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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Giugno, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Giugno, 2024
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Avevo conosciuto i greci Meden Agan (parole dell’antico greco che significano “nulla in eccesso”) esattamente dieci anni fa, all’epoca del loro ottimo terzo album “Lacrima dei”; li ritrovo oggi con il loro quinto full-length “My name is Katherine” (nel mezzo c’è il quarto disco “Catharsis”, uscito nel 2018 ed al sottoscritto purtroppo sconosciuto), preparato durante la pandemia del 2020, ma uscito solo ad inizio maggio di quest’anno per la sempre attenta label rumena Sleaszy Rider Records. Rispetto a dieci anni fa sono mutate parecchie cose: in primis è cambiata la cantante, con Dimitra Panariti che ha preso il posto di Maya Kampaki subito dopo l’uscita di “Lacrima dei”; di recente poi è entrato in gruppo anche il bassista Pantelis Sakkas al posto di Aris Nikoleris, mentre è vacante il posto di batterista (non abbiamo avuto infatti informazioni su chi l’abbia suonata in questo disco). Ma è cambiato soprattutto il sound; se in passato per l’impostazione lirica della Kampaki era prevalente la componente sinfonica, in questo album è preponderante la componente Gothic Metal, soprattutto perché la Panariti non usa assolutamente liricismi, ma è molto più aggressiva di chi l’ha preceduta (grazie anche ai numerosi effetti utilizzati); ogni tanto poi compare qualche harsh vocals maschile (in “Trapped” ad esempio) che non disturba più di tanto, essendo molto limitata. I vari ascolti dati ai dieci pezzi che compongono il disco (durata totale di poco sotto ai 49 minuti) sono stati sempre piacevoli, anche se forse manca quella hit che da sola valga l’acquisto del CD. Non ci sono brani che non funzionano o non convincano, anzi sono tutti efficaci anche per via di minutaggi non esagerati (solo “Sickness” supera i 6 minuti), ma effettivamente non c’è una canzone che spicca tra le altre; così, di getto, potrei dirvi che la mia preferita è “Shedding”, oppure la più Symphonic "Victorious" o anche l’opener “Moth”, ma, lo ripeto, sono tutte bene o male sullo stesso livello. L’album è infatti bello compatto e di livello qualitativo superiore alla media, con testi che sono stati scritti dalla vocalist e sono legati tra loro da un concept comune. “My name is Katherine” non passerà comunque alla storia dell’Heavy Metal, ma è ugualmente un gran bel disco che conferma i Meden Agan come un gruppo di ottimo livello.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2024
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Tornano a farsi sentire i torinesi Eregion a cinque anni di distanza dal loro precedente album; da allora sono successe tante cose con una mezza rivoluzione nella formazione che ha visto l’uscita del singer e fondatore Mauro Colbacchini (sostituito da Dario “DF” Fontana), della violinista Letiziamaria Gatti e del compianto bassista Silvio Brusa (RIP!), al cui posto c’è ora Davide “Gengis Dave” Gianforte. Quando in una band cambia il frontman ci possono essere delle difficoltà ma, fortunatamente, non è questo il caso degli Eregion, dato che ci hanno guadagnato con l’ingresso del nuovo singer, sicuramente più versatile ed espressivo del suo predecessore. Se poi si dovesse giudicare un disco dai primi 30 secondi, ci troveremmo a stroncare questo “Non omnis moriar”, dato che l’inizio tra tastierine e voce in falsetto tendono alquanto al ridicolo; anche qui, fortunatamente, non funziona così e già subito dopo la prima traccia prende la strada giusta e finisce per rivelarsi tra le canzoni migliori del disco, assieme all’orientaleggiante “Battle to carry on”, alla veloce “Ride forth” (vero e proprio inno Power!), così come alla seguente “The rival kings” ed alla 'whiteskulliana' “Badon hill”. Il top si raggiunge, a mio parere, con “Earendil star”, canzone completa come una specie di manifesto di come si debba suonare Power Metal, molto frizzante e veloce, con parti soliste di gusto e melodie orecchiabili. Tutte le canzoni sono comunque estremamente godibili e piacevoli da ascoltare e riascoltare; giusto per pignoleria avrei dato un po’ più di ritmo ed un po’ prima ad “Earendil the mariner”, dato che solo nell’ultimo minuto (quando Andrea “Blackhawk” Muscarello pesta a dovere sulla batteria) il brano decolla davvero, così come avrei evitato di ripetere il coro così tante volte in “Blood brothers” (canzone altrimenti molto bella), ma si tratta di punti di vista personali che, come sempre, sono ampiamente opinabili per loro stessa natura. Ottima infine la produzione, come ormai consuetudine degli Elnor Studio del mitico Mattia Stancioiu, che sta diventando una vera e propria garanzia di qualità. Cosa aggiungere ancora? Gli Eregion, grazie anche ai cambiamenti di formazione, hanno fatto passi da gigante rispetto al passato e questo “Non omnis moriar” è finalmente un gran disco, degno del loro talento e delle loro capacità. Date loro una chance!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2024
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I Bloodorn sono la nuova creazione del chitarrista dei Sirenia, il francese Nils Courbaron, che ha fondato la band durante la pandemia del 2020, reclutando il suo compare nei Sirenia, il batterista inglese Michael Brush, il cantante dei Silent Winter (tra i tanti gruppi in cui milita), il greco Mike Livas, ed il nostro connazionale Francesco Saverio Ferraro, bassista dei tedeschi Freedom Call. Questo “Let the fury rise” è il debut album del gruppo “europeo”, composto da dieci canzoni (cui si aggiunge la solita inutilissima intro) per una durata totale di quasi 46 minuti, con un artwork non proprio esaltante che dovrebbe raffigurare il Bloodorn, una sorta di mostro pronto ad uccidere e distruggere tutto ciò che trova sulla sua strada. Ma che musica suonano i Bloodorn? Tempo fa, ai primi passi nel mondo musicale dei Dragonforce, venne coniato il termine “Extreme Power Metal”; ebbene questa definizione calza a pennello per i Bloodorn, dato che il loro Power Metal è spesso molto veloce seguendo le direttive impartite dai già citati Dragonforce, ma ci mettono anche tanta orecchiabilità che non può non far pensare ai Freedom Call, oltre a qualche passaggio più estremo, con tanto di blast beat e screaming furiosi che potrebbero far venire in mente persino qualcosa di Black Metal; il tutto con una produzione mega-pompata che dona un groove non indifferente. I pezzi hanno tutti un notevole tiro (in “God won’t come” persino forse un po’ troppo) e sono spesso contraddistinti dallo stile neoclassico della chitarra del leader Courbaron che è evidente si diverte un sacco con gli assoli. Michael Brush picchia sul suo strumento, specie sulla doppia cassa, come non l’abbiamo mai sentito fare nei Sirenia (ma anche nelle altre bands in cui suona), mentre il nostro Ferraro dà uno spessore pregevole al suo basso, sostenendo l’impianto sonoro con un oscuro quanto preziosissimo lavoro. C’è poi Livas che ha una voce sicuramente azzeccata per questo genere, estremamente versatile e capace di picchi acuti e di rabbia non indifferenti. Come avrete capito, siamo al cospetto dell’ennesimo ottimo debut album in campo Power Metal di questi primi mesi del 2024 e se i Bloodorn sapranno ripetere quanto di valido hanno fatto con questo “Let the fury rise”, se non addirittura migliorarsi (dato che il talento non manca loro!), avremo un’altra grande band su cui puntare ad occhi chiusi per il futuro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2024
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Tornano a farsi sentire gli svizzeri Thola, dopo il loro splendido “Somewhere” di tre anni fa; è il momento del loro quarto album (il secondo per la spagnola Art Gates Records), semplicemente intitolato “Unseen”, composto da undici pezzi della durata totale di circa 52 minuti. Si tratta di un album a dir poco strepitoso, pieno zeppo di brani fantastici che colpiscono sin dal primo ascolto, ma che finiscono per convincere ed ammaliare definitivamente ascolto dopo ascolto. Già dall’accoppiata iniziale “Needles in the dark” e la meravigliosa “Ashes & ghosts” i Thola mettono ben in chiaro cosa aspettarci da questo album. Il loro è un Heavy/Power metal che sa unire la tradizione e la modernità, con un sound che strizza l’occhio al Thrash, bello carico di groove sulle chitarre di Rolf ‘Rodo’ Studer e Patrick Ambord, la batteria di Sven Imsand che pesta a dovere imponendo ritmi quasi sempre frizzanti ed il basso di Thommy Ambiel che dà spessore e lavora alla grande in sottofondo, rivelandosi poi il vero asso nella manica a livello strumentale, grazie ad un’interpretazione quasi melanconica, ma sicuramente importantissima nell’economia del disco. Dopo l’ottima prestazione sul precedente album, il cantante Thomi Rauch dimostra di essere la vera marcia in più per i Thola, con un’interpretazione semplicemente di gran classe e talento, versatile ed espressiva, con momenti in cui ricorda nelle parti più acute il grande John Cyriis degli Agent Steel o il nostro Morby dei Domine ed altri in cui mette in mostra un calore nella voce alquanto sorprendente, con una duttilità fuori dal comune. Proseguendo nella tracklist, dopo la citata accoppiata iniziale, troviamo una dopo l’altra canzoni incredibili, da “Killer of the beast” che ha inserti elettronici, passando per “Tenderness” che mi ha ricordato qualcosa del Thrash iper-tecnico ed umorale degli impareggiabili Anacrusis, o “Atmosphere” ricca di groove e con un Rauch che canta alla grande, o anche la frizzante ed orecchiabile “Legacy”; il disco poi prosegue con canzoni più che buone come “Good days”, “A 1000 times” e “Morning light”, per arrivare all’ottima “Playground”, traccia molto ritmata e ricca di groove. L’apice lo si tocca alla fine con la meravigliosa “Last man standing”, sicuramente la canzone più bella ascoltata finora in questo 2024, una di quelle tracce che valgono da sole l’acquisto dell’album e che rimarranno indelebili nel tempo per via della sua qualità fuori dal comune. “Unseen” degli svizzeri Thola per quanto mi riguarda sarà sicuramente nella top 10 dei migliori dischi usciti nel 2024 e penso proprio che resterà tra le posizioni più alte, dato che è difficile, molto difficile fare di meglio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Mag, 2024
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Poco dopo aver ricevuto la diagnosi fatale che poi lo portò alla morte consegnandolo alla storia, Chuck Schuldiner, assieme ai suoi fidati compagni nei Control Denied, si mise a scrivere materiale che avrebbe fatto parte del secondo full-length di questa band leggendaria, album provvisoriamente intitolato “When man and machine collide”; purtroppo lo sviluppo del cancro fu rapido ed il disco non fu mai completato, a parte quattro tracce finite in un demo nel 2004 (“Zero tolerance”) ed alcuni manoscritti con testi incompleti. Il 13 maggio 2024, nel giorno in cui Chuck Schuldiner avrebbe compiuto 57 anni, gli americani Black Water Sunset hanno deciso di rilasciare un disco dedicato al loro idolo, contenente le cover di quel demo di quattro pezzi, intitolato “When man and machine collide – A tribute to Control Denied”. Per realizzare questo EP, la band ha chiamato a partecipare numerosi amici/ospiti, come il cantante turco degli Inner Urge, Berzan Onen, Fabio Alessandrini (Annihilator e Bonfire, tra i tanti) e James Knoerl (Aviations e Blood Throne, tra i tanti) alla batteria, il chitarrista dei Freak Kitchen, Matias IA Eklundh, ed il bassista degli Annihilator (tra gli altri), Rich Gray. Ogni pezzo è stato ri-registrato, mentre le parti vocali sono state scritte basandosi sugli appunti suddetti di Chuck. L’EP inizia con “Intricacy”, brano di quasi 9 minuti (tutte le tracce sono estremamente lunghe, per una durata totale di oltre 30 minuti), molto veloce, sulla scia di quanto fatto nei Control Denied nel loro unico e meraviglioso “The fragile art of existence”; da subito si nota un tasso tecnico fuori misura in tutti gli strumenti, con naturalmente le chitarre a recitare da protagoniste. “The number speaks” è più meditata e la voce di Berzan Onen, pur non essendo così “sofferta” come lo era il compianto Tim Aymar, è in ottima evidenza, così come il lavoro del basso, semplicemente strepitoso. Con “Chameleon” si torna a pestare sull’acceleratore almeno all’inizio; il pezzo, infatti, alternerà momenti più veloci, ad altri più oscuri e pacati, con sempre il minimo comune denominatore di una tecnica fuori misura. L’EP si chiude con “Evanescent misery”, l’unica traccia sotto i 7 minuti di durata, che non può non far pensare ai Cynic di “Focus”, quanto meno nella sua parte iniziale; proseguendo con l’ascolto, viene fuori il trademark dei Control Denied, con basso e chitarre che continuano a sorprendere per passaggi intricati e dissonanti, momenti di goduria assoluta per i fans della tecnica strumentale. Da evidenziare che “When man and machine collide – A tribute to Control Denied” non è in vendita, ma i Black Water Sunset hanno deciso di rilasciarlo gratuitamente sul loro canale YouTube, come un doveroso omaggio ad una leggenda della musica. Ascoltando questi brani, infatti, torna in mente quanto sia stato grave perdere un talento immenso come Chuck Schuldiner per l’intero mondo della musica Heavy Metal! Chissà quanta altra musica stupenda avrebbe potuto comporre…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 19 Mag, 2024
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I Bat arrivano dalla Virginia negli USA, dove si sono formati nel 2013; da allora, oltre ad una manciata di singoli, demo ed EP, hanno realizzato due full-length, di cui l’ultimo è questo “Under the crooked claw”, rilasciato niente meno che dalla Nuclear Blast. L’etichetta tedesca, da sempre, è sinonimo di qualità, ma questa volta non ci siamo proprio; lo Speed Metal dei Bat, infatti, oltre a puzzare notevolmente di stantio, ripercorrendo pedissequamente le lezioni impartite 30/40 anni fa da gente come Agent Steel ed Exciter, non ha assolutamente niente che faccia pensare in positivo o che possa destare emozioni diverse dalla noia. Ho ripetuto più e più volte che me ne frego altamente dell’originalità, se quello che ascolto mi prende e mi desta delle piacevoli sensazioni; purtroppo tutto ciò nel caso dei Bat non è semplicemente applicabile. E la responsabilità maggiore è imputabile al singer che urla senza soluzione di continuità dal primo all’ultimo istante, risultando monocorde, privo di espressività ed anche alquanto noioso con il suo approccio violento a prescindere, decisamente ben lontano da quanto fatto da maestri del genere come John Cyriis o Dan Beehler. È stato alquanto faticoso ascoltare e riascoltare questi dodici pezzi (cui si aggiunge la solita inutilissima intro) che, fortunatamente, hanno tutti breve durata, visto che l’album termina dopo circa 35 minuti; ogni volta, infatti, aspettavo la fine con trepidazione e non c’era alcuna voglia di rimettersi all’ascolto. Ed è un peccato, perché musicalmente i Bat non sono male; Nick Poulos alla chitarra fa il suo onesto lavoro, con riff affilati ed assoli di buon gusto, Chris Charge (all’anagrafe Chris Marshall) alla batteria impone un buon ritmo, brillante e frizzante, ma poi arrivano le urla rabbiose di Ryan Waste (all’anagrafe Richard Ryan Roy, anche nei Municipal Waste assieme al predetto Poulos) a rovinare tutto, tanto che ho pensato più volte quanto sarebbe stato meglio se si fosse limitato a suonare il basso e lasciare il microfono ad un “cantante” degno di tal nome. Dispiace davvero, ma questo approccio troppo estremo e rabbioso finisce per stancare molto presto e questo “Under the crooked claw” è ben lontano anche solo da una sufficienza risicata! Con tanti gruppi di grandissimo talento sommersi nell’underground in tutto il mondo, sorprende come una label storica ed affidabile come la Nuclear Blast abbia rilasciato un disco del genere….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 18 Mag, 2024
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Filippo Tezza è un cantante e polistrumentista veronese, noto per essere il vocalist dei Chronosfear e con una discreta carriera solista alle spalle, fatta di tre LP e due EP. L’ultimo full-length del singer veneto è questo “Key to your kingdom”, uscito in questi giorni per Elevate Records, costituito da otto tracce per una durata di circa 50 minuti e con un artwork ispirato a tematiche fantasy (come, del resto, anche i testi). Per chi non conosce ancora il musicista italiano, la sua musica è saldamente ancorata in campo Power Metal, quello della vecchia scuola italiana di gente come Skylark (senza il protagonismo delle tastiere di Eddy Antonini), ma soprattutto Shadows of Steel (o anche nella versione Wild Steel) e Wonderland. Già, Tezza mi ha ricordato molto da vicino lo stile musicale di un gruppo da sempre sottovalutato come quello del compianto Vic Mazzoni, fatti i dovuti paragoni tra la maestria di cotanto chitarrista ed il “mestiere” di Filippo Tezza che non nasce chitarrista. Ed il fatto che il musicista veronese nasca principalmente cantante si sente nelle varie canzoni, in cui la sua voce è sicuramente protagonista, mentre la parte strumentale fa quasi “da contorno”; trovo difficile spiegare questo concetto, ma mi sarei aspettato qualcosa di più a livello musicale, soprattutto dalla chitarra a cui probabilmente mancano quelle parti soliste iper-tecniche tipiche del Power Metal, ma che forse il buon Tezza non riesce a concepire. Certo, c’è qualche bell’assolo (prendiamo “Dead roses”, ad esempio, che è forse la canzone migliore del disco assieme alla ballad “Endless night”), anche suonato molto bene, ma penso che con una band vera e propria al seguito, il risultato sarebbe stato più soddisfacente. Sia comunque chiaro che i vari ascolti dati a questo disco sono sempre stati decisamente godibili, grazie anche ad un’orecchiabilità spiccata delle varie composizioni che si stampano subito in testa, nonché anche grazie ad un ritmo sempre frizzante dettato dalla batteria (purtroppo fatta al computer). Tutte le canzoni hanno un buon livello qualitativo e non ci sono fillers di sorta; segnalo anche la lunga suite finale “For death or glory”, divisa in ben quatro movimenti, indubbiamente affascinante nel suo quarto d’ora di durata. Filippo Tezza con questo “Key to your kingdom” non entrerà nella storia del Power Metal, ma non credo che questo sia il suo obiettivo, quanto quello di dare sfogo alla sua creatività e cantare e suonare la sua (e la nostra) musica preferita! In questo ci riesce certamente bene e, se siete fans del genere, penso che questo album possa fare certamente al caso vostro. Per il futuro, spero che Tezza si circondi di una vera e propria band per spiccare definitivamente il volo a livello qualitativo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 12 Mag, 2024
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I Violet Eternal nascono dal desiderio di due musicisti, uno giapponese e l’altro italiano, di fare della musica assieme ed ecco che Ivan Giannini (noto cantante di Derdian e Vision Divine, tra i tanti) e Jien Takahashi (chitarrista degli Heaven’s Tragedy, tra gli altri) realizzano col nome Violet Eternal questo debut album intitolato “Reload the violet”. Il disco, rilasciato in Europa dall’italiana Rockshots Records, è composto da dieci canzoni (nell’edizione giapponese rilasciata da Rubicon Music c’è una bonus track che è una versione alternativa della terza traccia) per una durata totale di poco inferiore ai 40 minuti, segno che le canzoni non sono lunghe ed il songwriting è bello conciso ed efficace. Ma, per funzionare, un gruppo ha bisogno anche di chi si occupi di altri strumenti ed ecco che abbiamo una serie di ospiti, da Andrea Cappellari (ex-SkeleToon) ed Ollie Bernstein (Magic Opera) che si occupano in tutto l’album rispettivamente della seconda chitarra e del basso, a cui si aggiungono solo in alcune tracce gente come Ryuya Inoue, Yukhi, Gabriel Guardiola, Takao e niente meno che Timo Tolkki, mentre la produzione (ottima, ma non mi è piaciuto il suono della doppia cassa) è stata curata da quel mostro sacro di Dennis Ward. Ma cosa suonano i Violet Eternal? Nella bio di presentazione vengono fatti paragoni con gli Stratovarius (alquanto campato in aria!), Beast in Black (sinceramente non sento evidenti richiami) ed Angra e proprio quest’ultimo forse è quello più azzeccato, dato che il gruppo italo-giapponese suona un Power dalle tinte Prog molto elegante e frizzante che potrebbe far venire in mente la band brasiliana, con qualche accenno anche al neo-classico nelle parti soliste di chitarra. Quando poi si ha in formazione un cantante di livello eccezionale come Ivan Giannini, allora tutto diventa più semplice e si parte già da una base più elevata rispetto alla media. I vari ascolti dati a questo album sono stati sempre piacevoli e non c’è alcuna traccia di livello qualitativo inferiore all’eccellenza; quello che colpisce, infatti, è la compattezza del disco che è semplicemente una spanna sopra a tanti altri nello specifico genere; se proprio dovessi essere costretto ad indicare una canzone preferita, penso che andrei sulla splendida e velocissima "Sonata black" che chiude il disco in maniera eccezionale. E se c’è ancora qualcuno che sostiene (credendoci e non solo per moda) che il Power Metal non abbia più nulla da dire, ci sono gruppi come i Violet Eternal e dischi come questo “Reload the violet” a smentirli apertamente! Acquisto vivamente consigliato e non solo per i fans dello specifico genere musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 12 Mag, 2024
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Sono passati ben 25 anni da quel meraviglioso “Stairway to Fairyland” che fu il debut album dei tedeschi Freedom Call; da allora sono stati pubblicati altri dieci full-length da studio (oltre a vari singoli, EP, live, ecc.), di cui l’ultimo è questo “Silver romance”. Tutti i dischi dei Freedom Call hanno una sorta di marchio di fabbrica che li contraddistingue e li fa assomigliare tra loro; qualcuno potrà tacciare Chris Bay & C. di essere ripetitivi e di utilizzare sempre la stessa ricetta vincente, ma a noi fans della band non ce ne può fregare di meno perché la musica che vogliamo ascoltare dai Freedom Call è esattamente quella che loro suonano! Quel meraviglioso Happy Metal estremamente orecchiabile e ruffiano, pieno di cori e coretti che si finisce per urlare tutti assieme in sede live o a fischiettare mentre si è soli sotto la doccia. Emblematica in tal senso la traccia 12 “High above” che inizia con il classico “oh-oho”, tre battiti di mani e le parole “Take me high above” ripetute all’infinito e già mi immagino dal vivo questa canzone gridata a squarciagola da tutto il pubblico accorso sotto il palco! Bene o male, tutte le tredici canzoni di questo full-length seguono questa falsa riga; un po’ diverse dalle altre la cadenzata “Blue giant” che poi si rivela essere il punto qualitativamente più basso del disco (nonostante una prova del singer decisamente espressiva e versatile) e quella “Supernova” che, nel mood classico dei Freedom Call, inserisce qualche parte elettronica, finendo per essere un altro dei pezzi convincenti del disco. Tutto l’album, nei suoi quasi 53 minuti di durata, risulta estremamente gradevole da ascoltare e sicuramente convincente, a patto però di essere dei fans della band e di questa versione più “happy”, easy e melodica del Power Metal. I testi, come sempre, non sono “impegnati” e canzoni come “Metal generation” o “Big bang universe” vanno prese per quello che sono: puro intrattenimento da godersi tutti assieme, così come lo sono pezzi come “Out of space” con la sua tastierina giocattolosa. Gli assoli delle chitarre sono sempre godibili, ben sorretti in sottofondo dal basso che pulsa a dovere e con la batteria che detta ritmi quasi sempre frizzanti; c’è poi Chris Bay che, come il buon vino, migliora invecchiando e regala una prestazione di tutto rispetto. I Freedom Call sono questi da 25 anni a questa parte, prendere o lasciare… e, per quanto mi riguarda, con questo “Silver romance” continuo a prendere e ad apprezzare! Buon divertimento!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Mag, 2024
Ultimo aggiornamento: 05 Mag, 2024
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Sono passati già vent'anni dalla nascita dei tedeschi Feuerschwanz e, per festeggiare questa ricorrenza, la band ha deciso di rientrare in studio e mettere mano ai suoi pezzi più famosi, ri-registrandoli con i testi in inglese. Ed ecco che canzoni come “Das elfte gebot” diventa “The forgotten commandment”, oppure “Untot im drachenboot” si trasforma in “Death on the dragonship” e “Fegefeuer” cambia in “Purgatory” e così via. Naturalmente rimangono invariate, ma solo nei titoli, dato che i testi vengono tradotti in inglese, le varie “Highlander” (posta in apertura), “SGFRD Dragonslayer”, “Bastard of Asgard” e la sempre splendida “Memento mori” (tra le migliori mai scritte dal gruppo!). Accanto a questi rifacimenti, troviamo anche la cover di “Valhalla calling” del musicista irlandese Miracle of Sound (al secolo Gavin Dunne), diventata famosa grazie al videogioco Assassin’s Creed, nonché un solo inedito intitolato “The unholy grail”. Si tratta di una canzone nel classico stile dei Feuerschwanz, quel tipico Folk Power che ha portato la band ad essere una vera e propria garanzia in questo settore; da segnalare in questa canzone la presenza di ospiti da Orden Ogan e Dominum. Altri ospiti li possiamo trovare in “Wardwarf” dove compare Francesco Cavalieri dei Wind Rose, in “Memento mori” c’è Chris Harms (Lord of the Lost), mentre in “Song of ice and fire” troviamo Patty Gurdy (musicista folk tedesca che ha collaborato, tra gli altri, anche con gli Alestorm). Qualcuno potrebbe chiedere perché acquistare questo disco? La risposta principale, oltre al fatto di avere un inedito ed una cover (che comunque si possono ascoltare sul tubo), sta proprio nel fatto che molte canzoni cambiano radicalmente passando dal tedesco all’inglese e, detta sinceramente, per chi non conosce il tosto e spigoloso idioma teutonico, è un sollievo poter finalmente comprendere cosa viene detto e poterlo cantare assieme ai mitici Hauptmann Feuerschwanz (all’anagrafe Peter Henrici) e Prinz R. Hodenherz III (alias Benjamin Ulrich Metzner). Non credo ci sia altro da aggiungere, se siete fans dei Feuerschwanz e del loro Folk/Power questo “Warriors” non può mancare nella vostra collezione!

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