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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    26 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Dopo un bel po’ di pausa su questo sito e sul mio blog personale per motivi personali, eccomi di ritorno con un disco che mi aspettava da diversi mesi. Quindi, facendo mea culpa, mi accingo a rimediare all’assenza parlandovi dei Legacy of Emptiness e del loro “Over the Past”, secondo full-length della band norvegese, dedita al Symphonic Black Metal.
Apriamo subito le danze con “Reminisce”. Sospiri eterei e una tastiera che sembra rubata agli Evol di “Dreamquest”, per poi esplodere in una corsa in blast beat controllato e dalla velocità contenuta. Mi aspettavo a dire la verità, un’atmosfera più cupa e oscura, invece mi trovo davanti un sound che odora di epic-power metal, seppur con un convincente growl ed una produzione ottima e praticamente perfetta. Una pausa al centro del pezzo, lascia la mente viaggiare e creare mondi decadenti, dove i campionamenti del gracchiare di corvi, colora ed arricchisce un disperato fantasma dell’opera che urla con il suo organo, sulle rovine di antiche ville dimenticate. Devo dire che questo primo pezzo convince e appaga l’ascoltatore, anche se devo ammettere che non si tratta del Black maligno, marcio e oscuro che cercavo, ma sembra più qualcosa che leghi insieme Black melodico, Emperor, Kameloth e Nightwish, con spruzzate ora di black più estremo e ora di death metal. “Despair” è molto più veloce e violento del pezzo precedente, con intrecci di voci in scream e growl che si accavallano e sovrappongono, anche con l’ausilio di distorsori vocali che rendono il tutto molto più malsano. Apprezzo particolarmente il martellamento continuo e meccanico dietro le pelli, che poi lascia spazio a voci epiche che recitano su un assolo forse un po’ troppo spento. Torniamo a cavalcare a tutta velocità immediatamente dopo, come ultima corsa verso un finale senza speranze. Curiosa l’intro saltellante sui tasti del piano per “Angelmaker”, subito rincorsa e accompagnata da terzine in palm muting ed in questa fase è impossibile non sentire i Kameloth in sottofondo, con una voce in scream e growl. Notevole è la fase melodica che dura fino alla fine, dove tutto scorre come un fiume in piena e si raggiunge la perfezione del puro Gothic Metal, che richiama addirittura Type 0 Negative, Sentenced e Poisonblack: davvero sublime. Il tutto viene però immediatamente spazzato via dalla furia black metal di “Into the Eternal Pits of Nothingness”, un pezzo velocissimo e rabbioso, con urla disperate che si innalzano al cielo e la guerra vera e propria le accompagna. Tutta la delicatezza e la sublime bellezza del brano precedente, viene stravolta e decostruita, per creare un’opera che nasce dalle sue ceneri, come macabra fenice. Una scultura di carne e sangue, nata dal cadavere di una splendida fanciulla! Arrivo quindi a metà di “Over the past”, con “Drawn by Nightmares”. Voce calda e sensuale, che si limita a recitare senza l’accenno di canto, fino all’ingresso della batteria, a quel punto le vocals accennano ad un lirico canto. Un brano che è a metà tra una ballad e il ritorno del Gothic metal più contaminato e di cui conserva solo piccoli accenni. Devo dire che per quanto si tratti un brano che calza molto bene all’interno del disco, non mi trovo ad apprezzarlo più di tanto, forse per le troppe e troppo distanti contaminazioni di generi messe in pentola. L’unica cosa che mi fa drizzare le orecchie, sono i cori sinfonici nell’ultima parte, che trovo azzeccati e davvero meritevoli. Numero sei per “There Was a Man”, con violini in apertura e poi esplosione di furia totale, che fa da ponte, evidentemente, al suono di “Into the Eternal Pits of Nothingness”; a quanto pare la band ha deciso di alternare i brani più violenti a quelli più maestosi e mi trovo ad essere d’accordo con questa scelta nella tracklist, che rende il disco più vario e mai monotono. E’ tuttavia un brano molto valido, che racchiude in se, tutta la varietà sonora che troviamo in tutto il disco. Tastiere che sprigionano note maestose, per “Four Hundred Years”, che subito si vanno ad amalgamare alla perfezione con il resto degli strumenti, per un brano molto meno furioso di “There Was a Man”, ma con la stessa grinta e cavalcata in doppia cassa. Brano anche questo molto vario e pieno di varietà compositiva, pur mantenendo immediatamente lo stile della band, che devo dire mi sta conquistando man mano che “Over the Past” prosegue. “Transition”, è una sorta di intermezzo strumentale dove il pianoforte la fa da padrone, accompagnato dagli altri strumenti per dargli man forte, di circa tre minuti. Una composizione molto evocativa che torna a parlarci di ville abbandonate e cimiteri perduti nel tempo, dove ora solo i corvi tengono compagnia alle anime che non trovano pace, dove l’unico calore è il fuoco fatuo e gelido dei loro simili… Ultima prova per “Evening Star”, dove le atmosfere di inizio album tornano prepotenti, si arricchiscono e si caricano della violenza delle canzoni successive, che qui raggiungono forse la perfezione, dove tutti gli ingredienti sono mescolati sapientemente, per creare un piatto in cui i sapori sono distinti e perfettamente distinguibili. Grandioso!
Per finire, posso dire che si tratta di un album che sceglie di mescolare gli elementi che sono più congeniali alla band, per tirare fuori qualcosa che, di primo acchitto, può far storcere il naso, ma che poi riesce a farsi amare, nota dopo nota. Non mancano i momenti più calmi e quelli più rabbiosi, evocativi, strumentali, il tutto sorretto da una magnifica abilità nella composizione ed una produzione perfetta. Assolutamente consigliato a chiunque!

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Opinione inserita da Anthony Weird    22 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2018
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Tornano i MaYaN, il super-gruppo gemello degli Epica che risorge quando questi ultimi, sempre più instancabili, finiscono il lavoro prefissato. Mark Jansen e friends -praticamente l’80% della formazione olandese- sfornano un altro lavoro di Symphonic Death Metal basato sulla cultura Maya tanto cara al leader, ed ecco quindi dopo il fantastico “Quarterpast” ed il leggermente più calante “Antagonize”, viene rilasciato il terzo lavoro in studio “Dhyana”, che si apre con le orchestrazioni in pieno stile Epica di “The Rhythm of Freedom” ed il suo blast beat da martello pneumatico: una manciata di scambi sulle ritmiche e si parte già sparati a mille. La voce alterna growl in secondo piano in un crescendo si armonie ed orchestrazioni, dove le lead vocals si accompagnano a cori femminili, quasi a voler sottolineare il rapporto identico eppur contrario con gli Epica: uno Yin e Yang musicale, che però vive della stessa linfa artistica. Linfa che pulsa potente e viva ed esplode sull’intro di “Tornado of Thoughts (I Don't Think Therefore I Am)”. Groove sinfonico che anticipa la ormai consolidata corsa in doppia cassa, mentre le tastiere disegnano fiumi fatti di arcobaleni oscuri. Bella sorpresa sono le voci femminili di Marcela Bovio e della nostrana Laura Macrì, che questa volta si ritagliano il proprio spazio e donano un ricamo unico, decorazioni che vanno ad arricchire una composizione già così articolata, rendendola quasi barocca. “Saints Don't Die” rallenta i toni e calma gli animi. Pianoforte e voce lirica per una canzone che aspetta il suo momento per esplodere. Devo dire che non ho apprezzato particolarmente le clean vocals, che a mio avviso smorzano non poco l’effetto totale donando quell’aura Power Metal che poco ha a che fare con la linea intrapresa ed il risultato ne risente inevitabilmente, ma la pinza all’intro sul finale cancella tutti questi pensieri negativi e mi lascio cullare da questo splendore in musica.
Arriva quindi la title-track “Dhyana”, chitarra acustica e voci femminili intrecciate in italiano e spagnolo, che spaziano dalle clean vocals di Marcela Bovio, al più raffinato lirico di Laura Macrì, in una danza totalmente estranea al metal, ma che qui trova, incredibilmente, la sua dimensione ideale. Ed il tutto è così sublime. Traccia numero cinque intitolata “Rebirth from Despair” e tornano le orchestrazioni maestose, miste ad un martellante Death Metal, potente e tecnico. Quello che colpisce sono i vocalizzi in secondo piano, come urla di fantasmi disperati, presenze in cerca di pace tra le rovine di una cattedrale gotica, il tutto arricchito, affiancato ed innalzato da cori e voci liriche, che vanno oltre il concetto di “Symphonic Metal” e ci regalano veri e propri crossover tra generi così apparentemente distanti tra loro, eppure così affini, che riescono a creare magia, meraviglia e splendore, quando uniti da mani sapienti e pregne di arte e bellezza, incanalate in musica.
Violoncelli in solitaria per “The Power Process”, che subito vengono affiancati da voci basse ed inquietanti. Con l’attacco di un basso potente e prepotente, tornano a farla da padrone le voci femminili delle due regine di casa MaYaN e, ammetto, mi rattrista non sentire neanche una sola nota della voce di Simone Simons, che ha dato il suo contributo ai passati lavori della band, ma tant’è, la Dea olandese regna in casa Epica, del tutto incontrastata. L’assolo (il primo che sento in questo album), molto deve a Kerry King, stessa rabbia, stessa squillante e aggressiva cacofonia, prima del finale molto alto, che ci accompagna fino a “The Illusory Self”, dove la carica iniziale, viene smorzata totalmente da inserti acustici, dove trova spazio la voce pulita di Henning Basse, totalmente oscurato dal lirico di Laura Macrì. Poi di colpo tutto esplode e tutto torna a tingersi di rosso e nero. La melodia invade il death metal dei nostri, che però non cala di mezzo tono, tutto è ad altissimi livelli di violenza ed aggressività, per non parlare della tecnica o della fantasia compositiva, che trasudano genialità. Forse il brano migliore, una vera perla, quando sento Laura cantare in italiano, tutto diventa veramente spettacolare. Carrellata sul finale in crescendo e si riprende fiato con il pianoforte iniziale di “Satori”. Intermezzo (?) lirico pregno di sinfonia, totalmente in italiano, che dona ulteriore carica e serve da apripista per caricare l’Hype (ancora di più!), per “Maya (The Veil of Delusion)”. Blast Beat molto secco, ed una impeto rabbioso che non si evolve in velocità, ma resta su binari più contenuti, almeno sulla prima parte, poi si lascia andare a riffing groove da headbanging, per un piatto che è capace di accontentare anche i più esigenti. Si torna leggeri solo per pochi secondi, prima che “The Flaming Rage of God”, scateni totalmente la sua furia. Melodic Death Metal che non conosce barriere o gabbie, furia mirata e tagliente come un bisturi, che colpisce nei punti esatti, dove fa più male, riuscendo a torturare nel migliore dei modi la nostra anima. Uno dei brani più complessi, e creativi, insieme a “The Illusory Self”, forse il vero punto di forza di tutto l’album, che comunque non conosce mai un calo di tono, mai una imprecisione o qualcosa che faccia storcere il naso, anzi, è una raffica di diretti e montanti da far invidia a Mike Tyson, tutti sparati a mille giusto in faccia! Ultimo step per “Set Me Free”, un brano molto melodico, che si sostiene su una batteria perfetta e trova forza negli intrecci vocali. Unica pecca, ancora una volta, sono le clean vocals, totalmente inutili e anche abbastanza bruttine… mi dispiace dirlo, ma che tuttavia non vanno a minare l’efficacia e la bellezza di questo pezzo, che anzi, è assolutamente degno dei suoi predecessori, soprattutto con un assolo del genere e, che sicuramente contribuisce ad arricchire tutto questo “Dhyana”.
Purtroppo gli undici pezzi finiscono qui, il secondo disco, contiene le versioni strumentali delle canzoni del primo. Si tratta di un grandissimo ritorno quello dei MaYaN, “Dhyana” è un album che sicuramente renderà giustizia a questa band, non relegandola ancora come “sorella” degli Epica, ma donandole la dignità propria, riconoscendole il grande valore che merita. Unica nota scolorita, sono le clean vocals di Henning Basse, che non me ne voglia, ma non sono riuscito veramente a digerire, ma, a parte questo piccolo neo, “Dhyana” è sicuramente superiore ad “Antagonize” e col tempo, vedremo se riuscirà a superare anche il mitico “Quarterpast”, perché qui, davvero si rasenta il capolavoro.
Da avere, da amare, ascoltare e riascoltare.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    16 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 2018
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Niente demo né EP per i francesi Geisterfels, che con “La Névrose de la Pierre”, debuttano direttamente con un full length. Black Metal che molto deve all’old school e agli anni ’90, ma che risulta essere figlio del suo tempo già dalle prime note. Chitarra acida in primissimo piano, tanto da sovrastare voce e batteria, niente vortici infernali o melodie troppo ossessive, ma si dà particolare attenzione alla sezione ritmica, tanto da sconfinare spesso e volentieri in territori già dominati dal thrash metal. Strana, stranissima, per non dire errata, è la definizione che la band stessa dà al proprio lavoro, definendolo un Atmospheric Black Metal, ma sinceramente io di atmosferico non ho sentito quasi nulla: niente Atmospheric, niente Black-Gaze e neanche il più classico symphonic, se escludiamo qualche arpeggio dissonato e qualche altro tocco di originalità compositiva, come in “Im Nebel”. Considerevole è invece il lavoro delle asce, sempre sparate a duemila e con un basso onnipresente e molto “in your face”. “Il Neige sur l'Eltz” è invece un brano strumentale di quasi tre minuti che però poco ha di Black Metal e, a dirla tutta, ho trovato molto fastidioso: è come una corsa, non così veloce, a piedi nudi sui chiodi eretti, qualcosa che distoglie l’attenzione dai pezzi precedenti e ti concede sollievo solo durante il finale, con delle note di tastiera melodica. Davvero un brutto passo che a mio avviso, diminuisce la qualità dell’album. Importantissima, invece, è la traccia omonima della band “Geisterfels”, che apre con una vera raffica di furia Black Metal ed è la prima vera boccata d’aria marcia che respiro finalmente! Un vero marchio di fabbrica per i francesi, è “Der Tod und die Schwarze Gräfin”, dove si ha modo di apprezzare il riffing notevole ed oscuro che si inasprisce sul finale; vero Black Metal che riesce a mantenere i canoni del genere, ma allo stesso tempo riesce ad essere personale, caratteristico e per questo, riconoscibile.
Si tratta di un disco che nasconde sicuramente ricercatezza e qualità, ma che tuttavia non riesce a brillare. I brani si muovono lungo i confini del Black Metal e raramente prendono una direzione ben precisa, ma spaziano tra vari generi, tutti più o meno “blackizzati”, finendo per diventare una sorta di grande minestrone dove troviamo di tutto un po’, ma nulla che riesca a mantenere il proprio sapore autentico. Non per questo si tratta di un brutto disco, anzi forse ci troviamo di fronte a qualcosa che ha trovato la sua dimensione, la sua vera personalità e che, come tutti i caratteri difficili, deve solo essere compreso e “saputo prendere”. Consigliato a chi cerca un album Black Metal originale ma old school, puro ma con personalità, grezzo ma registrato bene, ovviamente con tutto ciò che la scelta comporta, nel bene e nel male.

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Opinione inserita da Anthony Weird    22 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2018
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Quando si dice che una band è instancabile spesso ci si riferisce al fatto che fa tour molto lunghi oppure che comunque suoni spesso dal vivo, ma suonare brani che sono diventati cult per i fan è una cosa all’ordine del giorno per dei musicisti professionisti, è una cosa che comunque fanno normalmente tutti i giorni, vuoi come esercizio vuoi per pura passione.
Il discorso, invece, cambia quando una band che ha da poco rilasciato un album di inediti, con ben sei bonus track, rilascia dopo qualche mese un altro EP che va a completare il cerchio, con altri sei “grandi eslusi” dall’album principale che non meritavano il dimenticatoio. Dopo questo un fan si aspetterebbe almeno due o tre anni di silenzio, magari un tour nelle maggiori città dei vari Paesi, ma niente di realmente inedito. Ed invece, ecco che ad appena tre mesi dall’ EP “The Solace System” viene annunciata dagli Epica una speciale pubblicazione di un ulteriore EP, in esclusiva per il mercato giapponese, ovvero “Epica vs. Attack on Titan Songs”, supportato da una manciata di concerti solamente in Giappone. Tuttavia il grande successo del mini-album e la delusione dei fan, mai sazi di novità, hanno convinto gli Epica, ma soprattutto la Nuclear Blast, a distribuire qualche mese dopo la data d’uscita in Giappone l’EP in tutto il mondo.
Per chi non lo sapesse, Attack on Titan è un anime (un cartone animato, per noi della vecchia scuola) e prima ancora un manga giapponese di cui gli Epica hanno rivisitato le musiche, tradotto e riscritto i testi delle varie sigle e colonne sonore, creando brani totalmente nuovi rivisitati in pieno stile Epica. I pezzi partono con la maestosa, immensa e stupenda “Crimson Bow and Arrow”, una corsa incessante, un crescendo di cori, voci eteree, che mi lasciano estasiato: un capolavoro che lascia senza parole sia i fan del metal che i fan dell’anime. Già dalle primissime note si nota la maestria e la capacità tecnica e compositiva degli olandesi, che squarciano il silenzio con cori bassi, che in attimo si innalzano al cielo ed aprono la strada alla meravigliosa voce della dea fiammeggiante Simone Simons, sempre scortata dalle voci in sottofondo che tacciono solo durante il growl di Mark Jansen. Uno scambio di fasi, quello dei due singer, che però sa quando tacere e quando aumentare di intensità. Il tutto poi sfocia in un sublime scambio di assoli chitarra-synth e tutto crolla, il mondo implode in un buco nero di solennità, per poi rinascere nell’immensità sonora di un cosmo troppo piccolo per accogliere l’attacco di questi giganti del Symphonic Metal mondiale. Sublime. Il secondo posto è occupato da “Wings of Freedom” ed immediatamente sembra di ascoltare una marcia militare o un inno, qualcosa di molto simile ad un canto popolare, che però muta con l’ingresso in scena delle terzine sulla sei corde distorta. Anche qui è massiccio l’utilizzo di cori, con le lead vocals che non sono quasi mai lasciate in solitaria, ma sempre accompagnati da accordi vocali mantenuti per la durata delle varie battute, oppure scambi con il growl che spesso accelera ricordando brani come “Consign to Oblivion” degli stessi Epica. Anche qui il momento dell’assolo è magico. Chitarra e synth si scambiano note su note, correndo e volando su un tappeto di luce come un treno delle montagne russe, tra acrobazie sulle tastiere e salti direttamente nel sole. Questa band crea mondi inesistenti col suo grande impatto evocativo e la mente viaggia, cullata dalle note sublimi di un metal che da rude, sporco e cattivo, diventa sempre più raffinato, tagliente, sublime e divino. “If Inside These Walls Was a House”, è la terza canzone dell’ EP e ci troviamo di fronte ad una dolce ballad. Simone Simons canta con una produzione cristallina che fa addirittura assaporare le lettere stesse che escono limpide dalle sue labbra, sorrette da un tappeto di tastiere che “brillano” fino a quando tutta la band entra in scena e il brano esplode in un'immensità disarmante. Per uno che, come me, ascolta quasi unicamente Black metal e Technical Death metal, è una sorpresa ogni volta che gli Epica toccano i miei timpani, ogni volta che li cullano, ogni volta che li accarezzano, perché sì, il metal può anche accarezzare i timpani, non è detto che debba per forza sempre distruggerli. Nessun’altra band del genere riesce a toccare questi livelli di splendore, gli Epica sono un altro mondo, anzi che dico, un altro sistema solare, un'altra galassia, un’altra dimensione, in una realtà che si fonde con l’illusione e i multi-versi si fondono e si confondono, in un’altra percezione di noi stessi, che appartiene al divino. Nonostante l'EP continui (con gli stessi quattro pezzi in versione strumentale), io mi fermo nel raccontarvelo a questo quarto brano, intitolato “Dedicate Your Heart!”: una scarica di adrenalina improvvisa e si entra nel vivo. Anche qui è l’intreccio di voci a colpire immediatamente, la freschezza della vocalità così espressiva e bellissima di Simone, si trasforma da un cantato pulito e limpido, ad uno più tecnico e lirico. Forse il brano più veloce di tutta la pubblicazione. Notevole il lavoro dietro di le pelli, ma quello che come sempre mi lascia sbalordito è la creatività compositiva del combo olandese, sei persone, sei grandi artisti, e mai nessuno viene messo in secondo piano, ma anzi ognuno di loro ha il proprio momento magico e lo sfrutta sempre nel migliore dei modi, dimostrando di padroneggiare l’arte della musica in tutte le sue forme, dalla classica al metal (anche estremo, ascoltate da "The Phantom Agony" fino a "The Holographic Principle" e capirete). Come già anticipato, mi fermo qui e mi godo i restanti quattro brani con gli occhi chiusi e la mente nello spazio, perché altro non sono che i quattro brani già recensiti, nelle loro versioni strumentali.
Insomma gli Epica sono davvero instancabili e non solo, riescono a trasformare in oro qualsiasi cosa tocchino (da notare la cover dei Powerwolf contenuta nella Limited Edition del nuovo album dei Lupi di Attila, "The Sacrament of Sin"). Una band che non solo sforna release su release, ma che non sbaglia un colpo, non cala mai di tono e prosegue una carriera sbalorditiva che dura ormai da quindici anni, sempre al top! Acquisto obbligato per fan della band, i fan del metal, per i fan dell’anime, per i fan della musica e per chi ama l’arte e le cose belle.

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Opinione inserita da Anthony Weird    01 Luglio, 2018
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La Francia è sempre stata all’avanguardia per quanto riguarda il metal estremo, ed in particolare il Black Metal, ha sempre trovato terreno sconsacrato fertile dai nostri cugini d’oltralpe, basti citare le indimenticate (ed indimenticabili) “Les Legiones Noirs”, oppure band come i Peste Noir. Oggi arriva alla lunga distanza questa band francese chiamata “Novae Militiae” che, dopo un Ep nel 2011, ci propongono oggi il primo Full, intitolato “Gash'khalah”, che trasuda esoterismo e malignità già dalla copertina. Otto brani di antireligiosità espressa in vocals infernali, che si muovono vorticose attraverso riffing pesanti e batterie secche ed il tutto risulta così pieno e pomposo, da non lasciare un attimo di respiro, ma divenire addirittura afoso. Il massimo poi, arriva come un tritacarne, quando il cambio di tempo rende le chitarre delle lame da attraversare e la batteria si trasforma in un martello pneumatico. L’album è caratterizzato da una miscela del tipico stile francese di black metal, duro, claustrofobico, con rari momenti di pace che vanno a donare del misticismo e del mistero al lavoro dei Novae Militiae. In particolare, trovo degna di nota la seconda parte di “Daemon Est Deus Inversus”, dove è possibile apprezzare il grandioso drumming e quella nota clean di chitarra, messa sempre al punto giusto per solleticare i timpani, favoloso. Salta subito all’orecchio, il caos controllato di “Koakh Harsani” ed il suo blast beat chirurgico.
Di contro però, devo dire che le vocals sono quasi sempre troppo simili da un brano all’altro e spesso passano in secondo piano, confondendosi con il resto e l’effetto “bloom”, che permea quasi tutto il disco, creando delle composizioni pompose al limite del Synphonic, anche senza l’uso di tastiere o synth ed alla lunga, la confusione e la quasi impossibilità di godersi una chitarra o un groove ben definito, un po’ annoia.
“Fall Of The Idols” e “Seven Cups Of Divine Outrage”, chiudono questo album nel migliore dei modi. Nel primo, accanto a note più evanescenti ed atmosferiche, trovano spazio anche riffs vorticosi e piatti sferraglianti a creare inquietudine, per un brano che si presenta veramente spaventoso e che riesce a creare l’aura di misticismo maligno, molto più di quanto fatto nei pezzi precedenti e “Seven Cups Of Divine Outrage”, nei suoi nove minuti e dieci, non accetta compromessi, si racchiudono qui tutti i minuti di running precedenti e non c’è spazio per nessun respiro : “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate” !
P.S. : Il disco in questione è stato ri-stampato in vinile nel 2018 dalla Argento Records
Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    01 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
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La Francia è sempre stata all’avanguardia per quanto riguarda il metal estremo, ed in particolare il Black Metal, ha sempre trovato terreno sconsacrato fertile dai nostri cugini d’oltralpe, basti citare le indimenticate (ed indimenticabili) “Les Legiones Noirs”, oppure una band come i Peste Noir. Nel 2017 arriva questa band francese chiamata “Novae Militiae” che, dopo un Ep nel 2011, ci propone il primo full-lenght, intitolato “Gash'khalah”, che trasuda esoterismo e malignità già dalla copertina. Otto brani di antireligiosità espressa in vocals infernali, che si muovono vorticose attraverso riffing pesanti e batterie secche ed il tutto risulta così pieno e pomposo, da non lasciare un attimo di respiro, ma divenire addirittura afoso. Il massimo poi, arriva come un tritacarne, quando il cambio di tempo rende le chitarre delle lame da attraversare e la batteria si trasforma in un martello pneumatico. L’album è caratterizzato da una miscela del tipico stile francese di black metal, duro, claustrofobico, con rari momenti di pace che vanno a donare del misticismo e del mistero al lavoro dei Novae Militiae. In particolare, trovo degna di nota la seconda parte di “Daemon Est Deus Inversus”, dove è possibile apprezzare il grandioso drumming e quella nota clean di chitarra, messa sempre al punto giusto per solleticare i timpani: favoloso. Salta subito all’orecchio, il caos controllato di “Koakh Harsani” ed il suo blast beat chirurgico.
Di contro però, devo dire che le vocals sono quasi sempre troppo simili da un brano all’altro e spesso passano in secondo piano, confondendosi con il resto e l’effetto “bloom”, che permea quasi tutto il disco, creando delle composizioni pompose al limite del Symphonic, anche senza l’uso di tastiere o synth ed alla lunga, la confusione e la quasi impossibilità di godersi una chitarra o un groove ben definito, un po’ annoia.
“Fall Of The Idols” e “Seven Cups Of Divine Outrage”, chiudono questo album nel migliore dei modi. Nel primo, accanto a note più evanescenti ed atmosferiche, trovano spazio anche riffs vorticosi e piatti sferraglianti a creare inquietudine, per un brano che si presenta veramente spaventoso e che riesce a creare l’aura di misticismo maligno, molto più di quanto fatto nei pezzi precedenti e “Seven Cups Of Divine Outrage”, nei suoi nove minuti e dieci, non accetta compromessi, si racchiudono qui tutti i minuti di running precedenti e non c’è spazio per nessun respiro: “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate”!

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    04 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Giugno, 2018
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Un bosco in copertina per l'EP “Apocryphe” del duo francese Loth. Secondo lavoro in studio che racchiude solo quattro brani, così come l’EP precedente che portava il nome della band.
“Douce Dame Jolie” apre le danze con una calma e decadente melodia in acustico, che sorregge un canto femminile leggiadro e dolce. Una fanciulla in abito bianco che danza su una collina in un timido mattino d’inverno, ignorando il freddo che penetra nelle ossa e bagnandosi con l’acqua gelida di un ruscello. Una visione meravigliosa e sublime. Il cantato in francese poi, a mio avviso, non fa altro che aumentare il misticismo di tale componimento. Il pezzo prosegue disegnando melodie che sanno di favola e canti popolari, legati a tradizioni celtiche e leggende d’oltralpe ed è impossibile non pensare a quanto vasto, profondo e vario possa essere l’ambiente del black metal, dove l’oscurità viene a galla anche senza l’uso di chitarre distorte e scream infernali. E’ con “Mourir à Metz”, che abbiamo il primo vero assaggio di metal, infatti accantonata la ballad acustica iniziale, è un blast beat fitto come un groviglio di rovi ad accogliermi con una furia animalesca, amplificata da un muro di chitarre granitiche e dissonate. La voce, soffocata e strozzata dietro a questa muraglia sonora, appare disperata e feroce, un urlo ferale in lontananza, che ci fa guardare intorno perché ci sentiamo braccati. Un rallentamento al momento giusto lascia un briciolo di respiro, ma siamo lungi dall’esser al sicuro. E’ circa alla metà del pezzo che tuoni e lampi, accompagnano una chitarra acustica che arpeggiando ci lascia sprofondare in una fossa oscura fatta di depressione e tristezza, dove la fame ed il freddo, creano un mostro fatto di rancore e solitudine, che esplode poco dopo in un tripudio di raid, crash e doppia cassa, che rappresentano la potenza di quella voce disperata che lancia il suo grido nel buio. Arrivo così al terzo atto “Malmoth”, dove la musica è chirurgica e potente, non c’è traccia della furia cieca del brano precedente, ma, anzi, qui la rabbia è ben dosata e forse anche per questo più maligna. Sa dove colpire e quando, il riffing è un fiume che scorre veloce ma controllato, non ci sono rapide, né cascate, solo a brano inoltrato troviamo elementi tipici del depressive black metal, che vanno a richiamare la disperazione del pezzo precedente. La fantasia compositiva, poi, non si fa attendere e troviamo riffing più ampi e circolari, anche se non meno oscuri, che vanno ad unirsi a momenti più fitti e veloci, in una dinamica che non annoia mai e che, anche in un lavoro di notevole durata (stiamo parlando di brani che raggiungono anche il quarto d’ora di durata), riescono a donare freschezza e ad incuriosire l’ascoltatore, che quindi non si sentirà mai tediato, ma anzi ne gusterà la genialità e la bravura dei francesi. Ed è la title track “Apocryphe” a darmi l’addio, con il suo chitarrone granitico e potentissimo, accompagnato da un basso che fa tremare i muri. Vocals all’apice della disperazione, disperse chissà dove in una landa desolata immensa e vuota, dove il riff implacabile la fa da padrone, riecheggiando tra la sua stessa eco nel tempo e nello spazio, che qui, in questo posto dimenticato dal Sole, sembrano rispettivamente immobile e sconfinato. Che dire, un brano assolutamente da ascoltare, che trovo, insieme alla opener “Douce Dame Jolie”, il punto più alto della genialità compositiva dei LOTH, che si rivela totalmente poi sul finale, con un arrangiamento che non mi sarei mai aspettato e che mette i brividi.
In ultima analisi, “Apocryphe”, è un bellissimo album, molto vario ed interessante; unica pecca è la mancanza di un pizzico di oscurità in più, che renda i brani veramente oscuri, non solo furiosi e depressi, ma è una pecca che voglio nominare solo per voler fare un po’ il pignolo, perché si tratta di un lavoro veramente da ascoltare, soprattutto se amate il DSBM o il Black metal Atmosferico.

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Opinione inserita da Anthony Weird    29 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2018
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Ne hanno fatta di strada da quando, nel 2003, uscì dal nulla il loro primo Full-length, “Forgotten Legends”, e fu come un fulmine a ciel sereno. Oggi, a circa quindici anni di distanza, tornano con un nuovo lavoro in studio gli ucraini Drudkh ed il loro black metal naturalistico e folkloristico!
“They Often See Dreams About The Spring”, in originale “Їм часто сниться капіж”, è un Full-length composto da cinque tracce, che si aprono con “Nakryta Neba Burym Dakhom” ed una chitarra in lontananza, prima di una esplosione piacevolissima e controllata. Subito salta agli occhi la grande maestria e il gusto per la melodia degli ucraini, la voce, in uno scream disperato e potente che resta però in secondo piano, ben dietro al muro sonoro creato dalle chitarre ed una batteria precisissima e pulita, con i suoi battiti sul crash, che sono una manna dal cielo! Il pezzo pare placarsi a metà della sua lunghezza e ci lascia respirare per una ventina di secondi, facendoci cullare dalla maestria dietro le pelli e da una chitarra che scorre come un fiume calmo, lento ma inesorabile. La progressione crescente tuttavia, si interrompe di colpo per tornare a martellare per pochi secondi ancora, prima di lasciare il posto alla seconda traccia “U Dakhiv Irzhavim Kolossyu” ed i suoi accordi trascinati. Un arpeggio oscuro e dissonante fa la sua comparsa, per risvegliare il ruggito del basso che apre la strada alle vocals, anche qui in secondo piano, relegate a compagnia disperata dietro ad un muro sonoro impossibile da superare in questo viaggio nell’oscurità. Un brano molto più disperato e potente del precedente, che non si spingeva a grandi velocità; cosa che invece qui troviamo ed il senso di disperazione ed oppressione è tangibile, soprattutto per quanto riguarda la voce. Un urlo straziante, sorretto da queste chitarre così inesorabili che si muovono e si trasformano, ma senza donare mai un istante di tregua e pace. Apertura più melodica ed intensa invece, per “Vechirniy Smerk Okutuye Kimnaty”, un pezzo più ragionato che, nonostante non accenni a nessun calo di velocità o potenza, risulta più sentito e profondo. Lo dimostra l’ampia sezione strumentale lasciata al centro del brano, con un riffing melodico che ritorna combattendo contro il chaos generato da una doppia cassa controllatissima ed una distorsione che non lascia via di scampo. Un “chaos calmo”, che non può che deliziare le nostre povere anime nere, cullandoci in un vortice malato pregno di rabbia e malinconia. Parte con un Black metal molto legato alla tradizione norvegese il quarto brano “Za Zoreyu Scho Striloyu Syaye”, con un riffing cupissimo e melodico che vorticoso come un tornado strappa e avvolge tutto ciò che ha intorno. La doppia cassa a tappeto è il manto che ci tocca percorrere in questo labirinto nero, che a volte, ma solo a volte, trasforma le sue pareti per permetterci di proseguire, tra incubi e demoni. Un viaggio introspettivo nell’inconscio più spaventoso e profondo di ognuno di noi, dove le oscure presenze che ci circondano sono la materializzazione stessa dei sentimenti e delle emozioni che questa band è capace di tirare fuori. Tornare indietro è impossibile, possiamo solo proseguire. E proseguendo, ecco che mi si para davanti l’ultimo atto, l’ultimo girone di questa discesa negli inferi. Tutto è caotico, tutto ruota intorno a me e l’oscurità è falciata da istanti di luce pallida, che non fa altro che illuminare gli incubi e l’orrore che questa band ha rievocato nella mia mente. I riffing circolari mi ricordano che non c’è via d’uscita, le vocals sono demoniache e perseguitano chi ha l’ardire di risvegliare i propri incubi dimenticati. La velocità è notevole, i BPM si alzano non di poco rispetto ai brani precedenti, regalandoci un lavoro superbo ed impossibile da non apprezzare.
Un Black metal che fa quello che si è proposto fin dall’inizio: deliziarci e terrorizzarci, con note evocative che creano dimensioni infernali davanti ai nostri occhi. Non aggiungo altro, mi lascio trasportare come un soldato caduto da questo fiume in piena fatto di acqua nera, marcia e maligna, fino alla foce, che arriva come un fulmine luminoso, a squarciar il buio. Un Album che nessun fan del Black (in particolare), ma di tutta la scena metal, non dovrebbe farsi sfuggire, ad un passo dal capolavoro!

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Opinione inserita da Anthony Weird    14 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Come si fa a recensire una raccolta?! E’ questo che mi chiedo mentre ascolto l’ultimo lavoro marchiato Nightwish, a tre anni di distanza dal tanto chiacchierato “Endless Forms Most Beautiful”, e quando già si inizia a sentire nell’aria l’odore di un nuovo album, ecco che invece abbiamo questo “Decades”, una raccolta che ripercorre l’intera carriera della band, da “quando c’era Lei”, Tarja, fino ad oggi, in ben ventidue tracce, spalmate su due dischi.
Si va dai grandi classici, come “Nemo”, “Ghost Love Score” e “I Wish I Had an Angel”, passando da veri e propri capolavori del genere della “seconda era” dei Nightwish, come ad esempio “The Poet and the Pendulum” e “Amaranth”, includendo anche i migliori (evidentemente) brani con la nuova statuaria front-woman Floor Jansen; tutti in edizione originale, senza alterazioni. Unica pecca, a mio avviso, è l’assenza di qualche brano live, o di qualche rarità, chicca o comunque qualcosa che potesse stuzzicare ulteriormente il palato ed invogliare all’acquisto, ma tant’è....
La release in questione è inoltre disponibile in diversi formati: si va dalla sempreverde edizione Digipack con due dischi, all’Earbook fino alla succulenta versione a tre dischi in box set.
Che altro aggiungere, se siete fan dei Nightwish è il momento migliore per rivivere tutte le tappe della band e non potete lasciarvi scappare questa raccolta.

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I tedeschi Milking the Goatmachine, continuano a sfornare un album dopo l’altro, instancabili. Hanno pubblicato quasi un full-length all’anno dal 2009, compreso un greatest hits, intitolato “Covered in Milk”. Oggi tornano sulle scene sicuri dietro le loro maschere da capra e con un bel carico di ironia e brutalità, con questo nuovo album “Milking in Blasphemy”, contenente ben sedici tracce di cui, in piena tradizione Grindcore, il brano più lungo raggiunge appena i tre minuti e ventisei.
Premettendo che io non amo la musica demenziale (Squallor a parte), se poi parti storpiando un pezzo degli Immortal con me caschi male proprio, perché se un capolavoro come “Sons of Northern Darkness”, mi diventa l'opener dell’album “Farm of Northern Darkness”, allora pretendo pure che mi dimostri la stessa solennità, magnificenza e leggenda dell’originale e non una sorta di scimmiottamento del riff. Tuttavia, tecnicamente non suona male, la produzione è perfetta per la proposta presentata e sia il lavoro dietro le pelli che tutto il comparto tecnico lavorano bene, in modo chiaro e potente. Si passa da momenti più puliti e cadenzati ad altri in pieno slamming, che però con appena due minuti ti lascia l’amaro in bocca. Tocca così a “Nemesis Bettina” (…) e davvero mi chiedo quale sia l’intento, se prendere per il culo la scena metal o semplicemente mancanza di originalità e quindi far sfociare tutto in una comicità becera e banale, perché se a qualcuno questo modo di fare può fare sorridere a me fa solo incazzare, perché se vuoi prendere per il culo il lavoro di altri artisti, devi dimostrare quantomeno di essere sullo stesso livello. “Straw Bale Apocalypse”, apre la strada al cantato in Pig Squeal e l’unica cosa piacevole del brano sono i momenti slamming non abbastanza potenti, né abbastanza brutali a mio avviso. La velocità dei brani è piuttosto bassa e non fa certo pensare a qualcosa di straordinario. “Milking in Blasphemy”, è la title-track al numero quattro della tracklist. Il riffing secco e mitragliante è la boccata di respiro che serviva a questo disco per cominciare ad ingranare finalmente. Qui si inizia a vedere la capacità compositiva dei tedeschi che sfornano un Death metal che riesce a colpire nel segno. Numero cinque per “Add the Horn of Winter”, con le sue terzine e la distorsione molto più potente, riesco a godermi persino un basso molto più presente e coinvolgente. Ritmo in up e sound da vera scuola grindcore per un brano che di sicuro trova la sua dimensione in sede live, così come la successiva “Freezing Hoof” e qui davvero taccio, anche perché sarebbe inutile ripetere il concetto. Pig Squeal e slamming e si sprofonda fino alle ginocchia nelle viscere maciullate, cercando di tenere il controllo, ma l’arrivo di un blast beat fittissimo ci rende impossibile respirare. Belli e inaspettati i mid tempo che danno lo stacco tra uno slamming e l’altro. “Goats in a Throne Room” è la giusta continuazione del brano precedente e riprende esattamente da dove “Freezing Hoof” si era conclusa. Sono assolutamente contento di trovare un lungo assolo che va a spezzare le terzine bassissime e questo credo sia il punto di forza dell’intero pezzo. Gli angeli ingrassano a vista d’occhio in “Where Fat Angels Cry” e il suo riff basso e violento. Un brano più dinamico, che si muove su binari tormentati e ritmici, molto coinvolgente. Purtroppo il livello tecnico e compositivo dei pezzi è abbastanza elementare e sono poche le occasioni di rivalsa, come sul finale di “Where Fat Angels Cry”, in cui la voglia di metal estremo della band viene fuori e, finalmente, diventa estremo sul serio regalando una sfuriata al cardiopalma, da cuore in gola. “Milk Churn Funeral”, è un brano dal ritmo rockeggiante, che avanza in “up”, contrastando il grunt urlato della voce. Un bel brano che finalmente racchiude in se il vero Death Metal, con l’idea grindcore di “macina”. Neanche “Transilvanian Hunger” viene rispettata da questi burloni, che sfornano “GoatEborgian Hunger”, che almeno si dimostra essere un brano superiore alla media di quanto ascoltato fino ad ora. Il riffing da tritacarne si protrae all’infinito, interrotto solo da una corsa in solitaria della chitarra solista, per poi tornare di colpo a martellare a velocità moderate. “Sliden Christi”, al numero undici, è una sorta di intermezzo, pochi secondi fatti di urla e martellate, per poi arrivare a scimmiottare i Deicide con “Wolves upon the Cross”, che inizia replicandone la formula nel canto del titolo. Il brano di per se è tuttavia molto bello, davvero simile all’originale e carico di potenza e cattiveria, quasi quanto gli stessi Deicide e devo dire che quantomeno i Milking the Goatmachine sono in grado di comporre brani all’altezza quando lo vogliono. “Goat Mans Child”, ci riporta il Pig Squeal su un pezzo che richiama la band di Galder, storico chitarrista dei Dimmu Borgir. Ci avviciniamo al finale con “Endzitze”, uno dei brani più seri e meglio composti di tutto l’album, che riesce in appena tre minuti a regalarci una solida base Death Metal per un tritacarne grindcore, che alterna momenti Slamming e Pig squeal ad altri più cadenzati e “ragionati”, riuscendo persino ad aggiungere un assolo in stile Heavy metal classico. “G.O.A.T.M.A.C.H.I.N.E”, appena sedici secondi di follia e raggiungo immediatamente “In the Shedside Eclipse” dove mi girano abbondantemente e non vedo l’ora di chiudere, perché questo modo di fare delle bands grind lo trovo veramente irritante e presuntuoso. Volendo parlare del brano, è notevole. Pieno grindcore senza nessuna contaminazione, che forse aumenta leggermente il livello del disco e devo dire che ce n’era bisogno.
Mi chiedo perché fare questo tipo di lavoro, andando a prendere per il culo, artisti con i quali noi (e anche loro stessi) siamo nati, invece di offrire loro il nostro supporto e rispetto. Che dire, al di là del discorso della parodia, il disco in se non è malaccio, non è un capolavoro e appare un po’ svogliato soprattutto nella prima parte, ma tutto sommato si lascia ascoltare, regalando qualche chicca piacevole. Carino e anche interessante volendo, ma che non basta a renderlo degno di nota. Ascoltate se siete fan del genere, altrimenti si vive (e si ride) benissimo anche senza questi buontemponi caprini.

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