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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    04 Settembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2012
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E' possibile fondere il sound dei Rhapsody con quello dei Symphony X? I Wind Rose ci hanno provato ed il risultato è più che positivo. Il quintetto nostrano con questo debutto “Shadows over Lothadruin” riesce a trasmettere (con le giuste proporzioni) l'epicità di album come "Legendary Tales" suonando spesso in maniera molto progressive e ricordando in alcuni passaggi la band di Michael Romeo. Nati nel 2007 come cover band di Dream Theater, Symphony X e Blind Guardian e impegnata in svariati live shows, con i cambiamenti di formazione avvenuti nel 2009 i Wind Rose cominciarono a comporre del materiale proprio, che nell'anno successivo venne incluso nell'ep "Demo 2010", ben accolto dalla stampa specializzata. A distanza di un paio d'anni ecco che il gruppo toscano si presenta all'esordio, sempre sotto l'attenta supervisione di Cristiano Bertocchi (Chris Breeze in precedenti "vite artistiche") ex bassista di Labyrinth e Vision Divine e avvalendosi di Goran Finnberg (Opeth, Dark Tranquillity) per la masterizzazione e il super inflazionato (pure troppo a mio avviso) Felipe Machado Franco (Blind Guardian, Rhapsody Of Fire e mille altri) per la cura dell'aspetto grafico.

“Shadows over Lothadruin” racconta la storia fantasy scritta da Claudio Falconcini (chitarrista della band) e contiene diverse intro che sapientemente si alternano ai brani veri e propri per far calare l'ascoltatore all'interno del racconto. Nonostante i temi fantasy trattati e la grande epicità delle canzoni, non ci si deve aspettare il solito e canonico disco di Symphonic Power Metal nè la fotocopia di "Symphony of enchanted lands"; i Wind Rose sorprendono in positivo per quanto riescano ad essere multiformi e versatili, ancor più visto che stiamo parlando di un giovane gruppo all'esordio. Se con l'iniziale "Endless Prophecy" troviamo un pezzo impeccabile che segue le lezioni impartite da Turilli negli anni passati, con il proseguire del disco scopriamo nuove facce della band ad iniziare da "Siderion", pezzo niente male ma non tra i più riusciti (a mio avviso), che presenta delle venature folk ricordando molto da vicino Spellblast (soprattutto) ed Elvenking (in parte). "Son of a thousand nights", una semi ballad molto epica che non sfigurerebbe in qualche disco dei Blind Guardian, e "The fourth vanguard" una super power song, riportano il disco a livelli molto alti mentre ad iniziare da "Majesty" e proseguendo con "Oath to betray" troviamo finalmente il volto più prog della band che mostra una gran preparazione tecnica con alcuni riferimenti a Symphony X e DGM. La chiusura è affidata al bel lento "Moontear sanctuary" ed alla lunga magistrale suite "Close to the end".

Un debutto interessante che ci presenta una band dal gran potenziale, che possiede tutte le carte in regola per poter fare molto bene nel corso dei prossimi anni. In questo periodo di imperdibili uscite in questo genere, tocca fare qualche sacrificio e metter mano al portafogli perchè “Shadows over Lothadruin” è un disco che non si può ignorare.

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Opinione inserita da Celestial Dream    31 Agosto, 2012
Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 2012
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Cinque lunghi anni sono passati da "Dead Reckoning" ultima perla targata Threshold, che ritrovano lo storico cantante Damian Wilson dopo la separazione da Andrew "Mac" McDermott che ci ha tristemente lasciati solo un anno fa. Il tanto atteso nono album in studio della band inglese è "March of progress" ed esce sotto Nuclear Blast.

Nonostante il tempo trascorso, il sound che troviamo in questo disco non si discosta molto da quello per certi versi più “easy listening” di “Dead Reckoning” e “Ashes”, brano posto in apertura, segue la via di pezzi di grande impatto come “Slipstream” (da “Dead Reckoning”) o “Mission profile” (da “Subsurface”), e riesce a catturare sin dal primo ascolto. Altrettanto vincente è la successiva “Return of the thought police”, uno dei miei pezzi preferiti dell'intero disco. Richard West alle keys si alterna con la chitarra di Karl Groom e i due master minds sono ancora una volta impeccabili sotto ogni punto di vista (tecnico, esecutivo e chiaramente di songwriting). Il lato più prog del disco si scopre un po' alla volta già a partire da “Staring at the sun”, che strizza un po' l'occhio alle produzioni più datate e maggiormente sperimentali della band come “Hypotetical” e “Clone”. Il disco prosegue e i Threshold con una precisione chirurgica non sbagliano una virgola; vi renderete presto conto di come gli oltre 70 minuti di musica contenuti in “March of progress” scorrino via che è un piacere senza un accenno di sbadiglio, senza la minima tentazione di aprire facebook per controllare il proprio profilo. “Colophon” è altro pezzo degno di nota e ricco di classe, dove Damian Wilson dà il meglio di sé soprattutto durante la parte acustica iniziale, prima dello splendido solo di Groom che apre la strada ad un chorus che merita senza dubbio la lode. D'altronde la cura dei cori è sempre stata una marcia in più per West e company e questo disco ne è l'ennesima conferma. La fantastica "The hours" vi ammalierà già dai primi ascolti, mentre la semi ballad “Thats why we came” e la power-prog song “Dont look down” aprono la strada al gran finale: “The rubicon” racchiude in oltre 10 minuti tutto quello che di meglio i Threshold ci hanno regalato in ormai vent'anni di carriera.

La band inglese possiede da sempre una rara capacità di suonare progressive senza annoiare anzi, entrando nella mente e nel cuore dell'ascoltatore già dai primi ascolti grazie ad un gusto per la melodia che ha pochissimi eguali (qualcuno sta pensando agli Shadow Gallery?) e che in alcuni chorus si avvicina a produzioni di stampo Aor e Melodic Hard Rock. Gli anni passano ma i Threshold restano dei maestri assoluti nel loro genere e forse mai come ora possono guardare tutti dall'alto; “March of progress” è un disco di livello superiore, un album imperdibile per chi la Classe, quella con la C maiuscola, la sa riconoscere.

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3.0
Opinione inserita da Celestial Dream    25 Agosto, 2012
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Terzo album in 3 anni per la produttiva band tedesca Unherz che probabilmente non ha ancora raggiunto il successo sperato e prova a farsi notare piazzando due belle chiappe in copertina. Mossa non così fuori luogo sia perchè il genere proposto è un heavy-rock molto grezzo che stonerebbe di certo con un artwork pieno di rose e cuori, sia perchè noi metallari siamo comunque dei comuni mortali che davanti ad un bel sedere siamo disposti a spendere 15 euro. "Die Wahrheit liegt dazwischen" è un album di impatto composto da 10 canzoni (più bonus track) senza fronzoli e cantate in lingua madre. Sempre più band teutoniche ormai stanno optando per questa scelta, forse spinte dal successo di Rammstein e In extremo (tra le tante).

L'album mette in mostra passione e sudore per questa musica, ma sono pochi i pezzi degni di nota che sanno elevarsi dalla media generale piuttosto mediocre. Stiamo parlando sicuramente delle prime due song “Schmerz neu definiert” e “Mein Weg, mein Wille, mein Leben” con le loro melodie avvincenti, la catchy “Dieser Traum”. la ballata “Nur wenn du Träume hast” che mette in mostra le doti del singer Felix Orschel e la particolare “Leuchtfeuer”, canzone acustica “da sagra popolare” con la fisarmonica ad accompagnare la voce di Felix.

In definitiva, senza farmi condizionare dalle chiappe (giuro!), questo è un disco che tocca, ma non può superare, la sufficienza piena. Da rivedere!

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Opinione inserita da Celestial Dream    25 Agosto, 2012
Ultimo aggiornamento: 03 Settembre, 2012
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Tornano i Saratoga, storica band Spagnola da sempre dedita ad un power-heavy metal roccioso e melodico. Orfano da qualche tempo ormai del grande singer Leo Jimenez, senza dubbio la miglior ugola iberica, il gruppo capitanato dal duo Hernando-Del Hierro (chitarra e basso rispettivamente) ha trovato da qualche anno in Tete Novoa un ottimo sostituo al microfono ed il risultato in questo Nemisis è molto positivo. I Saratoga puntano maggiormente su soluzioni di facile presa, per un album sicuramente più melodico rispetto ai dischi storici come Agotaras (album che me li fece conoscere nel lontano 2002). Inoltre la buona produzione (anche grazie a Roland Grapow nel mixaggio) e il bell'artwork ad opera del solito Felipe Machado Franco, non fanno altro che confermare il voto che vedete qui sotto.

Il quartetto inizale mette subito in chiaro la qualità del disco, soprattutto con La ultima frontera e Revolucion, quest'ultima un autentico inno che immagino farà sfracelli in sede live. Ma l'album non presenta cali e regala altre canzoni di alto livello come Despues del silencio, Corazon herido e la granitica Angelo o demonio. C'è poco da dire, se il cantato in spagnolo non è un problema per voi, allora questo disco può far battere forte il vostro corazon, altrimenti statene alla larga. Non stiamo parlando di un capolavoro ma non v'è dubbio che in attesa dei grandi big di casa nostra (Vision Divine, Secret Sphere, Elvenking, Thy Majestie, Trick or Treat e Sound Storm), i Saratoga piazzano un disco da Top Ten, un album melodico, potente, eccellente.

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Opinione inserita da Celestial Dream    01 Agosto, 2012
Ultimo aggiornamento: 01 Agosto, 2012
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Non avevo mai sentito parlare dei The Sunpilots fino a quando il nostro Capo Redattore Ninni non mi ha consegnato questo disco per la recensione e, vista la copertina (che onestamente non entra nella mia top ten di tutti i tempi), non sapevo proprio cosa aspettarmi. In realtà scopro che questa band australiana ha già all'attivo un album pubblicato nel 2008 dal titolo “Living Receiver”, che tra l'altro ha ricevuto responsi decisamente positivi dalla critica specializzata. Quattro anni ci sono voluti quindi per arrivare a “King of the sugarcoated tongues”, nuovo lavoro della band che si diletta in un rock moderno dalle tinte progressive per 8 brani veramente piacevoli. I The Sunpilots dimostrano talento da vendere risultando freschi e originali, con canzoni tutt'altro che prolisse, ricche di belle melodie che fanno parte della scena prog ricordando vagamente Porcupine Tree e Pain of Salvation (quelli più riflessivi) così come altre bands della scena prog rock. Brani che non si dilungano in noiosi assoli bensi vanno a cercare e trovare spesso la soluzione migliore per la buona resa del pezzo. L'opener “3 minutes to midnight”, ma soprattutto i due goal consecutivi messi a segno con le bellissime “Sex and Tv” e “Rain”, sono solo alcuni pezzi di livello che fanno parte di una tracklist breve ma di qualità.

Una band che merita più visibilità perchè “King of the sugarcoated tongues” parla chiaro, si tratta di un disco di assoluto livello ed è scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale quindi non avete scuse, date una chance ai The Sunpilots.

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Opinione inserita da Celestial Dream    29 Luglio, 2012
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Come già scritto in occasione della recensione di “Few against many”', ultimo disco targato Firewind, la scena metal in Grecia è cresciuta a dismisura negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda il power metal. Insieme ad Innerwish ed Emerald Sun, l'altra band che si è fatta notare maggiormente sono i Secret Illusion. Seguo questa band sin dall'inizio, dal loro primo e promettente demo. Reduci da un buonissimo debut album (Illusion) pubblicato lo scorso anno tramite Rising Records, si ripresentano ora, a circa 12 mesi di distanza con un mini Ep di due tracce scaricabile gratuitamente (così anche per il loro debutto che, ripeto, merita) dal loro sito internet.

Un assaggio di soli due brani, un regalo ai propri fans in attesa del prossimo disco, e per presentare il nuovo singer Dimitris Giannakopoulos entrato nella band poco dopo la pubblicazione del debutto. Si parte con la title track, un up tempo che non si discosta molto da quello già ascoltato in Illusion. Filippos Papakyriakou chitarrista e songwriter della band ellenica è un gran seguace di Timo Tolkki e degli Stratovarius e questo fatto è sempre ben riconoscibile nelle sue songs, che ereditano lo stile di album come Visions e Destiny. Una songs veloce, con la tastiera messa maggiormente in primo piano rispetto al passato ma sempre con delle belle melodie, un bellissimo ritornello e un classico solo chitarra-tastiera. Il secondo brano non è altro che la versione acustica di Silent Voices, ottimo pezzo d'apertura del loro primo disco, e questa questa nuova veste a mò di ballata, viene promossa a pieni voti. Ad impreziosire la canzone, troviamo la partecipazione della cantante Iliana Tsakiraki dei Meden Agan, band greca a me sconosciuta.

Il nuovo full lenght verrà registrato dopo l'estate, ma questo Ep pone dei buoni presupposti sulla qualità del prossimo disco targato Secret Illusion.

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Luglio, 2012
Ultimo aggiornamento: 27 Luglio, 2012
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Arrivano al debutto i Myriad Lights, un quartetto lombardo dedito ad un heavy metal melodico ed epico, grazie alla storica Underground Symphony che pubblica questo “Mark of vengeance” in una bella confezione digipack. L'etichetta di Maurizio Chiarello è meno presente sul mercato rispetto agli anni d'oro (quanti grandi dischi nella mia discografia marchiati da questa Label..), ma dimostra di avere ancora ottimi colpi in canna e questo disco ne è l'esempio lampante. Come per il bellissimo “Redemption Denied” degli Steel Seal, dato alle stampe ormai un paio d'anni fa ma che come proposta si può accostare all'album qui recensito, si rimane su territori heavy, questa volta strizzando l'occhio ai grandi Warlord, vista l'epicità che i Myriad Lights riescono, a tratti, a sprigionare.

Tutti i brani sono molto validi e convincono già dai primi ascolti: “Slum devil” e “Livin rock” formano un buon duetto d'apertura, ma è con la bellissima Title track che il disco comincia a decollare sul serio. Un pezzo avvincente con un ottimo guitar solo ad opera di Francesco Lombardo che può vantare alle sue spalle la buona sezione ritmica di Jeff Lombardo (basso) e Phil Motta (batteria). Appena superata la prima metà dell'album, troviamo le due hits assolute: con “Fury of time” il ritmo si alza fino allo splendido ritornello tutto da cantare mentre “Wandering spirit” è una splendida ballata acustica con un Andrea Di Stefano alla voce assoluto protagonista che ricorda il grande Morby (Domine). La chiusura del disco è affidata a due buoni pezzi come la heavy “Golden cell” e la Warlordiana (passatemi il termine) “Asylum”.

Non è mai facile presentarsi al debutto con un prodotto convincente sotto tutti i punti di vista ma possiamo dire che i Myriad Lights ce l'hanno fatta. Con una produzione più potente e, a mio avviso, l'aggiunta di un po' di tastiera per rendere ancora più epico il sound, uniti all'esperienza che naturalmente non si impara se non con il passare del tempo, questa band in futuro potrà crescere e regalarci altra ottima musica. Un altro disco di qualità proveniente dalla nostra penisola, avanti così!

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Opinione inserita da Celestial Dream    23 Luglio, 2012
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La storica label tedesca Limb Music difficilmente sbaglia un colpo. E' vero, solitamente le uscite di questa etichetta non brillano di originalità ma negli anni tante nuove leve del power metal hanno visto la luce grazie a loro (non dimentichiamo gli stessi Rhapsody). In questo 2012 dopo gli interessanti Last Kingdom tocca agli Austriaci Dragony, band che con questo Legends arriva all'esordio discografico. La proposta del sestetto austriaco segue lo stile power-heavy sinfonico tedesco con un tocco di epicità che non guasta mai, un mix tra Edguy, Rhapsody, Galloglass e Crystallion, quest'ultimi conosciuti probabilmente solo dai più seguaci fans del genere.

Le nove tracce (più intro) contenute in questo “Legends”, ci presentano una band interessante, capace di comporre canzoni decisamente valide, alternando intelligentemente momenti rapidi ad altri più rallentati ed epici. Insomma i Dragony han studiato bene il manuale del buon Power Metal Sinfonico e i frutti si vedono. Tralasciando la solita e alquanto anonima intro, sono le prime due tracce a colpire: “Burning skies” e “Land of broken dreams” sono un ottimo biglietto da visita per la band e puntano su ottime aperture melodiche e dei chorus vincenti. La voce di Siegfried Samer non è delle migliori in circolazione ma si lascia ascoltare. Non vi sono dubbi che i singers di casa nostra abbiano una marcia in più rispetto a quelli che girano in terra tedesca. Ma il disco prosegue con la banale ma alquanto ruffiana “Dragonslayer” e la bellissima “The longest night” (che ritornello!!!) fino alla fine, senza cali per oltre 50 minuti di buona musica.

Una produzione ben fatta (anche questo un classico per le uscite targate Limb), e un artwork splendido, sono sicuramente punti aggiunti al risultato finale. Se i Dragony potessero solo trovare una DeLorean, che come in “Ritorno al futuro” riuscisse a trasportarli indietro di 15 anni, con un album ricco di pezzi validi come “Legends” farebbero un successone. Peccato che questo difficilmente accadrà e nel 2012 un disco cosi fa fatica a penetrare in profondità nel cuore di noi fans storici del genere. Magari in futuro, osando un po' di più...

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Opinione inserita da Celestial Dream    14 Luglio, 2012
Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 2012
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Ho sempre considerato i Sabaton una band sopravvalutata. Certo han composto dischi di buona fattura ("The art of war” su tutti) ma mai a mio modesto parere un album capolavoro tale da giustificare il successo enorme ottenuto negli ultimi anni. La band svedese ha girato in lungo e in largo il mondo da headliner in lunghissimi tour, come poche band possono permettersi. Una vera SabatonMania che ora, nel 2012, con questo Carolus Rex posso decisamente comprendere; finalmente anche alle mie orecchie la band di Joakin Broden è diventata grande perchè questo disco è una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere sui vostri timpani.

Se i cambi di line-up a ridosso dell'uscita del disco avevano preoccupato parecchio i fans, beh si può benissimo tirare un sospiro di sollievo anche perchè i due membri fondamentali Broden (voce) e Sundstrom (basso) sono rimasti al timone di comando. Una produzione sempre esemplare per un'opera ambiziosa: i Sabaton negli anni ci hanno accompagnati attraverso la storia, raccontandoci di più o meno famose guerre del passato e con “Carolus Rex” si fermano nella loro Svezia per approfondire con la loro musica la storia nel 17° secolo del Regno di Svezia, capace di diventare grande conquistando territori su territori. Inoltre, se non bastasse, con alla spalle un evidente supporto dell'etichetta metal per eccellenza, la Nuclear Blast, la band ci presenta la versione digipack contenente ben due dischi; due versioni dello stesso album, una cantata in Inglese ed una completamente in lingua Svedese.

Partendo dall'opener “The lion from the north”, passando attraverso “A lifetime of war” (con il coro più bello di tutta l'annata power) e la bellissima title track fino “Poltova”, i Sabaton sparano solo colpi vincenti ed è davvero difficile soffermarsi su alcune songs quando è tutto il disco a dimostrarsi solido come il granito! Se già conoscete la band svedese, beh andate sul sicuro.

Potenza pura e dei cori da 30 e lode, per un album da ascoltare rigorosamente a volume esagerato agitando la testa! “Carolus Rex” è un gran disco che si prenota nella mia Top Ten dell'anno in corso. I Sabaton non si fermano e sono pronti a conquistare il mondo.

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Opinione inserita da Celestial Dream    13 Luglio, 2012
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Bella rece del nostro mitico Capo Redatore Ninni! A me il disco è piaciuto, non mi aspettavo un album power ma qualcosa in stile "Pink bubbles go ape", che mi piace moltissimo. In realtà questo Unisonic è forse ancor più melodic hard rock, non è niente di epocale anzi, ma ha parecchie buone canzoni che acquistano ancor più valore grazie all'ugola d'oro di kiske che nonostante tutto resta al TOP.. risentirlo fa sempre bene c'è poco da fare! diciamo un disco da 7,5 se fosse un voto a scuola..

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