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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    12 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 12 Gennaio, 2023
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Genuino, incazzato, diretto, duro come il metallo appena forgiato: cosa si può chiedere di più ad un album Thrash Metal suonato a mestiere? Esatto, niente. Questi sono tutti gli ingredienti di cui abbiamo bisogno, senza troppi fronzoli o giochi strani: il genere lo amiamo proprio per la spiccata dose di mazzate in faccia che riesce a darci. Viene da sé, dunque, che da un lavoro come "Exiled to the Surface", quarto disco dei tedeschi Traitor, ci si aspetti ESATTAMENTE quanto detto sopra. E fortunatamente è proprio così: siamo in presenza del classico discone Thrash che nel suo essere esattamente quello che è, ossia un disco Thrash, ti sbatte in faccia una ferocia ed una violenza in pienissimo stile tedesco. Stop, fine. Tanto ci basta a decretarlo un ottimo lavoro con quel tocco ben evidente di personalità che fa comunque capolino a gente come Sodom, Kreator, Assassin, Destruction, Exumer e compagnia bella. Del resto cosa ci si poteva aspettare da quelle parti? Comunque sia i Traitor non sono certo ragazzini alle prime armi, seppur non si possa dire di essere dei veterani del genere; diciamo quindi che i Nostri si piazzano esattamente a metà, in quel filone di band di terza generazione nata nel 2009 che si rifà agli anni '80 con ben più di un semplice sguardo al futuro. La quadra di un approccio simile è esattamente questo "Exiled to the Surface", che nei suoi canoni classici del genere sa comunque offrirci una sana dose di modernità che non stona affatto: riff sicuramente diretti ma mai semplici o prevedibili, spennellate melodiche e assoloni al fulmicotone. Il tutto condito da una batteria tirata fino all'esaurimento ma sempre con cognizione di causa. Per questo motivo non si può assolutamente definire il quartetto un semplice copia/incolla dei grandi nomi sopracitati. Al contrario siamo in presenza di una band che ha compiuto il suo processo di maturazione mettendo del suo all'interno di un genere di per sé poco avvezzo a chissà quali stravolgimenti. Inoltre c'è da segnalare quella che, in fin dei conti, è l'anima principale del disco: la grinta assassina che in nessuna, e sottolineiamo NESSUNA, traccia viene meno. Tanto ci basta per spararlo al massimo volume possibile nello stereo per poi romperci l'osso del collo a furia di headbanging. Complimenti ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    08 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 08 Gennaio, 2023
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Giungono al loro debutto gli olandesi Written In Blood, quartetto nato nel 2019 dalla mente dell'ex God Dethroned Bert "Beef" Hoving. I Nostri, dunque, si presentano al pubblico con il loro omonimo full-length con quello che potremmo definire un Melodic Death moderno, suonato a mestiere e senza mai - o quasi - cali di attenzione. Il risultato è quindi un disco che ci presenta una band in formissima e con le idee chiare fin da subito. Particolarità che molto ci è piaciuta di questa prova è il sound estremamente cupo ed oscuro, frutto di un sodalizio tra chitarre estremamente ribassate e votate ad un songwriting compatto, a tratti groove, ma comunque lineare e scorrevole. Non c'è da stupirsi se troveremo rimandi ai tedeschi Deserted Fear, o ancora cavalcate vicine agli Asphyx o ai Bolt Thrower, così come l'epicità battagliera degli Amon Amarth. Il tutto, va puntualizzato, senza mai scadere in un mero citazionismo o emulazione: i Nostri si mantengono sempre su territori di loro competenza sfruttando, per così dire, le influenze delle band sopracitate. In generale, dunque, non si può dire nulla circa questo "Written In Blood" che nel complesso riesce ad attestarsi su livelli ben al di sopra della media. L'unico appunto che ci sentiamo di fare è forse quello di essere un po' prolisso in alcuni punti, soprattutto nelle sezioni strumentali dove si nota una certa attenzione - fin troppa alle volte - a soli o parti gemellate di chitarra. Tutto molto ben eseguito, ma alla lunga l'attenzione viene un po' meno, quindi sarebbe il caso di snellire un po' la struttura dei brani, soprattutto con un sound così cupo e scuro che rischierebbe di annoiare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 02 Gennaio, 2023
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Dopo la prematura dipartita degli Svartidauði che interrompono la loro carriera dopo vent'anni di attività, l'ingrato compito di mantenere viva la fiamma della scuola Black islandese è passato totalmente ai Misþyrming. È noto che le due band siano tra le maggiori portavoce delle sonorità islandesi: soprattutto i secondi, più giovani di dieci anni, sono riusciti con il tempo a forgiare una carriera brillante piegando il Black Metal a visioni distorte e dissonanti. Tradotto: il suono dei Misþyrming evoca chissà quali creature lovecraftiane folli ed inimmaginabili. Proprio grazie a questa formula, che è sempre andata di pari passo con songwriting contorti ma mai fini a se stessi, D.G. e soci hanno preso di diritto la corona tra le band islandesi. Viene da sé che tutti i fan avevano grandissime aspettative per questo "Með hamri", terzo full-length per i Nostri che, diciamolo subito, funge da spartiacque con i primi due capitoli. Ma andiamo con ordine. Ciò che ha sempre stupito dei Misþyrming è la loro indomita capacità e voglia di non adagiarsi mai sugli allori o sui territori da loro stessi battuti, motivo per il quale ogni loro produzione ha sempre un nocciolo di unicità per quanto un certo modus operandi o tratto comune sia sempre ben presente. Ecco, anche in questo caso non siamo da meno con un album che in un certo senso snellisce la proposta musicale andando alla ricerca di un sound o una proposta più lineare per quanto a modo suo sempre complessa e stratificata. Eppure anche qui non ci saremmo mai aspettati di dover fare di nuovo il conto con alcune sonorità vicine agli esordi. Bastano infatti pochi minuti della opening track per capire di cosa stiamo parlando: un vero e proprio assalto all'arma bianca che sembra una fusione tra Kreator, Watain e Marduk. Black Metal velenoso e carico di odio costantemente impreziosito dal tocco islandese che vede nelle sonorità glaciali e nelle atmosfere plumbee e mortifere i suoi punti focali. Ma ecco che ogni nostra aspettativa sul possibile andamento del disco viene meno. Andando avanti si scopre come i Misþyrming in questo disco non abbiano voluto minimamente mettere un freno compositivo. Dalla ferocia dell'opener si passa ad un mood molto più sognante ed evocativo che potrebbe ricordare un pezzo folk, a testimonianza di quello che dicevamo all'inizio circa l'innaturale capacita dei Nostri di sapersi muovere così egregiamente all'interno di più territori senza mai perdere la bussola. Ed ecco perché a detta nostra "Með hamri" è un album colossale dall'inizio alla fine e probabilmente il miglior album del quartetto islandese, definibile con una sola parola: cangiante. È incredibile come D.G. e soci siano riusciti a modellare un lavoro del genere, infinitamente ricco di elementi ma così maledettamente lineare da far sembrare il tutto di semplice esecuzione. Praticamente possiamo dire che tutta l'ambizione, il bagaglio di esperienza e le conoscenze musicali dei Misþyrming siano racchiuse in quest'opera che segna definitivamente la consacrazione della band ed uno dei punti più alti mai toccati dal Black Metal negli ultimi almeno dieci anni. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre, 2022
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Genuino; questo il termine che più si addice a questo "Gateways to Hades", agognatissima seconda prova dei serbi Terrörhammer che tornano in pista dopo sette anni di silenzio. Quasi si erano perse le speranze di poter mettere le mani su una nuova creatura del trio, che tra costanti cambi di line-up sembrava fosse giunto al capolinea. E invece... Il silenzio è stato rotto dall'avanzare di un carro infernale uscito direttamente dalla porta dell'Ade portando con sé tutta la furia luciferina che poteva contenere. Questa seconda fatica della band Serba è un pugno in faccia dritto e senza fronzoli: nessuno spazio per stupide od inutili introduzioni, zero totale. Qui si mena e basta e lo si fa con tutta l'ignoranza che si possa avere in corpo. Fortissimi dell'influenza di gente come Venom, Bathory, Motorhead, primi Sodom e Destruction, i Nostri sono fierissimi portavoce di quel Black/Heavy/Speed Metal che puzza di cantina ammuffita ma che tanto adoriamo per il suo ritmo spigliato e diretto. E infatti ciò a cui andremo incontro è ESATTAMENTE ciò che ti aspetteresti da un album siffatto. Tuttavia non è da confondersi con un lavoro scontato o banale, perchè se da un lato è evidente che il focus non è certo l'originalità - e così deve essere -, dall'altro si nota comunque una certa attenzione sia per la produzione - scarna ma perfetta nel suo sapore minimale - e per il songwriting sempre ben al di sopra della media. Insomma, Pentagramator The Helltyrant e soci non sembrano minimamente essere stati intaccati da questi sette anni di assenza. Al contrario ci sembra proprio che i Terrörhammer abbiano ripreso esattamente da dove avevano lasciato ma con un carico ancora più grande di esperienza e voglia di fare. Il risultato è un disco gustosissimo ed estremamente pungente da mettere a tutto volume in macchina in onore di quei tempi ancestrali in cui il Metal iniziò a diventare molto più oscuro con le band sopracitate. Per dirla con la metafora di prima: sembra di trovarsi su un carro infernale lanciato a tutta velocità con il solo ed unico scopo di investire ed infiammare ogni cosa gli si pari davanti; non importa quale ostacolo si incontrerà nel cammino: i Terrörhammer riusciranno comunque ad annichilirlo. Da ascoltare assolutamente e complimenti per questo grandissimo esempio di genuinità senza fronzoli e compromessi.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre, 2022
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Non c'è molto da dire quando si parla degli svedesi Ofermod se non: macchine da guerra senza pietà alcuna per l'ascoltatore. Già l'anno scorso ne abbiamo avuto l'ennesima conferma con l'ottimo "Mysterium Iniquitatis" cui segue in questo finale di 2022 l'EP "Ofermodian Litanies", degno erede del suo predecessore e fondamentalmente un'appendice che va a confermare quanto detto pocanzi. Da quanto si apprende in questo solo anno all'interno della band è rimasto solo il suo "pacatissimo" fondatore Belfagor ed il nuovo session drummer Bloodhammer. Insomma, un - ennesimo - nuovo cambio di line-up che tuttavia non ha minimamente intaccato il tipico sound Black/Death luciferino degli Ofermod, e non ci stupisce più di tanto: stiamo pur sempre parlando di un gruppo che, al pari di gente come Watain o Dissection, ha contribuito a creare un certo modo di intendere il Black svedese di fine anni '90. Tanto ci basta per promuovere a pieni voti questo EP che, diciamolo, fondamentalmente non aggiunge nulla se non confermare quanto la carriera degli Ofermod sia ben lungi dall'aver esaurito le proprie carte da giocare. vedremo cosa accadrà nel prossimo full-length.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2022
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Nasce nel 2020 il progetto Feelingless da un'idea di Hugo Markaida, membro della band Melodic Death Metal spagnola Rise to Fall. L'intento, spiega l'artista, è raccogliere fondi a sostengo degli animali, ed è per questo motivo che all'interno del disco di debutto "Metal Against Animal Cruelty", troverete tantissimi ospiti, tra i quali citiamo Björn "Speed" Strid (Soilwork), Jon Howard (Threat Signal), Christian Älvestam (Solution .45, Miseration) ed Ettore Rigotti & Claudio Ravinale (Disarmonia Mundi). Andando oltre l'intento - assolutamente lodevole - delle persone coinvolte in questo progetto, vediamo cosa ha da offrirci questa primissima fatica della band. Sostanzialmente siamo di fronte ad un moderno Melodic Death completamente influenzato dalle soluzioni più attuali di gente come In Flames e Soilwork passando, di tanto in tanto, per qualche sferzata in stile At The Gates. Ma di base possiamo tranquillamente dire che il disco in questione si rivolga alla frangia più morbida, tante volte sfociante nell'Alternative, del genere. Il perché, ipotizziamo, è da ricercarsi nell'intento di abbracciare un bacino d'utenza più ampio dato il fine per il quale il disco è stato concepito. Ne segue, dunque, che la qualità dei brani proposti segua lo stesso trend attestandosi su un livello medio. Tradotto: non abbiamo chissà quali guizzi di genio, quanto una serie di brani lunghi nel quale ciascun ospite fa la sua parte; ma tendenzialmente i brani sono strutturati su una medesima base. Non vi neghiamo che abbiamo fatto fatica ad arrivare a fine corsa senza sbadigli. Di conseguenza ci viene da dire che a livello commerciale questo "Metal Against Animal Cruelty" abbia perfettamente centrato il segno in quanto accattivante nella proposta e di facilissima fruizione; di contro, da un punto di vista di qualità siamo di fronte ad un banalissimo sei politico senza infamia e senza lode. Vale la pena dell'acquisto solo per l'intento prefissato dal progetto, tant'è.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2022
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Lo diciamo subito: è il nuovo disco dei leggendari Deströyer 666 la miglior uscita Heavy dell'anno; c'è poco da fare. Trent'anni di onoratissima carriera che hanno visto l'uscita di cinque grandissimi lavori, compreso il qui presente "Never Surrender" che giunge dopo sei anni di silenzio come un monolite, tanto per ricordarci che gli australiani sono tutt'ora il nome di punta di un certo modo di intendere il Metal. Detto altrimenti: i Deströyer 666 sono i migliori e se siete fan della cultura metal degli anni '80, quella fatta di borchie e smanicato con le toppe, allora questo nuovo album farà al caso vostro. Semplice per quanto non scontato, diretto come un pugno in faccia, strabordante di epicità e furia battagliera, pregno di Motorhead dall'inizio alla fine... insomma, abbiamo tutti gli ingredienti per un signor disco che vi terrà incollati alle cuffie per 40 minuti abbondanti. Il tutto, dicevamo, senza mai sfociare nella banalità. Perché è vero che siamo di fronte ad un album poco impegnato, ma ciò non vuol dire roba trita e ritrita o banale. La particolarità di KK Warslut è proprio quella di offrire sempre e comunque album di elevatissima qualità con un modus operandi che SOLO i Deströyer 666 hanno; ed è per questo che secondo noi loro sono i migliori portavoce di questo mix di Black, Thrash ed Heavy. soprattutto quest'ultimo è oggi il protagonista assoluto, quasi a voler maggiormente omaggiare il metal degli anni '80 o comunque quel modo di suonarlo. Non c'è una, e ripetiamo UNA, singola traccia sbagliata o poco convincente: tutto sa di vissuto e vintage ma con il piglio e la qualità compositiva di oggi, con un risultato a dir poco strabiliante, a testimonianza di come, se usata a dovere, la semplicità paghi sempre e comunque. "Never Surrender" è un disco sentito fino al midollo, battagliero ed epico, senza alcuna pretesa di essere autoreferenziale ma allo stesso tempo testimone di come il moniker che gli ha dato vita sia pressoché inimitabile. Et voilà, nient'altro da dire, se non alzate quel ca**o di volume al massimo e scapocciate fino a rompervi l'osso del collo con il miglior disco Heavy Metal dell'anno!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 2022
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Debutto degli svizzeri Katapult, questo "Play Stupid Games, Win Stupid Prizes". Un disco che, come avete letto dal titolo, è fortissimo negli intenti ma un po' meno all'atto pratico; ma andiamo con ordine. I Nostri nascono nel 2017 e dopo due EP nel 2019 finalmente sbarcano sul mercato con la loro primissima creatura targata Discouraged Records. Nel complesso, dicevamo, Mr. Johan Norström e soci hanno tirato fuori dal cilindro un disco piuttosto interessanti nel quale Melodic Death e Thrash Metal si fondono con costanti innesti elettronici ed intermezzi simil Punk o comunque provenienti dal mondo -core. Tuttavia due sono i principali fattori che poco ci hanno convinto di tutto il progetto: troppe tracce - tredici in tutto - che di base risultano spesso uguali l'una all'altra e la conseguente prolissità dei passaggi proposti. Ora, tutto ciò non è da intendere come un prodotto da cestinare o da scartare a priori; tuttavia ci rendiamo conto che si tratta di un ascolto piuttosto difficile da digerire per poterne apprezzare le effettive potenzialità. Nel lotto proposto, infatti, ci sono delle piccole perle, come "The Arsonist", la successiva "Nihilism for the Gods" o l'ottima "Schadel": tutti brani che effettivamente ci mostrano una band super affiatata e con idee ben chiare e precise su dove si voglia andare a parare. Tuttavia i buoni intenti di cui sopra sembrano sciogliersi all'interno del contesto se si ascolta tutto il resto. Brani che risultano monotoni e relegati sui medesimi pattern dove l'epicità e la grinta - sempre ben presenti - sembrano più inserite con lo stampino che con l'effettiva voglia di fare. Da qui segue come mai ci abbia poco convinto la scelta di tredici tracce se poi alcune sembrano la medesima spezzettata in più parti da noiosi passaggi groove di riempimento. Ecco il perché ci risulta difficile inquadrare questo "Play Stupid Games, Win Stupid Prizes" in un contesto complessivo: di primo impatto sembra più un contenitore di idee disparate e non effettivamente un prodotto completo e definito. Da qui segue il generale senso di dispersione cui l'ascoltatore va in contro con conseguente perdita di attenzione. Il nostro consiglio è quello di puntare maggiormente sui brani segnalati e di snellire la proposta stilistica, o quantomeno di definirla in un quadro molto più chiaro. Buona fortuna!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 2022
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Tornano a mietere vittime i milanesi Extirpation, quartetto di nostra vecchia conoscenza che ci lasciò più che soddisfatti nel 2019 con la pubblicazione del terzo full-length "A Damnation's Stairway to the Altar of Failure". All'epoca lodammo parecchio il lavoro svolto, soprattutto perché oggigiorno è pressoché impossibile suonare Black/Thrash senza risultare una copia sputata dei grandi nomi uguale alle miriadi di altre band presenti sul mercato. Ecco, i Nostri fortunatamente possiamo inserirli in quel ristrettissimo campo delle eccezioni: nulla di nuovo sulla carta, ma è il come che fece la differenza in quella produzione. Oggi, dunque, con le stesse aspettative di tre anni fa, torniamo a parlare della band milanese con il qui presente EP "The Endless Storm". Quattro brani più un'intro che fin da subito dimostrano come gli Extirpation siano una realtà ben al di sopra della media, sia da un punto di vista di attitudine che di songwriting. Inoltre, importantissimo, la nuova produzione ci presenta la band sotto un'altra luce che vede la componente Thrash Metal maggiormente relegata a ruolo di contorno in favore di un avvicinamento sul versante Black. Sia chiaro, lo stampo è sempre quello, tuttavia laddove la ferocia del Thrash ottantiano la faceva da padrone ora abbiamo un comparto molto più ragionato e per certi aspetti più morbido. L'epicità, la melodia e le sinfonie mortifere accentuate rendono l'opera in questione molto più apprezzabile e se vogliamo ricercata. Non c'è da stupirsi se si riscontrerà il sapore della Svezia e della Norvegia anni '90; così come non c'è da stupirsi se questa - in parte - nuova rotta comunque non risulti come una perdita di personalità da parte dei Nostri. Fattore che molto ci è piaciuto degli Extirpation è questa confidenza con la musica che suonano che permette loro una certa liberà di movimento senza tuttavia perdere il focus. A parte qualche passaggio che riteniamo troppo prolisso o, al contrario, troppo carico di elementi, non viene mai da storcere il naso: i brani filano lisci e viene voglia di un secondo ascolto fin da subito. Perciò, senza troppi giri di parole, l'esperimento è riuscito e certamente potrebbe portare l'act milanese su livelli ancora più alti. Vedremo se nel prossimo full-length le aspettative saranno rispettate.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2022
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Quella dei genovesi Necrodeath non è certamente una carriera che ha bisogno di presentazioni o ulteriori chiarimenti: trattasi, assieme a Schizo e Bulldozer, del nome di punta del Metal estremo italiano. È normale, dunque, aspettarsi dal quartetto dei lavori ben al di sopra della media e degni del nome di chi ha marchiato con il nero fuoco la storia del Metal nostrano ed internazionale. Fortunatamente Flegias e soci non deludono mai, come ben dimostrano i due capolavori del 2018 e del 2019, dei veri e propri inni alla violenza più feroce e brutale. Ed è proprio di violenza, anzi di ultraviolenza per meglio dire, che oggi parleremo con questo "Singin' in the Pain", tredicesimo album che conferma ancora una volta l'indiscutibile primato dell'act genovese. Già il nome del titolo, così come quello delle tracce, dovrebbe darvi un'indicazione del topic principale: il capolavoro cinematografico Arancia Meccanica. Esatto, questa nuova fatica è la messa in musica del capolavoro di Mr. Kubrick a cominciare dal titolo che è lo stesso della canzone che Alex DeLarge fischiettava con i suoi Drughi prima di lasciarsi andare alla violenza più brutale. Ed in effetti tanto c'è da aspettarsi in questo nuovo disco dei Necrodeath: violenza a secchiate, ma di quella cieca e distruttiva che ti lascia in fin di vita sul ciglio della strada. È impressionante come dopo 37 anni di carriera i Nostri riescano ancora a dispensare così tanta furia omicida nei loro album; e con una maturità artistica degna di nota. Perché se da un lato è indubbio come la furia istintiva la faccia da padrona, dall'altro è impossibile non percepire grande maestria per mano di chi è sulla scena da quasi quattro decadi. "Singin' in the Pain" è esattamente un disco dei Necrodeath di oggi, con tutto ciò che questo comporta. Forse un pelo sotto ai precedenti due lavori per il semplice motivo che cercare di mettere in musica un film - o meglio un concept album basato sul film - non è impresa facile: qualche intoppo qua e là c'è, soprattutto in quelle sezioni fin troppo tirate per le lunghe dove l'attenzione viene un po' meno. Inevitabile certamente, così come alcune soluzione non propriamente freschissime - nel bene e nel male un loro marchio di fabbrica -. ma stiamo pur sempre parlando di nei modellati su un corpo solidissimo e ben piantato a terra. Non stiamo parlando sicuramente di un disco che si attesta sui livelli dei due precedenti, ma non per questo si tratta di un prodotto scadente. Anzi, lo definiamo un esperimento riuscito per un buon 85% da parte di una band che non è più definibile storica, quanto leggendaria. Viene da sé che è un discone da avere a tutti i costi!

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