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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 16 Novembre, 2021
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Dopo solo tre album da studio e cinque anni di attività, gli italo-tedeschi The Unity pubblicano un live album, intitolato “The Devil You Know – The Unity Live”, registrato tra il 2017 ed il 2020 durante vari tours attraverso l’Europa, sia in piccoli club che in grandi festival come il Masters Of Rock nella Repubblica Ceca o i tedeschi Karlsruhe Knockout Festival e Bang Your Head. La tracklist è composta da dodici tracce per quasi un’ora di ottimo Melodic Metal, ben registrato e prodotto da Achim Köhler, mentre l’artwork è stato realizzato dal maestro Felipe Machado Franco ed introduce la nuova mascotte della band chiamata “Dave” (il diavolo a cui fa riferimento il titolo del live). Naturalmente la quasi totalità dei brani è estratta dai primi due album “The Unity” del 2017 (da cui troviamo le tracce 4, 6, 11 e 12) e “Rise” del 2018 (da cui troviamo le tracce 1, 2, 3, 5, 7, 9 e 10); c’è anche il singolo “We don't need them here”, pubblicato a gennaio del 2020 e poi incluso nel terzo album “Pride” che è uscito successivamente alle registrazioni di questo live album. Mi dispiace tantissimo che non sia stata inclusa la meravigliosa “Children of the light”, di gran lunga il pezzo migliore di “Rise”, che poteva essere inserita al posto di altre canzoni dello stesso disco di livello qualitativo inferiore (tipo “No hero” o soprattutto “The willow tree”). Anche sulle tracce inserite dal primo disco se ne potrebbe parlare (ad esempio, perché non inserire “Rise and fall”, il primo singolo della storia della band?), ma le scelte, seppur sempre opinabili, sono state fatte e la tracklist è questa qua. Personalmente avrei atteso almeno un altro disco da studio, in modo da aver più materiale fra cui scegliere per pubblicare un live, ma anche qui la scelta è questa e tocca farsene una ragione. Resta comunque l’ottima musica proposta dalla band di Henjo Richter e Michael Ehre; indubbiamente, infatti, questo “The Devil You Know – The Unity Live” andrà incontro ai favori dei fans del gruppo ed, in genere, del Melodic Power di scuola teutonica, anche se obiettivamente si poteva far meglio.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2021
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Sono tante, tantissime le bands nel mondo metal che si sono ispirate alla Divina Commedia di Dante Alighieri per la loro musica, anche se forse i più famosi restano i componimenti di Luca Turilli’s Rhapsody, Iced Earth e Septicflesh. Tra i tanti, dobbiamo aggiungere i Signum Draconis, gruppo fondato nel 2010 dal chitarrista Oscar Grace che ha lavorato da allora sul progetto di mettere in musica la Divina Commedia. Naturalmente si tratta di un’impresa a dir poco ambiziosa; se poi aggiungiamo che il disco prevede numerosi ospiti internazionali (tra i quali spicca Mark Boals) e che, per le parti sinfoniche, è stata coinvolta la Bratislava Symphony Orchestra, capirete che abbiamo davanti un progetto tutt’altro che semplice. E tutt’altro che semplice è anche il songwriting, dato che ci sono voluti numerosi ascolti per poter anche solo “assimilare” tutti i componimenti; il problema principale sono le lunghe, troppo lunghe, parti narrate; è comprensibile quanto alcuni passaggi sia complicato ometterli, ma l’ascolto diventa poco scorrevole quando ci sono troppi orpelli. Nello stesso tempo (soprattutto nel secondo CD), alcuni tratti sono troppo prolissi e le atmosfere faticano ad essere “cattive” e “sulfuree” come forse avrebbero dovuto essere, visto l’argomento trattato. Il minutaggio eccessivo di diversi pezzi (i due dischi durano in totale oltre un’ora e mezzo per 17 tracce), infine, non aiuta. Fortunatamente non mancano diversi momenti belli tirati e ritmati (che ricordano vagamente i Rhapsody), come l’opener “In the midway of life’s journey”, “Under eternal rain”, o l’accoppiata “Gate of Hell (Arrival of Charon)” e “The borderland” (probabilmente i due componimenti migliori del lotto), che rendono l’ascolto anche piacevole. In questo primo capitolo, intitolato “The Divine Comedy: Inferno” c’è tanta, ma tanta roba, del resto la fantasia del Sommo Poeta è eterna fonte d’ispirazione da cui attingere continuamente e bisogna indubbiamente fare i complimenti ad Oscar Grace per quanto realizzato con questo disco, anche se il pericolo di voler strafare, in casi del genere, è sempre dietro l’angolo e bisogna essere attenti a non cedere alla tentazione. La prestazione canora e dei vari musicisti è di livello superiore alla media (e non poco!), la produzione è ugualmente eccezionale ma, del resto, Simone Mularoni ed i suoi Domination Studios sono ormai garanzia di qualità fuori dal comune. Adesso i Signum Draconis si impegneranno a dare un successore a questo “The Divine Comedy: Inferno”, concentrandosi su Purgatorio e successivamente sul Paradiso; ci auguriamo per il loro Symphonic Power che il minutaggio cali leggermente ed il songwriting venga un po’ snellito, in modo da renderlo ancora più accattivante di quanto non sia già successo in questo primo capitolo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2021
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Gli Ültra Raptör arrivano dal Quebec, in Canada, e sono attivi dal 2015; quest’anno grazie alla label spagnola Fighter Records tagliano il traguardo del debut album con questo “Tyrants”, composto da dieci tracce per poco più di 3/4 d’ora di durata. Il genere suonato dal gruppo canadese è un tiratissimo e grezzo Speed Metal, più vicino all’Heavy che al Thrash, con testi che narrano di storie fantastiche ambientate nella preistoria. Il sound è davvero piacevole e ricco di energia, il furioso drumming dell’ottimo Tony Bronco, noto anche come “Kaedes” (al secolo Antoine Pellerin), connota sostanzialmente tutto il disco, ben sostenuto dal pulsare del basso; come tradizione dello Speed Metal, non possono mancare assoli di chitarra lanciati a folle velocità ed il buon Criss Raptör (al secolo Samuel Paré) si distingue in tal senso, grazie anche al prezioso lavoro del chitarrista ritmico Nick Rifle (il bulgaro Stanislav Stefanovski). Tallone d’Achille della band è il cantante Phil T. Lung (all’anagrafe Philippe Lavoie); il suo vocione sporco e basso ben si destreggia su note non particolarmente alte, ma non convince sugli acuti (particolare di fondamentale importanza nel genere) e finisce per tarpare le ali al disco con un cantato che avrebbe dovuto viaggiare su note ben più alte, su cui però il singer canadese temo non sia in grado di arrivare. Un fan dello Speed Metal, infatti, potrebbe trovare molto piacevole (seppur non particolarmente originale) il sound degli Ültra Raptör, ma con un cantante migliore ritengo che questo “Tyrants” avrebbe potuto raccogliere maggiori consensi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2021
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Era il 2017 quando il chitarrista di origine brasiliana Bill Hudson, dopo aver lavorato con gente come Doro, Jon Oliva's Pain, U.D.O., Circle II Circle e Trans-Siberian Orchestra, riuscì a coronare il proprio sogno di creare una band tutta sua. Sono nati così i NorthTale, a cui poi via via si sono uniti gli altri membri provenienti da Svezia e Stati Uniti, fino al validissimo cantante brasiliano Guilherme Hirose, entrato in formazione nel corso del 2020. Oggi parleremo del secondo album del gruppo (l’esordio “Welcome to paradise” risale al 2019), intitolato “Eternal flame”, composto da dodici tracce per quasi 65 minuti di durata, edito niente meno che dalla Nuclear Blast. Il genere proposto dai NorthTale è un piacevolissimo Power Metal, molto frizzante e veloce, ispirato alla scena scandinava di gente come Stratovarius, primi Sonata Arctica ecc.; non manca anche qualche riferimento all’eleganza degli Angra, soprattutto in una traccia come “The land of mystic rites” che è una sorta di tributo ad un disco meraviglioso e storico come “Holy land”. C’è poi la presenza di Kai Hansen e di suo figlio Tim sul pezzo “Future calls”, che non può non far pensare ai Gamma Ray di qualche anno fa. Da segnalare, ancora, l’inaspettata cover di “Judas be my guide”, tratta da “Fear of the dark” degli Iron Maiden, velocizzata ed irrobustita tanto da renderla una piacevolissima canzone Power Metal. Il disco fila via che è un piacere (naturalmente a patto che siate fans del genere) e si lascia ascoltare e riascoltare senza problemi; non ho notato fillers o momenti di livello qualitativo non eccellente; anche quando il minutaggio sale, il songwriting non è mai prolisso, ma sempre interessante; forse nella sola “Nature’s revenge” si poteva accorciare la lunga parte solista delle tastiere attorno all’ottavo minuto, in modo da rendere più snello l’ascolto, ma si tratta di pura pignoleria. Tirando le somme, “Eternal flame” è un gran bel disco di Power Metal, frizzante, fresco, suonato, cantato e prodotto in maniera eccelsa; ogni fan di questo specifico genere musicale dovrà segnarsi il nome dei NorthTale perché ne sentiremo sicuramente parlare molto bene anche in futuro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 2021
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I Bulletproöf arrivano dall’Argentina e non sono da confondersi con gli omonimi messicani (che fanno Thrash), né con gli hard rockers russi e soprattutto con il gruppo italo-slovacco Bullet-Proof che, proprio in questo periodo, sta rilasciando un altro album. I Bulletproöf sudamericani debuttano con questo EP, intitolato “Dynamite”, composto da cinque tracce per 20 minuti circa di durata, edito da Ossuary Records. Il loro Heavy Metal ricorda abbastanza quanto fatto in passato dai nostrani Mesmerize, fatte le dovute differenze fra la voce del grandissimo Folco Orlandini e quella del discreto Poli Serafini, buon esecutore, ma non dotato di un’ugola eccezionale. Un altro paragone, potrebbe essere fatto anche con i Running Wild più recenti (quelli più spenti, per capirci), soprattutto in tracce come l’opener “Banner high” e la piratesca “Flag of freedom”. La prestazione canora, come detto, non è spettacolare, ma non disturba affatto e contribuisce a rendere l’ascolto piacevole. Il ritmo è brillante, ma magari un po’ più di doppia cassa non avrebbe guastato (sulla predetta “Flag of freedom” obiettivamente si poteva osare di più), il basso lavora decentemente in sottofondo, anche se forse un po’ più di protagonismo da parte di Martín De Bonis avrebbe sicuramente giovato. Strumento protagonista sono le due chitarre di Serafini ed Ariel García che intessono muri di riff e piacevoli parti soliste. Tutto sommato, non ci troviamo davanti ad un disco memorabile, ma nemmeno a qualcosa di scadente, “Dynamite” infatti merita ampiamente la sufficienza e possiamo fare affidamento sulla evidente passione dei Bulletproöf, per sperare in un prossimo disco ancora migliore!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Novembre, 2021
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I Thola arrivano dalla Svizzera ed, in cinque anni di attività, hanno già realizzato tre full-lengths; oggi parleremo di “Somewhere”, uscito in questi giorni per l’etichetta spagnola Art Gates Records, composto da dieci pezzi per poco più di 50 minuti di musica decisamente godibile. La particolarità del sound dei Thola è che su una base prettamente Power Metal, aggiungono parecchio Thrash Metal (in qualcosa ricordano molto dei Flotsam & Jetsam), una buona dose del buon vecchio Heavy e persino qualcosa di accostabile agli stilemi dello Speed Metal (Agent Steel in primis). Un sound quindi non proprio inflazionato e finanche abbastanza originale che convince decisamente, anche grazie ad un songwriting mai prolisso, ma anzi indubbiamente efficace. Se poi ci aggiungiamo un wall of sound bello potente, con chitarre cariche del giusto groove, un basso pulsante ed una batteria tosta a dovere che impone spesso e volentieri ritmiche frizzanti, capirete perché questo disco non può che superare abbondantemente l’esame. C’è poi la parte canora, con un convincente Thomi Rauch che dimostra di saperci fare, mostrandosi caldo o aggressivo a seconda delle necessità; l’assenza di backing vocals in growling (solo clean vocals!) si rivela poi una scelta decisamente azzeccata, dato che avrebbe inutilmente finito per calcare ed appesantire un sound già di per sé bello potente ed impetuoso. Ho ascoltato e riascoltato molto gradevolmente questo disco che non presenta attimi di livello qualitativo inferiore all’eccellente e convince particolarmente in canzoni come la splendida “P.A.R.A.S.I.T.E.” (la più vicina ai Flotsam & Jetsam), la lunga “X-treme” o le veloci “Rage hard” ed “Heroes” (dotata di interessanti parti melodiche). Inutile dilungarsi ulteriormente, “Somewhere” dei Thola è un disco decisamente ben fatto, in grado di conquistare sia i fans del Power Metal che quelli del Thrash meno violento; fateci un pensierino!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Novembre, 2021
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Erano anni che aspettavo il successore dell’ottimo “Delta viridian”, uscito nell’ormai lontano 2013, tanto che ritenevo i Sandstone scomparsi nell’oblio! Ci sono voluti otto anni per la band nordirlandese per regalarci un nuovo album ed eccoci oggi a parlare di questo “Epsilon sky”, quinto lavoro della carriera di questo gruppo fin troppo sottovalutato che ha da sempre suonato un Prog/Power di grandissima qualità e di gusto sopraffino. Ed anche questa volta i Sandstone non si sono smentiti, con un lavoro compatto, suonato divinamente e con un gusto per le melodie decisamente fuori dal comune. Già dalla tostissima opener “I know why” si capisce che avremo da ascoltare musica di qualità non indifferente, cantata alla grande dal sempre ottimo Sean McBay, uno dei migliori cantanti in assoluto nello specifico settore, forse secondo solo al grande Danny Estrin. Ma è tutto il disco a rimanere su standard decisamente elevati, sia nei rari casi in cui si va su velocità più sostenute (“Worm soul” e “Dies irae”), che quando il ritmo cala (“Cuts to you”, “Made up” e la conclusiva “Critical”); per essere sinceri il ritmo non è mai troppo sostenuto, ma le composizioni si mantengono su livelli medi, mai esagerati che sono decisamente azzeccati per il sound del disco. Sarei davvero in difficoltà ad indicarvi brani migliori di altri, perché sono tutti sull’ottimale, tanto che è stato davvero un piacere ascoltarli e riascoltarli per realizzare questa recensione! Da segnalare che, rispetto alla formazione del precedente disco, è cambiata l’intera sezione ritmica, con l’ingresso in formazione del nuovo bassista Thomas Alford (che avrei preferito maggiormente protagonista) e del nuovo batterista Eamonn McNaught (molto poliedrico); nella versione cd è prevista anche una bonus track intitolata “The last one”, purtroppo non messa a disposizione dalla label e sulla quale quindi non sono in grado di fornirvi indicazione alcuna. C’è stato tanto tempo da attendere, ma i Sandstone sono tornati con un full-length che è una bomba; “Epsilon sky” è forse il miglior album del 2021 in campo Prog/Power e si candida comunque tra i migliori in assoluto dell’anno in ogni settore del mondo metal. Disco imperdibile!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Novembre, 2021
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Avevo conosciuto i canadesi Thrash La Reine nel 2019 all’epoca del loro primo full-length “La foi, la loi, la croix”, rimanendone favorevolmente impressionato, grazie anche alla particolarità del cantato in francese che indubbiamente li distingue dalla massa (a memoria, sono pochissime le bands che usano questa lingua nel mondo Metal). Due anni fa si trattava di un’autoproduzione, oggi la band rilascia il secondo album sotto l’egida della sconosciuta label Bam&Co. Heavy; il titolo è “Notre-Dame-de-l’Enfer” (scritto proprio con i trattini fra le parole), con un artwork che ritrae una sorta di prosperosa Malefica circondata da tre diavoli. Il genere proposto, come ebbi modo di far notare nella prima recensione, nonostante il nome della band (che deriva dal fatto che il singer Renaud, visitando Londra, pensò quanto poteva essere simpatico vedere la Regina Elisabetta in un moshpit di un concerto Thrash), non ha niente a che vedere con il Thrash Metal, ma è un Heavy allegro e frizzante; questa volta la band ha aggiunto anche numerosi riferimenti al Folk, sia per la massiccia presenza di cori da taverna (Alestorm docet), ma anche per ritmiche e parti di chitarra che fanno venire in mente qualche gruppo Folk tedesco (Saltatio Mortis & C.). Naturalmente questa svolta stilistica, che mette spensieratezza e voglia di far casino tutti assieme, non dispiace assolutamente; preferisco mille volte gruppi scanzonati e “caciaroni” come questi, piuttosto che gente depressa o che si prende troppo sul serio. L’album dura più di 42 minuti ed è diviso in tredici tracce, di cui ben quattro sono assimilabili a brevi intro o intermezzi strumentali, fila via che è una bellezza e si lascia ascoltare molto semplicemente, mettendo di buon umore e con la voglia di zompettare qua e là per la stanza. Non tutti i pezzi però sono dello stesso livello qualitativo; la pesante e cadenzata “La cage de fer”, ad esempio, è un po’ troppo ripetitiva ed ha una marcia in meno delle altre, forse proprio perché più lenta del resto delle canzoni. Tutto sommato, comunque, il fine ultimo di un disco è quello di regalare sensazioni piacevoli e dare benessere all’ascoltatore ed indubbiamente questo “Notre-Dame-de-l’Enfer” dei Thrash La Reine riesce nel suo intento. Basta non prendersi troppo sul serio.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Novembre, 2021
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Daniele Mazza è noto come il tastierista degli Ancient Bards, ma è anche un compositore ed in questa sua prima opera solista, intitolata “Immortals”, ce ne offre ampia dimostrazione. Musica sinfonica, epica, cinematica (per rubare il neologismo a Luca Turilli), sostanzialmente interamente strumentale, tranne qualche coro e la singola canzone “Time to go” (chiaramente ispirata dal tema di “Lezioni di piano”), in cui canta splendidamente Sara Squadrani (vocalist degli Ancient Bards). Tutto è basato su pianoforte o tastiere, tranne un po’ di batteria (immagino anch’essa realizzata al computer) e qualche rara parte solista di chitarra suonata dal fido Claudio Pietronik (anch’egli negli Ancient Bards); certo sarebbe stato fantastico ascoltare questo disco suonato da un’intera orchestra, ma ci sarebbe voluto un budget indubbiamente importante. E’ un peccato, perché tracce come, a puro titolo esemplificativo, “The wave of destiny” sarebbero fantastiche realizzate da una vera orchestra. Ma non è solo questa la traccia di ottima qualità, il disco ne è pieno, a partire dalla breve “The floating fortress of the rising sun”, passando per la successiva “In the heart of battle”, ottima per una colonna sonora di un film; se poi qualcuno fosse già nello spirito natalizio (le festività sono ormai prossime), potrei indicarvi “Beyond the horizon”, come traccia adatta. Come avrete capito, qui di musica Metal non c’è molto, direi anzi quasi nulla e bisogna mettersi comodi e con la giusta predisposizione di spirito per poter apprezzare la musica di Daniele Mazza; è un po’ come andare a teatro per ascoltare un concerto sinfonico, ti metti comodo, si spengono le luci e ti godi lo spettacolo. Così è anche per questo “Immortals”, va preso per quello che è (come detto, non è musica Metal) ed apprezzato, godendosi quello che il compositore ha realizzato.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 2021
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Dietro il nome dei Painters of Ether si cela il musicista e chitarrista italo-americano Luciano Launius che vive in un paesello ai piedi dei Colli Euganei nella bassa padovana. E’ lui che ha scritto e composto gli otto pezzi che vanno a far parte di questo debut album omonimo, dalla importante durata di oltre un’ora. Accanto a lui una serie di ospiti sia nazionali che internazionali: cantanti di grande valore come Henning Basse, Fabio Dessi, Giacomo Voli, Tomi Fooler, Michele Luppi, Giambattista Manenti, Chiara Tricarico e Mayo Petranin, ma anche musicisti di livello sopraffino, da Mike Terrana e Mike Lepond, passando per Manu Lotter, Andy Martongelli, Michele Olmi, Leone Villani Conti e via discorrendo. Il Symphonic Metal dei Painters of Ether ha una caratteristica importante ed ambiziosa: ogni pezzo ha una sorta di ouverture in sé. Questo comporta un naturale innalzamento del minutaggio che può anche non far breccia e che non rende l’ascolto così immediato, come invece di solito accade nello specifico genere musicale. Indubbiamente Luciano Launius potrebbe snellire i componimenti da qualche orpello che li appesantisce, come ad esempio i lunghi colloqui che ci sono nei 12 minuti dell’opener “Defenders of Lorenia”; d’accordo che possono essere funzionali alla comprensione del concept del testo, ma sicuramente non rendono snello il songwriting che diventa di complicata fruibilità. Personalmente poi sono un po’ “allergico” ai componimenti di lunga durata e qui sostanzialmente (anche per via delle ouverture di cui prima) ogni pezzo ha durate importanti. Bisogna quindi mettersi comodi ed essere della giusta predisposizione di spirito per assaporare questo disco; è un po’ come essere a teatro per assistere ad un’opera sinfonica, già sapendo che lo spettacolo avrà una non breve durata. Cogliendo l’essenza dei componimenti si riesce ad apprezzare quanto realizzato in questo progetto decisamente ambizioso; è un po’ come se la teatralità dei Therion e dei primi Avantasia si sia incontrata con la magniloquenza del Cinematic Metal di Turilli & C. nelle loro varie incarnazioni e con la Marius Danielsen’s Legend of Valley Doom. E’ anche indubbio che se questi componimenti fossero stati suonati con l’ausilio di una vera orchestra avremmo avuto un impatto maggiore ed una riuscita ancora più spettacolare (e di certo ci sarebbe voluto un budget ancora maggiore!). Painters of Ether è un progetto molto ambizioso, un qualcosa di particolare e complesso che sicuramente non è scontato, convince ed affascina; sono certo che ci sono tutti gli ingredienti per far ancora meglio in futuro e farsi apprezzare e conoscere sempre più!

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