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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Giugno, 2012
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Sentite nostalgia dei Sentenced? Credete che gli ultimi albums dei Poisonblack siano un po’ deludenti? I Lykaion fanno per voi! Se, invece, pensate che certo gothic cantato con voce maschile abbia già dato il meglio di sé alcuni anni fa e che ora è un po’ troppo tardi per ripetere certe atmosfere, allora direi che fareste meglio a terminare qui la lettura di questa recensione e continuare ad ignorare i Lykaion. Per quanto mi riguarda, fortunatamente, non rientro in quest’ultima schiera, ma tenderei a schierarmi trai primi, dato che certo gothic con voce maschile ed atmosfere decadenti continua ad esercitare un certo fascino sui miei padiglioni auricolari. Se poi aggiungete che la voce del singer Alessandro Sforza (anche chitarrista), è decisamente simile a quella del grande Ville Laihiala, solo leggermente più sporca, allora capirete che questo debut album intitolato “Nothin’ but death” può diventare decisamente affascinante. Il disco è composto da 10 brani, fortunatamente senza alcuna inutile intro, 10 esempi di come si può suonare il gothic metal, contaminandolo qua e là (ma non troppo) con qualche accenno di thrash (come per l’attacco di “The dance”, ad esempio), pur mantenendo intatte le atmosfere tipiche di questo genere musicale. L’opener “Nothin’ but death” (scelta anche per la realizzazione di un video), la già citata “The dance”, ma anche la robusta “Passion kills”, la melodica “Sick love”, o la conclusiva “Dimenticherai” (cantata tutta in italiano), sono ottimi esempi della qualità del sound di questi 4 ragazzi romani e del perché non posso che promuovere questo album. Un appunto lo devo fare però per “Fuck you (I love myself)” che, nella parte del coro, ricorda un po’ troppo “White wedding” di Billy Idol, soprattutto nella versione rifatta dai Sentenced all’epoca dello splendido “Love & death” nell’ormai lontano 1995.
Avevo già avuto modo di ascoltare i Lykaion due anni fa, all’epoca del loro demo “Swallowed by the sea”, è ritenevo che questa band avesse tutte le potenzialità per emergere dall’underground e farsi notare sia a livello nazionale, ma anche all’estero tra gli appassionati del gothic metal e sono sicuro che questo “Nothin’ but death”, se adeguatamente supportato dalla Bakerteam Records, possa far togliere diverse soddisfazioni alla talentuosa band romana. Se la forte somiglianza con le predette bands non vi disturba, direi che potete tranquillamente dare una chance ai Lykaion!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Giugno, 2012
Ultimo aggiornamento: 29 Settembre, 2013
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I Teodasia nascono dalle parti di Venezia nel 2006 e ,dopo un demo intitolato “Crossing the light”, arrivano quest’anno al debut album dal titolo “Upwards”, impreziosito dalla presenza dell’ospite Fabio Lione che duetta con la brava singer Priscilla Fiazza sulla hit “Lost words of forgiveness”, scelta anche per la realizzazione di un video. Il genere suonato dai veneti è un symphonic metal molto personale, che in un certo qual modo ricorda bands come Epica e Nightwish. Indubbiamente si tratta di una musica molto affascinante e dall’elevato tasso tecnico anche se, in alcuni casi, un po’ troppo “morbida” per i miei gusti. Pezzi come “Temptress”, “Revelations”, la già citata “Lost words of forgiveness” “A powerful life”, “Hollow heart” (altro pezzo per cui è stato girato un video) e la conclusiva “My minotaur” si presentano ricchi d’energia e ritmo, pur mantenendo un notevole gusto per la melodia. Melodia che è in primo piano anche nelle orecchiabilissime “Clarion Call” e “Pandora’s night”, forse un po’ più pacate rispetto alle altre, ma ugualmente piacevoli. Molto dolci, infine, le ballads “Close call” ed “Aurora”, brani sinfonici in cui la batteria di Francesco Gozzo è praticamente del tutto assente, anche se, nell’economia dell’album, due pezzi così soft credo siano un po’ troppi. La stessa “Intro-spection” non risulta la consueta inutile intro, ma è una “ouverture” teatrale vera e propria, decisamente interessante con la sua durata assestata oltre i 3 minuti. Discorso a parte per la strumentale “Eulogy”, song decisamente morbida, forse anche troppo, che avrebbe reso meglio, secondo me, se maggiormente ed adeguatamente irrobustita. Se dovessi scegliere un pezzo a cui assegnare la palma del migliore, credo dovrei cercare tra “Temptress”, “My minotaur” (con inserti di tastiere degni dei migliori Nightwish!) e “Lost words of forgiveness” che ritengo tra i pezzi più riusciti dell’album. Bisogna sempre tenere presente che questo “Upwards” è il primo album per i Teodasia e, con un debutto del genere, possiamo solo sperare in meglio per la loro carriera futura; sono praticamente certo, infatti, che i Teodasia abbiano tutte le doti ed il talento per diventare una band di spicco nel panorama del metal sinfonico mondiale! Non fateveli sfuggire!!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Giugno, 2012
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A volte il “mestiere” del recensore ti consente di scoprire bands di cui, altrimenti, non avresti mai nemmeno immaginato l’esistenza; alcune volte di queste bands se ne potrebbe tranquillamente fare a meno, in altre occasioni, come per questi Stargate, si viene a scoprire realtà decisamente interessanti e sicuramente intriganti. Gli Stargate sono nostri connazionali ed addirittura la loro fondazione risale al 2000 quando, dalle ceneri di una cover-band chiamata Entropia, il tastierista e cantante Flavia Caricasole (ottima la sua voce!) ed il chitarrista Fabio Varalta decisero fortunatamente di creare musica propria. Da allora, tra pause, attriti, progetti paralleli, viene fuori un solo E.P. nel 2003 e, una volta stabilizzata la formazione, questo album “Beyond space and time”, uscito per Crash & Burn Records a fine marzo 2012. Il genere proposto da questi 5 ragazzi è un prog/power estremamente tecnico, con influssi sinfonici, decisamente affascinante, anche se di non semplice assimilazione, a causa soprattutto della lunghezza eccessiva dei brani (in alcuni casi, direi anche “esagerata”). E’ anche comprensibile che, con una così lunga “gestazione”, ci sia talmente tanta roba in ogni pezzo da renderli praticamente tutti delle mini-suite; ad eccezione di intro/outro ed intermezzi vari, c’è infatti un solo pezzo con minutaggio inferiore ai 5 minuti, “Nightspell”, mentre gli altri viaggiano spesso abbondantemente oltre i 7 minuti, rendendo l’ascolto non proprio semplice. Fossi al posto dei leader della band, in futuro, lavorerei proprio su questo aspetto per rendere maggiormente appetibile e più facilmente fruibile il proprio sound: evitare orpelli particolarmente cervellotici o limitarli un po’, rendendo la struttura dei brani più facilmente individuabile ed assimilabile, nonché “alleggerendo” il minutaggio per scongiurare il rischio che l’attenzione ed il coinvolgimento dell’ascoltatore a lungo andare possa calare. Sia chiaro, questo è un punto di vista estremamente personale e sicuramente ci sarà chi giudicherà diversamente da me e, magari, apprezzerà anche maggiormente. Per i maniaci delle catalogazioni, direi che il sound di questa band possa essere accostabile a bands come Sandstone, Voyager, Theocracy, per arrivare fino a mostri sacri del genere come Symphony X & C. anche se, rispetto a bands di questo genere, la proposta musicale degli Stargate e più complessa e maggiormente orientata verso il prog. “Beyond space and time” è composto da 8 pezzi, più intro (“The wonders of nature”), outro (“Wounded souls”) ed un piacevolissimo interludio strumentale (“The dark rift”). Mi sono piaciute particolarmente “Nightspell” (la più breve) dal flavour romantico che fa pensare a certa produzione degli Angra più recenti; “Save the world”, trascinante e coinvolgente, oltre che veloce a dovere, forse la più vicina a lidi power sinfonici e, proprio per questo, la mia preferita in assoluto; “Nothing’s forever”, frizzante e dotata di un coretto molto easy; interessante anche “Hysteria”, dotata di alcuni passaggi di chitarra/tastiere allucinati e decisamente alienanti. La restante parte dei brani non è qualitativamente inferiore rispetto ai predetti, anche se mi ha colpito e convinto un po’ meno. Ci sono voluti 9 anni per la realizzazione di questo debut album degli Stargate, ma “Beyond space and time” (dotato anche di una piacevolissima copertina) mette in mostra una band dalle doti tecniche fuori dal comune e dal talento notevole; con piccoli accorgimenti, secondo me, potremo avere in futuro un disco ancora migliore di questo già ottimo debutto! Sperando sempre di non dover aspettare ancora così tanto tempo....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Giugno, 2012
Ultimo aggiornamento: 06 Giugno, 2012
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Sono passati 3 anni oramai dall'ottimo “Hordes of chaos” ed i Kreator di Mille Petrozza tornano con un nuovo album, l’ennesimo della loro quasi trentennale carriera, intitolato “Phantom Antichrist”, rispolverando per l’occasione una copertina decisamente truculenta, come non se ne vedevano da parecchio per la band tedesca. Musicalmente parlando è da tempo che i Kreator hanno archiviato le tentazioni di contaminare la loro musica (ricordate “Renewal” ad esempio?), il sound della band, infatti, è sempre quel rocciosissimo ed incazzatissimo thrash che li contraddistingue sin dagli inizi della loro carriera, rendendoli pressoché unici ed inimitabili nel panorama mondiale. Se, quindi, finora i Kreator sono stati tra le vostre bands preferite, state tranquilli che anche questa volta non rimarrete delusi, perché la band tedesca si conferma una tritasassi e sforna un album di una violenza sonora con pochi paragoni. Qualcuno potrà obiettare che non c’è innovazione nel sound dei Kreator, ma siamo sicuri che è questo che vogliamo? Io credo che se questa musica ci fa sbattere il capoccione fino a farci dolere le vertebre cervicali, ci fa scorrere energia ed adrenalina in corpo in quantità industriali, se infine questo thrash è di quelli con la “T” maiuscola, suonato e registrato con tutti i crismi, allora ce ne possiamo sbattere altamente se i Kreator ripropongono la solita ricetta vincente, perché è questa la musica che ci aspettiamo da loro, è questo l’assalto sonoro che vogliamo subire! Ed il buon Petrozza mette subito in chiaro cosa aspettarci dall’album, dato che l’opener e title-track (fusa giustamente con l’intro “Mars Mantra”) “Phantom Antichrist” è l’emblema di quanto detto finora, violenta a dir poco! Gli altri pezzi dell’album scorrono via che è un piacere e non oso immaginare cosa succederà sotto il palco dal vivo! Una dopo l’altra arrivano “Death to the world”, “Civilization collapse”, “United in hate” (splendidi gli assoli di chitarra!), “Victory will come”.... tutti brani che sono un piacere da ascoltare con la loro furia grezza. “Phantom Antichrist” è un gran bel disco, assieme al nuovo Overkill finora è il migliore in campo thrash uscito in questo 2012, in attesa di risposte da oltreoceano (chi ha detto Testament?); questo è indubbiamente un lavoro che non sfigura tra le perle della discografia dei Kreator, da sempre band sinonimo di garanzia e di violenza sonora. Sconsigliato ai deboli di cuore!!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Giugno, 2012
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Gli Empires of Eden sono la creatura di Stu Marshall, talentuoso shredder australiano che, raccolti numerosi artisti da tutto il mondo attorno a se, sforna periodicamente album di power melodico. Ammetto di non conoscere i primi due albums di questo progetto e di essermi approcciato a questo “Channeling the infinite” con notevole curiosità, attratto anche dalla splendida copertina, opera dell’artista statunitense Alex Ruiz, nonché dai nomi degli ospiti, come UDO, Rob Rock, Steve Grimmett, Mike Dimeo, il nostro Alessandro Del Vecchio, ecc...
Purtroppo, a fronte di tanta abbondanza, non ho trovato altrettanto fascino dal punto di vista musicale; sia chiaro che, a livello tecnico, non è possibile muovere critica alcuna ma, forse complice anche una registrazione non proprio eccelsa (spero dipenda dagli mp3 che ho avuto a disposizione!), la musica che ho avuto modo di ascoltare negli 11 pezzi di questo album (+2 bonus tracks) non mi ha saputo conquistare ed affascinare totalmente. Fosse capitata 10 anni fa, probabilmente la mia reazione sarebbe stata differente, rimanendo maggiormente colpito, ma al giorno d’oggi questo canonico power melodico, infarcito di orchestrazioni, non è nulla di nuovo, nulla che non sia già stato realizzato da tante bands in precedenza, soprattutto qui in Europa. Ciò nonostante in “Channeling the infinite” ci sono diversi punti di forza e pezzi dal “tiro” giusto; mi riferisco, ad esempio, alla splendida “Cyborg”, il pezzo migliore dell’album con un ritmo incalzante e trascinante, ma anche a “White wings”, altra song ricca di energia ed adrenalina, cantata bene dalla voce ruvida e sporca di Ronny Munroe (Metal Church). Altri brani che mi hanno convinto sono la trascinante opener “Cry out” con Rob Rock alla voce; la sinfonica title-track “Channeling the infinite”, cantata da un isterico Sean Peck (Cage), la tellurica “World on fire”, con forse le migliori parti di batteria del disco da parte di tale Jasix (abbiate pazienza, non si può conoscere tutti i musicisti del mondo!). Interessante la suite “Born a king”, cantata dalla calda ugola di Danny Cecati degli Eyefear (tra le bonus-track c’è la versione cantata da Sean Peck), anche se forse il leader Mashall poteva osare di più in quanto a pomposità e liricismo. Dall’altra parte, devo sottolineare che qualche brano non particolarmente avvincente è presente (“This time”, “Hammer down”, di cui preferisco la versione “all star” relegata a bonus track, “Your eyes”...) e fa scendere il giudizio ad una sufficienza che delude un po’, a fronte di simile abbondanza di artisti di talento. Date comunque un ascolto a questo “Channeling the infinite” targato Empires of Eden, magari potrete giudicare differentemente da me....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Mag, 2012
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A nemmeno un anno di distanza dal discreto “1912”, tornano con un nuovo album, intitolato “Welcome to the theater”, gli estremisti del power metal svedese Reinxeed, band capitanata dal talentuoso e corpulento chitarrista Tommy Johansson che, ahinoi, continua anche a rivestire il ruolo di singer della band. La voce del biondo musicista, che ora si fa chiamare con lo pseudonimo di Tommy Reinxeed (per la serie: che fantasia!), infatti, è un falsetto esageratamente acuto, finanche stridulo, decisamente fastidioso che rovina incredibilmente quanto di buono realizzato a livello musicale. E’ chiaro che, per apprezzare i Reinxeed musicalmente parlando, dovete amare un certo tipo di extreme-power lanciato a folli velocità, sulla scia di quanto realizzato dai maestri Dragonforce; in caso contrario, sarà estremamente facile detestare questa band. E dire che, rispetto al passato, il buon Tommy (autore di tutte le musiche) ha saputo evolversi leggermente, non limitandosi alla solita ricetta trita e ritrita di “doppia-cassa a manetta ed assoli al fulmicotone”, ma immettendo anche qualche passaggio insolito per la sua band, qualcosa di symphonic power, che sa di più meditato e ragionato e che dona al sound un flavour più maestoso. Ci sono persino dei duetti con una voce femminile (quanto sarebbe meglio se cantasse solo lei!) su cui purtroppo non mi sono state fornite informazioni, che danno un tocco d’eleganza al sound. Brani come “Save us”, ad esempio, o anche “Somewhere in time” (nulla a che vedere con il capolavoro degli Iron Maiden!) e la title-track “Welcome to the theater”, possono indicare la volontà di esplorare nuovi sentieri, senza dover per forza ripetersi all’infinito fino allo sfinimento, il che non può che giovare in futuro ai Reinxeed. Di certo rimane una ricerca esagerata per la melodia e l’orecchiabilità che, alla lunga, rischia di stancare anche un santo, soprattutto quando non si ha un singer degno di tal nome nella band, in grado di cantare decentemente e di modulare la sua voce dandole tono e colore, oltre che profondità. Purtroppo il buon Tommy è il leader, il “padre-padrone” e sarà difficile fargli capire che essere un grande chitarrista non comporta automaticamente saper essere un buon cantante! Io mi auguro che possa riuscirci e che finalmente recluti un singer capace, perché questa band ha delle ottime potenzialità e capacità che potrebbero essere sublimate da una voce differente. Come avrete capito: disco adatto solo ai fans della band e del genere particolare.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Mag, 2012
Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 2012
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I romani Evershine sono in giro da diversi anni (la loro fondazione risale al 2005), ma arrivano al debut album intitolato “Renewal” solamente nel 2011, dopo averlo registrato l'anno prima nei Temple of Noise Studios di Christian Ice. Purtroppo la miopia dei discografici italiani ha costretto questa validissima band all’autoproduzione e devo ringraziare questi ragazzi per averci contattato un paio di mesi addietro, altrimenti non avrei credo mai avuto occasione di ascoltare questo disco! Come avrete capito, la proposta musicale degli Evershine mi piace davvero parecchio; sono ben conscio che il power melodico “Made in Italy” ha sparato le proprie migliori cartucce già da parecchio tempo, ma ciò non toglie che ci possa essere ancora spazio per la passione e la qualità di bands emergenti, come lo sono appunto questi 6 ragazzi laziali. I canoni classici del genere ci sono tutti: voce pulita ed acuta (Marco Coppotelli), ritmi molto sostenuti imposti dalla batteria (Nicola Petricca), piacevoli assoli di chitarra (Emanuele Matricardi ed Ivan Palmieri), tastiere protagoniste ben in evidenza (Simone Cardini) e basso pulsante a sostenere il tutto (Marco Lo Presti); nulla di originalissimo quindi, ma 9 pezzi decisamente accattivanti, orecchiabili ed estremamente godibili all’ascolto. Sono in difficoltà per scegliere eventuali pezzi migliori, perché è tutto l’album ad avermi conquistato ed affascinato! Come non citare quindi l’orecchiabilissima e trascinante “Demon’s ride”, vera e propria cavalcata power? Doveroso aggiungere l’opener “Evershine”, che mette subito in chiaro cosa aspettarsi dall’album con le sue ritmiche sostenute ed un gusto sopraffino per le melodie; ma anche le coinvolgenti “Run” (un titolo che è tutto un programma!) e “Faith and dreams”. Da citare anche le suite “A chance to be free”, molto dolce, e “Where heroes lie”, posta in chiusura come ottimo suggello per un lavoro d’esordio decisamente valido! Vi basta? E’ chiaro che, se non siete fans di questo particolare genere di metal, la proposta musicale degli Evershine non farà breccia nei vostri gradimenti, ma se vi piace il power, quello suonato bene, quello alla Stratovarius o primi Sonata Arctica, ma anche alla Labyrinth dei bei tempi o Vision Divine, ecco che vi consiglio di prestare molta attenzione a questi Evershine e procurarvi questo album dal sito della band ad un prezzo decisamente conveniente! La band, infatti, per diffondere la propria musica e farsi conoscere, ha deciso di vendere il cd a soli 5 euro. Date loro una chance! Un’ultima cosa: togliete quella giacca bianca al cantante! Chiedere ai Kaledon per eventuali consigli in materia.....

P.S. L'album sarà pubblicato dalla Scarlet Records nel mese di settembre 2012.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Mag, 2012
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I Parmensi Winter Haze, a distanza di 3 anni dal debut album “The storm within”, tornano con un E.P. intitolato “Silent deception”. Il genere suonato dai Winter Haze è molto godibile, mescolando una base power metal con stilemi del gothic sinfonico, con il risultato di un sound decisamente orecchiabile che mi ha fatto tornare in mente gli indimenticabili Power Symphony, sottovalutata band italiana attiva una decina di anni fa, con la differenza che la voce di Giorgia dei Winter Haze è persino migliore di quella dell’affascinante Michela D’Orlando. Questo lavoro è composto da 4 pezzi; si parte con “Cross the sea”, brano molto melodico che non sfigurerebbe in uno dei più recenti albums dei Nightwish, con un coretto molto easy che si ficca in testa al primo ascolto ed un lavoro al basso di Low che mi è piaciuto molto! In “Vacuum” si cominciano a sentire back-vocals in growling (ignoro chi ne sia l’autore, sorry) decisamente indovinate; il brano è molto duro e veloce, scandito alla grande dalla batteria di Theo. Segue la title-track, scelta anche per la realizzazione di un video, si tratta di un brano strepitoso e decisamente intrigante, con duetti tra la splendida voce lirica di Giorgia con un cupo growling che hanno convinto anche uno come me che non sopporta più questo stile di canto così aggressivo; da segnalare anche la presenza di una seconda voce maschile pulita molto gradevole. Si chiude alla grande con “The watchmaker”, brano più lento e meditato, con passaggi anche alienanti ed atmosfere romantico-decadenti, più tipicamente gothic. Quattro pezzi decisamente piacevoli per un E.P. intitolato “Silent deception” che ci presenta una band in forma smagliante! Non ci resta che attendere il nuovo album, sperando che qualche label si accorga di loro....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Mag, 2012
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Gli Another Destiny Project sono una band italiana nata dall’incontro tra il chitarrista Peter Pahor ed il singer Federico Ahrens che, reclutati strada facendo il batterista Emanuele Petrucci, il bassista croato Davor Pavelic ed il secondo chitarrista Gabriele Giorgi, decidono di dar vita a questa band particolare che unisce differenti stili, partendo da una base power, a cui mescolare elementi industrial, qualcosa di metal classico ed anche qualche influsso di sinfonico e di prog. Una scelta originale dunque per un sound non facilissimo e non di semplice approccio, anche se comunque discretamente orecchiabile.”Tell me what you see...” è il debut album, uscito a gennaio del 2012, un concept su sogni e follie, che punta molto sull’impatto visivo e sulle immagini che la mente di ognuno di noi può creare di fronte a determinate situazioni. Mi ci sono voluti diversi ascolti per riuscire a comprendere la proposta musicale di questa band così particolare ed originale; un ascoltatore disattento, infatti, potrebbe rimanere spiazzato ed archiviare ingiustamente dopo un primo ascolto. Bisogna, invece, encomiare questi ragazzi per la particolarità musicale che hanno creato, sia per la ricerca insita nella proposta, ma anche per l’originalità che non guasta mai, se accompagnata alla qualità. Le strutture musicali, infatti, sono ben presenti nei vari brani, che non risultano mai disarticolati e fini a se stessi, o mere esibizioni di tecnicismo strumentale. Mi è dispiaciuto non aver a disposizione i testi, perché sarei stato curioso di leggerli e cercare di comprenderne il significato. ”Tell me what you see...” è composto da 9 pezzi + la consueta intro; mi hanno colpito favorevolmente la conclusiva “In my name” e la dolcissima “Sand”, ballads ottime per momenti romantici con la calda voce di Federico Ahrens che regala brividi; la brevissima “Insomnia”, che alterna momenti onirici ad altri di violenza sonora nuda e cruda; la trascinante “Sleepwalker”, scelta anche per la realizzazione di un video; “Once again”, forse quella che mi è piaciuta di più, grazie ad un incedere bello tosto e godibile. Un debutto decisamente interessante questo degli Another Destiny Project, una band sicuramente originale e da tenere d’occhio per il futuro. Complimenti vivissimi ed in bocca al lupo!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Mag, 2012
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Il cambio del singer è sempre un evento estremamente significativo nella vita di qualsiasi band; nel caso dei veneti White Skull il rientro della carismatica Federica “Sister” De Boni rappresenta un qualcosa di fondamentale, ecco, dunque, che “Under this flag”, il nuovo album della band capitanata da Tony “Mad” Fontò, rappresenta una tappa importantissima per la carriera di questo validissimo e storico combo italiano. Se poi aggiungete che, a livello qualitativo, forse ci troviamo di fronte al miglior lavoro mai composto dai teschi, potrete capire quanto sia l’attesa per l’uscita del disco! Il talentuoso chitarrista Danilo Bar è oramai integrato alla perfezione nel sound della band ed i suoi splendidi assoli sono perfettamente inseriti nell’economia del pezzo; sulla potenza e precisione di Alex Mantiero alla batteria è inutile aggiungere altro, dato che si tratta di una tradizione oramai consolidata; occorre invece parlare di Jo Raddi al basso, altra garanzia di sostanza e qualità che apporta un lavoro importantissimo all’amalgama sonoro dei White Skull. Su Tony “Mad”, come si suol dire, basta solo la parola! E’ splendido, infine, ritrovare a distanza di così tanti anni Federica “Sister” in grande forma; la sua voce non ha subito alcun “invecchiamento” ed anzi, nelle parti più basse, la trovo persino più calda e convincente, oltre a mantenere la consueta grinta ed aggressività. Il disco è composto da 12 pezzi uno più convincente dell’altro, uno più bello e coinvolgente dell’altro e faticherei alquanto a dover scegliere il mio preferito in assoluto, dato che qualitativamente parlando sono tutti a livelli decisamente alti e non comuni. Ecco, quindi, che l’opener “Hunted down” mette in chiaro che tipo di power roccioso aspettarsi, “Red devil” si fissa in mente indelebilmente per un coro da urlare tutti assieme dal vivo, la title-track “Under this flag” è rovente nel suo incedere martellante, “Prisoners of war” è estremamente coinvolgente ed ha un riffing delle chitarre serratissimo, molto belle anche la lunga “Nightmares” e “You choose”... è comunque tutto l’album, come detto, a colpire nel suo complesso per la qualità della musica espressa. “Under this flag” è un album compatto che vi colpirà come una mazzata sulle gengive, sprigiona energia dal primo all’ultimo secondo ed è un must per tutti gli amanti del power e dell’heavy metal in genere. I White Skull sono l’ennesima conferma, qualora ce ne fosse bisogno, dell’immenso valore della nostra scena musicale! Bisogna solo crederci e supportare....


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