralpe. Senza troppi giri di parole, la quarta fatica dei Depraved si presenta in formissima ed è lo specchio di una band che, nonostante non abbia apportato chissà quale modifiche al proprio stile, sa esattamente quello che fa. E lo credo bene! Parliamo sempre di un gruppo che ricalca molto lo stampo dei vicini di casa Benighted. Perciò, come può l'album essere un flop? Esatto non può, ed anzi riesce a regalare dei momenti di frenesia allo stato puro, come nella micidiale opener "See My Suffering World", nella brutale "50 Shade Of Blood" o nella conclusiva -e la mia preferita- "Mesmerize", in cui c'è tutta la furia omicida dei già citati Benighted.
Ottima come sempre la prestazione canora dell'inossidabile Kristoff Henry, forse al suo apice in questa quarta fatica. Il suo growl cavernosissimo e il suo scream malato e cadaverico si incastrano perfettamente all'interno di un'impalcatura musicale serrata ed inamovibile. Il risultato sono delle tracce super scorrevoli che lasciano il giusto spazio anche a dei graditi tecnicismi e a delle parti più melodiche, portando a termine un lavoro eterogeneo ma mai prolisso o fastidioso. Ottimo lavoro ragazzi!

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