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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Novembre, 2012
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Se sentivate già la mancanza di Mikael Erlandsson, eccovi accontentati con i Love under cover. Per il leader e singer dei Last Autumn's Dream non dev'essere sufficiente l'uscita annuale della sua band principale e quindi delizia i suoi fans (tra cui il sottoscritto) con qualche altro progetto. Dopo i due buoni dischi a nome Salute e alcune apparizioni come guest star qua e là, il buon Mikael è pronto per questa nuova avventura accompagnato da Mikael Carlsson a basso, chitarra e tastiere, Martin Kronlund (Gypsy Rose, Phenomena, Salute) alle chitarre, e Perra Johnsson (Coldspell) alla batteria. L'obiettivo è quello di unire e combinare il sound e gli elementi di bands come Coldspell, Last Autumn's Dream, Treat e altri grandi gruppi scandinavi.

In effetti l'influenza delle band sopra citate si sentono eccome e le 11 canzoni qui proposte uniscono i LAD (impossibile non pensare a loro visto chi troviamo al microfono), con momenti più Glam in stile Treat e Crazy Lixx e a tratti (ma più rari) si possono sentire anche delle sfumature heavy alla Coldpell, mantenendo comunque quell'aria di spensieratezza tipica dei dischi firmati Erlandsson come nell'opener "My best friend" o nella bellissima "Angels will cry". "Through The Storm", gran bel pezzo, richiama addirittura l'epicità che ha reso celebri i Magnum con un tocco di metal classico e melodico, ascoltare per credere. Trova spazio anche "Who Needs Love" dei Last Autumn's Dream, dal bellissimo "Dreamcatcher". Bellissima la gioiosa "Crazy for you"che farà la felicità di tutti i fans del buondo singer che, inutile dirlo, ci regala una prestazione delle sue, senza sbavature, con il suo timbro inconfondibile e nato per cantare questo genere. Chiude la breve ballata "A nice day", altro brano ben confezionato.

Undici canzoni orecchiabili, ideali per metterci di buon umore durante queste giornate grigie. "Set the night on fire" è disco piacevole e senza grosse pretese. Consigliato proprio ai die-hard fans del singer svedese.Quando Erlandsson.sbaglierà un disco siete pregati di farmi uno squillo!

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Opinione inserita da Celestial Dream    19 Novembre, 2012
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Band a me nuova questi Leyenda, anche se "Ciudad del caos" è il loro quarto disco. In effetti guardando le foto del booklet si nota che i componenti non sono dei ventenni alle prime armi ed infatti le origini del gruppo risalgono addirittura al 1995 anche se sotto altro nome (Infernal).

Il nuovo lavoro di questo quintetto Madrileno propone un heavy-power molto melodico che ricorda un pò l'ultimo bel disco dei connazionali Saratoga, recensito qualche mese fà proprio in queste pagine, anche se il sound dei Leyenda è meno potente. Come molti gruppi spagnoli non è l'originalità il punto forte della band, ma alla fine poco ci importa quando i brani riescono a catturare la nostra attenzione. Ed è così in questo caso, già da "Esmeralda", brano che apre il disco con una bella melodia di chitarra. Sono le successive "Ciudad del caos" e "Quiero Alcanzar Todos Mis Sueños" a colpire già dai primi ascolti con dei ritornelli catchy e orecchiabili. Nonostante le melodie siano piuttosto "semplici" e non certo originali od eccessivamente ricercate, queste si stampano in testa e vi ritroverete in ufficio con la voglia di canticchiare alcune di queste songs. Ad impreziosire il disco troviamo anche alcuni ospiti che gli esperti della scena spagnola sicuramente conosceranno; tra i tanti spiccano Jero Ramiro (Santelmo, Saratoga, etc.), Carlitos (Mago de Oz), Silver (Muro, Silver Filst),e Patricia Tapia (Khy, Mago de Oz, Nexx). Ed è proprio la voce femminile dei grandi Mago de Oz a rendersi protagonista nella piacevole ballata "Junto a ti" e sulla potente "Vestido blanco", duettando con il buono (ma non eccelso) Antonio, singer dei Leyenda. La versione "ballata" della title track, che diventa giustamente "Ciudad del Bien" chiude bene il disco con la melodia più indovinata dell'intero lavoro in una nuova veste.

Con "Ciudad del caos" avrete tra le mani un disco, sono sicuro, non esente da critiche e che può non piacere. Banali e scontati? Si ma questo album prende e continua a girare nel mio stereo. Non è forse questo ciò che conta?

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Opinione inserita da Celestial Dream    15 Novembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Arriva al terzo disco la Lars Eric Mattsson band denominata Book of Reflections. Giuro che non ho mai ascoltato i primi due dischi del gruppo che invece dimostra con questo "Relentless fighter" di avere un suo motivo di esistere e arriva dopo ben 5 anni dal secondo lavoro della band. Miscelando a dovere power metal, heavy, neoclassic, prog e hard rock, la proposta di questo gruppo per certi versi non è affatto scontata, e son sicuro che può piacere a più di qualcuno dei nostri appassionati lettori.

L'apertura è affidata alla veloce "Until the day" (con delle tastiere molto prog) mentre segue la più classica e hard rock "Die with the devil" con un ritornello tutto da cantare. Una ad una le songs piacciono anche se c'è da dire che mai si riesce a trovare il guizzo geniale. Il polistrumentista Lars (che si occupa di chiatarre, basso e tastiera) si è circondato di alcuni buonissimi musicisti tra cui spiccano alle keys Vitalj Kuprij e Mistheria ed il lavoro svolto alle tastiere è sicuramente quello che balza più all'orecchio durante l'ascolto dell'intero disco, accompagnando tutte le canzoni con un suono moderno e con solos piacevoli, ascoltate per credere la bellissima "Bleeding dry". "Somewhere else to be" strizza l'occhio ai grandissimi Jag Panzer mentre è decisamente degna di nota "Crashing Through", song melodica, potente e potenziale hit assoluta dell'album.

"Relentless fighter" non verrà tramandato da padre in figlio e non scriverà la storia del heavy metal ma è un disco solido composto da dieci canzoni piacevoli. Il mio consiglio è quindi quello di dare una chance a questa band.

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Opinione inserita da Celestial Dream    03 Novembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 03 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Probabilmente il disco più atteso dell'anno in ambito Power Metal, "Silverthorn" è finalmente sul mercato a arriva dopo alcuni posticipi sull'uscita ufficiale e soprattutto dopo diversi anni tormentati in casa Kamelot, che dopo l'abbandono di Khan ed il tour con Fabio Lione, tornano in pista arruolando una delle rising star del metal mondiale: Tommy Karevik. Il singer svedese ci ha già regalato alcuni capolavori con la sua band principale, i Seventh Wonder, ed è già entrato nel cuore dei fans della band statiunitense grazie a convincenti performance live ed al suo aspetto che sicuramente non allontanerà le seguaci di sesso femminile. Si può quindi parlare di una terza era che ha inizio (la seconda coincide con la presenza di Khan al microfono) e Thomas Youngblood aveva un grosso macigno sulle spalle, un peso dovuto alla pressione di ritornare con un disco all'altezza dopo il cambio di singer (sempre delicato) e un paio di dischi che hanno fatto storcere il naso a qualche fans (di vecchia data in particolare). Sapientemente il buon Thomas ha deciso di aprire la strada al nuovo arrivato, dando quindi gran spazio in fase di songwriting a Karevik e a Palotai, tastierista della band e mai molto coinvolto nella stesura dei pezzi.

Riuscirà Karevik a non far rimpiangere Khan? Non è stato registrato un pò troppo in fretta questo disco, visto che il nuovo singer è stato annunciato solo qualche mese fa? L'ispirazione di Youngblood è un pò in parabola discendente? Queste sono le domande che molti fans (me compreso) si ponevano fino ad oggi. In realtà già il video del singolo "Sacrimony" ci aveva fatto tirare un bel sospiro di sollievo. Ora posso dirlo con certezza: "Silverthron" suona 100% Kamelot, è un disco che mantiene tutte le caratteristiche del sound della band statiunitense che riapre in alcuni momenti alle sonorità di "Karma" ed "Epica" con aperture melodiche e spedite in pieno stile power metal. La prestazione di Tommy è eccelsa e convince già dalle prime note. Chiaramente il suo approcio è stato quello di "seguire" la via tracciata da Roy negli anni ma mettendoci del suo; credo che già dal prossimo disco il singer svedese potrà rendere più personale il cantato in casa Kamelot. "Silverthorn" racconta una storia piuttosto cupa e questo sentimento è trasportato anche nelle songs. E così il disco alterna pezzi veloci, come "Sacrimony" con il suo inizio ed il refrain che riportano ai tempi di "The fourth legacy", a mid tempos in pieno trademark della band come la un pò meno riuscita "Veritas". Melodica e potente, la title track piace, così come "Solitaire" dove Casey Grillo torna a pestare alla batteria. Menzione particolare per "Song for Jolee" che si candida come miglior ballata del 2012 con una prestazione immensa di Karevik. In chiusura la lunga e di classe "Prodigal song", che però a tratti ricorda qualcosa degli Angra.

I Kamelot tornano ad alzare la testa e danno l'impressione di avere ancora delle carte vincenti da estrarre dal mazzo per il prossimo futuro grazie alle potenzialità della nuova formazione.

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Opinione inserita da Celestial Dream    02 Novembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 02 Novembre, 2012
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Non sapevo che Kotipelto e Liimatainen avessero eseguito dei concerti acustici rivisitando pezzi storici presi dalla carriera dei due musicisti e non solo. Pare che questo tour acustico abbia avuto un certo successo, così che i due hanno deciso di usare queste canzoni per registrare un vero cd, "Blackoustic", che andiamo ad analizzare. Se l'accoppiata Timo-Jani aveva prodotto un gran disco di power metal a nome Cain's Offering qualche anno fa (e speriamo che prima o poi arrivi anche un secondo album di quella band), qui la storia è ben diversa.

"Blackoustic" raccoglie principalmente pezzi che hanno fatto la storia del singer Finlandese, come l'opener "Sleep well" e "Serenity" prese dai suoi album solisti, o le ben più quotate "Black diamond" e "Coming home" dalla sua band madre Stratovarius. Si può dire che questo è un prodotto simpatico che ogni fan di Kotipelto ascolterà con curiosità e piacere canticchiando le songs ma penso che dopo qualche ascoltino potreste stancarvi presto di tali versioni per tornare alla magia che ancora trasmettono le versioni originali. Inoltre se alcuni pezzi nella nuova veste acustica suonano piuttosto bene vedi la stessa "Coming home" o "My selene" (quest'ultima pescata dai Sonata Arctica di "Reckoning Night") altre sembrano un pò forzate come "Speed of light" o la stessa "Hunting high and low".

In sostanza, è piacevole ascoltare queste canzoni in versione acustica, ma siamo così sicuri che valga la pena comprare un disco del genere?

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Opinione inserita da Celestial Dream    28 Ottobre, 2012
Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 2012
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Gli Exedra nascono nell’autunno del 2005, a Taranto e dopo alcuni cambi di formazione la band trova il giusto equilibrio con i due fondatori Giuseppe Prete (voce) e Andrea Rapisardo (batteria), uniti ai “nuovi arrivati” Marco Memmola (tastiere), Luca Orlando (basso) e Simone Basile (chitarra). “Apeiron” è il loro debutto, e ci presenta una band dalle enormi potenzialità; in oltre un ora di musica il quintetto pugliese ci accompagna attraverso un concept album incentrato sul tema della vita, morte e rinascita e sulla continua ricerca dell'Eterno. La proposta musicale si può descrivere come un progressive metal molto intimo e melodico, con la caratteristica che i testi sono tutti in lingua Italiana. Una scelta decisamente coraggiosa, ma che si dimostra a mio avviso, una mossa vincente che rende la band praticamente unica nel panorama nazionale.

Ascoltando le 7 tracce che compongono “Apeiron” si ha la sensazione di avere tra le mani un signor lavoro. In effetti gli Exedra dimostrano grande classe nel songwriting, con soluzioni sempre molto curate e melodie non banali ma comunque melodiche. In questo disco troverete tutto quello che un buon progster vuole ascoltare in un disco: buoni riff, tastiera sempre ben presente, assoli di chitarra ben fatti.. Se proprio dobbiamo trovare delle piccole pecche tocca parlare della produzione non impeccabile, ma chiaramente parliamo di un disco autoprodotto, e della voce di Giuseppe che si dimostra un buon singer ma non si può parlare del James LaBrie o del Tommy Karevik Pugliese. Ma sono solo dettagli davanti alla qualità di questo album; si parte subito con la splendida “Fenice”, pezzo epico, con un riff granitico sorretto da ottime tastiere e melodie vocali di gran gusto. La traccia d'apertura non è un caso perchè le seguenti songs confermano il livello iniziale. Come non citare infatti le più intime “Siddharta” e “Crisalide”, due grandi pezzi che strizzano l'occhio a sonorità più prog rock? L'ascolto continua con “Siamo qui”, una ballata piano-voce molto emotiva mentre a seguire troviamo la validissima “Come il vento”. Si chiude con l'ambiziosa suite di oltre 25 minuti “Apeiron”, un brano complesso ma melodico con alcuni spunti davvero degni di nota, come la lunga ma melodica intro iniziale di scuola Dream Theater.

Mi prendo una bella responsabilità dichiarando quanto segue, ma sono sicuro di quello che dico: gli Exedra sono una band di talento e “Apeiron” è un disco che dovete far vostro se le sonorità descritte sopra sono quelle che più vi piacciono.

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Ottobre, 2012
Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 2012
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Dalla Grecia arrivano in redazione i Seed of Sadness, una band nata solamente poco più di un anno fa, ma già molto attiva in fase di songwriting. Sono già dieci i brani composti infatti dal quartetto ellenico ma solo 5 sono stati scelti per questo Ep, che vede la partecipazione di una guest star illustre come Bob Katsionis (Firewind) che si prende cura di tutte le tastiere.

Il sound proposto in queste 5 canzoni è un Melodic Metal con la voce femminile di Stellaria e ricorda moltissimo la proposta dei nostrani Mastercastle, band capitanata da Pier Gonella (ex Labyrinth) che ha già pubblicato 3 buoni dischi negli ultimi anni. Quindi non aspettatevi un approcio lirico, nè inserti gotici come è molto di moda quando alla voce c'è una signorina. I Seed of Sadness sono più massicci, come nell'iniziale "Remnant Of A Dying Smile" accompagnata da un bel riff e un ritornello indovinato. Ma tutte le 5 tracce del disco sono piuttoste buone; tra tutte "King of Loss" e "Is this the way" meritano di essere menzionate, così come la tastiera e il piano di Katsionis, sempre ben presenti, che danno un gran tocco al sound del disco.

Nel complesso è chiaro, la band è giovane e deve sicuramente maturare leggermente in fase di songwriting ma ci sono molti buoni presupposti. Questo Ep è sicuramente un buon prodotto che son convinto lancerà i Seed of Sadness verso un contratto discografico e a breve un full lenght di debutto, quindi non stupitevi di ritrovare tra un annetto una loro nuova recensione su queste pagine.

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Ottobre, 2012
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Otto anni dopo il buon debutto omonimo tornano i Bonrud, band che prende il nome dal suo leader e chitarrista, tale Paul Bonrud che ha scovato un nuovo ed importante membro per il gruppo in Rick Forsgren soprannominato "Four Octave" (soprannome che dice tutto), cantante che si dimostra piuttosto dotato. Iniseme i due han trovato una certa chimica e si sono gettati a capofitto sulla stesura dei pezzi per il nuovo disco. In uscita tramite Escape Music, questo "Save tomorrow" rimane su terroritori decisamente Aor/Melodic Rock, ma supera i già buoni livelli compositivi dell'album d'esordio. Non stiamo parlando di un disco pazzesco, ma i 12 pezzi contenuti in questo lavoro sono tutti pregevoli, ben suonati e presentano delle melodie piuttosto catchy e facili da ascoltare.

Bonrud mette tanta passione nella sua musica e uno dopo l'altro i brani che compongono questo suo secondo disco ci fanno entrare in un perfetto mondo di Hard Rock melodico, fatto di ottime linee vocali e aperture chitarristiche iper melodiche. Potrei citarvi l'iniziale "We collide" o la splendida "Save tomorrow", "Dominos", una bomba melodica in stile Last Autumn's Dream, o la magistrale "End of days" posta in chiusura, come i probabili migliori pezzi dell'album, ma in realtà il livello del disco rimane sempre costante dall'inizio alla fine anche se non si toccano mai vette di primissimo livello. In poche parole se cercate il capolavoro dell'anno non dovete bussare qui; H.E.A.T, Pride of Lions ed Eclipse sono su altri livelli. Se invece vi potete "accontentare" di un signor disco allora "Save tomorrow" può fare al caso vostro e, anche se le belle giornate estive sono ormai un ricordo e non potrete per qualche mese guidare con finestrini abbassati, capelli al vento e Bonrud in autoradio, questo disco comunque vi regalerà 50 minuti di buon Melodic Hard Rock.

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Opinione inserita da Celestial Dream    22 Ottobre, 2012
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2012
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Quando si parla dei Magnum è impossibile non nominare la parola classe. I maestri del Pomp Rock soffiano con “On the 13th day” sulle 40 candeline che festeggiano le 4 decadi dalla loro nascita, nel lontano 1972, a Birmingham. A differenza dei tanti gruppi storici che ancora calcano i palchi del mondo e pubblicano dischi spesso di bassa qualità, i Magnum sono sempre riusciti a creare grandi albums, e se proprio c'è bisogno di sottolinearlo, anche questo nuovo lavoro convince appieno e non delude le aspettative.

La partenza affidata a “All the dreamers” rispecchia il lato più epico della band e ci ripresenta un Bob Catley immortale e sempre in grande forma. La sua voce ha scritto pagine di storia ma evidentemente non è abbastanza. Il connubio che si è formato tra lui e Tony Clarkin, songwriter della band, è qualcosa di magico, quella magia che troviamo nella successiva “Blood red laughter”, mid tempo roccioso e melodico. Dura, durissima non soffermarsi su ogni brano, come il riff della favolosa title track: hard rock allo stato puro, di quello cristallino, oppure la successiva sognante “So let it rain”. “Shadow town” è la tipica canzone da singolo apripista, facile da apprezzare con delle ottime melodie ed il piano di Mark Stanway assoluto protagonista. Il momento della ballata arriva solo con l'ottava traccia: “Putting things in place” non delude le aspettative di chi conosce le ballads memorabili della band ed emoziona dalla prima all'ultima nota, merito soprattutto di quel talento al microfono che trasforma in oro tutto ciò che canta. “See how they fall” è un altro mid tempo potente che dal vivo potrebbe far agitare più di qualche testa, mentre a chiudere troviamo la buona “From within” che pur non essendo una delle hits del disco, si lascia ascoltare grazie ad un coro da 30 e lode.

“On the 13th day” è un disco di primissimo livello, un lavoro che suona 100% Magnum, anche se risulta leggermente meno “pomp” e più “hard” rispetto agli ultimi loro albums. La band Britannica firma l'ennesimo gioiellino della proprio discografia: in una parola, tutto questo si chiama CLASSE!

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Ottobre, 2012
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Gli Impera non sono altro che un nuovo progetto di Hard Rock Melodico nato dalla mente di J. K. Impera che è riuscito a completare la formazione con personaggi di spicco come Matti Alfonzetti al microfono, Mats Vassfjord al basso e soprattutto Tommy Denander alla chitarra. Legacy of life esce tramite la storica Escape Music ed è un disco composto da 10 tracce di puro Melodic Hard Rock, compatto e diretto, di quello dove a farla da padrone è la chitarra, con le tastiere molto nascoste e la quasi assenza di cori; tanto per capirci possiamo dire che lo stile segue un po' quello dei grandi Mr Big.

Ammetto che avevo parecchie attese per questo disco, in effetti basta il nome Denander per far accrescere le aspettative. Abbiamo imparato in questi anni quanto Tommy sia una certezza di qualità, ma in “Legacy of life” non deve aver messo troppo le mani sui pezzi, limitandosi al ruolo di musicista, ed il disco non verrà ricordato, a mio parere, neanche in questo 2012 ricco di buone uscite nel genere. Detto questo le belle canzoni non mancano, come la Aor Style “Kiss of death” e la veloce e melodica “Shoot me down”. Alfonzetti si dimostra singer di alto rango capace di innalzare il livello di ogni singola song grazie al suo lavoro vocale; nonostante questo, l'ascolto di alcune canzoni contenute in “Legacy of life” lascia un po' indifferenti e così ci si accorge che pezzi come “Sunset Rider” e “More than meets the eye”, tanto per citarne un paio, passano senza lasciare alcun segno.

In definitiva questo debutto targato Impera non può che passare con una “misera” sufficienza visto che nonostante le premesse molto alte derivate dai musicisti coinvolti, i brani non riescono a farci saltare dalla sedia. Due ottimi pezzi non bastano speriamo, se ci sarà un nuovo album della band, che Denander sia coinvolto in fase di songwriting.

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