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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    06 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2022
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Tornano (e finalmente, direi) i Mortuary Drape, una band storica, uno dei pilastri dell’arte estrema, che ha messo le basi per quella che sarebbe poi diventata la scena underground italiana e non solo. Dopo un bel DVD ad immortalare lo spettacolo celebrativo per i trent’anni di carriera ed una manciata di altri lavori in studio, era ormai tempo di album nuovo, il che non significa solo full-length: infatti i torinesi ci propongono un EP, un mini-disco che è un condensato di tutto ciò che la band ha saputo regalarci nel corso della carriera, più un piccolo extra veramente ben accetto!
Partiamo lentamente, una nota per volta, senza fretta e senza rabbia con “In A Candle Flame” che si prende il suo tempo, una intro apripista per un brano atmosferico, Black Metal sì maligno, ma pregno di Doom, con ritmo lento e ritmato e tanto di assolo da applausi. Il singolo “All In One Night”, accelera leggermente, creando una buona dose di potenza sonora, sostenuta da una bella doppia cassa che spicca nel comparto ritmico. Anche qui è l’assolo che mi colpisce oltre ai mid-tempo, ma è nel terzo brano, ovvero la sorpresina, la ciliegina sulla torta che rende tutto davvero succulento, la cover di “Nightmare Be Thy Name” dei leggendari, inarrivabili, divini Mercyful Fate! Certo, la mancanza di King Diamond si fa sentire, del resto è un’impresa a dir poco ardua quella di reggere il confronto con un titano del metallo oscuro, ma l’intento ossequioso dei nostri, è più che chiaro e lampante. Ritmo da Rock’n Roll per “Circle Zero”, torniamo a martellare ma senza mai sforare in velocità insostenibili, ma anzi con una melodia sostenuta che permette di creare mondi sonori articolati. Bellissimo anche in questo caso il comparto ritmico che riesce sempre a farsi notare e la strofa recitata sul finale, conferisce quel tocco macabro, che arriva anche senza leggere il testo. Chiudiamo il cerchio con “Where Everything Falls”, brano dall’animo oscuro fin dalle prime note. L’atmosfera orrorifica la fa da padrone anche quando il pezzo entra nel vivo ed il ritmo diventa più sostenuto, ma senza mai cadere nella furia cieca.
In ultima analisi si tratta di un disco che non deluderà i fan e chi cerca un Metal pesante, ma non estremo all’inverosimile, che mescoli le sonorità più legate al Metal classico e al Doom, ad un Black Metal cattivo e potente, ma smorzato in termini di ascoltabilità, cosa che lo rende sicuramente più accessibile e gradevole. Da ascoltare assolutamente!

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Opinione inserita da Anthony Weird    06 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2022
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Primo album completo per i bielorussi Khandra, parola che in lingua madre significa “malinconia”. Sette pezzi di un Black Metal ipnotico e ridondante, che tanto deve a band come i Mgła. Entriamo a poco a poco nel mondo oscuro di cui ci narrano i Nostri; ”Mute moleben” è un'intro calma fatta di rumori orrorifici che precedono il riffing dissonante e cacofonico di “Irrigating Lethal Acres with Blood”, in cui tutto trasuda disagio e rabbia, grazie anche ad una pseudo melodia che perfora i timpani. Buona la parte ritmica anche se la produzione non colpisce immediatamente e non sembra essere tra le migliori, tuttavia il brano scorre e si lascia ascoltare con un piacere amarognolo, quasi acre, anche grazie a sapienti rallentamenti che trasformano il tutto in una marcia pesante ed inesorabile. “Nothing but Immortality for Aye” rende interessante l’intero album: un brano riuscitissimo sin dalle prime note. Si percepisce la complessità e la capacità di imprimere nella musica i propri sentimenti, i propri demoni e trasmetterli all’ascoltatore. Tornano i ritmi lenti e tutto pare placarsi con l’inizio di “In Harvest Against the Sun”, che nasconde e tende a reprimere la propria rabbia e la propria aggressività. Si tratta di una canzone che si prende il suo tempo, che chiede di decollare solo nel momento in cui la pista è pronta. Non mancano passaggi più legati al Thrash Metal e nel complesso il pezzo è piacevole, ma devo dire che le note di interesse si fermano a qualche bel riff di chitarra. La voce in questa fase pare sconclusionata e tende ad appiattire il tutto in un brodetto un po’ allungato, che non è male, ma non risulta gustoso. La volontà di allungare la strofa la rende piatta e si percepisce il momento in cui si ha il bisogno di andare avanti. La cosa si ripete fin troppo con “With the Blessing of Starless Night”, in cui, mi dispiace dirlo, l’unica cosa degna di nota è qualche buon passaggio di chitarra ed in generale una buona composizione, ma niente di eclatante. “Thanatos”, il brano più lungo dell’album, è notevole: una base fittissima di doppia cassa e una parte vocale che questa volta colpisce e si fa notare come parte fondamentale del brano. Un pezzo evocativo, potente, maestoso in tutta la sua durata e che non cala mai di tono, anzi, è un buon crescendo di tensione, divenendo memorabile. Arriviamo quindi all’ultima traccia, che dà il titolo all’intero album: subito mi colpisce lo splendido riff, la canzone parte alla grande, subito coinvolgente e piacevole. Sicuramente il brano migliore di tutto l’album, il più ispirato. Un vortice malsano di Black Metal melodico che trascina in una spirale di disagio e violenza, con una tecnica e maestria eccellenti. Se tutto l’album avesse avuto questo livello di accuratezza, sarebbe stata un’ottima scoperta! Purtroppo così non è stato, ma siamo soltanto al primo lavoro sulla lunga distanza, quindi i Khandra sono senza dubbio una band da tenere d’occhio per i prossimi lavori, in quanto hanno appena dimostrato di avere le capacità che servono per andare avanti. Devono solo trovare il modo migliore, per metterle in pratica!

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Opinione inserita da Anthony Weird    02 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Gennaio, 2022
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Come si fa a sopperire alla impossibilità di fare dei concerti dal vivo per portare in uno spettacolo itinerante il nuovo album ed allo stesso tempo non deludere i fan, sempre affamati dei nuovi lavori della band? Semplice, si gira un concerto a porte chiuse, trasmettendolo in streaming, per poi farlo uscire in Blue-ray/DVD e persino al cinema! “Omega Alive” è infatti uno spettacolo unico, in cui gli Epica mettono in scena tutto lo spettacolo e la maestria di cui sono capaci. Cobra giganti sputafuoco ai lati del palco e con l'intro “Alpha – Anteludium” parte la prima sezione dell’evento chiamata “Act I Overtura”, che comprende “Abyss Of Time – Countdown To Singularity”, “The Skeleton Key” e “Unchain Utopia”. I capitoli in cui si suddivide lo spettacolo sono separati - o per meglio dire “annunciati” - da dei brevi filmati introduttivi in cui Simone Simons è la protagonista. Il primo singolo estratto da “Omega”, quindi, non tarda a mostrare la sua spettacolarità, quando vediamo i musicisti entrare in scena accompagnati da due ballerini con tanto di fuochi pirotecnici. Il palco è su due livelli, perfetto per creare performance visive che accompagnino la musica nello show. Grande spettacolo che crea arte racchiudendo musica dal vivo, danza e composizioni di luci e fuoco ad alto impatto quindi, ma il vero pezzo forte di questo primo atto è l’inquietantissimo coro di bambini, tutti rigorosamente presenti sullo stage, richiesto da “The Skeleton Key”. Tutti bravissimi, ordinati e con delle voci tanto simili alla versione su disco, seppure stessero cantando dal vivo. Ci allontaniamo momentaneamente da "Omega", con “Unchain Utopia”, amatissimo singolo della band, tratto dall’album “The Quantum Enigma”, primo capitolo della trilogia chiusa con lo stesso "Omega". Nuovo filmato introduttivo e i costumi di scena cambiano per l’inizio di “Magnituda”, il secondo atto. Qui non ci sono brani tratti da "Omega", ma si tratta di tre pezzi degli album precedenti, ovvero “The Obsessive Devotion” da “The Divine Conspiracy”, “In All Conscience” da “The Holographic Principle”, ma soprattutto una splendida versione di “Victim Of Contingency” da “The Quantum Enigma”, rappresentata sotto una fittissima pioggia direttamente sul palco allagato, che va a sottolineare (come se ce ne fosse bisogno) la bellezza immensa di Simone Simons, che coi capelli bagnati, toglie letteralmente il respiro. Dopo un nuovo filmato introduttivo, “Elysia” è il terzo atto, in cui trovano spazio “Kingdom Of Heaven” e la terza parte del monumentale atto tipico degli olandesi, presente questa volta su "Omega", ovvero “The Antediluvian Universe – Kingdom Of Heaven Pt.III”. Un pianoforte infuocato, stage totalmente diverso e strumenti interscambiati tra i musicisti, per dare dimostrazione di una grande maestria e competenza. “Gravita” è il penultimo atto del live, in cui vediamo Simone in una camera buia con nebbia e luci focalizzate sul suo viso, circondata da un coro (questa volta di adulti), in cui canterà una versione a cappella di “Rivers”, la ballad già amatissima dai fan, presente in "Omega". Poi, dopo un sorprendente assolo mozzafiato di Isaac, si lascia spazio unicamente al pianoforte con cui Coen e Simone, interpretano “Once Upon A Nightmare” in acustico. Ulteriore filmato con Simone protagonista e arriviamo così all’ultimo atto, chiamato “Alpha & Omega” e si riprende in pompa magna a battere sui bassi di “Freedom – The Wolves Within”, con tanto di ballerine stupende, che alternano una danza moderna a momenti di head banging, ma il vero pezzo forte della sezione è “Cry For The Moon”, in cui compaiono a schermo vecchi video della storia della band dal 2002 ad oggi (gli Epica compiranno 20 anni proprio nel 2022) e vediamo Simone che ringrazia i fan per tutto il sopporto nell’intermezzo musicale. Il tutto poi si conclude con “Omega – Sovereign Of The Sun Spheres”, in cui il palco si riempie di tutti i vari artisti e figuranti che hanno accompagnato gli Epica in questo lavoro pazzesco e tutto lo show si mostra in contemporanea con ballerini, acrobati, cantanti e tutti i musicisti che sono intervenuti. Per concludere, “Omega Alive” non è soltanto un concerto in streaming e home video, ma si tratta di una esperienza totale, completa, che non può non appagare i fan di vecchia data, ma anche chi non conosce la band e si trova a visionare un loro lavoro per la prima volta. Artisti ispiratissimi, performance eccezionali rigorosamente dal vivo e uno spettacolo visivo che raramente si è visto a tali livelli. Per me, un lavoro essenziale ed imprescindibile!

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Opinione inserita da Anthony Weird    21 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2021
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I Keiser vengono dalla Norvegia con il loro Black Metal titanico e granitico. Tuttavia non sono la solita band tanto legata alla tradizione scandinava: niente corpse paint né nomi di battaglia, i Keiser mescolano sapientemente il loro Black con una buona dose di Thrash Metal, sulla scia di band come 1349 e Inquisition, pur senza il tipico sound cantilenante. Già da “Prelude to War”, un'intro rumorosa che sembra un live infernale, la band punta a far tremare il petto, tanto che “Scourge of the Wicked” parte a raffica con una potenza devastante, una corsa ad occhi chiusi contro un muro di cemento armato, da cui usciamo devastati. Riffing superbo e mai banale che ricorda i nostri Fleshgod Apocalypse, con una scrittura dei pezzi matura che può poggiare su una base elaborata, mai statica, che si muove dunque in continuazione provocando scossoni alla terra come la placca tettonica su cui poggia un’intera nazione! Sono immediatamente piacevolmente colpito da una proposta così ricca e varia, portata avanti da un gruppo di ragazzi che sono solo al loro secondo album e che scelgono di non adagiarsi sulle loro origini e sul genere, come fanno in tanti, ma che anzi, rivedono, rinvigoriscono ed evolvono un Black Metal che spesso è fin troppo simile a se stesso, peccando in individualità. “Cannons of War” fa esplodere la loro vena più legata al Thrash Metal di stampo europeo. Le contaminazioni di Kreator e Sodom sono palesi e mai negate dalla band, che anzi, se ne fregia. I blast beat metallici e sferraglianti tornano subito dopo con “When Fire Rides the Night Sky”, un pezzo feroce ma controllato, il classico caos calmo che mette ogni tassello al posto giusto, per dare vita ad un qualcosa di assolutamente fantastico. Vortici di Black infernale, con la potenza e la ferocia scatenata da un Thrash tecnico, brutale, con pezzi fitti come filo spinato. I Keiser non le mandano a dire e giocano con le tastiere come in “Shroud” - con il suo riff che sale sempre di più fino a raggiungere vette orgasmiche - e persino con gli inserti acustici come in “The Fog”, ma non fatevi ingannare, quest’album è un continuo frullatore, una macina industriale complessa e implacabile, che si concede mezzo secondo di rallentamento, unicamente per arricchire la sua spietata mattanza. “Eternal Onslaught” e “Our Wretched Demise” poi, chiudono il cerchio con i due brani più lunghi dell’album. La penultima traccia è una trottola impazzita che semina distruzione sul suo cammino, per poi divenire una trivella che apre letteralmente un solco nelle nostre orecchie. Controllata e mirata, non spreca un secondo in violenza fine a se stessa, ma anzi, anche in questa fase la band da prova della loro enorme maestria, capaci di passare da corse in sedicesimi affilatissimi ad un metronomo più “calmo”, che dai peso e potenza ad un corpo lungo e pesante come un enorme serpente. “Our Wretched Demise” invece si prende il suo tempo, si tratta di un brano che supera i dieci minuti e che, nonostante il terrore e la forza che emana, non ha nessuna fretta. Per concludere, i Keiser hanno dimostrato una notevole capacità, sia tecnica che artistica, conoscono i loro strumenti, le loro abilità e sanno dove questo possa condurli, “Our Wretched Demise” entra a pieno titolo tra gli album migliori che io abbia ascoltato di recente ed è entrato a pieno titolo, nella mia personale playlist!

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Opinione inserita da Anthony Weird    21 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2021
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Graditissimo ritorno sulle scene quello della band piemontese Lilyum, che dopo lo scioglimento nel 2018 è diventata, nel 2021, un duo e dà alla luce questo lavoro pesante e maligno dal titolo “Circle Of Ashes”. Sette brani oscuri e pregni di marcescenza che trasmettono terrore già dalla copertina, con la curiosità di spiare in quella finestra e il terrore di cosa potremmo trovarci.
Black Metal sporco, low-fi (il che è un bene) già dalla prima traccia “Exilia”, con un bel ritmo sostenuto ed una fase recitata con una voce malefica che mette veramente i brividi. Ma non si ferma qui, infatti lo stile norvegese che richiama molto gli anni novanta e primi duemila, ruvido, grezzo, con armonie in gocce, dosate come morfina e mid-tempo che innalzano la tensione e battono costantemente in doppia cassa sul pedale dell’ansia. “Howling Ruins Fall Silent” e “Burn The Page” sono due punti fermi dell’intero disco, impossibile non notarle e non lasciarsi prendere dalla ferocia inconcepibile di una vecchia scuola che ritrova nuova linfa in band del genere, che non dimenticano il percorso fatto e la strada da cui provengono, in nome di una produzione immacolata e sempre più plasticosa, che cancella come un panno intriso di candeggina, tutte le impurità di un genere marcio e malato per antonomasia.
I Lilyum sono tornati con un grande lavoro quindi, e se qualcuno avesse dei dubbi, ascoltasse le note di “Titanomachy Revived” e soprattutto di “Throught Vaults Of Wounded Light”, un vero manifesto di rabbia e disperazione malefica e vendicativa, o quel monolite che è il pezzo che dà il titolo all’album “Circle Of Ashes”. Una band da riscoprire e tenere sempre in considerazione, soprattutto per gli appassionati.

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Opinione inserita da Anthony Weird    23 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2021
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Dopo il controverso e discusso “Cryptoriana - The Seductiveness of Decay”, tornano i Cradle of Filth, la storica band capeggiata da Dani Filth, che tanto divide e fa discutere gli appassionati ma che, tuttavia, volenti o nolenti, bisogna ammettere abbia fatto la storia ed ispirato milioni di artisti nel corso degli anni. “Existence Is Futile” è il nuovo lavoro in studio che si presenta già in pompa magna con una copertina eccezionale, ispirata a “Il giardino delle delizie terrene” di Bosch. Dodici brani più un paio di bonus, per un totale di circa 54 minuti di musica, che rendono questo album praticamente un monolito nella carriera degli inglesi.
“The Fate of the World on Our Shoulders” apre le danze, un'intro sinfonica che ci prepara a quello che sta per succedere. Inquietudine subdola e strisciante, ma che tuttavia non cela la sua presenza e mette subito in chiaro l’atmosfera che ci avvolgerà a breve, come quando appena scatta “Existential Terror” e veniamo immediatamente avvolti da cori e melodie, per poi sfociare nella voce malefica di Dani Filth. Vengo immediatamente assalito da un senso di oscurità e depressione, una malinconia mista al classico ardore scatenato a cui i Cradle ci hanno sempre abituati, ma che in questo caso risulta smorzato. “Necromantic Fantasies” ci ricorda che sono pur sempre i Cradle of Filth e che quindi qui la perversione e la malattia non mancano. Infatti il singolo estratto da “Existence Is Futile”, è un pieno manifesto della sonorità dell’intero album, ma non solo: dell’intera storia della band. Numerosi sono i richiami ai lavori precedenti infatti, da “Her Ghost in the Fog” a “Midian”, la band non tralascia minimamente i suoi trascorsi e omaggia la sua stessa storia, arricchendola dello stato d’animo del 2021, in cui non sono certo mancati i motivi di ansia e depressione! “Crawling King Chaos” invece, parte in pieno stile Black Metal svedese, arricchito (?) da sinfonie e vocalizzi femminili, che accompagnano, ma non frenano, la corsa in palm mute di tutto il brano. Meravigliosi blast beat deliziano la tromba di Eustachio insieme alla parti più squisitamente sinfoniche che fanno da accattivante e monumentale ritornello. “Here Comes A Candle… (Infernal Lullaby)” è un interludio che separa la prima parte dell’album dal resto. Lievi e calde note di pianoforte e altri strumenti classici, per una pausa forse un po’ precoce, ma gradita. La calma viene spazzata via in un lampo con la furiosa intro di “Black Smoke Curling from the Lips of War”, forse il brano più classico dell’album, che rende fede a ciò a cui la band ci ha abituato. Un feroce dialogo a due voci che alterna lo scream acido alla soave (ma cattiva!) voce femminile che accompagna, alterna e spesso colora l’intero brano. Notevole è il lavoro delle chitarre in questa sezione, ma come in tutto l’album a dire il vero. Assoli melodici e fraseggi spettacolari per “Discourse Between a Man and His Soul”. Un pezzo che rasenta la ballad e fa della melodia oscura il suo punto di forza. Non mancano le sfuriate e la violenza, ma è l’introspezione che regna. Ancora una conferma per questo lavoro che si discosta e se vogliamo, evolve l’impronta dei Cradle of Filth, senza tradire il loro stile e ciò che i fans amano, ma che aggiunge quel tocco di malinconia ad uno stile caotico e pieno di rabbia furiosa. La voce femminile, fredda e solenne, ci accoglie in “The Dying of the Embers”, atmosferico brano incredibilmente evocativo, che forse lascerà un attimo increduli davanti ad un lavoro così simile eppure così rinnovato, nella scrittura, negli elementi e nello stile, tanto da sembrare (e magari lo è) una nuova era per la band, una evoluzione totale che porta una grande consapevolezza che, abbinata ad una maestria che poche bands riescono ad eguagliare, non può fare altro che sfornare un album che a mio avviso è già un piccolo, grande cult. “Ashen Mortality” è il secondo, fatato intermezzo, che trasuda fantasy da tutti i pori e che ci rilassa per poco più di un minuto, prima dell’incredibile “How Many Tears to Nurture a Rose?” che è il pezzo più convincente e che più mi ha entusiasmato fino ad ora. Un riff coinvolgente, che fa venire voglia di pogare, di sbattere la testa e che anche chiudendo gli occhi, trasmette sensazioni introspettive, perfettamente amalgamate alla violenza di un vero frullatore da mosh, potente, evocativo, in una parola: splendido! Proseguiamo con “Suffer Our Dominion”, in cui la voce narrante, è quella di Doug Bradley, ovvero l’attore che interpreta Pinhead, nella serie horror “Hellriser”, che ha dato il suo particolare contributo a questo album, arricchendolo di questa chicca interessante per gli appassionati. Ma “Suffer Our Dominion” non è solo questo. Si tratta di un brano assolutamente fantastico, un capolavoro di chitarra Metal in cui ancora una volta la band mette i puntini sulle i e non si lascia intimorire dalle possibili male lingue e sforna pezzi enormi uno dietro l’altro, come “Us, Dark, Invincible”, in cui il riff è arricchito da violini che prendono il sopravvento e diventano parte integrante di tutto il comparto lead. Un brano che gira su un blanding morbido e costante, che ci accompagna anche nei rallentamenti e nell’outro e che trasuda inquietudine, soprattutto nel momento in un cui un tappeto di synth si unisce al pianoforte e il tutto si spegne, per lasciare spazio all’intro ambient della prima traccia bonus, la sinfonica “Sisters of the Mist”, che è inoltre il pezzo più lungo dell’intero album. Una canzone veloce, fatta di riff brevi e rullante martellante, spesso interrotta da una voce narrante nasale e distonica (sempre Doug Bradley), di cui i Cradle hanno spesso abusato nei loro lavori precedenti, infatti “Sisters of the Mist”, tanto deve al già sopracitato “Midian”. Notevole è poi la cerimonia fatti di archi, fiati e altri strumenti orchestrali sul finale, che si innalzano e sfociano in un assolo da brividi. Davvero la band ha dato più volte prova di essersi superata con questo lavoro, ogni brano è ispirato e ben strutturato, ben scritto, con una produzione ottima (forse fin troppo) e nessun dettaglio è stata tralasciato, così come nell’ultimo pezzo che conclude questo lungo viaggio in “Existence Is Futile”, ovvero la seconda traccia bonus “Unleash the Hellion” che, se vogliamo, rende ancora più complesso un album maturo, forte, coraggioso e stupendo. Se di primo acchito i fans di vecchia data potrebbero restare spiazzati, con il proseguimento dell’ascolto invece, resteranno sicuramente affascinati e appagati da questo lavoro che è assolutamente un grandissimo album, destinato a far parlare ancora per molto tempo gli amanti del Metal. I Cradle of Filth, dopo un paio di lavori leggermente sottotono, hanno ritrovato una rinata linfa vitale, aggiungendo un’altra incredibile arma al proprio arsenale, l’ennesima prova per una band che ormai non ha più nulla da dimostrare, ma che anzi è già da un paio di decenni tra quelli che dettano le regole di come si fa del buon Metal. Se avete da ridire anche su “Existence Is Futile”, allora dovete davvero spiegarmi cosa cercate nel panorama Black estremo.

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Opinione inserita da Anthony Weird    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 2021
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Solenne, maestoso, ipnotico, non trovo altre parole per definire “The Shadowthrone”. I Satyricon avevano già dato prova di grande maestria quando nel 1993 pubblicarono “Dark Medieval Times”, che è diventato col tempo una pietra miliare, qualcosa da cui rubare ed ispirarsi per creare le proprie opere (non solo musicali). La nuova edizione del secondo grande album della band viene riproposta oggi non semplicemente con un remastering, come spesso siamo abituati, ma con una riedizione totale di tutto l’album, copertina compresa. I brani sono stati tutti ripresi e rielaborati uno ad uno, per garantire il massimo risultato voluto dalla band. La copertina è un’opera del pittore norvegese Harald Sohlberg dal titolo “Natteglød” - ovvero “Bagliore Notturno” - ,creata nel 1893 e devo dire che difficilmente avrebbero potuto scegliere un’immagine migliore per “The Shadowthrone”. Un album inesorabile, in cui le parti più sporche e rabbiose si alternano a momenti solenni e lenti, che danno l’impressione di essere braccati, senza via d’uscita, non serve correre perché tanto non puoi scappare. Conosciamo tutti “Hvite Krists Død”, ma devo dire che in questa versione è molto più efficace, anche se la miglior produzione, secondo me, va a smorzare l’effetto di “ombra aleggiante” sulle nostre teste, che ho sempre amato nel Black Metal più atmosferico e sinfonico.
Diciamoci la verità, “The Shadowthrone” fu quasi totalmente eclissato da quel “Nemesis Divina” tanto ingombrante nella storia dei Satyricon (non sogghignate pensando al video di “Mother North” che vi vedo!). Questo secondo lavoro senza dubbio non può che mettere dei paletti specifici, dimostrando che il Black Metal non è solo riff circolari e voci caotiche, che c’è molto di più, c’è storia, c’è cultura, c’è la voglia di uscire da una cristianità che ha da secoli oppresso e distrutto le religioni scandinave. Tutto questo i Satyricon - e tutta la scena Black - lo avevano denunciato attraverso la loro musica e i loro (sì, ok, discutibili) atti durante gli anni ’90, quindi sentir risuonare oggi - circa trent’anni dopo - “The Shadowthrone” nel buio della mia camera, con una nuova linfa, una nuova forza, sempre più orgoglioso dei suoi natali vichinghi, non può che essere come benzina sul fuoco della fiamma nera.
Non sono un grande amante delle riedizioni/ristampe, ma se questo può servire a ridare speranza, ridare forza al mondo Black Metal, allora questa nuova vita di “The Shadowthrone” vale tanto oro quanto ne pesa ogni singola copia. Da avere.

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Opinione inserita da Anthony Weird    20 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 2021
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Ah i vecchi tempi, quando non c’erano sperimentazioni e contaminazioni, ma solo il freddo filo tagliente di una spada vichinga, innalzata in un bosco notturno, da qualche parte in Scandinavia!
Oggi, a 27 anni di distanza dall’esordio dei Satyricon, tornano in versione rimasterizzata, con nuove edizioni e nuovi booklet, sia “Dark Medieval Times”, che “The Shadowthrone”, due pietre miliari che i buoni (si fa per dire) Satyr e Frost, hanno saputo piantare con i loro primi due lavori sulla lunga distanza. Veste grafica, sì, nuovo mixaggio e post-produzione, ok, ma il lerciume, l’oscurità e persino quel senso di orrore che ci attornia quando mettiamo su un album del genere è sempre lo stesso. Sale forte la nostalgia degli anni ’90, quando da ragazzino mi lasciavo cullare dalle atroci e spaventose note delle tastiere ipnotiche, assolutamente sormontate dalla potenza e dal caos black metal, di “Walk the Path of Sorrow”, che già dalle prime battute mette in chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco che parla sì delle battaglie e del coraggio di cavalieri neri, che come ombre di tolkieniana memoria setacciano le foreste in cerca del portatore dell’anello, ma che è un album che vuole porci dalla parte del Nazgul e farci assaggiare il male caotico, che non trova pace, che prova solo odio. Cosa ancora più evidente nella title-track “Dark Medieval Times” che, in questa nuova versione, appare ancora più tagliente, come un bisturi sapiente. L’esperienza e la maturazione nelle tecniche del male, ha permesso ai nostri di andare a distorcere dove serve, di ripulire dove è necessario… per tirare fuori tutto il potenziale di un brano simile. I fiati sono evocativi ed inquietanti, quelle cantilene ipnotiche non promettono nulla di buono… Ci troviamo in un tempo medievale, assolutamente oscuro!
Avevo stranamente dimenticato quanto quest’album fosse effettivamente melodico, oltre che violento. I Satyricon (insieme agli Emperor ed una manciata di altre band a dire il vero) furono capaci di lasciare il segno perché, a differenza di molti altri, non si abbandonarono completamente alla furia cieca, con la voglia di scioccare il più possibile, ma anzi dimostrarono che il black metal permette una immensa varietà espressiva, aggiungendo tastiere, fiati, chitarre acustiche, tutte perfettamente amalgamate e integrate nel contesto medievale e oscuro che si erano riproposti di dare e grazie a questo fecero scuola. Ad oggi sono innumerevoli le band che si ispirano a questo modo di suonare e di vivere il metal estremo, creando atmosfere uniche, che solo chi non ne è a conoscenza può non apprezzare.
Se all’epoca, potevano esserci nel disco quelli che oggi chiameremmo “errori” o “mancanze” nella produzione, vuoi per inesperienza (era il lavoro d’esordio), vuoi per impossibilità economica, vuoi per mille altri fattori, in questa versione rimasterizzata tutto ciò è andato perso, in quanto l’intero disco disco di una produzione moderna e accurata, senza la confusione di chitarre distorte fino all’inverosimile che ricordavano un alveare e senza quelle voci in lontananza, che però, io ho sempre amato. Infatti personalmente mi dispiaccio molto quando, in nome di una non meglio precisata modernità, i dischi con una produzione così particolare ed estrema vengono totalmente stravolti per avere un prodotto finale che non ha più nulla di originale. Attenzione, ora non aspettatevi la produzione di Lady Gaga, ma neanche degli Dark Funeral, siamo comunque in territori estremamente grezzi e caotici, tuttavia molto ripuliti e chiari rispetto al passato.
In conclusione è uno splendido lavoro, una seconda occasione per ogni fan del black, che si è lasciato sfuggire il disco originale, vi assicuro che una volta premuto play, vi accorgerete di aver tra le mani un piccolo gioiello nero, che vi ripagherà appieno dell’investimento.

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Opinione inserita da Anthony Weird    23 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio, 2021
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Sono poche le band che non solo riescono a mantenere una costanza nelle uscite, ma ancora meno quelle che riescono a tenere alto l’interesse verso la loro proposta, con intermezzi di EP e altre release tra un album e l’altro; cosa che hanno saputo fare benissimo gli Epica che, in questi cinque anni dall’ultimo album, ci hanno regalato quasi una dozzina di lavori tra EP e singoli inediti, e persino una versione di “Design Your Universe”, totalmente rimasterizzata. Arriviamo quindi al fatidico momento, finalmente l’ottavo full-length della band olandese, è arrivato. Cinque anni d’attesa sono lunghi (anche causa covid) ed in tutto questo tempo i fan, benché allietati dalle continue piccole delizie sfornate dalla band nel frattempo, si sono chiesti cosa dovessero aspettarsi da questo “Omega”, molti dei quali già terrorizzati dal titolo, che effettivamente suona come un punto d’arrivo, come se non ci fosse altro motivo per continuare. Fortunatamente, la a dir poco meravigliosa Simone Simons ha dichiarato più volte in alcune interviste che questo non è affatto l’ultimo album della loro carriera, ma che il titolo si riferisce alla “Teoria del Punto Omega”, cioè l’intersezione che passa tra la scienza e la spiritualità, che si uniscono a spirale verso un punto di congiunzione divina, chiamato appunto “Omega”. Basterebbe già questo per chiudere qui la recensione, buttare via qualsiasi dubbio ed acquistare a scatola chiusa il disco.
Comunque, chiuse le altre storie, “Omega” si compone di dodici tracce, più un EP con altri quattro brani, chiamato “Omegacoustic”. Come da tradizione per gli Epica, il disco si apre con una intro, in questo caso chiamata "Alpha – Anteludium", tenui note di pianoforte, accompagnate da archi, creano un’atmosfera piacevole, molto evocativa, una natura incontaminata e fatata si apre nella mia mente, come un paradiso terrestre popolato da elfi ed i crescenti cori sinfonici, creano castelli sulle nuvole e colori pastello, una gioia per gli occhi e per la mente. Immediatamente dopo, parte il riffing già inconfondibile di "Abyss of Time – Countdown to Singularity", il primo singolo estratto da “Omega”. Un brano in pieno stile Epica, pomposo, esplosivo, complesso, con un video enigmatico ed una perfetta potenza sonora, amplificata da una corsa in doppia cassa che accarezza l’anima. Non mancano aperture ariose e l’accompagnamento di cori che danno quel tocco di mistico e macabro al tutto. Le voci si alternano e si intrecciano dal growl cupo e minaccioso di Mark Jansen e alla voce angelica con numerose note liriche di Simone, ci troviamo a correre lungo una corda intrecciata, fatta di oro, luce solare e meraviglia.
Il tutto cambia e si trasforma con "The Skeleton Key", atmosfere lugubri e pesanti che non ti aspetti, per un brano che apre con un pianoforte inquietante che subito viene affiancato dalle sinfonie occulte ed il growl la fa da padrone. La voce femminile sublime e delicata scrive una vera e propria fiaba nera in musica. La luce che fino a poco fa ci aveva attraversato ed accarezzato, pare svanita per lasciarci all’abbraccio gelido, seppur melodico, delle tenebre di una soffitta vuota, di un labirinto abbandonato, dove incontrare creature enigmatiche e dalle dubbie intenzioni, che cercano di circuire la nostra mente. I cori con le voci dei bambini, sono un tocco davvero inquietante, che non mi sarei aspettato. Ma un assolo splendido, seppur un po’ corto, svia ogni dubbio e torno a godermi questa storia dell’orrore gotico.
La sinfonia è la chiave intorno a cui tutto ruota in "Seal of Solomon", in cui tornano le scale arabe da sempre tanto care alla band e l’intero brano è una continua esplosione di melodia e sinfonia, come una immensa e sincerissima preghiera dedicata a divinità ignote e dubbie. Anche qui la voce principale è quella di Mark, che si appoggia alle note alte di Simone per esplodere nella potenza compositiva di una sinfonia che riesce ad inquietare e caricare, mantenendo un’atmosfera che sa di medio oriente e misteri celati da secoli, tra le sabbie custodi di tempi lontani e indicibili, che tanto hanno affascinato scrittori ed artisti, come il grande maestro H.P.Lovecraft. L’esplosione che più colpisce nel segno tuttavia, è anche qui la corsa in solitaria della chitarra di Isaac Delahaye, che si incastra perfettamente nel flusso compositivo ed è praticamente la ciliegina sulla torta.
"Gaia" smorza un po’ la tensione che si era venuta a creare con i brani precedenti. La splendida intro sinfonica con un fitto tappeto di doppia cassa, fa da apri porte per un pezzo orecchiabile e solare, che non disdegna la potenza sonora, ma che sacrifica le atmosfere più cupe, a favore di un ritornello più orecchiabile e leggero. Non abbiamo il classico intreccio di voci growl-clean, ma la parte vocale di “Gaia”, è lasciata quasi totalmente a Simone, tranne che per il bridge in cui inciampiamo nel sottobosco cupo e grezzo del growl. Anche qui è la parte sinfonica ad essere in maggior rilevanza, dando l’idea di un brano 'pieno' e pregno, di elementi, come un piatto complesso e per niente semplice che all’assaggio, crea esplosioni di sapori indistinti e paradisiaci sul palato. “Non so cosa c’hai messo, ma ne voglio ancora!”.
Gli animi si placano e le atmosfere lugubri ed orientali si affacciano subito nell’intro di "Code of Life". Torna il senso di inquietudine e l’idea di “non essere al sicuro”, torna a lampeggiare come una spia che segnala un pericolo. Chitarre squisitamente “metal”, ci portano nel vivo della canzone. Melodie complesse ed inquietanti si incontrano e scontrano con un sound angelico, evocativo, una pinza palese all’intro iniziale, ci troviamo nel salone del castello visto in precedenza, davanti a noi un giardino dell’Eden colmo di pericoli e sotto di noi una nuvola a sostenerci e l’immensità del cielo. Uno dei brani più belli dell’intero album, una meraviglia per l’anima. Il ritornello è una carezza, le orecchie squirtano in un orgasmo celebrale che attraversa tutto il corpo ed il resto, semplicemente svanisce.
Arriviamo al secondo singolo estratto, ovvero "Freedom – The Wolves Within", brano dal titolo importante che è diventato un “istant cult”, merito anche del videoclip in cui due lupi si fronteggiano. Un brano adatto ad essere un singolo per pubblicizzare un album in uscita, da cui si può immediatamente capire l’andazzo. Una boccata d’aria orecchiabile che ci prepara al pezzo più lungo e complesso dell’album, cioè "Kingdom of Heaven, Part 3 – The Antediluvian Universe", ben tredici minuti e venticinque secondi di concept, in pieno stile Epica. "Kingdom of Heaven”, è infatti una saga musicale che la band porta avanti attraverso i vari album, che si compone di sequel e prequel e che ogni brano, aggiunge un tassello alla storia. Suoni ambientali ci accolgono con un volume basso, sono quasi rassicuranti, anche se sappiamo che c’è molto altro sotto, cosa che si capisce benissimo dall’ingresso degli archi e dei fiati che anticipano gli strumenti più comunemente legati al metal. Una intro abbastanza lunga, che si prede tutto il tempo per richiamare alla mente le immagini solenni che ci hanno comunicato in precedenza. Si fa sul serio dopo la bella introduzione e le voci entrano in gioco dopo quasi quattro minuti di melodia solenne e sublime. Si tratta di un brano che racchiude diverse anime dentro di se, tutte perfettamente riconducibili e padroneggiate dalla band, da quella più melodica e facilmente approcciabile, a quella più squisitamente metal e aggressiva, fino al lato più classico, sinfonico e lirico della band, il tutto amalgamato alla perfezione in un processo songwriting complesso che richiede una grande consapevolezza, una grande maestria sia nella padronanza degli strumenti, che nelle scelte di pre e post-produzione. Un brano che si piazza di diritto accanto alle grandi classiche perle create dagli Epica in questi anni, come “Design Your Universe”, “Serenade of Self-Destruction” e “The Holographic Principle (A Profound Understanding of Reality)”, giusto per fare qualche nome. Gli assoli di chitarra e tastiere, sono un punto altissimo, dove il progressive si abbraccia al metal più prettamente “Heavy” e ancora una volta, tutto ciò, mi sembra solo una sublime manifestazione di grazia, competenza e maestria dei nostri, che ormai non hanno più niente da dimostrare a nessuno, ma che non riescono a non sfiorare il divino.
Dopo tanta pomposità e grandezza, l’album cala i toni e si placa con “Rivers”, l’unica ballad inserita nella tracklist, che è stata inoltre il terzo singolo estratto prima del lancio ufficiale e che ha fatto impazzire i fan della parte più lieve e malinconica degli Epica. Jingle delicato ed orecchiabile e ci abbandoniamo nelle acque di questi fiumi infiniti, cullati dalla voce dolcissima di Simone, che man mano ci accompagna in questo brano che non presenta particolari tecnicismi, ma che è capace di suscitare emozioni malinconiche e toccanti, principalmente nella seconda parte, quando il brano, come da tradizione, si apre e ci dona l’ampio respiro pregno di sensazioni forti e decadenti.
La calma tuttavia dura poco: ci ributtiamo nella mischia con un altro dei brani più di valore di questo ottavo lavoro in studio, cioè "Synergize – Manic Manifest". Riffing violento e veloce, che prende a piene mani dal thrash e dal power metal, per andare a comporre un brano tuttavia luminoso e scorrevole, che mantiene alta la tensione grazie anche ai continui mid-tempo che si alternano al blast beat a sostenere un growl furioso, al limite del death metal ed il tutto esplode in un assolo lungo e complesso che si arrampica e volteggia tra scale e riffing, prima del ritornello finale, che risulta essere la conclusione più naturale del brano, come se quasi chiamasse a sé, quell’epilogo.
Ci avviciniamo purtroppo all’ultimo step, le segrete del castello, con "Twilight Reverie – The Hypnagogic State", brano totalmente in linea con i grandi pezzi ascoltati fino ad ora, con delle fasi melodiche che non lascerebbero indifferenti neanche qualcuno che odi questo genere, perché sono di una tale freschezza, una tale bellezza, sono semplicemente aria fresca in un mare di banalità e schifezze, basta accendere la radio per rendersene conto. "Twilight Reverie – The Hypnagogic State", è un brano splendido, il giusto tassello che si incastra perfettamente in questo mosaico di bellezza sonora, perfettamente in linea con i pezzi precedenti, come “Code of Life” e "Kingdom of Heaven, Part 3 – The Antediluvian Universe".
Chiude il cerchio, anche qui, come da tradizione "Omega – Sovereign of the Sun Spheres", la traccia che dà il titolo a tutto l’album. Un pezzo che apre con fiati solenni da parata medievale, che subito definisce i canoni della musica sinfonica e spara in quarta per mettere le cose in chiaro: questo è un brano importante, è un pezzo che richiede attenzione e che ha tanto da dire. E’ chiara già da subito la complessità compositiva e lo sforzo che ha richiesto ai nostri. Ci troviamo di fronte ad una continua corsa senza sosta, saltellando sui continui groove ed i momenti più pesanti, che poi si dileguano in momenti ariosi in cui il brano si apre alla melodia, sempre supportata da cori di druidi misteriosi ed infatuati. "Omega – Sovereign of the Sun Spheres", racchiude un po’ tutti gli elementi ascoltati fino ad ora, tornano le scale intrecciate, gli assoli e il senso di inquietudine e claustrofobia che è capace di trasmettere solo una musica che sai che sta per aprirsi alla luce delle stelle e all’immensità del cosmo. Solennità sotto ogni punto di vista, il bridge torna a riempire il mio cuore di meraviglia e stupore, e l’epilogo dona alle mie estasiate trombe di Eustacchio, l’orgasmo uditivo finale.
Gli Epica quindi sono tornati e lo fanno alla stragrande. Si tratta di un album pazzesco, perfettamente al livello a cui la band ci ha abituati fino ad oggi e, forse, è a tratti anche un gradino superiore ai lavori precedenti. Se “The Holographic Principle” (pur nella sua genialità e complessità), è stato un album che ha diviso i fan, “Omega”, saprà mettere d’accordo chiunque ami la band, il genere ma senza dubbio, è un lavoro che non può non essere amato ed apprezzato da chiunque ami la musica stessa. Gli Epica sono tornati e si sono superati, ci hanno scosso con questo nuovo album, per ricordarci che questa è la vera essenza, il cuore della band, che sa rinnovarsi pur senza mai snaturare se stessa e deludere i fan, ma che anzi, trovate già da anni le armi perfette per se stessi, non fanno altro che affilarle e potenziarle, album dopo album. Amatelo.

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Opinione inserita da Anthony Weird    31 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 2021
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Ci sono poche realtà capaci di creare un progetto serio, costante, così complesso ed elaborato da divenire una piccola oasi, un’isoletta felice nell’enorme oceano di produzioni più o meno profonde, più o meno valide, ma che spesso si perdono in una immensità satura di un mercato che, anche nel metal, pretende sempre di più il suo spazio commerciale, lasciando all’arte le poche briciole, pregne del sudore e del sangue degli appassionati che amano certa arte. Ecco perché, gioisco sempre immensamente quando, come spesso sta accadendo negli ultimi tempi, mi trovo tra le mani un lavoro del genere, una one-man band proveniente dalla Sardegna, terra che sempre ci regala delle belle chicche estreme, che è arrivata al quinto full length, nell’arco degli ultimi dieci anni.
“Caurus” si riferisce al vento di maestrale, che travolge questo odierno Ulisse sballottandolo nel Mediterraneo, la cui storia e sentimenti vengono narrati in questo album che, pur non essendo ufficialmente un concept, ne ha tutte le caratteristiche, partendo da quelle “Memorie di un naufrago” divise in due parti ed a “Caurus”, che di parti arriva ad averne tre. Inutile dire, meravigliosi i testi, pregni di significato e riportati in musica con grande sentimento e capacità, così come la parte musicale, che, sì, forse sarà banale dirlo, ma “A prora”, ha un comparto strumentale a dir poco meraviglioso, con ogni strumento al suo posto, con una produzione perfetta ed accattivante. Saltano subito all’attenzione i singoli colpi di batteria, mai banali, mai scontati, con carrellate in blast beat che si alternano a momenti più tecnici al limite del groove. Il riffing è dinamico, vivo, energico come un mare in tempesta e la tensione crescente ci dona un album, davvero incredibile e stupendo. Resto incantato dall’accelerazione controllata di “S'enna e s'arca”, tanto da sembrare di stare ascoltando una collaborazione tra Septicflesh e Nightwish e non sto esagerando! Qui dentro c’è il meglio dell’una e dell’altra band, magistralmente dosato per essere unito agli ingredienti d’eccellenza della terra natia e all’amore per la letteratura ed i miti classici, per creare un lavoro che trasuda arte e meraviglia, grazie anche al black metal che permette di trasporre certi pensieri e certe sensazioni in musica. Una sapienza e un amore tale per questi argomenti, tanto da essere riportati nella musica che amiamo e trasformati in un black metal fresco, coinvolgente, che non annoia e riesce a catturare e farsi amare dalla prima nota. Siamo su una zattera alla deriva, su un mare ora selvaggio e implacabile, ora più tenue e permissivo, ma mai, mai abbassare la guardia, perché non c’è pace, quando sai che la furia più scatenarsi da un momento all’altro.
Mi piacerebbe continuare e descrivere filo e per segno ogni brano di questo “Caurus”, ma le parole finirebbero per banalizzare un lavoro così alto; si tratta di un’opera validissima che spero abbia il riscontro che merita tra chiunque ami l’arte, anche se non siete appassionati di Black metal.

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