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FOLKSTONE: "Ossidiana" uscirà il 3 novembre

Venerdì, 22 Settembre 2017 12:59

Esce finalmente dopo tre anni di silenzio il nuovo album dei FOLKSTONE, rock band italiana ormai affermata a livello nazionale e non solo.

Il disco uscirà venerdì 3 novembre.

OSSIDIANA è stato prodotto dall'etichetta Folkstone Records e verrà distribuito da Universal Music.

Il produttore è Tommy Vetterli (Eluveitie/Kreator/Coroner) Ed è stato registrato nei prestigiosi New Sound Studio di Zurigo.

Sabato 4 novembre data di presentazione del disco dal vivo al Live di Trezzo (MI).

Il sabato successivo, 11 novembre, la band suonerà invece a Roma, all'Orion Club di Ciampino.

https://www.facebook.com/folkstone

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Anche il Centro-Sud italiano ha, finalmente, il proprio alfiere in ambito Folk Metal. Provengono da Roma e hanno rilasciato da poco l'interessantissimo debut album "Ruhn"(qui la recensione): a voi i Blodiga Skald.

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Ciao ragazzi e benvenuti sulle pagine di Allaroundmetal.
Grazie a te e grazie per lo spazio che ci concedete!

Inizierei chiedendovi una piccola presentazione, in favore dei nostri lettori che vi stanno conoscendo.
(Vargan) Siamo una Folk Metal band romana nata nel 2014 ma stabile a livello di formazione solo da fine 2015. Musicalmente tentiamo di associare riff tipicamente Folk ad un Melodeath di stampo moderno. Ad ora abbiamo un EP ("Tefaccioseccomerda") e un Full length ("Ruhn")

In che modo siete arrivati al sound che avete oggi? È stato un percorso del tutto naturale?
(Ghâsh) E' stato abbastanza naturale si, a parte i primi pezzi composti che sono stati ovviamente scartati, il resto che è uscito ci è piaciuto subito, soprattutto con l’ingresso nella band del violino, che ci ha aperto nuove soluzioni compositive!

Il vostro sound è comunque particolare… mi spiego. Nonostante siate italiani, ho sentito una forte influenza di sonorità est-europee: come mai questa scelta? E a proposito: come mai la scelta di parti cantate anche in russo?
(Axuruk) Si ci piace quella musica, quel sound! Io sono nato in Moldavia e sono cose che sento da sempre, ci piacciono davvero tanto! Il russo perché ci sembrava più orchesco, proprio al livello di come suona la lingua! 

In fase di recensione vi ho paragonati, con le dovute proporzioni, certo, a quei pazzoidi dei Trollfest. Pensate sia un paragone azzardato? Ci sono bands che avete preso come riferimento?
(Tuyla) Penso che la parte che ci accomuni di più ai Trollfest sia il cazzeggio e il non prenderci troppo sul serio, a livello musicale ci sentiamo più vicini a gruppi come Arkona, Alestorm, Ensiferum e qualcosa dei Children of Bodom.

Avente un concept alla base delle vostre tematiche?
(Axuruk) Certo, abbiamo creato un mondo intero, con mappe, città, storia, razze! Il concept ovviamente prende ispirazione dal mondo fantasy visto però dalla parte degli orchi, cosa che di solito non viene fatta!






Passiamo al vostro debut album, “Ruhn”. Qual è stata la genesi del disco?
(Ghâsh) A livello compositivo preferiamo lavorare singolarmente, mi spiego: di solito io compongo il pezzo e mi avvalgo dell’aiuto di Ludovica (Tuyla, tastiera), lo mando agli altri e in saletta lo riarrangiamo e modifichiamo finché non piace a tutti. I testi invece sono affidati interamente ad Anton (Vargan, voce e flauti). Su “Ruhn” abbiamo presentato il mondo fantasy che ci siamo inventati (che si chiama appunto Ruhn) e abbiamo descritto parte della storia che riguarda gli orchi su questo mondo. 

Come sono stati i riscontri, sia di critica che di pubblico, sino ad oggi?
(Rükreb) ad oggi assolutamente positivi, molto di più di quello che speravamo, siamo davvero davvero contenti!

Qualche differenza tra Italia ed estero?
(Maerkys) Sembrerebbe che il disco vada molto bene in Est Europa (Russia su tutte), in Italia sta andando comunque bene, siamo soddisfatti!

A luglio avete suonato in Romania e Bulgaria, a settembre ritornerete in Romania per il Folk & Metal Fest, di spalla agli Arkona. Com’è stata la risposta del pubblico lì?
(Vargan) FENOMENALE, non ci saremo mai e poi mai aspettati una risposta tale da un pubblico che bene o male non ci conosceva. Sia sotto al palco che poi al merch ci hanno fatto sentire veramente importanti!

Descrivereste com’è un vostro show?
(Maerkys) Tanta scena, tanta tanta! Dobbiamo far ridere e intrattenere un pubblico, quindi non è la mera esecuzione dei pezzi, ma anche interagire con il pubblico sia a livello verbale che fisico (Anton scende a pogare con il pubblico quasi sempre). In più abbiamo vere e proprie scenette che prevedono l’uso di costumi di scena, insomma i live sono importantissimi per noi!

Festival a Bucarest a parte, altri piani per il futuro prossimo?
(Tuyla) Allora, abbiamo vinto il contest per suonare al Sinistro fest, quindi ci vediamo il 9 settembre a Lago i Salici, venite perché ci sono band fortissime e Piero Giotti (organizzatore del festival) è una persona d’oro! I primi di ottobre (probabilmente il 6 Ottobre) suoneremo al Traffic per il nostro release party; sarà una festa con stand e spettacoli, non un semplice concerto, e ci sarà una grande band italiana a chiudere la serata! Dopodiché, da metà novembre, dovremmo iniziare il tour europeo, dove toccheremo anche 2 città del nord Italia!

Siamo arrivati alla conclusione. Lascio a voi il saluto finale.
Grazie ancora per lo spazio che ci hai concesso, un saluto alla redazione di Allaroundmetal e STAY ORC!

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Apprendiamo dall'evento ufficiale del Malpaga Folk & Metal Fest i gruppi della giornata del 28 luglio:

Hercunia
Calico Jack
Ephyra
TYR

Apriranno gli HERCUNIA, folta band da Milano (sono in 9...) con la voce di Marco Boccutti. Seguiranno il divertente pirate-folk dei CALICO JACK, anche loro milanesi, che presenteranno il loro nuovo CD.
Ci sarà il ritorno degli EPHYRA che aveva bene impressionato un paio di stagioni fa con la voce di Nadia e la chitarra di Fra. Riconfermeranno la validità del loro sound. A sorpresa poi, per l'unico concerto in Italia, i faroesi TYR guidati da quasi 20 anni da Gunnar H. Thomsen al basso. A Malpaga saranno in una formazione ampliata per darvi il massimo della forza del loro viking-sound...

Come sempre l'ingresso, il parcheggio e le tendopoli sono gratuite.
Le serate e gli ospiti sono gentilmente (e gratuitamente ...) offerti dal Gruppo Giovani Cavernago & Malpaga.

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Posso andare a raccontarla in tanti modi, ma è innegabile che il folk metal sia stato uno dei miei primi approcci a questa musica e che molte cose le abbia imparate da qui. Per questo, grazie a Vertigo e Shining Production, mercoledì 2 sono riuscito ad andare all'Alcatraz di Milano per godermi una tripletta dai paesi nordici: in apertura gli islandesi Skálmöld, fautori di un viking/folk metal molto orecchiabile, successivamente le esibizioni da co-headliner dei Moonsorrow e dei Korpiklaani.

Ad aprire la serata c'è appunto la band islandese che avevo già visto al Fosch Fest di quest'anno. Complice il fatto che non faccia caldo fino allo scioglimento dei neuroni come a Bagnatica riesco a godermi molto meglio la band di quanto non avessi fatto in estate: Snæbjörn Ragnarsson e soci riescono a portare ben otto pezzi per un buon 45 minuti di live, passando da un disco all'altro della band me concentrandosi principalmente sull'ultimo Vögguvísur Yggdrasils, che ha riscosso anche il parere positivo del nostro Gianni Izzo. Il pubblico, io compreso, si prende molto bene e passa un'opener act di ottimo livello.

Non nascondo che sono stato all'Alcatraz principalmente per la band di Ville Sorvali. Con Jumalten Aika i Moonsorrow sono stati capaci di tirare fuori dal cilindro un ennesimo macigno di disco ed ero assolutamente curioso di sentire i pezzi di questo album dal vivo.

Non vengo deluso: la "cortissima" (in meri termini di quantità) scaletta include la title-track, Ruttolehto, Suden Tunti e la finale Ihmisen Aika, più altri estratti dalla discografia dei finnici, che di fronte a un Alcatraz mediamente pieno si divertono un mondo. Vedere i Moonsorrow dal vivo è un'esperienza che non mi capitava dal 2012... Dove però erano tutti sullo sbronzo andate.

Stasera non va così e anzi, la presenza scenica e la bellezza dei pezzi c'è tutta, specialmente sulle vecchie glorie come Rauniolla. Ville e soci sono in ottima forma e non perdono l'occasione per scherzare col pubblico tra una canzone e l'altra, anche se il momento più bello del concerto è stato quando sul palco è salito Jonne Järvelä per cantare le sue parti in Ruttolehto. Un concerto da ricordare per davvero (e se non l'avete ancora fatto andate a comprarvi il disco).

A fine serata sale sul palco "quel che resta" dei Korpiklaani. Sarà circa la sedicesima volta che li vedo e sinceramente rimpiango un po' i bei vecchi tempi di quando li avevo visti durante il tour di Tales along this Road... Questa sera si ripete il teatro del Fosch Fest, con uno Jonne in difficoltà vocalmente parlando, ma che quantomeno è ancora capace di attizzare la folla come si deve.

Suonano principalmente i brani provenienti dagli ultimi due album, Noila e Manala, per la maggior parte tutti in finlandese. Il pubblico di folkettoni si prende subito bene e comincia a pogare furiosamente, mentro io riparo da lontano una volta soddisfatta la mia voglia di vedere i Moonsorrow.

Quantomeno non manca A man with a Plan, ultimo singolo che inizialmente aveva preso bene anche me, e le finali Vodka e Beer Beer sono quanto di più si possa chiedere ai Korpiklaani di adesso.

Tutto sommato è stata una bella serata all'insegna della birra e della Finlandia, vera protagonista di questo tour, che ci ha mostrato sia la sua anima più atmosferica che quella più caciarona. La domanda però rimane: i Korpiklaani torneranno mai a fare dischi belli come una volta? Peccato abbiano così sfigurato, ai miei occhi, di fronte ai loro compaesani...!

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Fosch Fest 2016 (22/07/2016-24/07/2016)

Venerdì, 05 Agosto 2016 11:18

Tornare al Fosch Fest, per me, è come sentirsi a casa dopo un lungo viaggio.
È il festival che ho frequentato di più in assoluto, nonché quello a cui ho più ricordi legati, oltre che alla musica, anche alla compagnia. Cercherò di fare una carrellata di gruppi, per poi passare a valutazioni legate più a cose organizzative e gestionali (per esempio il campeggio).

22/07/2016

Arrivo giusto in tempo per sentire da lontano gli Ancient Bards che come al solito offrono una prestazione di buon livello. Il loro power metal rhapsodyano si è evoluto parecchio rispetto all'ultima volta che li ho visti, così come il loro pubblico che si è ampliato parecchio. La Squadrani e Pietronik sono in ottima forma, così come tutti i loro compari di band (una delle formazioni più stabili che abbiamo mai avuto in Italia): nessuno si risparmia sui cavalli di battaglia come Only the Brave e ovviamente la finale Through my Veins. Stesso discorso si può fare per i Folkstone, ormai macchina da concerto collaudata negli anni. Lore e soci portano la solita scaletta con cui avevano aperto il tour un paio d'anni fa, cominciando con Nella mia Fossa e viaggiando tra pezzi vecchi e nuovi, fino alle conclusive Simone Pianetti e Con Passo Pesante. Io mi lancio in mezzo al pogo più volte perché ai loro concerti non si può star fermi, prendendo un sacco di lividi ma uscendo felice.

23/07/2016

Alle 10 circa scoppia un temporale che causerà non pochi problemi. Verso mezzogiorno, infatti, veniamo a sapere che le bands del palco piccolo sono state praticamente cancellate per un guasto al service. Si inizia alle 16.30 con i Fleshgod Apocalypse, che non sono esattamente il mio genere e suonano principalmente pezzi dagli ultimi tre dischi, ma fanno la loro porca figura imbacuccati come dei nobili ottocenteschi. Pogo infernale su The Forsaking e, nonostante dei suoni non esattamente bilanciati, i nostri compaesani se la portano a casa discretamente. Purtroppo non si può dire lo stesso dei Destruction, che avrebbero dovuto suonare tutto Eternal Devastation ma vengono funestati da una serie infinita di problemi tecnici, tra cui l'impianto che continua a saltare. Nonostante tutto, Schmier e soci si portano a casa una serie di scroscianti applausi, perché riescono a terminare il concerto con le consuete Mad Butcher, Thrash 'till Death e Bestial Invasion. Fortunatamente al gruppo che più attendevo i problemi non ci sono stati: i Sacred Reich suonano per la prima volta in Italia portando uno show veramente esplosivo. Li avevo visti al Wacken ormai 9 anni fa ma sono ancora in formissima: si parte con The American Way e via di cavalcata tra Death Squad, l'immancabile cover di War Pigs, Ignorance e le finali, iindimenticabili Independent e Surf Nicaragua. I nostri si riconfermano una delle formazioni migliori del thrash internazionale e un gruppo che dal vivo va assolutamente visto. Gli At the Gates fanno anche loro uno show di mestiere, purtroppo tagliato per i motivi sopracitati: si parte con i pezzi dell'ultimo At war with reality e poi si va ovviamente a ripescare da quel capolavoro di Slaughter of the Soul, senza dimenticare però pezzi ben più antichi come Terminal Spirit Disease. Tompa e soci incitano il pubblico a farsi male il più possibile, nonostante i problemi di tempo, e chiudono con The Night Eternal, dall'ultimo album. Diciamo che non è stato il più memorabile dei loro show che abbia mai visto, ma meritavano assolutamente di essere co-headliner di questa edizione del Fosch. Degli Anthrax non saprei cosa dire bene se non che i pezzi nuovi sono veramente ammorbanti: dal vivo riescono quasi ad essere carini, ma dopo un po' il senso di noia eterna prende il sopravvento e mi fa rianimare solo con i grandi classici tra cui Caught in a Mosh, Madhouse e Got the Time, senza contare la cover di March of the S.O.D.

24/07/2016

Finalmente una giornata di sole, neanche troppo caldo. I problemi al palco piccolo vengono sistemati e tutti possono suonare, a parte un repentino cambio di line-up che vede gli Embryo essere sostituiti dagli Ulvedharr. Comincio con i Beriendir, gruppo suggeritomi da una mia amica: non sono malaccio e fanno una specie di power-folk molto tastieroso, l'ideale per svegliarsi dopo due giorni di disagio in campeggio. Il caldo non lascia tregua e praticamente per tutta la giornata mi nutrirò di anguria e birra, ma ho tempo per pogare allo show degli Ulvedharr che come al solito si dimostrano una band che dal vivo non lascia delusi. Suonano anche qualche pezzo dal nuovo EP (scaricabile gratuitamente dal loro sito) che fa presagire altre ossa rotte e corse in ospedale con il nuovo disco in arrivo. Collassato, mi perdo un paio di band dello stage piccolo e i Drakum, mentre seguo lo show degli Atavicus da lontano, in quanto non sono propriamente il mio genere, ma mi sembrano fare un bello show. Dopo di loro è il turno degli Atlas Pain, altro gruppo che pesca a piene mani dal pagan metal di matrice ensiferumiana, scatenando un piccolo pubblico a urlare e saltare, specialmente su pezzi come Each Uisge. Niente male, insomma. Tocca quindi agli Skalmold, gruppo attesissimo da moltissimi che si radunano sotto il palco. Io non li conosco quasi per niente e mi sembrano l'ennesimo gruppo pagan clone di tanti altri, ma indubbiamente loro hanno un ottimo tiro e coinvolgono molti dei presenti. Torno a farmi vedere sotto i palchi solo per i Nightland, gruppo che seguo da parecchio tempo per l'originalità e la teatralità che li contraddistingue. Il loro stile, a metà strada tra Behemoth ed Enslaved, rende bene anche sotto il sole della sera, e i pezzi di Obsession dal vivo hanno davvero un bel tiro. Speriamo solo che anche loro non si sciolgano come neve al sole come gran parte dei gruppi italiani che riescono ad avere un minimo di successo. Viene quindi il turno di una band che aspettavo da almeno 8 anni di rivedere: gli Enslaved salgono sul palco e subito cala un gelo nordico che imbriglia tutti. Li adoriamo subito, perché nonostante la loro proposta musicale scherzano col pubblico, si prendono in giro da soli ma soprattutto dedicano Ruun a Francesco di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. E non mancano i pezzi più noti come Isa o Fusion of Sense and Earth, mentre dal passato arrivano Fenris e Jotunblod. Non trovo molto altro da dire se non che è stato uno show superlativo e che non vedo l'ora di rivederli al Circolo Colony in autunno, dove spero portino anche qualche pezzo nuovo. Prima del "gran" finale ci sono i miei amici Kanseil che suonano nel palco piccolo e non riescono a liberarsi della maledizione dei suoni. Infatti, poco dopo aver cominciato, la bombarda di uno dei musicanti viene alzata talmente a sproposito da far saltare tutti gli altri strumenti. Vabbè, in extremis riescono a salvare tutto con Panevìn e la bellissima Vajont, regalandoci uno show che fa ben sperare sulle nuove leve del Folk metal italiano. A chiudere tutto c'è quel che resta dei Korpiklaani, ovvero uno Jonne Jarvela che dopo 2 minuti perde la voce e canta praticamente roco per tutto il concerto. Suonano una serie di pezzi inutili provenienti dagli ultimi album, ma alla fine, per fortuna, si ripigliano con Wooden Pints, Pellonpekko, Vodka e l'immancabile Beer Beer.

L'organizzazione, quest'anno, è stata per alcuni versi puntuale e precisa, per altri eccessivamente zelante. Non posso fare una colpa a Sergio, Roby e soci perché ti è sceso un nubifragio sul service e, anzi, posso capire la drammaticità di prendere una decisione drastica come tagliare completamente le band del primo giorno, ma ci sono state delle cose che mi hanno lasciato parecchio perplesso. Un esempio è la gestione dei vari punti di ristoro: cosa significa che devo farmi la coda del bar per prendere l'acqua e che quella del ristorante serve solo per il cibo? Code che, ovviamente, ad una certa si facevano chilometriche. Poi: ci sta che a una certa chiudi le doccie dopo i casini dello scorso anno, ma chiuderle alle 14:00 mi sembra un po' eccessivo. Come mangiare e bere, fortunatamente, il Fosch è sempre una garanzia: c'era di tutto e di più tra birre artigianali e piatti ottimi di ogni sorta.

TUTTO SOMMATO

Il Fosch Fest si riconferma, per la qualità complessiva, uno dei migliori festival italiani, se non il miglior open air per chi non vuole andare a farsi spennare come un pollo da Live Nation. Speriamo che qualcuno raccolga l'esempio e, seguendo la filosofia tracciata, inauguri nuovi appuntamenti di questo tipo in tutta Italia.

Pubblicato in Live Report

Oggi comincia il Fosch Fest, evento che da 7 anni frequento e che ogni anno non manca di regalarmi molte emozioni musicali e non. Il clima di divertimento, la gente divertente e ubriaca in giro: tutto basta a trasformare quel di Bagnatica in una meta di pellegrinaggio per centinaia di persone che ogni anno arrivano da tutta Italia e, perché no, da tutta Europa. Ho avuto l'occasione di fare due chiacchiere con il buon Roberto Freri, l'organizzatore dell'evento. Buona lettura!

D: Ciao Robi e benvenuto su Allaroundmetal! Siamo arrivati alla settimana edizione del Fosch fest... Emozionato?
R: Innanzitutto, ciao ragazzi, e un saluto ai vosti lettori! Emozionato?! Certo! Come sempre! Ogni anno è una nuova emozione ed è proprio quello il bello!

D: Avendolo frequentato sin dall'inizio: come siete riusciti a mantenere buoni i rapporti con l'amministrazione comunale? C'è effettivamente un guadagno per il paese?
R: Beh sicuramente c'è la predisposizione da parte dell'amministrazione di voler andare d'accordo con noi e viceversa, e credimi non è poco, stessa predisposizione che trovi negli abitanti di Bagnatica. Poi dopo che hai superato lo scoglio delle primissime edizioni, col loro forte impatto sulla routine del paese, la gente comincia ad abituarsi e i problemi forse diventano sempre meno. Se ci sia effettivamente un guadagno per il paese...non mi piace fare i conti in tasca alla gente, di sicuro portare migliaia di persone che vengono da fuori, ed hanno le loro esigenze in un paese così piccolo, può essere un'ottima occasione per guadagnare, sicuramente vari esercenti sono rimasti soddisfatti, ma andando oltre il mero guadagno economico e la troppa importanza che si dà oggigiorno al vil denaro, c'è sicuramente da guadagnare da un punto di vista umano. Il paese guadagna visibilità, che non fà mai male, molti ragazzi anche dopo essere diventati adulti ricorderanno con piacere i bei giorni passati in quel paesino in provincia di Bergamo, inevitabilmente il paese finisce nei ricordi di molta gente, e questa secondo me è una cosa bellissima. Viene data la possibilità di conoscere ed interagire con gente che viene da tutta Italia e anche dall'estero, e questa è sicuramente occasione di arricchimento personale, e ti dà modo di renderti conto che aprirti un po' anche verso giovani e meno giovani, magari barbuti e dall'aspetto, passami il termine, "un po' barbaro" non è poi così negativo, anzi! Magari ci si rende conto, avendone la prova provata, che il vecchio proverbio "l'abito non fa il monaco" sia effettivamente veritiero, può aiutare le persone a non fermarsi davanti alle apparenze e fare un passo in avanti verso la "civiltà" che magari ad oggi non è facile trovare in certe zone d'Italia, ma è più consueto trovare nel nord europa per esempio, dove la gente addirritura ti ospita a casa sua. In conclusione, direi che in un modo o nell'altro il guadagno c'è!

D: Che previsione di affluenza avete?
R: Difficile a dirsi, noi ci aspettiamo una grande risposta di pubblico, sia per la qualità e l'importanza del bill, sia per come è strutturato il festival, ovvero cercando di mantenere prezzi popolari, offrendo del buon cibo, cucina tradizionale a km 0, dell'ottima birra artigianale, dall'ambiente famigliare alle piccole e grandi innovazioni e miglioramenti che ogni anno cerchiamo di introdurre. Fare grandi numeri al giorno d'oggi in Italia è difficile per molti motivi, che forse non è il caso di star qui ad elencare adesso, anche perchè poi alla fine son sempre gli stessi che vengono menzionati un po' da tutti.
Fare previsioni è sempre molto difficile, e molto spesso si sbaglia e finisci con l'amaro in bocca, quindi limitiamoci a parlare di aspettative: il numero massimo di persone che possiamo ospitare, secondo le leggi attuali, commissioni varie ecc. è di 5000 persone, inutile dire che il sogno di ogni organizzatore è centrare il sold out. Dal canto nostro ripeto, niente previsioni, ma aspettative sicuramente alte.

D: Chef e birra artigianale... Come mai puntare sulla qualità del prodotto anziché, come ci si potrebbe aspettare da un evento così grosso, sulla quantità?
R: Perchè innanzitutto non è sempre vero che qualità escluda quantità.Secondo noi è molto importante offrire, oltre alla buona musica, cibo e birra di qualità; tutto quello che c'è di contorno al discorso puramente musicale deve essere di qualità. Una persona si ferma da noi per 3 giorni, è normale che non stia 72 ore sotto al palco, anche se c'è qualcuno che quasi quasi lo fa ehehe! deve bere, mangiare, svagarsi con qualcosa che non sia solo il concerto. Per cui a questo punto è doveroso fornirgli questi servizi al meglio delle tue possibilità. Una buona birra è sempre meglio di una pessima birra, o sbaglio!? Se riesci a mantenere i prezzi sotto una certa soglia sicuramente avrai offerto qualità, ma avrai di ritorno la quantità nei consumi, se un piatto è buono lo mangi volentieri e magari fai il bis, se la birra è buona magari te ne bevi un paio in più. A mio modesto parere, la qualità di un evento del genere, va misurata anche in relazione a quello che offre aldilà della sola musica.

D: Molte persone si sono lamentate per questo cambio di direzione in favore del thrash e del death metal, come risponderesti?
R: Beh io personalmente ascolto un sacco di musica: il metal tutto o quasi, ma anche altri generi, l'importante è che sia buona musica innanzitutto e che mi piaccia. Detto questo mi riesce difficile immaginare come qualcuno possa lamentarsi di un'offerta musicale più ampia! noi abbiamo spiegato più volte i motivi che ci hanno spinto in questa direzione: In primis c'è la volontà di aprirsi ed ampliarsi proprio per principio: secondo noi chiudersi a guscio, può portarti qualche minimo vantaggio, ma non è la scelta giusta. Possiamo ampliare la nostra offerta e di rimando, il nostro pubblico, non è obbligato ad ascoltarsi tutti i concerti! (anche se farebbe bene a farlo puramente per sola cultura personale, sia mai che scopri che un genere che non ti ispira e che invece finisce col piacerti... e parlo per esperienza!) Se invece uno proprio certe band non le sopporta, si ascolta i gruppi che preferisce e mentre suona il gruppo non gradito, e qui mi riallaccio alla risposta precedente, può usufruire dei servizi che offriamo: dal rilassarsi bevendo una buona birra, al cogliere l'occasione di mangiare qualcosa intanto che aspetta il prossimo gruppo a lui più congeniale, fare un giro nel mercatino, parlare e conoscere gente... Un festival è un insieme di cose, non è solo musica; Sicuramente è la parte più importante, ma non la sola. Noi volevamo alzare il livello e per farlo dovevamo aprire ad altri generi, le band folk/viking/pagan di un certo livello le abbiamo fatte quasi tutte, se vuoi alzare l'asticella inserisci qualche band di altri generi, anche se una buona dose di band stile "vecchio FoschFest" c'è sempre e sempre ci sarà; così facendo, eviti anche di diventare ripetitivo nel corso delle varie edizioni. Detto questo, uno si informa sul festival e fa le sue valutazioni, noi non obblighiamo nessuno, chi gradisce viene, chi non gradisce presenzierà ad altri eventi.

D: Come fate, nonostante tutto, a mantenere il costo del festival così basso e comunque presentare una qualità alla pari di altri grandi festival europei?
R: Bella domanda, ce lo chiediamo sempre anche noi! ehehe! Scherzi a parte, credo che alla fine sia lo spirito di fondo, cioè fare le cose per pura passione e non per fini di lucro. Semplicemente l'idea è sempre stata quella di rientrare nelle spese e non di guadagnare per forza. Stare qui a tradurre questo concetto applicato a tutti gli aspetti tecnici e materiali dell'organizzazione dell'evento sarebbe oltremodo tedioso, per cui diciamo che è questo concetto di base che ci permette di farlo.

D: Pensi che il Fosch sia diventato un evento di valore internazionale?
R: Non lo so, sicuramente un po' di visibilità all'estero l'abbiamo avuta, cerchiamo di promuovere l'evento anche oltre i nostri confini, e la buona affluenza di stranieri al nostro evento lo dimostra. Sicuramente il gap con i grossi festival europei è ampio, noi di anno in anno cerchiamo di ridurlo, speriamo che col tempo, quando mi auguro ci intervisterai di nuovo, a questa stessa domanda potremo risponderti: "Si, decisamente!"

D: È presto per parlarne, ma proverete a portare qualcosa di più underground nelle prossime edizioni?
R: Hai detto bene, è presto per parlarne! Se ti riferisci a band più o meno emergenti, direi che puoi trovarne molte già ora nel nostro bill, non a caso abbiamo deciso di allestire un secondo palco, l'Underground Stage, dedicato interamente a questo tipo di realtà.

D: Continuerete con la formula "primo giorno gratuito, gli altri a pagamento"?
R: In tutta onestà adesso non posso rispondere a questa domanda, è troppo presto per dirlo e non vorrei fare dichiarazioni che poi vengono smentite dai fatti. Le uniche dichiarazioni che posso fare sono quelle d'intenti, ovvero la nostra volontà è quella di venire incontro ai fans il più possibile, quindi tenere un prezzo basso e/o lasciare un giorno gratuito è sicuramente nelle nostre intenzioni, però prevedere il futuro è impossibile.

D: Quante persone sono impegnate nella realizzazione dell'evento e quanti volontari vi supportano ogni anno?
R: Allora oltre ai 3 veri e propri organizzatori, quelli che ci mettono la faccia e il rischio, che sono Sergio, Silvia ed Elena, siamo un 5 o 6 che seguono la vera e propria organizzazione sotto tutti gli aspetti fin dall'inizio, e aggiungici un 50/60 persone che lavorano durante l'evento, diciamo che oltre ai 3 giorni di concerti, ci lavorano anche una settimana prima per allestire e una dopo per smontare.

D: Avete iniziato ad organizzare degli eventi paralleli al festival: piccoli concerti etc... Amplierete il discorso per assicurare una serie di eventi annuali?
R: Si! Qui posso risponderti con sicurezza. L'idea è proprio quella. Cerchiamo di organizzare sempre più eventi e cercheremo di dare una certa continuità alla cosa, sia organizzandoli noi in prima persona, sia co partecipando con altri alla realizzazione degli stessi...è doveroso dire che sono più Sergio, Silvia ed Elena che se ne occupano, non prendiamoci meriti che non abbiamo.

D: Infine ti chiedo un saluto per i nostri lettori e per tutti quelli che verranno al Fosch!
R: Innanzitutto è d'obbligo un grazie a tutti i vostri lettori, sia quelli che verranno al Fosch, sia quelli che hanno semplicemente dedicato un po' del loro tempo a leggere quest'intervista, per altro ad un personaggio poco meritevole di tanta attenzione come il sottoscritto. Vi saluto calorosamente e vi aspetto al Fosch Fest, dove vi divertirete partecipando al massacro che si prospetta!

Pubblicato in Interviste

Come ha detto un mio caro amico che mi ha accompagnato in questa avventura, il Pagan Rebellion Festival è stato come un pranzo di Natale offerto da una di quelle nonne che hanno visto la guerra. Non capita spesso, infatti, di vedere sullo stesso palco il meglio del meglio del folk metal europeo e non: in una sola serata, alla Z7 di Pratteln, si sono alternati Trollort, Dalriada, Svartsot, Metsatöll, Heidevolk e Arkona. Una scorpacciata di quelle che il giorno dopo ti costringono a stare a letto a vegetare.

Ben sei gruppi, cosa che ci costringe a partire per la terra dell'emmentahl poco dopo pranzo e spararci tre ore di viaggio attraverso boschi innevati. Ma nulla può fermarci e così arriviamo a Pratteln appena per l'inizio dei concerti, dopo essere stati comodamente trasportati dall'area posteggio al locale con una navetta.

Non conoscevo per niente gli svizzeri Trollort, ma da quel poco che ho sentito mi sono sembrati essere una formazione di emuli dei vecchi Finntroll, cosa che se da un lato può far piacere dall'altro lascia il tempo che trova. Nonostante tutto ce l'hanno messa tutta per scaldare il pubblico della Z7, con buoni risultati.

Non si può dire la stessa cosa per gli ungheresi Dalriada, che finalmente riesco a godermi da una posizione di tutto rispetto, visto che al Fosch avevo rischiato il collasso per il troppo caldo e me li ero persi. La band, su ammissione della stessa Laura Binder, suona per la prima volta in terra elvetica, creando una bella atmosfera con il pubblico che inizia ad essere veramente carico, sia di emozione che di birra.

András Ficzek, Mátyás Szabó e Ádám Csete, rispettivamente chitarristi e polistrumentista della band, sono dei veri animali da palcoscenico, e anche al batterista Tadeusz Rieckmann viene lasciato ampio spazio per presentare le canzoni, d'altronde, essendo mezzo crucco...

I pezzi dei Dalriada, comunque, oscillano dal folk più festaiolo alla Skyclad fino all'epicità monolitica di certe band dell'est Europa, garantendo un grosso divertimento per tutti noi. Meno male che una band così sottovalutata in giro da 10 anni stia riuscendo a ritagliarsi un nome in questo panorama.

Non è facile poi parlare degli Svartsot, una delle prime band che mi hanno introdotto al folk metal. Della loro discografia ammetto di essermi fermato al secondo album Mulmets Viser, e solo per una questione da trve defender ov steel visto che praticamente è cambiata tutta la line-up ad eccezione del chitarrista Cris Frederiksen.

Eppure, devo ammetterlo, la band è riuscita a sorprendermi, specialmente per il nuovo singer Thor, che non fa rimpiangere il buon vecchio Claus B. Gnudtzmann, e per Hans-Jørgen, il polistrumentista, che oltre ad essere bravissimo con i mille strumenti a disposizione incitava pure il pubblico a essere più violento.

Così ci spariamo una cavalcata che bene o male ripercorre tutta la storia della band, dall'ultimo full-lenght Vældet fino al primo, leggendario Ravenens Saga. Io, stanco da tre ore di guida e per il freddo da ghiacciaio che nella Z7 diventava Sahara infuocato, non riesco comunque a trattenermi dal fare headbangin ferocemente e sbraitare come un pazzo quando sul finale ci vengono proposte Gravøllet e Skønne Møer.

Fino a quel momento le cose erano state interessanti: ora diventavano estremamente appetitose con gli estoni Metsatöll.

Questo gruppo mi ha sempre incuriosito parecchio per la proposta musicale innovativa (nonostante si tratti sempre di folk metal) che mischia con la nostra amata musica canti della tradizione estone... Beh, la band praticamente asfaltato la Z7 con un concerto veramente superlativo.

L'alternanza delle due voci dà il suo top nei pezzi più famosi della band, come Kivine Maa e l'attesissima (da parte mia) Tõrrede kõhtudes, introdotta con "This is a love song... About beer".

Non solo sono simpatici, ma pure bravissimi e tecnicamente impeccabili: Varulven (il polistrumentista) tira fuori da una sacca salteri, cornamuse, uno scacciapensieri e altri bizzarri strumenti musicali di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza. L'ultima traccia è un gigantesco medley che termina con una parte ultra-riflessiva in overtone singing, cosa che mi scuote le budella e mi fa andare in pappa il cervello. Sciamanici e bravissimi.

Mentre siamo impegnati a scavalcare i tedeschi morenti che a furia di lattinacce di birra si sono devastati, attaccano gli Heidevolk, visti ormai per la terza volta dal sottoscritto. Non trovo molte cose da scrivere visto che la scaletta che hanno suonato è la stessa di quando li avevo visti sempre alla Z7 a marzo e successivamente al Fosch Fest.

Posso dirvi però che il nuovo chitarrista è bravo, che i nuovi membri della band si sono ampiamente adattati allo spirito generale (infatti i classiconi vengono da dio) e che quando parte Nehalennia è sempre uno scatenarsi di pogo e ignoranza. I pezzi di Velua, ora che me li sento da lontano, in effetti sfigurano un po' rispetto ai classiconi, ma sono ideali per tirare il fiato in attesa dell'headliner della serata.

Tocca infine a quelli che si stanno attraversando tutto il mondo dopo un album uscito nel 2014. Beh, gli Arkona sono la classica band che potrei vedere mille volte, esattamente come potrei mangiare lasagne 365 giorni l'anno.

A me Yav non era piaciuto tantissimo, ma dal vivo Masha e soci rendono sempre: si parte proprio con la title-track dell'ultimo album per continuare con una vasta gamma dei migliori pezzi lunghi del combo russo.

Anche se è ormai la quarta volta che li vedo, ed almeno la terza con questo tour, la band riesce sempre a sorprendere in positivo per la sua mirabolante presenza scenica, con Masha che salta di qua e di là come se fosse un folletto. La chiusura è ovviamente affidata a Stenka ns Stenku e Yarilo, diventati ormai i cavalli di battaglia della band.

Insomma, ne è valsa la pena spararsi 6 ore di macchina tra andata e ritorno per venire fino a qui. La Z7 è sempre organizzata ottimanente e i suoni danno quella marcia in più alle band con molti strumenti, che spesso in Italia vengono ammazzate dai volumi sparati a diecimila. Non ho problemi a dire che tornerò nuovamente per un altro festival folk metal, l'anno prossimo.

Setlist Arkona:

  1. Yav'
  2. Ot Serdtsa k Nebu
  3. Goi, Rode, Goi!
  4. Liki Bessmertnykh Bogov
  5. Zakliatie
  6. Na Strazhe Novikh Let
  7. Slav'sja, Rus'!
  8. Katitsia Kolo
  9. Sva
  10. Vozrozdenie
  11. Pamiat
  12. Stenka na Stenku
  13. Yarilo

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Pubblicato in Live Report

Heidevolk: la musica è passione!

Martedì, 07 Aprile 2015 00:12

Il Paganfest di Pratteln è stato un gran bel concerto e ha visto gli Heidevolk presentare ufficialmente il nuovo album Velua. Per questo l'occasione è stata anche ghiotta per fare una bella intervista ad alcuni membri della band: Joost, Rowan e il nuovo arrivato Lars mi hanno accolto sul tourbus con una birra in mano e tante storie di cui parlare!

D: Ciao ragazzi e benvenuti su Allaroundmetal.com! Siccome siamo una webzine italiana la prima domanda è: siete contenti di tornare al Fosch Fest dopo tre anni?

Rowan: Assolutamente si! È un piacere tornare in Italia. Normalmente suoniamo in almeno un paese una volta l'anno, solo che nel 2014 abbiamo dovuto registrare il nuovo disco e programmare la nuova tournée. È stato difficile, ma adesso torneremo e speriamo di suonare più spesso!

D: Parliamo di Velua: se non ho capito male si tratta di un concept album.

Lars: Esattamente, sono leggende dalla Velua (antica foresta dei Paesi Bassi a cavallo con la Germania nda.).
Joost: Abbiamo voluto scrivere dei pezzi su questo luogo vedendo l'inquinamento che l'attraversa, basandoci su storie che abbiamo sentito in giro o che conoscevamo già.
Rowan: Diciamo che, al contrario di Batavi, che parlava di un vero e proprio viaggio di un popolo, qui abbiamo undici storie diverse interconnesse tra loro dal luogo in cui si svolgono.

D: Una delle canzoni che mi sono piaciute di più è De vervloekte jacht, ce ne parlate?

Rowan: È la storia di un ragazzo che va a cacciare nonostante suo padre sia agonizzante e lo preghi di non andarsene: per maledizione viene costretto a cacciare per l'eternità senza poter ritrovare la via di casa.

D: Come mai, siccome undici canzoni parlano appunto di Velua, la dodicesima si intitola Vinland?

Rowan: Vinland è il modo in cui i vichinghi chiamarono l'America scoprendola molto tempo prima di Colombo. Ci siamo passati esattamente un anno fa...
Joost: Già, durante il tour americano. È un tributo a quel viaggio, alle persone che abbiamo incontrato... Ed è un po' la storia della nostra scoperta dell'America!


D: A proposito del vostro viaggiare: avete visto moltissimi posti nel mondo...

Rowan: Non abbastanza *risate*

D: Ahahah sono sicuro ne recupererete il più possibile! Comunque la domanda è: avete mai pensato di scrivere canzoni o testi a proposito di altri popoli o culture?

Rowan: Su questo disco abbiamo una canzone in finlandese e questo ci basta. In realtà quello di cui stai parlando l'abbiamo già fatto, dipende sempre dalla cultura di cui parliamo: se è in qualche modo connessa alla nostra.
Lars: Diciamo che alcune canzoni di Velua sono anche un misto di culture simili al nostro modo di pensare.
Rowan: Ovviamente devono parlare di cose vicine al songwriting degli Heidevolk: paesaggi, leggende popolari, storia, esperienze. Quindi non penso ci discosteremo mai da questo modo di comporre...
Joost: Potremmo scrivere dei pezzi sugli egiziani! *risate*
Rowan: Ci sono comunque un sacco di influenze nelle nostre canzoni, riviste sotto al nostro punto di vista.

D: Quindi secondo voi il folk metal può essere uno strumento efficace per far conoscere agli altri la vostra cultura?

Joost: Uno degli obiettivi degli Heidevolk, quando fondammo la band, era proprio quello di "acculturare" le persone sulle antiche leggende dei Paesi Bassi. Ci sono moltissime feste che abbiamo ereditato dai pagani di cui le persone non sanno nulla, come ad esempio Yule, o le feste che in origine erano dedicate a una specifica divinità.
Rowan: Come ha detto Joost il nostro obiettivo era appunto quello di far ricordare alle persone i culti e le leggende che circolavano prima dell'era di internet o comunque dell'informazione. È un mondo in continuo cambiamento dove abbiamo quasi perso il contatto con le nostre radici, oggi Google sa tutto quello che fai: per cui prenditi un minuto per pensare perché tu sei lì...
Lars: E soprattutto rifletti agli errori della storia e a come si può evitare che si ripetano, visto che essa si ripete...
Joost: A volte non lo fa per fortuna!
Rowan: Esattamente. Se prendi del tempo per riflettere su cosa è accaduto e sul perché... capisci che è tutto collegato.

D: Dopo ormai 12 anni di carriera avete pensato a un disco live?

Rowan: Certo che si! Abbiamo avuto un sacco di occasioni tra l'altro per registrarlo... Ma PUNTUALMENTE uno di noi mancava per lavoro e ogni volta ci trovavamo a dire "Dobbiamo farlo, dobbiamo farlo..." *risate*. Lo faremo sicuramente, ma l'opportunità deve ancora arrivare, il tempo è contro di noi...

D: So che l'edizione limitata di Velua contiene tre cover: Immigrant Song dei Led Zeppelin, In the Dutch Mountains dei The Nits e Rebel Yell di Billy idol. Come mai proprio queste tre canzoni?

Lars: Perché le amiamo ovviamente! *risate*
Rowan: Tante ragioni devo dire: durante la scrittura del concept sono successe moltissime cose. Abbiamo avuto momenti fermi di stanchezza, un membro della band è cambiato... Avevamo bisogno di ricominciare da zero come una vera band. Quindi abbiamo pensato di suonare alcune cover per sfogarci.
Joost: Così dopo averle provate e registrate abbiamo potuto dire "Fanculo, passiamo al materiale nuovo!" *risate*
Rowan: Ci siamo ripresi e abbiamo avuto il tempo di recuperare il concept. Poi, mentre eravamo in tour lo scorso anno, le abbiamo suonate mentre eravamo sul tourbus e ci siamo detti "Perché non registrarle?".
Lars: Tra l'altro se ci pensi sono comunque canzoni legate agli Heidevolk. Immigrant Song è la canzone sui vichinghi per eccellenza, In the Dutch Mountains è scritta da tedeschi e cantata in inglese e noi l'abbiamo riarrangiata in olandese...
Joost: Anche se nei Paesi Bassi non ci sono montagne! *risate* Comunque sono canzoni che chiunque di noi ha ascoltato almeno una volta nella vita e che adora, e che secondo noi sono molto vicine al nostro songwriting!

D: A tal proposito, parlando di lingue e altre culture: cosa ne pensate dei vostri "colleghi" che decidono di cantare in inglese dopo molti album in madrelingua? Secondo me spesso non è una gran scelta...

Rowan: La penso come te: una band non dovrebbe cantare in inglese solo perché "è inglese". Gli Heidevolk canterebbero qualcosa in quella lingua se trovassero un tema familiare al loro punto di vista.
Lars: Se la lingua favorisce la canzone insomma.
Rowan: Se come abbiamo fatto in Vinland le tematiche si avvicinano a noi è ovvio che magari prendiamo la decisione di usare un altro linguaggio.
Lars: Magari in uno dei prossimi album faremo una canzone in tedesco... o una in italiano... o in quegli strani dialetti delle isole al nord!

D: Devo dire che aspetto con ansia un vostro pezzo in italiano! *risate*

Rowan: Comunque continueremo ovviamente a scrivere e cantare in olandese, su questo abbiamo pochi dubbi!

D: Ho letto su Metal Archives che recentemente avete dovuto scrivere sul vostro sito che non siete un gruppo influenzato politicamente... Come mai?

Rowan: Purtroppo in alcuni posti se dici che fai folk metal e parli delle tue radici la gente pensa subito a un certo tipo di ideologia politica.
Joost: La gente prende il fatto che essere fieri delle proprie origini significhi esaltarle e renderle un modello. Secondo me sono due cose totalmente differenti: se parlo di me stesso non significa che voglio schiacciare le altre culture o renderle insignificanti.
Rowan: Una volta che hai detto "folk metal" purtroppo sei già inquadrato.
Lars: Nella nostra storia abbiamo avuto dei momenti veramente bui che non ci sogneremmo mai di esaltare, come purtroppo altre band fanno.
Rowan: Quindi ad un certo punto abbiamo detto "Fanculo, scriviamo pubblicamente che non pensiamo queste cose", stop.
Lars: Siamo musicisti, non politici!
Rowan: Siamo solo persone che vogliono scrivere musica, bere, divertirsi coi loro fan... Non vogliamo fare politica.

D: In Italia c'è un po' lo stesso problema con le band che parlano dell'antica Roma... Automaticamente vieni segnato come un portatore di chissà quali ideologie!

Rowan: Dovreste rispondere "Ma si parla di 2000 anni fa!" *risate*

D: Visto che abbiamo parlato un sacco di Italia: conoscete la scena folk metal?

Joost: Beh io ascolto ogni tanto i Folkstone!
Rowan: Ah ora che ci penso io vorrei sentirmi il nuovo dei Furor Gallico!
Lars: Per quanto riguarda me la mia band preferita italiana sono gli Stormlord, più vicini al black metal però. Mi pare che l'ultimo disco fosse sull'impero romano.

D: Avevano anche fatto un bel disco sulle leggende del Mar Mediterraneo (mi riferisco a Mare Nostrum, del 2008 nda.).

Rowan: Ecco: queste sono cose che apprezzo molto! Poi ci sono altre band che ogni tanto ascolto... Tipo i Diabula Rasa... Poi non so che fine abbiano fatto i Krampus.

D: Alcuni di loro sono entrati a far parte degli Eluveitie mi sembra.

Rowan: Si infatti era un po' che non ne sentivo parlare! Comunque per quel poco che riusciamo come vedi ci teniamo informati...

D: Qual'è il tour più divertente che avete fatto? Mi ricordo la vostra foto sulle scale dell'hotel al Fosch Fest... *risate*

Rowan: Ahahahahah! Beh devo dire che in Italia ci siamo divertiti parecchio, forse è stata una delle migliori esperienze che abbiamo fatto fin'ora!
Joost: Anche se avevamo bevuto troppa grappa...

D: Ve ne porterò una bottiglia direttamente nel backstage!

Tutti: No ti prego! *risate*

Rowan: Pensa che era la terza volta che suonavamo in Italia... La prima fu al Paganfest 2006 con il tour del primo disco! Poi ci fu Padova... Eravamo in tour con i Kampfar e fu una cosa assurda: eravamo tutti incastrati in un unico tourbus e facevamo fatica a muoverci! Fu uno dei tour più assurdi a cui prendemmo parte...
Joost: Facevamo quasi 700 chilometri al giorno per spostarci da un posto all'altro... Però ci siamo divertiti tantissimo!
Rowan: In realtà anche adesso non è molto diverso da allora! *ridono*

D: Non dev'essere nemmeno facile visto che comunque lavorate ancora tutti nei vostri settori, oltre che nella musica!

Rowan: Si assolutamente, tutti noi facciamo un lavoro normale oltre a suonare negli Heidevolk.
Joost: Lavoriamo in settimana, suoniamo nel week end, lavoriamo in settimana, suoniamo nel weekend... Oppure andiamo in tour e ci bruciamo tutte le ferie.
Lars: Per quanto mi riguarda comunque io sono contento così: non lo farei se non fosse una mia passione. È il vero motivo per cui tengo il culo incollato alla sedia per cinque giorni a settimana!

D: Anche io oggi sono praticamente in ferie!

Joost: Eh si infatti è un vero peccato per il tour non riuscire a passare dall'Italia.

D: Come ultima domanda vi chiedo: cosa direste a chi inizia a suonare folk metal oggi?

Rowan: Beh gli diremmo "suona la musica che vuoi suonare"!
Joost: Oppure "Sii te stesso", sul serio!
Rowan: ...Non essere la copia di qualcun altro ma cerca di parlare di cose che senti tue. Ci sono moltissime storie che possono essere raccontate tramite il folk metal. Siccome condividiamo molti temi con altri generi come il black, l'heavy, il power... Cerca di spaziare e tenere presente che più di tutti il folk è un genere ibrido all'interno della scena metal moderna.
Lars: E soprattutto: puoi fare quello che vuoi, non metterti dei limiti.
Joost: Il folk è un genere veramente declinabile in mille modi, quindi fai quello che ti piace.
Rowan: Mi sa che "fai come vuoi" è una costante tra di noi *risate* mi ricordo molto bene proprio della volta in cui suonammo al Fosch Fest: c'era un ragazzo che venne da me e mi disse "Ti prego ascolteresti un pezzo della mia band e mi diresti cosa posso migliorare?". Io lo ascoltai e gli dissi semplicemente "Continua a fare quello che ritieni giusto perché va benissimo, io posso darti dei consigli tecnici ma la musica deve uscire prima di tutto da te".
Joost: E soprattutto non scrivere da subito musica per il music business.
Lars: È prima di tutto un riflesso di te stesso, la produzione poi è altro.

D: Grazie per essere stati su Allaroundmetal.com, non vedo l'ora di vedervi al Fosch Fest!

Rowan: E noi non vediamo l'ora di essere sotto il sole cocente con un bel pubblico sotto al palco! Grazie!

Pubblicato in Interviste

Quando ci sono certi festival vale la pena di sbattersi e farsi tre  più ore di macchina. Non vi è mai capitato? A me si e da martedì scorso ho assaporato per la prima volta il sapore della trasferta all'estero in giornata: grazie alla Napalm Records sono riuscito ad assistere alla calata elvetica dei finnici Wintersun all'interno del Paganfest al Konzertfabrik Z7 di Pratteln, città a pochi chilometri dal confine tedesco, e intervistare i mitici Heidevolk (in una formazione provvisoria per motivi di lavoro del cantante).

Purtroppo l'intervista fatta agli olandesi mi ha fatto perdere lo show dei Frosttide, che però i miei compagni di viaggio mi hanno assicurato essere stato di ottimo livello. Di ottimo livello devo dire anche lo show dei tedeschi Obscurity, gruppo attivo da moltissimo tempo che non conoscevo, fautori di un pagan death metal dai toni guerreschi. Agalaz è un vero istrione e sprona il pubblico a fare un headbanging esagerato, proponendoci brani dall'ultimo Vintar (uscito a novembre dello scorso anno) e i classici della band tra cui la conclusiva Bergischer Hammer, sulla quale il batterista Arganar riesce perfino a sfondare la pelle della cassa!

Un bel concerto di apertura per una band che seppure sconosciuta oltralpe dimostra una grande grinta e una carica eccezionale.


Alcune considerazioni sono anche da fare sul luogo dove mi sono recato a vedere il concerto: il Konzertfabrik è un capannone vicino all'autostrada con una acustica incredibilmente nitida e dei volumi si alti, ma non al punto di disturbare l'udito causandoti il classico vespaio post-concerto. Inoltre la gente, cordiale ed educata, lasciava persino in giro giacche e zaini senza preoccuparsi che qualcuno avrebbe potuto frugarci dentro! Cose a cui noi in Italia non siamo abituati...

Con una puntualità ineccepibile alle 19.30 attacca finalmente il primo piatto forte della serata: gli Heidevolk!




Vedo i ragazzoni dei Paesi Bassi che ho intervistato poco prima finalmente sul palco a distanza di tre anni dall'ultimo Fosch-Fest. Nel frattempo sono usciti due album di cui l'ultimo proprio qualche giorno fa. Ed è proprio da Velua (del quale leggerete la recensione tra poco) che i nostri iniziano il loro concerto, con l'iniziale Winter Woede. Il pubblico si lascia scaldare decisamente di più, tanto che il mosh diventa inevitabile su classiconi della band come Saksenland o Ostara.

Nonostante la presentazione di Velua abbia avuto un ruolo rilevante in scaletta, anche con la spettacolare Drankgelag, i nostri infatti non hanno dimenticato i fasti di Walhalla Watch e Uit Ode Grond.

Lars NachtBraecker e Jacco de Wijs fanno un ottimo lavoro e specialmente il secondo rende giustizia al cantato di Mark Splintervuyscht, membro fondatore della band, rimasto purtroppo a casa per problemi di lavoro. La simpatia dei ragazzoni e l'istrionità di Reamon Bomenbreker regalano momenti di divertimento e tanti cori per gli svizzeri e i tedeschi presenti, che fanno sentire tutto il loro calore al combo.

Gran finale con l'immancabile Vulgaris Magistralis, che scatena un partecipatissimo mosh al quale mi sento obbligato a prender parte: un divertimento unico per una band che rivedrò volentierissimo al Fosch Fest!



Avevo parecchio timore per l'esibizione dei Turisas... Timori che purtroppo si sono rivelati fondati: che fine ha fatto la band che con Battle Metal e The Varangian Way mi aveva fatto emozionare?

A parte i pezzi dai due album sopracitati e nonostante lo sforzo scenografico (un enorme drappo pacchiano con disegni bizantini e candelabri sul palco) i finnici guidati dallo storico frontman Warlord non riescono a prendermi, proponendo alcuni pezzi da Turisas2013 e Stand up and Fight che proprio non riescono a convincermi. Terribile anche la cover di She's my Sin suonata prima della conclusiva Stand Up and Fight, spazio di solito riservato alla leggendaria Battle Metal.

Oddio, i nostri ce la mettono tutta per spaccare eh, ma gli unici a dominare davvero la scena sono Jussi e Olli, che con i loro strumenti catturano l'attenzione del pubblico (quello non femminile, visto che le ragazze sono più per gli urletti da groupies verso Warlord) e si lanciano anche in cavalcate e assoli sfrenati.

Le conclusioni che ho tratto da questa esibizione, purtroppo, sono che questi finalndesi non sono che l'ombra di quello che furono.


Una buona mezz'ora per cambiare palco e sistemare bene suono e volumi... Ed ecco comparire sul palco Jari Mäenpää, accompagnato dai fidi Teemu Mäntysaari e Jukka Koskinen. Dietro le pelli a questo giro la band vede suonare Timo Häkkinen, per impegni sopraggiunti a Kai Hahto.

E che c'è da dire sui Wintersun? Lo show è di altissimo livello: viene suonato TUTTO Time I, con persone che cantano a occhi chiusi e quasi si commuovono. La tensione drammatica data in sede live da pezzi come Sons of Winter and Stars è in effetti altissima, anche se i pezzi del primo album come Death and the Healing e Beyond the Dark Sun fanno spesso capolino per scaldarci un attimo.

La differenza tra la profondità dei pezzi di Time e quelli di Wintersun in sede live è accentuatissima e nota l'evoluzione stilistica di Jari, che si è orientato verso una specie di power progressivo senza però perdere la sua naturale predilezione al riffing sporco e tecnico.



La suite Time scalda gli animi dei partecipanti, per poi sentirsi suonare dal vivo persino un nuovo pezzo: Black Forest, una piccola anticipazione da Time II. I finnici fanno di tutto per animare i presenti a fare casino, che però preferiscono cullarsi nelle atmosfere della band.

Unica nota amara è la mancanza di un elemento fondamentale come la tastiera: i Wintersun suonano su basi che però si potevano benissimo replicare dal vivo, cosa che sinceramente non capisco molto... È quasi come suonare in playback!

Ma a parte le mie lamentele per la trvezza di uno show, Winter Madness chiude degnamente un concerto a mio parere di altissimo livello. Non solo per la bravura delle band chiamate (tranne, ahimè, i Turisas), ma per la cortesia dello staff e del pubblico e per la qualità decisamente eccelsa del sound all'interno del Konzertfabrik.

Per concludere: è stata una giornata ricca di emozioni: dal tempo abbastanza brutto del norditalia siamo passati a un solleone passate le Alpi e ci siamo goduti un bellissimo live. C'è sicuramente da tornarci alla Konzertfabrik, perché un sacco di tour non passano dall'Italia e vale davvero la pena di farsi tre ore di macchina!

Gallery completa.

Intervista agli Heidevolk.

Pubblicato in Live Report

Northland: lyric video online

Lunedì, 23 Febbraio 2015 10:59

Gli spagnoli Northland hanno rilasciato il lyric video di When nature awakes, traccia di apertura del nuovo Downfall and Rebirth, uscito il primo gennaio per Metalmessage. Potete guardare il video cliccando qui.

Pubblicato in News
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