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Opinione scritta da Dario Onofrio

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Opinione inserita da Dario Onofrio    03 Ottobre, 2016
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No, non è una presa in giro.
Si, forse un po' lo è.

Se vi state spaventando a vedere questa copertina e a leggere la tracklist che come direbbe un noto giullare dei tempi moderni è AGGHIAGGIANDE, sappiate che fermarsi alle apparenze è in questo caso un grosso male. Questo perché i Finsterforst non si sono bevuti il cervello dopo un signor discone come Mach Dich Frei!: semplicemente avevano voglia di fare una serie di idiozie, giusto per non fare la figura delle persone troppo serie. Massì dai, lo sappiamo che anche voi dietro a quei monitor avete fatto delle cazzate per cui poi in realtà non vi vergognate: ecco perché non penso che i Finsterforst debbano chiedere scusa a nessuno se incidono una cover di Wrecking Ball di Miley Cyrus o fanno una canzone quasi balkan/gipsy che si intitola #YOLO. In realtà in mezzo a queste scemenze si trova anche Auf die Zwoelf, che parrebbe essere un po' più seria e richiama anche alla mente i vecchi Finsterforst, ma siccome l'essere seri non ci interessa andiamo subito a sentirci la cover di Beat it di Michael Jackson, o il pezzo rap in tedesco Der durch die Scheibeboxxxer, che è pare una cover di tale K.I.Z., rapper molto in voga nelle loro lande. Per non parlare della penultima Das schlimmste ist, wenn das Bier alle ist, che viene dai punkettosi Die Kassierer.

Vabbè, avrete capito cosa sentirete in loop al Wacken o al Summer Breeze il prossimo anno.

Comunque a me sto ep è piaciuto un sacco. E sapete perché? Perché i Finsterforst sono la trasposizione musicale della mia donna ideale: una con cui prima fai i discorsoni sulla natura e il cosmo, poi ci finisci una cassa di Finkbräu insieme e via a fare cazzate. Se conoscete il tedesco e vi va di farvi quattro risate, #YOLO non può mancare assolutamente tra i vostri dischi.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    03 Ottobre, 2016
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A volte succede che le band cambino line-up per varie ragioni, e che di conseguenza la qualità si abbassi. Non è assolutamente il caso dei Bloody Hammers, che dopo aver perso praticamente tutta la line-up all'infuori di Anders Manga e Devallia (per intenderci: marito e moglie) se ne escono con questo Lovely sort of Death che, diciamocelo, è un disco veramente incredibile.

Abbandonata quasi completamente la parte stoner rock, la coppia di musicisti ha deciso di puntare tutto sulla componente darkwave che, se fino al disco precedente era solo accennata, in questo risalta come colonna sonora portante. Ma non è solo questo a rendere l'ultima fatica in studio della coppia un signor disco: a partire dalla copertina che sprizza vintage da tutti i pori, le atmosfere musicali sono veramente uscite da una creatività artistica che sembrava solo addormentata nei lavori precedenti. Con l'arrivo dell'autunno devo dire che questo album mi sta davvero prendendo: con l'iniziale Bloodletting on the Kiss veniamo trasportati in un mondo oscuro dalle atmosfere psichedeliche, sensazione che continuerà per tutto il disco e troverà la sua compiutezza in pezzi come Messalina o Shadow out of a Time. Non credo sia necessario, per un disco così emozionante, fare un track by track: mi limiterò a dire che questa è la vera anima dei Bloody Hammers, che probabilmente aspettava solo una spinta per uscire fuori.

Un disco che sicuramente consiglio agli amanti di generi più di nicchia, sia come la darkwave ma anche passando per il post rock e il post metal. La coppia Manga/Devallia sembra aver trovato la propria ispirazione, speriamo che venga mantenuta anche nei prossimi dischi.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    18 Settembre, 2016
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Sono ormai sei anni che seguo le imprese dei tedeschi Kissin' Dynamite, band che a mio avviso non ha mai avuto il successo che merita per tutta una serie di incredibili sfighe. Mi chiedo sempre, infatti, come un gruppo così dedito al cazzeggio e al sesso droga e rock'n roll non abbia potuto sfondare dopo aver rilasciato tutta una serie di dischi che avevano tutte le carte in regola per diventare dei veri e propri tormentoni.

Eppure siamo ancora qua, dopo 6 anni, al quinto album di una band che non si è arresa nonostante abbia incontrato un mercato che non la incoraggia. Generation Goodbye nasce dal pretesto di moltissime band hair metal di parlare delle nuove generazioni e del loro rapporto con la realtà, come dimostra la copertina dove si vede un Iphone rotto. Tra le poche band ad avere un paroliere come And Schnitzer, c'è da dire che la collaborazione con questo "sesto elemento" della band funziona alla grandissima.

La title-track è quasi un inno dedicato a una generazione come la nostra, che nasce in un periodo storico veramente sfigato, con l'augurio di imparare a comprendere cosa è bene e cosa è male, mentre nel singolo Hashtag your life si parla appunto dell'influenza dei social network nella nostra vita (hanno rilasciato anche un divertentissimo video che vi consiglio di andare a vedere). Se seguite la band da parecchio vi ricorderete la loro bravura sia nella produzione che nella vera e propria resa artistica: il fatto che i nostri suonino insieme dall'età di 12 anni si sente perfettamente in canzoni bombastiche come Somebody to Hate, She came she saw e la quasi-gammarayana Highlight Zone. La bravura del quintetto è proprio quella di poter switchare dall'heavy, all'hair, al power, senza che l'ascoltatore se ne accorga, e far coincidere generi che generalmente si guardano in cagnesco. Secondo me le uniche vere due toppate del disco sono la ballad Il clocks were running backwards e la finale Utopia, troppo distese e eccessivamente prolisse per un disco che se la gioca maggiormente sulla velocità, mentre il duetto tra Hannes Braun e Jennifer Haben dei Beyond the black in Masterpiece è davvero struggente e canzoni come Under Friendly Fire sembrano direttamente essere uscite da un disco dei Judas Priest.

Sostanzialmente, a fine ascolto, la mia domanda è sempre la stessa: perché questo gruppo non riesce mai a sfondare? Forse perché non hanno gli agganci giusti o perché il mercato, oggigiorno, è veramente composto da squali? Un vero peccato che non tanta gente conosca una band interessante come i Kissin' Dynamite, sicuramente tra le migliori cose che in questo momento arrivano dalla Germania.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    18 Settembre, 2016
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Se da qualche tempo, in Italia, il death metal ha recuperato una posizione di tutto rispetto sfornando band che finalmente ci fanno sentire un gradino più in alto in Europa dopo la grande stagione del power metal, non dobbiamo dimenticarci di un'altra scena presente nella nostra penisola: quella sleaze/hair.

Gli Speed Stroke sono sicuramente da annoverarsi tra gli alfieri di queste nuove correnti: nati in Emilia Romagna qualche annetto fa, i nostri arrivano alla seconda prova in studio, stavolta con il supporto di Bagana Rock Agency. Fury è un disco diretto e senza troppi fronzoli, che si rifà a gran parte delle band che hanno definito il genere, passando senza problemi dagli Hardcore Superstar (Demon Alcohol, Break your Bones, The end of this flight) agli Extreme (Bet it All, 1 more 1, Love in a Cage), per poi costruire un proprio sound personale, basato su cori pomposi e chitarre sparate a mille. Di sicuro una cosa che manca ai nostri non è la grinta: dall'inizio alla fine dell'album vi posso assicurare che vi ritroverete a scapocciare come si deve, così come a tirare fuori gli accendini su canzoni come City Lights.

Detto questo: cosa manca a un lavoro del genere? Sinceramente non saprei, ma sento che c'è ancora un piccolo passo da fare per questa band per affermarsi totalmente nella scena. Di sicuro siamo sulla buona strada: Fury è un ottimo disco con una bellissima produzione e una prestazione artistica decisamente buona. Aspettiamo di vedere cosa riserverà il futuro per questo scatenato quintetto romagnolo.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    07 Settembre, 2016
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Diciamocelo subito: Decision Day è un disco pacchiano e ruffianosissimo, pieno di autocitazionismo e rimandi all'ultimo periodo della carriera dei Sodom.

Fatta questa premessa possiamo andare a analizzare quella che è l'ultima fatica di Angelripper e soci che, ormai lontani dal periodo in cui avevano le scodelle in testa e scrivevano testi incazzati contro il mondo, fanno il loro mestiere come tutti gli altri big teutonic (Destruction, Kreator, Tankard).

Decision Day è comunque un disco che si fa ascoltare senza nessuna pretesa particolare: fin dalla opener In Retribution troviamo una sana dose di randellate thrash dalle influenze un po' più melodiche. Le migliori del platter sono sicuramente la title-track e Stange lost World, degnamente contornate da pezzi come il trashissimo (scritto apposta senza h) singolo Caligula e un titolo che richiama gli antichi fasti come Vaginal Born Evil, col suo coro tiratissimo. Se vi piacciono i riffoni thrash che hanno dato la vita a quello che sarebbe poi stato il black metal, siete nel posto giusto.

Tutto sommato il trio tedesco fa quello che sa fare meglio: intrattenerci degnamente per cinquantun minuti di ascolto. Bella anche la copertina disegnata dal mitico Joe Petagno come tributo ai Motörhead.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    23 Agosto, 2016
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Se la vostra voglia di carri armati e granate non riesce a fermarsi a videogiochi e film di guerra, sappiate che i Sabaton hanno l'ennesimo disco che fa per voi. The Last Stand, per chi non avesse letto l'intervista che ho fatto a Joakim Brodén, parla di battaglie epiche dove un piccolo contingente di uomini resiste contro un nemico esageratamente numeroso. Non potendo prendere sul serio un loro disco, per quanto i temi trattati siano comunque epici ed eroici, immaginiamoci di cominciare il nostro riscaldamento con Sparta, dedicata ovviamente ai 300 che persero la vita nelle Termopili: già da qui capiremo come si svolgerà il resto dell'album, tra le cadenze epiche tipiche della band e cariconi heavy fatti apposta per correre o pedalare in giro.

Mano a mano che andiamo avanti il peso della situazione si fa sempre più specifico e l'allenamento comincia a diventare pesantuccio. Così arriviamo a Blood of Bannockburn, dedicata all'ultima battaglia che vide contrapposti inglesi e scozzesi dopo la morte di William Wallace, con le sue influenze a metà tra Deep Purple e Freedom Call che ci danno la carica giusta per proseguire. Tra The lost Battallion e Rorke's Drift avanziamo di soppiatto fino alla title-track, che parla dei soldati della guardia svizzera che nel 1572 difesero papa Clemente VII fino all'ultimo uomo, riuscendo a farlo fuggire. Se siamo passati per gli step e gli addominali, qui ormai siamo al sollevamento pesi più brutale e devastante, con quell'incedere che non può impedirti però di andare avanti.

Pausa energy-drink dopo questa prima parte, mentre la seconda comincia con Hill 3234 e la sua velocità che travolge l'ascoltatore. Sinceramente la mia preferita del disco è stata Shiroyama, che parla degli eventi descritti anche dal film L'ultimo Samurai, con l'epica battaglia finale tra i samurai e esercito regolare, spade contro pallottole. Winged Hussars, scelta tra i vari singoli, è quella che in fondo mi ha lasciato un po' indifferente, in quanto troppo simile ad altre tracce della band svedese. The last Battle sancisce la fine dell'allenamento, parlandoci dell'ultima grande battaglia della 2^ Guerra Mondiale dove, in uno strano caso del destino, la Wermacht e l'esercito Americano collaborarono per salvare dei prigionieri delle ultime SS.

L'allenamento da i suoi frutti: nonostante The Last Stand non vanti pezzi epici come Night Witches, si mantiene tutto sommato su un buon livello per tutto il tempo, al contrario del precedente Heroes. Se amate i carri armati e il sollevamento pesi non potrete lasciarvi sfuggire questo disco, che contiene tutto ciò di cui avete bisogno. Anche stavolta i Sabaton se la portano a casa con il loro pomp-metal... E personalmente non vedo l'ora di sentirmi Shiroyama dal vivo.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    16 Agosto, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

Li avevamo incrociati due anni fa col loro EP The Goat Ritual: oggi gli High Fighter diventano ufficialmente grandi con l'uscita del loro primo album dal titolo Scars & Crosses.

Se avete avuto modo di leggere la mia vecchia recensione ricorderete che parliamo di una band stoner/psichedelica che prende molto dal revival di questi ultimi anni, in particolare seguendo l'esempio di bands come gli Ufomammuth e gli Ahab, ma mantenendo, rispetto a questi, una vena più catchy e meno doom.

Per questo, mentre in un pezzo come A Silver Heart troviamo una vena molto sabbathiana e space, in Darkest day non perdiamo l'attitudine al ritmo che ricorda molto da vicino i Kyuss. Tanto del lavoro lo fa la bravissima Mona Miluski, che passa tranquillamente da toni clean a un devastante scream, mentre i riffoni impeccabili di Christian Pappas sono l'inserto ritmico ideale per le fantasie soliste di Ingwer Boysen. L'attitudine tedesca della band (di Amburgo), che rilegge davvero lo stoner in una chiave europeizzata, si sente fortemente nella veloce Blinders e nella quasi lirica Gods, dove la voce, volutamente effettata con un po' di riverbero, crea degli straniamenti da vero space rock.

Squadra che vince non si cambia: gli High Fighter presentano un disco che in mezzo al calderone del revival stoner potrebbe andare dimenticato, ma raggiunge sfumature e connotazioni che difficilmente usciranno dalla testa dell'ascoltatore. Da prendere assolutamente se si è amanti dello stoner con voce femminile!

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Opinione inserita da Dario Onofrio    16 Agosto, 2016
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2016
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Organizzatore, cantante, compositore: i volti di Freddie Wolf sono quelli di un artista a 360° che sperimenta diverse forme artistiche. Con Utopia/Distopia, secondo lavoro solista, prova a portare la sua musica su un nuovo livello.

L'album è infatti diviso in due parti: la prima, Utopia, è un mix di pop rock riconducibile alle ultime due decadi del secolo scorso, mentre Distopia è esattamente il lato oscuro del primo album, dove metal e altri generi fanno a braccetto con tematiche occulte.

Ad affiancare il nostro ci sono tutta una serie di musicisti di alto livello, tra i quali citerei Alex Lofoco e Mimmo Cavallo, turnisti per famosi artisti pop italiani e Gianpaolo Caprino e Andrea Angelini degli Stormlord, ma l'elenco potrebbe continuare senza problemi.

La doppia anima quindi funziona? Dalla prima Be the One una bella ondata di freschezza ci attraversa, continuando poi sulle varie influenze pop sopracitate come nella quasi reggae Words of Freedom o in Mud & Glory che sembra strizzare l'occhio a bands come Queen e Toto, per non parlare di Glory Be, uscita praticamente da un musical gospel. A chiudere la prima parte c'è l'orecchiabile Lookin 4 UR Love, simpatico intermezzo per quello che viene nel successivo disco. Sin da Man of Evil infatti i toni cambiano, per farci subito capire come stanno le cose durante questo album. Le influenze qui provengono direttamente dall'heavy anni 80', in particolare da Judas Priest e Iron Maiden, con il cantato di Wolf che in effetti ricorda il Bruce Dickinson dei tempi andati. Sicuramente le migliori della seconda parte sono la seconda Obscurum per Obscurius e la sinfonica The Pit and the Pendulum, dove le tastiere e i cori creano un effetto epico che quasi strizza l'occhio ai Moonspell!

Complessivamente direi che l'esperimento di coniugare due anime, una buona e una malvagia, ha funzionato bene. Le composizioni sono già sentite, ma non ammorbanti come certi altri artisti che fanno parte del panorama metal, e anche l'album più "pop" finisce per diventare un simpaticissimo intermezzo. In un lavoro che rischiava di essere troppo ambizioso, la naturalezza degli arrangiamenti, i testi e altro contribuiscono a rendere Utopia/Distopia un buon disco di mestiere. Se conoscete Wolf e le sue band, come gli Stick it out, comprate pure a scatola chiusa.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    27 Giugno, 2016
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I Benandanti furono i seguaci di un culto pagano di ispirazione nordica stabili nell'attuale Friuli tra il quattordicesimo e il diciassettesimo secolo. Secondo la leggenda, erano persone nate nel sacco amniotico e possedevano poteri paranormali, che li rendevano in grado di combattere streghe e demoni: proprio per questo, nonostante il loro ruolo fosse sostanzialmente positivo, non furono mai visti di buon occhio dai cattolici che dal 1475 circa li dichiararono eretici e perseguibili dall'inquisizione. Dopo oltre un secolo di persecuzioni il culto perse completamente la sua forza e scomparve del tutto durante il secolo successivo.

Questa, in breve, è la vicenda che attraversa Haereticalia dei Panychida, quarto album in studio per la band ceca e che segna una svolta verso sonorità più accessibili al pubblico, ispirato al libro dello storico Carlo Ginzburg che racconta e studia l'evoluzione dei culti agrari in Italia.

L'opera che ci passa per le orecchie è davvero ambiziosa: si tratta di circa quaranta minuti di musica dove parti acustiche, narrazione, orchestre e pure sfuriate black si alternano raccontandoci l'intera parabola del culto italico. L'ispirazione è davvero azzeccata: la commistione di elementi sopracitata annoia solo verso la fine, rendendo invece pezzi come Josafat (The Gathering) interessanti e coinvolgenti. L'estrema varietà che passa da pezzi quasi epici come The Night Consumes the Light o all'acustica In Striacium trasporta in modo saggio l'ascoltatore tra riffoni e lo scream di Vlčák, per non parlare del bellissimo intermezzo italiano all'interno di Hunting the Witches con tanto di confessione di uno dei Benandanti sotto tortura e la voce di Zdeněk Nevělík (ET MORIEMUR) che fa da inquisitore. L'unico punto debole dell'album sono proprio The Livonian Werewolf e la finale (totalmente strumentale) Perchtenlaufen, che ammazzano leggermente l'epicità raggiunta coi pezzi precedenti.

La possibilità di scadere nel banale c'era tutta, così come quella di non riuscire a rendere giustizia a una vicenda così epica e ricca di spunti. Invece i Panychida hanno mostrato una bella maturità compositiva, anche se manca quel fatidico "qualcosa in più" per emergere dal sottobosco immane di gruppi folk metal europei. Detto questo, comunque, vi consiglio assolutamente di recuperarlo se siete appassionati di saghe epiche o anche se siete solamente ascoltatori dei ben più noti Månegarm: in questo album ritroverete molta dell'epicità che attraversava il viking metal di una volta...

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Opinione inserita da Dario Onofrio    09 Giugno, 2016
Ultimo aggiornamento: 09 Giugno, 2016
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Ci hanno messo quasi 20 anni a pubblicare un album, i Cunnilingus. Non è difficile, già dal nome, immaginarsi il perché.
Composti per la maggiore da gente dei Decayed (band black metal), questi tizi portoghesi che a un primo ascolto potrebbero sembrare il classico gruppo che riprende i suoni del passato senza arte né parte inizierebbero a far ridere anche l'ascoltatore più intransigente a cominciare dalla copertina: un tripudio di demoni che trombano suore vogliose.

Esattamente: la band si definisce persino HEAVY PORNO METAL e sfodera perle del calibro di Tongue in the Cunt o Cocksucking Queen. Con un sound che alla lontana ricorda i nostri Death SS e i Mercyful Fate, questi quattro pazzoidi mettono in piedi cinquanta minuti dove non si capisce assolutamente se ci sono o ci fanno: la stupidità dichiarata dei testi e l'atmosfera di cazzeggio generale che regna su qualunque cosa me li hanno resi subito simpatici.

Dai seriamente: come si fa a prendere sul serio una band così? È come quando becchi un leghista completamente in delirio padano che ti offre da bere e inneggia al Dio Po e ai vichinghi con le corna. Non riesco ad analizzarli manco musicalmente perché tutto in questo disco è talmente raffazzonato e ignorante, dalla produzione alle registrazioni, che l'unica cosa su cui si può puntare è l'assoluta ignoranza.

Insomma, thrashettoni o quel che siete: avete voglia di demenza, cavalcate heavy, voce ultra sgraziata e donne che urlano sul punto dell'orgasmo? I Cunnilingus sono una delle cose più divertenti che vi capiterà di trovare in giro. Pur avendo dovuto per ovvie ragioni limitare il cd a 500 copie, posso assicurarvi che sono quei piccoli investimenti dell'underground che vale la pena fare.

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