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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre, 2021
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Quinto full-length nella carriera dei nerd metallers liguri SkeleToon, intitolato “The 1.21 gigawatts club”; come tradizione ci troviamo davanti ad un concept album, ispirato alla saga cinematografica di “Ritorno al futuro” (di cui il leader Tomi Fooler ci parlerà ampiamente nell’intervista che potrete trovare nell’apposita sezione). Proseguendo nella scia lasciata dai precedenti dischi, anche questa volta il gruppo italiano si cimenta in un Power Metal decisamente happy, orecchiabile e ruffiano. Nulla quindi di troppo impegnativo da ascoltare, ma qualcosa che ti si stampa immediatamente in testa e di fronte alla quale non c’è da meravigliarsi se poi ci si ritrova a canticchiarlo sotto la doccia. Si parte a bomba con il singolo “Holding on” (per cui è stato realizzato anche un video), canzone decisamente ritmata e super-orecchiabile, con parti di chitarra di gran gusto ed il consueto Enrico Sidoti che è un vero animale (in senso positivo!) alla batteria. Si prosegue lungo la scaletta con altre gemme di Power Metal, ma se “Outatime” può ricordare qualcosa dei Gamma Ray dei bei tempi, “The pinheads” si presenta più cadenzata, mentre “2204” è più variegata (con piacevoli inserti elettronici). Si arriva alla ballad romantica “Enchant me”, sorta di spartiacque dell’album, dato che è nella seconda parte che il disco spara tutte le sue migliori cartucce: “We don’t need roads (The Great Scott madness)”, grazie anche alle tastiere suonate dall’ospite Alessio Lucatti, è un pezzo maturo, con un Tomi Fooler in grande spolvero, tra i migliori mai scritti dalla band ligure. "Pleasure paradise (Oh là là)" non può non far pensare ai migliori Gamma Ray, ma anche agli Helloween dei due "Keeper of the Seven Keys" (nei quali credo non avrebbe sfigurato!). “The 4th dimensional legacy” è un altro pezzo che manderà in visibilio tutti i fans del Power Metal più happy, dato che ha tutto per convincere, mentre è con “The Eastwood ravine”, a mio parere, che si tocca l’apice! Un pezzo letteralmente strepitoso, una piccola suite che in qualche attimo tocca anche il Power/Prog, un brano da ascoltare in religioso raccoglimento che potrebbe rappresentare ottimamente il livello qualitativo eccelso raggiunto dalla band in un eventuale prossimo video. Chiude l’album la cover di “Johnny B. Goode”, canzone degli anni ’50 di Chuck Berry, che richiama appunto la tematica di “Ritorno al futuro”. Se ancora non l’aveste capito, siamo di fronte all’ennesimo eccezionale album degli SkeleToon; “The 1.21 gigawatts club” ha tutte le carte in regola per permettere al gruppo ligure di affermarsi a livello mondiale; perché se già era abbastanza chiaro che avevamo a che fare con uno delle migliori metal bands italiane, adesso abbiamo tutte le motivazioni per alzare ancora di più l’asticella! Disco letteralmente imperdibile!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2021
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Sono un fan di vecchia data degli Athlantis, gruppo che seguo sostanzialmente dal loro esordio (coincidente con il mio esordio da recensore) ed ogni volta è un piacere ritrovare un loro nuovo disco, un po’ come ritrovare un vecchio amico. Oggi parleremo di “Last but not least”, settimo album della carriera del gruppo di Steve Vawamas, bassista che è un pezzo di storia del metal ligure ed italiano in genere, sulla scena ormai da circa trent'anni. Accanto a lui, come sempre, il fido Pier Gonella alla chitarra, vengono confermati sia Davide Dell’Orto come singer e Stefano Molinari come tastierista, mentre bisogna evidenziare l’ingresso come batterista del mitico Mattia Stancioiu. Detta sinceramente, mi aspettavo molto da questa new entry, avevo pensato “Cavolo! Con Mattia Stancioiu alla batteria si tornerà finalmente al Power Metal degli esordi!”, speravo sinceramente in una replica di quei capolavori inarrivabili come l’omonimo debut album e “Metalmorphosis”, ma invece sono rimasto deluso. Già, perché come accade ormai da tempo, gli Athlantis non possono più essere definiti un gruppo Power Metal, ma spaziano abilmente (bisogna essere onesti, lo sanno fare molto bene!) tra l’Heavy Metal e l’Hard Rock. In questo contribuisce non poco anche Pier Gonella, la cui chitarra ha poco groove nei riff e strizza molto l’occhio alle sonorità più morbide e ruffiane dell’hard rock di scuola americana; quando poi le tastiere suonano come si faceva nei mitici anni '70/'80, allora il quadro è completo e possiamo dire addio ad ogni speranza di sentire ancora gli Athlantis suonare qualcosa che sappia di Power Metal. Come un amante tradito, ho rischiato di scrivere questa recensione affossando questo album, ma ho cercato di essere obiettivo e mi sono messo e rimesso più e più volte all’ascolto per evitare di avere un approccio solo e soltanto negativo. Orbene, bisogna evidenziare che la voce roca e ruvida di Dell’Orto si sposa alla perfezione per questo genere “morbido” e “ruffiano”, dando quel po’ di sporcizia ed aggressività che non guasta assolutamente ad un sound altrimenti un po’ troppo soft. Indubbiamente ci troviamo davanti a musicisti che sanno il fatto loro, hanno esperienza da vendere e tecnica fuori dal comune e non serve rimarcarlo, dato che è risaputo. Bisogna però essere avvezzi a queste sonorità Hard ’n’ Heavy per apprezzare pienamente le nove tracce (cui si aggiunge la solita inutilissima intro) per poco più di 3/4 d’ora di musica ben suonata, prodotta ottimamente e sicuramente di qualità. Personalmente, pur riconoscendo il valore di questo “Last but not least” (che comunque non sarà mai ricordato come il migliore della band ligure) e ben sapendo che Steve Vawamas non si è mai fossilizzato su un determinato genere musicale, mi aspettavo di meglio dagli Athlantis e perdonatemi se adesso vado a riascoltare “Metalmorphosis” per risollevarmi il morale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Ottobre, 2021
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Gli Hrom (parola slovacca che significa “tuono”) arrivano dal Canada e si sono formati nel 2008 per iniziativa del musicista canadese di origine slovacca Jan Loncik; da allora la band ha realizzato tre album, di cui questo “Legends of Powerheart: Part II” è l’ultimo, originariamente uscito a settembre 2020 solo in digitale e CD, per poi venire ristampato dalla band in vinile limitato a solo 100 copie ad inizio ottobre 2021 ed arrivatoci solo in questi giorni. Già dal titolo si comprende che il disco è la continuazione della prima parte uscita nel 2015 (purtroppo sconosciuta al sottoscritto); si tratta infatti di un concept album a tematica fantasy e sci-fi che gira intorno alla figura dello spadaccino Powerheart che, cercando di sfuggire alla sua realtà e ad un regno corrotto, inizia a viaggiare nel tempo e a combattere una guerra intergalattica. Venendo alla musica, gli Hrom suonano un Power Metal molto veloce e old style che fa tornare alla mente i primissimi dischi dei tedeschi Rage, unito a qualcosa dei Manowar degli anni ‘80/primi ’90. Questa vena vintage viene esaltata poi dalla registrazione, anch’essa ispirata ai tempi che furono. Ci troviamo quindi davanti ad un disco per nostalgici o per metalheads attempati? Direi che potremmo tranquillamente rispondere affermativamente a questa domanda, dato che mi pare che il gruppo canadese non abbia la benché minima intenzione di essere al passo con i tempi, incurante totalmente delle mode e dei trends più moderni nella musica metal. Indubbiamente questa attitudine è un’arma a doppio taglio, dato che la proposta musicale diventa gioco forza di nicchia e riservata solo ad una fetta di audience che ricerca prodotti del genere, il che può alla lunga diventare anche controproducente. E’ però evidente la passione di Loncik & C. per queste sonorità old style e bisogna sempre portare rispetto per gli sforzi e la passione che ogni musicista ci mette per suonare. In tanti negli ultimi quarant'anni hanno suonato a questa maniera, ma dubito fortemente che gli Hrom abbiano anche solo minimamente preso in considerazione la parola “originalità”; credo anzi che siano ben consapevoli che la loro proposta è e rimarrà legata all’underground ed, in quanto tale, destinata esclusivamente ad uno zoccolo duro di fans di queste sonorità. “Legends of Powerheart: Part II” degli Hrom è comunque un disco discreto che un vecchio metallaro alla soglia delle 50 primavere come il sottoscritto riesce comunque ad apprezzare senza particolari problemi. Sufficienza meritata.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Ottobre, 2021
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I Thy Row sono un gruppo di Helsinki, in Finlandia, creatosi nel 2017 e che, dopo un EP omonimo autoprodotto nel 2019, taglia il traguardo del debut album grazie alla Rockshots Records, con questo “Unchained”, uscito negli ultimi giorni di settembre 2021. Il gruppo ha quale singer l’ottimo Mikael Salo, che i più attenti ricorderanno nei Metal de Facto, Dyecrest ed Everfrost, tra le altre; tutti gli altri sono alla prima esperienza, tranne il batterista Teemu “Snake” Laitinen che ha militato in numerose bands dell’underground finlandese; vi sono poi numerosi artisti, fra cui il più famoso è Teemu Mäntysaari dei Wintersun. Il genere suonato è abbastanza variegato, si spazia dal Power Metal dell’opener “Road goes on” e della successiva “The round”, finendo all’Hard’n’Heavy della title-track “Unchained” e di “Hidebound”, passando per l’Heavy di “Horizons” i cui riff di chitarra ricordano terribilmente quelli di “Symphony of destruction” dei Megadeth. Per tutto il disco sarà un susseguirsi di sonorità differenti, a volte anche alquanto distanti tra loro, e questo può essere un’arma a doppio taglio per i Thy Row; se da un lato, infatti, dimostrano una notevole poliedricità, da un altro punto di vista rischiano di scontentare un po’ tutti: i fans del power metal difficilmente ameranno canzoni troppo “morbide” come ad esempio la lenta “Down on my knees”, mentre chi preferisce l’Hard Rock probabilmente non apprezzerà tracce più dure o addirittura lo speed metal della cover finale “Blue blood” dei mitici X Japan (in cui finalmente si sente cosa è capace di fare il batterista!). “Unchained” è insomma un disco dalle molteplici atmosfere e sonorità, va preso per quello che è in modo da poterlo apprezzare, altrimenti si rischia anche di venirne spiazzati; ai Thy Row però il consiglio è quello di prendere una strada personale in maniera decisa ed insistere su quella, senza perdersi in songwriting così disomogeneo.

PS. L'artwork senza un logo della band e senza il titolo del disco è alquanto deludente...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Ottobre, 2021
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Il progetto It Will Last nasce a fine 2018 per iniziativa del polistrumentista lombardo Simone Carnaghi, che si è occupato sostanzialmente di suonare tutti gli strumenti, dei quali è anche insegnante. Accanto a lui ha chiamato per le parti vocali il suo vecchio amico Daniel Reda, ex-Pandaemonium, come del resto lo stesso Carnaghi (ha suonato per un breve periodo la batteria in quella mitica band, attiva tra fine millennio ed inizio del nuovo). E’ nato così questo debut album intitolato “Nightmares in daylight”, registrato dallo stesso Carnaghi presso il suo studio personale (Rock & Music Studio), composto da dodici pezzi per circa 57 minuti totali di ottimo Power Metal. Il progetto musicale degli It Will Last, infatti, si ispira principalmente alle bands che crearono da fine anni ’90 per circa una decina d’anni quella che era una vera e propria scena di Power Metal qui in Italia; citerei in primis proprio i Pandaemonium, ma anche gente come Projecto, primissimi Athlantis, Highlord ed, in un certo senso, anche vagamente qualcosa di Athena e dei sottovalutatissimi Wonderland. Qualcuno potrebbe dire che questo sound era di moda vent'anni fa e che arriva un attimo in ritardo, ma gli It Will Last non si curano delle mode e, detta sinceramente, se un disco fila alla grande come questo, anche a noi non ce ne frega assolutamente nulla di simili amenità! Già, perché se c’è una cosa da evidenziare e rimarcare è che “Nightmares in daylight” si lascia ascoltare che è un piacere, non ci sono momenti di stanca o passaggi di livello qualitativo inferiore o scadente; tutto è al posto giusto ed al momento giusto ed il songwriting di Carnaghi è davvero di gran gusto. C’è poi la voce di Reda, molto particolare, ma indubbiamente “educata” da anni di studio e melodica al punto giusto; la sua prestazione tende ad essere una sorta di ciliegina sulla torta di una musica ruffiana (in senso buono) e coinvolgente, ma soprattutto convincente. Essendo Simone Carnaghi fondamentalmente un bassista, lo strumento protagonista in assoluto è proprio il basso, il che in alcuni passaggi denota anche una vena malinconica e quasi darkeggiante al sound; ciò nonostante, il musicista non disdegna ottime parti soliste di chitarra e si destreggia anche molto bene con la batteria, a cui forse avrebbe potuto riservare maggiore protagonismo. Resta da dire che ci troviamo davanti ad un concept album che narra di aspetti che stanno consumando lentamente il nostro mondo. In conclusione è indubbio che questo “Nightmares in daylight” degli It Will Last sia un gran disco, una specie di “must” per ogni appassionato di Power Metal, soprattutto di quella scena italiana che ebbe il suo massimo splendore circa due decadi orsono.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Settembre, 2021
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I Tales and Legends nascono nel 2018 per idea del musicista sardo Andrea Atzori che, con l’aiuto dell’amico chitarrista Carlo Figus, ha concepito questo debut album, intitolato “Struggle of the Gods”, composto da undici tracce per circa 56 minuti di ottimo Symphonic Power Metal. C’è molto dei Rhapsody di Turilli e Staropoli nel sound dei Tales and Legends, ma non solo questo, dato che si sente anche qualcosa dei Gamma Ray e soprattutto dei Freedom Call e del loro "Happy Metal", ad esempio nella title-track o in altri momenti più “leggeri” e disimpegnati del disco. Ci troviamo davanti ad un concept album che vede come protagonista un uomo anziano che narra ai nipoti alcune storie stravolte, che hanno tra i protagonisti le divinità egizie Seth ed Horus (raffigurati anche nel piacevole artwork dell’artista Andrea Piparo). Come detto, ascoltando questo disco è impossibile non pensare ai Rhapsody, ma non ci troviamo davanti ad un plagio o ad un clone, dato che Atzori nel suo songwriting ha appreso la lezione impartita da “Legendary tales” in poi e l’ha fatta sua, aggiungendoci le basi del Power Metal più “happy” di scuola tedesca e quel gusto per le melodie tipico del Power di scuola italiana. E’ stato davvero piacevole ascoltare questo disco (prodotto, tra l’altro, in maniera ineccepibile da Mattia Stancioiu agli Elnor Studios), arrivando alla fine sempre con il desiderio di pigiare nuovamente il tasto “play”, tanto che sarei in estrema difficoltà se dovessi indicare i miei pezzi preferiti. Così, a getto, direi la title-track, lunga suite conclusiva di quasi 10 minuti da ascoltare in religioso silenzio e contemplazione, così come la già citata e splendida “Tales and legends”; è però tutto il disco nella sua interezza e compattezza a convincere e conquistare! Qui non c’è spazio per filler o momenti di qualità inferiore all’eccellente, il tutto esaltato alla grande dalla voce splendida di Patrik J Selleby (anche in Bloodbound e Shadowquest). Fans del Power Metal sinfonico (e non solo), con questo “Struggle of the Gods” dei Tales and Legends avete un “must” per la vostra collezione!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Settembre, 2021
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A memoria sono stati pochissimi nella storia i gruppi metal che hanno cantato in francese; al momento mi vengono in mente i primi Trust, i Sortilège e farei fatica a trovare altre bands che non siano sepolte nell’underground più profondo. Da pochi giorni ho aggiunto alle mie conoscenze questi Tentation che arrivano da un piccolo paesello del sud della Francia e tagliano il traguardo del debut album con questo “Le berceau des Dieux”, edito dalla romana Gates of Hell Records. L’album è dotato di un artwork abbastanza scontato (il classico caprone satanico) e poco affascinante, è composto da dieci tracce per poco più di 42 minuti di Heavy Metal molto, ma molto old school. Ascoltando i primi pezzi di questo disco, infatti, mi è sembrato di tornare alla mia giovinezza negli anni ’80, sia per il sound grezzo che per la registrazione claustrofobica. La domanda mi sorge spontanea: ha senso nel 2021 un disco del genere? Se siete appassionati del vintage e delle sonorità che andavano di moda 30/40 anni fa, la risposta sarà indubbiamente positiva; se, invece, siete un po’ più al passo coi tempi e magari apprezzate produzioni più moderne, chiaramente sarete d’accordo nell’affermare che un disco del genere non ha molto ragion d’essere oggigiorno. Aggiungete che l’idioma francese non è notoriamente semplice per l’Heavy Metal (troppo melodico e troppo poco aggressivo), tenete presente che il cantante non fa impazzire, mettete sul piatto poi il fatto che tanti, ma proprio tanti gruppi hanno suonato musica del genere in passato, anche meglio di quanto facciano i Tentation, e capirete che il voto finale difficilmente sarà vicino alla sufficienza. Ho ascoltato e riascoltato diverse volte questo disco a caccia di qualcosa che potesse risultare interessante ma, a parte qualche passaggio solista delle chitarre, c’è davvero poco altro che possa permettere di spiccare in mezzo alla massa. Dispiace dirlo perché la passione della band verso certe sonorità old school è evidente e bisogna sempre rispettare la passione e gli sforzi che ogni musicista ci mette per portare avanti i propri sogni! Purtroppo i Tentation ed il loro “Le berceau des Dieux” non sono riusciti a conquistarmi e non riesco a trovare alcuno spiraglio per concedere loro anche solo una sufficienza di incoraggiamento. Se si vorrà uscire dall’underground, questi francesi dovranno fare ancora molta strada e migliorare parecchie cose, a partire da una produzione al passo con i tempi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2021
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Gli Sweeping Death arrivano da un minuscolo paesino della Baviera di poco più di mille anime e sono attivi dal 2012; in un primo periodo della loro carriera si chiamavano Order of Priority per poi nel 2016 adottare l’attuale denominazione. Un nome simile farebbe pensare al Death Metal ed il violento artwork realizzato dal grande Eliran Kantor parrebbe confermarlo; invece gli Sweeping Death hanno poco o nulla del Death Metal (giusto qualche riff delle due chitarre e qualche passaggio maggiormente aggressivo nel cantato), ma suonano sostanzialmente un Prog/Power (molto più Prog che Power per essere onesti) bello tosto ed arrabbiato con qualche tocco di Thrash che non guasta e rende la proposta musicale finanche originale. Sono poche le bands che infatti si cimentano in un simile settore della musica metal ed è sempre interessante constatare che ci sono gruppi emergenti che hanno personalità da vendere e la cui musica non è per nulla scontata o scopiazzata dai grandi nomi del passato. Certo qualche lontano richiamo agli Opeth o anche ai Therion e persino agli Iced Earth, lo possiamo sentire nei tre pezzi che compongono questo “Tristesse”, ma si tratta solo di ispirarsi a gruppi che hanno fatto scuola per poi iniziare a percorrere una strada personale. Ed indubbiamente gli Sweeping Death cercano di percorrere una propria strada, di mettere in mostra una propria identità in musica, aggiungendo poi anche un concept filosofico alla base dei testi (che ruotano attorno al numero 3). Non ci troviamo davanti ad un gruppo easy-listening, servono diversi ascolti per assimilare le tre tracce, la musica dei bavaresi è complessa e proprio nella sua complessità diventa interessante ed affascinante, convincente ed anche coinvolgente. Personalmente preferisco la seconda traccia “Alter the rift”, forse la più vicina agli Iced Earth dei bei tempi, ma si tratta solo di gusti personali, dato che obiettivamente è tutto il disco a convincere pienamente. Per questo “Tristesse” gli Sweeping Death hanno fatto le cose in grande e sorprende ancora una volta come musica di tale qualità sia costretta all’autoproduzione, mentre le labels continuano inspiegabilmente a sommergerci quotidianamente di immondizie musicali… possibile che ci sia così tanta gente che non capisce nulla di buona musica e magari si possa pure far sfuggire gemme come questo disco degli Sweeping Death? Spero proprio di no!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2021
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Tales of the Old è la creatura del musicista ateniese Mike Tzanakis; il progetto nasce nel 2010 ma solo quest’anno, grazie alla Pride & Joy Music, viene pubblicato il debut album, intitolato “Book of chaos”, dotato di piacevole artwork e composto da 11 tracce per quasi 43 minuti di Power Metal sinfonico. Per la realizzazione del disco Tzanakis ha reclutato una lunga serie di ospiti, alcuni dei quali di levatura internazionale, fra i quali spiccano Fabio Lione, Sakis Tolis e Bob Katsionis. Come accade spesso a progetti simili, in cui c’è un solo musicista e tanti ospiti, fra cui molti singers differenti, il punto di forza e debolezza nello stesso tempo è dato proprio dall’alternarsi continuo di diverse voci. Da una parte, infatti, è indubbio che questo permetta di sfruttare al meglio le caratteristiche dei vari cantanti (Lione, ad esempio, dona veramente una marcia in più a brani come, ad esempio, l’opener “Heavens in war” o “Beware”); dall’altro il continuo susseguirsi di cantanti di tipologie differenti rende il tutto alquanto dispersivo ed è anche difficile seguire il filo del discorso se non si ha sotto mano il concept alla base dei testi; è ipotizzabile, infatti, che ci si trovi di fronte ad un concept album, vista la quantità di voci differenti che potrebbero andare ad interpretare personaggi diversi che si muovono all’interno di una storia che lega le varie tracce e le tante atmosfere differenti. Purtroppo non abbiamo informazioni al riguardo, quindi possiamo solo ipotizzare, magari anche sbagliando di brutto. Venendo alla musica, il Power sinfonico alla base di tutto è fresco e piacevole, con cori in grande quantità e, come detto, atmosfere spesso molto diverse tra loro; strumento principale sono le tastiere, come è naturale che sia visto che il compositore è il tastierista, mentre probabilmente non avrebbe guastato qualche parte solista in più delle chitarre. Basso e batteria fanno il loro lavoro di accompagnamento in maniera egregia, mentre a dare le differenti atmosfere ai componimenti sono le diverse voci, alcune delle quali sono anche liriche (mai stucchevoli per amore di onestà). Sinceramente non amo più tanto il growling, soprattutto in generi musicali così “morbidi” nei quali ritengo possa tranquillamente essere relegato al ruolo di backing vocals; così non è in questo disco, dove invece in alcuni casi il cantato più estremo è protagonista dei pezzi, soprattutto nella parte finale del disco, quasi per incattivire le atmosfere (ecco che torna l’idea del concept album). Tra i fans del Power sinfonico è indubbio che questo disco possa trovare ampi consensi, dato che è certamente piacevole da ascoltare ed è sicuramente ben fatto e prodotto egregiamente (Bob Katsionis in tal senso è sempre una garanzia!). C’è di meglio in giro rispetto a “Book of chaos” dei Tales of the Old? Sicuramente si, ma comunque siamo davanti ad un lavoro in grado di ben figurare nel mondo del Power sinfonico. Adesso speriamo che Mike Tzanakis non ci faccia attendere tanti anni, per farci ascoltare un nuovo disco.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 2021
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Fans dei Rage siete pronti? Mettetevi comodi, fate spazio attorno a voi (non si sa mai!), prendete le vostre cuffie (le migliori che avete) e sparatevi a tutto volume “Resurrection day”, il nuovo album della band del mitico Peavy Wagner. Attenzione, dopo l’intro iniziale, parte a bomba proprio la title-track e potreste venire investiti dal solito roccioso e duro power metal a cui ci ha abituati la band tedesca dopo il ritorno alle sonorità non sinfoniche degli ultimi tempi. Questo disco, infatti, nonostante il cambio di formazione, con l’ingresso di ben due nuovi chitarristi, prosegue sulla scia tracciata dopo l’uscita di Smolski con un graduale quanto inesorabile abbandono delle sonorità più sinfoniche. Peavy è tornato a scrivere pezzi di power nudo e crudo, duro come un macigno, quasi ai confini con il thrash e la presenza di due chitarristi aiuta indubbiamente, basta sentire il groove presente su pezzi come “Arrogance and ignorance”, “Man in chains” e “Monetary Gods”, in cui le chitarre sono pesanti come legnate sulle gengive ed il basso non fa altro che arricchire l’impatto che è tosto come ai bei tempi dei dischi dei primi anni ’90. Qualche raro accenno sinfonico lo troviamo qua e là (“The age of reason”, ad esempio, o la struggente “Black room”), ma immediatamente lascia il passo all’approccio più duro che sarà una costante per tutto l’album, grazie anche ad un lavoro alla batteria di un ottimo Vassilios Maniatopoulos. Come consuetudine i Rage hanno però sempre un’attenzione maniacale alle melodie ed anche questa volta Peavy non fa eccezione, inserendo parti decisamente orecchiabili e ruffiane, lasciando poi spazio ai due chitarristi di rincorrersi ed esibirsi in assoli al fulmicotone. Canzoni spettacolari ce ne sono in quantità e sarei in grandissima difficoltà se dovessi sceglierne qualcuna, così a getto dopo i consueti ascolti ripetuti effettuati per scrivere questa recensione, direi “Mind control” (splendide melodie), la title-track “Resurrection day” (ottima in apertura), “Traveling through time” (che fa riferimento alla danza macabra medievale, la “Schiarazula marazula” riportata in auge, tra i primi, da Angelo Branduardi) e la conclusiva infuocata “Extintion overkill”, ma ripeto si tratta di un elencazione sicuramente non esaustiva. Le dodici tracce durano in totale poco più di 50 minuti e si arriva a fine ascolto con il fiatone, come si si fossero corsi i 400 metri, ma con letteralmente il bisogno fisico di ricominciare nuovamente premendo ancora ed ancora il tasto play. Caro vecchio volpone di Peavy Wagner, grazie per averci regalato con questo “Resurrection day” una nuova perla targata Rage! Personalmente credo di aver trovato uno dei dischi che entreranno dritti dritti nella mia personale top10 dei dischi migliori dell’anno!

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