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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    19 Dicembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre, 2012
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Lo ammetto, gli Eyefear sono una band che adoro; gli ultimi due loro dischi sono veramente ottimi, soprattutto "The unseen" uscito ormai 4 anni fa, di conseguenza attendevo impazientemente questo nuovo album. Non so bene la ragione per cui sia trascorso così tanto tempo per ritrovare il gruppo Australiano di nuovo in pista, ma sicuramente qualche problemino l'hanno dovuto attraversare. Prima di tutto i cambi di line-up che hanno senza dubbio pesato visto l'abbandono di Sammy Giaccotto, tastierista ed importante songwriter della band. Inoltre gli Eyefear erano rimasti a piedi con l'etichetta, vista la chiusura della defunta Dockyard1, ex label di Piet Sielck degli Iron Savior. Seb Schneider (di chiare origini teutoniche) è stato scelto per coprire il posto, piuttosto delicato, lasciato libero alle tastiere mentre la storica Limb Music si è accaparrata la pubblicazione di questo disco.

Le tastiere hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nella musica degli Eyefear, un gruppo di prog melodic metal, decisamente oscuro (come lo sono i testi), suonato con grande talento, enorme originalità e una spiccata capacità di creare ottime e tutt'altro che banali melodie basate sulla voce del singer australiano per eccellenza: Danny Cecati (Ex Pegazus). "The inception of darkness" si muove sulle coordinate stilistiche a cui la band ci ha abituato negli anni anche se con qualche novità come ad esempio l'utilizzo del growl in un paio di pezzi e della voce femminile in un brano. "Redemption" ci dà il benvenuto nel migliore dei modi; un brano favoloso giocato su melodie di pianoforte e riff potenti che accompagnano l'ugola di Cecati. Un pò piatta invece "Shadowdance" mentre con "Eyes of madness" si ritorna sui binari giusti. La title track divisa in due parti presenta a mio modo di vedere alti e bassi (soprattutto la seconda parte non convince appieno), mentre "Immortals" è un brano spettacolare che parte con un riff spezza ossa che accompagna per tutto il brano le ottime melodie disegnate dall'ugola di Danny, protagonista assoluto del brano e del disco. La sezione ritmica è precisa e potente ed il solo di chitarra convince appieno. Il livello rimane altissimo in chiusura con "Perfect images" e "Legions" dove chitarra e tastiera la fanno da padrone. Peccato invece per le inutili 3 bonus tracks messe lì solo "per far numero".

Con una delle copertine migliori dell'anno in corso, la band di Danny Cecati torna con un disco di indubbio valore. "The inception of darkness" è un album tutt'altro che banale che va assaporato pian piano per scoprirne ogni sfumatura e riesce ad unire i suoni potenti della chitarra quasi thrash di Kosta, al piano del neo arrivato Seb, il tutto accompagnato dalla voce favolosa di Cecati. Pur non riuscendo a ripetere i livelli del recente passato, gli Eyefear si confermano una band di classe superiore, veri e propri porta bandiera e motivo di vanto del metal australiano insieme agli altrettanto grandi Voyager.

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Opinione inserita da Celestial Dream    18 Dicembre, 2012
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Sesto album per i DarkSun che nascono dalle ceneri dei Northwind, band che pubblicò un paio di dischi senza infamia nè lode ad inizio millennio. Conosco di nome i DarkSun da parecchi anni, ma mai avevo ascoltato sul serio un loro disco, forse, anche se non so su che base, non li avevo mai considerati una band abbastanza valida per meritare il mio interesse ed i miei quattrini. In realtà l'ascolto attento di "Memento mori" si è rivelato tutt'altro che deludente e devo quindi ammettere di aver sbagliato a riporre così poca fiducia verso questa band.

"Memento mori" è epico e power, è un disco che mi è piaciuto sin dai primi ascolti e che unisce il sound di Warcry e Kamelot, quelli di "Epica" e "Black Halo" per intenderci. Infatti pur essendo barocchi, inserendo cori e molte tastiere che creano un atmosfera epica, questi spagnoli sanno spingere sull'acceleratore, e rimangono ben ancorati al genere power metal con una produzione ben fatta che ne esalta il sound. Inoltre sono da segnalare alcuni ospiti di un certo peso che come potete vedere dalla tracklist han preso parte nelle due bonus tracks del disco e parlo di Ralph Scheepers (Primal Fear) e Peavy Wagner (Rage). Tutto positivo quindi? Non proprio perchè l'esaltazione dei primi ascolti si affievolisce un pò con l'andare del tempo; le canzoni di questo disco infatti piacciono ma non conquistano, viaggiano piuttosto bene ma poi quando è ora, non riescono ad ingranare la marcia decisiva per superare la concorrenza! Così dopo la bellissima (anche se un pò banale) "Rompe el hechizo", sono pochi i brani che emergono con decisione. La potente "La ultima esperanza" è senza dubbio una delle song più riuscite, così come la veloce e sinfonica "De hielo & fuego".

La band Asturiana ha esperienza da vendere, dimostra di possedere ancora una certa ispirazione e tutte le songs di "Memento mori" sono degne di rispetto. Come già detto, manca sempre qualcosa però per rendere ogni singolo brano qualcosa di memorabile e la voce di Dani G, pur non meritando una bocciatura, non è certo tra le migliori che si possono incontrare in giro. Questo è comunque un buon disco, solido e interessante, senza grossi cali; i DarkSun meritano la nostra attenzione ed io andrò probabilmente a recuperare qualche loro vecchio lavoro!

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4.5
Opinione inserita da Celestial Dream    12 Dicembre, 2012
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Tornano i Trick or Treat a distanza di 3 anni dal bellissimo "Tin soldiers" che li aveva confermati tra le grandi band del genere power metal dopo il già buon debutto "Evil needs candy too". Si dice sempre che il terzo album di una band sia quello più importante per consacrarla e capirne il vero valore. La band emiliana ha lavorato duramente su questo disco che si divide in due capitoli e ci racconta il concecpt ispirato al famoso romanzo di Richard Adams "Watership Down".

Il power metal degli esordi, ispirato soprattutto agli Helloween dell'era Kiske, si è ormai evoluto in un sound che il quintetto modenese ha modellato e raffinato, riuscendo ad ottenere qualcosa di unico che, supportato dalla voce sublime di Alessandro Conti, non può che accontentare ogni ascoltatore dal palato fine. Pur presentando quindi qualche episodio veloce come "Prince With A 1000 Enemies" con Andrè Matos come ospite, o la favolosa Title Track (che goduria il ritornello con il cambio di tempo), "Rabbits' Hill" è un lavoro molto vario, che spazia dal metal al hard rock, sempre dimostrando grande qualità in ogni pezzo, con melodie ben studiate e sicuramente vincenti. "Spring In The Warren" e "False Paradise" vi terranno incollati alle cuffie, trasmettendo gioia pura con il loro incedere e dei splendidi ritornelli. La chiusura è affidata a "Bright Eyes", ballata che fa pieno centro grazie all'interpretazione maestosa di Alle.

In attesa della seconda parte di questo concept, "Rabbits' Hill pt. 1" consacra i Trick or Treat nell'élite dell'universo power metal. Probabilmente non venderanno mai 1 milione di copie, ma penso che con la maggiore visibilità ottenuta grazie alla fama che ormai Conti si è creato in giro per il mondo, con il suo ingresso nei Rhapsody di Luca Turilli, la band emiliana potrà sicuramente accrescere i già numerosi fans.

Top Album!

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Opinione inserita da Celestial Dream    12 Dicembre, 2012
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Arrivano dall'India gli Enthrall e queste bands provenienti dai paesi più inusuali destano sempre grande curiosità in me. Grazie alle rete ormai è facile venire a contatto con gruppi da ogni angolo del pianeta e questa è la vera forza di internet. "Throes of fire" è il loro secondo disco (il debutto è scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale) ed esce sotto una sconosciuta label greca che si chiama Metalfighters.

Nonostante (come potete vedere) il logo della band farebbe pensare ad una proposta legata a suoni epici, ad un heavy-power metal alla Manowar per capirci, la band Indiana ci riserva dieci canzoni molto originali che spaziano su diversi generi e si possono catalogare unicamente col termine Progressive. La realtà è un miscuglio di heavy, prog, crossover e chi più ne ha più ne metta. Diciamo subito che la produzione del disco non è un granchè ma possiamo immaginare che il gruppo non abbia avuto a disposizione un gran budget per la registrazione. Inoltre la voce del singer e leader Neil Rego a tratti convince, altre volte sembra non all'altezza; piccolo mistero a cui non trovo spiegazione!

L'opener "Burden" ad esempio non è affatto male ed è tutt'altro che banale. Ma le successive songs non riescono a convincere come la particolare "The Bullying Bull", che presenta delle linee vocali che non vi resteranno certo nel cuore. Sono pochi in effetti i brani che colpiscono, molto meglio la seconda parte del disco con la bella "Retrubution", bel pezzo con aperture strumentali di gran gusto, la veloce e più power oriented "Spill Cyanide" ed il prog rock di "Natural Instinct".

Difficili da catalogare, gli Enthrall, spinti dal songwriter di Neil Rego, dimostrano di avere del talento che deve essere incanalato in maniera migliore per ottenere delle songs di un certo impatto. Da premiare l'originalità della proposta ma siamo sicuri che sia la via giusta? Niente male comunque come primo passo questo "Throes of fire" e se volete fiondarvi dal vostro amico a fare i fighi, vantando di avere un cd di una band indiana, questo è il disco per voi!

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Dicembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Arriva praticamente dal nulla, come un fulmine a ciel sereno, questo disco made in Italy sotto il nome di Earthcry. Ma chi sono questi Earthcry? In realtà non parliamo di una vera e propria band ma di un'opera ambiziosa che il batterista ligure Enrico Sidoti ha scritto avvalendosi di personaggi molto noti della scena italiana e non. “When the Road Leads” è il primo capitolo di questo concept ed è composto da dieci brani di puro prog-power metal da leccarsi i baffi per tutti gli amanti di Symphony X, Labyrinth e DGM.

I personaggi coinvolti? Aprite bene le orecchie, perchè alle voci troviamo niente popò di meno che Roberto Tiranti (Labyrinth), Mark Basile (DGM), Marco Sandron (Pathosray, Eden's Curse, Fairyland), Oliver Hartmann (Hartmann, Avantasia, ex At vance), Damian Wilson (Threshold, Headspace, DWB) e Zak Stevens (Circle II Circle), dove ognuno di questi top class singers interpreta un diverso personaggio del concept, in cui vengono analizzati gli oscuri segreti dell'umanità. Le altre guest stars sono i chitarristi Diego Reali (Evidence, ex DGM) e Simone Mularoni (DGM) ed il bassista Leone Villani Conti (Trick or Treat). Completano la band oltre al già citato Enrico alla batteria, Bruno Di Giorgi (chitarra) e Tommi Delfino (tastiere).

Tanta carne al fuoco quindi, ma non sempre tutto questo è sinonimo di qualità. Tocca all'oste di turno, infatti, cuocere a puntino le pietanze e in questo caso lo "chef" Enrico Sidoti si dimostra decisamente all'altezza, piazzando una dietro l'altra 10 tracce ben costruite su melodie che colpiscono presto e su una perizia tecnica a livello strumentale degna di nota. L'introduzione, ne son sicuro, farà palpitare qualche cuore, ascoltando Tiranti destreggiarsi su tonalità riservate solo a lui (in stile "Lady lost in time" tanto per capirci). "New fading sun" è puro power-prog di classe e sono proprio i DGM a mio parere, la band che più si può comparare a questo lavoro, e non solo quando l'immenso Mark Basile prende in mano il microfono, come in "Hospitality", pezzo che non avrebbe sfigurato nell'ultimo capolavoro della band capitolina "Frame". E' sempre un piacere ascoltare Oliver Hartmann dilettarsi in qualcosa di metal, visto che da qualche anno le sue coordinate stilistiche sono più orientate al hard rock. Ma "Recall" grazie al suo timbro acquista sicuramente gran interesse; un brano epico molto vicino alle produzioni dei maestri Symphony X ed in cui è degno di nota il pezzo di tastiera centrale di Tommy Delfino. Tastiera ben presente anche in "Landscapes", brano melodico che conquista subito, nonostante un intermezzo quasi new metal alla Dream Theater di "Systematic Chaos" e presenta uno splendido assolo di chitarra veloce e melodico. Immenso il coro finale che coinvolge alcuni degli ospiti presenti. E' Zak Stevens il protagonista della bella ballata semi acustica "Stranger", mentre Sandron è superbo facendo l'Allen di turno in "Uncharted". Non scopriamo certo ora questi grandi cantanti italiani, ma senza dubbio sentirne alcuni dei migliori tutti assieme nello stesso album, fa certamente riflettere e conferma ciò che da anni sostengo, ovvero che dal punto di vista canoro non dobbiamo invidiare nessuna nazione, anzi! Dopo la strumentale "The temple", la lunga "Inside" ha il compito di chiudere il disco nel migliore di modi, intrecciando le varie voci del progetto che raggiungono l'apice in un crescendo musicale nei secondi finali.

Moderno, progressivo, melodico: tutti in piedi ad applaudire questo bel disco di sicuro interesse per ogni amante delle sonorità sopra descritte.

Da avere!

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2.5
Opinione inserita da Celestial Dream    07 Dicembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2012
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La Francia non è certo patria di power-melodic metal di classe; tolti Heavenly e Fairyland, non ha mai prodotto bands di un certo livello, anche se negli ultimi tempi forse qualcosa in positivo si sta muovendo, basti leggere le recensioni su questo sito di Galderia e Keryon. I francesi Asylum Pyre, dopo un debutto autoprodotto del 2009, trovano contratto con la nota Massacre Records per la pubblicazione di "Fifty years later". La band si presenta con una cantante femminile, Chaos Heidi, e ci propone 10 tracce di power-gothic metal cercando di percorrere la via tracciata da bands come Within Temptation, Edenbridge, Lunatica e Vision of Atlantis. Peccato che i gruppi appena citati siano dei veri maestri nel loro campo, mentre gli Asylum Pyre dimostrano di avere poche idee, supportate tra l'altro da una produzione non certo di primo livello.

Così, senza dilungarsi troppo, nonostante qualche pezzo carino come "These trees", tipica song iper melodica di facile presa, la veloce "Dead in Copenhagen" e la più potente, ma comunque orecchiabile "Against the sand", il disco scivola via con rari momenti di vero interesse. La singer francese si alterna spesso a Johann Cadot che, oltre al ruolo di chitarrista, dà una mano con le voci maschili, ma anche lui non riesce a far ingranare una marcia in più al disco che, soprattutto nella seconda parte, risulta piuttosto fragile dal punto di vista del songwriting. E pensare che l'inizio piano/voce dell'intro "Will you believe me?", pur ricordando molto qualche melodia dei Lunatica, faceva presagire qualcosa di buono.

La bella copertina ed una manciata di pezzi discreti non basta agli Asylum Pyre per arrivare alla sufficienza piena. Un 2,5 è comunque un voto accettabile, da cui rimboccarsi le maniche per ripartire con qualche idea in più.

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Opinione inserita da Celestial Dream    04 Dicembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 04 Dicembre, 2012
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Alzi la mano chi si ricorda dei Dark Avenger, storica cult band brasiliana che pubblicò due splendidi dischi di heavy metal classico ormai una decina abbondante di anni fa, il primo stampato e distribuito per il mercato europeo dalla nostrana e sempre attenta Scarlet Records. Chi di voi ha la mano alzata in questo momento, oltre a meritare tutto il mio rispetto, si ricorderà che alla voce di quella band non c'era un singer qualunque ma Mario Linhares, autentico fuoriclasse che mi fece innamorare della sua voce e di quei due album (soprattutto il debutto però).
A distanza di anni, andandomi a riascoltare quei dischi, ho pensato di rintracciare Mario e sentire come andavano le cose. Ho scoperto che il cantante brasiliano è rimasto nella scena e la sua band attuale non sono altro che gli Harllequin che andiamo a recensire. Quindi, in attesa dell'intervista che presto vi offriremo su queste pagine, scopriamo questa band.
Nati nel 2005, compongono subito il disco di debutto "King of the dead" e iniziano a suonare dal vivo in compagnia di bands storiche della scena brasiliana come Eterna,Tuatha de Danann e Torture Squad. Nel 2008 però il gruppo si scioglie. Dopo 3 anni decidono di tornare con una formazione leggermente rinnovata e con un nuovo disco "Hellakin Riders" che esce in Brasile per la Die Hard Records, ma anche nel nostro continente tramite la sconosciuta Flying Dolphin Entertainment Group.

La proposta della band è un heavy ricercato, potente e melodico, esaltato dalla voce spaziale di Mario con delle atmosfere oscure date dal suono delle tastiere di Pedro Val. Rispetto al sound dei grandi Dark Avenger qui si va a spingere oltre, come se nella fase di songwriting la band non si sia posta nessun limite o barriera. Il concept è basato sulla saga "Bando do Arlequin", una leggenda spagnola che narra di un gruppo di cavalieri bannati per sempre in una dimensione tra la vita e la morte e presenta una favolosa copertina ad opera dell'artista brasiliano Quinho Ravelli (decisamente uno degli artwork più belli dell'anno). L'iniziale "Three Days in Hell" è un esempio di quanto detto: riff granitici, di scuola thrash, doppia cassa trita ossa, cambi di ritmo, e la voce di Mario a farla da padrone con il suo stile ed il suo timbro inimitabili, dando carica ai pezzi ma toccando vette incredibili quando decide di salire di tono. La band che più può ricordare gli Harllequin sono probabilmente gli Steel Prophet, storica band americana autrice di due capolavori heavy metal come "Dark Allucinations" e "Messiah" anche loro spinti dalla voce di un frontman incredibile come Rick Mythiasin. Altra song degna di nota è la splendida "King of the Dead" dove le melodie ci riportano alla mente alcune cose dei Dark Avenger come la magica "Armaggedon". La compatta "The riddle", la bella "The Bride", pezzo di classe che si apre con arpeggio e piano e prosegue con melodie di grande effetto, e la ballata "Ancestors" chiudono il disco.

"Hellakin Riders" è un lavoro di livello, che ci presenta una band dalle grandi potenzialità, che forse a volte pecca di un pò di presunzione e coraggio, andando anche oltre e componendo songs molto articolate e complesse, soprattutto rispetto allo standard del genere. Forse la band dovrà snellire un po' le composizioni e puntare su delle melodie più immediate ma, se siete fans del heavy metal tecnico e per nulla scontato, di bands come Jag Panzer e Steel Prophet, allora non fatevi scappare questo bel dischetto.

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Opinione inserita da Celestial Dream    03 Dicembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 03 Dicembre, 2012
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A dieci anni di distanza dal primo passo della band, la pubblicazione del singolo "Rebel flag", tornano i Galneryus, veri e propri eroi della scena metal orientale. La band Giapponese arriva all'ottavo studio album della propria carriera che tra full lenght, ep, singoli e vari live vanta una quantità di uscite che ormai se n'è perso il conto. Il gruppo del Sol Levante sta pian piano raccogliendo parecchio interesse anche in Europa e son sempre più i seguaci di questa che dalle nostre parti è da considerarsi una vera e propria cult band.

Dopo due album piuttosto validi come "Resurrection" (2010) e "Phoenix rising" (2011), ecco "Angel Salvation" che si presenta come abitudine per la band, in un'elegante confezione digipack. Il gruppo di Osaka è da sempre dedito al proprio sound che prende spunto dai grandi Stratovarius, dai primi Sonata Arctica, e a tratti dai Dragonforce, alternando il cantato in lingua inglese a quello nella loro lingua madre. La tecnica della band è invidiabile con Syu, leader e chitarrista a farla da padrone insieme a Yuhki ai tasti d'avorio, supportati da una sezione ritmica ben precisa e affidabile. Rispetto agli ultimi dischi, dove la band alternava i classici pezzi veloci a mid tempos e ballads, in quest'ultimo lavoro, tolta l'intro iniziale e la bellissima strumentale posta in chiusura, gli altri 8 brani sono una pura mazzata di power metal spedito, per la gioia dei fans dei gruppi sopra citati. Così, una ad una, le songs si alternano tra fraseggi di chitarra, aperture di tastiera e melodie ariose che spesso ricordano le sigle di qualche cartone animato degli anni '80.. "Angel Salvation" si dimostra un gran disco supportato probabilmente dalla migliore produzione del suono che la band abba mai avuto e da una prestazione maiuscola del singer SHO (non si può dire lo stesso invece per la sua pessima pronuncia inglese). Partendo dalla possente "The promised flag" e passando attraverso brani di indubbo valore come la veloce "Stand up for the right", e le altrettanto valide "Temptation through the night" e "Lament", solo per citarne alcune, si arriva fino al pezzo di diamante dell'intero lavoro: la title track, suite di oltre 14 minuti, raccoglie tutte le caratteristiche ed il sound dei Galneryus risultando una delle più belle canzoni dell'anno in ambito power metal, nonchè una delle suite più riuscite in generale degli ultimi tempi.

Ripeto, "Angel Salvation" è un lavoro meno vario rispetto al recente passato, ma non sto qui certo a lamentarmi se finalmente qualcuno ritorna a spingere sull'acceleratore come si faceva un tempo, senza badare a certe mode o a strane influenze! Per chi ha già fatto conoscenza con questa band, "Angel salvation" è un disco da avere a tutti i costi. Per tutti gli altri... beh, siete ancora qui? Correte a far vostro questo bel dischetto.

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Novembre, 2012
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Dalla Spagna, e più precisamente Valencia, arriva una nuova sensazionale band, i Leithian e aprite bene le orecchie, lo fanno con un disco da top ten annuale nel genere. "Sin limites" è il loro secondo album, ma ammetto che non conosco il loro debutto "Voces de libertad" uscito nel 2008. Dopo qualche cambio di line-up, il quintetto iberico torna con un disco di puro power metal che farà la gioia di tutti quei fans che riescono a digerire il cantato in lingua spagnola e non cercano l'originalità a tutti i costi.

Tra Stratovarius e primi Warcry, i Leithian alternano sapientemente canzoni rapide come "Cruzando Senderos" e "Matar O Morir" ad altre più cadenzate come la splendida "Amanecer" o la lenta "Profundo palpitar", ma sempre mantenendo una qualità eccelsa che si ritrova in pochissime uscite. Canzoni ispirate, melodie avvincenti e ritornelli che si stampano in testa, in fin dei conti non è questo ciò che cerchiamo in un disco power metal? lasciatevi sedurre da "Angel seductor" e da "La Era De La Mentira", pezzo da novanta con un refrain ben costruito.

Peccato per un paio di brani "solamente" discreti inseriti verso la fine della tracklist, come ad esempio "Memoria Oscura", altrimenti "Sin limites" avrebbe potuto benissimo meritare il massimo dei voti. Si può decisamente chiudere un occhio sul discutibile logo della band e sull'artwork che lascia molto a desiderare. Un consiglio sincero? Cercate questo disco e lasciatevi conquistare, senza limiti!

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Opinione inserita da Celestial Dream    26 Novembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2012
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Helreidh are back! I più giovani lettori di Allaroundmetal si chiederanno chi sono questi Helreidh.. forse una nuova band, e chissà che genere faranno vista la strana copertina! In realtà questo gruppo veneto nasce nel 1994 e negli anni successivi pubblica tramite la storica Underground Symphony due dischi cult di prog metal melodico. Ora a distanza di 13 anni tornano a farsi sentire con "Fragmenta", un disco che presenta composizioni datate addirittura negli anni 1999-2000 quando Yorick (leader e chitarrista della band) si trovava negli Stati Uniti e con Gary Wehrkamp degli Shadow Gallery si mise a lavorare su nuove composizioni. Ora la band può vantare una formazione stabile con Luca Roggi (batteria) e lo stesso Yorick (chitarre) a cui si aggungono Max “the voice” Bastasi (Anarchy X e Great Master) alla voce, Aligi Pasqualetto (tastiere) e Francesco “Frana” De Paoli al basso.

Questi ritorni a tanti anni di distanza sono sempre da prendere un pò con le pinze; spesso si rimane alquanto delusi! Il quintetto veneto si ripresenta con il suo prog melodico e di classe, e la voce di Max (che aspetto a breve con il nuovo attesissimo album dei Great Master) è promossa a pieni voti. "Fragmenta" presenta solamente 6 pezzi (più un intro e un outro), ma in fin dei conti questo poco importa quando la qualità è ben presente in tutti i brani. Inoltre alterna song più melodiche ed easy listening ad altre maggiormente lunghe e complesse. L'apertura è affidata a "In Hoc Signo Vinces" una tipica prog song di impatto con cambi di ritmo ben dosati che convince ascolto dopo ascolto. Un intro di piano apre la strada a "Ex Visionibus....Fatus" lunga song di oltre 10 minuti melodici ed epici con pianoforte e tastiere in primo piano che disegnano ottime melodie soprattutto durante lo splendido intermezzo strumentale. Yorick fa il Petrucci della situazione introducendo con un breve ma emozionante solo di chitarra la magica "Orfeo´s Lament", pezzo melodicissimo, una ballata di gran classe. "Exile (We Mot Delen Ato)" è un buon pezzo ma non riesce a convincere appieno mentre la lenta "Shades Of My Untimely Autumn" sembra quasi una ninna nanna del 21esimo secolo, con tastiere e chitarra classica che ci cullano lungo i sui 4 minuti. "Zep tepi" suona molto Shadow Gallery (fantastico il coro finale), band che sicuramente ha influenzato in un modo o nell'altro gli Helreidh non solo per la presenza di Gary Wehrkamp che si occupa anche di chitarra e tastiera in "Exile". Degni di nota infine i solos di chitarra di Yorick sempre di buon gusto come noi amanti del prog sì tecnico ma soprattutto melodico adoriamo.

"Fragmenta" è un disco valido che ci consente di riabbracciare una band di indubbia classe che per troppo tempo ci aveva abbandonati.

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