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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    21 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 2022
#1 recensione  -  

Tra le uscite da tener d'occhio, in questo inizio 2022, per gli amanti delle sonorità sinfoniche all'interno del filone female vocals, ci sono senza dubbio i Crusade Of Bards, arrivati al loro secondo disco con questo “Tales of the Seven Seas”, che segue il debutto del 2019 a nome "Tales of Bards & Beasts”.
Voce angelica quella di Eleanor Tenebre che alterna passaggi lirici ad altri più classici, accompagnando i possenti cori che arricchiscono le composizioni firmate dalla band spagnola. Influenze folk, qualche atmosfera piratesca, inserti di cantato in growl ed una montagna di voci confezionano un disco maestoso e possente che forse, come pecca, ha quella di perdere un po' di vista la struttura della singola canzone. Insomma, gli sforzi compositivi sono evidenti e ogni brano esplode dalle casse grazie ad una produzione splendente che riecheggia sulle note dell'elegante “An Ocean Between Us - Part III: A New World”, canzone ricca di sinfonie orchestrali o tra i ritmi più powereggianti della fast song “Dunkirk Privateers”, ma non tutto funziona perfettamente. Piacevoli le atmosfere operistiche e oscure di “Naupaktos”, brano dinamico che mostra le potenzialità del gruppo con tanti cambi di ritmo, assoli fulminei e molteplici voci che si intrecciano, arrivano al culmine dell'ascolto che prosegue con l'impatto folkeggiante di “The Red Charade”, per finire con le acustiche “Samudr Ka Mandir” e “The White Witch”.
Fa piacere che i Crusade Of Bards abbiano fatto passi in avanti evidenti rispetto al debutto e che sia sempre forte la loro ricerca di un sound complesso e ricco di elementi, ma probabilmente manca un impatto più diretto all'ascolto delle loro composizioni, magari grazie ad un songwriting più snello ed efficace. Un disco che potrebbe risultare per molti davvero troppo pomposo, ma che comunque strappa la sufficienza.

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Opinione inserita da Celestial Dream    16 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2022
#1 recensione  -  

Qualche anno fa avevamo incontrato i Glasya, all'epoca editi dalla tedesca Pride & Joy, con un debutto, “Heaven’s Demise”, promettente ma ancora acerbo. Ora il gruppo portoghese si rimette in gioco con un nuovo full-length sotto le fulgide ali della nostrana Scarlet Records ed un titolo - “Attarghan” - che dice molto. Si tratta infatti di un concept album dedicato ad una storia persiana ad accompagnare le musiche composte dalla band, le quali invece prendono forte ispirazione da Nightwish e Orphaned Land con una certa predisposizione verso il filone “soundtrack”. La voce lirica della cantante Eduarda Soeiro convince fin dai primi ascolti, portando ovviamente alla mente Tarja (storica singer dei Nightwish), ma il gruppo alterna qualche voce maschile qua e là – anche di stampo growl come nel brano “A New Era Has Come” - il tutto sempre accompagnato da ampie orchestrazioni.
Se i primi pezzi come “From Enemy To Hero” (con Marco Pastorino dei Temperance che svolge un gran lavoro come special guest al microfono) e “Way To Victory” - e più avanti con ad esempio “Battle For Trust” - si mostrano più classici, abbracciando il sound Symphonic Metal di scuola nordica, è con l'addentrarsi nell'ascolto che si trovano marcate influenze mediorientali che diventano evidenti con “Journey To Akhbar” prima e l'atmosferica “Queen’s Temptation” poi. Inoltre quasi ogni brano è preceduto da una più o meno breve parte narrata che aiuta ad addentrarsi all'interno della storia che viene narrata. Tutto ciò potrebbe rendere l'ascolto meno fruibile ma nel complesso la scelta dei Glasya è condivisibile.
Obbligo segnalare l'ottimo lavoro svolto nella drammatica e lenta “We Weren’t Meant To Be”, con un'esplosione di voci capaci di lasciare il segno; un brano che mostra il potenziale di una band che in molti altri passaggi pecca ancora di personalità, rimanendo fortemente legata ai maestri del filone Symphonic Metal con voce femminile. In ogni caso “Attarghan” è un disco ottimamente suonato che i seguaci di queste sonorità non possono certo farsi mancare!

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Opinione inserita da Celestial Dream    16 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2022
#1 recensione  -  

E' un Heavy poderoso e galoppante quello che esce dalle casse una volta dato il via a "Midnight Marauder" dei teutonici Powertryp. Cinquanta minuti ricchi di carica Power/Heavy con qualche inserto Thrash; l'opener “Brothers In Speed” è una vera cascata di energia metallica mentre riff decisi accompagnano la successiva “Doors Are Locked Now”, influenzata dalla scena US Power. Un attimo di pausa con le note più epiche e melodiche di “Bastet”, pezzo che fa pieno centro, e si riparte con la roboante “Here's Control”, song che corre spedita senza guardare in faccia nessuno. Il cantato di Johannes Korda non esalta più di tanto, ma ben si adagia nei pezzi qui proposti senza risultare un punto a sfavore di un disco che convince ascolto dopo ascolto grazie ad un songwriting scoppiettante ed ispirato. La sfrontata “Hotter Than Hellfire” trasuda grinta da ogni nota spinta dalle chitarre taglienti della coppia formata da Stefan Dziallas e Cole Stabler, che sprigionano la loro tempra con un assolo elettrizzante prima dell'ultimo refrain, per finire con la più articolata “Out Of Ashes”, sfiorando quasi i nove minuti di durata con ritmi più cadenzati e qualche cambio di tempo che in questo caso non esaltano troppo.
Un debutto che convince a pieno per i Powertryp! "Midnight Marauder" è un bel assalto teutonico di stampo Heavy/Power Metal che consigliamo di ascoltare!

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Opinione inserita da Celestial Dream    31 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 2022
#1 recensione  -  

I Thirty Fates nascono come una costola dei Black Fate (prima ancora denominati Metal Invaders), Power/Prog band autrice di alcuni dischi interessanti. Dopo tanti anni travagliati e nessun disco pubblicato, solamente ora il gruppo ellenico riesce a raccogliere una manciata di brani composti nel tempo ed a registrali per dar vita a questo esordio chiamato "Circus Black". Il terzetto ellenico suona un Heavy Metal fresco e dinamico capace di colpire per passaggi strumentali ben assestati ma anche per melodie vocali composte con sapienza. Insomma le nove tracce che incontriamo arrivano in parte da un demo del 1991 (quattro pezzi) con l'aggiunta di un paio di song mai pubblicate e risalenti agli anni '80 e tre brani pescati dal raro EP che vide la luce nel 2001. Echi di Iron Maiden nella bella e conclusiva “Because We Fly”, passaggi più Heavy di scuola Priest come nella solida "Be Free" - grazie anche alla presenza al microfono di mister Tim "Ripper" Owens -, il tocco americano alla Iced Earth di “The Pretender” e la più catchy “Just for a Little”; è questa varietà che sorprende e convince. E ancora le chitarre corpose che delineano la robusta “Sign of Rebellion”, spingendosi spesso in assoli curati ed ispirati ed i cambi di tempo tra arpeggi e riff rotondi nella variegata “The Edge of Destiny”.
Una storia travagliata che ora vede un po' di luce per i greci Thirty Fates. Ora bisognerà rimboccarsi le maniche per continuare una strada promettente con nuove composizioni, e non sarà facile.

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Gennaio, 2022
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Agli amanti del Metal di matrice spagnola il nome Ankhara risulterà familiare, ma per i tanti che invece si affacciano poco all'interno di un mondo interessante come quello iberico, possiamo dire che il gruppo del chitarrista Cecilio Sanchez Robles è fedele a quel sound tanto caro ai più affermati Saratoga, ovvero un Heavy/Power Metal roccioso ma altrettanto melodico che non disdegna qualche accelerazione. Dopo il precedente “Sinergia”, ritroviamo il gruppo di Madrid alle prese con dieci nuovi brani che viaggiano possenti come un macigno. Riff granitici che accompagnano la totalità delle composizioni, come ad esempio la roboante “Da La Cara”, in cui trovano spazio esplosioni Heavy/Thrash condite dall'ugola esplosiva di Pacho Brea. Energia e grinta che si fanno sentire a dismisura nella compatte “El Cazador”, “Otra Vez” e “Lentamente” mentre un assolo di chitarra ispirato accendo un pezzo come “Huida”.
Ovvio che al primo impatto, grazie a questo sound possente e a questi riff corposi, gli Ankhara possono sembrare una band altamente coinvolgente. La realtà è che – da un ascolto approfondito - all'interno dei pezzi scopriamo che le parti strumentali sono piuttosto tradizionali, senza apportare alcuna innovazione, mentre per quanto riguarda la voce, oltre a seguire linee vocali piuttosto lineari, in certi casi non convincere del tutto. Pacho è un portento quando si tratta di graffiare con la sua ugola grintosa e si trova a suo agio nei momenti più aggressivi, va più in difficoltà quando invece si alzano i decibel per puntare su un cantato più alto,; è qui che il nostro singer accusa un po', come si può verificare dal refrain di “Esperando En La Eternidad”.
Nel complesso stiamo parlando di un disco più che onesto e capace di regalare cinquanta minuti di Heavy/Power solidissimo che dal vivo promette ancor più coinvolgimento. La somiglianza con tante altre formazioni di scuola iberica già incontrate in passato è però evidente e la necessità di trovare un sound personale è ancora piuttosto lampante.

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Opinione inserita da Celestial Dream    25 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Gennaio, 2022
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Il nuovo anno in casa AOR Heaven, label tedesca specializzata in produzioni AOR e Hard Rock, inizia con la ristampa di “Sudden Impact”, disco che vide la luce nel lontano 1989 per la band di Philadelphia, gli Hit The Ground Runnin’. Disco diventato introvabile e super ricercato dagli appassionati del genere. Dopo una breve intro sono le tastiere scoppiettanti ad aprire le danze della vivace “Magic” che lascia spazio alla più ragionata “ Moment To Moment”, song dalle atmosfere Pop che si alternano alle sonorità più AOR e Rock dell'elegante “Slow Motion”. Coretti esemplari si muovono sulle note di “Oh No!” mentre un riff più corposo si fa strada e delinea la successiva “Ah Original”. C'è spazio per una lenta con “Who’s Walking You Home” mentre a chiudere la tracklist ci pensano i ritmi scoppiettanti di “Too Late”.
Un'operazione di recupero che farà felici gli appassionati della scena melodica degli anni '80. Un album che viene pubblicato in doppio CD anche con la presenza di diverse bonus tracks come la splendida e sognante ballata acustica “While It Lasted”. Per i fan di Joe Lamont, Stan Meissner e tanti altri artisti che han fatto grande la scena negli anni '80.

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Opinione inserita da Celestial Dream    25 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Gennaio, 2022
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Settimo album in studio per i power metallers tedeschi Custard che dopo quattro anni di assenza (usciva nel 2017 l'ultimo “A Realm Of Tales”) si rimettono in pista con nuove composizioni che uniscono sonorità power/heavy ad atmosfere epiche andando a trattare, dal punto di vista dei testi, l'Impero Romano. Cinquanta minuti di metallo puro dove l'ugola tagliente del singer Oliver Strasser – che a tratti può ricordare il nostro Morby dei Domine - si muove su mid-tempo rocciosi come la solida “Res Publica” e rari momenti dove i ritmi si alzano come nella spedita, almeno in certi passaggi, “Morituri Te Salutant”. Spettacolare l'incedere epico di “Blessed By Baal”, brano che conquista grazie a riff micidiali e cori di impatto immediato. Si potrebbe riassumere il sound dei Custard come un mix tra la scuola teutonica di Blind Guardian, Grave Digger e Rage con un deciso tocco alla Judas Priest e perché no?, dello US Metal d'oltreoceano (Chastain ad esempio). Quel che è certo è che il gruppo sfoggia un songwriting più dinamico che in passato con cambi di tempo e variazioni sul tema anche all'interno dello stesso brano. I due axemen Carsten “Oscar“ Reichart e Stefan Absorber guidano la furiosa “Furor Teutonicus”, intrecciando le loro chitarre fino ad un bel assolo ed un gran finale dove il livello di epicità si alza a dismisura per poi concludere il viaggio sulle note di “Quo Vadis”, pezzo che inizia con un arpeggio evocativo prima di esplodere su ritmi più martellanti.
Solido come la roccia il ritorno in pista dei power/heavy metallers teutonici Custard, un lavoro da non lasciarsi sfuggire.

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Opinione inserita da Celestial Dream    24 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2022
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I Komodor arrivano dalla Francia e ci regalano un concentrato di Rock dalle tinte Blues per un tuffo nel sound tipico degli anni settanta. Dopo l'EP omonimo del 2019, la band ha deciso di produrre questo primo full-length acquistando ed utilizzando macchine di registrazione che si utilizzavano ormai cinque o sei decadi fa. Il risultato è certamente elettrizzante.
Undici brani dalla breve durata (quaranta minuti scarsi per tutto il disco), diretti, a tratti psichedelici come dimostra “Set Me Free”, in cui le chitarre si muovono dinamiche mentre immancabili influenze dei Led Zeppelin si manifestano tra le note più rockeggianti di “Give Up” e “Just An Escape”. Le note malinconiche di “Mamacita” lasciano spazio alle frizzanti note di “Nasty Habits”, in cui si respira quel sound tanto caro ai Grand Funk e infine l'hammond arriva e lo fa con decisione, colorando l'atmosfera di un brano capace di riportarci indietro nel tempo come “Moondrag”.
Energia e vibrazioni per un tuffo vintage nel passato con i Komodor. Se amate queste sonorità o se solamente volete della buona musica date un ascolto a "Nasty Habits". Promossi!

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Opinione inserita da Celestial Dream    24 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2022
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E' certamente vero: i Crystal Ball giocano in sicurezza ripresentando continuamente un certo modo di comporre e suonare musica. La storica band svizzera non smetterà mai di seguire il proprio sogno, la passione per l'Hard Rock melodico e allora anche in questo nuovo “Crysteria” cosa possiamo attenderci se non una dozzina di brani ricchi di potenza e melodia come vuole la tradizione puramente teutonica? Amanti di Jaded Heart, Gotthard, Domain e Bonfire sono benvenuti nelle tracce che compongono questo undicesimo disco in studio del gruppo d'Oltralpe. Influenze che sono evidenti fin da subito tra le note in apertura di “What Part Of No”, song di impatto immediato, ed il catchy mid-tempo “You Lit My Fire”. Il gruppo, causa pandemia, ha composto ben trenta pezzi tra i quali selezionarne i più adatti da inserire in questo disco. E qualche sorpresa salta fuori, come nei ritmi pimpanti di "Call Of The Wild", in cui compare al microfono lo special guest d'eccezione Ronnie Romero (Rainbow, MSG) e nel brano "Crystal Heart", in cui tutti i ragazzi dei Jaded Heart prendono parte come ospiti al pezzo. Ma durante l'ascolto sono diversi, forse troppi, i momenti privi di personalità, esageratamente ordinari e convenzionali, come “I Am Rock”, “Make My Day” e la title-track, song dove i Crystal Ball giocano di esperienza, forti di anni ed anni di musica vissuta, ma nei quali manca quel guizzo vincente in grado di elevare una composizione. Riff poco incisivi e linee vocali un po' ripetitive, spesso mid-tempo come “Loins On Fire” caratterizzati da cori anthemici poco ricercati. Si alzano i ritmi piazzando un discreto colpo con “No Limits”, avvicinandoci così al termine di un ascolto che, dobbiamo dire la verità, non convince appieno.
Un compitino svolto bene soprattutto a tratti, ma allo stesso tempo fin troppo scontato; da una band dell'esperienza dei Crystal Ball è lecito attendersi sicuramente di più.

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Opinione inserita da Celestial Dream    24 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2022
#1 recensione  -  

Avevamo incontrato i tedeschi Voodoma qualche anno fa in occasione del loro disco di debutto, “Gotland”. Era il 2017 e la band proveniente da Düsseldorf non ci aveva colpiti abbastanza con la propria proposta musicale, un Dark Gothic/Hard Rock che il gruppo continua a cavalcare con ancora più vigore in questo nuovo “Hellbound”. La voce sofferta del singer, tastiere che creano atmosfere gotiche e oscure, e chitarre che viaggiano lente e sofferenti; avrete capito cosa aspettarsi dal sound di questi ragazzi che con passione confezionano un disco che mostra qualche lieve miglioramento rispetto all'esordio. In particolare coi primi brani della tracklist come “Silent Scream”, brano di apertura, in cui la sensazione sembra quella di camminare immergendosi attraverso una nebbia intensa. Le tastiere prendono sonorità più moderne mostrando il lato più “elettronico” della band nella successiva “We are the Lost” che colpisce con coretti catchy da canticchiare. Echi di Him, Type O Negative e Rammstein arrivano qua e là attraverso un disco vario formato da composizioni dalla breve durata. Una voce femminile prende parte alla sinfonica “Salems Hell” - brano che però mostra qualche limite sia a livello strumentale che vocale –, ma faticano a far breccia anche le successive tracce. “Save Me” è purtroppo altamente banale nelle sue linee vocali ed anche la breve title-track non brilla per un songwriting smagliante. Nel finale si torna a muoversi su suoni più potenti e moderni nelle riuscite “Angel X” e “Sandman”.
Non il disco della vita e nemmeno dell'anno, ma un ascolto se lo può meritare. C'è ancora molta strada da fare per i Voodoma, ma come non apprezzare la loro dedizione alla causa?

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