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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2022
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Torniamo a parlare del trio nostrano Orgel, che dopo un buonissimo debutto nel 2021 torna con il suo Black Metal feroce, velenoso e sognante in questo nuovo EP dal titolo "The Oath of the Black Wolf". Un lavoro che prosegue esattamente quanto lasciato dal suo fratello maggiore e che, per certi aspetti, ne va a cementare ulteriormente le coordinate stilistiche. Ciò che apprezziamo maggiormente dai Nostri è questa costante dicotomia tra un primo approccio che richiama la crudezza del Black anni '90 e per certi aspetti il Raw Black finlandese; dall'altro lato, di contro, possiamo notare come questo sia solo un contorno che in sé racchiude molto di più. Tra tinte post-black e costanti richiami alla scuola melodica, gli Orgrel ci regalano un connubio di emozioni contrastanti. Foreste spettrali e popolate dalle creature più feroci e primordiali e mondi evanescenti lontani ed incontaminati. Ecco, qui siamo esattamente a metà, come del resto ci eravamo abituati nel capitolo precedente. I riff presentati dalla band sono velenosi, taglienti e glaciali, incastonati su una struttura melodica ed armonica, tanto da lisciare il pelo a realtà come Drudkh o Uada. In questo modo seppur la linea di fondo sia quella più grezza e feroce, dall'altra parte la musica dei Nostri risulta perfettamente assimilabile ed a tratti cathcy in questo costante ossimoro. Il risultato è perfettamente funzionante e degno di nota, tant'è vero che non vediamo l'ora di poter mettere le mani su un secondo full-length quando uscirà. In definitiva questo "The Oath of the Black Wolf" va a cementare una realtà nata completamente sconosciuta - come la cultura underground Black Metal impone - che si sta lentamente ritagliando un posto tutto suo. Da tenere assolutamente in considerazione.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2022
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È un assalto all'arma bianca questo debutto del quintetto milanese CultØ, il qui presente "Of The Sun" licenziato da Time To Kill Records. E magari fossero tutti i così gli inizi di carriera. Totalmente sconosciuti nel panorama underground italiano, i Nostri non vogliono perdere tempo in noiose ed inutili presentazioni, puntando invece ad entrare a gamba tesa con un disco di solidissimo Melodic Death. "Impatto" è certamente la parola chiave che la fa da padrona in questo biglietto da visita che, lo diciamo subito, svolge più che egregiamente il suo lavoro. Nove tracce per poco più di 40 minuti in cui il quintetto milanese sciorina un repertorio degno di nota e con ben più di semplici guizzi di genio, per quanto tocca ammettere un certo - e a volte fin troppo - feeling con gli Amon Amarth: sarebbe sbagliato parlare di copia/incolla, ma sarebbe altrettanto disonesto non riscontrare un'affinità assai pronunciata con la band svedese. Tuttavia trattasi di una sensazione costantemente tenuta a bada da un comparto stilistico che non disdegna gli influssi di Deserted Fear, Septicflesh e Carcass. Alla fine dei conti, dunque, quello che viene fuori è un album estremamente solido e battagliero che ci presenta i CultØ come una realtà affamatissima di Melodic Death, ma ancora acerba per certi aspetti. Fortunatamente non siamo di fronte al classico lavoretto senza infamia e senza lode, ma a qualcosa di ben al di sopra alla media con dei lati ancora da smussare e rifinire. Segno, si spera, che i Nostri abbiano fin da subito indirizzato la propria carriera puntando con precisione la bussola, il che ci lascia ben sperare sul futuro di questi ragazzi. Seguiremo certamente gli sviluppi del quintetto. Per ora non ci resta che complimentarci e consigliare caldamente l'ascolto di questo "Of The Sun", che saprà regalarvi una quarantina di minuti di epicità.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    15 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2022
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Parlare degli ucraini Drudkh è sempre un'impresa estremamente ardua. Capisaldi di un certo modo di intendere il Black Metal e con alle spalle una lunga e prolifica carriera, i Nostri si sono giustamente guadagnati un posto di primaria importanza nel settore. Ora, lungi dal voler parlare di temi geopolitici, è tuttavia impossibile per noi non tenerne conto, soprattutto se questo nuovissimo "Всі належать ночі (All Belong to the Night)" giunge in un periodo così difficile; ancora di più se pensiamo che il primissimo singolo estratto "The Nocturnal One" (usiamo solo i termini inglesi per comodità) è stato pubblicato durante le prime e più sanguinose fasi della guerra. Possiamo quindi dire che si tratta sicuramente del disco più importante del quartetto di Kharkiv che scandisce il ventesimo anno di vita della band.
Veniamo ora al discorso musicale, dato che stiamo comunque parlando di un nome di punta del Black Metal dell'Est Europa. Diciamo subito che, come puntualizzato all'inizio, è molto difficile parlare della band per la complessità stilistica del genere proposto: non tanto a livello compositivo, quanto per la componente emotiva e suggestiva che viene fuori quando si ascolta un qualsiasi album dei Drudkh; e questo ovviamente non è da meno. Quattro lunghissime tracce per un totale di 45 minuti in cui Roman Saenko e soci mettono in musica una vera e propria litania disperata, coinvolgente, elegante e riflessiva nella quale la tristezza e la fa da padrone assoluto. L'ascolto di questo "Всі належать ночі (All Belong to the Night)" è un vero e proprio viaggio astrale che si compone di infinite sfaccettature e stratificazioni, a testimonianza di come i Drudkh siano una band estremamente cresciuta rispetto agli inizi. Eppure in questo gran tripudio di Black Metal suonato a dovere ci duole far notare che siamo di fronte certamente ad un buonissimo disco ma con qualcosa in meno rispetto al precedente "Їм часто сниться капіж (They Often See Dreams About the Spring)", il vero capolavoro indiscusso - personalmente parlando - dei Nostri. Il perché lo si capisce soprattutto se siete dei fan di vecchia data del quartetto: semplicemente l'ultima fatica della band tende ad essere un po' più rilassata, quasi che si adagiasse su degli stilemi e soluzioni comode. Fin da subito le differenze stilistiche sono evidenti: qui si è voluto dare maggiore enfasi sulla parte emotiva e atmosferica, sfociando ogni tanto in passaggi ridondanti ed eccessivamente tirati per le lunghe. Quel sound più di impatto, quasi terrorizzante e cadaverico del capitolo precedente lascia spazio ad una certa morbidezza di fondo. Da un lato ci è piaciuta la scelta perché testimonia comunque la voglia di ampliare il ventaglio compositivo; dall'altra ci dà l'impressione che questo "Всі належать ночі (All Belong to the Night)" suoni troppo Drudkh classici. Forse un implicito e maggior attaccamento alle proprie origini e alla propria terra in un periodo certamente non roseo per l'Ucraina? Da parte nostra la dodicesima fatica dei Drudkh passa a pienissimi voti la prova, seppur non si possa gridare al discone come invece è stato per il capitolo precedente. Se siete fan di nuovissima data del quartetto troverete per le vostre orecchie un album da pelle d'oca e lacrime; se, al contrario, seguite la band da parecchio potreste storcere un po' il naso consci del (vero) potenziale di questa magnifica realtà. A voi l'ardua sentenza.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2022
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Quando si sente parlare di "greatest hits", "compilation", "cofanetto" e compagnia bella, il 90% delle volte la reazione è sempre e solo una: fuga. E in effetti come biasimare chi prende le distanze da delle - il più delle volte - palesi azioni di marketing fini a sé stesse con il solo scopo di spillare soldi e/o provare a ridare un minimo di vitalità alla propria carriera musicale? Ecco, poi c'è chi fa parte di quel 10% che invece prende a calci in culo - scusate il francese, ma ci vuole - le scelte di mercato e ci regala prodotti di qualità e fattura decisamente superiori. Questo, signori miei, è il caso dei mitici, leggendari ed inossidabili Sodom, che in questo 2022 spengono le quaranta - diciamolo di nuovo: QUARANTA - candeline: da semplici sbarbatelli di una periferia tedesca dei primissimi anni '80 a vere e proprie icone e pilastri del Thrash Metal mondiale. E di certo i Nostri non potevano non festeggiare con una cerimonia degna di questo nome. Cerimonia che prende il nome di "40 Years at War - The Greatest Hell of Sodom": diciassettesimo album, per così dire, con cui lo "Squarta Angeli" e soci omaggiano le quattro decadi di carriera. Ma di cosa si tratta direte voi? Semplice, per quanto non scontato: un disco di 17 brani (più vari bonus per i relativi formati di pubblicazione) ognuno dei quali preso dai precedenti album e riarrangiati in chiave 2022 con la nuovissima formazione. Si va, dunque, dal primissimo "Obsessed by Cruelty" del 1986 fino all'ultimo "Genesis XIX" del 2019; e in alcuni formati vi è perfino un omaggio alla primissima demo del 1983 "Witching Metal". Infine, ciliegina sulla torta che ci fa capire come questo disco non sia - o almeno in parte - solo una trovata di marketing: si tratta di brani "minori" e non dei grandi classici che hanno reso noti i Sodom. Per intenderci, non troverete una "Agent Orange" o una "Sodomy and Lust"; fattore, questo, che rende "40 Years..." un disco semplicemente sensazionale e unico fatto davvero con l'intento di celebrare una tappa fondamentale. E se ciò non vi basta allora vi diciamo anche che le tracce presenti sono state ri-registrate con la line-up odierna, come a voler dare questo tocco di "vecchio e nuovo" con il mitico Angelripper e Blackfire da un lato e i nuovi arrivati Segatz e Merkel dall'altra. Il risultato non poteva che essere da inchino con un lotto di tracce che ripercorre questi quarant'anni di carriera ma in chiave 2022; e possiamo garantirvi che avrete la pelle d'oca per tutta l'ora di durata.
Insomma, la macchina infernale Sodom ha voluto ricordarci ancora che lo scettro è ben lungi dall'essere ceduto e che il Thrash Metal vecchia scuola è ancora più vivo che mai. Da parte nostra un mezzo voto in più per l'eccellente fattura del disco, sia a livello di concept che di copertina, sia per ringraziare una band storica che ha cresciuto e continuerà a crescere generazioni vecchie e nuove di metallari. Grazie ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2022
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Parlare dei leggendari Darkthrone risulta essere un'impresa al limite del possibile: vuoi perché due menti geniali come Fenriz e Nocturno Culto siano totalmente fuori dagli schemi, vuoi anche per l'aura di intangibilità che, nel bene e nel male, i Nostri si sono guadagnati, è certo che l'oggettività viene sempre meno quando tocca parlare del duo Black Metal più famoso di sempre. Ma eccoci qui con questo "Astral Fortress", ventesimo album della lunghissima e prolifica carriera dei Darkthrone che giunge dopo un solo anno di distanza dal precedente e clamoroso "Eternal Hails......", il disco che più di tutti segnò per la band un giro di boa enorme verso lidi molto più Speed e Doom anni '80. Viene da sé, dunque, che la nuova uscita segua esattamente queste orme - come del resto si poteva intuire almeno dal 2016 in poi -. E in effetti è così, seppur con qualche differenza.
Cominciamo subito con il dire che non ci aspettavamo esattamente un album del genere dai Darkthrone; e questa volta, ahinoi, in senso negativo. Ora, da qui al dire che "Astral Fortress" sia un brutto album passa un abisso, tuttavia sarebbe disonesto non ammettere una certa esasperante prolissità o carenza di idee in questa nuova fatica, come se il duo avesse più voluto omaggiare se stesso che non effettivamente la propria abilità compositiva, e ve lo dice uno che i Darkthrone li ama alla follia. Trattasi dunque del classico album senza infamia e senza lode, che poco aggiunge a quanto fatto finora o che comunque tende a passare in sordina non lasciando il classico solco che ci si aspetterebbe da artisti di questa portata. E non si tratta nemmeno di mancanza di sperimentazione, cosa che i Darkthrone, alla faccia dei detrattori, hanno sempre fatto: dalle origini Death, fino ad aver inventato il Black Metal per poi vertere su lidi simil Power o alla svolta degli ultimi anni con questo ritorno al metal più puro e crudo, volutamente low-fi e con un approccio che tutto deve alla NWOBHM. Il vero problema di "Astrall Fortress" è che risulta essere un disco tendenzialmente moscio, fatto con poca enfasi e pigrizia di idee ma con la fretta di pubblicarlo il prima possibile. Da qui segue la prolissità a cui ci si riferiva prima: non tanto l'estesa durata dei riff o dei brani, ma proprio il mood generale che a differenza del precedente e ottimo disco qui si va ad adagiare su dei lidi fin troppo sicuri. Minuto dopo minuto i Nostri ci regalano sicuramente un ascolto - in parte - degno del nome Darkthrone, ma dall'altra parte si resta di tanto in tanto delusi da questi costanti cali. Viene dunque da chiedersi: trattasi di strafottenza da parte di Fenriz e Nocturno Culto - il che non ci stupirebbe - o dell'aver raggiunto la fine di questa fase musicale? In entrambi i casi siamo quasi sicuri che il prossimo album stravolgerà ulteriormente lo stile proposto. Insomma, che ci piaccia o meno i Darkthrone sono questi: imprevedibili e sempre pronti a lasciarci, nel bene e nel male, a bocca aperta. Prendere o lasciare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 2022
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L'ultima volta che si sentì parlare dei canadesi Razor era il 1997, anno di uscita dell'ultimo disco "Decibels" che segnò all'epoca la fine di una band facente parte della primissima ondata Thrash canadese: parliamo di gente contemporanea a Voivod, Sacrifice, Exciter e compagnia bella. Insomma, per i metallari di vecchia data il nome Razor è certamente - e giustamente - ben incastonato nella mente. Eppure non tutto è andato perduto, perché dopo ben 25 anni di assenza ci troviamo tra le mani questo "Cycle of Contempt", il nuovissimo capitolo per Dave Carlo e soci che segna il ritorno dei quattro vecchi leoni sul panorama. Stilisticamente siamo sempre lì, in quei territori dove solo gente navigata e con un'esperienza trentennale sa muoversi. Tradotto: il marchio Razor è quello, fatto di sfuriate Thrash vecchia scuola imbastite su una struttura Speed e riffoni dirompenti da spaccare le ossa. Insomma, sulla carta lo si riconosce subito che è un disco che porta il marchio di Carlo e soci. Grosso punto in favore è sicuramente il fatto che questo "Cycle of Contempt" non sia un album nostalgico che cerca a tutti i costi di ripescare dal passato un sound e un'attitudine evidentemente anacronistici per i giorni nostri. Al contrario è un album che nella sua essenza vecchia scuola cerca comunque di guardare avanti presentandoci i Razor per come sono oggi e non per come loro vorrebbero ancora essere. Però, se da un lato questo è sicuramente un punto di vantaggio, dall'altro ci porta inevitabilmente ai due punti a sfavore di tutta l'opera: una produzione eccessivamente fredda e asettica, ben lontana dal caloroso e feroce impeto dirompente dei capitoli precedenti, ed una struttura dei brani non propriamente originale, resa ancora più standard da una prova canora non proprio all'altezza. Ora, conosciamo tutti il timbro vocale di Bob Reid, ma è altresì innegabile come dopo 25 anni il vocalist non sia proprio in formissima, quantomeno nel variare anche solo un minimo: ne risulta, dunque, una sezione vocale tendenzialmente piatta che va ad accentuare ulteriormente quel senso di copia/incolla che si respira di tanto in tanto. Da qui il titolo della recensione: un ritorno agrodolce. Sicuramente aspettarsi il discone capolavoro sarebbe stato intellettualmente disonesto, vuoi per i tempi d'oro ormai finiti, vuoi anche per la verve che negli anni è andata scemando. In ogni caso non è questo il punto: tuttavia da gente come i colossi Razor ci saremmo aspettati quantomeno un pizzico di adrenalina in più; e invece siamo di fronte ad un lotto di dodici tracce in cui si alternano spesso alti e bassi e dove la produzione non aiuta certamente a rendere più corposo il sound. Si tratta, dunque, di un disco brutto? No. Allora un disco bello? No. Trattasi semplicemente del ritorno di una band che mostra i suoi acciacchi da un lato ma ancora la sua furia leonina dall'altro: grandi sberle ma anche momenti di ripresa di fiato per via della fatica. Sta a voi decidere.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 2022
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Avevamo già parlato nel 2019 dei Battlesword, band tedesca attiva dal 1999 ma fondamentalmente rimasta nel circolo delle realtà semi sconosciute, colpa dei continui cambi di line-up e di una carriera per nulla prolifica che li ha portati in 23 anni a pubblicare solo quattro dischi, tra cui l'ultimo uscito, questo "Towards the Unknown". Un disco che, sinceramente, riteniamo inferiore rispetto al precedente, il quale ci aveva mostrato una band certamente degna di nota e con qualche idea ben ponderata. Ora, sorvoliamo sul fatto che i Nostri siano praticamente un copia/incolla degli Amon Amarth con qualche vena Heavy in più. Tuttavia c'è da dire come la questione non ci abbia mai infastidito più di tanto, specie perché notavamo -nei limiti - una certa eterogeneità o comunque voglia di inserire qualche elemento in più. Qui, al contrario, sembra sia stato fatto un passo indietro verso lidi Melodic Death scandinavi totalmente votati agli Amon Amarth. Né più, né meno. Volete sapere l'ironia dov'è in tutta questa storia? Che le ultime tre tracce, che sono state prese dai vecchi lavori e rimasterizzate, sono le migliori: molto più eterogenee e meno wannabe. Sipario.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre, 2022
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Quella dei tedeschi Firtan è una carriera a dir poco brillante: nonostante consti solamente di tre album - tra cui quest'ultimo "Marter" - ci ha mostrato una band in costante crescita, sempre alla ricerca di nuovo materiale per stratificare ed ampliare ancora di più la proposta, senza tuttavia sfociare nella proverbiale troppa carne sul fuoco. Dicevamo di "Marter", la terza fatica firmata AOP Records che giunge dopo quattro anni dal più che ottimo "Okeanos", l'album che segnò un parziale allontanamento dalla vena Pagan Black feroce in favore di un approccio più Avant-garde, folkloristico e costantemente spennellato di sentori Post Black in stile Harakiri For The Sky. Non un vero e proprio punto di rottura dunque, ma sicuramente un capitolo che diede il via alla ricerca di un'identità ancora più forte ed incisiva che in questo "Marter" trova la sua massima espressione. Potremmo concludere qui dicendo che siamo di fronte ad un capolavoro, ma proviamo comunque a dare un'idea di quello che andrete ad ascoltare.
Si diceva più su come quello dei Firtan sia un Black Metal affatto convenzionale - almeno per chi lo vede ancora con gli occhi della Norvegia degli anni '90 -, costituito da un'insieme di tante piccole pietruzze che insieme formano un caleidoscopio stilistico ampio ma mai dispersivo. Ecco, immaginate la possente fierezza dei Windir con la disperazione elegante degli Harakiri For The Sky e velate pennellate Alcest e progressive. Il tutto - scontato dirlo - suonato senza mai scadere nella mera emulazione; piuttosto è questo il caso di un perfetto uso di strumenti già noti usati per creare qualcosa di completamente nuovo. Ecco perché i Firtan si fanno amare: nella loro estrema eterogeneità c'è un nocciolo comune ed un focus che rendono l'ascolto emozionante, da pelle d'oca; dalle sfuriate di disperata follia e tristezza come in "Labsal" a vere e proprie lacrime messe in musica come in "Amor Fati" che molto deve all'influsso degli islandesi Sólstafir. Dagli armoniosi arpeggi fino alle tinte oscure che richiamano la vecchia scuola, il quintetto mantiene comunque una classe ed una teatralità quasi reverenziali riuscendo perfino a sfociare, come in "Lethe", nel Death Metal, ma sempre e comunque con eleganza e cognizione di causa. Musicalmente parlando, dunque, i Firtan hanno ulteriormente alzato l'asticella della loro proposta con un sound estremamente complesso ma a modo suo lineare e mai forzato; binomio, questo, che è la vera chiave di volta di "Marter" che va di pari passo con il tema trattato: l'individuo nelle sue infinite sfaccettature esistenziali che oscillano tra la disperazione del fallimento e la speranza della salvezza. Insomma, tutto è perfettamente in linea con la musica proposta. Se tutto ciò verrà portato esattamente così com'è in sede live, beh, signori miei, saremo davanti ad una giovane quanto sorprendente rivelazione.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre, 2022
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Ci scusiamo enormemente per il ritardo con cui arriva questa recensione; soprattutto in questi casi quando ti capita tra le mani la cosiddetta perla rara. Di chi stiamo parlando? Dei Gold Spire: band svedese formatasi ad Uppsala nel 2019 per mano dei fratelli Erik e Påhl Sundström, entrambi ex-Usurpress. Due personalità, dunque, di certo non nuove nel panorama Metal e con un discreto curriculum alle spalle. A seguire, poi, abbiamo Heval Bozarslan dei Sarcasm alla voce e, udite udite, un bassista ed un sassofonista non Metal a completare la line up: rispettivamente Petter Broman e Magnus Kjellstrand. Insomma, sulla carta una band che fa dell'eterogeneità il suo punto forte e la colonna portante della proposta musicale dei Nostri che potremmo quasi definire come il punto di incontro di ciascun membro. Ovviamente sarebbe una lettura eccessivamente semplicistica di quella che, al contrario, è una vera e propria opera d'arte di incommensurabile bellezza nella quale Death Metal, Jazz, Progressive, Doom e qualche sferzata gotica danzano e si uniscono creando la magia. Questo "Gold Spire" è uno degli album più extrasensoriali che il sottoscritto abbia mai ascoltato in anni di Metal, e non tanto per la proposta in sé che fa dell'uso preponderante delle tastiere e del sax una sua caratteristica - entrambi strumenti ampiamente sdoganati nel Metal oggigiorno -. Piuttosto ciò che rende la band svedese veramente degna di nota è l'esecuzione vera e propria e la conseguente armonia che si viene a creare minuto dopo minuto. Da qui si intuisce l'enorme preparazione di ciascun membro e soprattutto il salto di qualità dato dal bassista e dal sassofonista coinvolti che non provenendo dal Metal hanno dato a tutta l'opera un'impostazione quasi classica, più da esperienza mistica che da botta di adrenalina vera e propria. Inoltre c'è da dire che laddove la piega del disco verte maggiormente sul Death - vedasi "Skull Choirs - la vena Ulcerate e Deathspell Omega viene fuori subito, a testimonianza di come i Nostri abbiano volutamente dato alla loro creatura un'impostazione Avant-garde fin da principio e non delle pennellate qua e là che ne ricordano gli stilemi. Detto altrimenti: "Gold Spire" è un album studiato e creato per portare l'ascoltatore su di un'altra dimensione nella quale i suoni si mescolano ed mandano in frantumi le sinapsi. Il tutto, dicevamo, suonato con una gran classe, altro fattore che ha determinato la piena riuscita del disco. Minuto dopo minuto, infatti, ci si rende conto di come le numerosissime influenze - a volte diametralmente distanti tra loro - qui riescano a legarsi perfettamente. In nessun caso si avverte quel senso di rottura o stonatura tra le parti, e stiamo parlando di un'opera nella quale il vero protagonista è il sax ed il Death Metal è quasi secondario, perciò immaginate quanto sia difficile rendere ogni brano scorrevole e perfettamente inserito nel contesto. Ecco, i Gold Spire ci sono riusciti egregiamente: equilibrati in ogni aspetto, senza eccedere in sterili prove tecniche o in noiose litanie. Al contrario, rimarrete incollate alle cuffie - ovviamente scontato dire che un disco di questo calibro vada gustato in un certo modo -. Teneteli d'occhio, potrebbero diventare il nome di punta di questo modo di intendere il Death Metal.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    10 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 2022
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Bryan Eckermann: un nome una garanzia, c'è poco da fare; e con questo autoprodotto "Plague Bringers", ottavo capitolo della sua più che prolifica carriera, abbiamo la dimostrazione concreta di come anche un progetto solista di questo calibro possa essere estremamente interessante. Ciò che il buon Bryan ci propone è sicuramente qualcosa che non rivoluziona il mondo della musica, ma allo stesso tempo va riconosciuto che il modo di proporlo fa fare al Nostro il salto di qualità: un Black melodico tinteggiato qua e là dal sentore Dissection/Old Man's Child, ma inserito prepotentemente in un contesto Death Metal vicino a gente come Arch Enemy, Death, Hypocrisy, Mors Principium Est e Children Of Bodom. Soprattutto di questi ultimi due il progetto solista ne è parecchio influenzato per quanto riguarda l'abbondanza di sezioni soliste. D'altronde era scontato che un disco composto da un solo artista contenesse molte parti in cui cimentarsi in assoloni. Tuttavia c'è da dire come la musica di Eckermann sia piuttosto equilibrata, tant'è che ad un primo ascolto sembra tranquillamente di trovarsi di fronte ad un album di una band completa. Ed è forse questa la qualità che più ci ha colpito dell'artista americano: il fatto di essere tutto sommato eterogeneo ed improntato a dare risalto alla musica anziché sciorinare una sterile mole di tecnicismi fini a se stessi. Si va dunque dalle ballad meravigliose come "Reflections in a Dirty Mirror", o alle litanie che sanno di Insomnium e Dissection come in "Moonlight and Frostbite". Insomma, non siamo certamente di fronte al capolavoro dei capolavori; ma non si può nemmeno dire che Mr. Eckermann rientri nella media. Diciamo quindi che questo "Plague Bringers" è un disco ben al di sopra delle aspettative e che nel suo essere classico offre dei buonissimi spunti e ben oltre un'ora di ricchissima musica. Consigliato

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