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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    04 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 04 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

Grazie ad una carriera solida iniziata nel lontano 1995 ed un impegno crescente, album dopo album, gli svedesi Wolf sono ormai una delle band di riferimento all'interno della scena Heavy Metal classica attuale. “Shadowland” è il nono disco del quartetto scandinavo, un lavoro forgiato attraverso dieci tracce (più bonus track) di metallo incandescente che si scaglia sull'ascoltatore fin dalle primissime note, con la partenza decisa della trascinante “Dust” che scorre su ritmi elevati ricchi di adrenalina. Più possente, ma sempre ben bilanciata tra potenza e melodia, colpisce “Visions for the Blind” mentre il mid-tempo catchy “The Time Machine” si stampa in testa fin dai primi ascolti grazie ad un ottimo lavoro sulle linee vocali. Le chitarre di Niklas Stålvind e Simon Johansson tornano protagoniste tra riff e passaggi più armoniosi, che rimandano alla scuola NWOBHM, nella successiva “Evil Lives” prima di passare alle sonorità più rocciose dell'esaltante “Seek the Silence”. La title-track continua sulla strada del classico Heavy Metal fumante spinta dall'ugola tagliente di Niklas Stålvinde e da assoli di chitarra affilati mentre è eccelso il lavoro strumentale nella successiva “The Ill-Fated Mr. Mordrake”, song dinamica e assoluta hit. In chiusura la quadrata “Rasputin”, l'esplosiva “Exit Sign” e la prorompente “Into the Black Hole” sigillano un disco maturo e completo.
Difficile chiedere di meglio; i Wolf sono sempre più protagonisti all'interno della scena Heavy Metal!

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Opinione inserita da Celestial Dream    02 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

Ricordo nel 2015 una band promettente ma con ancora molta strada da fare, i Saints Trade da Bologna con un disco come “Robbed In Paradise”. Di tempo ne è passato ed ora il gruppo si ripresenta con "The Golden Cage". E' ancora un Hard Rock vivace e melodico quello che esce dalle casse dello stereo; riff scoppiettanti, tastiere presenti ma mai sotto il riflettore e melodie vocali efficaci. Undici brani, composti nel 2020 durante il lockdown (ecco il significato che si cela dietro il titolo del disco) che divertono come nella canticchiabile opener “Neverland” e con l'impatto immediato di “Break The Chain”. Composizioni che potrebbero risultare poco originali e forse a tratti un po' scontate, ma che funzionano e si lasciano ascoltare con piacere. Dopotutto song come la catchy “Casino Royale” ed il tocco maggiormente glam di “That’s What I Know” fanno egregiamente il loro lavoro. Le sonorità eighties di “Lockdown Blues” aprono la via alla più classica e metallica “Mirror Of Myself” - un po' Treat-style e decisamente tra le hit del disco – con le scorribande chitarristiche di Claus e infine l'impatto più selvaggio dalle reminiscenze Punk Rock di “Double Trouble”.
I Saints Trade non saranno la band più dotata del pianeta e “The Golden Cage” non è certo il disco dell'anno all'interno della ricca scena Melodic Hard Rock attuale, ma si tratta di un lavoro interessante per questo act italiano certamente da supportare. I miglioramenti sono evidenti, non resta che vedere il terzetto emiliano su uno dei nostri palchi.

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Opinione inserita da Celestial Dream    02 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

Gli Hollow si sono presentati al grande pubblico nel lontano 1999 con “Architects of The Mind” via Nuclear Blast Records (e solo due anni prima il debutto “Modern Cathedral”) e dopo un lungo stop sono tornati nelle scene vent'anni più tardi con “Between Eternities of Darkness” ed ora con il nuovo “Tower”. La band svedese, nonostante il tempo passato, rimane ancorata alle sonorità più classiche e ad un Heavy Metal dalle tinte epiche e cupe con composizioni elaborate e linee vocali tutt'altro che immediate. Insomma Mercyful Fate, Crimson Glory e Queensryche sembrano fonti di ispirazione importanti per il chitarrista e leader della band Andreas Stoltz. L'introspettiva “Birth” funge da intro di un album che parte prima con i ritmi controllati della title-track, brano che trova il suo apice durante il bel solo di chitarra firmato dal musicista svedese, poi con la più vivace “Guardian”, pezzo che vede la presenza di una voce femminile. Ma sono i momenti più ricercati, epici e maestosi, come in “The Waiting Is Over” e “Destroyer of Worlds”, a mostrare il meglio del sound firmato Hollow grazie ad un approccio personale che riesce a colpire bilanciando potenza, pathos e melodie. Non capita spesso all'interno di una tracklist che a tratti pare accontentarsi un po' come in partenza, nella fin troppo scontata “Sunrise” o nel finale con la conclusiva e un po' fiacca “Wander On”. Ma grazie a qualche passaggio interessante – vedi l'esplosione Thrash che infiamma proprio “Sunrise” - il disco riesce comunque a risultare solido. Mancano forse un paio di pezzi da novanta capaci di esaltare, ma nel complesso “Tower” si dimostra un disco più che onesto all'interno della scena più classica.

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Opinione inserita da Celestial Dream    31 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 31 Marzo, 2022
#1 recensione  -  

Nati solamente nel 2019 in quel di Trieste come naturale evoluzione dei Bluerose, gli Estriver arrivano al debutto con questo “Outcry”, lavoro che si dimostra fin da subito altamente maturo e ricco di spunti interessanti. Il quintetto giuliano non solo è abile tecnicamente, ma riesce a miscelare con destrezza - all'interno del proprio sound - influenze diverse che vanno dal Prog all'Alternative fino al Metal ed all'Hard Rock più classici. Riff massicci ed una produzione professionale caratterizzano un ascolto dinamico dove spicca l'ugola talentuosa ed ispirata del singer Piero Pattay, capace di arrivare fino a note alte, ma allo stesso tempo di graffiare con la sua voce ruvida. Potremmo citare molti dei brani presenti nella tracklist, ma non renderebbe pienamente. “Primordial”, ad esempio, dimostra come la band sappia inserire passaggi massicci all'interno di sonorità Power/Prog degne dei grandi Symphony X e DGM, e ancora il tocco più melodico di “The Man Who Could Fly”, che gioca alla grande con linee vocali che si intrecciano con eleganza. Se il tocco maggiormente moderno esce sulle note di “Vision of Eden” e “To Wish to Have a Human Nature”, sono brani come la sinfonica “Brigther Than the Sun” e la quadrata “Belonging”, quest'ultima con un gran lavoro alle chitarre, a mantenere l'ascolto su livelli elevati. Infine è da menzionare “Human Destiny”, che all'interno di un brano possente ed aggressivo riesce ad inserire con sapienza una parte centrale con riferimenti Funky e Prog Rock.
Complimenti agli Estriver; “Outcry” è un lavoro che probabilmente e per svariate ragioni non avrà la visibilità che merita, ma è un prodotto altamente professionale che può affacciarsi anche al di fuori dei confini nazionali con estremo orgoglio.

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Opinione inserita da Celestial Dream    31 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 31 Marzo, 2022
#1 recensione  -  

E' tempo di comeback per la leggendaria band inglese Dare. Guidati dal songwriting unico e riconoscibile a chilometri di distanza di Darren Wharton, ex tastierista dei grandi Thin Lizzy, e con il ritorno da qualche tempo dello storico chitarrista Vinny Burns, sembrano aver ritrovato i fasti del passato. “Sacred Ground” del 2016 fu senza dubbio una delle migliori release in campo Melodic Rock di quell'annata e non solo. Questo “Road to Eden” continua la strada attraverso sonorità romantiche e malinconiche, vibrando ed arrivando nel profondo fino al cuore dell'ascoltatore grazie alla voce calda e intensa di Darren ed alle armonie sognanti disegnate dalle sei corde di Vinny. I Dare confezionano un'altra perla assoluta (ricordiamo che il loro capolavoro massimo è quel “Out Of The Silence” del 1989) che conquista con brani dall'alto tasso emotivo come la splendida “Cradle to the Grave”, le melodie immediate della title-track e la commovente ballata “Lovers and Friends”. Ma è tutta la tracklist a lasciare a bocca aperta per un disco da gustarsi dall'inizio alla fine. I ritmi più scoppiettanti di “Only the Good Die Young” e “ The Devil Rides Tonight” lasciano spazio alle atmosfere poetiche e passionali di “Grace”, fino alla sognante lenta “Thy Kingdom Come”.
“Road to Eden” è un'autentica gemma all'interno della scena Melodic Aard Rock e AOR nell'anno in corso; i Dare seguono il sound che li accompagna dai tempi passati, senza inserire alcuna novità, ma lo fanno nel modo che solo loro sanno. Chapeau!

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2022
#1 recensione  -  

Che dire degli Ozora, se non che il loro è un sound dinamico e ricco di molte influenze? Un Metal/Rock cantato in lingua italiana che si tinge di atmosfere alternative, ma che non disdegna passaggi prog e che riesce a catturare grazie ad ottime melodie, senza mai perdere di vista il fattore potenza. Insomma tutto è ben bilanciato in “Angelica”, nuova fatica firmata dalla band piemontese che aveva debuttato nel 2017 con "Perpendicolari". Qualche movimento all'interno della line-up - con l'ingresso del nuovo singer Davide Conti - non ha fatto altro che rendere ancora più solida e decisa la proposta dei nostri. Un disco che manifesta i sentimenti di sofferenza, rabbia, speranza e follia, tutti ben riconoscibili dai testi e dalle atmosfere contenute durante l'ascolto a partire dalla title-track che apre le danze, miscelando con sapienza melodie catchy a passaggi ricchi di energia. La sentita “Muta” mostra l'impatto eclettico della band con una partenza soft, accompagnata da arpeggi di chitarra, che sfociano poi su esplosioni più violente di scuola Faith No More (e Mike Patton deve per forza essere un'ispirazione per Davide Conti). Un approccio funky spinge le note scoppiettanti di “E' Ancora Chiara”, per passare poco dopo attraverso i riff massicci di “Consensi”, song che poi si apre su un bel refrain grintoso e melodico. E poi il mood decadente di “Un Nuovo Giuda”, in cui un sound soffocante va a braccetto coi testi critici sulla società attuale, e la chiusura affidata ai riff magnetici di “M.A.C.F.E™“ ed al cantato teatrale di Davide Conti.
Gli Ozora si confermano band di assoluto valore e l'impatto eclettico di “Angelica” fa pieno centro!

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2022
#1 recensione  -  

Lavoro solista per Myles Kennedy, chitarrista conosciuto per la sua militanza in bands decisamente di punta all'interno del mercato discografico attuale, come Alter Bridge e Slash ft. Myles Kennedy & The Conspirators. “The Ides Of March” - che segue il debutto “Year Of The Tiger” del 2018 - è un lavoro che consegna ai fans del musicista americano una collezione di brani ispirati che seguono solamente in parte quelle sonorità già percorse in passato. Il disco si muove accarezzando sonorità moderne attraverso però una solida base Blues Rock che viene rivista con passione ed ispirazione. Se composizioni come l'opener “Get Along” e “Wake Me When It’s Over” ci riservano ben poche sorprese, riprendendo quel sound tanto caro ad esempio agli Alter Bridge, con la voce di Myles che si muove con disinvoltura, sono brani come la ballata “The Ides Of March”, intensa e canticchiabile ma per nulla banale, e le note malinconiche di “Love Rain Down” (splendida qui l'interpretazione vocale dell'artista) a lasciare il segno. L'anthem semi-acustico "Tell It Like It Is" è coinvolgente ed a seguire troviamo le note Blues e sofferte di “Moonshot”, prima di lasciar spazio ad un finale soft con le acustiche “Wanderlust Begins” e “Worried Mind”.
Il secondo lavoro solista firmato Myles Kennedy mostra tutto il talento compositivo ed espressivo del musicista americano, firmando nel complesso un disco personale e meno Rock e potente rispetto a ciò che si è ascoltato nelle sue bands, ma puntando su composizioni più introverse ed intense che siamo certi piaceranno ai suoi fans.

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2022
#1 recensione  -  

Pura energia di stampo Hard Rock con gli Upper Lip, in arrivo da Gozo, città dell'isola di Malta. Carica esplosiva che si rifà al periodo più classico per il genere a cavallo tra anni '70 ed '80 con rimandi, ad esempio, agli storici Starz; “Deep Within” (questo il titolo del disco) è un lavoro diretto che colpisce con riff dinamici e l'ugola ispirata del frontman Chris Portelli. Il risultato è davvero piacevole, visto che la tracklist scorre con vigore, a partire dall'opener “Keep Going”, passando per l'intenso impatto melodico di “Eyes On Fire” e per l'immancabile ballatona “What Makes You Smile”. La sintonia tra le chitarre di Joseph Azzopardi e Paul Cini è ben equilibrata e, dopo la breve strumentale “Deep Within”, prende il sopravvento la grintosa “Mirrors & Masks”. Piccola pausa con le sonorità più soft di “Hide, 9. Be Free” prima di rituffarsi, in chiusura, su territori di nuovo rockeggianti grazie a “Never Lose Hope”.
Non inventano nulla di nuovo, ma suonano con una passione innegabile; l'Hard Rock energico ed ispirato dei debuttanti Upper Lip è certamente promosso!

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Opinione inserita da Celestial Dream    04 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 04 Marzo, 2022
#1 recensione  -  

Cinque pezzi solamente per aprire la strada di una carriera che speriamo possa portare soddisfazioni ai Sinister King. “All Is Vanity” è un EP che mette in mostra un sound maturo, potente, moderno. Un Heavy Metal dalle tinte Progressive ed al passo coi tempi che può ricordare qualcosa di Symphony X, Dream Theater e Pagan's Mind. I riff di chitarra sono possenti e robusti, le tastiere si fanno sentire ed il cantato del singer Rune Skjønberg lascia il segno alternando passaggi più chiari ad altri maggiormente ruvidi e aggressivi. Insomma il gruppo norvegese pare avere tutto in regola per far bene e brani come l'opener “A Cure For Insomnia” e soprattutto “Death Of All Joy” sono pronte a dimostrarlo. Quest'ultima riassume nei suoi sei minuti l'essenza del sound firmato Sinister King: melodie ruffiane - in particolare durante il refrain – che si inseriscono attraverso riff possenti e qualche momento più aggressivo ed oscuro che poi sfociano su un assolo di chitarra ben assestato. La successiva “Still Here” è decisamente più massiccia ma il lavoro delle tastiere la rendono altamente catchy ottenendo un risultato davvero notevole, andando a scavare all'interno delle sonorità nordiche scoperchiando qualche richiamo al Death di scuola svedese. Si finisce poi sulle atmosfere più sofferte e dark riservate alla title-track, pezzo dinamico e circondato da un mood malinconico che può ricordare qualcosa degli Evergrey.
E' una gran partenza quella dei Sinister King, band che si presenta con un EP notevole che speriamo possa presto trasformarsi in un full-length altrettanto ispirato.

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Opinione inserita da Celestial Dream    22 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio, 2022
#1 recensione  -  

I Guild of Others nascono dal legame tra Tom Wallace (batterista) e Steve Potts (chitarrista) che iniziano a sviluppare la loro idea di Progressive Metal che prende forma con l'entrata in formazione del noto tastierista Derek Sherinian (Sons of Apollo, Dream Theater, BCC, etc.) e del bassista Tony Franklin (The Firm, Blue Murder, etc.). A prendere in mano il microfono ci pensa invece Mark Hammond e insieme a lui come ospiti in un paio di pezzi anche Michael Sadler (Saga) and Henrik Bath (Darkwater). Insieme danno vita a questo omonimo disco che unisce varie influenze partendo dalle basi dell'Heavy Metal ma con una forte connotazione Prog.
Solo otto brani all'interno della tracklist, ma tutte composizioni dalla struttura elaborata con passaggi strumentali complessi, assoli di tastiera prolungati e ritmi mai elevati. Il tutto accompagnato da melodie vocali ben assestate che rendono l'ascolto certamente interessante. Quello che troviamo sono le melodie catchy dell'opener “Other Side” con uno splendido refrain che lascia spazio poi alle atmosfere drammatiche di “Memento”, le classiche partiture progressive di “Elysium”, con arpeggi e riff di chitarra spinti dalla batteria dinamica di Tom Wallace e poi i cambi di passo di “Spirit Ghost”, tra qualche accelerata che presto si adagia su ritmiche più controllate accompagnate da linee vocali ben composte.
Una proposta ricca e complessa anche se forse non sempre fruibile al massimo; un debutto interessante per i Guild Of Others, certamente non per tutti ma altamente consigliato a chi vuole addentrarsi in un Progressive Metal di scuola americana.

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