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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 2021
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Avevo conosciuto gli sloveni Metalsteel quattro anni fa, all’epoca del loro ultimo disco “Beyond the stars” che mi aveva colpito in positivo; li ritrovo adesso con un nuovo album, intitolato “Forsaken by the Gods”, autoprodotto, dotato di artwork non proprio esaltante, composto da dieci tracce per poco meno di 42 minuti di ottimo Heavy Metal, con qualche tocco Power che non guasta mai. Nella prima parte, aperta alla grande dalla title-track, abbiamo canzoni più dure e veloci, con un gran lavoro alla batteria di Daša Trampuš e la voce roca ed aggressiva del chitarrista Benjamin Kic che ricorda molto quella di Dest degli indimenticabili Spellblast. La seconda parte, aperta dal singolo “Becoming human” e dalla struggente ballad “Fallen brother”, è meno violenta e meno “powerozza”; ne viene fuori un Heavy molto piacevole con una notevole attenzione alle linee melodiche; fa eccezione in tal senso la splendida “The passage of time”, tipica cavalcata Power che, per il sottoscritto, è anche la traccia migliore dell’intero lavoro. Sempre incisive le due chitarre del singer e di Rok Tomšič, con parti soliste davvero ben fatte e ben inserite nella struttura dei brani, sorrette alla grande dall’oscuro e prezioso lavoro al basso di Matej Sušnik. Del resto, i Metalsteel non sono dei novellini essendo attivi dalla fine dello scorso millennio e, di conseguenza, hanno la giusta esperienza per costruire brani efficaci attraverso un songwriting che sa essere anche elegante quando serve. Sorprende davvero come una band del genere, giunta al proprio settimo album, sia ancora costretta all’autoproduzione e non abbia alle spalle una label seria che distribuisca la loro piacevole musica che, tra l’altro, è anche registrata in maniera estremamente professionale, senza nulla da invidiare alle produzioni più apprezzate. Si sa, purtroppo il music business segue regole prive di ogni logica e gusto, dato che siamo continuamente sommersi da immondizie musicali, mentre simili prodotti di qualità restano relegati nell’underground! Come avrete capito, “Forsaken by the Gods” è un gran bel disco e spero che i Metalsteel possano presto raccogliere i frutti dei loro sforzi, del loro talento e della loro passione!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2021
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I Ballsqueezer arrivano dalla Slovacchia dove si sono formati nel 2013; sono una band molto, ma molto prolifica, visto che in 8 anni hanno realizzato ben 14 full-lengths, di cui questo “Brainless” è l’ultimo, uscito ad agosto 2021 come autoproduzione. Il gruppo definisce il proprio sound come “Ball and roll”; in realtà si tratta di un power metal molto veloce, con la doppia cassa sparata a mille all’ora. Otto tracce fanno parte dell’album, per nemmeno 25 minuti di musica che detta sinceramente non mi ha fatto impazzire. Lo stile della band slovacca infatti è un pestare dall’inizio alla fine sull’acceleratore senza soluzione di continuità, con il rischio di avere pezzi che si assomigliano troppo tra loro, senza alcun accenno alla diversificazione, quasi nessuna attenzione alle melodie, ma solo e soltanto una continua ricerca della velocità d’esecuzione di tutti gli strumenti. In tal senso fa eccezione la sola “Heart of sorrow”, unica traccia non sparata a folli velocità ed unica con un minutaggio elevato, quasi a voler far presente che la band sarebbe anche capace di qualcosa di differente (il che non dispiacerebbe, per essere onesti). C’è poi il vocione roco e sgraziato del cantante Daddy che forse farebbe meglio a dedicarsi solo e soltanto al suo basso, magari lasciando il microfono a qualcuno a cui la natura ha donato un’ugola più versatile e pulita (non a caso, la traccia che mi è piaciuta maggiormente è l’ultima “King of rust” che è interamente strumentale!). In base all’artwork della copertina (davvero brutto), si deduce che i Ballsqueezer non si prendano troppo sul serio, ma suonino solo e soltanto allo scopo di divertirsi (assieme alle tracce c’è anche un disegno che ritrae la band come ospiti di un manicomio, a conferma di questa tesi); presa a questa maniera, cioè solo con lo scopo di divertirsi, la musica di questi slovacchi può anche andar bene ma, se si cerca qualcosa di più, cominciano i problemi. Nel mondo metal sono parecchie le bands che non si sono mai prese troppo sul serio, soprattutto in campo thrash, ma nel power se ne ricordano davvero poche e, fra queste, sicuramente bisogna annoverare questi Ballsqueezer. Purtroppo tutto ciò non basta, perché i 25 minuti scarsi di questo disco scorrono via senza lasciare il segno; nonostante ripetuti ascolti, non sono riuscito a trovare nulla di particolarmente interessante o che abbia suscitato emozioni o attenzioni; dispiace per il gruppo slovacco, ma il loro “Brainless” non raggiunge la sufficienza e si becca pure mezzo punto in meno per la copertina non proprio esaltante.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Settembre, 2021
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Devo ammettere che non mi ero mai avvicinato particolarmente agli svedesi Portrait, nonostante siano attivi da oltre 15 anni ed abbiano alle spalle già ben cinque albums. L’ultimo è questo “At one with none”, uscito da pochi giorni per niente meno che la storica etichetta californiana Metal Blade Records. Mi sono avvicinato quindi carico di aspettative (raramente la Metal Blade sbaglia un colpo!) e decisamente curioso. Mi sono ritrovato ad ascoltare un piacevole heavy metal, molto oscuro e teatrale, quasi horrorifico, chiaramente ispirato ai Mercyful Fate e King Diamond, sia per lo stile quasi “sulfureo” del sound, che soprattutto per le linee vocali di Per Lengstedt evidentemente simili al grande Kim Bendix Petersen (alias: King Diamond). L’heavy cupo e ricco di atmosfere sulfuree dei Portrait non conquista immediatamente, ma necessita di alcuni ascolti per dispiegarsi in tutte le sue potenzialità, con qualche tocco persino vicino al black metal (soprattutto nel riffing delle chitarre, ma anche nelle atmosfere oscure) e qualche spruzzata di power. Il tutto è su basi prettamente heavy old-style, ma decisamente non banale e mai scontato. Basterebbe prendere la lunga “Ashen” per comprendere pienamente quanto detto, con tutti i cambi di atmosfera a cui si può assistere all’interno del brano stesso. Si tratta di un lavoro impegnativo (scordatevi l’easy-listening di certi altri gruppi svedesi), ma pienamente soddisfacente; per quanto mi riguarda (ma si tratta di mia pignoleria) avrei accorciato un po’ di pezzi che forse soffrono per minutaggi importanti, pur mantenendo comunque una certa efficacia. La produzione è ottimale e l’artwork di Adam Burke ben si sposa con le atmosfere del disco. Se, insomma, state cercando un heavy metal bello tosto e non banale, questi Portrait ed il loro “At one with none” possono sicuramente fare al caso vostro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 2021
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Credo sia la prima volta che mi capiti l’occasione di ascoltare una metal band proveniente dal Bangladesh; così mi sono messo con curiosità all’ascolto di questo “Tree of life”, debut album dei Ground Force, gruppo di Dhaka, dotato di artwork non proprio esaltante. Per il proprio debutto hanno fatto le cose in grande, la produzione è notevole, soprattutto se consideriamo che si tratta di un lavoro autofinanziato; il disco è addirittura presentato in triplo-cd, il primo con sette pezzi cantati in inglese, il secondo con gli stessi brani cantati nella lingua natia per i metalheads del Bangladesh, il terzo con sempre le stesse canzoni ma presentate in versione strumentale. Sinceramente mi è dispiaciuto che nell’ultimo disco sia stato messo da parte il cantante Ehsan Rahman Zia perché ha una voce davvero interessante, calda ed espressiva, ottimale per il tipo di metal suonato dalla band, un power/prog elegante e teatrale. Con la smania di fare le cose in grande, però, i Ground Force mettono un piede in fallo con il songwriting; i pezzi, infatti, sono spesso troppo lunghi e sarebbero decisamente più efficaci con qualche sforbiciata che accorci la durata di un minutino ciascuno; trattandosi di un debut album, però, è anche comprensibile la voglia di strafare, unita anche alla mancanza di esperienza. Oltretutto, ricordando che si tratta di autoproduzione, magari non hanno nemmeno avuto la guida di un producer esperto che potesse indicar loro le modifiche più opportune per snellire i vari componimenti. A livello testuale ci troviamo davanti ad un concept album che narra la storia fantascientifica di un'umanità in guerra in un lontano futuro; protagonisti sono due eroi chiamati Robin e Azra. Per quanto riguarda le musiche, tutti gli strumenti hanno il loro spazio da protagonisti e la registrazione perfetta esalta le qualità di tutti i musicisti. Se i Ground Force sapranno migliorarsi nel songwriting, rendendo più efficaci i loro componimenti, già comunque di ottimo livello, il prossimo album sarà senza alcun dubbio un must. Già questo “Tree of life” è di gran valore, convince e merita ogni attenzione; mi auguro che qualche label attenta possa proporre ai Ground Force un contratto in modo da farli conoscere in giro per il mondo, perché se lo meritano davvero!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2021
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I Mysterizer arrivano dalla Finlandia e sono sulla scena da qualche anno; il loro primo album risale al 2019 ed ora, trovato un contratto con la Rockshots Records, pubblicano questo secondo lavoro, intitolato “The holy war 1095”, dotato di artwork non proprio esaltante e composto da dieci tracce per poco meno di 50 minuti di durata. Il loro sound è un Heavy/Power a cavallo tra la scena scandinava e quella intramontabile della NWOBHM; un qualcosa quindi di piacevole da ascoltare, quanto meno a livello meramente strumentale. Già perché il tallone d’Achille dei Mysterizer è la voce di Tomi Kurtti, in difficoltà sulle note più alte (dove a volte sembra stridulo e nasale) e poco espressivo nelle parti più basse (basta sentirlo in “Heroes” o “Virus C”, canzoni anche piacevoli, ma rovinate dalla sua prestazione). Ammetto di aver avuto delle difficoltà ad ascoltare e riascoltare più volte questo disco per fare correttamente questa recensione, proprio per la voce del singer che non mi ha convinto, né conquistato mai. E dispiace sinceramente, perché la musica dei Mysterizer, seppur non originale ed un po’ banale, in fin dei conti non dispiace da ascoltare; spunti validi ce ne sarebbero differenti, ma con un cantante simile diventa tutto più complicato. Mi rendo conto che non tutti possano essere come il compianto André Matos, ma sinceramente non so come non risultare troppo offensivo nei confronti della passione evidente e nell’impegno che il vocalist ci mette comunque nella sua prestazione. A livello di songwriting siamo su livelli accettabili, i pezzi sono efficaci e non si perdono in inutili prolissità ed amenità; è migliorabile la produzione (un po’ troppo bassa), ma siamo anche qui su standard sufficienti. Strumenti protagonisti nel sound sono le due chitarre, accompagnate egregiamente dalle tastiere e ben sorrette dalla sezione ritmica, con un batterista sempre frizzante ed un bassista che probabilmente avrebbe meritato un ruolo maggiormente da protagonista, relegato forse un po’ troppo in sottofondo dalla produzione. Partendo da canzoni piacevoli come l’opener “Burn witch burn”, o le frizzanti “Last stand hill” ed “Alea iacta est”, i Mysterizer dimostrano di avere tutte le carte in regola per migliorare in futuro, magari con un cantante migliore dell’attuale. Purtroppo passione ed impegno non bastano a questo “The holy war 1095” per raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Settembre, 2021
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I Crashtime arrivano dalla Svizzera e si sono formati nel 2007; solo a metà agosto del 2021 però riescono ad autoprodursi il proprio debut album “Valley of the Kings”, dotato di artwork non proprio esaltante e composto da undici tracce per oltre 64 minuti di Heavy Metal, con qualche influsso Power di scuola teutonica. Nonostante si tratti di un’autoproduzione, l’album viene presentato sia in CD che in vinile, ma con una tracklist ridotta che termina all’ottava traccia. A questo modo viene però eliminata la canzone migliore dell’intero disco che è la strumentale conclusiva, “Four sessions of heavy metal”, davvero affascinante e con un’attenzione alle melodie notevole. Si tratta del pezzo migliore del disco anche perché appunto non c’è il singer Al, vero punto debole del gruppo, con una voce non esaltante e che appare in difficoltà nelle note più alte del pentagramma, oltre ad avere un approccio un po’ troppo freddo e non particolarmente espressivo. A parte i limiti del cantante, il resto del gruppo va alla grande, con parti strumentali molto piacevoli della coppia di chitarre ed un ritmo bello frizzante, imposto dal batterista, sempre ben assistito dal bassista (a cui forse andrebbe dato più spazio). Un appunto va fatto anche a chi scrive i testi: canzoni come “CT metal” sono davvero troppo ingenue (possiamo perdonare simili testi ai Manowar o agli Hammerfall, ma non oltre!), mentre “No pain no gain” e “Together alone” sono sulla stessa scia per via di coretti alquanto insulsi, ripetuti fin troppe volte. Fortunatamente si tratta di dettagli, perché canzoni valide ce ne sono eccome, a partire dalla title-track messa in apertura, passando per l’ottima “Mr. Jones” (peccato sia sostanzialmente troncata alla fine, mentre un po’ di delay non avrebbe guastato!) e per la piacevole “Princess of Siberia”. Tirando le somme. “Valley of the Kings” mette in mostra una nuova band chiamata Crashtime, capace di comporre Heavy Metal più che piacevole; certo, se ci fosse un cantante migliore….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Settembre, 2021
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Correva l’anno scolastico 1985/86 e frequentavo il primo anno in un Istituto Tecnico Commerciale della mia città natia (Bari), quando conobbi un ragazzo che poi diventerà il mio migliore amico (e lo è tuttora, nonostante viva a 800 km di distanza!) e che mi fece scoprire “Live after death” degli Iron Maiden ed il mondo dell’Heavy Metal in genere. Rimasi folgorato da “Murders in the Rue Morgue” (per chi non lo sapesse, scartata dalla tracklist del live album e relegata ingiustamente a b-side del maxi-singolo “Running Free/Sanctuary”) e da allora ho sempre venerato la band di Steve Harris, anche quando, nel corso degli anni, ha rilasciato dischi non proprio esaltanti. Recensire quindi il loro nuovo album da studio, intitolato “Senjutsu” è una vera emozione e cercherò di essere il più possibile obiettivo e non ragionare da fan. Aspettarsi che nel 2021 gli Irons suonino ancora come nei primi nove album in studio non è proprio un ragionamento intelligente; sperare che non rilascino ancora “mattoni” dalla lunghezza infinita come negli ultimi dischi è invece un altro discorso. Effettivamente, il singolo “Stratego” aveva fatto ben sperare: canzone breve, frizzante, decisamente ricca di energia e super-efficace, in qualche momento riporta alla mente la mitica “Aces high”, insomma Heavy Metal al suo top! Purtroppo, scorrendo la tracklist, sarà l’unico episodio di questo genere. “Senjutsu”, infatti, è un disco intimo, forse il più riflessivo che hanno realizzato gli Irons finora, quasi ogni brano è dotato di una sua intro ed una sua outro che, in alcuni casi, allungano fin troppo la durata del singolo componimento. Ma gli Iron Maiden oggi son questi, prendere o lasciare! E personalmente ho deciso di accettare, perché la qualità è sempre notevole, almeno nella maggior parte dei pezzi. Partiamo con una track-by-track. Il primo cd è aperto dalla title-track di oltre 8 minuti, brano che, nonostante un attacco interessante, sembra non decollare mai ed effettivamente lascia un po’ di amaro in bocca. Di “Stratego” abbiamo già parlato, la terza traccia è l’altro singolo “The writing on the wall”, oltre 6 minuti un po’ americaneggianti che non mi hanno convinto pienamente, ma che si lasciano ascoltare; sinceramente avrei scelto altro per un singolo. “Lost in a lost world” è forse il primo dei pezzi con una lunga intro (oltre 2 minuti); il brano decolla al minuto 2’15” con il solito grande lavoro di Steve Harris al basso, ma un coretto forse ripetuto troppe volte ne tarpa le ali; le parti strumentali sono semplicemente fantastiche e lasciano presagire che più avanti ci sarà di che godersela; diciamo che questo pezzo, con una durata di 5-6 minuti al massimo avrebbe funzionato molto meglio. “Days of a future past” è l’altro pezzo breve dell’intero disco ed ha un ritmo bello frizzante che coinvolge (Nicko McBrain alla soglia dei 70 anni pesta ancora a dovere con la batteria!). Il primo cd si chiude con “The time machine”, altra canzone con lunghe intro ed outro, ha una notevole parte strumentale attorno al quarto minuto ed è forse l’episodio in cui Bruce Dickinson canta meglio. Il secondo cd si apre con “The darkest hour”, altro brano con inutili intro ed outro, forse è la traccia meno brillante del disco, non dispiace, ma esalta poco, anche per un ritmo alquanto blando. “Death of the Celts” ricorda vagamente “Dance of death”, soprattutto per la parte iniziale e la struttura stessa del pezzo; è il primo episodio del disco in cui si superano i 10 minuti; non siamo al livello di una “The rime of the ancient mariner”, ma è comunque una canzone con i controfiocchi! Arriva poi “The parchment”, la hit del disco che da sola vale l’acquisto del doppio-cd; si tratta di una canzone estremamente teatrale, con una delle parti strumentali più belle che gli Irons abbiano mai realizzato nella loro storia, ti si ficca in testa e non se ne va più via! E’ uno di quei classici pezzi che, nonostante duri oltre 12 minuti, crea dipendenza e non si riesce a smettere di ascoltare e riascoltare e riascoltare ancora una volta, quando poi al decimo minuto esplode definitivamente è semplicemente una goduria. Chiude l’album il terzo brano di durata superiore ai 10 minuti; “Hell on Earth” è purtroppo oscurata dalla precedente canzone, pur non essendo assolutamente niente male; una buona chiusura che forse sarebbe stata meglio in un’altra posizione nella tracklist. Per quanto riguarda l’artwork con il solito Eddie, non ne sono rimasto favorevolmente impressionato, forse soffro ancora la nostalgia di Derek Riggs e del “suo” Eddie. Tirando le somme, “Senjutsu” è un buon disco, non è il migliore della carriera degli Iron Maiden, ha pezzi eccezionali (se tutto il disco fosse stato dello stesso livello di “The parchment” e di “Stratego” sarebbe stato una bomba!) e qualcuno di livello qualitativo un po’ inferiore; come detto in precedenza, questi sono gli Iron Maiden del 2021, prendere o lasciare… e credo saranno in tanti a fare la prima scelta!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Agosto, 2021
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I fans di sesso maschile del Power Metal conosceranno sicuramente Marta Gabriel; la cantante dei Crystal Viper è infatti tra le donne più affascinanti del mondo metal e sicuramente qualche suo poster campeggerà nelle camere dei più giovani metalheads. A metà luglio 2021, sotto l’egida della francese Listenable Records (stessa etichetta dei Crystal Viper) la bella Marta ha deciso di realizzare il suo primo solo album, intitolato “Metal Queen”, composto da dieci cover (cui si aggiunge una bonus track nella versione in cd) di alcune delle sue cantanti metal e hard rock preferite. Per realizzare questo album ha portato dai Crystal Viper sia il chitarrista Eric Juris che il batterista (leader dei Blazon Stone, di cui attendiamo trepidanti il nuovo album!) Cederick Forsberg. Assieme a loro ci sono anche alcuni ospiti speciali, come Harry Conklin (singer di Jag Panzer e Titan Force) a duettare con la Gabriel nella quarta traccia, Todd Michael Hall (splendida voce dei Riot V) che accompagna la polacca nella terza traccia ed infine John Gallagher (Raven) che si occupa del basso nella sesta traccia. Tutte le canzoni sono re-interpretate dalla Gabriel con la sua voce aggressiva, irrobustite e metallizzate a dovere in alcuni casi (mi riferisco ai pezzi più hard rockeggianti) ma sfiorando il Power Metal dei Crystal Viper solo in rari casi, come in “Call of the wild” delle americane Blacklace o in “Reencarnacion” degli spagnoli Santa. Ammetto che buona parte di queste canzoni non le avevo mai ascoltate in precedenza nella loro versione originale e sinceramente alcune bands nemmeno le avevo mai sentite nominare (alzi la mano chi conosceva prima d’ora i californiani Malteze!), di conseguenza questo disco si pone come una leva per andare a scoprire vecchi gruppi ormai scomparsi e sepolti nell’oblio da tempo. Se poi siete anche fans di Marta Gabriel, non potrete fare a meno di acquistare il cd (esattamente come ho fatto io), per non perdere questo “Metal Queen”, primo lavoro solista della vostra cantante preferita.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Agosto, 2021
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Il prog thrash è sempre stato un genere molto particolare a cui si sono dedicate, nel corso degli anni, solo pochissime bands, alcune delle quali anche con risultati molto interessanti. A metà febbraio del 2021 è uscito questo “Myths”, terzo album degli inglesi Detritus, uscito a ben 28 anni dal loro precedente lavoro. Colpevolmente rimasto indietro, tra l’immane quantità di dischi che vengono proposti alla redazione di allaroundmetal.com, è stato un colpo di fortuna per me avere un periodo di relativa calma prima della marea di uscite annunciata a settembre, così da poter recuperare questa piccola gemma. Siete alla ricerca di un disco originale? Cercate musica differente dal solito? Se siete pronti ad ascoltare qualcosa di complesso ed avete la giusta predisposizione mentale, questo “Myths” sicuramente farà al vostro caso e vi sorprenderà in positivo. Assieme al prog thrash di base, i Detritus ci mettono diverse altre contaminazioni, come un po’ di electro, qualcosa di alternative e di avant-garde, un bel po’ di groove e persino qualche raro tocco di musica etnica; c’è insomma tanta carne al fuoco e non c’è da sorprendersi visto che abbiamo a che fare con musicisti che sono in giro dal lontano 1989, pur non essendo mai stati particolarmente prolifici. Atmosfere differenti si susseguono per tutto il disco, da momenti soft con la splendida “Tale of sadness” con un Mark Broomhead da brividi al microfono, oppure ancora con la lunga “Exoria”, passando per momenti alienanti con “Bloodstained glass” o per le più thrasheggianti “Bright black”, “Call me human” e “Forever soldier” che mi hanno ricordato vagamente i grandi e mai troppo compianti Despair; persino all’interno delle stesse canzoni ci sono spesso cambiamenti radicali, come ad esempio nella variegata “The game” ricca di cambi di tempo ed atmosfere mutevoli alla Mekong Delta. Ci sono voluti numerosi ascolti prima di riuscire a comprendere ed apprezzare la complessità di questo sound, in cui le chitarre sono le protagoniste, ben sorrette da un drumming sempre frizzante e con un basso in sottofondo, ma con un ruolo determinante. Il vocalist, come detto, regala una prestazione sopra le righe, dimostrandosi versatile, espressivo e poliedrico, in grado di interpretare alla perfezione le mutevoli atmosfere dei vari brani. Se cercate qualcosa di inusuale, il prog thrash dei Detritus ed il loro “Myths” credo possa fare al caso vostro. Ora non resta che attendere il prossimo disco, sperando di averlo al più presto e non tra altri 28 anni!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Agosto, 2021
Top 10 opinionisti  -  

Gli Undying Sun sono la creazione del singer spagnolo Luar Shadow Light (alias Raúl Martínez Suárez), artista che ammette di essere da sempre ispirato a Tony Kakko. Dopo la scuola, il giovane vocalist si è dedicato alla composizione, preparando sette tracce per il proprio primo album intitolato “Where all begins”. Ha reclutato dei session men per suonare i vari strumenti e si è affidato al produttore Jesús Yanes (famoso per lavori con artisti spagnoli, molti dei quali lontani dal mondo metal) per registrare le sue composizioni. Ne è venuto fuori un dischetto di poco superiore a 32 minuti di piacevole Power Metal melodico, abbastanza scontato e poco originale, ma che musicalmente è gradevole, anche per l’uso diffuso delle tastiere, come ad esempio nella romantica ballad “Untended light”. Ci sono tuttavia diversi particolari che andrebbero migliorati; essendo un’autoproduzione non si può pretendere la luna nel pozzo, ma ad esempio la batteria poteva essere registrata meglio, dandole maggiore corposità specie sul rullante; la voce poi è registrata ad un volume troppo più alto rispetto agli strumenti che vengono messi di conseguenza in secondo piano (probabilmente questo dipende dalle esperienze in campo pop del producer). Il problema principale però è proprio la voce del singer, non molto espressiva, in difficoltà nelle note più alte in cui a volte sembra addirittura stridula, con poco calore e colore (forse a causa di un’estensione naturale non proprio ampia). Se insomma proprio il leader del progetto diventa il problema principale del progetto stesso, non vedo molti margini di crescita per questi Undying Sun; Luar Shadow Light ha indubbiamente buone capacità compositive (la musica, come detto, è piacevole), ma ha ancora molto da migliorare come vocalist; per il futuro servirà affidarsi a produttori esperti nel mondo metal (per bilanciare meglio voce e strumenti), ma soprattutto proseguire ed approfondire lo studio in campo canoro, al fine di poter migliorare e diventare interessante. Al momento siamo lontani dalla sufficienza, quindi non resta che augurare buona fortuna al progetto Undying Sun!

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