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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 04 Mag, 2024
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I Tomb of Giants nascono nel 2013 in Germania, nella Bassa Sassonia; finora, oltre al debut album omonimo rilasciato nel 2017, sono riusciti ad autoprodursi un secondo album uscito a maggio 2023, intitolato “Legacy of the sword”; il disco è composto da sole sette tracce per una durata totale di nemmeno 31 minuti, tanto che è una sorta di via di mezzo tra un EP ed un LP ma, dato che la band, lo definisce come il proprio secondo full-length, accettiamo questa definizione. Il sound del gruppo tedesco (con cantante italiano) è un robusto Heavy Metal, ispirato evidentemente dalla NWOBHM e, soprattutto, dalla lezione impartita dagli Iron Maiden. Abbiamo quindi le cosiddette “twin guitars” di Oliver Nienhüser e Yannik Moszynski che si scambiano parti soliste di gran gusto ed il basso pulsante di Daniel Melchior che è evidentemente cresciuto con il poster di Steve Harris sempre accanto. La batteria del buon Mirco Nienhüser impone spesso ritmi frizzanti e non si limita (giustamente!) al compitino di accompagnamento, mentre la voce del nostro connazionale Sergio Cisternino è potente, spesso rabbiosa e dotata di una buona estensione ed espressività. Abbiamo davanti qualcosa di originale ed innovativo? Assolutamente no, questi termini credo siano assenti dal vocabolario dei Tomb of Giants; credo, infatti, che loro suonino solo e soltanto la musica che amano e lo fanno sicuramente bene! Il loro Heavy Metal è infatti trascinante, ricco di energia e grinta finendo per risultare decisamente convincente ed anche coinvolgente; come ho detto più e più volte nelle mie recensioni, se la musica che ascolto mi da energia e sensazioni positive, me ne sbatto altamente della mancanza di originalità! E gli ascolti che ho dato a questo disco sono sempre stati piacevoli; persino nell’astrusa traccia finale “Dosenbier” che penso sia solo uno scherzo della band che ha voluto “giocare”, magari tra una birra ghiacciata e l’altra… “Legacy of the sword” dei Tomb of Giants non passerà alla storia dell’Heavy Metal, ma ci consente di passare una mezz’oretta della nostra vita ascoltando musica di buona qualità. Cosa pretendete di più?

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2024
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Le Pirate Queen sono un gruppo tutto al femminile formatosi nel 2023 e proveniente da diversi paesi (UK, Spagna, ecc.), anche se, forse per creare un alone di mistero (tutte usano degli pseudonimi), vengono indicate come provenienti dal Triangolo delle Bermuda nei Caraibi; questo “Ghosts” è il loro debut album, composto da otto tracce per una durata totale di circa 33 minuti. Vengono presente come “la prima band Pirate Metal tutta al femminile”, ma del genere in questione nella loro musica non c’è praticamente nulla! Se per la definizione “Pirate Metal” vi bastano dei vestiti di scena (detta sinceramente, quasi carnevaleschi; la batterista con la mascherina, ad esempio, sinceramente non si può guardare!) ed i testi delle canzoni, allora buon pro vi faccia; personalmente da questo genere mi aspetto chitarre dal riffing serrato ed affilato come sciabole, drumming furioso e veloce (soprattutto nella doppia cassa), cori epici ed atmosfere e, per finire, voce aggressiva e cattiva… ma qui non c’è assolutamente nulla di tutto questo! Le chitarre sono spesso scariche di energia e mai si spingono nella ricerca di riff massicci, la batterista non pesta più di tanto sull’acceleratore e l’uso della doppia cassa non è frequente come dovrebbe (in “Ghosts” e “Santa Lucia” va riconosciuto che si mette al lavoro come si deve), le atmosfere sono rarefatte ed i cori non si sentono quasi mai (forse la sola “In the search of Eldorado”, come qualcosa della pesante “Open fire”, meritano attenzione in tal senso), la voce è poi quella che manca maggiormente di attitudine, risultando assolutamente priva di grinta, ma solo una normalissima voce femminile degna di una normalissima female fronted Melodic Metal band (ed evitiamo di ricordare i momenti stucchevoli in cui cerca liricismi che c’entrano come i cavoli a merenda!). Già, perché in fin dei conti le Pirate Queen non sono assolutamente una band di Pirate Metal, ma un normalissimo gruppo Melodic Power Metal, come tante altre prima di loro, con la sola differenza che usano costumi di scena da pirati e si atteggiano in tal senso (vedere i video per capire), risultando però tutt’altro che credibili e convincenti. Non capisco poi la scelta di inserire ben tre volte la title-track presentata, oltre che nella normale versione, come “radio edit” e strumentale, quasi a voler fare da “riempitivo” per non rilasciare un EP (la breve durata è sintomatica in tal senso). Dispiace perché, se non fossero state presentate come un gruppo di Pirate Metal, ma solo e soltanto come un normalissimo gruppo Power Metal, sia pure nella versione più melodica, tutto al femminile, il risultato finale sarebbe stato differente, perché in fin dei conti la musica suonata dalle Pirate Queen non dispiace più di tanto, pur non brillando particolarmente; a questa maniera, però, non c’è speranza che questo “Ghosts” meriti anche solo la sufficienza. Scusate, ma ora mi vado ad ascoltare gente come Blazon Stone e Silverbones, tanto per ricordarmi cosa è veramente questo genere!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2024
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I The Inner Me sono un gruppo austriaco attivo da ormai circa un decennio, quanto meno dal 2015, anno in cui è uscito il loro debut album “A new horizon” (al sottoscritto purtroppo sconosciuto); a distanza di quasi dieci anni si ripresentano con un nuovo full-length autoprodotto, intitolato “Rosabelle believe”, dotato di copertina alquanto anonima, composto da dodici tracce per quasi 57 minuti di durata totale. Si tratta di un concept album incentrato sulla figura di Harry Houdini e sul suo amore per la moglie Bess. Ma cosa suonano questi austriaci che, tra l’altro, non sono più dei ragazzini? Il loro sound è un Heavy/Power Metal contaminato da parti Hard Rock e qualche influsso Prog, il cui risultato è un qualcosa non di semplice assimilazione e che non è particolarmente orecchiabile, né ruffiano; sarà per le tematiche dei testi, ma il sound è quasi oscuro e melodrammatico e tutt’altro che easy listening o happy. Ci sono voluti quindi diversi ascolti per assimilare le varie tracce, ricche di sfaccettature diverse ma sempre piacevoli da ascoltare e riascoltare. Un’altra cosa che mi ha colpito è la notevole eterogeneità tra le varie tracce; si passa dal Power di “Immigration” alla hard rockeggiante (con richiami al sound americano degli anni ‘80) di “I am magic”, andando poi alla lenta e malinconicamente romantica “Far away from light” ed allo US Metal di “Dime show” e così via, fino alla breve conclusiva “Epilogue (Rosie, sweet Rosabel)” per piano e voce femminile. Ecco forse questa eterogeneità alla lunga finisce per rivelarsi un’arma a doppio taglio, appesantendo l’ascolto che non si rivela sempre particolarmente fluido e ficcante. Ciò nonostante, i vari ascolti dati a questo disco sono sempre stati piacevoli ed è evidente il buon gusto nel songwriting da parte del terzetto austriaco e, se qualcuno mi chiedesse di scegliere la mia traccia preferita, credo che non esiterei ad indicare “How I conquered the East”, la canzone più veloce e frizzante di tutta la scaletta. Strumento principale è la chitarra di Reinhard "Kotza" Müller che regala piacevoli parti soliste in quantità, ben sorretto dal basso di Daniele Tallamassl che ricama in sottofondo. Da segnalare la presenza di una voce femminile (di ospite ignota), oltre nella traccia conclusiva, anche nella già citata “Far away from light” e nella title-track, che duetta alla grande con il singer David Stawa; alla batteria invece c'è un altro ospite, l'austriaco Rainer Lidauer (come suggeritomi dalla stessa band). Tirando le somme, è evidente che gli austriaci The Inner Me con questo “Rosabelle believe” abbiano realizzato un album di buona qualità; adesso speriamo di non dover attendere un’altra decade per un nuovo disco….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2024
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Gli Stormborn arrivano da Londra, dove sono attivi dal 2007; finora però hanno misteriosamente realizzato solo l’album omonimo nell’ormai lontano 2012 ed una manciata di singoli nel corso degli anni. Forti di un contratto con la piemontese Rockshots Records (label sempre attenta ai lavori di qualità!), trovato un nuovo cantante (Christopher Simmons, anche nei thrash/deathsters Wretched Soul), hanno sfornato a fine aprile il loro secondo full-length intitolato “Zenith”, dotato di piacevole artwork e composto da sette canzoni (cui si aggiunge la solita inutilissima intro ed un breve intermezzo strumentale alla quarta traccia) per una durata totale di soli 39 minuti. E’ evidente sin da subito che gli Stormborn sono cresciuti a pane ed Iron Maiden; il loro Heavy Metal, infatti, è solo un po’ più veloce di quello degli Irons (ottimo il lavoro di Andy Felton alla batteria!) ma, a livello di trame delle due chitarre e soprattutto di linee melodiche, ripercorre quanto fatto nel corso degli ultimi 45 anni da Steve Harris & Co.; ecco, a proposito di bassisti, è doveroso sottolineare che Simon Ball (forse il soprannome “Steve” deriva proprio dal suo idolo…) nello stile si ispira al maestro, ma nel sound è meno protagonista, forse perché sacrificato dalla registrazione in sottofondo e messo poco in risalto. Se, quindi, amate le produzioni degli anni ’80 dei Maidens ed, in genere, la NWOBHM, questo disco sicuramente farà al caso vostro. Qualcuno potrà obiettare (ed a ragione) che gli Stormborn non sono per nulla originali e non si inventano assolutamente nulla, suonando della musica che in tanti altri hanno fatto prima di loro, ma penso che la band inglese suoni solo e soltanto la musica che i propri componenti amano e se ne fottano ampiamente di essere originali! Del resto, come ho più e più volte evidenziato nelle mie recensioni, se quello che ascolto mi piace, mi dà energia, mi suscita emozioni, posso tranquillamente fregarmene che non sia innovativo. E, cari lettori, l’Heavy Metal degli Stormborn e le canzoni di questo “Zenith” riescono sicuramente a centrare questo obiettivo, riuscendo anche a non risultare troppo vintage ed old school. Album sicuramente promosso a pieni voti ed indubbiamente più che piacevole da ascoltare, anche se le vertebre cervicali, martoriate dal continuo headbanging, sembrano pensarla diversamente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Aprile, 2024
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Quello dei War Grave è un nome nuovo che arriva da Londra, dove il gruppo si è formato nel 2021 tra musicisti non di “primo pelo” attivi nell’underground londinese da tempo. Dopo un paio di singoli, la band arriva in questo mese di aprile a rilasciare il proprio primo EP omonimo, composto da cinque pezzi per una durata totale di quasi 28 minuti. Ciò che salta subito all’occhio è la durata importante; alcuni pezzi, infatti, hanno durate elevate (la title-track, ad esempio, dura oltre 7 minuti) e forse sarebbero stati più efficaci con qualche sforbiciata qua e là per abbreviarli di 1-2 minuti. Guardando la bio allegata alla richiesta di recensione, vengono fatti paragoni con gente come Megadeth e Symphony X ma, come spesso accade in questi casi, si tratta di accostamenti decisamente campati in aria; meno inappropriati, invece, sono i confronti con Judas Priest e soprattutto con gli Iron Maiden. Ecco, credo che le principali somiglianze della musica dei War Grave siano proprio con i mostri sacri dell’Heavy Metal inglese da cui il quintetto ha mutuato il proprio sound ed il modo di concepire la musica. Aggiungeteci poi un bel po’ di energia e grinta, che sfocia quasi nel Thrash, ed ecco il sound made in War Grave! Qualcosa di originale ed innovativo? Assolutamente no, ma non credo sia questo l’intento del gruppo inglese; penso, infatti, che loro suonino solo e soltanto la musica che amano, fottendosene altamente dell’originalità e, come ho sempre sostenuto, se la musica che ascolto mi piace e mi dà energia e/o emozioni, me ne sbatto profondamente se non c’è originalità! I cinque brani dell’EP si somigliano abbastanza tra loro, nel senso che hanno come filo conduttore l’energia, la rabbia e l’impatto, con riff massicci, assoli veloci, parti vocali spesso urlate, ritmi di batteria frizzanti ed il basso che pulsa in sottofondo; ecco, ritengo che sarebbe stata necessaria una maggiore attenzione per le melodie, ma forse l’approccio è stato volutamente violento e va preso per quello che è. Intelligentemente il gruppo non vuole sembrare vintage o troppo old school e la produzione viene studiata al passo coi tempi, carica di groove e decisamente ben fatta. Questo EP omonimo è insomma un buon biglietto da visita per i War Grave, gruppo che ha solo bisogno di lavorare di più sulle melodie e sull’efficacia dei singoli componimenti per evitare di “allungare il brodo” inutilmente; per il resto le qualità sono evidenti, aspettiamo solo un LP, fiduciosi che si saprà far meglio di così!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 2024
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E’ un mistero come mai un gruppo eccezionale come gli Holy Knights non sia riuscito a sfondare, un mistero come mai abbiano registrato solamente due full-length (uno più bello dell’altro!), un mistero come mai sono dodici anni che non si facciano sentire! Ci ha provato quest’anno la greco/rumena Sleaszy Rider Records, andando a riesumare il demo che la band siciliana rilasciò nel 2000, rimasterizzandolo, aggiungendo due cover (risalenti al 2002) e presentandolo con un nuovo artwork (molto bello!) ed un nuovo titolo: “The demo 1999/2000 (Gate through the past)”. Chi conosce la band, saprà che i pezzi del demo sono poi finiti nel meraviglioso debut album del 2002 “A gate through the past”, praticamente senza modifiche particolari, se non “Quest of heroes” che non è divisa in due parti. Ecco, quindi, che dopo l’intro “The march of black knights” parte la meravigliosa “Sir Parcival”, una delle più belle canzoni Power Metal mai scritte in Italia, praticamente perfetta in ogni sua nota. Come detto, “Quest of heroes” non è divisa in due movimenti ed in questa veste lunga quasi 9 minuti si fa apprezzare ugualmente. Chiude il demo la ballad “Love against the power of evil”, struggente e da brividi, con un Mark Raven estremamente versatile. Ci sono poi le due cover, “Free” degli Heavy Load e “The end of the night” degli Sword, uscite nel 2002 in delle compilation dedicate alle due storiche bands. Le due chitarre del compianto Ezio Montalto (portatoci via dal Covid nel 2021) e di Danny Merthon (all’anagrafe Salvatore Graziano, poi uscito dalla band diversi anni addietro) sono splendide protagoniste, ben sostenute dal basso di Nick Rose (uscito subito dopo il demo dal gruppo) e dalle tastiere suonate dal cantante Mark Raven (Dario Di Matteo, che fa ancora parte della formazione odierna). C’è poi la batteria del maestro Claudio Florio (che qui usa lo pseudonimo di Claus Jorgen) che connota il sound con la sua potenza e fantasia. Qui insomma ci sono i primi passi di una band che avrebbe avuto tutte le carte in regola per affermarsi a livello internazionale: talento, fantasia, songwriting, qualità fuori dal comune… Eppure la storia è andata diversamente, purtroppo! Ci si augura quindi che questo “The demo 1999/2000 (Gate through the past)” sia un primo passo per la rinascita degli Holy Knights, augurando loro di poter presto raccogliere quello che meritano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 2024
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Quando mi hanno proposto la recensione dei toscani Emberstar, non avendo la benché minima idea di chi fossero, pensavo che, visto il nome, fossero un gruppo dedito al Power Metal e mi sono subito tuffato nell’ascolto con entusiasmo. Immaginate la mia sorpresa quando ho scoperto che gli Emberstar suonano invece un Thrash furiosissimo ed estremamente arrabbiato, quando persino l’artwork molto bello farebbe pensare ad altro genere musicale decisamente più melodico e meno violento. Questo “Dialogue with the outside” è il loro debut album, uscito originariamente ad ottobre 2023 come autoproduzione, per poi essere rilasciato dalla Punishment 18 Records a fine marzo 2024; il disco è composto da nove tracce per una durata totale di poco inferiore ai 47 minuti. Purtroppo ho avuto a disposizione per la recensione un unico file con tutte le canzoni messe assieme ed è stato complicato distinguere le une dalle altre, tanto che per individuare la mia preferita (“Queen Anne’s revenge”) mi sono dovuto mettere a fare i calcoli sul minutaggio trascorso. Spero per il futuro di non ricevere mai più un unico file, perché vi assicuro è difficile capire a che punto dell’ascolto si è e quale canzone si sta seguendo in un dato momento, visto che non vi è indicazione alcuna, se non quella del minutaggio trascorso. Ma, tralasciando queste difficoltà, quello che conta è la musica e quella degli Emberstar è decisamente tosta e violenta, grazie soprattutto al cantante Jacopo Terzaroli che vomita tutta la sua rabbia senza soluzione di continuità dal primo all’ultimo istante, senza praticamente concedere mai un attimo di tranquillità, ma urlando sempre come un ossesso. E questo, a lungo andare, diventa il vero punto debole del disco. Se, infatti, le musiche sono sempre ben fatte e piacevoli da ascoltare per un appassionato del Thrash (ottimo il lavoro di Raffaele Muscatiello alla chitarra, come anche quello di Michelangelo Mattei che picchia a dovere sulla batteria), la voce sempre urlata e sempre sostanzialmente uguale a tante altre finisce per rischiare di annoiare; forse sarebbe stato più opportuno diversificare un po’ l’approccio ed evitare di essere solo e soltanto rabbioso. Quello che ne risulta, infatti, è una staticità non indifferente, quasi che il vocalist non sappia fare altro che urlare a più non posso. Dispiace dirlo perché, come già evidenziato, le musiche degli Emberstar sono davvero interessanti e convincenti, ma a non convincere è proprio la prestazione del leader (il gruppo è stato fondato proprio da Terzaroli, assieme al chitarrista Muscatiello). Per il futuro gli Emberstar dovranno provare a staccarsi dal solito cliché rabbioso, tanto diffuso tra i gruppi Thrash di più recente formazione, cercando di diversificare maggiormente il loro approccio, tentando un percorso magari più personale ed introspettivo; per il momento questo “Dialogue with the outside” merita sicuramente la sufficienza, perché mette in mostra buone potenzialità che hanno solo bisogno di essere incanalate verso un interessante futuro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 2024
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Recensire un disco degli Shadows of Steel è per me, nonostante la mia veneranda età, alquanto emozionante; è un po’ come ritrovare un vecchio amico che non vedi da tanto tempo e, nel profondo di te stesso, sai che lui sarà ancora in grado di toccare le corde più profonde dell’animo, come ha sempre saputo fare. Il primo disco che ascoltai della band di Wild Steel ed Andrea De Paoli (qui con pseudonimo di Andrew Mc Pauls) fu quel meraviglioso debut album omonimo nel lontano 1997 (avevo 25 anni e da poco ero emigrato in Veneto) che accompagnava spesso e volentieri i miei viaggi alla ricerca di me stesso e del mio futuro. Da allora ci sono stati un paio di EP ed un paio di LP (di cui l’ultimo fu “Crown of steel” del 2013) per poi avere un lungo silenzio durato quasi dieci anni. Nel 2022, infatti, uscì una prima versione in EP di questo “Twilight II” che passò colpevolmente molto sotto traccia, fino ad arrivare a questi giorni di aprile 2024 in cui la label americana Metallic Blue Records ha deciso di rilasciare “Twilight II” in versione full-length, con gli stessi pezzi dell’EP a cui sono stati aggiunti tre inediti. Andiamo con ordine di scaletta. I primi quattro pezzi sono gli stessi che aprivano l’EP, dalla splendida opener “Call of shadows”, classica cavalcata Power con il marchio della band impresso a fuoco sin dalle prime note. La seguente “Broken mirror” è un’altra canzone velocissima di fronte alla quale è impossibile rimanere fermi. Splendide chitarre acustiche ed un Fabio Zunino da brividi con il suo basso impreziosiscono “Shine”, traccia dal flavour romantico e malinconico. “Power of dreams” conclude il quartetto alla grande, essendo un altro brano veloce e decisamente orecchiabile, oltre che coinvolgente. Gli inediti si aprono con la ballad “Crystal”, indiscutibilmente piacevole ed indicata per momenti romantici; segue poi “Search for the truth”, pezzo in cui è preponderante la parte strumentale, con le chitarre di Ice ed Andrew Spane che regalano ottime parti soliste. “Symphony”, aperta dalle tastiere del mitico Mc Pauls, come dice il titolo stesso, strizza l’occhio al Power sinfonico, per poi rivelarsi come l’ennesima traccia convincente e ficcante. Concludono l’album le cinque cover che c’erano anche sull’EP, rispettivamente di Angel Witch (l’omonima), Stormwitch (la meravigliosa “The beauty and the beast”), Heavy Load (“Dark nights”), Jag Panzer (“Shadow thief”) e Death SS (con la storica “Heavy demons”). Sono passati tanti anni, ma Wild Steel è ancora in ottima forma e, come il buon vino, invecchiando migliora sempre più! Da segnalare la presenza di numerosi ospiti/amici, tra cui i più famosi sono Roberto Tiranti, Federica “Sister” De Boni e Ross Lukather. Accaparrarsi una copia di questo “Twilight II” è una sorta di dovere morale per ogni appassionato del Power Metal di scuola italica perché, inutile negarlo, gli Shadows of Steel sono stati tra i maestri di questo settore e lo sono ancora oggi!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 25 Aprile, 2024
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Avevo conosciuto a fine 2022 gli svizzeri Hartlight, creatura della cantante Noémie Allet e del polistrumentista Adrien Djouadou, all’epoca del loro primo EP intitolato “From Midland and beyond”; li ritrovo adesso a poco più di un anno di distanza, dopo un alto numero di singoli, con il loro primo full-length, intitolato “As above, so below”, autoproduzione di otto pezzi per quasi 50 minuti di durata totale. Risalta subito quello che è il problema principale di questo disco (che non era presente sull’EP): l’eccessiva lunghezza dei componimenti. Quasi tutti i pezzi, infatti, se avessero 1-2 minuti in meno sarebbero molto più efficaci e convincenti, mentre sembra quasi che la band voglia esagerare ed “allunghi il brodo” in maniera smodata; prendiamo l’ottima “That witch stagnates is a liar”, canzone che è tra le migliori del disco ma che, se fosse terminata attorno al quinto minuto, sarebbe stata molto meglio (evitando soprattutto quel growling di Djouadou che non c’azzecca niente!). Non a caso, la traccia che funziona meglio e che spicca una spanna sopra le altre è proprio “The land of the star” che è l’unica a durare poco più di 4 minuti. A parte questo, l’album è gradevole da ascoltare, soprattutto se si è fans di certo Symphonic Power con voce femminile. Noémie è molto più espressiva che in passato e decisamente efficace e versatile, evita anche di andarsi a cacciare in inutili e stucchevoli liricismi. La batteria è finalmente suonata come si deve ed impone spesso ritmi piacevolmente frizzanti (ma il batterista Pierre d’Astora è già andato via ed è stato sostituito dopo le registrazioni da Guillaume Remih, già nei Phoebus the Knight con lo pseudonimo di Robin of Locksley, nonché attualmente nei Knights of Heliopolis, altra band di Djouadou ed Adrien Guingal). Per il resto chitarre e tastiere sono gli strumenti principali, con musiche mai banali, ma sempre ben fatte e altrettanto ben suonate. Da segnalare anche il piacevole flavour anni '70 nella lunga suite finale "All life begins in the dark". Ripeto, i vari ascolti dati a questo LP sono sempre stati gradevoli, anche se snellire i componimenti da inutili orpelli (messi soprattutto in apertura e chiusura dei pezzi) avrebbe reso più semplice ed efficace il tutto. “As above, so below” è un buon debut album (obiettivamente c’è molto di peggio in giro) e mostra che gli Hartlight stanno facendo passi da gigante con il passare del tempo; il talento non manca, si tratta di affinare qualche dettaglio per poter spiccare il salto definitivo che consenta loro di uscire dall’underground.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2024
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Avevo conosciuto i finlandesi Renegade Angel, progetto del pianista Jani Pöysä, all’epoca del secondo EP “Dawn of justice” del 2022; li ritrovo adesso con un altro EP, intitolato “Jokesters”, ancora una volta edito dalla Inverse Records. Cosa è cambiato in questi due anni? Si potrebbe dire solamente la marea di ospiti che suonano e cantano nei poco meno di 20 minuti di durata di questi cinque pezzi, nei quali la title-track viene ripetuta due volte (una delle quali definita “alternative”) e l’altro inedito cantato una volta in inglese ed un’altra in spagnolo. Di conseguenza, le canzoni di cui parlare si restringono a tre. Si parte con la title-track “Jokesters”, brano molto ruffiano e molto orecchiabile che mi ha fatto pensare agli Edguy, con un assolo di chitarra che mi ha ricordato tantissimo un pezzo famoso del passato di cui non sono riuscito a ricordare né titolo e né autore. Tra le due versioni, preferisco la prima, in quanto la “alternative” è più blanda. Arriva poi “Soldiers of misfortune”, presentata con diversi cantanti e due diverse lingue; si tratta di un’altra canzone Heavy Metal non eccezionale e che non fa gridare al miracolo, ma che si lascia ascoltare gradevolmente. In ultimo c’è la cover di “Razor’s edge” dei Meat Loaf di cui, perdonate l’ignoranza, non conosco l’originale (né questa versione mi ha stimolato a scoprirne la prima); si tratta di un pezzo molto leggero, tipicamente hard rockeggiante, che sinceramente mi sembra anche alquanto avulso dal contesto. Dopo due anni mi aspettavo di più dai Renegade Angel, magari un full-length, o comunque qualcosa di più incisivo; questo “Jokesters”, infatti, è un discreto dischetto, piacevole da ascoltare, ma che non convince più di tanto. Sarebbe forse giunto il momento per Jani Pöysä di fare tutto maggiormente sul serio e circondarsi di una band vera e propria, senza far ricorso ad una marea di ospiti, per trovare il giusto stimolo e rendere più convincente e vincente il proprio songwriting.

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