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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2022
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Gli spagnoli Bonecarver sono una nostra vecchia e graditissima conoscenza. Approdati sui nostri portali nel 2021 con il loro debutto "Evil", gli iberici hanno subito attirato la nostra attenzione con un disco pressoché perfetto e micidiale sotto ogni aspetto. Viene da sé che tornare a parlare del quartetto di Madrid è più che un piacere, soprattutto se questo secondo album, sempre targato Unique leader Records, "Carnage Funeral" è perfino superiore al precedente. Questo per un motivo semplice quanto complesso: un netto giro di boa che ha avvicinato i Nostri verso lidi sinfonici e Black, con un costante rimando a bands affermate nel settore come Lorna Shore, Shadow Of Intent e Mental Cruelty. Con una title-track come "Carnage Funeral" si dà il via alle danze con quasi 40 minuti di pura estasi in cui i Bonecarver danno del loro meglio ed ogni volta riescono a sorprendere. Nemmeno ad impegnarci potremmo trovare un solo difetto in questo disco che spazia magistralmente tra tantissimi genere senza mai, e ripetiamo MAI, scadere in una mera emulazione dei gruppi sopracitati. Perché oltre l'ottima - e già dimostrata - capacità compositiva, il quartetto ha dalla sua una qualità affatto scontata: è estremamente personale. Minuto dopo minuto non ci si imbatte mai in soluzioni dal sapore di "già sentito"; piuttosto si ravvisa una vicinanza stilistica frutto dell'esperienza messa sul campo. Per questo motivo possiamo affermare senza problemi che i Bonecarver abbiano sviluppato uno stile tutto loro. Le tracce proposte, dunque, sono magnifiche ed eleganti, con un'aura nobile data dalle preziosissime sinfonie di sottofondo. Eppure nulla risulta troppo truccato o pomposo, poiché la ferocia dello Slam riesce sempre ad equilibrare il tutto, salvo poi lasciare il posto alle bellissime sfuriate Black - da citare a tal proposito "Thorned" e "Pillars Of Tragedy"-. Ad un orecchio attento il disco potrebbe avere quel sapore Fleshgod Apocalypse di tanto in tanto; fattore, questo, che vi lascia immaginare la qualità che si ravviserà durante l'ascolto. Non un album ammiccante quindi, quanto un'opera dalla fortissima personalità che riesce ad equilibrare magistralmente ognuna delle infinite sfaccettature che presenta. Anche se non siete fan della scuola Deathcore odierna non potrete non tessere le lodi di un siffatto prodotto proprio per la grande eterogeneità che trasuda da tutti i pori. Per chi vi scrive si tratta certamente di una delle migliori uscite del genere dell'anno. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2022
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Quella degli inglesi Ingested è ormai una carriera decollata e cementata, frutto di un gran lavoro fatto soprattutto con il disco della consacrazione del 2020, "Where Only Gods May Tread". Fu proprio con quel gioielli che Jason Evans e soci fecero il gran-salto di qualità, abbandonando il sound 100% Slam ed abbracciando invece un approccio più tecnico e vicino sia alla corrente -core, sia a quella del Death Metal dei primi anni 2000 di Cannibal Corpse e Dying Fetus; fino anche a toccare i territori più moderni di gente come Aborted, Benighted, Vulvodynia, Acrania e compagnia bella. Insomma, una carriera che non si è voluta adagiare su stilemi standard ma che nel tempo si è maggiormente arricchita. Viene da sé, dunque, che questo settimo "Ashes Lie Still" sia il degno successore del suo fratello maggiore e quindi un album che vada a confermare come gli Ingested di oggi siano una realtà a cui guardare. Ed è così; o almeno, lo è seppur con qualche riserva. Diciamo subito che la nuova fatica di Evans e soci è esattamente quello che ti aspetteresti dal trio odierno, con tutti gli ingredienti sopracitati che hanno reso i Nostri degni di nota. Tuttavia si nota fin da subito un certo ritorno alle sonorità Slam, come a voler riprendere un pochino da dove ci si era fermati. Non fraintendete, questo "Ashes Lie Still" non è di certo un album standard uguale a tanti altri; ma allo stesso tempo notiamo una certa timidezza rispetto al fratello maggiore del 2020, che a nostro avviso osava laddove questo si ferma strizzando l'occhio agli albori della band. Viene da sé, quindi, che la personalità in questa fatica sia messa più a dura prova e lo dimostrano i diversi ospiti che prendono parte. Casualmente sono proprio i brani dove sono presenti ad essere quelli più ficcanti e convincenti. Ripetiamo ancora che non si tratta di un brutto album, ma nemmeno di un lavoro degno del suo predecessore. I brani funzionano tutti e non c'è nemmeno un momento di indecisione da parte del trio inglese. Tuttavia chi segue il processo evolutivo della band non potrà non notare un piccolo passo indietro, seppur i passaggi proposti siano perfettamente equilibrati e mai fini a se stessi.
Un album, dunque, ben al di sopra della media ma che potrebbe lasciare un pochino l'amaro in bocca.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2022
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Solitamente si fa molta fatica a trovare un album Black/Thrash veramente degno di nota. Tolti i gruppi più importanti del genere, come Aura Noir, Nifelheim, Deströyer 666, Desaster e compagnia bella, ciò che ne resta è una quantità indefinita di realtà che propinano sempre la stessa roba trita e ritrita. Poi, fortunatamente, c'è chi in questo languido mare riesce ad emergere con una musica tutta sua e personale, come il caso dei qui presenti Sacrilegia: band irlandese che giunge al suo secondo lavoro, l'EP "Sold Under Sin", uscito a tre anni di distanza dal disco di debutto. Dicevamo appunto che trattasi di una realtà, questa, ben al di sopra della media; anzi, potremmo tranquillamente dire che siamo in presenza di una potenziale nuova coordinata da inserire nel Pantheon delle band sopracitate. Il perché è presto detto: dall'ottima produzione targata Invictus Productions fino al songwriting feroce e battagliero, i Nostri sono delle vere e proprie macchine da guerra in grado di annichilire qualunque cosa gli si pari davanti. Unendo al loro repertorio anche una forte componente Blackened Death, i Sacrilegia portano nel piatto un consistente contenuto, nettamente superiore alla proposta media di questo filone del Metal. Non c'è da stupirsi se troveremo assoli velenosissimi ma ben assestati, riffoni cadenzati o blastati con un enorme muro sonoro, una sezione ritmica lineare ma ficcante e precisa ed una performance canore degna di questo nome. Insomma, un vero e proprio assalto all'arma bianca misto ad un'ottima padronanza degli strumenti. il risultato non poteva che essere eccellente; cosa peraltro già ampiamente confermata dal disco di debutto. Ne segue, dunque, che l'EP in questione non faccia altro che confermare i Sacrilegia come una giovanissima realtà che si è subito presa, a buon diritto, i meriti che le spettano. Se siete fan del Black/Thrash feroce ma al contempo ricercato e affatto banale, allora siete capitati nel posto giusto.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2022
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Cosa succederebbe se si unissero The Black Dahlia Murder, At The Gates, Fleshgod Apocalypse ed Obscura? Esattamente questo "Depravity", primissima creatura dei belgi Slaughter The Giant, ovvero tra le migliori scoperte di questo fine 2022 ed una band che, lo diciamo fin da subito, ha appena dato il via ad una carriera a dir poco sensazionale. I Nostri sono giovanissimi, nati solamente quattro anni fa e con alle spalle solamente un EP nel 2019; ma è con questo debutto che il quintetto è entrato a gamba tesissima nel mondo del Melodic Death moderno. E non si tratta di un semplice ottimo disco questo "Depravity", ma di una vera e propria perla che potrebbe guardare dall'alto verso il basso realtà ben più famose ed affermate. Il motivo è da ricercarsi nel songwriting semplicemente perfetto, assolutamente impossibile da ricondurre ad uno o più dei gruppi sopracitati; piuttosto si tratta di una commistione di stili, influenze e sapori che rendono gli Slaughter The Giant una band con uno stile tutto suo. Se pensiamo, poi, che si tratta solamente del debutto vi lasciamo immaginare cosa potranno fare in futuro questi ragazzi con un bagaglio di esperienza ancora più colmo. Certamente siamo all'interno di stilemi ben noti, dove la scuola americana soprattutto la fa da padrona; non a caso i The Black Dahlia Murder sono indicati come il punto di riferimento maggiore. Tuttavia se da un lato abbiamo delle band che fanno quasi copia/incolla del colosso di Detroit, dall'altro abbiamo realtà come i qui presenti che si rifanno certamente al compianto Trevor e soci, ma più ad un livello di ispirazione. Ecco perché riteniamo gli Slaughter The Giant come il perfetto esempio di gruppo che ha saputo pescare in più punti per poi trarne uno stile tutto suo. Troveremo, dunque, pennellate degli ultimi At The Gates, tecnicismi super raffinati e mai troppo pomposi vicini agli Obscura, fino alle tonalità acide e squillanti degli appena citati TBDM. Il tutto suonato con estrema classe e capacità di scrittura notevoli, tanto che stentiamo a credere si tratti solamente del debutto. Da qui il mezzo punto in più con il quale vogliamo premiare l'estrema bravura e ambiziosità della band per aver dato alla luce questo "Depravity". Per voi fan, invece, un semplice consiglio: ascoltateli e supportateli ad occhi chiusi; siamo di fronte ad una vera e propria rivelazione.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2022
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Torniamo a parlare del trio nostrano Orgel, che dopo un buonissimo debutto nel 2021 torna con il suo Black Metal feroce, velenoso e sognante in questo nuovo EP dal titolo "The Oath of the Black Wolf". Un lavoro che prosegue esattamente quanto lasciato dal suo fratello maggiore e che, per certi aspetti, ne va a cementare ulteriormente le coordinate stilistiche. Ciò che apprezziamo maggiormente dai Nostri è questa costante dicotomia tra un primo approccio che richiama la crudezza del Black anni '90 e per certi aspetti il Raw Black finlandese; dall'altro lato, di contro, possiamo notare come questo sia solo un contorno che in sé racchiude molto di più. Tra tinte post-black e costanti richiami alla scuola melodica, gli Orgrel ci regalano un connubio di emozioni contrastanti. Foreste spettrali e popolate dalle creature più feroci e primordiali e mondi evanescenti lontani ed incontaminati. Ecco, qui siamo esattamente a metà, come del resto ci eravamo abituati nel capitolo precedente. I riff presentati dalla band sono velenosi, taglienti e glaciali, incastonati su una struttura melodica ed armonica, tanto da lisciare il pelo a realtà come Drudkh o Uada. In questo modo seppur la linea di fondo sia quella più grezza e feroce, dall'altra parte la musica dei Nostri risulta perfettamente assimilabile ed a tratti cathcy in questo costante ossimoro. Il risultato è perfettamente funzionante e degno di nota, tant'è vero che non vediamo l'ora di poter mettere le mani su un secondo full-length quando uscirà. In definitiva questo "The Oath of the Black Wolf" va a cementare una realtà nata completamente sconosciuta - come la cultura underground Black Metal impone - che si sta lentamente ritagliando un posto tutto suo. Da tenere assolutamente in considerazione.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2022
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È un assalto all'arma bianca questo debutto del quintetto milanese CultØ, il qui presente "Of The Sun" licenziato da Time To Kill Records. E magari fossero tutti i così gli inizi di carriera. Totalmente sconosciuti nel panorama underground italiano, i Nostri non vogliono perdere tempo in noiose ed inutili presentazioni, puntando invece ad entrare a gamba tesa con un disco di solidissimo Melodic Death. "Impatto" è certamente la parola chiave che la fa da padrona in questo biglietto da visita che, lo diciamo subito, svolge più che egregiamente il suo lavoro. Nove tracce per poco più di 40 minuti in cui il quintetto milanese sciorina un repertorio degno di nota e con ben più di semplici guizzi di genio, per quanto tocca ammettere un certo - e a volte fin troppo - feeling con gli Amon Amarth: sarebbe sbagliato parlare di copia/incolla, ma sarebbe altrettanto disonesto non riscontrare un'affinità assai pronunciata con la band svedese. Tuttavia trattasi di una sensazione costantemente tenuta a bada da un comparto stilistico che non disdegna gli influssi di Deserted Fear, Septicflesh e Carcass. Alla fine dei conti, dunque, quello che viene fuori è un album estremamente solido e battagliero che ci presenta i CultØ come una realtà affamatissima di Melodic Death, ma ancora acerba per certi aspetti. Fortunatamente non siamo di fronte al classico lavoretto senza infamia e senza lode, ma a qualcosa di ben al di sopra alla media con dei lati ancora da smussare e rifinire. Segno, si spera, che i Nostri abbiano fin da subito indirizzato la propria carriera puntando con precisione la bussola, il che ci lascia ben sperare sul futuro di questi ragazzi. Seguiremo certamente gli sviluppi del quintetto. Per ora non ci resta che complimentarci e consigliare caldamente l'ascolto di questo "Of The Sun", che saprà regalarvi una quarantina di minuti di epicità.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    15 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2022
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Parlare degli ucraini Drudkh è sempre un'impresa estremamente ardua. Capisaldi di un certo modo di intendere il Black Metal e con alle spalle una lunga e prolifica carriera, i Nostri si sono giustamente guadagnati un posto di primaria importanza nel settore. Ora, lungi dal voler parlare di temi geopolitici, è tuttavia impossibile per noi non tenerne conto, soprattutto se questo nuovissimo "Всі належать ночі (All Belong to the Night)" giunge in un periodo così difficile; ancora di più se pensiamo che il primissimo singolo estratto "The Nocturnal One" (usiamo solo i termini inglesi per comodità) è stato pubblicato durante le prime e più sanguinose fasi della guerra. Possiamo quindi dire che si tratta sicuramente del disco più importante del quartetto di Kharkiv che scandisce il ventesimo anno di vita della band.
Veniamo ora al discorso musicale, dato che stiamo comunque parlando di un nome di punta del Black Metal dell'Est Europa. Diciamo subito che, come puntualizzato all'inizio, è molto difficile parlare della band per la complessità stilistica del genere proposto: non tanto a livello compositivo, quanto per la componente emotiva e suggestiva che viene fuori quando si ascolta un qualsiasi album dei Drudkh; e questo ovviamente non è da meno. Quattro lunghissime tracce per un totale di 45 minuti in cui Roman Saenko e soci mettono in musica una vera e propria litania disperata, coinvolgente, elegante e riflessiva nella quale la tristezza e la fa da padrone assoluto. L'ascolto di questo "Всі належать ночі (All Belong to the Night)" è un vero e proprio viaggio astrale che si compone di infinite sfaccettature e stratificazioni, a testimonianza di come i Drudkh siano una band estremamente cresciuta rispetto agli inizi. Eppure in questo gran tripudio di Black Metal suonato a dovere ci duole far notare che siamo di fronte certamente ad un buonissimo disco ma con qualcosa in meno rispetto al precedente "Їм часто сниться капіж (They Often See Dreams About the Spring)", il vero capolavoro indiscusso - personalmente parlando - dei Nostri. Il perché lo si capisce soprattutto se siete dei fan di vecchia data del quartetto: semplicemente l'ultima fatica della band tende ad essere un po' più rilassata, quasi che si adagiasse su degli stilemi e soluzioni comode. Fin da subito le differenze stilistiche sono evidenti: qui si è voluto dare maggiore enfasi sulla parte emotiva e atmosferica, sfociando ogni tanto in passaggi ridondanti ed eccessivamente tirati per le lunghe. Quel sound più di impatto, quasi terrorizzante e cadaverico del capitolo precedente lascia spazio ad una certa morbidezza di fondo. Da un lato ci è piaciuta la scelta perché testimonia comunque la voglia di ampliare il ventaglio compositivo; dall'altra ci dà l'impressione che questo "Всі належать ночі (All Belong to the Night)" suoni troppo Drudkh classici. Forse un implicito e maggior attaccamento alle proprie origini e alla propria terra in un periodo certamente non roseo per l'Ucraina? Da parte nostra la dodicesima fatica dei Drudkh passa a pienissimi voti la prova, seppur non si possa gridare al discone come invece è stato per il capitolo precedente. Se siete fan di nuovissima data del quartetto troverete per le vostre orecchie un album da pelle d'oca e lacrime; se, al contrario, seguite la band da parecchio potreste storcere un po' il naso consci del (vero) potenziale di questa magnifica realtà. A voi l'ardua sentenza.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2022
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Quando si sente parlare di "greatest hits", "compilation", "cofanetto" e compagnia bella, il 90% delle volte la reazione è sempre e solo una: fuga. E in effetti come biasimare chi prende le distanze da delle - il più delle volte - palesi azioni di marketing fini a sé stesse con il solo scopo di spillare soldi e/o provare a ridare un minimo di vitalità alla propria carriera musicale? Ecco, poi c'è chi fa parte di quel 10% che invece prende a calci in culo - scusate il francese, ma ci vuole - le scelte di mercato e ci regala prodotti di qualità e fattura decisamente superiori. Questo, signori miei, è il caso dei mitici, leggendari ed inossidabili Sodom, che in questo 2022 spengono le quaranta - diciamolo di nuovo: QUARANTA - candeline: da semplici sbarbatelli di una periferia tedesca dei primissimi anni '80 a vere e proprie icone e pilastri del Thrash Metal mondiale. E di certo i Nostri non potevano non festeggiare con una cerimonia degna di questo nome. Cerimonia che prende il nome di "40 Years at War - The Greatest Hell of Sodom": diciassettesimo album, per così dire, con cui lo "Squarta Angeli" e soci omaggiano le quattro decadi di carriera. Ma di cosa si tratta direte voi? Semplice, per quanto non scontato: un disco di 17 brani (più vari bonus per i relativi formati di pubblicazione) ognuno dei quali preso dai precedenti album e riarrangiati in chiave 2022 con la nuovissima formazione. Si va, dunque, dal primissimo "Obsessed by Cruelty" del 1986 fino all'ultimo "Genesis XIX" del 2019; e in alcuni formati vi è perfino un omaggio alla primissima demo del 1983 "Witching Metal". Infine, ciliegina sulla torta che ci fa capire come questo disco non sia - o almeno in parte - solo una trovata di marketing: si tratta di brani "minori" e non dei grandi classici che hanno reso noti i Sodom. Per intenderci, non troverete una "Agent Orange" o una "Sodomy and Lust"; fattore, questo, che rende "40 Years..." un disco semplicemente sensazionale e unico fatto davvero con l'intento di celebrare una tappa fondamentale. E se ciò non vi basta allora vi diciamo anche che le tracce presenti sono state ri-registrate con la line-up odierna, come a voler dare questo tocco di "vecchio e nuovo" con il mitico Angelripper e Blackfire da un lato e i nuovi arrivati Segatz e Merkel dall'altra. Il risultato non poteva che essere da inchino con un lotto di tracce che ripercorre questi quarant'anni di carriera ma in chiave 2022; e possiamo garantirvi che avrete la pelle d'oca per tutta l'ora di durata.
Insomma, la macchina infernale Sodom ha voluto ricordarci ancora che lo scettro è ben lungi dall'essere ceduto e che il Thrash Metal vecchia scuola è ancora più vivo che mai. Da parte nostra un mezzo voto in più per l'eccellente fattura del disco, sia a livello di concept che di copertina, sia per ringraziare una band storica che ha cresciuto e continuerà a crescere generazioni vecchie e nuove di metallari. Grazie ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2022
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Parlare dei leggendari Darkthrone risulta essere un'impresa al limite del possibile: vuoi perché due menti geniali come Fenriz e Nocturno Culto siano totalmente fuori dagli schemi, vuoi anche per l'aura di intangibilità che, nel bene e nel male, i Nostri si sono guadagnati, è certo che l'oggettività viene sempre meno quando tocca parlare del duo Black Metal più famoso di sempre. Ma eccoci qui con questo "Astral Fortress", ventesimo album della lunghissima e prolifica carriera dei Darkthrone che giunge dopo un solo anno di distanza dal precedente e clamoroso "Eternal Hails......", il disco che più di tutti segnò per la band un giro di boa enorme verso lidi molto più Speed e Doom anni '80. Viene da sé, dunque, che la nuova uscita segua esattamente queste orme - come del resto si poteva intuire almeno dal 2016 in poi -. E in effetti è così, seppur con qualche differenza.
Cominciamo subito con il dire che non ci aspettavamo esattamente un album del genere dai Darkthrone; e questa volta, ahinoi, in senso negativo. Ora, da qui al dire che "Astral Fortress" sia un brutto album passa un abisso, tuttavia sarebbe disonesto non ammettere una certa esasperante prolissità o carenza di idee in questa nuova fatica, come se il duo avesse più voluto omaggiare se stesso che non effettivamente la propria abilità compositiva, e ve lo dice uno che i Darkthrone li ama alla follia. Trattasi dunque del classico album senza infamia e senza lode, che poco aggiunge a quanto fatto finora o che comunque tende a passare in sordina non lasciando il classico solco che ci si aspetterebbe da artisti di questa portata. E non si tratta nemmeno di mancanza di sperimentazione, cosa che i Darkthrone, alla faccia dei detrattori, hanno sempre fatto: dalle origini Death, fino ad aver inventato il Black Metal per poi vertere su lidi simil Power o alla svolta degli ultimi anni con questo ritorno al metal più puro e crudo, volutamente low-fi e con un approccio che tutto deve alla NWOBHM. Il vero problema di "Astrall Fortress" è che risulta essere un disco tendenzialmente moscio, fatto con poca enfasi e pigrizia di idee ma con la fretta di pubblicarlo il prima possibile. Da qui segue la prolissità a cui ci si riferiva prima: non tanto l'estesa durata dei riff o dei brani, ma proprio il mood generale che a differenza del precedente e ottimo disco qui si va ad adagiare su dei lidi fin troppo sicuri. Minuto dopo minuto i Nostri ci regalano sicuramente un ascolto - in parte - degno del nome Darkthrone, ma dall'altra parte si resta di tanto in tanto delusi da questi costanti cali. Viene dunque da chiedersi: trattasi di strafottenza da parte di Fenriz e Nocturno Culto - il che non ci stupirebbe - o dell'aver raggiunto la fine di questa fase musicale? In entrambi i casi siamo quasi sicuri che il prossimo album stravolgerà ulteriormente lo stile proposto. Insomma, che ci piaccia o meno i Darkthrone sono questi: imprevedibili e sempre pronti a lasciarci, nel bene e nel male, a bocca aperta. Prendere o lasciare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 2022
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L'ultima volta che si sentì parlare dei canadesi Razor era il 1997, anno di uscita dell'ultimo disco "Decibels" che segnò all'epoca la fine di una band facente parte della primissima ondata Thrash canadese: parliamo di gente contemporanea a Voivod, Sacrifice, Exciter e compagnia bella. Insomma, per i metallari di vecchia data il nome Razor è certamente - e giustamente - ben incastonato nella mente. Eppure non tutto è andato perduto, perché dopo ben 25 anni di assenza ci troviamo tra le mani questo "Cycle of Contempt", il nuovissimo capitolo per Dave Carlo e soci che segna il ritorno dei quattro vecchi leoni sul panorama. Stilisticamente siamo sempre lì, in quei territori dove solo gente navigata e con un'esperienza trentennale sa muoversi. Tradotto: il marchio Razor è quello, fatto di sfuriate Thrash vecchia scuola imbastite su una struttura Speed e riffoni dirompenti da spaccare le ossa. Insomma, sulla carta lo si riconosce subito che è un disco che porta il marchio di Carlo e soci. Grosso punto in favore è sicuramente il fatto che questo "Cycle of Contempt" non sia un album nostalgico che cerca a tutti i costi di ripescare dal passato un sound e un'attitudine evidentemente anacronistici per i giorni nostri. Al contrario è un album che nella sua essenza vecchia scuola cerca comunque di guardare avanti presentandoci i Razor per come sono oggi e non per come loro vorrebbero ancora essere. Però, se da un lato questo è sicuramente un punto di vantaggio, dall'altro ci porta inevitabilmente ai due punti a sfavore di tutta l'opera: una produzione eccessivamente fredda e asettica, ben lontana dal caloroso e feroce impeto dirompente dei capitoli precedenti, ed una struttura dei brani non propriamente originale, resa ancora più standard da una prova canora non proprio all'altezza. Ora, conosciamo tutti il timbro vocale di Bob Reid, ma è altresì innegabile come dopo 25 anni il vocalist non sia proprio in formissima, quantomeno nel variare anche solo un minimo: ne risulta, dunque, una sezione vocale tendenzialmente piatta che va ad accentuare ulteriormente quel senso di copia/incolla che si respira di tanto in tanto. Da qui il titolo della recensione: un ritorno agrodolce. Sicuramente aspettarsi il discone capolavoro sarebbe stato intellettualmente disonesto, vuoi per i tempi d'oro ormai finiti, vuoi anche per la verve che negli anni è andata scemando. In ogni caso non è questo il punto: tuttavia da gente come i colossi Razor ci saremmo aspettati quantomeno un pizzico di adrenalina in più; e invece siamo di fronte ad un lotto di dodici tracce in cui si alternano spesso alti e bassi e dove la produzione non aiuta certamente a rendere più corposo il sound. Si tratta, dunque, di un disco brutto? No. Allora un disco bello? No. Trattasi semplicemente del ritorno di una band che mostra i suoi acciacchi da un lato ma ancora la sua furia leonina dall'altro: grandi sberle ma anche momenti di ripresa di fiato per via della fatica. Sta a voi decidere.

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