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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2024
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Continua il viaggio etereo nel Cosmo più profondo e sperduto della one man band tedesca Cosmic Burial, una realtà assai sconosciuta ma che nel suo piccolo si è ritagliata una fetta importante con la sua formula dal tratto dolce ed al contempo amaro. Benvenuti, dunque, in questo "Far Away from Home", terzo album dell'artista V.V., che già dal nome dà un'idea più che concreta di ciò che vi aspetterà una volta messe le cuffie alle orecchie: un vero e proprio viaggio astrale verso nuove dimensioni cosmiche. Un album fatto per toccare direttamente il cuore e l'anima, dove la musica ha il totale controllo di tutto, senza lasciare spazio ad un briciolo di violenza o ferocia. Al contrario: l'acidità delle chitarre va a cozzare con l'atmosfera cristallina ed evanescente delle atmosfere, in un gioco di luci ed ombre che raramente si sente all'interno di un disco. Come per il secondo album, recensito sui nostri portali nel 2021, anche in questo sembra farsi sentire molto l'influenza di Burzum dei primi lavori, con questo andamento sognante, malinconico, allungato... quasi rilassato oseremmo dire. Il tutto impreziosito da orchestrazioni, synth e passaggi liquidi che ricordano il dolce fluire di acque remote che sgorgano dalle cime più fredde ed irraggiungibili. Questo è forse il segreto dei Cosmic Burial, i quali non percorrono strade note, o comunque se lo fanno è sempre con uno stile personalissimo. Dodici minuti per ogni traccia ma che mai, e ripetiamolo MAI, vi faranno annoiare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2024
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Dopo otto anni dall'ultimo disco, e con la speranza di rivederli in attività ormai quasi del tutto svanita, ecco che il quintetto piemontese Putridity torna con l'EP "Greedy Gory Gluttony", licenziato da Willowtip Records. Un dischetto che finalmente ci mostra di nuovo una band in pienissima forma e soprattutto una realtà ben lungi dall'aver abbandonato la scena, visti anche i numerosi cambi di formazione e, per l'appunto, gli anni di silenzio. Detto ciò, la formula non è cambiata: Brutal Death sporco, putrescente ma ricchissimo di tecnicismi e molto interessante dal punto di vista creativo. Se da un lato le coordinate stilistiche sono ampiamente note, con un sound vicino ai grandi nomi dello Slam, dall'altro i Nostri imbastiscono una formula piuttosto personale che si fa forte di cambi di tempo, tracce più blastate ed altre che puntano maggiormente sull'effetto cadenzato, complice una sezione di batteria notevole. Peccato solamente che del lotto di cinque tracce solamente le prime due siano inedite; un piccolo - troppo piccolo - assaggio di novità che comunque è sufficiente a confermare dopo tutto questo tempo come i Putridity sappiano bene cosa fare della loro musica. Questo EP, in sintesi, ha un solo grosso difetto: non è un album completo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 2024
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Prosegue la carriera dei Cryptosis, trio olandese che dopo l'ottimo debutto del 2021 prosegue la propria carriera con questo EP dal titolo "The Silent Call", sempre licenziato da Century Media. Quattro sono le tracce, di cui due suonate live, che ci presentano una gran bella band, in pienissima forma e dedita al Thrash Metal più moderno ed arzigogolato, figlio diretto di gente come Vektor, Coroner, Revocation e compagnia bella. Insomma, abbiamo capito quali sono le coordinate stilistiche: tanta, tantissima tecnica, ma non per questo si può parlare di musica noiosa o fine a sé stessa. Dunque ciò che andremo a sentire è un piccolo EP ma grande nella compattezza, soprattutto nella traccia d'apertura che strizza - e non poco - l'occhio al Black Metal, con un intreccio molto intrigante delle chitarre. Perfino la linea vocale, sempre legata al cantato Thrash sembra fondersi a meraviglia nel contesto, per quanto c'è da dire che la voce sia un po' in sordina rispetto al comparto sonoro, quasi a voler dare a tutto il disco un impatto più strumentale; ma vi assicuriamo che ciò non è per nulla fastidioso. In definitiva si tratta certamente di un prodotto che conferma quanto fatto di buono nel 2021, ma che di fatto aggiunge praticamente zero, se non l'hype per un nuovo full-length.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2024
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Dopo cinque anni tornano i danesi Hatesphere, band ormai navigatissima e divenuta negli anni un vero e proprio punto di riferimento di un certo modo di intendere il Metal moderno: un mix spaccaossa di Death e Thrash che si incastra all'interno di sezioni Groove che trasudano Pantera, Lamb Of God e The Haunted da tutti i pori. Insomma, avete capito il filone a cui ci riferiamo. Detto ciò, cosa c'è da aspettarsi da questo nuovo capitolo dal titolo "Hatred Reborn"? La risposta ve la diamo secca e diretta, senza troppi giri: esattamente niente di nuovo se non la classica (e forse per alcuni noiosa) formula degli Hatesphere, quella con cui i nostri hanno costruito la propria carriera e che è anche un po' la loro condanna. E nemmeno il cambio (ennesimo) di line up ci ha dato quel guizzo in più che servirebbe: il nuovo vocalist, Mathias Uldall, è bravo, molto bravo, e molto più di stampo Metalcore, il che ovviamente si riflette nelle tracce. Tuttavia, se da un lato gli Hatesphere ci provano a fare il balzo, ad uscire da quegli stilemi che di fatto li relegano a band media, dall'altro questa formula sembra proprio non voler andare via. I brani sono massicci, carichi, potenti e sarebbe stupido dire brutti. Anzi, l'album è diretto e senza fronzoli, il che rende l'ascolto piacevole ma nulla di più: va giù senza che ve ne rendiate conto, complice - e lo ripetiamo ancora - questo modo di suonare che non è mai cambiato negli anni, salvo qualche lampo qua e là. Ma per il resto gli Hatesphere non hanno molto altro da dire. Un bilancio che pensiamo ormai si possa fare dopo due decadi e più di attività e che conferma quanto scritto nel titolo: nel posto giusto al momento giusto. I danesi sono bravi, sanno fare il loro estremamente bene, sanno scrivere pezzi monumentali, ma sempre all'interno del loro orticello, senza cercare di uscire o peggio, provandoci ma fallendo quasi sempre nell'intento.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2024
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Esattamente come nella recensione della versione riregistrata di "Morbid Vision" ad opera dei fratelli Cavalera, anche per questo "Bestial Devastation", la domanda è sempre la stessa: ce n'era davvero bisogno? Ora, lungi dall'aver posto il quesito in maniera scortese, è chiaro come l'acqua che in qualsiasi modo ci propongano versioni rimasterizzate, riregistrate e così via di grandi classici la risposta è sempre quella: "va bene lo stesso!" (cit.). Detto ciò, soffermiamoci un secondo sul lato prettamente tecnico: la qualità delle tracce in versione 2023 è pressoché perfetta, con suoni oscuri, feroci, cattivi, la voce di Max è azzeccatissima e fa sempre la sua gran figura con quello che è a tutti gli effetti il suo territorio; non da meno il fratello dietro le pelli, sempre una macchina assassina. Insomma, tutto è dove dovrebbe essere; e grazie al c***o direte giustamente. Dunque la domanda torna sempre: ce n'era bisogno? Certo che no, e i motivi sono due: dare una svecchiata a del materiale che era (ed è) perfettamente in linea con il suo tempo non è sciocco ovviamente, ma comunque ci sembra un po' una forzatura - tradotto: ma chi ve l'ha chiesto? -; il secondo motivo è di marketing e si lega al primo, perché è chiaro che con dei capolavori dei Sepultura si vende facile. Morale della favola: il voto che diamo è meramente in onore del materiale in sé e non certo per il guizzo di genio dei fratelli Cavalera nell'averlo rispolverato.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Dicembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 2023
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Scavando nei meandri boscosi più oscuri e impervi della scena Black inglese, ecco che spuntano i Superterrestrial, band con all'attivo tre album, di cui l'ultimo è questo "The Fathomless Decay". Un disco di nicchia che si rivolge a chi nel Black cerca gli anfratti più tetri e spettrali, ma che tuttavia hanno quel tocco elegante ed atmosferico. Immaginate un misto di Drudkh, Samael e Wolves In The Throne Room, abbassate la qualità sonora (quindi suoni secchi, crudi ma non per questo brutti) ed il gioco è fatto. Sette brani spettrali che fondono la ferocia del Raw Black alla "delicatezza" della melodia, quasi fossero delle litanie che accompagnano l'ascoltatore in questo mortifero viaggio. Si parla quindi di un Black Metal che da un lato è ricercato, ma dall'altro è secco e diretto, senza fronzoli, cadaverico e scheletrico. E probabilmente è proprio questo chiaroscuro a rendere la musica degli inglesi estremamente interessante, pur con qualche difetto di prolissità. In generale quindi ci sentiamo di raccomandare il disco a chi è già ampiamente navigato nel settore ed è alla ricerca del piccolo anfratto nascosto, altrimenti potreste non essere ancora pronti per questa frangia.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Novembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2023
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I Berzerker Legion sono - o dovrebbero essere - una realtà che ogni fan del Melodic Death nordico dovrebbe avere nel proprio novero di ascolti. Il supergruppo che prende gente dalla Svezia, dall'Olanda e dal Regno Unito, vede tra le sue fila personalità ampiamente di spicco nel panorama metal: Tomas Elofsson (Hypocrisy, ex-Those Who Bring the Torture), Alwin Zuur (Asphyx), Jonny Pettersson (Wombbath, Nattravnen, Ursinne, Gods Forsaken), Fredrik Isaksson (Dark Funeral, ex-Grave, ex-Therion) e James Stewart (Vader). Parliamo dunque di una formazione certamente non alle prime armi e con un bagaglio culturale alle spalle più che decoroso. Ne segue che la musica dei Berzerker Legion sia di qualità, fatta per un orecchio esigente, e questo "Chaos Will Reign", secondo capitolo per i Nostri, è esattamente un album che rispetta questi standard; a detta nostra perfino superiore al disco di debutto del 2020. Se il primo aveva un'anima certamente forte ma ancora non del tutto chiara, qui siamo di fronte ad una band che ha trovato la propria strada, non tanto da un punto di vista compositivo, quanto di alchimia tra i vari componenti. Alle orecchie il sound dei Berserker Legion non è certamente nuovo: una forte impostazione Hypocrisy - strano eh?! - sulla quale elementi provenienti da Kataklysm e sferzate Dismember si stagliano fieri e potenti. Insomma, coordinate conosciute ma non per questo monotone o dal sapore di "già sentito": piuttosto lo vediamo come un esperimento ben riuscito nel quale varie esperienze si fondono in un unica amalgama. Come dicevamo, il tutto molto più convincente rispetto al primo disco, dove forse la band risultava più scolastica - per quanto parlare di scolastico con membri del genere possa avere senso, ma ci siamo capiti -. A dare man forte a quanto detto, c'è da dire che nonostante la durata del disco sia importante (quasi un'ora), l'ascolto risulta gradevole e affatto noioso, con pezzi veloci e tirati ed altri più cadenzati (vedasi "Nihilism Over Empathy" e "This Is The End) che vanno a creare un effetto ondulato davvero notevole che spezza il ritmo e non fa cadere l'attenzione. Perciò, se ancora non li conoscevate, andate immediatamente a recuperare questa piccola perla.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Novembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2023
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I Sodom non hanno bisogno di presentazioni, perciò riteniamo si possano sorvolare i classici orpelli introduttivi per andare dritto al punto: loro sono una garanzia, sempre e comunque; ed il nuovo Ep in casa Angelripper, questo "1982", non è da meno. Nulla di nuovo, trattandosi di brani ri-registrati dello storico Ep, rilasciato per l'appunto in quel lontanissimo 1982, anno in cui i Nostri iniziavano a muovere i primi passi verso quella formula sporca, grezza, arrugginita e cadaverica che noi tutti conosciamo. Pezzi, dunque, che strizzano l'occhio a quel passato glorioso e quasi leggendario, ma che di fatto offrono un riempitivo in attesa del nuovo disco, dato che son passati ormai quattro anni da "Genesis XIX". In generale non c'è altro da aggiungere, se non una doppia visione di questo "1982": per gli amanti die hard sarà sicuramente un bel tuffo nel passato, per tutti gli altri un qualcosa da ascolto singolo prima del nuovo album, che si spera possa arrivare presto. In entrambi i casi l'EP dimostra quanto detto all'inizio e nel titolo: i Sodom sono una garanzia ed una band che con oltre quarant'anni di carriera è ancora in forma smagliante.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Ottobre, 2023
Ultimo aggiornamento: 23 Ottobre, 2023
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L'eleganza o ce l'hai o non ce l'hai, non è qualcosa che si acquisisce o si impara: o ci nasci oppure puoi soltanto sperare di avvicinarti a questa qualità. Probabilmente è con questa introduzione un po' filosofica che si potrebbe descrivere questo fenomenale "A Dialogue with the Eeriest Sublime", secondo album del trio italiano Vertebra Atlantis, band capitanata dal milanese Gabriele Gramaglia, il cui nome è già figurato più volte sui nostri portali soprattutto in merito alla sua one-man-band Cosmic Putrefaction, a detta di chi vi scrive tra le più grandi rivelazioni della scena Death Metal mondiale. Ebbene, i Vertebra Atlantis, che esaminammo già nel 2021 con l'uscita del disco d'esordio non sono da meno: come si diceva all'inizio, l'eleganza fatta musica, frutto di un maniacale lavoro compositivo al limite dell'umano in cui nessun minuscolo dettaglio è lasciato al caso. Il risultato è dunque qualcosa che potremmo definire la quintessenza della perfezione, se con questo termine intendiamo un lavoro artistico nel quale l'estro visionario e pionieristico ed il talento si fondono insieme. È estremamente difficile dirvi cosa andrete ad ascoltare una volta premuto il tasto "play", semplicemente perché le coordinate stilistiche si muovono in un filone così contorto ed eterogeneo che a prima vista potrebbe sembrare quasi dispersivo; ma minuto dopo minuto ci si rende conto come G.G. e soci abbiano perfettamente bene in mente dove vogliono andare a parare. La base, come nel precedente disco, fa capo a gente del calibro di Immolation, Dead Congregation, Portal, Demilich e Blood Incantation, ma questa volta i Vertebra Atlantis hanno osato ancora di più, richiamando nel calderone una più spiccata nota melodica ed orchestrale - molto vicina ai Cosmic Putrefaction, nemmeno a dirlo - che rende l'album molto più oscuro, sognate ed etereo. In una parola: elegante. Ed è proprio questo il termine che ci sentiamo maggiormente di utilizzare nel descrivervi tale opera, perché se da un lato la ferocia della voce di Mr. Gramaglia si fonde con un riffing contorto e e crudo, dall'altro tutta la melodia e la composizione si distende come l'acqua che si perde all'orizzonte, permettendovi di entrare in un vero e proprio viaggio dantesco; ed ogni volta che vi capiterà di pensare "ne voglio di più", ecco che le tracce vi accontentano contorcendosi costantemente in un gioco di chiaroscuri infinito. La bellezza di "A Dialogue with the Eeriest Sublime" è esattamente la capacità di saper rinascere ascolto dopo ascolto e di invogliare ad un nuovo viaggio per poterne cogliere ogni singola sfaccettatura. Arpeggi sognanti, parti di assolo che strizzano l'occhio al Prog anni '70, passaggi futuristici ma mai fini a se stessi o autoreferenziali: lo studio viscerale della musica offerto in chiave Metal ma non per questo sterile od una semplice dimostrazione di capacità compositiva da parte del trio. Se davvero il mondo funzionasse per meriti, signori, qui saremmo di fronte alla totale consacrazione di uno degli artisti migliori del nostro tempo. Scontato dire che i Vertebra Atlantis andranno diretti a giocarsi il titolo di "album dell'anno". Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Ottobre, 2023
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2023
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Tornano dopo cinque anni di assenza i modenesi The Modern Age Slavery, nome importante italiano nella scena Metal europea, soprattutto per la proposta estremamente moderna che unisce il Deathcore con una ferocissima componente Death Metal, il tutto condito da orchestrazioni elettroniche che molto si avvicinano alle colonne sonore dei moderni sparatutto, Doom in primis. Ebbene, i Nostri hanno deciso ancora una volta di rinnovarsi, questa volta prendendo maggiormente in considerazione la componente Death - in primis Fleshgod Apocalypse - e quella Blackened che potrebbe ricordare i Behemoth: il risultato è "1901: The First Mother", l'album che forse più di tutti ci presenta la band nella sua forma più smagliante, con un costante saliscendi di elementi che danno vita ad un disco di pregevolissima fattura. Adrenalina e velocità sono probabilmente i due elementi che maggiormente danno vita ai quasi 40 minuti dell'intero lotto di tracce, con un'attenzione sempre presente alle orchestrazioni che si stagliano e di botto si interrompono lasciando spazio a parti super cadenzate da spaccare il collo. Una modernità di sound che non disprezziamo affatto, soprattutto perché non risulta finta e confezionata in larga scala; tradotto: il quintetto ci mette sempre del suo non sfociando mai nel citazionismo fine a se stesso o comunque in stilemi troppo noti. Al contrario la band sa muoversi con degli elementi certamente conosciuti ma non per questo abusati. Insomma, siamo di fronte ad un'opera granitica senza cadute di stile e che ci presenta un gruppo fresco ed in salute. Ottima infine la scelta di non sforare troppo con la durata delle tracce, che probabilmente in un contesto simile sarebbe potuto risultare di difficile digestione.

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