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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Settembre, 2018
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Seconda fatica per i thrashers Hidden Intent. Attivo dal 2012 e con alle spalle un paio di demo ed un full-length, il trio australiano cerca fin da subito una fetta della scena metal europea ed americana proponendo un thrash metal che ricalca lo stile di band pioniere quali Exodus, Slayer, Sodom, Megadeth, Sepultura...Ebbene, questa seconda fatica, "Fear, Prey, Demise", è riuscita nell'intento? A mio avviso si, anche se l'album non lascia certo a bocca aperta per la formula proposta. Ci troviamo di fronte ad un thrash piuttosto canonico che non brilla di iniziativa ma che, tuttavia, riesce a dare all'ascoltatore quella botta adrenalinica che serve.
Prendiamo subito due delle tracce che, a mio avviso, riescono a darvi un'idea dello stile proposto: "Prey For Your Death" ed "Apocalypse Now". Se nel primo brano la fanno da padrona le accelerate in stile Exodus combinate a dei riff di chiara derivazione Testament, ecco che nella seconda la faccenda si incattivisce ulteriormente con delle schitarrate taglienti e super blastate, segno che è stato ripreso molto dal death e da band come Kreator, Slayer ed Overkill; soprattutto questi ultimi per la parte di basso decisamente influenzata dallo stile del mitico D.D. Verni. Molto bella è anche la parte finale di "Apocalypse Now" che, quasi inaspettatamente, ci regala 3 minuti più melodici, lenti e cadenzati nei quali il buon Phill si cimenta in assoli e licks piuttosto tecnici. Il pezzo dura 8:19 minuti, ma vi garantisco che scorre molto bene e riesce a raccogliere tutta l'esperienza degli Hidden Intent.
Tolte queste due tracce, il resto di "Fear, Prey, Demise" procede tra una traccia più incalzante e qualcun'altra più zoppicante. Insomma, se siete alla ricerca di un lavoro valido, capace di dare la carica ma senza troppe pretese sia a livello di approccio che di stile, allora gli australiani Hidden Intent fanno al caso vostro.
Unico consiglio per la band: spingete di più sull'acceleratore cercando di mettere ancora più carattere e vedrete che i futuri lavori si attesteranno su livelli superiori!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2018
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Avete presente il nulla cosmico, o quantomeno un'idea di esso? No? Benissimo, ora, dopo l'ascolto di questo "Curtain", EP della one-man-band russa Stielas Storhett, finalmente ne avrete una rappresentazione empirica. Ma andiamo con ordine.
Fino a qualche tempo fa non sapevo neanche dell'esistenza di questo gruppo, ma, per avere un quadro completo della situazione al fine di recensire l'EP in questione con cognizione di causa, ho spulciato nella discografia degli Stielas. Cosa ci ho trovato? Delle splendide sonorità che ricalcano un po' lo stile degli Alcest ma incattivito dalla freddezza di un depressive/atmospheric black metal glaciale e tagliente. Una gioia per le mie orecchie e sicuramente una garanzia per questa nuova fatica. Niente di più lontano dal vero ragazzi, perché mi ritrovo a dover recensire un EP che chiamarlo tale sarebbe un complimento: sei tracce comprendenti un'intro, che già solo dalle sonorità quasi pop (si esatto) viene voglia di cestinarlo, e un solo brano che si salva dato che i restanti quattro constano di una cover, che sì è molto bella, ma che personalmente tendo ad escludere come parametro di giudizio, e di tre tracce ambient di solo sintetizzatore che mi hanno letteralmente spappolato i cosiddetti. Per giunta la sesta traccia, "The Journey of A.", è un obbrobrioso mix di musica pop, dance e qualche scream qua e là. Vi giuro ragazzi, mi hanno sanguinato le orecchie.
Facendo una summa di tutto quanto, abbiamo una sola traccia che veramente spacca,"The Curtain": un'ottima commistione tra sonorità black e melodic death impreziosite da una sfumatura doom data dal ritmo lento e cadenzato e da uno scream molto pervasivo. Ah, inutile dire che questa traccia è un "feat", se no avrei dovuto semplicemente cancellare il file dell'EP e passare ad altro.
Consigli per la band? Sinceramente non so proprio cosa dire se non un semplice e grandissimo:" What The F**k?"

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
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A distanza di tre anni dalla loro ultima fatica, gli svedesi Sanctrum tornano alla carica con un EP a dir poco mostruoso: signori, vi presento "Walk With Vermin". Un tripudio di cattiveria che rasenta il melodic death più massiccio e duro, in stile At The Gates per intenderci degli anni '90, impreziosito da non poche influenze death e thrash. Il risultato? Una colata di riff rozzi e taglienti come lame direttamente in faccia.
Prendiamo subito la mia traccia preferita, l'opening "The Decent": il blast e la doppia cassa martellante del buon Oskar e l'acidità e cattiveria degli incroci delle asce di Viktor e Alex, fanno di questo pezzo un figlio diretto dell'esperienza di Göteborg degli anni novanta. Quasi impossibile non percepire le influenze del mastodontico "Slaughter Of The Soul" (1995) dei celeberrimi At The Gates, quell'approccio diretto senza fronzoli o particolari tecnicismi atti a "stuprare" gli strumenti, ma puro e semplice melodeath incattivito da un beat veloce, potente ed incalzante. Tutto l'Ep fa suo questo concetto e ci regala una ventina di minuti a dir poco sensazionali, senza che la qualità della grinta proposta cali, nei quali troviamo un ottimo bilanciamento tra pezzi più crudi e di evidente esperienza death (vedasi "Prevarication") e brani che azzardano quella punta più melodica data da parti cantate in clean ed assoli di stampo thrash, accompagnati dal buon vecchio "tu-pa-tu-pa".
Unico punto che, forse, potrebbe far storcere il naso? La voce di Irfan: personalmente ho trovato il suo timbro davvero azzeccatissimo ed estremamente particolare, ma capisco che uno scream molto strozzato, quasi tendente ad un urlo disperato, potrebbe non piacere. Lascio a voi l'ardua sentenza di giudicare quest'ultimo punto e vi consiglio caldamente di seguire questi ragazzi perché meritano davvero!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2018
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Sin dal primo Full-length Humanity (2009), gli scozzesi Bleed From Within conquistano in poco tempo la scena metalcore con una formula ben precisa: approccio diretto e strutture dei pezzi non scontate. Oggi, nel 2018, ci troviamo esattamente nella stessa situazione con lo splendido "Era": un signor lavoro che ricalca le orme di bands ben più imponenti del calibro di As I Lay Dying o Killswitch Engage, tanto per citarne un paio.

Si sa, il mondo del metalcore è ormai saturo e dovunque si giri lo sguardo ecco che spuntano band come funghi dopo un acquazzone. Occorre quindi un qualcosa che permetta di non mischiarsi con questa moltitudine ed "Era" è la prova di come si possa dare un tratto ben marcato ad un proprio lavoro. Fin dalle prime note della cattivissima "Clarity" il quintetto capeggiato dal buon Scott ci mostra tutta la sua grinta:un riff martellante ed estremamente cadenzato grazie all'ottimo intreccio tra le pelli di Ali Richardson e il basso di Davie Provan. A tratti si sfocia quasi nel melodic death, soprattutto nella bellissima intro estremamente liquida e cristallina. COmplimenti anche alla voce di Scott che, come al solito, si mostra all'altezza della situazone riuscendo a spaziare tra un growl ed uno scream molto potenti e disperati ed un cantato in clean preciso e squillante ( e qui soprattutto si sente l'enorme influenza del vocalist degli As I Lay Dying Tim Lambesis).
A seguire ecco che parte il pezzo sparato a mille e blastato, la serratissima "Crown Of Misery". Qui c'è un netto cambio di stile con l'opening, segno che la band riesce a spaziare tra un brano più melodico ed uno cattivo e rozzo nel quale sfociano quegli innesti tipici del thrash e del death.

In generale, tolta qualche traccia che non brilla certo per iniziativa e grinta, vedasi "Ruina", l'album procede bene riuscendo a proporre il tipico stile del metalcore con qualche parte un po' più ricercata ripresa qua e là tra i vari generi. Sicuramente "Era" non è l'album del secolo, quel lavoro che ti fa esclamare "Wow!", ma di certo riesce a mostrare una band più matura e conscia di quello che sta facendo. Complice di tutto ciò è anche il lavoro perfetto fatto in studio (d'altronde si parla sempre di Century Media Records). Complimenti ragazzi, 5 anni di attesa ben ripagati!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Luglio, 2018
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Finalmente metto di nuovo le mani su una band che mi colpì tantissimo per la ferocia del death metal proposto: gli Eye Of The Destroyer ed il loro nuovo EP "Violent By Design". Due sole tracce, scarsi sei minuti di durata, ma di una pesantezza e brutalità da rimanerci secchi!
Già il precedente lavoro (del quale potrete trovare il mio commento su questo portale) mi fece quasi esplodere la testa per la cattiveria e crudezza dei riff e la cavernosità del growl del buon Christopher. Ebbene, qui ritroviamo esattamente la stessa formula: un treno mastodontico che schiaccia e divora tutto ciò che gli si para davanti. Semplicità (relativamente, sia chiaro) dei brani, riff martellanti e cadenzati, ritmiche affatto sparate, chitarre distruttive... il tutto accompagnato da un magistrale lavoro di post produzione. Il risultato? Dei pugni brutali,violenti e senza fronzoli direttamente in faccia!
Unica pecca che quasi mi fa arrabbiare: voglio, anzi, pretendo un album completo! Sono passati tre anni dall'ultimo lavoro e non sto più nella pelle. Ragazzi, è tempo che questa bestia disumana mostri tutta la sua vera cattiveria. Mi raccomando!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Luglio, 2018
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La Punishment 18 Records fa centro ancora una volta e, questa volta, ci porta in Finlandia dagli Home Style Surgery, band thrash metal che ha da poco sfornato la sua seconda fatica intitolata "Trauma Gallery".
Il quintetto ci ha fatto attendere un po' dal primo lavoro (5 anni per l'esattezza) ma devo dire che ne è valsa la pena: ci troviamo di fronte ad un thrash assolutamente non canonico, quasi altalenante oserei dire...un continuo oscillare tra la cattiveria e crudezza dei Death Angel e la vena irriverente e melodica alla Anthrax. Il risultato? Un'ottima scorrevolezza da inizio a fine che riesce a non annoiare grazie all'assenza di tecnicismi estremi che lascia spazio a riff lineari, potenti, taglienti e, a tratti, melodici. Prendete tracce come "The Case Of The Red Rip" e potrete avere un assaggio di quest'ottima commistione.
Sicuramente i nostri amici finlandesi hanno portato una ventata di freschezza con il loro nuovo lavoro, soprattutto perché hanno fatto esattamente ciò che ripeto ogni volta: sperimentare. Sia chiaro, la vecchia scuola è sempre la vecchia scuola, ma richiede una certa bravura nel non essere banali e ripetitivi; qui invece si ha un ottimo incastro tra elementi nostalgici ma impreziositi da una struttura affatto scontata (basti pensare che c'è quasi totale assenza del buon vecchio "tu-pa-tu-pa" della batteria). A coronare il tutto c'è la parte vocale che, nonostante non brilli di iniziativa e tenda a scemare in cattiveria, riesce abbastanza bene a saltare tra un cantato in pulito squillante e melodico a growl e scream più acidi e sporchi, riuscendo ad adattarsi bene in base alla varietà di riff presenti.
Complimenti ragazzi, avete svolto un ottimo lavoro in studio e avete trovato una soluzione vincente tra approccio diretto ed esecuzione ben studiata!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
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I nostrani Ultimate Holocaust nascono nel 2010 e, fin dal loro album di debutto "Blackmail The Nation", la loro ricetta è sempre la stessa: cattiveria, crudezza e thrash metal old school. Oggi la band di Varese ci presenta la loro ultima e malata fatica intitolata "Assault On The Control Room", concept album che cerca di fondere insieme elementi della vecchia guardia con un approccio più moderno. Il risultato? Una bestia selvaggia che trasuda ignoranza da tutti i pori, e non potevo chiedere di meglio signori!
Dopo una partenza non del tutto grintosa dell'opening "Born Like A Man, Die Like A Number", ecco che il disco si apre e finalmente il quartetto dà sfogo a tutta la la sua aggressività e ci spara in faccia tracce del calibro di "Man Vs Machine", "Trapped In Quicksand" o la mia preferita "Sound Of Death" che, con il suo riff così macabro e dissonante, mi ha ricordato moltissimo il death metal ai suoi albori, con quei suoni oscuri quasi fossero suonati da strumenti scordati che gettano l'ascoltatore in un turbinio claustrofobico.
Molto apprezzato è il lavoro di post produzione che non è stato per nulla invasivo e, anzi, ha permesso a tutto il disco di rimanere più genuino possibile, soprattutto per quanto riguarda il sound che è indubbiamente ispirato al thrash degli anni '80 (sullo stile di "Bonded By Blood" degli Exodus, per intenderci). Complimenti anche alla voce stridula e acida del buon Davide che ben si incastra nel contesto, forse anche troppo: un cantato del genere, infatti, difficilmente lo si riesce ad inserire correttamente in una produzione, eppure qui il lavoro è stato fatto in maniera impeccabile oserei dire.
Ragazzi, tenete d'occhio i nostri amici Ultimate Holocaust perchè ci sanno davvero fare e, nonostante sia percepibile che siano ancora agli inizi, il potenziale c'è. Eccome se c'è! Se cercate un sound ed uno stile old school, ma con un approccio moderno, allora il quartetto in questione fa davvero al caso vostro. Continuate così!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2018
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Siamo nell'ormai lontano 1994, anno in cui la storica death/thrash band francese Agressor pubblica la sua pietra miliare, "Symposium Of Rebirth": un tripudio di riff pesanti e potenti, accompagnati da sonorità orchestrali dal sapore medievale. Ebbene signori, oggi, a distanza di 24 anni, i pionieri tornano con una nuova versione del loro capolavoro, intitolata "Rebirth", che consta di un formato comprendente 2 cd: uno con l'album canonico rimasterizzato, l'altro con delle tracce inedite o versioni mai ascoltate fin'ora di brani presenti nel primo. In una parola: spettacolo!
C'è davvero molto poco da dire ragazzi, l'esperienza trentennale dei mostri Agressor precede ogni singola parola che avrei da dire sul loro conto, basti pensare che furono tra i primi ad avere un contratto con una label internazionale e a condividere il palco con leggende del calibro di Sodom e Samael.
Che emozione poter risentire le mitiche "Barabbas" e"Rebirth"... quelle sonorità acide, potenti e corrosive che incitano al pogo selvaggio e, contemporaneamente, ci mostrano l'enorme talento di questi titani. E vogliamo parlare della voce dello storico Alex? un growl cavernoso e graffiante che ci riporta negli anni novanta con uno schiocco di dita. Ma badate bene, quello degli Agressor non è un death metal canonico o classico che dir si voglia! Si tratta di un'esperienza a tutto tondo nella quale confluiscono, come detto prima, parti classicheggianti e, soprattutto, sonorità medievali che fungono da cornice in questo tripudio di brutale cattiveria.
Sinceramente non so il motivo della scelta del quartetto di riportare sotto nuove spoglie una colonna portante come "Symposium Of Rebirth" a ben dodici anni di distanza dall'ultimo album, ma una cosa è certa: questi non sono umani, ma delle leggende immortalate a vita nella storia del death!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 29 Mag, 2018
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Attivi dal 1990, i brasiliani Torture Squad tornano in pista con il loro ultimo lavoro,"Far Beyond Existence". La formula di questo album è molto semplice, seppur efficace: thrash metal senza fronzoli. Ispirati da band come Kreator, Sodom, Sepultura (ovviamente aggiungerei), Exodus ed Overkill, il quartetto di San Paolo ci offre una sonorità molto zanzarosa, potente ed arrugginita. Già dalle prime note di "Don't Cross My Path" veniamo letteralmente investiti da un treno massiccio e cattivo che obbligatoriamente inneggia ad un altrettanto pogo selvaggio! Ottime le blastate del buon Amilcar dietro le pelli, le quali danno quelle accelerate quasi tendenti al black metal. Altrettanto buona, ma non perfetta, è la voce di May: si, una cantante donna che si cimenta nel growl e nello scream, anche se il primo, a mio avviso, è troppo strozzato e lascia intuire un notevole sforzo da parte della ragazza, in più non mi ha particolarmente colpito come invece ha fatto nelle parti in scream nelle quali, potendo cantare a polmoni più aperti, la poco più che venticinquenne May dà sfogo ad una grinta davvero di tutto rispetto.
Molto apprezzate sono state anche le tracce "Inside The Electric Circus" ed "Overkill", rispettivamente cover delle celebri band W.A.S.P. e Motörhead nelle quali i Torture Squad hanno dato prova di saper mettere la propria firma ed il proprio stile in brani più che storici. Questo è un fatto positivo perchè conferma l'esperienza decennale dei nostri amici brasiliani e la capacità di un gruppo di riuscire a dare una propria impronta, quel qualcosa che dica al mondo "Hey, questi siamo noi!".
Peccato per la performance canora non perfetta che, mi auguro, possa migliorare con il tempo e con tanta pratica.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2018
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Debuttano nel 1998 con il nome Burn The Priest dando vita alla cosiddetta NWOAHM, massimi pionieri dell'hardcore punk prima e del thrash/groove dopo, i Lamb Of God sono tutt'ora una pietra miliare per noi metallari e chi ha assistito ad un loro live sa cosa significa perdere le costole per il pogo selvaggio che riescono a scatenare. Oggi, a distanza di vent'anni, il quintetto capeggiato dallo storico Randy torna con un album di cover indossando il vecchio nome di battaglia: signori, vi presento "Legion XX". Un lavoro che vuole proprio celebrare i due decenni di attività della band e che non poteva non essere un nostalgico ritorno a quelle sonorità più acide e corrosive dei primi lavori.
Si parte subito a mille con "Inherit The Earth" dei The Accused, band storica nella scena hardcore punk, in cui il buon Randy ci regala uno scream ed un growl degno del primo lavoro dei Burn The Priest, il tutto accompagnato da un riff serrato, martellante e potente che ci ricorda comunque che i cinque titani di Richmond hanno una maturazione musicale solida come una roccia. E che dire della famosa "Honey Bucket" dei Melvins? Un tantinello troppo spinta? Forse si ma hey,dietro le pelli c'è quell'animale di Chris Adler. Provateci voi a tenerlo buono con con le sue sfuriate di doppio pedale e di raid! Molto apprezzato è stato il tributo, e direi quasi doveroso,ai mitici S.O.D. del buon Scott Ian (Anthrax): sarebbe stato quasi oltraggioso non omaggiare i re indiscussi del thrash crossover, coloro che hanno saputo miscelare la potenza ed aggressività del thrash con le sonorità acide e sparate dell'hardcore punk. "Kill Yoursel" suona esattamente come nell'omonimo lavoro del 1985, forse più cattiva grazie alla voce di Randy.
In generale questo "Legion XX" scorre in una maniera disarmante, altalenando brani più rozzi e cafoni a tracce più punkeggianti. Un degno lavoro piacevole ed arrogante che ricalca un po' la storia evolutiva del quintetto statunitense e che sicuramente sarà apprezzato dagli amanti del genere e dai fan dei Burn The Priest.

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