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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    19 Ottobre, 2012
Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 2012
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Il termine "capolavoro" va sempre usato con estrema attenzione; si tratta di qualcosa di non comune che si avvicina o addirittura arriva a toccare la perfezione e in ambito musicale sono davvero pochi gli artisti che possono vantare nella propria carriera la pubblicazione di un vero capolavoro. Tutta questa premessa per far capire ai pochi di voi che si sono persi qualcosa nella storia di questo genere (il Power Metal), l'importanza di un personaggio come André Matos capace, in oltre vent'anni di carriera, di scrivere almeno 4 autentici capolavori, il trio "Angels cry", "Holy land" e "Fireworks" a nome Angra ed il debutto "Ritual" degli Shaman, senza contare lo straordinario primo disco solista "Time to be free". Se poi pensiamo ai primi anni della sua carriera, quando coi Viper (band cult brasiliana) ha cantato in altri due dischi, i capolavori potrebbero diventare addirittura 5 vista la caratura di un album come "Theatre of fate".

Dopo questa lunga ma dovuta premessa, torniamo al presente. Ottobre 2012: il ritorno discografico di questo grande cantante e compositore brasiliano arriva cosi, tutto d'un tratto, senza grossi preavvisi e, come accaduto coi precedenti dischi usciti a suo nome, vede la luce prima in Oriente e Brasile (fine Agosto) poi anche in Europa (solo in questi giorni) tramite EarMusic-Edel. Come già detto durante l'introduzione, parliamo probabilmente della più grande e caratteristica voce nella storia del Power Metal (ma non solo) insieme a Michael Kiske; un artista di livello superiore, un compositore sublime. Le sue proposte negli anni sono sempre state molto varie già ai tempi degli Angra con tre lavori molto diversi tra loro, e anche in questo caso André non si smentisce; dopo il sound a tratti sperimentale di "Mentalize" con questo "Turn of the lights" si ritorna ad un sound più "classico", anche se di Power Metal ormai se ne sente davvero poco. La stessa cosa si può dire per la sua voce che abbandona l'aggressività delle ultime performance in studio, dove si cercava un approcio più ruvido, tornando al timbro soave che l'ha sempre accompagnato. La prestazione è senza dubbio positiva tenendo chiaramente presente che non stiamo più parlando di un ragazzino e i tempi di "Fireworks" (per il sottoscritto, l'album dove Matos ci regala la sua migliore prestazione individuale) sono lontani. La heavy "Liberty" apre le danze ma è un pezzo che non riesce mai a decollare, mentre il disco ingrana le marce alte con le successive songs: "Course of life" con il suo riff hard rock e il ritmo sostenuto è un pezzo da novanta ed è accompagnato da ottime orchestrazioni e un bellissimo solo di chitarra supportato dallo stesso André al piano. La title track è un altro bel brano con un ottimo chorus in pieno Matos style che convince ascolto dopo ascolto. E' sempre un piacere gustarsi la voce di Andre alle prese coi pezzi lenti e la ballata "Gaza" pur lontana dalla magia di canzoni storiche come "Deep blue", "Fairy Tale" e "Lisbon", rimane comunque una gran bella song. Da qui in poi si alternano buoni brani che sicuramente apprezzerete come "On Your Own", "Oversoul " e "Sometimes", a pezzi che scivolano via in maniera piuttosto anonima come "Unreplaceable" e "White Summit" così che il disco giunge al termine lasciandoci un pò di amaro in bocca.

"The turn of the lights" è un buon lavoro ed un acquisto obbligatorio per ogni vero fan di André però è un altro piccolo passo indietro rispetto al primo disco solista del singer brasiliano. Pur dimostrando la solita classe, il suo songwriting risulta leggermente annebbiato e sono rari i momenti eccelsi in questo full lenght. Il consiglio per chi vuole scoprire questo immenso artista è di iniziare da qualche altro lavoro, magari quelli descritti all'inizio di questa recensione. Aspettando l'atteso Dvd che dovrebbe ripercorrere la sua intera carriera (ormai se ne parla da tempo e gran parte del materiale dovrebbe essere già pronto) è inutile girarci attorno: da un personaggio della caratura di Matos è naturale attendersi qualcosa di più che un buon disco come questo.

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Opinione inserita da Celestial Dream    14 Ottobre, 2012
Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 2012
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Deve averci preso gusto Heleno Vale visto che il suo progetto Soulspell continua imperterrito e giunge con questo "Hollow's Gathering" al terzo capitolo. Tutto nacque nel 2008 quando il batterista Brasiliano decise di scrivere una metal opera, in stile Avantasia per capirsi, invitando i migliori singers del proprio paese. L'idea del drummer Sud Americano deve aver riscosso un certo successo, vista la continuazione di questo progetto che col tempo si è internazionalizzato ed ora può vantare la presenza di personaggi famosi provenienti dalla scena metallica Nord Americana ed Europea. Tanti gli artisti presenti in questo terzo atto, che ha il compito di proseguire la buona qualità dei primi due dischi. Su tutti spiccano Amanda Somerville (Avantasia), Blaze Bayley (Ex-Iron Maiden), Marcus Grosskopf (Helloween), Mike Vescera (Ex-Yngwie Malmsteen), Matt Smith (Theocracy), Iuri Sanson (Hibria) e Tim Ripper Owens (Ex-Judas Priest).

Possiamo già dire che questo terzo capitolo è quello più prettamente "power" e di maggiore impatto. Pezzi come "To Crawl Or to Fly" e "Change the Tide" sono due belle mazzate di puro power metal veloce, potente e sinfonico. Sapientemente Heleno, come ogni metal opera che si rispetti, alterna le voci dei suoi ospiti creando interessanti intrecci vocali, e in questo disco viene ritagliato maggiore spazio alle voci femminili. Non mi sono state fornite le informazioni precise sui singers presenti in ogni singolo brano, è chiaro però che tutti i cantanti coinvolti dimostrano di essere in possesso di elevate doti vocali. A parte la complessa e lunga title track (oltre i 9 minuti) messa in apertura che presenta ottimi spunti ma necessita di alcuni ascolti, le altre songs risultano dirette e girano che è un piacere; pezzi di durata media e facili da assimilare come "A Rescue Into the Storm", "Adrian’s Call" e la ballata sinfonica "Whispers Inside You" faranno la felicità di chi giornalmente ha bisogno di una buona dose di Power Metal. Dal punto di vista strumentale il disco non presenta sbavature: il drumming di Heleno non può che ricevere consensi (ascoltare per credere il doppio pedale in "The dead tree") e i solos di chitarra e tastiera risultano sempre ispirati e piacevoli. Inoltre, mixato da Matt Smith (Theocracy) e masterizzato da Miro nei famosi Gate Studio (Kamelot, Rhapsody, Avantasia), la produzione di "Hollow's Gathering" si dimostra di assoluto livello.

Non abbiamo tra le mani il capolavoro del secolo, sia chiaro, ma Heleno Vale dimostra con questo "Hollow's Gathering" un songwriting solido proponendoci un disco 100% metal, senza quelle canzonette che ormai si trovano nei dischi degli Avantasia. Se amate il Power Metal questo è senza dubbio un buonissimo disco, l'ennesimo in questo 2012 ricco di uscite interessanti.

Ps: Decisamente meno positiva la scelta di affidarsi a Felipe Machado Franco per la copertina; organizzerò una raccolta firme per bandire i suoi lavori. Niente contro di lui (anzi la sua band, i Vorpal Nomad, ha fatto un ottimo disco), ma i suoi disegni stanno inflazionando il mercato con opere a mio modesto parere non sempre eccelse e spesso simili, con una scarsa varietà di colori. Please, ridateci i vari Travis Smith, Andreas Marschall, Marc Klinnert e Erik Philippe!

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Opinione inserita da Celestial Dream    03 Ottobre, 2012
Ultimo aggiornamento: 03 Ottobre, 2012
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La cult band Siciliana è tornata! I Fiaba esistono dal lontano 1991 ma dopo la pubblicazione de "I racconti del giullare" e l'Ep "Il bambino coi sonagli" (2006) la band era scomparsa dalle scene. Fortunatamente il contratto con la "Jolly Roger Records" ha riconsegnato questo grande gruppo ai propri fans, sia con la ristampa in una confezione unica dei primi due dischi ("XII L'Appiccato" e "Il cappello ha tre punte") sia per la pubblicazione del nuovo album "La Pelle Nella Luna". L'hard rock folk, celtico e popolare della band capitanata da Bruno Rubino è ancora ben presente e con questo lavoro, il quartetto Siracusano ci narra delle storie che hanno come protagonista il rapporto dell'uomo con il mondo dei lupi, usato come metafora della nostra società attuale ed alle sue difficoltà di integrazione con il "diverso" e la paura che questo spesso ci trasmette.

"Se mi guardi ancora un poco,
io fra un pò potrò spiegarti
come fare a innamorarti
di ciò che ti fa paura.."

Dal punto di vista sonoro il gruppo Siculo alterna stati d'animo differenti, presentando in alcuni pezzi dei riff potenti che probabilmenta mai la band ci aveva proposto prima. Sin da "L'inquisito" sembra come di essere seduti a teatro dove, alzato il sipario, si assiste allo spettacolo. Giuseppe Brancato interpreta alla grande le songs e la sua voce si sposa perfettamente con la proposta dei Fiaba. Se la prima parte dell'esibizione teatrale, messa in scena dalla compagnia sicula, è di buonissimo livello (degna di nota soprattutto "Le due nature"), è la seconda parte che ammalia e convince lo spettatore di aver speso bene i propri denari. "Le bestie del villaggio di Ogre" parte con un riff heavy ma si mantiene melodico e contiene un bridge acustico davvero sognante mentre "La piccola Greta" è una ballata favolosa per musica e testo. "Il cerchio della morte" appassiona con il suo incedere, ma è con la conclusiva "All'ombra della giustizia" che i Fiaba ci regalano il capolavoro assoluto del disco. Una perla di rara bellezza che ci accompagna verso la fine di questa rappresentazione teatrale. E avvicinandosi al finale, si chiude il sipario e partono gli applausi.

"La Pelle Nella Luna" è un disco che fa innamorare con le sue melodie, un lavoro che vi conquisterà con dei testi che fanno riflettere e resteranno nei vostri cuori. Bentornati Fiaba!

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Opinione inserita da Celestial Dream    29 Settembre, 2012
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Tornano in pista gli Amadeus, che a tre anni dal debutto "Caminos del alma", si ripresentano con un interessante concept, che affascina già dalla bellissima ed originale copertina. Ma prima di addentrarci sul nuovo lavoro, facciamo un passo indietro: il primo album metteva in mostra le grandi potenzialità di questa band che però non sempre riusciva a trasformare la propria classe in una completa riuscita dei pezzi, come se mancasse sempre qualcosina per decollare. Potenzialità riconosciute anche dal grande Alberto Rionda che li ha presi sotto la sua ala protettrice portandoli anche in tour con gli Avalanch nel 2009, prima che gli Amadeus continuassero con un'intensa attività live e la partecipazione ad importanti festival spagnoli. Si arriva così al 2012 con la pubblicazione di "Black Jack", disco ancora una volta registrato negli studios Dante di Barcellona (proprietà di Israel Ramos, cantante della band) e mixato e masterizzato dallo stesso Alberto Rionda (Avalanch) nei famosi Bunker Studios per un risultato sonoro davvero convincente.

L'intro "Prólogo: Mea Culpa" ci fa entrare direttamente nel concept (che non finirà con questo disco): morte, angeli, amore il tutto ambientato in un mondo fantastico partendo dalla nostra Sicilia del XIX° secolo per poi trasferirsi nel cielo tra Paradiso, Purgatorio e Inferno. A seguire troviamo 8 pezzi (più una lunga outro strumentale), dove gli Amadeus ci deliziano con il loro melodic metal barocco, ricco di melodie ed orchestrazioni. Intendiamoci, non stiamo parlando di Symphonic Metal alla Rhapsody, ma di una abbondante dose di arrangiamenti che arricchiscono il sound. Inoltre i pezzi contenuti in "Black Jack" suonano decisamente meno metal rispetto al debutto (che già non si poteva definire puro power metal), e anche la scelta dei suoni segue questa via con la chitarra ritmica che risulta meno heavy e più hard rock. La stupenda "Multiverso" già mette in chiaro questa leggera svolta stilistica, un ottimo brano, breve e melodico, che acquista ancor più valore grazie alla calda voce di Israel Ramos. I pezzi più riusciti sono decisamente "Al diablo", "Cabello de Angel" e "Juliet" che conquistano e deliziano con le loro affascinanti melodie. Impossibile non pensare ad un gran disco come "El hijo prodigo" (Avalanch) quando si ascoltano alcuni dei nuovi pezzi firmati Amadeus, vista la somiglianza del sound e a dirla tutta, persino la voce di Israel Ramos a volte ricorda da vicino quella di Ramon Lage. Resta comunque la percezione che dietro alcuni brani ben confezionati e impeccabili in realtà sotto sotto, un pò come successo già con "Caminos del alma", manchi sempre qualcosa per conquistare l'ascoltatore. Non sarebbe male, a mio modesto parere, un inserimento di qualche coro sopratutto duranti i ritornelli, per spezzare rispetto alle strofe con la voce peraltro ineccepibile di Ramos.

Gli Amadeus si confermano quindi band ambiziosa e ricca di talento a cui però continua a mancare l'ultimo step per poter fare il salto di qualità e diventare davvero grande. Potranno prendere l'eredità dei "defunti" Avalanch? Difficile ma solo il tempo ci dirà.. Intanto "Black Jack" è un buon prodotto, arricchito da un affascinante disegno grafico in stile cartoon (a me riporta alla mente quel gran videogame che fu “The course of Monkey Island”) che accompagna questo originale concept che non finisce qui. Diamogli una chance!

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Opinione inserita da Celestial Dream    29 Settembre, 2012
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Arrivano dalla Germania i Fire on Dawson e pubblicano "7 Billion and a Nameless Somebody" dopo il debutto "Prognative" che ha ricevuto un gran successo nel 2010, consentendo alla band numerose apparizioni live. Difficile descrivere il sound di questo disco visto che il gruppo teutonico riesce a spaziare toccando vari generì, unendo tante diverse influenze, andando come a comporre un puzzle formato da tanti pezzi spesso diversi tra loro ma che uniti, formano un lavoro molto gradevole. Un puzzle che possiamo chiamare progressive rock ma in cui per oltre 40 minuti di musica ogni pezzo ha una sfumatura diversa, con l'unico comun denominatore che è la melodia. I brani composti dai Fire on Dawson non sono complessi nè tecnici, ma necessitano alcuni ascolti per essere compresi viste le melodie ricercate e non facilmente accessibili. Ad impreziosire il disco la voce calda del singer Indiano Ankur Batra che sicuramente ha contribuito ad influenzare la proposta con le sue origini culturali/musicali. Le songs cambiano spesso umore all'interno anche di pochi minuti di durata, partendo spesso con chitarre "pulite" per poi passare ad un suono distorto durante i chorus, e questo accade anche alla voce. Le influenze maggiori le potete trovare in Porcupine Tree, Pearl Jam, A Perfect Circle, Pink Floyd ed Audioslave, ma, ripeto, questa è una proposta molto originale.

Ai Fire on Dawson possono bastare anche poco più di 2 minuti per comporre una canzone che colpisce nel segno, è questo il caso di due ottimi pezzi come “Pseudo Christ” e "The Code"; in fondo chi ha detto che una canzone prog deve durare almeno 5-6 minuti? Il lato più tipicamente progressivo viene fuori con “Synthetic Part I” dove Porcupine Tree e Pain of Salvation diventano i principali paragoni e finalmente la chitarra di Markus Stricker diventa protagonista con una lunga parte strumentale dedicata ai palati fini. Le sperimentazioni preseguono con la bella “Syria” e così una canzone dopo l'altra arriviamo alla fine del disco consci di avere tra le mani un buon lavoro.

Se il rock alternativo, moderno, sperimentale e di conseguenza progressivo, è il vostro pane quotidiano, date una chance a questi Fire on Dawson, una band coraggiosa che ha messo tanta passione in questo "7 Billion and a Nameless Somebody".

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Opinione inserita da Celestial Dream    22 Settembre, 2012
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Il termine "Allos" significa "Altro" e fa riferimento allo Spirito Santo nel versetto biblico di Giovanni 14:16 "E io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi in perpetuo".

Nati come cover band di Narnia e Stryper (e già qui, complimenti!), gli Allos sono provenienti da Belo Horizonte, Brasile e suonano un power metal con tematiche cristiane. Catturato dalla bella copertina (opera dell'artista a me sconosciuto Carlos Fides), mi sono imbattuto in questo "Spiritual Battle", album d'esordio di questa band attiva già dal 2003. Solo nel 2010 però il gruppo riesce ad entrare agli Studios WZ per iniziare le registrazioni di “Spiritual Battle”, prodotto da Alan Wallace e Andre Marcio, produttori e musicisti esperti della scena metal nazionale, e con Fernanda Ohara dei Braia (progetto di Bruno Maia della cult band Tuatha de Dannan) come ospite e voce femminile.

Se da una parte gli Allos dimostrano tecnica da vendere, vi basteranno pochi ascolti per notare che il songwriting non è allo stesso livello. Le canzoni di questo debutto infatti raramente riescono ad incidere e ne è un esempio lampante già l'opener (intro esclusa) “Mirror of deep waters”: tastiere in evidenza, ritmi sostenuti e degli ottimi scambi di solos tra chitarra e tastiera, ma le melodie non lasciano il segno. Il punto forte di questo disco è l'ottima voce di Celso Alves, un mix tra il miglior Edu Falaschi e Fabio Lione, che si aggiunge nella lista delle tante ugole d'oro provenienti dal Brasile (che ha una gran tradizione a riguardo). Tornando all'album, sale leggermente il livello con “Power of choice” che dimostra le già citate ottime doti esecutive dei giovani Sud Americani ma anch'essa non convince appieno e neppure l'ingresso della voce femminile (già da “Journey”) riesce a migliorare le cose, così questo “Spiritual battle” scorre via senza convincere. Funzionano già meglio le numerose ballate grazie alla prestazione magistrale di Alves e spicca tra queste “Eterno presente”, mentre la veloce e tutta in doppio pedale title track, chiude positivamente il disco.

Inutile dire che se cercate del buon power metal troverete molto di meglio in giro (soprattutto in questo periodo ricco di uscite di qualità) così come se siete alla ricerca di bands dai testi cristiani non dovete far altro che fermarvi in Sicilia dai grandi Metatrone o fare un saltino in Svezia dai Golden Resurrection dal re del White Metal tale Christian Liljegren. Se riusciranno a sistemare due-tre cose gli Allos potranno dire la loro in futuro, ma per ora sono decisamente rimandati!

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Opinione inserita da Celestial Dream    18 Settembre, 2012
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Qualche mese fa la mia recensione di "The power within", ultimo lavoro dei Dragonforce, fu una delle ultime pubblicate prima della nuova veste grafica di questo sito; quel disco è stato un netto passo avanti rispetto alle ultime produzioni della band Inglese di cui faceva parte, alla voce, il noto ZP Theart che nel 2010 decise di lasciare Herman Li e soci ed ora si presenta con la sua nuova band, gli I AM I. Tenendo conto che gli ultimi lavori in studio del singer Britannico mi avevano convinto poco e che non poteva più contare sui due principali songwriters della sua ex band (Li e Totman), avevo serissimi dubbi sulla qualità di questo lavoro. Lo ammetto, non credevo in ZP Theart, tanto da ignorare quasi totalmente questo progetto. Quando però nei vari forum che frequento, ho sentito parlare molto bene del disco e dopo aver ascoltato qualcosa su Youtube, ho pensato che forse dovevo concedergli una chance e già dal primo ascolto mi son dovuto ricredere: gli I AM I hanno fatto centro! Lontani dall'extreme power metal dei cugini Dragonforce, ZP si è circondato di sconosciuti ma preparati musicisti della scena Britannica (Neil Salmon al basso e Phil Martini alla batteria) e con il chitarrista Jacob Zienda ha scritto dieci ottimi pezzi di melodic metal con un sound maturo, fresco ed orecchiabile.

La semplicità diventa un punto di forza in questo disco; non troverete parti orchestrali, musica classica, suite di oltre 10 minuti, riff thrash, suoni moderni od originalità a tutti i costi. Gli I AM I puntano dritti alla sostanza con brani diretti, di durata media (tutte intorno ai 5 minuti scarsi), con strutture semplici e melodie vincenti. Non è facile citare qualche singolo brano contenuto in "Event horizon", un disco che non presenta sbavature ed è supportato dalla prestazione sopra le righe di ZP che non deve più cantare seguendo ritmi impazziti e tonalità altissime ma può spaziare e interpretare i brani, dimostrandosi così molto più a suo agio. L'album alterna mid tempos a parti leggermente più tirate, e non manca la classica ballata di turno così tra la bellssima opener, la più hard rock "Stay a while" e la veloce "Dust 2 dust" si arriva piacevolmente alla fine del disco.

L'album è stato il primo ad essere stato pubblicato, lo scorso 26 Maggio, solo in formato chiavetta USB con il booklet di un normale cd, autoprodotto e ordinabile dal sito della band, anche se proprio in questi giorni la Plastichead Distribution si occuperà di distribuire il disco nella classica versione in compact disc.
Certe separazioni danno benefici ad entrambi le parti; è questo il caso di Dragonforce e ZP Theart. "Event horizon" è un debutto molto piacevole e gli I AM I sono una band coi fiocchi. Bello, bello, bello!

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Opinione inserita da Celestial Dream    14 Settembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2012
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Non avevo mai sentito parlare di questi Serenade nonostante siano originari della mia stessa città: Padova. Nati nel 2009, questo "Wandering through sorrow" è il loro album di debutto e devo ammettere che provo sempre molto piacere quando una band italiana, ancor più della mia zona, riesce ad arrivare al tanto atteso traguardo della pubblicazione del primo disco. La proposta del sestetto Veneto è un Gothic Symphonic Doom Metal che ricorda bands come Draconian, Dark Sanctuary e (in parte) Epica. Ritmi spesso lenti, voce femminile lirica (della brava Claudia Duronio) e melodie gotico-depressive, sono le caratteristiche principali di questo lavoro; se tutto questo è ben distante dai vostri gusti musicali, cambiate pure pagina e statene alla larga.

Già dalle prime note è riconoscibilissimo il sound dei Serenade che fanno ben poco per sorprenderci durante tutto il resto del disco. I brani presi singolarmente sono anche piacevoli, spiccano soprattutto la veloce "Cruel Angels" (la migliore del disco e presenta anche un bel guitar solo) e la rocciosa "Doomed To Slavery", ma nel complesso il disco funziona un pò meno. Infatti se da una parte la band dimostra senza dubbio passione, coerenza e capacità tecniche, dall'altra non possiamo non sottolineare l'eccessiva monotonia che trasmette un disco del genere: rare accelerazioni, pochi cambi di ritmo e, spiace dirlo, ma la dotata singer Padovana canta sempre sulle stesse tonalità e le rare occasioni in cui è presente la voce growl non lasciano molto il segno. Saranno scelte volute, ma è chiaro che un prodotto del genere è adatto solo ad un ristretto numero di purissimi appassionati del genere, mentre un "classico" ascoltatore metal, anche se fan di Nightwish o Within Temptation, sarà accompagnato da qualche sbadiglio già dopo qualche minuto. Inoltre la produzione, nel complesso sufficiente, lascia troppo in ombra la chitarra che in alcune occasioni si sente a malapena.

In sostanza per me "Wandering through sorrow" è un disco troppo piatto e depressivo; nonostante i Serenade mettano in mostra buone doti generali, dal punto di vista compositivo hanno ancora tanta strada da fare! Riservato ai fedelissimi del genere.

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Opinione inserita da Celestial Dream    11 Settembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 2012
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Il 5 Ottobre del 2010 il grande singer Steve Lee si è spento in un tragico incidente stradale mentre era a cavallo della sua inseparabile moto. A seguito di questo fatto, Leo Leoni e compagni hanno deciso di continuare comunque la storia dei Gotthard e dopo una lunga e delicata ricerca di un sostituto al microfono, è stato presentato ai numerosi fans Nic Maeder, giovane talento canoro di origini Svizzere-Australiane. Meno di 2 anni dopo, e a circa 3 dal precedente e spettacolare "Need to believe", ecco il nuovo "Firebirth", la rinascita di fuoco della band di Zurigo. L'album presenta una produzione magistrale e suona Gotthard al 100% ma si distacca dalle ultime produzioni Melodic Rock della band tornando al sound di album più datati come "G" e "Dial hard". Troverete quindi pochi ritornelli tipicamente AOR come successo in "Domino effect" e nel già citato "Need to believe" (la sola "The story is over" ricorda quel sound), mentre sono più presenti i riferimenti al Hard Rock di scuola Americana come già in "Starlight", canzone che apre molto bene il disco. Inoltre sono molte le ballate (ben tre!) composte per l'occasione dalla mente sempre ispirata di Leoni; "Remeber It's Me" e "Tell me" sono due pezzi acustici che conquistano fin da subito mentre la magica "Where Are You" appassiona non solo per la bellezza del pezzo in sè ma anche e soprattutto per il testo legato all'assurda scomparsa di Steve. Inutile spendere parole sulla prestazione dei musicisti che già conosciamo, mentre è doveroso promuovere a pieni voti l'ottima prestazione di Nic Maeder: è sempre difficile prendere il posto di un fuoriclasse (e Steve Lee era un super fuoriclasse) ma il buon Nic dimostra di avere un'ugola d'oro, ideale per il sound dei Gotthard e perfetta ad adattarsi anche al vecchio repertorio della band, ed esce a testa alta da questo come back discografico.

Un album che scorre via che è un piacere ma che manca di alcune hits, quelle che ti si stampano in testa e ti seguono per strada e a lavoro. Stiamo comunque parlando di un disco di classe, quella che la band Svizzera ha sempre dimostrato nel corso della propria lunga carriera. Se non vi siete mai affacciati al mondo Gotthard vi consiglio di iniziare da qualche altro disco (lo stesso "Need to believe" ad esempio), se invece siete già fans della band, beh allora "Firebirth" non vi lascerà delusi e deve trovare posto nella vostra discografia.

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Settembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 07 Settembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Capita ogni tanto di avere una mezz'oretta libera da dedicare alla ricerca di qualcosa di musicalmente interessante e allora in questi casi, mi collego a Youtube dove mi posso sbizzarrire. E' così che è andata con i Fireland. Un paio di canzoni e ho pensato: “Niente male questi qui, procuriamoci il disco”. Arrivano dal Cile e han pubblicato il loro debutto a Dicembre 2010, dal titolo "God N Evil". Il loro sound è un Power Heavy Melodico, un mix tra Nocturnal Rites, Helloween, Edguy, HammerFall e Dream Evil.
“Ancient times”, “Here i am”, “Dream”, “Politica” e soprattutto la favolosa “Where is the heaven”, sono tutti pezzi davvero validi che farebbero gola ad alcune bands sopra elencate (vedi Edguy e Hammerfall in crisi di ispirazione da qualche anno ormai), e guarda caso, quando la band mette piede sull'acceleratore e punta su soluzioni più veloci il risultato è lodevole. Ad essere onesti bisogna dire che non sbagliano neanche l'appuntamento con la ballata di turno visto che “Believe” non è affatto male. Quello che sorprende è l'ottimo lavoro alle chitarre della coppia Castillo-Vidal che macinano riffs belli tosti ed ottimi solos in pieno stile teutonico.

Capita spesso quando si incontrano band provenienti del Centro-Sud America di avere tra le mani prodotti di basso livello dal punto di vista della produzione: non è il caso dei Fireland che si presentano con un buon disco sotto ogni punto di vista, ben composto e registrato. Degna di nota anche la bella copertina. Non dico che la vostra vita cambierà dinnanzi a questo lavoro ma potreste farci un pensierino, dopotutto il disco è disponibile contattando la band.

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