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Carach Angren - Dance and Laugh Amongst the Rotten Carach Angren - Dance and Laugh Amongst the Rotten Hot

Carach Angren - Dance and Laugh Amongst the Rotten

recensioni

titolo
Dance and Laugh Amongst the Rotten
etichetta
Season Of Mist
Anno

Line Up:
Seregor - vocals, guitars 
Ardek - keyboards, piano, orchestration, backing vocals 
Namtar - drums

Tracklist: 
1 - Opening
2 - Charlie
3 - Blood Queen
4 - Charles Francis Coghlan
5 - Song for the Dead
6 - In de Naam van de Duivel
7 - Pitch Black Box
8 - The Possession Process
9 - Three Times Thunder Strikes

opinioni autore

 
Carach Angren - Dance and Laugh Amongst the Rotten 2017-08-25 14:20:07 Anthony Weird
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Anthony Weird    25 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2017
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Gli olandesi Carach Angren sono subito balzati agli onori della cronaca quando, nel 2008, esplosero nella scena Black Metal con un Symphonic maestoso e senza eguali, con il loro “Lammendam”; ma è con il meraviglioso “Where the Corpses Sink Forever” che Seregor e compagni hanno saputo crearsi un seguito di appassionati di tutto rispetto, diventando una delle realtà Black Metal più amate e apprezzate, anche da chi non segue il genere. Oggi è la volta del quinto lavoro sulla lunga distanza e... beh, con una copertina veramente, ma veramente brutta (vogliamo dirlo? E diciamolo!), che fa rimpiangere la minimale eleganza di “Where the Corpses Sink Forever”, ci propongono l'ultima fatica “Dance and Laugh Amongst the Rotten”. Nove brani di media lunghezza (cosa già strana per i loro standard), ma per un giudizio corretto premo play e vediamo cos'hanno in serbo per noi.
La prima traccia è la intro “Opening”, pianoforte molto dolce e tastiere in lontananza, un'atmosfera subito permeata da suoni sinistri, gotico e decadente in queste note che scorrono lente, senza fretta e che diventano sempre più maestose ed accattivanti. Piano piano ci avviano alla prima vera traccia, ovvero “Charlie”, anche qui l'intro sembra un prolungamento di “Opening”, prima di esplodere con un blast beat chirurgico e delle vocals maligne e spaventose. Cori in lontananza che danzano su synth pomposi ed un lavoro sulle sei corde, degno di un Technical Death/Black. La vera sorpresa si ha a metà del brano, dove i cori passano in primo piano e si alternano alla componente Metal assolutamente estrema. Componente Metal assolutamente estrema che predomina invece in “Blood Queen”, in cui delle chitarre granitiche si fanno largo prepotentemente fino alla guerra totale. La batteria diventa una vera e propria mitragliatrice, per falciare chi ancora non è convinto delle capacità e genialità di questa band. Vocals recitate si alternano al pianto di un neonato ed il tutto diviene un racconto in musica, che però non mette da parte il Metal, né la potenza o la rabbia, ma il tutto si amalgama in un piatto succulento che non teme confronti, né le critiche del più acido dei critici. Sublime. La storia prosegue con “Charles Francis Coghlan”, il brano più lungo di tutto l'album, che apre lasciando molto spazio alle vocals, cosa che si protrae un po' troppo a lungo, forse leggermente troppo monotono, ma la tensione viene spezzata spesso nella seconda parte di quest'immensa prima strofa in cui tutti gli strumenti sono al servizio della voce, sono lì per contornarla ed arricchirla, ma la vera esplosione di Symphonic Black Metal coi contro cazzi si ha sul finale, e mi godo l'ultima fase quasi in estasi, grazie ad un totale “Eargasm”. Un titolo splendido come “Song for the Dead” inizia come un cantastorie malefico, cosa che mi richiama alla mente il capolavoro del maestro John Carpenter “The Fog”. Il brano scorre, ma sinceramente mi aspettavo di più, questo ripetere “Song for the Dead” senza un reale motivo non mi convince, sembra quasi uno scimmiottamento della canzone stessa e, anche se musicalmente è comunque un pezzo valido, non riesce a conquistarmi. Di tutt'altra pasta è invece “In de Naam van de Duivel”, dove la musica regna ed il Metal è granitico e pregno di rabbia e malignità. Le note del basso mi ricordano l'enorme livello tecnico del trio olandese, che forse però abusano troppo con le vocals recitate. Arrivo al brano numero sette “Pitch Black Box” e... no, qui non c'entra Vin Diesel, ma un Black Metal ossessivo e predominante. Oscuro, malato, un brano pregno di una ossessiva paura, un tormento senza via d'uscita. Anche qui ritrovo le lyrics recitate e so che ormai sono una costante ma, a parte questo piccolo noioso dettaglio, il pezzo è uno dei migliori, veramente magnifico e non lascia un filo di speranza. “The Possession Process” ed il suo riffing molto interessante mi accolgono al numero otto, ed ormai continuare a parlare della capacità tecnica e compositiva di questa band sarebbe inutile. La qualità della proposta dei Carach Angren non si discute, si ama, quello che è discutibile è uno stile a volte veramente troppo secco, troppo netto, quadrato, che contrasta e fa a pugni con la melodiosa componente sinfonica di cui ogni brano è pregno: modificare leggermente la struttura dei brani potrebbe solo portare benefici. “Three Times Thunder Strikes” è l'ultimo brano e mi rendo conto che non ha affatto l'aria di una ending song. L'atmosfera è piatta e statica dall'inizio alla fine dell'album ed alla lunga può risultare stantio, tuttavia queste particolarità “negative” vanno riportate proprio a voler essere pignoli e a voler trovare il pelo nell'uovo, questo va detto, perché ci troviamo di fronte ad una band che non ha niente da imparare da nessuno, anzi ha dimostrato ampiamente, nel corso di questi anni, di essere composta da tre grandi maestri che, nonostante la loro giovane età, vantano una conoscenza che va ben oltre la sola tecnica.
Un'ampia conoscenza degli strumenti classici, delle orchestrazioni, dei componimenti più complessi, nonché del Metal estremo e dei loro strumenti. Che dire in conclusione? Che li amiate o no, vanno ascoltati, almeno per rendersi conto di cosa in realtà è capace questa band.

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