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Holy Dragons, il ventesimo album non va oltre la sufficienza Holy Dragons, il ventesimo album non va oltre la sufficienza Hot

Holy Dragons, il ventesimo album non va oltre la sufficienza

recensioni

titolo
“Jörmungandr - The serpent of the world”
etichetta
Pitch Black Records
Anno

TRACKLIST:
1. Vigridr
2. Shadows of the past
3. Loki
4. The toothless wolf
5. Somebody's life
6. Heart of Midgard
7. Sinister piper
8. Personages of a damned dream
9. Heading for the oblivion
10. On my watch
11. Jörmungandr
12. Idavöllr

LINE-UP:
Chris "Thora Thorheim" Caine – Lead vocals, guitars
Jürgen “Stratomaniac” Thunderson – Guitars, backing vocals
Ivan Manchenko – Bass
Zabir Shamsutdinov – Drums

opinioni autore

 
Holy Dragons, il ventesimo album non va oltre la sufficienza 2022-07-02 16:30:21 Ninni Cangiano
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Luglio, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Luglio, 2022
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Gli Holy Dragons arrivano dal Kazakhstan e sono attivi addirittura da trent'anni; tra il 1992 ed il 1995 erano noti come Axcess, per poi cambiare il nome nell’attuale con cui hanno realizzato la bellezza di venti full-length; mea culpa, avevo sentito parlare di loro solo qualche anno fa in occasione dell’uscita del precedente disco, non rimanendone particolarmente impressionato. Ad inizio luglio la band kazaka ha rilasciato questo nuovo album, appunto il ventesimo della loro carriera, intitolato “Jörmungandr - The serpent of the world”, composto da dodici tracce (tra cui diversi intermezzi strumentali) per una durata totale di un’ora circa e con in copertina l'uroboro, il classico serpente che si morde la coda formando un cerchio senza inizio né fine (simbologia molto usata nel mondo Metal), noto nella mitologia norrena appunto come il Jörmungandr. Anche questa volta le similitudini con l’Heavy classico degli Iron Maiden sono notevoli, anche per via del protagonismo del basso di Ivan Manchenko che è chiaramente ispirato da quanto fatto nel corso degli anni dal maestro Steve Harris; una certa analogia con i nostri White Skull è anche presente, soprattutto per via dello stile canoro della singer Chris Caine che, rispetto alla mitica Federica De Boni, è più acida e sporca (ed anche meno talentuosa ed espressiva). Purtroppo il cantato della donna kazaka è anche il limite più evidente della band, dato che è sostanzialmente monocorde, sempre aggressivo ed a volte anche oltre misura (rischiando alla lunga anche di stancare), ma mai versatile, mentre ogni tanto un approccio più melodico e moderato non avrebbe guastato. Non mi fa impazzire anche la produzione, un attimo troppo “vintage”, soprattutto sul rullante della batteria che risulta acido e freddo; siamo nel 2022 e forse sarebbe anche il momento di adeguare la produzione al presente, senza essere così troppo legati alle sonorità di 30/40 anni fa. Come per il precedente disco, una tracklist troppo lunga non convince e forse la band avrebbe fatto meglio a ridurre il minutaggio di alcuni pezzi, a partire dalla lunga “On my watch” che sinceramente non conquista (soprattutto per le parti hard-rockeggianti), ma anzi stanca abbastanza presto. Dopo così tanto tempo e con una carriera così lunga, mi sento di poter affermare che gli Holy Dragons sono questi, prendere o lasciare; questo “Jörmungandr - The serpent of the world” è un disco che merita sicuramente la sufficienza, ma non oltre, dato che in campo classicamente Heavy Metal c’è tanto di meglio in giro.

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