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Sons of Cult: un disco d'esordio che non convince. Sons of Cult: un disco d'esordio che non convince. Hot

Sons of Cult: un disco d'esordio che non convince.

recensioni

titolo
“Back to the Beginning”
etichetta
Fighter Records
Anno

TRACKLIST:
1. Fighters =LYRIC VIDEO=
2. But Not Me =OFFICIAL AUDIO=
3. Fake
4. Evil Trail
5. Always
6. The Farewell Song
7. The Power of Music
8. I Don’t Care
9. War
10. I Wanna Go Out
11. Desert Song (MSG cover)

LINE UP:
Jaume Vilanova – voce
Vicente Payà – chitarre
Dan Garcia – chitarre
Vicky Offidani – basso
Jordi Segura – batteria

opinioni autore

 
Sons of Cult: un disco d'esordio che non convince. 2023-09-17 17:08:55 Corrado Franceschini
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    17 Settembre, 2023
Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 2023
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

“Back to the Beginning” è il titolo/manifesto scelto dai Sons Of Cult, band formata a Palma di Maiorca sul finire del 2020, per siglare il disco d’esordio. Ho detto titolo/manifesto perché l’intento dei cinque spagnoli sarebbe - condizionale obbligatorio - quello di riportare in auge i suoni e i tempi d’oro dell’Heavy Metal. Nonostante un paio di componenti abbiano una certa esperienza avendo militato in altri gruppi, devo dire che il disco non è completamente riuscito. La voce di Jaume Villanova, accreditato nella bio come emulo di Ozzy Osbourne, risulta eccessivamente monocorde. Alcune delle canzoni hanno ritmiche troppo simili tanto che per almeno tre di esse, mi è venuta in mente “Looks That Kill” dei Motley Crue. Questo fatto la dice lunga in quanto a originalità e capacità nel creare pezzi diversi fra loro. Contando il fatto che i soli sono incisi in maniera più bassa rispetto ai restanti strumenti e che la pronuncia del cantato in inglese non è il massimo: probabilmente era meglio usare lo spagnolo. Passo a elencarvi le canzoni che in un certo qual modo, hanno suscitato il mio interesse. Parto con “But Not Me”, riff a media velocità e una seconda fase a più chitarre rendono il tutto convincente. Proseguo con “Always”, un pezzo che, nonostante un ritornello piatto, si salva grazie al suo Hard Rock in media cadenza, alla melodia con una buona struttura e un solo ben realizzato. Finisco segnalando la cover di “Desert Song” (MSG, “Assault Attack”, 1982) presente nell’edizione giapponese del CD e resa, voce a parte, in maniera più che dignitosa. Per il resto, fra echi di “Holy Diver” presenti in “The Farewell Song” e quelli di Judas Priest presenti in “I Don’t Care”, null’altro da dire. Se i Sons Of Cult non cambieranno l’approccio e parte della struttura musicale fortificando il suono e facendolo “uscire” a dovere, non riusciranno ad essere competitivi.

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