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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 2021
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Ben due anni dopo il rilascio dell’EP “Crossing the blades”, torna a farsi sentire Rock N’ Rolf Kasparek con i suoi Running Wild, con un nuovo album intitolato “Blood on blood”, nella cui tracklist compare anche la title-track dell’EP. Buona parte dei testi sono basati sul motto dei moschettieri “Uno per tutti e tutti per uno”, che avremo modo di sentire spesso e volentieri nel corso dei dieci brani che compongono l’album. Se la partenza, affidata alla title-track “Blood on blood”, lasciava sperare in un ritorno dei Running Wild ai fasti di fine anni ’80/primi ’90, con dischi storici come “Port Royal”, “Blazon Stone”, “Pile of skulls” ecc., scorrendo la tracklist purtroppo si rimane con l’amaro in bocca a causa di una grossa carenza di ritmo (il batterista Michael Wolpers si limita a fare il suo compitino, senza quasi mai azzardarsi ad osare qualcosa in più!) e soprattutto per la mancanza di quei tipici riff della chitarra che hanno sostanzialmente creato un sottogenere come il Pirate Metal. Solo in poche tracce, Kasparek ed il suo fido Peter Jordan ci ricorderanno di cosa erano capaci di fare in passato con le due chitarre. Oltre alla già citata title-track ed alla già nota “Crossing the blades”, è degna della definizione di “Pirate Metal” sostanzialmente la sola, serrata “Diamonds & pearls” (unica ad avere un ritmo sempre frizzante!), in parte le sguaiate “Wild & free” e “Wild, wild nights” e, in un certo senso, anche la consueta suite conclusiva “The iron times (1618 - 1648)”. Già fra queste canzoni c’è una certa ripetitività (soprattutto dei cori) che non fa impazzire ma, guardando al resto, sinceramente la delusione è evidente, con pezzi che non decollano sostanzialmente mai che fanno quasi pensare che, per l’avanzata età di Kasparek (che ha ormai 60 anni!), non si sia più in grado di suonare in un certo modo a lungo. Dopo aver ripreso l’attività nel 2011 a seguito dello scioglimento del 2009, mi sembra che i Running Wild non stiano azzeccando più nemmeno un disco e la verve compositiva di Rock N’ Rolf pare alquanto fiacca ed inaridita; anche questo “Blood on blood” segue la scia degli ultimi lavori della band tedesca e convince solo in parte, come un triste mezzo disco. Dai maestri del Pirate Metal è lecito aspettarsi di più, molto di più! Ora perdonatemi, ma vado a ritemprarmi con “Black hand inn” o qualche altro disco dei Running Wild dell’epoca!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 2021
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Quando è iniziata “The bridge”, in apertura del disco, mi sono chiesto se davvero avevo davanti il nuovo album degli Aexylium o se, per chissà quale errore, mi fosse stato inviato un gruppo Melodic Death Metal… Talmente era invasiva e pesante la voce in growling che davvero sono rimasto spiazzato, soprattutto quando sono entrati in scena gli strumenti tipici del Folk Metal. Che gli Aexylium si siano trasformati in un gruppo Viking? Sinceramente il timore era fortissimo dopo il primo pezzo, fortunatamente “Mountains” è arrivato a dissipare un po’ il timore, grazie ad atmosfere più tipicamente Folk e soprattutto per la presenza della voce femminile (credo dell’ospite Arianna Bellinaso). Purtroppo il growling, che nel primo meraviglioso disco della band era giustamente limitato al ruolo di backing vocals, anche in “Mountains” è troppo presente e, per i miei gusti, decisamente esagerato; così sarà in molti pezzi dell’album, quasi a segnare una svolta più estrema del sound della band che, detta sinceramente fatico a comprendere. Se “Tales of this land” risultò essere tra i migliori dischi in assoluto usciti nel corso del 2018, questo nuovo album, intitolato “The fifth season” ne è purtroppo solo un lontano parente. E tutto semplicemente per l’ingombrante ed eccessiva presenza del growling che, per i miei gusti, rovina pezzi che invece potevano essere molto interessanti come, ad esempio, “Immortal blood”, o “Yggdrasil” o la stessa title-track “The fifth season”. Questa tendenza ad uniformarsi ai cliché ed alle mode nord europee fa pensare ad una volontà di assomigliare a gente come Amon Amarth, Eluveitie (soprattutto), Korpiklaani ecc. ecc., il che non giova certamente, vista l’abbondanza di gruppi del genere. Al contrario è molto, ma molto meglio quando Steven Merani usa la sua voce in maniera pulita ed il growling è relegato a sporadiche backing vocals; ne sono fulgidi esempi l’ottima “Battle of Tettenhall” (in cui è anche protagonista il flauto di Leandro Pessina, uno dei due nuovi innesti in formazione, assieme al chitarrista Andrea Prencisvalle), la divertentissima e frizzante “Skål” (che ricorda alquanto i migliori Elvenking), come anche l’altra brillante “Vinland” (pezzo con un’ottima performance del batterista Matteo Morisi) e la più moderata “Spirit of the North”. Tirando le somme, questo secondo capitolo della carriera degli Aexylium, intitolato “The fifth season”, costituisce, per i miei gusti personali (che, in quanto tali, sono ampiamente opinabili), un pericoloso passo indietro rispetto allo splendido debut album; il gruppo varesino deve scegliere una strada: se vorrà conformarsi alle mode nord europee (e quindi assomigliare sempre più ad Amon Amarth, Eluveitie & C.) dovrà inasprire ancora la propria proposta e sfruttare maggiormente vocals estreme; al contrario, se vorrà percorrere strade “meno affollate” ed avere un’identità maggiormente riconoscibile, dovrà relegare il growling ad un ruolo secondario, limitando fortemente la sua presenza e riprendere il percorso intrapreso con il debut album. Proseguendo come in questo disco, invece, si rischia solamente di essere un ibrido con il pericolo di non convincere al 100% quasi nessuno.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2021
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Finalmente un disco che ha una brevissima intro incorporata all’interno del brano di apertura, invece che tutte quelle inutili e noiosissime intro che non servono a niente e sono skippabili per loro stessa natura! Il merito è dei canadesi Ravenous (anche noti come “Ravenous E.H”, per distinguersi dalle tante bands omonime in giro per il mondo), gruppo fondato nel 2016 e giunto al secondo full-length con questo “Hubris”, dotato di artwork non proprio esaltante e composto da dieci tracce per poco meno di 54 minuti di piacevole Power Metal. La caratteristica principale che distingue il sound dei canadesi dalle tante bands simili sta nella voce profonda e baritonale del singer R. A. Voltaire, indubbiamente vero asso nella manica per il gruppo per avere qualche speranza di farsi notare in senso positivo dalla marea di formazioni dedite allo specifico genere musicale. Il Power dei Ravenous, infatti, ricorda alquanto gli Unleash The Archers, ma anche qualcosa dei Powerwolf e degli indimenticabili Falconer (finalmente una presentazione con paragoni azzeccati da parte di un’agenzia estera!). Come avrete capito, abbiamo tra le mani un sound bello frizzante e veloce, grazie ad un lavoro eccelso alla batteria dell’ottimo Dave Crnkovic; le due chitarre di Jake Wright e Skyler Mills filano che è un piacere, sorrette alla grande dal basso di Chris Valax che ricama in sottofondo con un lavoro fondamentale. Tutto insomma fila che è un piacere e segnaliamo anche diversi ospiti, fra cui spicca Mathias Blad, cantante dei mai troppo compianti Falconer. La produzione è stata affidata al famosissimo Fredrik Nordström (produttore svedese che ha collaborato con centinaia di bands, fra cui spiccano Dark Tranquillity, HammerFall, Dimmu Borgir, solo per citarne qualcuna) e si sente la mano di un professionista di simile livello! Cosa ha che non va allora questo disco? Sostanzialmente quasi nulla di importante, solo alcuni piccoli difetti. In primis la pronuncia orrenda dell’italiano nella bonus-track per il mercato giapponese di “Con te partirò” del maestro Andrea Bocelli; il rifacimento in chiave metallizzata non dispiace, ma le doti canore sono imparagonabili e la pronuncia di R. A. Voltaire rasenta davvero il fastidioso. Se sono molti i pezzi più che validi, spicca al contrario “Claw is the law” che, nel suo incidere folkeggiante (quasi alla Alestorm), risulta alquanto avulsa dal contesto, oltre ad avere un coro ripetuto davvero troppe volte, arrivando a risultare poco interessante. Resta da segnalare che la seconda bonus track per il mercato giapponese non è altro che la quarta traccia “Die 1000 deaths” cantata in giapponese (perdonatemi, se non so riferire in quale maniera) e che il disco è chiuso in maniera magistrale dalla suite “…Of beasts and Faust”, lunga oltre dieci minuti ma che costituisce uno dei picchi qualitativi dell’intero album. E’ stato un piacere effettuare questa recensione, perché “Hubris” è davvero un bel disco e mi auguro che i canadesi Ravenous possano raccogliere i consensi che indubbiamente meritano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Ottobre, 2021
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Ultimamente sto notando un certo proliferare di bands dedite ad un Heavy molto old style, con sonorità e registrazioni che ricordano i gloriosi anni ’80; non so dire se si tratti di una moda tra le nuove generazioni, oppure se è semplicemente una riscoperta ed una sorta di tributo alla storia dell’Heavy Metal, fatto sta che ci sono parecchi gruppi che si propongono a questa maniera e, fra questi, oggi parleremo dei newyorkesi Shadowland (da non confondersi con i blacksters russi o i gothsters svedesi omonimi). Già la foto del gruppo mette in evidenza questo amore per gli anni ’80, cantante dai capelli cotonati, sfoggio di borchie e toraci villosi, proprio come si usava 40 anni fa; anche l’artwork si ispira al passato, è tutto insomma un festival del vintage. Qualcuno si chiederà che senso possa avere nel 2021 un disco del genere, un sound così datato e tutto il resto; purtroppo non ho una risposta adeguata, ma evidentemente c’è chi apprezza queste cose e chi vive con la nostalgia del passato. Cercando di fare un’analisi quanto più imparziale e coerente possibile, c’è da dire che indubbiamente l’Heavy di questo debut album intitolato “The necromancer's castle” è bello tosto e ricco di energia; le parti soliste delle chitarre convincono e conquistano ed il basso si fa sentire eccome. Ci sono però diverse cose che potevano essere migliorate, a partire dal suono della batteria che lascia alquanto a desiderare, essendo fin troppo cupo, impastato e di basso volume (soprattutto sulla doppia cassa, davvero penalizzata). Anche la tatuata singer Tanya Finder potrebbe migliorare la sua prestazione, soprattutto nelle parti meno aggressive dove difetta in espressività; ha invece un approccio più convincente quando diventa più aggressiva, pur ricordando una brutta copia sbiadita di cantanti come le mitiche Marta Gabriel e Federica De Boni. Personalmente non trovo molto da salvare in questo disco, più che altro perché, avendo vissuto la mia adolescenza negli anni ’80, preferisco ascoltare gli originali dell’epoca e non degli emuli dei giorni nostri; sono però certo che questo “The necromancer's castle” degli Shadowland raccoglierà consensi tra coloro che preferiscono l’Heavy old style e che amano certe sonorità così tanto vintage.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Ottobre, 2021
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I Catalyst Crime sono una band formatasi nel 2017 e composta da musicisti provenienti da diversi paesi; il batterista Gerit Lamm (anche negli Xandria) arriva dalla Germania, la bionda ed affascinante singer Zoë Marie Federoff e suo fratello, il bassista Matt, arrivano dall’Arizona negli USA, mentre il tastierista Jonah Weingarten (anche nei Pyramaze, tra le tante) è del Vermont sempre negli USA; il chitarrista Kaelen Sarakinis è canadese, l’altro chitarrista Christopher Zoupa (anche nei Teramaze) è australiano e, dopo aver registrato l’album, è stato sostituito dalla chitarrista statunitense Chëna Roxx. Il loro debut album omonimo ha avuto una produzione perfetta da parte del mitico Alexander Krull (dieci minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal mondiale!), ha un artwork accattivante realizzato dall’artista Stefan Hellemann ed è composto da dodici pezzi per circa 50 minuti di durata, segno che anche il songwriting è ben fatto e non si perde in prolissità ed amenità varie, ma è efficace e conciso. Allora perché solo una sufficienza? E’ presto detto, il Female Fronted Melodic Symphonic Metal credo abbia ormai detto tutto o quasi ed i Catalyst Crime non fanno altro che ripetere pedissequamente la lezione impartita circa vent'anni fa dai vari Nightwish, After Forever, Epica e chi più ne ha, più ne metta! E’ tutto scontato, dalla voce eterea (a volte anche un po’ stucchevole, per essere sinceri) della bella cantante, al growling che compare ogni tanto come backing vocals (di cui non è noto l’autore); dai ritmi mai troppo sostenuti della batteria (a cui un po’ più di brillantezza non avrebbe guastato!), alle pompose parti strumentali (soprattutto delle tastiere). Scorrendo la tracklist e ripetendo gli ascolti si sa praticamente subito dove il singolo pezzo andrà a parare e non c’è nulla di sorprendente (manca la classica hit che ti fa saltare dalla sedia e che vale da sola l’acquisto del cd!) o che non abbiano già fatto in tanti altri gruppi negli ultimi vent'anni prima dei Catalyst Crime. Sia chiaro, questo disco e questa band non sono affatto male e, qualora si sia fans di questo specifico genere musicale, si rimarrà sicuramente soddisfatti, dato che è indubbio che questo Female Fronted Melodic Symphonic Metal sia ben costruito. Personalmente però comincio ad essere stanco di proposte fin troppo simili tra loro ed ho bisogno di qualcosa di più, sia a livello canoro (e la Federoff ogni tanto tira fuori un po’ di grinta e fa sentire qualche passaggio interessante!) che musicale; mi dispiace ma non mi riesce di concedere più di una sufficienza al debut album dei Catalyst Crime.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 2021
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Ammetto che non avevo mai sentito nominare prima d’ora gli Epilog, gruppo della Repubblica Ceca, in cui milita il cantante svedese Rob Lundgren (anche nei Reveal, tra i tanti). La band che arriva dalla Boemia centrale è attiva dal 2007 ed ha alle spalle ben cinque full-lengths; oggi parleremo del loro ultimo disco, intitolato “Providence asylum”, composto da dieci tracce per poco più di 50 minuti di durata, dotato di intrigante artwork ed uscito a fine settembre per l’etichetta ceca Smile Music. Descritti come Power/Prog, in realtà nella loro musica ho trovato molto, ma molto poco Prog (quasi nulla direi), piuttosto tanto Heavy Metal di stampo classico unito al preponderante Power di matrice teutonica (primi Rage e Grave Digger soprattutto), con una notevole attenzione alle melodie ed alle parti soliste della chitarra di Karel Fejtl, con ritmi spesso frizzanti e mai blandi per merito della batteria di Martin Nohava, con un buon lavoro in sottofondo del basso di Radek Ciprys e della chitarra ritmica di Michal Zeman (anche tastierista, strumento che si nota davvero poco). Su tutto c’è poi la voce aggressiva di Lundgren che, per chi non lo conoscesse, potrebbe essere accostabile in quanto a potenza e rabbia al mitico Tim “Ripper” Owens (fatti i dovuti distinguo). L’ascolto scorre via piacevole, senza particolari picchi qualitativi (manca insomma la hit che ti fa saltare dalla sedia al primo ascolto), ma indubbiamente senza cadute di stile o fillers di sorta. La produzione è di buon livello ed il songwriting è efficace, dato che il gruppo ceco non si lascia mai andare a prolissità o ammennicoli vari, puntando invece al sodo, segno che comunque non ci troviamo davanti ad una formazione di novellini, ma a gente che ci sa fare eccome. “Providence asylum” supera con buoni voti l’esame ed ha fatto scattare in me la curiosità di scoprire anche la produzione precedente degli Epilog; se siete amanti del buon vecchio Power di matrice mitteleuropea, questo disco farà sicuramente al caso vostro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre, 2021
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Ho conosciuto solo di recente gli argentini Feanor, gruppo attivo da ben 25 anni e con alle spalle una discreta discografia; li ritrovo adesso con un EP, intitolato “Boundless I am free”, composto da quattro tracce per circa 15 minuti di buon Heavy Metal. Tutto sostanzialmente gira attorno alla title-track, presentata in due versioni differenti. Si tratta in pratica di una ballad epica che, nella prima versione, ha gli strumenti elettrici ed ospita il mitico Ross The Boss alla chitarra, mentre nella seconda veste è interamente acustica e si avvicina al metal sinfonico, grazie anche alla presenza del violino di Diana Boncheva Kirilova che sostituisce la chitarra solista. Completano l’EP la terza traccia, “I have a fever”, pezzo Hard’n’Heavy senza infamia e senza lode che si segnala solo per il fatto che a cantare c’è Eric Marullo, figlio del grandissimo Eric Adams (dieci minuti di vergogna se non conoscete il cantante dei Manowar!). Chiude l’EP la strumentale “The scorpion stings in am”, sorta di esercizio di stile per chitarre acustiche, piacevole da ascoltare, ma abbastanza avulso dal contesto e leggermente fine a sé stesso. Se siete fans dei Feanor, questo “Boundless I am free” andrà sicuramente a completare la vostra collezione, in caso contrario c’è obiettivamente di meglio in giro su cui investire i propri denari.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre, 2021
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I Runescarred provengono da Austin in Texas, e sono attivi dal 2017; finora hanno realizzato un EP nel 2018 intitolato “We are” (a noi sconosciuto), una serie di singoli tra il 2018 ed il 2020 ed il debut album “The distant infinite”, autoprodotto ed uscito a febbraio 2020. Proprio di questo full-length parleremo in questa recensione, anzi per essere precisi esamineremo la sua “Expanded edition” rilasciata dalla band a fine settembre 2021, completata da sei tracce bonus interamente acustiche, come una sorta di EP a sé stante intitolato “Acoustrements”. Partiamo da quest’ultimo. Ci sono due rifacimenti di tracce presenti sull’album (“Twisting flesh” e “Swallow your tail”) e quattro inediti; in tutti i casi è musica interamente acustica (c’è anche il pianoforte), ben lontana dai lidi “metallici” a cui tutti noi siamo abituati; un qualcosa che o piace, oppure annoia. Personalmente propenderei per quest’ultima opzione (passi uno o al massimo due pezzi, ma sei tutti assieme sono abbastanza pesantucci da digerire!), ma si tratta come sempre di gusti personali ampiamente opinabili. Non ho trovato molto di interessante in questa proposta acustica e preferisco ampiamente la band nella sua versione consueta. Venendo ai dieci pezzi dell’album, è bene sapere che i Runescarred suonano un Power/Thrash accostabile in un certo senso alla proposta musicale degli Iced Earth, anche se lo stile canoro di Ven Scott è più sporco ed aggressivo dei vari singers che si sono avvicendati nella band di Jon Schaffer; a questo bisogna aggiungere qualche tocco prog qua e là che pone una netta distinzione dal gruppo della Florida. Le dieci tracce che compongono l’album hanno una durata totale di poco meno inferiore ai 3/4 d’ora e sono un assalto sonoro bello tosto (fanno eccezione la breve strumentale “This distant infinite” e “Sorrow is” che poteva essere interamente traslata tra le bonus acustiche). Non ci sono ballad o particolari concessioni alle romanticherie o a ritmiche blande, qui si picchia e lo si fa per bene dall’inizio alla fine! Il rischio che si corre in casi del genere, soprattutto se si ascolta distrattamente il disco, è quello di non trovare particolari differenze tra le varie tracce, pensando che alla fin fine si somiglino tra loro fin troppo. In realtà non è così, ma mi ci sono voluti diversi ed attenti ascolti per percepirlo, arrivando a preferire pezzi come “Minor progressions” (quasi Power/Prog per il suo incedere e con un grande Josh Robins al basso), o la già citata “Twisting flesh” (decisamente più affascinante e coinvolgente nella sua versione “elettrica”), come anche “Poison oasis” (forse la migliore in assoluto per via delle sue splendide parti strumentali). E’ comunque tutto il disco a convincere, grazie anche ad una produzione decisamente valida (ricordiamoci sempre che si tratta di autoproduzione!) ed ad un songwriting mai prolisso, ma sempre ben congegnato ed efficace. “The distant infinite” è un biglietto da visita più che valido per i Runescarred, gruppo dalle ottime potenzialità; aspettiamo adesso che qualcuno si accorga di loro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre, 2021
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I Trumbiten arrivano da Luleå nel nord della Svezia dove si sono formati nel 2018; da allora, oltre ad un paio di singoli, hanno autoprodotto l’EP “Emotions” a maggio 2021 e rilasciato questo secondo EP, intitolato “Out”, a fine settembre. Anche per questo secondo EP hanno fatto ricorso all’autoproduzione, registrando in maniera estremamente professionale e decisamente al passo con i tempi; anche per questo secondo lavoro mi pare che venga rilasciata solo un’edizione in digitale e non sia prevista, come per il primo, la stampa su cd. Il quartetto svedese suona un piacevole Heavy Metal moderno, con chitarre cariche di groove e ritmi della batteria sempre frizzanti; anche il basso ha una parte da protagonista e non viene relegato in secondo piano dalla registrazione, come purtroppo spesso accade. Su tutto c’è poi il vocione roco di Leonel Silva che personalmente non ho apprezzato molto, trovandolo fin troppo aggressivo per il sound della band; avrei gradito un’ugola più “educata” e pulita che avrebbe potuto dare maggiore espressività e rendere più gradevole l’ascolto, ma si tratta di gusti puramente personali che, come sempre, sono ampiamente opinabili. “Break out” apre alla grande il disco, con un Heavy Metal decisamente piacevole e convincente, ricco di parti soliste di gran gusto. La seguente “Loner” si piazza sulla stessa scia, ma forse avrebbe avuto bisogno di un approccio vocale meno duro. “Eagle inside” è la meno frizzante del lotto e non basta la doppia-cassa che compare ogni tanto a darle quel tocco di vitalità che invece sarebbe necessario, visto che soffre anche di una certa ripetitività. Si chiude con “Run”, brano non particolarmente veloce ma con una notevole attenzione alle parti melodiche e con il basso in piacevole evidenza; il coro è poi decisamente orecchiabile e ruffiano e si ficca immediatamente in testa. In conclusione, i Trumbiten con questo “Out” dimostrano di avere davvero buone potenzialità, anche se alcuni passaggi non sono del tutto convincenti come altri (la prima e l’ultima traccia sono decisamente di livello qualitativo superiore al resto); hanno ancora da lavorare per migliorare, magari trovando anche un cantante migliore, ma hanno comunque tutte le carte in regola per farsi conoscere in giro ed apprezzare. Buona fortuna!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre, 2021
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Avevo conosciuto i brasiliani Rage In My Eyes all’epoca del loro ottimo debut album “Ice cell”, disco davvero notevole autoprodotto dalla band; ero rimasto sorpreso per il fatto che, con il music business che ci sommerge continuamente da immondizie musicali, nessuno si fosse accorto del valore di questo gruppo di Porto Alegre. Li ritrovo oggi con un EP, intitolato “Spiral”, dotato di piacevole artwork ed ancora una volta autoprodotto dalla band; l’ottimo debut album, insomma, non è bastato per far trovare a questi sudamericani un conveniente contratto per far conoscere al mondo la loro piacevolissima musica. Ma che genere di metal suonano i Rage In My Eyes? Il loro è un Power/Prog molto ben fatto, non esageratamente complesso e finanche orecchiabile (la componente Power in questo è determinante); ho letto di paragoni con Blind Guardian, Symphony X, Helloween e gli immancabili Iron Maiden ma, di fatto, forse l’unica affinità riscontrabile è con la band statunitense di Michael Romeo, mentre il lato Power non può non richiamare alla mente i Rage del mitico Peavy Wagner (e non certo Helloween e Blind Guardian!). Sorprende in positivo ancora una volta la produzione, trattandosi di lavoro completamente autofinanziato, è stato registrato in maniera semplicemente eccelsa, al livello delle migliori produzioni europee ed americane. Dopo l’inutile intro “Farewell”, il disco parte subito in quarta con la splendida ed orecchiabile “And then came the storm”, canzone che andrebbe fatta ascoltare a tutti coloro che si chiedono come si debba suonare il Power/Prog! Cantata e suonata magistralmente, è una traccia che davvero non mi stancherei mai di ascoltare e riascoltare e che da sola varrebbe l’acquisto. Purtroppo non ho notizie se mai questo EP verrà stampato su cd, al momento è disponibile solo in versione digitale, ma noi collezionisti di chicche su cd lo speriamo vivamente! Ritorniamo alla musica. La terza traccia è la potente “Dare to defy”, ricca di groove e bella massiccia; dopo una canzone del genere non poteva che arrivare la ballad acustica e “Spark of hope” si lascia ascoltare gradevolmente, anche grazie ad una prova molto espressiva e calda del singer Jonathas Pozo. Si chiude alla grande con “Spiral seasons”, pezzo dal flavour moderno con una vena di malinconia, che mi ha fatto pensare alle ultime produzioni dei nostri grandissimi Arthemis. Tirando le somme, questo “Spiral” ci conferma che i Rage In My Eyes hanno tutte le carte in regola per affermarsi e farsi conoscere in giro per il mondo, non manca loro talento, tecnica, fantasia, un ottimo songwriting e tanto buon gusto; speriamo che qualche label di livello superiore si accorga presto di loro!

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