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Opinione scritta da Mark Angel

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Opinione inserita da Mark Angel    08 Settembre, 2015
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Arriva dalla Svezia il trio dei giovanissimi Night, due anni dopo l’ omonimo debutto proponendoci questo ‘’Soldiers of Time’’.
Il genere proposto è un Heavy Metal delle origini chiaramente ispirato dalla scena NWOBHM e dal tocco melodico ‘’seventies’’ di ispirazione Thin Lizzy e Wishbone Ash.
L’ opener ‘’Waiting for the Time’’ è introdotta dalla voce acuta del singer che a tratti mi ricorda Andi Deris; in seguito il brano si evolve in un midtempo ottantiano tutto sommato piacevole ed impreziosito dalla cavalcata finale; il brano successivo ‘’Across the Ocean’’ è leggermente più potente pur tuttavia muovendosi sulle stesse coordinate stilistiche del pezzo di apertura, piacevole, ma non si grida al miracolo.
E’ col terzo brano che la qualità aumenta; ‘’We’re not Born to Walk Away’’ presenta infatti un gusto melodico azzeccato e delle ottime armonizzazioni di chitarra, la band non fa nulla per celare le sue influenze più marcate (Iron Maiden dei primi 2 album, Saxon ed Angelwitch) e quindi non brilla per originalità, tuttavia c’è da dire che il trio svedese sa comporre dei ritornelli che si insinuano presto nella testa.
Tralasciando una manciata di brani che considero dei meri riempitivi mi preme citare la speed song ‘’Kings and Queens’’ in cui i Night premono sull’ acceleratore finalmente regalandoci una canzone diretta, potente e senza fronzoli da Headbanging sfrenato.
Doveroso altresi nominare ‘’Ride On’’ brano che potrebbe benissimo trovarsi nel sottovalutato ‘’Point of Entry’’ dei Judas Priest, questa canzone da una carica pazzesca e fa si che i Night si distinguano da numerosi gruppi nostalgici grazie alla meticolosa cura dei ritornelli ed alla caratteristica voce del cantante che o si ama o si odia.
Nell’ analisi di questo volutamente lascio alla fine le due ballad: ‘’Towards the Sky’’ e ‘’Stars in the Sky’’ in cui i Night riescono a mostrare il loro volto più commerciale ed accessibile, se qualcuno ascoltasse queste due canzoni al di fuori del contesto del cd non si aspetterebbe che appartengano ad un gruppo di musica Heavy Metal.
‘’Towards the Sky’’ è chiaramente debitrice del sound degli anni ’70 mentre ‘’Stars in the Sky’’ è una ballad superlativa pur essendo sfacciatamente radio-friendly; è uno di quei brani che potrebbe fungere da jingle pubblicitari senza tuttavia perdere di vista la qualità compositiva e strumentale, insomma tanto di cappello verso i Night che sembrano convincere più in versione acustica che prettamente Metal.
Questo ‘’Soldiers of Time’’ è composto da 11 brani e come avete percepito dalla recensione, ne ho nominati poco più della metà, ciò purtroppo significa che i rimanenti pezzi mi hanno trasmesso ben poco, anzi li ho trovati piuttosto scialbi; in fin dei conti questo è un disco controverso, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno potrei dire che grazie ad alcune canzoni stupende la sufficienza è stata raggiunta e che la band potrà ancora migliorare in futuro; volendo vedere invece il bicchiere mezzo vuoto invece credo che con questa seconda release i Night perdendo l’ effetto sorpresa del debutto abbiano sciupato una buona occasione per fare il salto di qualità necessario per distinguersi in un periodo come questo, sovraffollato da uscite discografiche ispirate al passato.

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Opinione inserita da Mark Angel    12 Luglio, 2015
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

I padovani Forklift Elevator formatisi nel 2009, dopo alcuni cambiamenti di Line Up ed alcune importanti partecipazioni a vari festival nazionali, a distanza di sei anni dalla fondazione raggiungono l’agognato debutto, rigorosamente autoprodotto.
Il genere proposto è un mix di Thrash Metal, Hardcore, Alternative, Southern Rock ed un pizzico di Punk’n’ Roll, in molti pezzi è palpabile l’influenza di gruppi come Metallica, Lamb of God, Pantera, Black Label Society, Down ed altri, ciononostante la band riesce a conservare una certa personalità nel corso di questo debutto.
Dopo una Intro assolutamente insignificante, ‘’Misery’’ apre le danze, è un brano breve conciso e potente, ci sono echi del Punk e del Thrash primordiale alla ‘’Kill em All’’ per intenderci, molto bello l’assolo adrenalinico, tutto sommato una buona partenza per questo ‘’Borderline’’.
La successiva ‘’Blackout’’ seppur basata su ritmi più sostenuti è sullo stesso stile della opener, si sente qua e la qualche eco modernista ma a mio avviso il brano non riesce a decollare a differenza del precedente; lo stesso vale per ‘’The Skin’’ in cui il quintetto veneto scimmiotta in maniera fiacca i Pantera meno ispirati (quelli di ‘’Reinventing the Steel’’) senza possederne tuttavia il groove e la potenza.
Quando tutto sembra precipitare ecco ‘’Overload’’, una ballad dal sapore molto ‘’Southern’’ paradossalmente questo risulta essere uno dei pezzi più interessanti del disco, negli Usa questo brano riscuoterebbe un grandissimo successo. Successivamente troviamo ‘’Damn Bug’’ un brano influenzato dai Pantera dall’ inizio alla fine, difettando però sul piano della potenza sonora, problema già riscontrato in ‘’The Skin’’. C’è da dire però che il cantante Enrico Martin, in molti punti mi ha ricordato l’ Hetfield più oscuro di alcuni brani di Reload.
‘’Struggle of Life’’ è senza dubbio il brano più maturo dell’album, dotato di una buona struttura e di alcune linee vocali convincenti a cavallo tra classico e moderno, i Forklift Elevator a mio avviso dovrebbero proseguire su questo stile piuttosto che districarsi (a volte infruttuosamente) tra più generi in maniera affannosa e confusa.
La successiva ‘’Arey’’, semiballad di quasi sette minuti è l’ultimo brano degno di nota, da segnalare l’ arpeggio molto riuscito atto a creare un’ atmosfera cupa al punto giusto, quasi ‘80s; nei punti in cui subentra la distorsione le influenze dei Metallica e dei Pantera più melodici si sentono eccome, purtroppo questo bellissimo brano è penalizzato dall’ interpretazione del cantante in certi frangenti imbarazzante, un vero peccato.
Gli ultimi tre brani sinceramente non mi hanno lasciato nulla, sono un concentrato dei difetti riscontrati nel corso delle prime canzoni, nonostante l’ultima ‘’Dream Reaper’’ sia stata scelta come videoclip dalla band, a parte la velocità ed il feeling rock’n’roll mi ha trasmesso ben poco.
Il quintetto veneto deve sicuramente migliorare, a livello di tecnica, produzione ed artwork ci siamo già; occorre smussare alcuni angoli dal punto di vista della personalità e dello stile musicale, solo cosi i Forklift Elevator potranno spiccare il volo a livello nazionale ed internazionale.

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Opinione inserita da Mark Angel    05 Luglio, 2015
Ultimo aggiornamento: 05 Luglio, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Napoli: città difficile e controversa in ogni aspetto, anche in quello relativo all’ambito Metal.
Sebbene questa città abbia presentato sin dagli anni ’80 alcuni gruppi che, a livello compositivo, non avevano nulla da invidiare ad altri gruppi connazionali, ben poche sono le bands napoletane che negli anni sono riuscite a varcare il "confine cittadino" in tema di fama e notorietà.
Quale può essere la causa? Un genere poco seguito in una città dominata dall’ignoranza musicale? La poca professionalità e l’arte dell’ "arronzare", ovvero di avere un approccio superficiale, che in altri settori paga, ma di certo non è indicato per un genere particolare come il Metal? L’ endemica mancanza di posti dove suonare, salvo un paio di coraggiosi locali? Nonostante io sia di Napoli e segua la scena dal 1998, non sono ancora giunto ad una risposta e di certo non giungerò in questa sede; ho fatto questo incipit per far luce sulle condizioni in cui si trova chi suona Metal in questa città.
Fondati nel 2009, i Black Inside hanno esordito due anni dopo con l’ Ep ‘’Servants of the Servants’’ proseguendo la loro carriera nel 2013 col primo full lenghth ‘’The Weigher of Souls’’, senza mai tralasciare l’ attività dal vivo, anzi suonando anche con gente come Blaze Bailey ed i Phantom X.
Questi ragazzi hanno curato questa release in ogni aspetto; dalla grafica, al songwriting influenzato sì dai loro idoli, ma mai derivativo o banale, oltretutto hanno anche mostrato una certa professionalità, registrando questo "A Possession Story" alla New Reel di Napoli e facendo curare il mix ed il mastering al produttore Neil Haynes nei "The Parlour Studios" di Northampton che ha avuto tra i propri clienti gruppi come i Napalm Death ed i Dimmu Borgir.
"Homo Homini Lupus" scriveva il filosofo Thomas Hobbes per rappresentare la natura umana egoista e conflittuale, questa proposizione potrebbe a mio avviso estendersi anche all’attuale scena Metal, cosi inflazionata ed al contempo povera di idee, personalità e di qualsiasi cosa che possa costruire un legame con l’ascoltatore per più di un paio di settimane di ascolti… ebbene "Man is a Wolf to Men" è proprio il titolo della opener, un brano oscuro e potente, stiamo parlando di un Heavy Thrash di pregevole fattura, qui non troverete voci acute degne degli epigoni evirati di Kiske, qui troverete un cantato espressivo e mai banale, ci tengo ad aggiungere che questo pezzo a tratti mi ha ricordato i Sanctuary del capolavoro "Into the Mirror Black".
Segue "The Siege of Jerusalem" che, con un titolo così, non poteva che essere epica, ed infatti qui si trova l’epicità pregnante degli Iron Maiden periodo "Piece of Mind" e "Powerslave", il singer Luigi Martino da il meglio di se sfoderando un’interpretazione personale laddove altri avrebbero cercato (infruttuosamente) di scimmiottare Bruce Dickinson.
La terza omonima "Black Inside" è la mia preferita, introdotta da un basso malinconico salvo poi sfociare in un mid tempo ottantiano che mi ha regalato grandi emozioni, il ritornello di questa canzone è semplicemente stupendo, durante qualche concerto potrei anche strappare di mano il microfono al cantante pur di urlare a squarciagola "No Light, No Hope, You and your Perfect Rules"!
I quattro brani che seguiranno sono molto particolari, sono quasi certo che gli stessi Black Inside riconoscano in essi il loro maggior tentativo di sperimentare, infatti "I’m not Like You" è una trottola impazzita che si sposta con frenesia dallo Stoner al Doom, al Metal classico; la successiva "King of the Moon" è invece il pezzo più prog del disco, che mi ha ricordato alcuni momenti della recente discografia solista di Bruce Dickinson, per fortuna la band non inciampa nonostante il difficile tentativo e riesce a tenere alta la concentrazione dell’ascoltatore anche qui. A mio avviso "Too Dark to See" e la title track sono i brani meno convincenti, ma ciò non vuol dire che non siano stati ben curati ed eseguiti magistralmente.
Con "Forsaking Song" il sottoscritto si illumina nuovamente: i ritmi rallentano, ci troviamo dinanzi ad una ballad molto azzeccata con un ritornello dal sapore vagamente celtico impreziosita dalle vocals femminili di Sara Shade, scrivere una ballad non è facile, farla in un certo modo richiede una profonda cultura musicale, cosa che sicuramente non manca a questo quintetto partenopeo.
"Jeffrey" è claustrofobica, il fantasma dei Black Sabbath più oscuri aleggia minacciosamente e la song nel suo incedere lento, ma mai banale riesce a tingersi di elementi più progressivi, moderni ed oscuri; gli amanti di queste sonorità rimarranno più che soddisfatti.
L’ultima song del disco "Pharmassacre" è quella più stradaiola; molto diretta orecchiabile e di facile presa anche per gli ascoltatori meno attenti, strano che i Black Inside l’abbiano messa come brano conclusivo di questo "A Possession Story", sembrerebbe una opener per la sua immediatezza, tutto si può dire tranne che questa band manchi di coraggio!
Concludo scusandomi per la lunghezza eccessiva della recensione (chi mi segue avrà comunque già notato che non ho il dono della sintesi), ma quando affronto una recensione di una band italiana, ed ancor più della mia città, mi preme essere oggettivo e meticoloso, è mia convinzione che nel trattare le bands famose si possa essere più sintetici in quanto il Metal Kid odierno grazie ad internet può trovare centinaia di critiche su ogni loro release, mentre l’Underground, quello che vive del passaparola, di un numero più ridotto di recensioni, va affrontato con la dovuta considerazione.
Spesso non si riescono a trovare termini di paragone per rappresentare nel 2015 l’Heavy Metal classico in maniera attuale, fresca e moderna ebbene, tra la moltitudine di dischi che ho ascoltato negli ultimi mesi, i Black Inside potrebbero ben fungere da termine di paragone.
Ps. Non perdeteli dal vivo!

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Opinione inserita da Mark Angel    22 Giugno, 2015
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Nonostante io sia un amante del genere, questo revival del Thrash Metal Old Style sta cominciando a darmi sui nervi; genuinità, fantasia compositiva ed originalità a mio avviso devono andare di pari passo con la tecnica e la velocità altrimenti si rischia di essere la copia delle copie delle grandi formazioni degli 80’s.
Rassegnato a dover recensire un nuovo gruppo Thrash, arriva puntuale l’ eccezione che conferma la regola; questi Comaniac spaccano veramente di brutto e riescono ad emergere al di sopra del 99% dei gruppi del cosiddetto ‘’Thrash Revival’’.
Il quartetto svizzero proveniente da Aarau esiste dal 2012 e dopo tre anni ed un paio di demo arriva al debutto autoprodotto…ultimamente mi sto convincendo sempre di più che le case discografiche dormano! Nonostante la giovane età i Comaniac possono vantare una discreta esperienza dal vivo anche di supporto a gente come Coroner e Toxic.
Passando all’ analisi più approfondita di questo ‘’Return to the Wasteland’’ il cd inizia col pezzo migliore del lotto proprio per convincere l’ascoltatore della bontà della proposta; ‘’1,2, Rage’’ inizia in maniera cadenzata salvo passare pochi secondi dopo ad un riff spaccaossa condito da linee vocali molto intelligenti ed una sezione ritmica che denota grande fantasia ed affiatamento; il basso è ultratecnico e la batteria è chirurgica, sembra davvero di sentire i migliori Kreator, quelli più tecnici di album come ‘’Extreme Aggression’’ e ‘’Coma of Souls’’.
Per ‘’Secret Seed’’ è stato girato anche un videoclip ed il pezzo conferma le ottime impressioni avute con la opener; la brillante alternanza tra parti più veloci e mid-tempo non stanca mai l’ascoltatore.
La terza song ‘’Cut Throat’’ viene introdotta da alcuni arpeggi molto oscuri ed evocativi che mi hanno riportato alla mente quel capolavoro che è ‘’The New Order’’ dei Testament, impossibile non scrivere del riff spettacolare che segue gli arpeggi, siamo davanti ad una grande band qui, è altresi obbligatorio citare il pregevole assolo melodico e le ottime armonizzazioni sull’ interludio a metà canzone.
Se non mi soffermo sulle seguenti tre canzoni: ‘’Fist of Friends’’, ‘’Killing Tendency’’ e ‘’…And There is No Job’’ non è certo per la scarsa qualità dei brani, tutt’ altro, è solamente per non allungare oltremodo questa recensione, ci tengo a sottolineare come questo cd non contenga riempitivi o punti deboli.
La settima song dell lotto ‘’Solitude’’ nonostante non sia una semi ballad bensi un pezzo potente combacia perfettamente col titolo, i Comaniac grazie a degli assoli dissonanti e dei ritmi oscuri riescono a creare l’ atmosfera adatta.
Con ‘’The Rake’’ i quattro ragazzotti svizzeri giocano a fare il verso ai Metallica del Black Album, il pezzo infatti si apre ricordando vagamente ‘’Wherever I May Roam’’ salvo poi sfociare in un attacco frontale che non fa prigionieri.
Le ultime due songs: ‘’Monsters Final Creation’’ e ‘’Flakhead’’ sono anch’ esse molto convincenti; interamente cadenzata la prima, veloce ed ordinaria la seconda.
Che dire, spero che la loro provenienza svizzera non pregiudichi di portare ai Comaniac la notorietà che gli spetta; non metto il massimo dei voti a questo ‘’Return to the Wasteland’’ per un solo motivo: mi aspetto che il prossimo album sia ancora migliore!

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Opinione inserita da Mark Angel    12 Giugno, 2015
Ultimo aggiornamento: 13 Settembre, 2015
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Autodefinitisi ‘’Alternative/Modern Metal’’ gli An Handful of Dust provengono dalla provincia di Udine e vantano una carriera ormai quindicennale: il primo full lenght ‘’I’ll Show You my Fear’’ risale al 2007, seguito da ‘’Nu Emotional Injection’’ nel 2011; ora tornano, dopo quattro anni di silenzio, con un Ep composto da quattro tracce, questo ‘’Map of the Scars’’ che mi ritrovo tra le mani.
Nella loro scheda informativa citano molti gruppi come influenze, per alcuni dei quali rimango un pochino perplesso: di In Flames & The Haunted, sinceramente non ne ho trovato traccia durante l’ ascolto di questo Ep; piuttosto è marcata l’influenza degli Anathema, degli Amorphis, dei Novembre e dei The Ocean.
Una nota negativa è il pessimo booklet che presenta caratteri quasi illeggibili e ciò va a discapito della fruizione dei testi e della visione dei ringraziamenti, meglio andare sul tradizionale se i risultati sono questi!
Concentrandoci sull’aspetto musicale, questo ‘’Map of the Scars’’ inizia con il brano ‘’In the Nightdrive Shade’’ introdotto da un riff stoppato non male, mentre spesso la tastiera segue il cantato creando un’atmosfera malinconica che mi ha ricordato i Sentenced del periodo ‘’Frozen’’ e ‘’Crimson’’; forse sarebbe da migliorare l’accento inglese del cantante Mauro Forgiarini, non troppo convincente quando canta più volte la parte ‘’Remember my Eyes’’. Il brano verso la fine acquisisce un poco di vigore col doppio pedale, ma non riesce mai ad aprirsi completamente, credo tuttavia che questa sia una scelta stilistica della band.
La successiva ‘’Our Frail Connection’’ inizia in maniera molto melodica ed evocativa, per poi alternare riff più oscuri ed un cantato più sommesso, verso la metà del pezzo fanno la loro comparsa alcuni growl in cui il cantante si trova a proprio agio; tuttavia il problema è sempre lo stesso, gli An Handful of Dust a mio avviso più che mostrare potenza ed oscurità, a volte trasudano più confusione e lamentosità; bisogna comunque complimentarsi per l’idea dell’alternanza tra cantato pulito e growl, forse questa potrebbe essere la strada da seguire.
In ‘’Dont’ Walk Away’’ l’ombra dei Lacuna Coil (senza il cantato femminile ovviamente) è molto ingombrante ed il pezzo risulta essere il più orecchiabile e commerciale del lotto, nonostante la riproposizione di alcuni growl, sono convinto che questo brano potrebbe far breccia nei cuori degli amanti del genere.
La conclusiva ‘’Intensive Care Unit’’ è a mio avviso la più interessante; il riff iniziale è convincente ed efficace, siamo di fronte ad un brano a metà strada tra Anathema vecchia maniera e Paradise Lost più melodici, anche il ritornello è molto curato, mentre i growl stavolta riescono nell’intento di rendere il brano più oscuro evitando quell’alone di lamentosità che pervadeva le canzoni precedenti.
Essendo all’oscuro dei loro lavori precedenti, non ho alcun criterio di comparazione riguardo la loro discografia, quindi non so se questo ‘’Map of the Scars’’ sia un passo in avanti, oppure un passo indietro, di certo c’è parecchio lavoro da fare, sia dal punto di vista compositivo che sulle atmosfere; ammetto di non essere un amante del genere proposto, ma se qualcosa colpisce, colpisce e basta indipendentemente dai gusti personali.
Quindi cari An handful of Dust rimboccatevi le maniche in quanto il vostro prossimo full length dovrà essere di gran lunga migliore di questo Ep, forse rilasciato troppo frettolosamente per interrompere un silenzio quadriennale.

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Opinione inserita da Mark Angel    05 Giugno, 2015
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Bellissima la copertina ispirata al film ''I Guerrieri della Notte''!

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Opinione inserita da Mark Angel    02 Giugno, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Questa recensione è stata una vera e propria sfida per me, la maggior parte delle mie opinioni discografiche riguarda infatti i generi più classici del Metal, mentre i Kezia rappresentano una grande novità per il sottoscritto.
Autoproclamatisi ‘’Prop Metal’’ questi cinque artisti Bresciani riescono nella strampalata impresa di fondere più generi: Progressive Rock/Metal, Swing, Synth Electro, Epic Power e Pop, insomma un lavoro non proprio usuale per un purista come me!
Tuttavia le capacità artistiche di questa band, il loro talento e la loro bizzarra fantasia compositiva al di fuori di ogni catalogazione o vincolo, mi hanno piacevolmente sorpreso, anche i testi sono piuttosto eccentrici, è davvero divertente vedere come artisti di questo livello riescano ad ironizzare su temi quali la crisi economica, l’ amore, gli animali e tanto altro.
Premettendo di aver ascoltato davvero tantissime volte questo Ep di 8 tracce, i Kezia sono riusciti a piacermi sin dal primo ascolto; con la opener ‘’Before I Leave’’ si assiste ad una song influenzata dai Dream Theater del periodo ‘’Awake’’ dotata di un ritornello indefinibile ma affascinante e convincente che ben si incastona tra gli innumerevoli cambi di tempo.
La successiva ‘’Ebola’’ ha un inizio Rock/Pop ma si addentra pian piano verso territori più progressivi per finire poi in un connubio tra Pop e Swing, davvero notevole l’ interpretazione vocale di Pierlorenzo Molinari.
La title track invece sfugge decisamente ad ogni catalogazione, c’è di tutto, dal Power Metal al Synth Electro Pop anni ’80, ma io rimango confuso e felice per dirla alla Carmen Consoli; ‘’Sneakers’’ come canzone ci ha messo un bel po’ a convincermi ma alla fine ha colpito anch’essa nel segno.
Impossibile non citare la folle ‘’Barabba Son’s Song’’ a metà tra la melodia dei Rush, chitarre MetalCore e ritornello ‘’Happy’’ alla Helloween, il tutto condito di inserti acustici ed una tastiera anarchica, pazzesco , davvero pazzesco!
‘’Quendo’’ si muove in territori Power/Prog più oscuri ed evocativi e forse è la canzone più canonica e lineare per il genere, la brevissima strumentale ‘’Preludio’’ ci accompagna verso la fine di questo Ep, ovvero la complessa ‘’Treesome’’ forse un pochino troppo intricata e pretenziosa ma comunque di pregevole fattura, è d’obbligo segnalare la parte finale della canzone, quasi Black Metal…
Mi sento di consigliare questo lavoro dei Kezia a chiunque creda che nella musica Metal sia stato detto tutto e non sia possibile alcuna innovazione, ‘’The Dirty Affair’’ distruggerà ogni certezza e pregiudizio al riguardo! Sarà tuttavia compito dei Kezia dimostrare il valore di questo Ep dal vivo e nelle successive releases; io di certo seguirò con attenzione il loro percorso.

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Opinione inserita da Mark Angel    20 Mag, 2015
Ultimo aggiornamento: 20 Mag, 2015
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Che bella sorpresa! Questa ristampa mi riporta indietro nel tempo, più precisamente verso la fine degli anni ’90, all’epoca infatti esisteva ancora il ‘’Tape Trading’’ e ricordo che un caro amico greco mi mandò una musicassetta dei Razor, proprio questo ‘’Violent Restitution’’ che, a distanza di una quindicina d’anni, mi ritrovo a recensire.
Innanzitutto un plauso va alla lungimirante Relapse Records che ha colto il momento propizio in cui il Thrash vecchio stampo sta prepotentemente tornando alla ribalta, un paio di mesi fa ho recensito la reissue ‘’Ritually Abused’’ dei Num Skull, sempre della Relapse, che stavolta si è superata ristampando e rimasterizzando tre cd dei Razor usciti tra il 1988 ed il 1991 con l’aggiunta di diversi bonus, live tracks, inediti e versioni strumentali.
I canadesi Razor esordirono nel 1985 con il grezzo ‘’Executioner’s Song’’, distinguendosi per una certa rapidità nel sfornare nuovi dischi, in soli cinque anni infatti si contano altrettanti Lp, il loro genere inizialmente catalogabile come Speed/Thrash altamente influenzato dal Punk, si è via via estremizzato col passare degli anni e questo ‘’Violent Restitution’’ del 1988 rappresenta forse l’apice compositivo raggiunto dal quartetto canadese.
Inoltre questo è l’ultimo disco in cui canta Stace ‘’Sheepdog’’ Mc Laren, sostituito in seguito dall’altrettanto bravo Bob Reid; c’è da dire che in ogni caso la mente compositiva dei Razor è sempre stato il chitarrista Dave Carlo, unico superstite attuale della formazione originaria.
Il disco si apre con la strumentale ‘’The Marshall Arts’’ in cui il cantante si esibisce in un lunghissimo urlo straziante che fa davvero impressione per la potenza vocale e la malvagità, a cui segue la successiva ‘’Hypertension’’ un brano potentissimo dotato di un riffing tagliente e rapidissimo non adatto ai deboli di cuore; particolarmente bella è ‘’Taste the Floor’’, ci troviamo al cospetto di una violenza sonora che non lascia scampo e spinge l’ascoltatore faccia a terra, in questa splendida canzone subentra il suono della famosa motosega presente peraltro nella fantastica copertina.
Inutile fare un track by track, i brani sono tutti sulla stessa lunghezza d’onda, abbastanza brevi, taglienti, velocissimi e violentissimi, in questo album non c’è alcuna concessione alla melodia, qui gli headbangers più incalliti potranno divertirsi dall’inizio alla fine, voi riuscireste a stare fermi sulle note della title track, della meravigliosa ‘’Out of the Game’’, di ‘’Eve of the Storm’’ o della Hardcore ‘’Discipline’’? Non credo!
A mio avviso la canzone più bella è ‘’Enforcer’’, il riff stoppato prima del ritornello è da tramandare ai posteri per mostrare cosa voglia dire ‘’Thrash Metal’’ .
Le tre bonus tracks sono dei pezzi registrati dal vivo durante un concerto a Toronto nel Febbraio del 1988: ‘’Shootout’’ e ‘’Snake Eyes’’ sono tratte da ‘’Custom Killing’’, mentre con ‘’The Marshall Arts-Hypertension’’ possiamo apprezzare ancor di più la potenza vocale di Sheepdog; non credevo fosse possibile replicare dal vivo in quel modo l’ urlo della opener, che gran screamer!
Signori, bando alle ciance, se state vivendo con attenzione questo ritorno del Thrash, riscoprirne i gruppi più duri e puri è d’obbligo, quindi procuratevi questo grande album; concludo questa recensione ricordando che verso la fine degli anni ’80, mentre molti gruppi Thrash ammorbidirono i propri suoni per coinvolgere una fetta più ampia di pubblico, i Razor fecero l’opposto estremizzandosi sempre di più… Tanto di cappello sperando che ci regalino un nuovo album nell’immediato!

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Opinione inserita da Mark Angel    14 Mag, 2015
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Con un’ immagine alla ‘’Misfits’’ giunge a me questo Ep d’ esordio dei cremonesi Raging Dead da non confondere con i Thrashers polacchi Raging Death.
Il simpatico quartetto definisce il proprio genere come ‘’Horror Punk Metal’’ e cita tra le proprie influenze principali gruppi come: Murderdolls, Wednesday 13, Misfits, Marilyn Manson, Rob Zombie e Skid Row; a questo punto il genere proposto da questa giovanissima band (formatasi un annetto e mezzo fa) è ben chiaro e c’è da dire che in poco tempo i ragazzi sono riusciti ad intraprendere un’ intensa attività live suonando come gente come Superhorrofuck, Scream Baby Scream ed addirittura con gli svedesi Sister.
Partiamo con l’ analisi di questo Ep composto dalla intro ‘’Awakening of the Damned’’ più sei pezzi; la intro come facilmente intuibile dura un minutino scarso ed è la solita intro intrisa di orrore mentre ‘’Scratch Me’’ introduce la band in tutta la sua potenza rockeggiante, questa song infatti è molto tirata, piena di chorus ad effetto, il cantante e chitarrista Cloud Shade è molto coinvolgente ed energico; direi che questo pezzo è l’ opener ideale per presentare gli intenti della band e la vedrei bene anche come apripista concertistica.
Il terzo pezzo ‘’Anathema’’ non è certo un tributo alla famosa band inglese, ma è un pezzo sullo stesso stile del precedente, forse un pochino più confuso e caotico, devo dire che tra le influenze i Raging Dead si sono dimenticati di elencare i seminali Death SS, più volte durante l’ ascolto di questo ‘’Born in Rage’’ mi è venuto alla mente lo stile più Street Punk adottato dalla leggendaria band di Steve Sylvester in alcune canzoni di album come ‘’Panic’’ e ‘’Humanomalies’’, oltretutto quando un gruppo italiano si definisce ‘’Horror qualcosa’’ non può che pagare dazio ai Death SS, pionieri del genere.
La quarta ‘’Redemption’’ non si discosta minimamente dallo stile delle prime due e purtroppo non si distingue per qualche particolarità lasciando emergere qualche sussulto di noia, che andrebbe evitata per un Ep di soli venti minuti; qualche variazione non farebbe male alla band.
Per fortuna la noia viene spazzata via dalla successiva ‘’Nightstalker’’ di gran lunga la migliore del lotto, ogni linea vocale qui trascina e coinvolge l’ascoltatore mentre anche l’ assolo è molto curato (bravo Matt Void!) ed il ritornello è bello, semplice ed efficace, una particolare menzione va alla parte centrale del brano in cui basso e batteria accompagnano la malvagia voce di Cloud Shade.
L’ultima ‘’Vengeance’’ purtroppo come ‘’Redemption’’ non aggiunge ne toglie nulla a questo Ep ed inizia a riafforare in me un po’ di noia; tuttavia un plauso va nuovamente al cantante che vedrei bene anche in una band Thrash Metal per via della voce potente e graffiante.
Una chiarificazione per i lettori va fatta riguardo all’ inserimento tra le influenze della band degli Skid Row: lo stile che ha influenzato il quartetto cremonese non è quello degli storici primi due album, bensi la fase successiva della band, quella da ‘’Subhuman Race’’ in poi; questa annotazione era a mio avviso importante per non deviare i lettori sullo stile musicale; in ‘’Born in Rage’’ più che sulla melodia e sui ritornelli facili si è data priorità all’ energia, alla rapidità e ad un sound più grezzo e ruvido.
Non mi sento di bocciare questo Ep perché la capacità si vedono e sono palpabili, la Atomic Stuff fa bene a puntare su questi ragazzi, forse sarebbe stato opportuno aspettare un altro po’ per dare l’ opportunità alla band di affinare i pezzi; su un mercato inflazionato come quello attuale bisogna sempre cercare di avere quel ‘’quid’’ in più per distinguersi da miriadi di altre band che suonano lo stesso genere, personalmente sono ottimista e fiducioso nel miglioramento dei Raging Dead; per ora mi sento di consigliare questo Ep agli amanti del genere.

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Opinione inserita da Mark Angel    12 Mag, 2015
Ultimo aggiornamento: 12 Mag, 2015
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Sono emozionato come un esordiente, dopo due mesi di militanza in Allaroundmetal ed una quindicina di recensioni, mi accingo a valutare il mio primo demo; voi penserete e cosa cambia? Cambia moltissimo, un demo per una band è il battesimo del fuoco, è il primo passo nel complesso e vasto universo del Metal.
Molte band seppur meritevoli vengono fagocitate per via del considerevole numero di uscite discografiche e non parlo solamente delle band mediocri, a volte può capitare che gruppi meritevoli passino inosservati o cadano nel dimenticatoio; questo è un problema davvero sentito di questi tempi in cui ogni rivista, webzine o sito viene letteralmente subissato di nuove uscite, cd, ep o demo.
Tuttavia chi suona in una band sa benissimo i costi, i sacrifici, il sudore e la passione che si celano dietro la preparazione di un demo, specialmente del primo demo e la paura di venire ‘’trattati male’’ da un recensore letteralmente atterrisce i musicisti tarpando a volte le ali dei meno ‘’duri’’.
Questa premessa era d’ obbligo a mio avviso per entrare nel vivo della recensione; dunque questi White Mantis provengono da Monaco di Baviera, si sono formati nel 2012 e dopo due anni e mezzo hanno inciso questo ‘’Fukkin’ Demo’’ mostrando già dal titolo una sorta di coraggio e strafottenza, d’altronde se lo possono permettere, questi quattro ragazzotti tedeschi sono davvero in gamba.
Il genere proposto è un Thrash Metal abbastanza tecnico e non monocorde, di diretta provenienza anni Bay Area a dispetto della loro nazionalità; un cenno particolare va fatto per la produzione davvero ottima per un demo, non c’è nulla da fare… in Germania in quanto a Metal sanno il fatto loro!
I White Mantis in poco più di un quarto d’ora riescono a colpire l’ascoltatore confezionando un prodotto che sono certo, dovrebbe aprire le porte ad un contratto discografico; in soli quattro pezzi riescono a mostrare il loro talento variando tempi, melodie e stile vocale, non è poco di questi tempi in un mercato particolarmente inflazionato come quello del Thrash Metal.
La opener ‘’My Favourite Chainsaw’’ è davvero potente ed efficace, degna dei migliori Exodus, sembra davvero di sentire una band di veterani ed invece ci troviamo al cospetto di una canzone d’apertura di un demo d’esordio! Il drumming e gli intrecci chitarristici sono meticolosamente curati e ben suonati mentre la voce di Matthias Pletz è graffiante al punto giusto.
‘’Singularity’’ parte sparata per poi rallentare durante il cantato, questo brano presenta numerosi cambi di tempo e risulta forse meno coinvolgente rispetto alla opener ma comunque ampiamente al di sopra della sufficienza.
La successiva ‘’The Seer’’ dura quasi cinque minuti e presenta alcuni elementi ultratecnici, è quasi un pezzo a se in cui la band sembra cresciuta a pane, Coroner e Voivod, che dire, tanto di cappello! I Thrashers più orientati verso la tecnica apprezzeranno sicuramente questo tentativo non di mera emulazione, bensi di una prova che dimostra grande padronanza tecnica e personalità.
Il demo si conclude con ‘’Nuclear Assassin’’, killer song di nome e di fatto dove le influenze più Bay Area del primo pezzo tornano prepotentemente travolgendo l’ascoltatore; il gruppo oltretutto cita tra le influenze anche i Killing Joke ed i Forbidden oltre alle altre band da me citate nel corso della recensione.
Ogni Thrasher che si rispetti dovrebbe dare un ascolto a questo quartetto, mentre se qualche casa discografica è in ascolto non si lasci sfuggire questi White Mantis che se sapranno rimanere sullo stesso livello compositivo di questo demo potranno levarsi davvero delle belle soddisfazioni.

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