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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    19 Marzo, 2013
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2013
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Dopo il fortunato e omonimo debutto tornano gli Amaranthe, gruppo svedese formato da membri appartenenti a varie band metal e capitanati dal mitico chitarrista Olof Morck che i più attenti di voi ricorderanno far parte anche dei grandi Dragonland e dalla bella Elyze Ryd alla voce femminile. Da molti amati, da altri criticati: il supergruppo nordico divide l'audience e si presenta con questo "The nexus" riproponendo il proprio metal commerciale, aggettivo che secondo me più si adatta alla proposta della band. In effetti i 6 musicisti uniscono power metal, death melodico, pop, metalcore, dance, in un mega frullato sonoro che ha come obiettivo principale quello di attirare grande interesse soprattutto tra i giovani metallarozzi di nuova generazione ma non solo. Per ottenere questo risultato alternano 3 diversi cantanti, la già citata voce angelica di Elyze, il growl di Andy Solvestrom e la voce maschile pulita di Jake E. Berg.

Penalizzato dalle scelte dell'etichetta, che permette di avere a disposizione i brani solo online, ho iniziato l'ascolto di "The nexus" con meno entusiasmo del dovuto. Pian piano però il disco non ha faticato a catturare la mia attenzione grazie a brani di impatto immediato, supportati da una produzione stellare e melodie che ti si stampano subito in testa. Squadra che vince non si cambia avranno pensato gli Amaranthe che, come detto, visto il successo del disco di debutto non cambiano una virgola (e persino la pessima copertina che ritrae ancora la band al completo cambiando solamente i colori rispetto al primo album); se però l'esordio aveva dalla sua un asso nella manica non da poco, e parlo dell'effetto sorpresa, ora le attese sono elevate e gli Amaranthe per confermarsi avevano un compito tutt'altro che facile. Dodici canzoni brevi (nessuna supera i 4 minuti di durata), dodici brani accattivanti: "The Nexus" è una bomba sonora composta da riff potenti e ritornelli capaci di conquistarvi anche se a volte troviamo qualche somiglianza qua e là. Si parte forte con la spedita "Afterlife" e l'ottima "Invisible" che formano un gran trio con la successiva "The nexus", scelta come pezzo per il primo video promozionale.. Con la bella "Stardust" (il ritornello vi si stamperà in testa!) e la power ballad "Burn with me" superiamo la prima metà del disco ma la band nordica ha in serbo ancora delle ottime carte da giocarsi come l'accoppiata vincente formata dalla tagliente "Mecanical Illusion" e "Razorblade" che canticchierete in ufficio cercando di non farvi scoprire dai colleghi, oppure la veloce e melodica "Future of hold" mentre "Electroheart" potrebbe benissimo venir passata nelle discoteche di mezzo mondo ottenendo quasi sicuramente un successo assicurato.

Insomma se siete tra i tanti che, come me, hanno apprezzato non poco il debutto, questo "The nexus" farà al caso vostro. Certo è che gli Amaranthe sono maestri assoluti nel creare melodie accattivanti capaci di penetrare dritte nel vostro cervello. Un album impeccabile sotto ogni punto di vista ma anche molto (troppo?) simile a quanto già ascoltato in precedenza. Promosso? Bocciato? A voi l'ardua sentenza!

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Opinione inserita da Celestial Dream    13 Marzo, 2013
Ultimo aggiornamento: 21 Marzo, 2013
Top 10 opinionisti  -  

Gli Stratovarius non hanno bisogno di presentazioni; la band finnica è attiva da oltre due decenni ed è senza dubbio tra le bands power metal più grandi di sempre. Con la dipartita di Tolkki nel 2008 qualcuno li dava per spacciati ed il primo disco senza il grande Timo ("Polaris", 2009) fu soltanto un onesto lavoro. Con "Elysium" (2011) però gli Strato furono capaci di tornare a livelli altissimi, dando alle stampe un album super, capace di far parte dei miei dischi preferiti per l'anno 2011.

E arriviamo a "Nemesis", 14esimo disco della band e forse l''album più duro nella discografia degli Strato, merito di una produzione perfetta e potente e di un Matias Kupiainen che si prende l'onere di buona parte del songwriting del disco e che dà alla sua chitarra un sound roccioso, come potete constatare dall'iniziale e discreta "Abandon". Quello che manca in questo disco son delle vere e proprie hits, e se le due bonus tracks, "Fireborn" e "Hunter" (disponibili solo nella versione digipack limitata) sono tra le migliori canzoni della tracklist, allora c'è qualcosa che non va. "Unbreakable" è un bel mid tempo easy listening in pieno stile Tolkki's Era e ricorda canzoni del passato come "Paradise" e "Hunting high and low" mentre le canzoni veloci scarseggiano in questo disco ed una delle poche è "Halcyon Days", bel brano dai suoni moderni scelto per il video promozionale. I miei due pezzi preferiti sono in realtà quelli usciti dalla mente di Jens Johansson che sono posti uno dietro l'altro e parlo di "Castles in the air" un mid tempos elegante che presenta un chorus favoloso e la cavalcata power "Dragons". Piace la happy "Fantasy", anche se un pò banalotta, mentre non poteva mancare la canonica ballata che in questo caso è la piacevole "If the story is over". Poco altro in questo album con "Out Of The Fog" song un pò anonima e "Stand my ground" che presenta la voce filtrata di Kotipelto ma l'esperimento funziona poco, inoltre il ritornello sa tanto di già sentito. Non mi sono piaciuti molto neppure i solos di Matias, che in questo disco fa rimpiangere più che mai le splendide aperture soliste del buon vecchio panciuto Tolkki.

"Nemesis" è un disco che conferma gli Stratovarius a buoni livelli e ci mostra un gruppo in salute composto da una formazione compatta e pronta a tornare ai vertici della scena mondiale. Il livello del songwriting è purtroppo a mio parere sceso rispetto al precedente e favoloso "Elysium" e resta un pò di amaro in bocca perchè si ha la sensazione che si potesse fare di più. Bello ma non esaltante.

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Opinione inserita da Celestial Dream    05 Marzo, 2013
Ultimo aggiornamento: 05 Marzo, 2013
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Nel 2004 usciva "Last Autumn's Dream", un ottimo debut album di melodic hard rock per l'omonima band svedese. Da lì in poi ogni anno è stato accompagnato da una release in studio (escludiamo quindi live e best of) dei Last Autumn's Dream che arrivano quindi nel 2013 al loro decimo disco: "Ten tangerine tales". Nonostante questo il livello qualitativo delle uscite targate LAD è sempre stato altissimo tranne forse in "II", secondo passo della loro discografia. La band più prolifica del pianeta, dopo gli esordi legati alla Frontiers Records e successivamente alla Escape, approda sotto l'etichetta Bad Reputation e ci presenta 10 nuovi pezzi tutti da gustare, accompagnati ancora una volta dal bellissimo artwork a cura di Eric Philippe.

Il leader indiscusso Mikael Erlandsson, impegnato anche nei Salute e nei Love Under Cover, ha pian piano lasciato sempre più spazio in fase di songwriting al compagno e batterista Jamie Borger, che in questo album firma ben 5 pezzi. Le canzoni da canticchiare non mancano ad inziare da "Pickin' up the pieces" e proseguendo con la splendida "2nd look" e la catchy "It's magic". Vere hits del disco sono senza dubbio la dolce "I will see you thru" e "Preludiom - The man i used to be", due canzoni così diverse ma allo stesso tempo capaci di suonare molto "LAD". La voce calda di Erlandsson diventa ancor più sublime nelle due lente "When i found you" e "My final love song", mentre, inutile dirlo, Andy Malecek delizia ogni song con i suoi solos inconfondibili di chitarra.

Insomma, altro centro per i Last Autumn's Dream che certamente a forza di far album a “catena di montaggio” stanno perdendo un pochino dal punto di vista del feeling e dell'originalità ma è anche vero che questo nuovo capitolo della loro discografia risulta molto piacevole e contiene numerosi pezzi di indubbio valore. "Ten tangerine Tales" potrebbe impossessarsi della vostra autoradio sprigionando il suo buon umore e diventando la vostra colonna sonora per le prossime soleggianti giornate primaverili.. Quindi buon ascolto e ci diamo appuntamento tra 12 mesi per l'undicesimo disco dei Last Autumn's Dream.

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Opinione inserita da Celestial Dream    21 Febbraio, 2013
Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 2013
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Quarto album, come suggerisce il titolo, per l'esperta band spagnola formata ad inizio millennio, nella regione delle Asturie, che si presenta ad un anno di distanza dall'ultimo lavoro “Caminante Del Tiempo”,con Alberto Ardines (ex Warcry e ex Avalanch), nuovo ingresso come batterista e produttore.

Partiamo subito da quello che non va in questo disco, la produzione. Poteva essere accettabile una dozzina d'anni fa ma ora non può che risultare insufficiente, inoltre la prestazione del singer Oscar Nieto risulta un pò sotto la media e non adeguata per una band che avrebbe certe aspettative. Dopo questa premessa, parliamo di musica: gli Eden ci presentano 10 brani di power-heavy melodico ed il disco parte molto bene con la veloce "Prometo no caer", un mix tra Dragonfly e primi Edguy. Piace anche la melodica "Otra Oportunidad", mentre la veloce "Sigue mis Pasos" convince ma fino ad un certo punto e nemmeno il momento tanto atteso della ballata di turno, con "Vuelve a mí", riesce a spiccare il volo. Meglio il finale con l'inno "Soy metal", e soprattutto le positive "Nostalgia" e "No mires atrás".

"Quattro" è un disco un pò troppo ordinario, supportato da una produzione non all'altezza. La band poche volte riesce a catturare l'ascoltatore con melodie vincenti, che solitamente sono il punto di forza dei gruppi Iberici, quindi capite bene che non si possa considerare questo album come imprescindibile . Da una band al quarto lavoro è chiaramente lecito aspettarsi qualcosa di più, ma è altrettanto evidente che gli Eden ci hanno messo tanta passione, un aspetto che mi piace sempre trovare e premiare in un disco. La sufficienza c'è ma mi resta la netta impressione che si possa fare di più.

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Febbraio, 2013
Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio, 2013
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Una nuova realtà Power Metal è in arrivo dalla nostra penisola e più precisamente da imola;
gli At The Dawn nati dall’ idea di Michele Viaggi, pubblicano in questi primi mesi del 2013 il loro disco di debutto "From dawn to dusk". Un album che merita attenzione perchè questi giovani ragazzi dimostrano di possedere delle ottime carte da giocarsi.

I 12 brani che compongono "From dawn to dusk", mettono in luce una band tutt'altro che impreparata od inesperta, piuttosto tutte le songs riescono a presentare delle buone melodie accompagnate da soluzioni non banali, ottenendo quindi quello che potremmo chiamare il "Power all'italiana", ovvero quel Power Metal ricercato, dalle tinte prog, che ha reso più o meno celebri tra gli altri Vision Divine, Highlord, Desdemona e Secret Sphere (non quelli del deludente "Portrait..."). La buona "At the dawn" apre le danze con un riff roccioso, mettendo in mostra le ottime qualità esecutive della band, mentre la successiva "Red Baron's Kiss" piace eccome grazie ad un bellissimo, seppur non molto orginale, ritornello. Con "Balthazar" troviamo a parere di chi scrive uno dei migliori brani dell'album, un pezzo che ricorda molto i Secret Sphere del capolavoro "A time never come", pur con le dovute proporzioni. L'album prosegue con altri brani degni di nota come la ricercata "Louder to heaven" supportata da un bel riff stoppato, o la solida ed epica "Countdown to infinity", ma onestamente tutte le composizioni di questo disco sono ben fatte.

"From dawn to dusk" è un album ben composto, che riceverà sicuramente consensi positivi da chi segue il genere e le bands sopra citati. Ogni annata metallica presenta delle nuove, promettenti leve che si affacciano sul panorama musicale: gli At the dawn in questo 2013 saranno sicuramente ricordati come uno dei migliori gruppi debuttanti nel genere Power Metal. Promossi!

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Opinione inserita da Celestial Dream    15 Febbraio, 2013
Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio, 2013
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Dopo due dischi cantati in ligua madre (“Resistir” nel 2008 e “A.D.N.” nel 2010), gli argentini Helker tentano il grande salto provando a conquistare nuovi fans al di fuori del Sud America, pubblicando un disco più internazionale cantato in lingua inglese e avvalendosi di Matt Sinner in cabina di regia nel ruolo di produttore e in quello di co-songwriter. Il gruppo nasce a Buenos Aires e grazie a due album di un certo livello, si crea una larga base di fans in patria e la nota etichetta AFM deve essersi accorta del talento della band, tanto da decidere di metterli sotto contratto per la pubblicazione di "Somewhere in the circle", in uscita proprio in questi giorni di metà Febbraio.

Gli Helker suonano un heavy metal potente ma allo stesso tempo melodico, con un sound che non ha molto a che vedere con le loro origini Sud Americane, piuttosto strizza l'occhio verso sonorità storicamente di stampo Usa o Tedesche. In effetti gli Helker potrebbero essere scambiati per i fratelli minori dei Primal Fear viste le somiglianze nello stile proposto; parliamo quindi di riff potenti, solos melodici e ritornelli di impatto. Inoltre come non pensare a Ralph Scheepers quando si ascoltano questi brani cantanti dall'ottimo Diego Valdez? Il cantante argentino dimostra di possedere un'ugola d'oro e impreziosisce i brani grazie alla sua prestazione sopra le righe. E' soprattutto la prima parte del disco a piacere con il susseguirsi di tutti buonissimi brani come la massiccia opener "Modern roman circus" o il mid tempo "No chance to be reborn" mentre la bellissima "Begging for forgiveness" è impreziosita dalla presenza di altri 2 singers di primo piano come lo stesso Ralph e Tim "Ripper" Owens. "Just be yourself" e "Wake up" meritano sicuramente di essere menzionati essendo tra i pezzi migliori del disco e sicuramente tra i più melodici. Nel finale difficile non notare un certo calo: "Flying" è una ballata un pò troppo canonica mentre "Still alive" e "Inside of me" sono due brani appena discreti.

"Somewhere in the circle" è un album compatto, ben suonato e cantato ma che presenta zero originalità e risulta un pò troppo legato alla band di Matt Sinner e Ralph Scheepers, senza raggiungere però la qualità dei maestri. In ogni caso questo terzo lavoro degli Helker è un buon disco che può attirare l'interesse di più di qualche metal fans, e soprattutto dei seguaci dei più volte nominati Primal Fear.

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Opinione inserita da Celestial Dream    14 Febbraio, 2013
Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio, 2013
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Dopo il bel debutto "Underworld" uscito 3 anni fa, i Veneti Great Master tornano con un disco ambizioso che ha il compito di portare la band ad un livello successivo e superiore. "Serenissima" è un concept album che ci accompagna nel capoluogo Veneto, ai tempi della Repubblica di Venezia, la città più unica del mondo, nel cuore di un impero che durò più di quello Romano. I 13 brani che compongono il disco rendono quindi tributo alla Regina del mare, Venezia, con la sua gloria, la sua bellezza, la sua magia, il suo prestigio, le sue emozioni.

Come già nel disco d'esordio, ma qui con maggiore maestria, la band unisce il metal classico degli Iron Maiden e della scena NWOBHM, al power metal di stampo Europeo, ottenendo 13 brani potenti e melodici che conquisteranno ogni metal heart che si rispetti. Difficile stilare una classifica dei pezzi migliori o addirittura fare un track by track; "Serenissima" è un disco che va gustato nella sua interezza perchè, anche se i brani non sono necessariamente collegati l'uno all'altro, ogni song ha molto da trasmettere e se pensate di trovare dei riempitivi in questo disco, siete sulla cattiva strada. Certo che brani come l'opener "Queen of the sea" e l'epica "Golden Cross" sono tra quelli che spiccano maggiormente, così come "Across the sea", la mia preferita e vero e proprio anthem da cantare col pugno alzato. Ma potrei continuare citando le veloci "Marco Polo" e "Lepanto's Call", o l'incedere di "The merchant", "Doge" e "Marching At The Northern Land". Le canzoni sono supportate alla grande da Jahn Carlini che macina riff e melodie con la sua chitarra insieme al compagno d'asce Daniele Vanin e la produzione ad opera di Enrico Longhin ai FlameOut Studio risulta piuttosto efficace e adeguata. Inoltre Max Bastasi, già protagonista nel buon ritorno degli Helreidh un paio di mesi fa, ci regala un'altra prestazione molto positiva al microfono.

Epico, potente, sinfonico e melodico; una cosa è certa, con "Serenissima" dei Great Master andate sul sicuro. Personalmente non riesco a farne a meno ed ogni giorno è un'impresa togliere il disco dal mio lettore cd. I Grandi Maestri sono tornati: prendete anche voi parte a questo viaggio nell'antica Repubblica di Venezia.

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Opinione inserita da Celestial Dream    12 Febbraio, 2013
Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio, 2013
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Un altro super gruppo all'orizzonte, ecco a voi i Tainted Nation. Formati dal batterista degli Eden's Curse, Pete Newdeck con l'amico Ian Nash dei Lionsheart, i due hanno iniziato il processo di scrittura e completato la band con altri nomi noti quali sono Mark Cross (Firewind, Marco Mendoza, Helloween) e Pontus Egberg (The Poodles). "F.E.A.R." è quindi il loro disco d'esordio ed è un concentrato di Hard Rock Moderno che incontra Heavy e Power Metal creando un mix piuttosto originale.

Ed è strano quello che mi è successo con questo album; se ai primi ascolti mi ha spiazzato, tentandomi di premere più volte il tasto "STOP" poi, poco a poco, ha cominciato a piacermi. Il disco parte bene con "Dare you" e "Loser", mettendo subito in luce la proposta della band, basata su ritmi sostenuti, chitarre pesanti e melodie di facile impatto. E così si continua con la easy-listening "You still hang around" e la veloce ed heavy "Who‘s watching you", che insieme a "Hell is a lie", capace di alternare vari generi e cambi di tempi in meno di 5 minuti di durata, meritano il premio di migliori brani del disco. Nel finale bisogna segnalare un certo calo, con pezzi non certo da bocciare, ma che fanno decisamente più fatica ad attirare l'attenzione.

Un disco potente ed iper melodico che riesce nell'intento di suonare originale. Un po' ripetitivi certo, e forse un paio di songs in meno nella tracklist avrebbero giovato (come detto la seconda parte del disco non è all'altezza della prima), ma "l'esperimento" Tainted Nation merita il pollice alzato.

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Opinione inserita da Celestial Dream    11 Febbraio, 2013
Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio, 2013
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I Tierra Santa sono una di quelle band che hanno un posto speciale nel mio cuore e la loro discografia è una di quelle gelosamente custodite nella mia cameretta. Capite bene quindi che non stavo nella pelle quando ho scoperto che sarebbero tornati con il loro nono album in studio. Il gruppo spagnolo fa senza dubbio parte dello "Tsunami" di power/heavy metal esploso in Spagna tra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio, insieme ad altri grandi esponenti del metal spagnolo tra cui Mago de Oz, Avalanch, Saratoga, Warcry e Saurom. Dopo il buon omonimo debutto nel lontano 1997, in 3 anni i Tierra Santa riscossero un gran successo pubblicando tre immensi album come "Legendario" (1999), "Tierras de leyenda" (2000) e "Sangre de reyes" (2001), salvo cadere qualche anno più tardi, e comunque dopo l'ottimo "Indomable" (2003), in un paio di passi falsi con "Apocalipsis" e "Mejor morir en pie" due dischi mediocri dove la band provò a cambiare rotta verso un sound più hard rock. Il ritorno in grande stile, dopo una pausa di 4 lunghi anni, avvenne nel 2010 con il buonissimo "Caminos de fuego", album capace di riportare i Tierra Santa a livelli qualitativi degni della loro storia.

Il presente si chiama "Mi Nombre Sera Leyenda", un disco che ritorna ahimè al sound più Hard Rock, dimenticando lo stile che ha reso grande la band, quel classic metal dalle tinte epiche accompagnato da melodie e cori irresistibili, con testi legati a leggende e personaggi storici. Niente di tutto questo è presente nel nuovo album nonostante si parta bene con la title track e la successiva "Mas Alla de la Vida", song dal ritmo cadenzato e dalle buone melodie. I primi scricchiolii si fanno già sentire con "Solo se Vive una Vez" e "El Cielo Puede Esperar", pezzi troppi mielosi che difficilmente faranno brezza tra i vecchi fans della band. La buona "Heroe" riesce a conquistarci almeno un pò con un bel chorus, mentre anche uno dei rari momenti veloci, "Perdido en el Paraiso", mette in mostra poche idee e non convince affatto. "Si Estas Alli" è un'altra song leggerissima che potrebbe parteciare all'edizione 2013 di Sanremo e "Genghis Khan" passa via senza lasciare il segno. Si rialza il livello proprio nel finale con una buona accoppiata formata dai ritmi elevati di "Hasta el Amanecer" e dalla bella "El ultimo", pezzo veloce e melodico, in pieno stile Tierra Santa, ma è davvero troppo poco per il nome che la band porta.

Ci sono cascati ancora: è inutile, ce lo racconta il passato della band e lo conferma questo disco. Appena i Tierra Santa provano ad allontanarsi dal loro sound storico, abbandonando il classic metal e la NWOBHM di scuola Maiden, la qualità della loro musica cala drasticamente. Quest'ultimo lavoro manca completamente di pezzi trascinanti, quelli che ti fanno esaltare e cantare agitando la testa. Nessuno pretende da loro originalità, ma l'epicità, la potenza, le melodie che li hanno resi celebri, quelle non possono mancare. Con "Mi Nombre Sera Leyenda" i Tierra Santa pubblicano probabilmente il peggior disco della loro discografia. Delusione.

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Opinione inserita da Celestial Dream    06 Febbraio, 2013
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Altro viaggio in Spagna per i seguaci di Allaroundmetal. Stavolta andiamo a Barcellona a scoprire i Masterly, band al debutto con "Sin Identidad", ma con parecchia gavetta alle spalle visto che questi ragazzi bazzicano la scena già dal 2004 ed hanno alle spalle ben due demo.

La band in queste 13 brani, spazia tra diversi stili, a volte puntando su un power-heavy bello tosto con riff massicci quasi di scuola Usa come nell'opener “Aprendiz”, altre volte dando maggiormente peso alle melodie ed è il caso della riuscita “Yo gano” o nella successiva e vera e propria hit del disco, “Princesa”. Le tastiere sono comunque sempre ben presenti e rafforzano il sound che nonostante una produzione non perfetta, risulta comunque piuttosto potente, ascoltare per credere il riff di “Sicus”. Piace eccome la ballata acustica “Tu ultima cancion”, che mette in mostra le buone doti del singer Sergi Perea, mentre a chiudere il disco, prima dell'outro finale, ci pensa la buona title track.

Non certo un brutto disco questo debutto dei Masterly anche se manca di veri e propri momenti esaltanti, quelli di cui probabilmente siamo in cerca quando ci addentriamo nell'ascolto di un album. Merita comunque una sufficienza piena e anche un vostro ascolto visto che la band ve lo lascia ascoltare dalla propria pagina web.

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