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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2022
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Nasce nel 2020 il progetto Feelingless da un'idea di Hugo Markaida, membro della band Melodic Death Metal spagnola Rise to Fall. L'intento, spiega l'artista, è raccogliere fondi a sostengo degli animali, ed è per questo motivo che all'interno del disco di debutto "Metal Against Animal Cruelty", troverete tantissimi ospiti, tra i quali citiamo Björn "Speed" Strid (Soilwork), Jon Howard (Threat Signal), Christian Älvestam (Solution .45, Miseration) ed Ettore Rigotti & Claudio Ravinale (Disarmonia Mundi). Andando oltre l'intento - assolutamente lodevole - delle persone coinvolte in questo progetto, vediamo cosa ha da offrirci questa primissima fatica della band. Sostanzialmente siamo di fronte ad un moderno Melodic Death completamente influenzato dalle soluzioni più attuali di gente come In Flames e Soilwork passando, di tanto in tanto, per qualche sferzata in stile At The Gates. Ma di base possiamo tranquillamente dire che il disco in questione si rivolga alla frangia più morbida, tante volte sfociante nell'Alternative, del genere. Il perché, ipotizziamo, è da ricercarsi nell'intento di abbracciare un bacino d'utenza più ampio dato il fine per il quale il disco è stato concepito. Ne segue, dunque, che la qualità dei brani proposti segua lo stesso trend attestandosi su un livello medio. Tradotto: non abbiamo chissà quali guizzi di genio, quanto una serie di brani lunghi nel quale ciascun ospite fa la sua parte; ma tendenzialmente i brani sono strutturati su una medesima base. Non vi neghiamo che abbiamo fatto fatica ad arrivare a fine corsa senza sbadigli. Di conseguenza ci viene da dire che a livello commerciale questo "Metal Against Animal Cruelty" abbia perfettamente centrato il segno in quanto accattivante nella proposta e di facilissima fruizione; di contro, da un punto di vista di qualità siamo di fronte ad un banalissimo sei politico senza infamia e senza lode. Vale la pena dell'acquisto solo per l'intento prefissato dal progetto, tant'è.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2022
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Lo diciamo subito: è il nuovo disco dei leggendari Deströyer 666 la miglior uscita Heavy dell'anno; c'è poco da fare. Trent'anni di onoratissima carriera che hanno visto l'uscita di cinque grandissimi lavori, compreso il qui presente "Never Surrender" che giunge dopo sei anni di silenzio come un monolite, tanto per ricordarci che gli australiani sono tutt'ora il nome di punta di un certo modo di intendere il Metal. Detto altrimenti: i Deströyer 666 sono i migliori e se siete fan della cultura metal degli anni '80, quella fatta di borchie e smanicato con le toppe, allora questo nuovo album farà al caso vostro. Semplice per quanto non scontato, diretto come un pugno in faccia, strabordante di epicità e furia battagliera, pregno di Motorhead dall'inizio alla fine... insomma, abbiamo tutti gli ingredienti per un signor disco che vi terrà incollati alle cuffie per 40 minuti abbondanti. Il tutto, dicevamo, senza mai sfociare nella banalità. Perché è vero che siamo di fronte ad un album poco impegnato, ma ciò non vuol dire roba trita e ritrita o banale. La particolarità di KK Warslut è proprio quella di offrire sempre e comunque album di elevatissima qualità con un modus operandi che SOLO i Deströyer 666 hanno; ed è per questo che secondo noi loro sono i migliori portavoce di questo mix di Black, Thrash ed Heavy. soprattutto quest'ultimo è oggi il protagonista assoluto, quasi a voler maggiormente omaggiare il metal degli anni '80 o comunque quel modo di suonarlo. Non c'è una, e ripetiamo UNA, singola traccia sbagliata o poco convincente: tutto sa di vissuto e vintage ma con il piglio e la qualità compositiva di oggi, con un risultato a dir poco strabiliante, a testimonianza di come, se usata a dovere, la semplicità paghi sempre e comunque. "Never Surrender" è un disco sentito fino al midollo, battagliero ed epico, senza alcuna pretesa di essere autoreferenziale ma allo stesso tempo testimone di come il moniker che gli ha dato vita sia pressoché inimitabile. Et voilà, nient'altro da dire, se non alzate quel ca**o di volume al massimo e scapocciate fino a rompervi l'osso del collo con il miglior disco Heavy Metal dell'anno!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 2022
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Debutto degli svizzeri Katapult, questo "Play Stupid Games, Win Stupid Prizes". Un disco che, come avete letto dal titolo, è fortissimo negli intenti ma un po' meno all'atto pratico; ma andiamo con ordine. I Nostri nascono nel 2017 e dopo due EP nel 2019 finalmente sbarcano sul mercato con la loro primissima creatura targata Discouraged Records. Nel complesso, dicevamo, Mr. Johan Norström e soci hanno tirato fuori dal cilindro un disco piuttosto interessanti nel quale Melodic Death e Thrash Metal si fondono con costanti innesti elettronici ed intermezzi simil Punk o comunque provenienti dal mondo -core. Tuttavia due sono i principali fattori che poco ci hanno convinto di tutto il progetto: troppe tracce - tredici in tutto - che di base risultano spesso uguali l'una all'altra e la conseguente prolissità dei passaggi proposti. Ora, tutto ciò non è da intendere come un prodotto da cestinare o da scartare a priori; tuttavia ci rendiamo conto che si tratta di un ascolto piuttosto difficile da digerire per poterne apprezzare le effettive potenzialità. Nel lotto proposto, infatti, ci sono delle piccole perle, come "The Arsonist", la successiva "Nihilism for the Gods" o l'ottima "Schadel": tutti brani che effettivamente ci mostrano una band super affiatata e con idee ben chiare e precise su dove si voglia andare a parare. Tuttavia i buoni intenti di cui sopra sembrano sciogliersi all'interno del contesto se si ascolta tutto il resto. Brani che risultano monotoni e relegati sui medesimi pattern dove l'epicità e la grinta - sempre ben presenti - sembrano più inserite con lo stampino che con l'effettiva voglia di fare. Da qui segue come mai ci abbia poco convinto la scelta di tredici tracce se poi alcune sembrano la medesima spezzettata in più parti da noiosi passaggi groove di riempimento. Ecco il perché ci risulta difficile inquadrare questo "Play Stupid Games, Win Stupid Prizes" in un contesto complessivo: di primo impatto sembra più un contenitore di idee disparate e non effettivamente un prodotto completo e definito. Da qui segue il generale senso di dispersione cui l'ascoltatore va in contro con conseguente perdita di attenzione. Il nostro consiglio è quello di puntare maggiormente sui brani segnalati e di snellire la proposta stilistica, o quantomeno di definirla in un quadro molto più chiaro. Buona fortuna!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 2022
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Tornano a mietere vittime i milanesi Extirpation, quartetto di nostra vecchia conoscenza che ci lasciò più che soddisfatti nel 2019 con la pubblicazione del terzo full-length "A Damnation's Stairway to the Altar of Failure". All'epoca lodammo parecchio il lavoro svolto, soprattutto perché oggigiorno è pressoché impossibile suonare Black/Thrash senza risultare una copia sputata dei grandi nomi uguale alle miriadi di altre band presenti sul mercato. Ecco, i Nostri fortunatamente possiamo inserirli in quel ristrettissimo campo delle eccezioni: nulla di nuovo sulla carta, ma è il come che fece la differenza in quella produzione. Oggi, dunque, con le stesse aspettative di tre anni fa, torniamo a parlare della band milanese con il qui presente EP "The Endless Storm". Quattro brani più un'intro che fin da subito dimostrano come gli Extirpation siano una realtà ben al di sopra della media, sia da un punto di vista di attitudine che di songwriting. Inoltre, importantissimo, la nuova produzione ci presenta la band sotto un'altra luce che vede la componente Thrash Metal maggiormente relegata a ruolo di contorno in favore di un avvicinamento sul versante Black. Sia chiaro, lo stampo è sempre quello, tuttavia laddove la ferocia del Thrash ottantiano la faceva da padrone ora abbiamo un comparto molto più ragionato e per certi aspetti più morbido. L'epicità, la melodia e le sinfonie mortifere accentuate rendono l'opera in questione molto più apprezzabile e se vogliamo ricercata. Non c'è da stupirsi se si riscontrerà il sapore della Svezia e della Norvegia anni '90; così come non c'è da stupirsi se questa - in parte - nuova rotta comunque non risulti come una perdita di personalità da parte dei Nostri. Fattore che molto ci è piaciuto degli Extirpation è questa confidenza con la musica che suonano che permette loro una certa liberà di movimento senza tuttavia perdere il focus. A parte qualche passaggio che riteniamo troppo prolisso o, al contrario, troppo carico di elementi, non viene mai da storcere il naso: i brani filano lisci e viene voglia di un secondo ascolto fin da subito. Perciò, senza troppi giri di parole, l'esperimento è riuscito e certamente potrebbe portare l'act milanese su livelli ancora più alti. Vedremo se nel prossimo full-length le aspettative saranno rispettate.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2022
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Quella dei genovesi Necrodeath non è certamente una carriera che ha bisogno di presentazioni o ulteriori chiarimenti: trattasi, assieme a Schizo e Bulldozer, del nome di punta del Metal estremo italiano. È normale, dunque, aspettarsi dal quartetto dei lavori ben al di sopra della media e degni del nome di chi ha marchiato con il nero fuoco la storia del Metal nostrano ed internazionale. Fortunatamente Flegias e soci non deludono mai, come ben dimostrano i due capolavori del 2018 e del 2019, dei veri e propri inni alla violenza più feroce e brutale. Ed è proprio di violenza, anzi di ultraviolenza per meglio dire, che oggi parleremo con questo "Singin' in the Pain", tredicesimo album che conferma ancora una volta l'indiscutibile primato dell'act genovese. Già il nome del titolo, così come quello delle tracce, dovrebbe darvi un'indicazione del topic principale: il capolavoro cinematografico Arancia Meccanica. Esatto, questa nuova fatica è la messa in musica del capolavoro di Mr. Kubrick a cominciare dal titolo che è lo stesso della canzone che Alex DeLarge fischiettava con i suoi Drughi prima di lasciarsi andare alla violenza più brutale. Ed in effetti tanto c'è da aspettarsi in questo nuovo disco dei Necrodeath: violenza a secchiate, ma di quella cieca e distruttiva che ti lascia in fin di vita sul ciglio della strada. È impressionante come dopo 37 anni di carriera i Nostri riescano ancora a dispensare così tanta furia omicida nei loro album; e con una maturità artistica degna di nota. Perché se da un lato è indubbio come la furia istintiva la faccia da padrona, dall'altro è impossibile non percepire grande maestria per mano di chi è sulla scena da quasi quattro decadi. "Singin' in the Pain" è esattamente un disco dei Necrodeath di oggi, con tutto ciò che questo comporta. Forse un pelo sotto ai precedenti due lavori per il semplice motivo che cercare di mettere in musica un film - o meglio un concept album basato sul film - non è impresa facile: qualche intoppo qua e là c'è, soprattutto in quelle sezioni fin troppo tirate per le lunghe dove l'attenzione viene un po' meno. Inevitabile certamente, così come alcune soluzione non propriamente freschissime - nel bene e nel male un loro marchio di fabbrica -. ma stiamo pur sempre parlando di nei modellati su un corpo solidissimo e ben piantato a terra. Non stiamo parlando sicuramente di un disco che si attesta sui livelli dei due precedenti, ma non per questo si tratta di un prodotto scadente. Anzi, lo definiamo un esperimento riuscito per un buon 85% da parte di una band che non è più definibile storica, quanto leggendaria. Viene da sé che è un discone da avere a tutti i costi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2022
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I Kampfar sono una di quelle realtà che è sempre un piacere ascoltare. Dal 1994 Dork e soci si sono fatti portavoce di un certo modo di intendere il Black Metal, e anno dopo anno i Nostri hanno stratificato sempre di più il loro sound fino a diventare, oggigiorno, forse la band Pagan Black più importante e famosa al mondo - a buon diritto aggiungiamo noi -. Ne segue che questo nono capitolo dal titolo "Til klovers takt" abbia il compito - ingrato, per così dire - di portare ancora in alto il nome dei Kampfar. Obiettivo che, senza troppi giri di parole, riteniamo perfettamente centrato: il nuovo disco del quartetto norvegese è un lavoro di pregevolissima fattura che vi farà innamorare ancora una volta della band. Nulla di nuovo sulla carta, nel senso che cinque delle sei tracce presenti erano già state spoilerate nel precedente EP e singole uscite. Di nuovo c'è solo l'ultimo brano "Dødens aperitiff" che, a dirla tutta, è forse quello meno riuscito del lotto. Comunque sia ciò che ha reso e rende tutt'ora i Kampfar i signori assoluti del Pagan Black sono le atmosfere e il songwriting estremamente eterogeneo ma non per questo dispersivo o eccessivamente prolisso. Al contrario, le cupe e velenose litanie che si vanno delineando in questo "Til klovers takt" vi porteranno all'interno di un viaggio senza ritorno, dove l'epicità battagliera da un lato e il costante richiamo alla morte dall'altro vi ipnotizzeranno per circa 45 minuti di Black Metal suonato a mestiere. Anzi, osiamo dire che i Kampfar di oggi siano in un vero e proprio stato di grazia, ad un livello ancora più alto rispetto a quello degli albori dove la componente Folk era maggiormente presente. Il motivo, come più volte ribadito, è la costante evoluzione e ricerca di una propria identità produzione dopo produzione. Questo processo portò nel 2019 a quel capolavoro inarrivabile di "Ofidians manifest" di cui il nuovo "Til klovers takt" oggi in esame è la prosecuzione stilistica. Insomma, possiamo affermare come il quartetto norvegese abbia dato il via ad una vera e propria seconda vita nella quale la parola chiave è "maturità": non troverete un passo azzardato o lasciato al caso; tutto è perfettamente incastrato nel suo posto, dalle sfuriate Black alle sezioni più cadenzate e battagliere fino ai tanto amati cori. Eppure in un disco che trasuda maturità e completezza non manca mai quel senso di crudezza e ferocia istintiva, quasi che si venisse a creare un ossimoro tra l'esperienza artistica e il dare in pasto tutta la rabbia che si ha in corpo. Quest'ultimo molto probabilmente è l'ingrediente segreto che rende i Kampfar i migliori del loro settore.
Un disco da avere assolutamente che passa a pieni(ssimi) voti la prova e che manderà in estasi i fan di vecchia e nuova data. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2022
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Gli spagnoli Bonecarver sono una nostra vecchia e graditissima conoscenza. Approdati sui nostri portali nel 2021 con il loro debutto "Evil", gli iberici hanno subito attirato la nostra attenzione con un disco pressoché perfetto e micidiale sotto ogni aspetto. Viene da sé che tornare a parlare del quartetto di Madrid è più che un piacere, soprattutto se questo secondo album, sempre targato Unique leader Records, "Carnage Funeral" è perfino superiore al precedente. Questo per un motivo semplice quanto complesso: un netto giro di boa che ha avvicinato i Nostri verso lidi sinfonici e Black, con un costante rimando a bands affermate nel settore come Lorna Shore, Shadow Of Intent e Mental Cruelty. Con una title-track come "Carnage Funeral" si dà il via alle danze con quasi 40 minuti di pura estasi in cui i Bonecarver danno del loro meglio ed ogni volta riescono a sorprendere. Nemmeno ad impegnarci potremmo trovare un solo difetto in questo disco che spazia magistralmente tra tantissimi genere senza mai, e ripetiamo MAI, scadere in una mera emulazione dei gruppi sopracitati. Perché oltre l'ottima - e già dimostrata - capacità compositiva, il quartetto ha dalla sua una qualità affatto scontata: è estremamente personale. Minuto dopo minuto non ci si imbatte mai in soluzioni dal sapore di "già sentito"; piuttosto si ravvisa una vicinanza stilistica frutto dell'esperienza messa sul campo. Per questo motivo possiamo affermare senza problemi che i Bonecarver abbiano sviluppato uno stile tutto loro. Le tracce proposte, dunque, sono magnifiche ed eleganti, con un'aura nobile data dalle preziosissime sinfonie di sottofondo. Eppure nulla risulta troppo truccato o pomposo, poiché la ferocia dello Slam riesce sempre ad equilibrare il tutto, salvo poi lasciare il posto alle bellissime sfuriate Black - da citare a tal proposito "Thorned" e "Pillars Of Tragedy"-. Ad un orecchio attento il disco potrebbe avere quel sapore Fleshgod Apocalypse di tanto in tanto; fattore, questo, che vi lascia immaginare la qualità che si ravviserà durante l'ascolto. Non un album ammiccante quindi, quanto un'opera dalla fortissima personalità che riesce ad equilibrare magistralmente ognuna delle infinite sfaccettature che presenta. Anche se non siete fan della scuola Deathcore odierna non potrete non tessere le lodi di un siffatto prodotto proprio per la grande eterogeneità che trasuda da tutti i pori. Per chi vi scrive si tratta certamente di una delle migliori uscite del genere dell'anno. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2022
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Quella degli inglesi Ingested è ormai una carriera decollata e cementata, frutto di un gran lavoro fatto soprattutto con il disco della consacrazione del 2020, "Where Only Gods May Tread". Fu proprio con quel gioielli che Jason Evans e soci fecero il gran-salto di qualità, abbandonando il sound 100% Slam ed abbracciando invece un approccio più tecnico e vicino sia alla corrente -core, sia a quella del Death Metal dei primi anni 2000 di Cannibal Corpse e Dying Fetus; fino anche a toccare i territori più moderni di gente come Aborted, Benighted, Vulvodynia, Acrania e compagnia bella. Insomma, una carriera che non si è voluta adagiare su stilemi standard ma che nel tempo si è maggiormente arricchita. Viene da sé, dunque, che questo settimo "Ashes Lie Still" sia il degno successore del suo fratello maggiore e quindi un album che vada a confermare come gli Ingested di oggi siano una realtà a cui guardare. Ed è così; o almeno, lo è seppur con qualche riserva. Diciamo subito che la nuova fatica di Evans e soci è esattamente quello che ti aspetteresti dal trio odierno, con tutti gli ingredienti sopracitati che hanno reso i Nostri degni di nota. Tuttavia si nota fin da subito un certo ritorno alle sonorità Slam, come a voler riprendere un pochino da dove ci si era fermati. Non fraintendete, questo "Ashes Lie Still" non è di certo un album standard uguale a tanti altri; ma allo stesso tempo notiamo una certa timidezza rispetto al fratello maggiore del 2020, che a nostro avviso osava laddove questo si ferma strizzando l'occhio agli albori della band. Viene da sé, quindi, che la personalità in questa fatica sia messa più a dura prova e lo dimostrano i diversi ospiti che prendono parte. Casualmente sono proprio i brani dove sono presenti ad essere quelli più ficcanti e convincenti. Ripetiamo ancora che non si tratta di un brutto album, ma nemmeno di un lavoro degno del suo predecessore. I brani funzionano tutti e non c'è nemmeno un momento di indecisione da parte del trio inglese. Tuttavia chi segue il processo evolutivo della band non potrà non notare un piccolo passo indietro, seppur i passaggi proposti siano perfettamente equilibrati e mai fini a se stessi.
Un album, dunque, ben al di sopra della media ma che potrebbe lasciare un pochino l'amaro in bocca.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2022
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Solitamente si fa molta fatica a trovare un album Black/Thrash veramente degno di nota. Tolti i gruppi più importanti del genere, come Aura Noir, Nifelheim, Deströyer 666, Desaster e compagnia bella, ciò che ne resta è una quantità indefinita di realtà che propinano sempre la stessa roba trita e ritrita. Poi, fortunatamente, c'è chi in questo languido mare riesce ad emergere con una musica tutta sua e personale, come il caso dei qui presenti Sacrilegia: band irlandese che giunge al suo secondo lavoro, l'EP "Sold Under Sin", uscito a tre anni di distanza dal disco di debutto. Dicevamo appunto che trattasi di una realtà, questa, ben al di sopra della media; anzi, potremmo tranquillamente dire che siamo in presenza di una potenziale nuova coordinata da inserire nel Pantheon delle band sopracitate. Il perché è presto detto: dall'ottima produzione targata Invictus Productions fino al songwriting feroce e battagliero, i Nostri sono delle vere e proprie macchine da guerra in grado di annichilire qualunque cosa gli si pari davanti. Unendo al loro repertorio anche una forte componente Blackened Death, i Sacrilegia portano nel piatto un consistente contenuto, nettamente superiore alla proposta media di questo filone del Metal. Non c'è da stupirsi se troveremo assoli velenosissimi ma ben assestati, riffoni cadenzati o blastati con un enorme muro sonoro, una sezione ritmica lineare ma ficcante e precisa ed una performance canore degna di questo nome. Insomma, un vero e proprio assalto all'arma bianca misto ad un'ottima padronanza degli strumenti. il risultato non poteva che essere eccellente; cosa peraltro già ampiamente confermata dal disco di debutto. Ne segue, dunque, che l'EP in questione non faccia altro che confermare i Sacrilegia come una giovanissima realtà che si è subito presa, a buon diritto, i meriti che le spettano. Se siete fan del Black/Thrash feroce ma al contempo ricercato e affatto banale, allora siete capitati nel posto giusto.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2022
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Cosa succederebbe se si unissero The Black Dahlia Murder, At The Gates, Fleshgod Apocalypse ed Obscura? Esattamente questo "Depravity", primissima creatura dei belgi Slaughter The Giant, ovvero tra le migliori scoperte di questo fine 2022 ed una band che, lo diciamo fin da subito, ha appena dato il via ad una carriera a dir poco sensazionale. I Nostri sono giovanissimi, nati solamente quattro anni fa e con alle spalle solamente un EP nel 2019; ma è con questo debutto che il quintetto è entrato a gamba tesissima nel mondo del Melodic Death moderno. E non si tratta di un semplice ottimo disco questo "Depravity", ma di una vera e propria perla che potrebbe guardare dall'alto verso il basso realtà ben più famose ed affermate. Il motivo è da ricercarsi nel songwriting semplicemente perfetto, assolutamente impossibile da ricondurre ad uno o più dei gruppi sopracitati; piuttosto si tratta di una commistione di stili, influenze e sapori che rendono gli Slaughter The Giant una band con uno stile tutto suo. Se pensiamo, poi, che si tratta solamente del debutto vi lasciamo immaginare cosa potranno fare in futuro questi ragazzi con un bagaglio di esperienza ancora più colmo. Certamente siamo all'interno di stilemi ben noti, dove la scuola americana soprattutto la fa da padrona; non a caso i The Black Dahlia Murder sono indicati come il punto di riferimento maggiore. Tuttavia se da un lato abbiamo delle band che fanno quasi copia/incolla del colosso di Detroit, dall'altro abbiamo realtà come i qui presenti che si rifanno certamente al compianto Trevor e soci, ma più ad un livello di ispirazione. Ecco perché riteniamo gli Slaughter The Giant come il perfetto esempio di gruppo che ha saputo pescare in più punti per poi trarne uno stile tutto suo. Troveremo, dunque, pennellate degli ultimi At The Gates, tecnicismi super raffinati e mai troppo pomposi vicini agli Obscura, fino alle tonalità acide e squillanti degli appena citati TBDM. Il tutto suonato con estrema classe e capacità di scrittura notevoli, tanto che stentiamo a credere si tratti solamente del debutto. Da qui il mezzo punto in più con il quale vogliamo premiare l'estrema bravura e ambiziosità della band per aver dato alla luce questo "Depravity". Per voi fan, invece, un semplice consiglio: ascoltateli e supportateli ad occhi chiusi; siamo di fronte ad una vera e propria rivelazione.

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